Appunti di logica elementare

Scrive Chesterton, nel suo libro su San Tommaso d’Aquino, che l’epoca vittoriana si sarebbe potuta definire l’età del “common sense”, e poteva, quindi, facilmente essere affascinata dalla figura semplice e poetica di San Francesco, mentre la nostra epoca si potrebbe definire l’età dell’“uncommon nonsense”, e quindi più facilmente potrà essere affascinata da un trattato di logica.

Effettivamente mai come oggi si sente il bisogno di ritornare agli elementari principi della logica.

Ritornando, dunque, su alcune precisazioni che ho già fatto in articoli precedenti, per prima cosa vorrei richiamare la distinzione tra univocità, analogia ed equivocità.

Una parola è usata in senso univoco quando, riferita a realtà diverse, il suo contenuto concettuale è esattamente il medesimo. Ad esempio, il contenuto concettuale dell’aggettivo “cattolico”  non cambia quando è riferito a San Francesco, a San Tommaso, a San Vincenzo de’ Paoli, a San Giovanni Bosco. In tutti questi casi “cattolico” indica la presenza, nelle persone a cui viene attribuito, della stessa fede nei medesimi dati dogmatici e morali.

Una parola è, invece, usata in senso analogo quando, nei diversi casi in cui viene applicata, il suo contenuto concettuale è parzialmente il medesimo e parzialmente diverso. Nell’analogia vi possono essere diverse graduazioni, secondo la maggiore o minore ampiezza dei contenuti condivisi nei diversi casi di attribuzione. Quando, ad esempio, usiamo la parola “cattolico” sia per i cattolici romani, sia per i cosiddetti “vecchi cattolici”, ovviamente il contenuto concettuale non è il medesimo, ma gli elementi comuni sono molti e riguardano dottrine fondamentali, quali la Trinità, la divinità di Cristo, l’eucarestia, il sacerdozio, l’indissolubilità del matrimonio etc. Ma la presenza di contenuti uniformi diminuisce ad esempio nel caso di teologi “cattolici” come Schillebeecx o Küng. Qui abbiamo, ovviamente, un più tenue grado di analogia. Dunque l’analogia può oscillare dalla più stretta somiglianza alla quasi totale differenza, fino cioè a rasentare l’equivocità.

Un termine è equivoco quando il suo contenuto concettuale, nei vari casi di attribuzione, è totalmente diverso. Nel caso, ad esempio, dell’istituto assicurativo chiamato “Cattolica Assicurazioni”, ovviamente l’aggettivo “cattolica” non ha nulla in comune con lo stesso aggettivo attribuito a Santa Teresa d’Avila o a Santa Francesca Cabrini.

Se non si tengono presenti queste distinzioni logiche, è molto facile cadere nelle più deleterie fallacie.

Proprio l’aggettivo “cattolico” ci offre, oggi, numerosi esempi di una pericolosa confusione concettuale che può facilmente generare gravi conseguenze.

Pochi anni fa l’ex abate benedettino Giovanni Franzoni ha pubblicato un’autobiografia, nella quale si definiva “un cattolico marginale”. Ora, dalla lettura del volume, risulta che l’autore non crede, per fare qualche esempio, né nella continuità dottrinale del Concilio Vaticano II con la tradizione, né nel sacramento dell’ordine, né nella verginità della Madonna, né in principi basilari della morale sessuale cristiana. Ci troviamo, dunque, in un caso in cui l’aggettivo “cattolico” è usato con un’analogia molto tenue e con un contenuto proprio molto povero. Certamente non si può usare univocamente lo stesso aggettivo per Franzoni e per Giovanni Paolo II!

Ancora più labile sarebbe l’uso analogico dell’aggettivo “cattolico” usato per una Santa Maria Goretti e per quelle due ex suore che hanno deciso di convivere in un “matrimonio” omosessuale. Quest’ultimo caso è significativo, perché le suddette ex suore auspicano che la Chiesa “si apra” a 360 gradi alla società moderna.

Cosa avverrebbe, se si dovesse seguire la loro indicazione? Vi sono due possibilità: o si userà l’aggettivo “cattolico” in senso analogo, distinguendo i diversi gradi di analogia, oppure si pretenderà di usarlo in senso rigorosamente univoco.

Nel primo caso, avremmo cattolici di serie A, B , C etc., in relazione al contenuto concettuale che di volta in volta è presente nell’attributo. Chi crede in tutta la dottrina cattolica contenuta nel Simbolo e nel Catechismo ufficiali della Chiesa, sarà cattolico di serie A, mentre, man mano che si perdono i contenuti, si scende via via alle serie inferiori, fino ad arrivare ad una serie Z per la quale l’uso dell’aggettivo “cattolico” è praticamente equivoco.

Ma, aimé, le distinzioni logiche oggi non sono di moda, e quindi più facilmente prevarrebbe la seconda possibilità, cioè un uso univoco indiscriminato dell’aggettivo “cattolico”, che pretenderebbe di estendersi, senza distinzioni di serie, a tutti i soggetti ai quali esso si attribuisce. Sarebbe, infatti, umiliante per le serie inferiori accettare l’analogia, e quindi tanto peggio per la logica.

Ma per ottenere questa univocità c’è un solo modo: intendere la parola “cattolico”, cioè “universale”, non come riferita alla comprensione, ma come riferita all’estensione. Per “comprensione” si intende il contenuto concettuale di un termine, mentre per estensione si intende il numero degli individui a cui esso si applica. Dunque, l’universalità del cattolicesimo non andrebbe più intesa come “pienezza di verità’, ma come estensione al maggior numero di individui.

In questo caso la comprensione del concetto, se si vuole restare nella rigorosa univocità, dovrebbe essere ridotta al minimo, cioè dovrebbe appiattirsi a ciò che essa è negli individui in cui il contenuto concettuale è ridotto al minimo indispensabile. Quale sarebbe questo contenuto è difficile dirlo: forse una sorta di benevolenza estesa a tutti gli uomini, probabilmente con molte eccezioni, o forse qualche cosa di indefinibile, molto prossimo al nulla.

È chiaro, in ogni caso, che, dovendoci attenere alla più assoluta univocità per evitare ogni discriminazione, tutti i contenuti che non rientrano nel suddetto “minimo comune multiplo” sarebbero rigorosamente esclusi dal concetto di “cattolico”, e perciò, paradossalmente, le dottrine e le norme morali più caratteristiche del cattolicesimo, quali la Trinità e l’Incarnazione o l’indissolubilità del matrimonio, non sarebbero più cattoliche e perciò non sarebbero più tollerate nella Chiesa aperta a 360 gradi alla modernità.

Questa prospettiva allucinante, se appare realistica soltanto all’immaginazione dei “cattolici” appartenenti alla categoria della due ex suore lesbiche, offre però il vantaggio di farci toccare con mano i guasti causati dall’ignoranza dei principi logici elementari, quali sono quelli relativi all’univocità, all’analogia e all’equivocità.

Partendo, dunque, dal chiarimento risultante dall’esempio sopra riportato, relativo all’aggettivo “cattolico”, proviamo ora ad applicare la stessa “analisi logica” alle parole “matrimonio”, “famiglia”, “padre”, “madre”, “genitore”, “figlio”, “figlia”.

Anche in questo caso possiamo prendere questi termini in senso univoco, analogo o equivoco.

Secondo le sane leggi della logica, due genitori adottivi, nel senso tradizionale – cioè un uomo e una donna che adottano un bambino – sono “padre”, “madre, “genitori” in senso analogo, e non in senso univoco, come i figli adottati sono “figli” in senso analogo, e non in senso univoco rispetto agli stessi termini riferiti ad una famiglia naturale.

Si tratta di un’analogia molto stretta, ma pur sempre di un’analogia, per la quale si potrebbero definire i genitori adottivi genitori di “serie B” senza incorrere in una motivata accusa di discriminazione.

Ma nel caso di “genitori” dello stesso sesso, di cui uno “adottivo”, l’analogia diviene più labile, e ancora più labile diviene quando i “genitori” dello stesso sesso sono ambedue “adottivi”. E cosa dire del caso, ormai tutt’altro che improbabile, di tre o più “genitori adottivi”? Già molti mesi fa qualcuno parlò di “diciotto genitori”, e ora abbiamo in Colombia un “matrimonio” plurimo di tre uomini. La parola “matrimonio”, in questo caso, si intende in senso univoco, analogo o equivoco? E nel caso che ai tre “sposini” venissero affidati “figli” in adozione, dovremmo usare le parole “padri”, “genitori”, “figli” o “figlie” in senso univoco, analogo o equivoco?

Secondo la logica, si dovrebbero distinguere diversi gradi di analogia: il matrimonio tra un uomo e una donna con figli sarebbe il primo analogato, e quindi di serie A; l’adozione fatta da due sposi, uomo e donna, darebbe luogo ad una prima analogia di serie B; la cosiddetta “stepchild adoption” nell’ambito di una coppia di persone dello stesso sesso darebbe vita ad un matrimonio con “genitori” e “figli” di serie C; l’adozione da parte di una coppia dello stesso sesso, di cui nessuno dei due è “genitore” biologico dell’adottato, formerebbe una “famiglia” di serie D; un “poliamore” che unisca insieme diverse persone dello stesso sesso, ovvero dell’uno e dell’altro sesso, con minori in “adozione” creerebbe una sorta di “famiglia” di serie E, in cui i termini tradizionali “padre”, “madre”, “genitori”, “figli” avrebbero, con gli stessi termini usati nella famiglia di serie A, un’analogia talmente labile da sconfinare nell’equivocità.

Ma, secondo la mentalità di oggi, fatta propria a pieno titolo anche dalla magistratura a livello nazionale e internazionale, adottare le regole della logica significherebbe creare delle gravi discriminazioni. Quindi, al bando la logica: per evitare discriminazioni i termini “famiglia”, “matrimonio”, “padre”, “madre”, “genitori”, “figli” devono essere usati in modo rigorosamente univoco. Ma per far questo, come nell’esempio prima proposto, relativo all’aggettivo “cattolico”, bisogna necessariamente ridurre al minimo la comprensione dei concetti per allargarne al massimo l’estensione. Dunque dai concetti di “famiglia”, “matrimonio”, “padre”, “madre”, “genitori”, “figli” devono essere rigorosamente esclusi tutti i caratteri biologici, bio-psichici e bio-psico-relazionali da cui questi stessi concetti erano nati per dar luogo a concetti nuovi in cui, perché essi possano essere applicati univocamente a tutti i casi, detti caratteri non devono assolutamente essere tollerati – come nella Chiesa auspicata da certi “cattolici” avveniristi i caratteri originali del cattolicesimo non dovrebbero essere né ammessi, né tollerati.

Ovviamente ci saranno sempre famiglie biologiche, come ci saranno sempre cattolici che credono ancora alla dottrina e alla morale tradizionale. Ma tutti i dati che derivano dal modello familiare biologico saranno esclusi da ogni pubblico riconoscimento e da ogni tutela giuridica, come, nella nuova Chiesa, non avranno né pubblico riconoscimento né tutela le dottrine dogmatiche e morali tradizionali.

A questo punto possiamo ben dire che da labili analogie siamo passati in pieno all’equivoco. Chiamare “genitori” persone che non hanno generato niente e che per la loro condizione insuperabile non possono generare niente e chiamare “figli” minori che non hanno e non possono avere alcun rapporto di figliolanza con gli adulti a cui sono affidati è un puro abuso linguistico-concettuale, di fronte al quale vi sono due possibili reazioni ragionevoli, una da “destra” e l’altra da “sinistra”.

Da una parte vi saranno famiglie biologiche che rivendicheranno l’esclusiva dell’attribuzione propria dei termini  “famiglia”, “matrimonio”, “padre”, “madre”, “genitori”, “figli”, riservando, come è rigorosamente dovuto, alle altre aggregazioni una sempre più labile analogia, e, passato un certo limite, l’equivoco.

Dall’altra vi saranno dei veri “rivoluzionari”, i quali non tollereranno il trasferimento di concetti propri ed esclusivi della vecchia società “borghese” e “sessista” nella nuova realtà rivoluzionaria e post-sessista.

“Vogliamo veramente negare il valore dei legami biologici tradizionali?” essi diranno. “E allora perché continuare ad usare i termini e i concetti che da quei legami sono nati e che soltanto da essi traggono il loro senso? Facciamola finita, una buona volta, con il carosello ipocrita dei concetti sessisti nell’era post-sessita! Ma che matrimonio, che coppia, che abiti da sposo e da sposa, che marito e moglie, che pappi e mammi! Queste sono solo imitazioni patetiche del matrimonio borghese, che voi volete trasferire di soppiatto nel mondo rivoluzionario! Ma piantatela! Andate dicendo che i bambini non hanno bisogno di un padre e una madre, per poi aggiungere che hanno bisogno di due padri e di due madri! Buffoni! I bambini non hanno bisogno di pappi e di mammi nostalgici del romanticume borghese! Hanno bisogno soltanto di educatori in possesso dei requisiti garantiti dallo stato che li sottraggano alle vostre smancerie pseudo-romantiche e reazionarie!”

E avrebbero ragione! Una volta che, con il pretesto dell’univocità, di fatto si è superata la soglia dell’equivocità, certi termini non hanno più senso e vanno sostituiti – e con i termini se ne va a spasso anche la realtà che essi avrebbero dovuto rappresentare.

A meno che, ritrovando finalmente il buon senso, e con esso le leggi elementari della logica, la magistratura non si decida una volta per tutte a riconoscere che le madri e i padri sono le madri e i padri, e i figli e le figlie sono i figli e le figlie, e nessun altro, e che perciò i loro diritti devono essere riconosciuti e tutelati, e che la prima tutela consiste nel non permetterne il trasferimento – se non nel caso di una strettissima analogia – ad altre realtà.

(conseguenze, tratte da un altro articolo:)

Questa situazione giuridico-concettuale è confermata da un nuovo episodio, che vede protagonista il Tribunale di Firenze. Quest’ultimo ha recentemente riconosciuto la validità, anche per l’Italia, dell’adozione di due bambini da parte di una coppia di connazionali gay che vivono nel Regno Unito da anni. La Corte ha recepito e trascritto gli atti di adozione emessi dalla competente Corte Britannica: ai due bambini viene riconosciuto così lo status di figli e la nazionalità italiana.

«Si tratta di una vera e propria famiglia e di un rapporto di filiazione in piena regola che come tale va pienamente tutelato» scrivono i giudici in un passaggio della sentenza.

Quale è dunque il concetto univoco di “famiglia” e di “figli” che viene riconosciuto come status giuridico e «che come tale va pienamente tutelato»? Quello forzosamente stabilito dal tribunale, che, essendo inivoco, esclude i caratteri propri della famiglia e dei figli naturali.

Dunque lo status giuridico artificioso di “famiglia” e di “figli” riconosciuto dal tribunale è «pienamente tutelato», mentre i caratteri della famiglia e della filiazione naturale, essendo rigorosamente esclusi dal concetto univoco accolto dalla sentenza, non sono né possono essere giuridicamente tutelati.

Da ciò consegue che la madre che mette in affitto il suo utero non può far valere il fatto genetico per rivendicare la sua maternità, perché nel concetto giuridico univoco di maternità la generazione biologica non è contemplata. Il suo essere “madre”, perciò, non è altro che un discutibile “concetto antropologico”, che per la legge non ha valore! Analogamente, il figlio o la figlia, anche se per ipotesi impossibile potessero esprimere il loro parere, non potrebbero affermare di non gradire di essere figli di serie D, perché il loro status giuridico è univoco e non ammette gradazioni. Quindi non c’è alcun modo per far valere il principio che i figli hanno bisogno della figura paterna e materna, neanche nel caso in cui ciò fosse dimostrato da dati scientifici inoppugnabili. L’univocità dello status giuridico escluderebbe a priori qualsiasi valutazione, anche scientifica, che andasse in tal senso.

Allo stesso modo, l’assegnazione dei figli, in caso di conflitto, non potrebbe tenere in alcun conto la maternità biologica, visto che essa è stata esclusa dal concetto univoco di “genitore”.

Presso alcuni comuni è stata vietata la celebrazioine della giornata del papà e della mamma, per evitare discriminazioni verso quelle “famiglie” in cui manca una delle due figure.

E si badi – come appare chiaro dagli esempi richiamati e dalla relativa giurisprudenza – che qui i giudici non stanno semplicemente dicendo quali diritti sono tutelati e quali no, ma, tramite una fallacia linguistico-concettuale di un’ovvietà elementare, stanno cancellando diritti che sono sempre esistiti, a cominciare dal giudizio di Salomone.

Ma ci sono scenari futuri ancora più inquietanti che non è lecito non prendere in considerazione.

Se la genitorialità non è legata al fatto biologico, essa non sarà legata neanche alla tradizionale forma della coppia. Come è noto, già vi sono pressioni che aspirano ad introdurre il “polyamore” e l’allargamento del “matrimonio” oltre la coppia, che è di ovvia derivazione biologica.

Ora, se lo “status giuridico” di genitore e figlio non ha legame con la generazione biologica, non si vede perché non si possano estendere univocamente i relativi concetti anche a gruppi di tre o più conviventi: tutti potrebbero essere “genitori” allo stesso titolo delle coppie di vario genere, e tutti i minori a loro carico sarebbero “figli”, né più né meno dei figli generati, adottati da coppie eterosessuali, adottati da coppie omosessuali, comprati con l’utero in  affitto o acquisiti in qualsiasi altro modo la legge ritenga legittimo – ovvero anche senza la legittimazione della legge. In tutti questi casi di fronte alla legge vige la più assoluta univocità.

Ma se l’esperienza dimostrasse che i minori in queste situazioni non possono crescere bene, lo stato potrebbe avocare a sé l’allevamento dei minori e creare per loro appositi istituti, sottraendoli ai loro “genitori”. E si badi: a tutti i genitori, anche a quelli biologici, visto che, grazie ad un concetto univico, lo status di genitore è uguale per tutti.

Le esemplificazioni che ho riportato dimostrano che, volendo assicurare la tutela giuridica ai “genitori” omosessuali, almeno parzialmente non biologci e che hanno ottenuto i minori in modi diversi – che siano o no attualmente consentiti dalla legge – e avendo ottenuto questo risultato con l’appiattimento dello status giuridico di genitori e figli su un concetto ridotto al minimo e reso forzosamente univoco, di fatto la tutela giuridica viene automaticamente sottratta a genitori e figli in senso proprio o strettamente analogo.

Per favorire una sparuta minoranza si finisce, così, per discriminare e potenzialmente danneggiare gravemente la maggioranza della popolazione mondiale. E del resto la stessa minoranza, che ora crede di godere in pace lo status giuridico di “genitore 1 e 2 con figli”, ben presto se lo vedrà togliere a favore di “affidatari plurimi di minori” e alla fine di semplici “conviventi multipli senza minori”.

Ma a fondamento di questa riduzione univoca dei concetti di genitori e figli vi è la negazione della naturalità dello stato bio-psichico maschile e femminile, ridotti a puri “concetti antropologici” da “decostruire”. Il relativo stato bio-psichico è considerato così poco naturale, che esso può essere manipolato, attraverso invasivi interventi medico-farmacologici, fin dall’infanzia, laddove lo stato psichico omosessuale è dichiarato non modificabile, neanche su richiesta dell’interessato!

Dunque, secondo gli stessi principi con cui è stato creato il concetto di “omofobia” discriminante, dobbiamo ora far valere giuridicamente con determinazione i concetti di “androfobia” e di “ginecofobia”, denunciando la reale e ancor più la potenziale discriminazione che essi introducono a danno di un incalcolabile numero di adulti e di minori.

di Don Massimo Lapponi

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