All’origine del pensiero cristiano di Jacques e Raïssa Maritain

Rileggendo oggi i primi capitoli de I grandi amici di Raissa Maritain, due sentimenti si alternano: uno di profonda e commossa partecipazione all’avventura spirituale dei due giovani studenti della Sorbona agli albori del Novecento, che, attraverso un doloroso travaglio, impresso indelebilmente nelle pagine della protagonista, passano dallo scetticismo alla verità della fede, dalla disperazione alla pace; l’altro di estremo sgomento al pensiero che queste meravigliose esperienze dello spirito, che sembrerebbero destinate a restare per sempre nella memoria degli uomini, quali conquiste irrinunciabili del pensiero umano e cristiano, appaiono oggi invece quasi fatte invano, sbiadite e dimenticate, mentre i demoni sinistri contro i quali i due giovani avevano lottato vittoriosamente li vediamo sotto i nostri occhi rialzare fieramente il capo, con gli stessi lineamenti e spesso anche con gli stessi nomi di un tempo: il “relativismo degli scienziati”, lo “scetticismo dei filosofi” non sono parole di Raissa Maritain, e non sono ad un tempo il triste ritornello che riempie il clima culturale di oggi? Con la differenza che allora il fenomeno era limitato ad un ristretto ambiente di universitari e di pensatori racchiusi nei loro circoli accademici, mentre ora esso dilaga dalle scuole di ogni grado di tutto il mondo, fin nella politica, nelle piazze, nei ritrovi mondani e nell’universo dei nuovi media.

Così Raissa rievoca i drammatici giorni della giovinezza sua e di Jacques, vissuti nell’angosciosa ricerca della verità:

«Noi non appartenevamo affatto, con i nostri scarsi vent’anni, al gruppo dei seguaci dello scetticismo, che lanciano il loro “che ne so io?” come il fumo di una sigaretta e trovano d’altra parte la vita eccellente (…) Benché lo scetticismo non si possa formulare, perché tutte le nostre formulazioni sono affermative (…), tuttavia non per questo esso agisce meno ed è capace di disintegrare la vita dell’anima.

«Quest’angoscia metafisica che penetra alle sorgenti stesse del desiderio di vivere, è capace di divenire una disperazione totale e di sfociare nel suicidio. Credo che in questi ultimi oscuri anni in Austria, in Germania, in Francia, in Italia, migliaia di suicidi siano dovuti a questa disperazione più ancora che all’eccesso delle altre sofferenze che si accaniscono nel corpo e nell’anima (…)

«(…) Se la nostra natura era così disgraziata da possedere soltanto una pseudo-intelligenza, capace di giungere a tutto salvo che alla verità, se, giudicando se stessa, essa doveva umiliarsi fino a questo punto, noi non potevamo né pensare, né agire degnamente. Allora tutto diventava assurdo (…)

«Se dobbiamo rinunciare a trovare un senso qualunque alla parola verità, alla distinzione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, non è più possibile vivere umanamente.

«Non ne volevo sapere di una tale commedia: avrei accettato una vita dolorosa, non una vita assurda (…)

«(…) Non potevamo resistere se non con la sofferenza a questa demoralizzazione dello spirito. Potevamo, a diciotto, vent’anni opporre una dottrina personale a tutti quei sistemi? (…) D’istinto ci dibattevamo contro un relativismo senza via d’uscita, contro questa relazione al nulla, poiché nessun assoluto era ammesso. Malgrado ciò che poteva distoglierci, persistevamo a cercare la verità, – quale verità? – a portare in noi la speranza di una pienezza di adesione possibile ad una pienezza di essere».[1]

Di fronte ad una testimonianza così profondamente umana, sincera e sofferta, oggi i filosofi politici e i politici filosofi, credendo di essere nuovi ed originali, mentre non fanno che ripetere senza saperlo gli argomenti dell’antica sofistica, sorridono con aria di sufficienza affermando che “il relativismo è la filosofia della democrazia” e che “la pretesa di possedere la verità o l’assoluto è la causa dell’intolleranza, del totalitarismo, della violenza pubblica e privata”.

Ciò troppo spesso vale anche per i cattolici. Così ad esempio Dario Antiseri scrive:

«Viviamo in un “mondo incerto” (…) La teoria della certa verità, dopo Alfred Tarski, se la passa abbastanza male».[2] E ancora: «Non possediamo, come ci ha insegnato Tarski, nessun criterio di verità – un criterio che ci consenta di dimostrare con certezza che una qualche teoria è vera (…)»[3].

Ciò vale anche per l’etica:

«Non esistono spiegazioni etiche, esistono solo spiegazioni scientifiche (…) L’etica non sa. L’etica non è scienza. L’etica è senza verità (…) La “grande divisione” tra fatti e valori – la cosiddetta legge di Hume – ci dice che dall’“è” non deriva il “deve”, dall’ “essere” non si deduce il “dover essere”. Tutto il sapere concepibile non produce valori, né può smentirli (…) Non è possibile fondare razionalmente nessun sistema etico, nessun valore supremo (…) La legge di Hume è una legge di morte per l’intero diritto naturale»[4].

E naturalmente il relativismo etico sarà la base del rispetto reciproco e della democrazia:

«(…) La legge di Hume circa l’inderivabilità logica delle norme dai fatti (…) si trasforma nella base logica della libertà della coscienza (…)»[5].

«La fallibilità della conoscenza umana e l’inderivabilità logica delle norme dai fatti (con la conseguente impossibilità di dare fondamenti ultimi razionali ai sistemi etici) sono i due pilastri teorici su cui si erge la società aperta. E con ciò siamo proprio nel cuore della teoria della politica»[6].

Non si può negare che queste affermazioni di Antiseri rispecchino il clima diffuso di oggi, tanto nel mondo laico, tanto in buona parte del mondo cattolico. Ma quanto somiglia questo clima a quello della giovinezza di Jacques e Raissa! Rievocando, a dieci anni di distanza, il tempo della loro conversione e della loro scoperta della philosophia perennis, così scriveva Jacques Maritain:

«Era l’epoca in cui molti giovani preti non avevano in bocca che il divenire e l’immanenza, la trasformazione evolutiva delle espressioni della fede, la prismatizzazione dell’ineffabile attraverso le formule dogmatiche sempre provvisorie e deficienti, i danni di ogni conoscenza astratta, l’impotenza della ragione “concettuale” o “nozionale” a stabilire le verità supreme d’ordine naturale, il carattere idolatrico, superstizioso (e soprattutto datato) del principio di contraddizione (…) Il disprezzo dell’intelligenza passava per l’inizio della saggezza e diveniva assiomatico»[7].

Questa straordinaria coincidenza tra l’antiintellettualismo del primo Novecento e il relativismo di oggi non può non impressionare e non suggerire che la storia il più delle volte non è affatto magistra vitae. Sembra che per lo più la gente si faccia trasportare dalla corrente, incapace di mantenere la necessaria tensione spirituale, cosicché, dimenticando e ignorando le più preziose esperienza passate, ricade sempre negli stessi errori. Oggi, poi, diversi fattori favoriscono il decadimento intellettuale, mentre la propaganda, facilitata dai nuovi potentissimi mezzi di comunicazione e di suggestione, con il fascino dei suoi slogan travolge intere masse. Il risultato è che alcune fragili opinioni dominanti sono diventate per moltissimi dei veri dogmi. Così l’intolleranza e la violenza pubblica e privata, anziché essere addebitate, come si dovrebbe, ai vizi antichi come il genere umano dell’egoismo, dell’orgoglio, dell’avidità e della prepotenza, si ritengono derivanti necessariamente dal sincero amore della verità e dall’adesione incondizionata ad essa. La conseguenza di questa rinnovata, ma poco originale, sofistica è che oggi si ha paura dell’assoluto e si sbandiera il relativismo come il baluardo della tolleranza e della democrazia, dimenticando che soltanto l’adesione di tutto il nostro essere al vero Assoluto ci può salvare dall’idolatria dei falsi assoluti.

In questo clima di paura della verità e di conseguente sfiducia nella ragione, l’esperienza giovanile dei Maritain appare inaspettatamente attuale e risplendente dell’eterna giovinezza della creatura che riscopre per la prima volta, con ineffabile gioia, la luce amorosa della verità divina. Quella sublime verità essi erano pronti a difenderla con tutte le forze dell’intelletto e del cuore, e a difendere insieme ad essa la ragione creata che ce ne rende partecipi, quasi scintilla emanata da quella medesima verità.

Essi avevano compiuto il loro primo passo sulla strada del superamento dello scientismo positivista sotto la guida di Henri Bergson. Giunti però alla fede cristiana non potevano non distaccarsi, se pure con dolore, dall’antintellettualismo del maestro.

«Si era nel 1908» scriveva Jacques Maritain dopo qualche anno dagli avvenimento narrati «- mentre noi deliberavamo, nella campagna presso Heidelberg, se potevamo accordare la critica bergsoniana del concetto e le formule del dogma rivelato, l’irriducibile conflitto tra gli enunciati “concettuali” della fede teologale che aveva da poco dissigillato i nostri occhi e la dottrina filosofica per la quale ci eravamo appassionati durante i nostri anni di studio, e alla quale dovevamo di essere stati liberati dagli idoli materialisti, ci apparve come uno di quei fatti troppo certi, di cui l’anima, appena ha cominciato a confessarseli, subito sa che non sfuggirà loro (…) Poiché Dio ci propone in concetti e proposizioni concettuali (…) le verità più trascendenti e più inaccessibili alla nostra ragione, la verità stessa della sua vita divina, il suo proprio abisso, ciò significa che il concetto non è un semplice strumento pratico incapace per sé solo di trasmettere il reale al nostro spirito, adatto a spezzettare artificialmente ineffabili continuità, e che lascia sfuggire l’assoluto come l’acqua attraverso una rete (…) In quel momento noi non avevamo ancora frequentato S. Tommaso. È sull’indistruttibile verità degli oggetti presentati dalla fede che la riflessione filosofica si appoggiava in noi per restaurare l’ordinamento naturale stesso dell’intelligenza all’essere, e per riconoscere la purezza ontologica del lavoro della ragione. Affermando fin da allora a noi stessi, senza cavilli né diminuzioni, l’autentico valore di realtà dei nostri strumenti umani di conoscenza, noi eravamo già tomisti senza saperlo. Quando, qualche mese più tardi, dovevamo incontrarci con la Somma teologica, non avremmo opposto alcun ostacolo alla sua onda luminosa»[8].

A mio umile giudizio è proprio questo l’aspetto più attuale dell’opera di Maritain: l’appassionata rivendicazione del valore della ragione umana, sentita come baluardo, nel suo ordine insostituibile, della fede cristiana. In questa prospettiva S. Tommaso appariva al filosofo francese soprattutto come apostolo dell’intelligenza. Mi sembra, però, che proprio questo aspetto del Dottore Angelico negli ultimi tempi, per il riaffermarsi di quello scetticismo relativista di cui si è detto, sia stato in qualche modo messo da parte.

Tanto più appare opportuno richiamare una pagina di Maritain del 1929, la cui ispirata bellezza è già da sola garanzia di verità.

«Il male di cui soffrono i tempi moderni è soprattutto un male dell’intelligenza: ha iniziato dall’intelligenza e ormai è arrivato fino alle sue radici. Perché meravigliarci se il mondo ci appare come invaso dalle tenebre? Si oculus tuus fuerit nequam totum corpus tuum tenebrosum erit () Che l’ordine dell’intelligenza verso il suo oggetto sia in questo modo spezzato: fatichiamo a comprendere, tanto siamo materiali, il significato terribile, gonfio di sangue e lacrime, di queste parole astratte. Stentiamo a immaginarci l’immensa avversione, l’immensa catastrofe invisibile a cui si allude. L’intelligenza! Questa attività “divina”, come diceva Aristotele, questo prodigio di vita, questa gloria e questa perfezione suprema della natura creata, attraverso la quale diventiamo immaterialmente ogni cosa ed un giorno possederemo la nostra beatitudine soprannaturale, da cui quaggiù derivano tutti i nostri atti in quanto atti umani e da cui dipende la rettitudine di tutto quello che facciamo: si può immaginare ciò che significa per l’uomo lo sconvolgimento di questa vita, partecipata dalla luce divina, che egli porta con sé? La rivoluzione che comincia con Cartesio[9] e che continua con i filosofi del XVIII e XIX secolo e che non ha fatto che liberare le forze distruttive sempre in azione nella ragione dei figli di Adamo, è un cataclisma storico infinitamente più grande dei più terribili sconvolgimenti della terra o dell’economia delle nazioni.

«Indocile all’oggetto, a Dio, all’essere, l’intelligenza diventa inoltre ribelle verso il magistero umano, ribelle verso ogni tradizione e continuità spirituale. Si ripiega e si richiude nell’incomunicabilità dell’individuo. E se si riflette che la docibilitas, la facoltà di farsi insegnare, è una proprietà essenziale dell’intelligenza creata (…) se si riflette inoltre che in noi la docibilitas è la radice vera della vita sociale, dato che l’uomo è un animale politico, soprattutto perché ha bisogno degli altri per progredire nell’opera della ragione speculativa e pratica che è la sua opera specifica, si deve concludere, da un lato, che perdendo la docilità all’insegnamento umano e all’oggetto, l’intelligenza dei tempi moderni ha camminato verso un indurimento veramente brutale e un indebolimento progressivo della ragione, dall’altro che i legami più profondi ed, insieme, più umani della vita sociale hanno dovuto, nello stesso tempo, per un effetto inevitabile, disfarsi poco a poco (…) E’ importante comprendere a fondo questo male che colpisce l’intelligenza e che da essa deriva. Niente di inferiore all’intelligenza può porvi rimedio ed esso sarà guarito proprio dall’intelligenza stessa. Se l’intelligenza non viene salvata, nulla si salverà (…) L’intelligenza deve essere restaurata, innanzitutto: veritas liberabit vos. Guai a noi se non comprenderemo che adesso, come nei giorni della creazione del mondo, il Verbo è al principio delle opere di Dio (…) La santità stessa di Tommaso d’Aquino, la sua carità, il suo sacrificio di lode, il suo consumarsi in Gesù, tutto si compie e irradia in lui al culmine dello spirito, in questa vita di intelligenza che Aristotele definiva migliore della vita umana, là dove l’operazione dell’uomo confina con l’operazione delle forme pure. Ed è da lì che tutto si diffonde in onde di luce fino alle più umili potenze dell’essere creato (…) San Tommaso è precisamente, e soprattutto, l’apostolo dell’intelligenza: è la prima ragione per la quale egli deve essere considerato l’apostolo dei tempi moderni»[10].

Rileggere questo accorato appello in questa sede e in questa occasione, sembra assumere il tono, oltre che della reverente e affettuosa rievocazione, anche quello dell’augurio, dell’esortazione agli uomini e dell’implorazione all’infinita Sapienza e provvidenza di Dio.

Comunicazione tenuta presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo il 25 febbraio 2011 al Convegno su “Filosofia e contemplazione in Raissa e Jacques Maritain”

[1] maritain, r., I grandi amici [trad. dal francese], Milano 1982, 72-75, 78.

[2] Reale, g. – antiseri, d., Quale ragione?, Milano 2001, 266.

[3] Reale, g. – antiseri, d., Quale ragione?, 272.

[4] Reale, g. – antiseri, d., Quale ragione?, 137-138.

[5] Reale, g. – antiseri, d., Quale ragione?, 273.

[6] Reale, g. – antiseri, d., Quale ragione?, 139.

[7] Maritain, J., La philosophie bergsonienne, Paris 1948, xiv.

[8] Maritain, J., La philosophie bergsonienne, xii –xiii.

[9] Per quanto riguarda il giudizio storico sul cartesianesimo, mi distacco da Maritain (cfr. Lapponi,  M., Giacinto Sigismondo Gerdil e la filosofia cristiana dell’età moderna, Roma 1990, 305 ss. e passim). Ciò non toglie nulla alla validità di quanto qui affermato nel testo.

[10] Maritain, J., Il Dottore Angelico, San Tommaso d’Aquino [trad. dal francese], Siena 2006, 107-109, 111-113.

 

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