A proposito della carità e dell’azione sociale nella vita familiare e claustrale

(inedito)

L’operosità caritativa e sociale non è mai mancata della tradizione monastica, fin dal tempo in cui i Padri del Deserto portavano il frutto del loro lavoro in città per distribuirlo ai poveri. Del resto San Benedetto dice chiaramente al cellerario, cioè all’economo, del monastero (cap. 31 della Regola): «Degli infermi, dei fanciulli, degli ospiti e dei poveri si prenda cura con somma diligenza, sapendo con ogni certezza che per tutti questi dovrà rendere conto nel giorno del giudizio».
Ma la generica raccomandazione di «prendersi cura dei poveri» andrebbe precisata, tenendo conto delle diverse circostanze dei tempi. Ai nostri tempi poi la maturazione dei problemi sociali è stata così immensamente rilevante che non appare realistico limitarsi a dare indicazioni di massima.
Di fatto però è proprio quello che è stato fatto, sia nella vita delle comunità claustrali, sia nella vita delle famiglie cristiane.
Prendiamo ora in considerazione questo secondo caso.
Sappiamo per esperienza che nella catechesi ordinaria non si fa parola della dottrina sociale della Chiesa – e ormai è passato più di un secolo dacché essa ha incominciato ad essere formulata nei documenti pontifici. Questa trascuratezza ha portato un danno immenso, in quanto la stragrande maggioranza delle famiglie cristiane non hanno avuto un corrispondente impegno regolare nel loro programma, cosicché i giovani hanno creduto che non vi fosse alcuna direttiva in tal senso nella vita cristiana, e perciò si sono gettati in massa verso altre proposte, con i risultati che sappiamo. E purtroppo si continua ancora nello stesso errore.
Il punto è che la solidarietà sociale e la carità fanno parte integrante della vita cristiana, ma non basta dare il generico insegnamento “ama il prossimo tuo come te stesso” o fomentare buoni sentimenti nell’infanzia tramite racconti edificanti. Questo è bene ed è necessario, ma non è sufficiente. Infatti fare il bene, a livello individuale o sociale, è la cosa più difficile del mondo, e quanti di noi giornalmente si ingannano in questo campo e, delusi, finiscono per rinunciarvi!
E’ vero che esistono oggi tante attività di volontariato che attraggono i giovani, e questo è certamente un segno dei tempi molto apprezzabile. Ma tutto ciò generalmente avviene al di fuori della vita familiare, e spesso in concorrenza con essa. Bisogna invece riportare questo interesse nell’ambito dei programmi quotidiani della famiglia stessa, in modo che la carità e l’operosità sociale non appaiano come un corpo estraneo nella felicità domestica. Oltre a ciò, molti dei mali della società attuale dipendono proprio dal disordine che regna nella vita quotidiana di tantissime famiglie, e quindi una delle opere sociali più urgenti è proprio quella di riportare ordine e armonia nella vita delle comunità domestiche. E come riportare quest’ordine se non principalmente con l’esempio di famiglie ben ordinate? Dunque l’operosità sociale non deve essere esclusivamente individuale o affidata a gruppi di volontariato estranei alla complessità della vita familiare: deve essere la famiglia nella sua integrità a riversare la propria ricchezza, non soltanto e spesso non essenzialmente materiale, su gruppi sociali in crisi – spirituale, oltre che economica.
Ma, come si è detto, fare il bene è la cosa più difficile del mondo: bisogna perciò imparare a farlo sotto la guida di persone esperte.
Per fare un esempio delle difficoltà da superare in questo ambito, osserviamo che la carità all’esterno di una famiglia deve essere esercitata in modo che non siano trascurati da nessuno gli obblighi verso la famiglia stessa, che evidentemente sono primari. Ma ciò si potrà fare soltanto se l’attività caritativa e sociale non nasce dall’individuale iniziativa di un singolo, ma scaturisce da un programma che investa, e perciò coordini, l’intera vita familiare.
Quanto è stato detto della vita familiare, analogamente vale anche per la vita claustrale. Anche qui non bastano gli inviti generici e le buone intenzioni, e purtroppo anche qui è mancata una formazione sulla dottrina sociale della Chiesa e sui modi efficaci di esercitare la carità e la solidarietà. Il risultato è stato che quanto si è voluto fare è stato affidato all’improvvisazione di superiori impreparati, ovvero è scaturito dall’attività individuale di religiosi singoli, spesso al di fuori dell’obbedienza, e in ogni caso scoordinata dall’insieme delle attività della comunità claustrale.
Non è affatto strano che, in una situazione così carente, moltissimi religiosi abbiamo avuto l’impressione che nella vita claustrale non vi fosse posto per la carità e per la solidarietà sociale e perciò siano usciti dalle loro comunità o abbiano addirittura denunciato – d’accordo con agitatori e contestatori interni o esterni alla Chiesa – l’ “egoismo” della vita claustrale e l’inutilità degli ordini monastici.
Se dunque si vuole ovviare a questo inconveniente – e notiamo che purtroppo anche in questo caso si persiste nella stessa trascuratezza – bisogna che le comunità claustrali, allo stesso modo delle famiglie, concretizzino la generica raccomandazione della Regola di «prendersi cura dei poveri» con un’attività bene organizzata, che non nasca da improvvisazione e non sia iniziativa di singoli, ma sia invece espressione della vita religiosa di tutta la comunità. Con ciò si potrà ottenere che nessuno trascuri i primari doveri verso la propria famiglia religiosa, distratto dall’ansietà – o dalla scusa – di occuparsi dei poveri, mentre nello stesso tempo si batterà in breccia la miope accusa di “egoismo” e di inutilità sociale che tanto di frequente è stata sollevata contro la vita claustrale, spesso dagli stessi religiosi o religiose – per non parlare dei vari contestatori di diversa estrazione. Anzi, come è stato osservato prima nel caso delle famiglie, la carità esercitata dall’intera comunità claustrale, anzitutto con il suo esempio di santità comunitaria, si rivelerà infinitamente più efficace delle iniziative individuali in una società in cui i mali più gradi derivano proprio dai disordini che investono la vita associata in tutti i suoi aspetti.
Da queste riflessioni scaturisce una conclusione che mi sembra inevitabile: la necessità di creare una “scuola” capace di formare le famiglie e le comunità religiose a un’operosità sociale e caritativa che da una parte risponda efficacemente alle vere necessità di oggi e che dall’altra non solo non sconvolga il buon andamento della vita delle comunità interessate, ma al contrario ne valorizzi le caratteristiche proprie essenziali per il risanamento delle moltissime piaghe della moderna società.

di D. Massimo Lapponi

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