Bullismo di stato e salto qualitativo

Non a tutti è chiaro che nell’elaborazione del concetto di “omofobia” si sono surrettiziamente sovrapposti due significati estranei l’uno all’altro, che hanno reso fallace il sottostante procedimento logico. Infatti, da una parte l’omofobia dovrebbe indicare e denunciare il fenomeno del bullismo contro le persone di orientamento omosessaule o trasgender, dall’altra, invece, il medesimo termine viene usato per colpevolizzare la semplice opinione che la condizione omosessuale o trasgender non sia naturale.
Dovrebbe essere ovvio – ma pare che non lo sia – che l’opinione che la tendenza omosessuale o transgender non sia naturale non implica, come corollario necessario, un comportamento bullista nei confronti degli omosessuali o dei trangender – come l’opinione che l’obesità non sia naturale non implica necessariamente bullismo nei confronti degli obesi. Di fatto, però, i due diversi concetti sono stati così strettamente legati tra loro, da far apparire come cosa ovvia che la suddetta opinione implichi necessariamente un atteggiamento bullista verso omosessuali e transgender.
La conseguenza di questa surrettizzia sovrapposizione di concetti è stata la condanna senza appello non solo di comportamenti palesemente incivili, ma anche di un’opinione che la maggior parte delle persone ritiene fondata su fatti naturali e su dati scientifici. Si è passati, cioè, dalla denuncia di episodi particolari di bullismo alla denuncia di affermazioni banali come: “I bambini sono maschi, le bambine sono femmine”. È di pochi giorni fa l’episodio del cosiddetto “Bus della libertà” che portava, appunto, tale scritta e che ha attirato l’ostilità non solo di gruppi privati, ma di autorità pubbliche, come il sindaco di Napoli, che ha ritirato il suo permesso di sosta del Bus in piazza Trieste e Trento perché il messaggio diffuso dal medesimo sarebbe stato un incitamento all’odio.
Sostenere che l’affermazione: “i bambini sono maschi e le bambine sono femmine” sia un incitamento all’odio verso omosessuali e trangender, non può essere se non la conclusione di un ragionamento fallace, fondato, appunto, sulla confusione dei concetti di bullismo e di semplice opinione. Se un manifesto affermasse: “La sanità di un organismo umano richiede una proporzione moderata e armoniosa delle membra tra loro”, nessuno ne trarrebbe la conseguenza che esso contenga un incitamento all’odio verso gli obesi! Tuttavia la fallacia del ragionamento sottostante alle manifestazioni di ostilità verso il Bus della libertà e verso analoghe manifestazioni di opinione è stata così abilmente occultata, da causare una diffusa intolleranza, non solo verso il bullismo, ma verso la semplice affermazione di una convinzione, del resto quasi universalmente accettata.
Ma le conseguenze di detto ragionamento fallace non si sono limitate a manifestazioni private, o ad ogni modo contenute, di ostilità. Dal falso concetto che la valutazione della condizione omosessuale/trasgender come non naturale sia la causa necessaria e sufficiente del bullismo contro gli omosessuali è derivata la dottrina che la condizione maschile e femminile non sia, a sua volta, naturale. Se, infatti, per proteggere gli omosessuali dal bullismo si ritiene necessario asserire che la condizione omosessuale sia naturale, inevitabilmente bisognerà contestualmente affermare che la condizione maschile e femminile non è naturale.
È rigorosamente logico, infatti, che, se manteniamo la dottrina tradizionale, secondo la quale la condizione maschile e femminile è un fatto naturale, non si potrà affermare che la tendenza omosessuale o transgender sia, allo stsso titolo, naturale. O la corrispondenza tra psichico e biologico è naturale, e allora la non corrispondenza non lo è, o la non corrispondenza tra psichico e biologico è naturale, e allora la corrispondenza non lo è. “Tertium non datur”.
Ma se si accetta il concetto – risultato, come si è visto, di un ragionamento fallace – che considerare la condizione maschile e femminile come naturale porta necessariamente al bullismo verso gli omosessuali, allora non si potrà limitarsi a combattere il bullismo, ma si dovrà ostracizzare senza alcuna restrizione ogni espressione della convinzione che la condizione maschile e femminile sia naturale – convinzione bollata con l’epiteto sprezzante “sessimo”.
E, infatti, proprio questo sta avvenendo: tutto ciò che caratterizza l’essere diverso dell’uomo e della donna – e non soltanto le manifestazioni storiche legate a situazioni sociali e culturali particolari, ma gli stessi caratteri incomunicabili dei due sessi, come la maternità o il diverso vigore fisico – è bollato con la qualifica di “stereotopo e pregiudizio” che deve essere “decostruito”. Il “sessimo” in quanto tale non è altro che uno stereotipo e un pregiudizio da condannare come causa di bullismo e di discriminazione – fino al punto che, come si è visto, viene considerato inacettabile affermare che “i bambini sono maschi e le bambine sono femmine”!
Questa negazione della naturalità della condizione maschile e femminile è giunta al punto che la situazione si è rovesciata: ora non si dovrebbe più parlare di “omofobia”, ma piuttosto di “androfobia” e “ginecofobia”! Ma, mentre il concetto di omofobia, come si è visto, potrebbe – e dovrebbe! – restringersi agli episodi di bullismo verso gli omosessuali, al contrario l’androfobia e la ginecofobia necessariamente devono estendersi alla semplice convinzione della naturalità della condizione maschile e femminile. È, infatti, questa convinzione – il “sessimo” – sotto accusa, quale causa presunta degli episodi di bullismo.
Ora, l’androfobia e la ginecofobia, rispecchiando in modo perfettamente corrispondente il modello offerto dal concetto artificioso di omofobia, necessariamente devono portare ad episodi di bullismo contro chi afferma la naturalità della condizione maschile e femminile. Il Bus della libertà, infatti, come si è accennato, è stato accolto con episodi di intolleranza e di violenza da parte di gruppi contrari, tanto che in certi casi sono dovute intervenire le forze dell’ordine, mentre sono all’ordine del giorno episodi di “cyberbullismo” nei confronti dei sostenitori del “sessimo”, con insulti e minacce della più grande violenza e volgarità.
Fin qui siamo nell’ambito del bullismo privato. Ma cosa avviene quando il bullismo diviene pubblico? Il passaggio dal privato al pubblico, in questo caso, assume i caratteri di un salto di qualità: è come l’ascesa ad una diversa dimensione. Possiamo fare l’analogia con il passaggio dalla geometria piana alla geometria solida: tra le due non vi è commensurabilità, ma vi è lo stesso rapporto che sussiste tra il finito e l’infinito.
La stessa incommensurabilità vi è tra bullismo privato e bullismo statale. La persecuzione dei cristiani nell’antica Roma non era un fatto privato di cittadini o funzionari che punivano i singoli episodi di credenti che venivano meno a qualche dovere verso l’impero. Agli occhi del governo romano la stessa dottrina espressa nelle parole: “Date Cesare ciò che è di Cesare e date a Dio ciò che è di Dio” era causa necessaria e sufficiente di azioni contrarie al bene dello stato. Dunque era necessaria una legge che mettesse al bando la dottrina stessa e chiunque la professava. Alla persecuzione del singolo si sostituiva la persecuzione universale. È questo il salto di qualità dal finito all’infinito: al presunto danno alla stato, ascrivibile non a singoli, ma all’universalità di quanti professano la dottrina cristiana, si reagisce con l’universale persecuzione dei credenti.
Abbiamo ora un comportamente esattamente analogo: l’androfobia e la ginecofobia divengono norme pubbliche, sostenute con tutta l’autorità, non impugnabile, dello stato e delle sue istituzioni: ecco il bullismo statale, e il salto di qualità dal finito all’infinito, dal particolare all’universale.
Osserviamo come la situazione, in tal modo, si rovescia. Mentre tradizionalmente vi era la tendenza a suggerire – generalmente non ad imporre – il tentativo di riconversione dall’omosessualità alla tendenza sessuale “naturale”, ora non solo questa riconversione si proibisce, ma si vuole rendere prassi abituale l’intervento medico-farmaceutico per bloccare il normale sviluppo ormonale degli adolescenti o preadolescenti per prepararli ad un probabile cambiamento di sesso.
Gli psicologi italiani hanno scritto che non è lecito intervenire per correggere l’omosessualità perché l’omosessualità non è una malattia, e dove non c’è malattia non si interviene. Ma, dunque, perché, invece, nel caso del normale sviluppo ormonale si interviene? Evidentemente perché il normale sviluippo ormonale, almeno in determinati casi, è equiparato ad una malattia. Se ciò è possibile, almeno in certi casi, questo vuol dire che, in se stessa, la condizione biologica maschile e femminile non è considerata natuarale, e quindi lo stato può intervenire a mutarla.
Abbiamo avuto casi in cui le autorità comunali hanno proibito la celebrazione della festa della amma e del papà, perché vi sono coppie omosessuali che non si riconoscono nelle qualifiche “sessiste” di padre e di madre. Dunque di nuovo: la condizione maschile e femminile da una pubblica autorità non è considerata naturale, e perciò non può essere né riconosciuta, né celebrata, né tutelata. E i casi analighi si potrebbero moltiplicare.
Nel Regno Unito il bullismo di stato procede molto rapidamente. «C’è la proposta di “cambiare sesso” senza neanche un consulto medico, e, mentre i trasporti londinesi proibiscono l’uso di “Lady” e “Gentleman”, le università vogliono punire gli studenti che usano ancora “he” o “she” invece di “ze”. Le associazioni LGBT propagandano in proposito una “accettazione senza eccezioni”. Chi dissente si trova i bambini minacciati, la porta di casa imbrattata e nome e indirizzo pubblicato su “liste di proscrizione”. Molti sono stati costretti a dimettersi o hanno perso il lavoro. I piccoli esercenti devono adeguarsi alla mentalità omosessuale – ad esempio i dolciari non possono rifiutarsi di preparare una torta per un matrimonio omosessuale – senza rispetto per le loro convinzioni pregresse: altrimenti scatta la denuncia. E chi non sfoggia la coccarda arcobaleno è meglio non si faccia vedere in giro fino a quando non avrà cambiato idea.
«Anche la “sex education” per i giovanissimi (da tre anni in su…) è cambiata, ed inneggia alla fluidità di genere. Ai genitori è proibito cercare di sottrarre il figlio a questa “educazione”, e così i bimbi apprendono tutto sulle posizioni per il coito, la pornografia come mezzo di soddisfazione personale e la masturbazione. Le preoccupazioni per la promiscuità e le malattie della sfera sessuale sono derise come fuori moda.
«Come dice un ufficiale governativo, non è più il momento per le scuole cattoliche di essere omofobiche ed opporsi al matrimonio omosessuale. Sono diventati “valori britannici fondamentali”: chi li osteggia rischia la chiusura.
«Mentre si discuteva la legge, molto è stato detto su supposte esenzioni che avrebbero permesso ai credenti di esercitare le loro convinzioni. Quattro anni dopo, coloro che avevano fatto promesse in questo senso sono gli stessi che cercano senza sosta di eliminarle. Il “ministro per l’eguaglianza” ha detto che le chiese devono adeguarsi alle moderne attitudini; lo speaker della House of Commons, che dovrebbe essere una figura politicamente neutrale, ha affermato che “avremo il vero matrimonio egalitario quando ti potrai dannatamente sposare in una chiesa se vuoi farlo senza dovere combattere la chiesa per l’eguaglianza che dovrebbe essere un tuo diritto.”
«Persino coloro che hanno votato per le leggi pro-omosessuali ma continuano a dichiararsi cristiani, come Tim Farron, sono stati costretti a dimettersi. “E’ impossibile”, ha affermato questi “per un credente cristiano avere una posizione prominente nella politica britannica”. Come del resto anche per una coppia cristiana adottare bambini. Il celebrare l’eguaglianza degli orientamenti sessuali ha la meglio su qualunque altra cosa.
«Come ha detto Ben Harris-Quinney, “il matrimonio omosessuale è stato propagandato nel Regno Unito come portatore di uguaglianza e tolleranza. Quello che abbiamo visto è il più ineguale e intollerante risultato di ogni decisione politica nella storia recente”» (citazione tratta dal sito di Antonio Benvenuti).
Se questa è la situazione dell’Inghilterra, sulla stessa strada procedono, tra gli altri, gli Stati Uniti, il Canada, la Svezia, Malta. E non c’è da stupirsi che anche in Italia si profila ormai, lo stesso “bullismo di stato”.
Prendiamo, tra i moltissimi esempi, il PROTOCOLLO D’INTESA TRA UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE PER IL PIEMONTE E COMUNE DI TORINO PER LA DIFFUSIONE DELLA CULTURA DELL’UGUAGLIANZA, CONTRASTO AD OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE E PER LA PROMOZIONE DELLE PARI OPPORTUNITÀ, del 24 luglio 2017 – vedi: http://www.marcogiusta.it/wp-content/uploads/2017/10/Protocollo-MIUR.pdf.
Dietro un linguaggio apparentemente neutro e spesso vago e generico, appare chiaramente la volontà di eliminare ogni forma di “sessismo” dalla vita pubblica e specialmente dalla scuola.
Riportiamo alcune dichiarazioni sullo scopo del documento, il cui senso, di là da ogni possibile interpretazione minimizzante, appare ben chiaro.

«contrastare gli stereotipi fondati sulle differenze di genere, di credo politico o religioso, di età, orientamento sessuale, etnia, disabilità;
«fornire supporto alla didattica, anche tramite idonei strumenti di comunicazione, che rendano agevole l’approccio al tema dell’uguaglianza, delle pari opportunità e del contrasto alle discriminazioni;
«favorire, nel contesto della promozione della parità di genere, la partecipazione femminile alle scelte verso le professioni tecnico-scientifiche;
«promuovere, sempre nel suddetto contesto, la partecipazione maschile nelle scelte verso le professioni in ambito sociale, educativo e nei servizi alla persona».

Fermiamoci, ora, su questi testi. Quali siano «gli stereotipi fondati sulle differenze di genere» che bisognerebbe contrastare non viene qui specificato. In teoria potrebbero essere, ad esempio, semplicemente le disparità di trattamento economico tra uomini e donne, o altre palesi ingiuste discriminazioni. Ma quello che segue mostra che si tratta di ben altro.
Si vuole esplicitamente favorire «la partecipazione femminile alle scelte verso le professioni tecnico-scientifiche», per promuovere la «parità di genere». Nello stesso tempo, quasi a compensare una “mascolinizzazione” delle donne con una “femminizzazione” degli uomini, si promuove «la partecipazione maschile nelle scelte verso le professioni in ambito sociale, educativo e nei servizi alla persona». Come a dire che, se uno stereotipo sessista aveva riservato agli uomini la scienza e la tecnica e alle donne l’educazione e la cura personale, ora basta: scienza, tecnica e cura personale devono essere esercitate indifferentemente da uomini e donne.
Ma è molto strano che in questa pretesa pari ridistribuzione dei ruoli tradizionali non si faccia parola di ciò che in modo massicciamente determinante costituisce il proprio della donna: la maternità. Questo “stereotipo” sembra così odioso e discriminante che è una vergogna soltanto parlarne! Il risultato è che, di fatto, l’unico ruolo che viene presentato come dignitoso e socialmente accettabile è quello sentito come “maschile”, al quale tutti sono invitati a conformarsi – dopo, però, avergli tolto ogni ogni riferimento ad una supposta “natura” proporia dell’uomo. Abbiamo, dunque, una sfacciata “ginecofobia”, accompagnata da una un po’ meno marcata, ma reale, “androfobia”, imposte con programmi di “rieducazione” per docenti e discenti organizzati dalla pubblica autorità.
Questo vero “bullismo di stato”, che ovviamente non intende escludere nessuno, dato il suo carattere di “universalità”, viene comfermato dal testo che immediatamente segue:

« promuovere progetti educativi finalizzati al superamento di stereotipi di genere, dei comportamenti sessisti e le loro derive violente e abusanti, nonché alla promozione di comportamenti di reciproco rispetto valorizzando le differenze»,

e poco dopo:

«favorire percorsi didattici nel rispetto delle differenze che contrastino il sessismo linguistico».

L’accenno alle «derive violente e abusanti» e ai «comportamenti di reciproco rispetto valorizzando le differenze» non fa che ribadire da una parte la fallacia inizale, cioè il concetto, del tutto arbitrario, che dall’accettazione della “naturalità” delle differenze tra uomo e donna scaturirebbero comportamenti violenti, e dall’altra l’idea sottintesa che, mentre le differenze “sessiste” sarebbero “stereotipi” da decostruire, le differenze di “orientamento sessuale”, quali l’omosessualità e la trasessualità, sarebbero invece perfettamente naturali e perciò intangibili.
Su questo sfondo, appare del tutto chiaro che ciò che si vuole colpire, con tutta la potenza dell’apparato pubblico, sono i “comportamenti sessisti”, e cioè ogni comportamento che presuppone la naturale differenza tra l’uomo e la donna, e questo fino alla “soluzione finale”, cioè fino all’eliminazione dei caratteri di differenza sessuale nelle stesse espressioni linguistiche.
Se mai ci fosse qualche dubbio sulle finalità del documento, per dissiparlo basterà vedere con quali enti il Comune di Torino intende collaborare per la sua attuazione:

Il Comune «si impegna inoltre a :
«coinvolgere la società civile, il mondo dell’associazionismo e le istituzioni presenti sul proprio territorio ed in particolare le reti tra cui il Coordinamento Contro la Violenza alle Donne (CCVD) e il Coordinamento Torino Pride, che già collaborano con la Città sulle tematiche inerenti il Protocollo di intesa».

E naturalmente le associazioni LGBT si stanno preparando a partecipare attivamente al progetto, e per questo organizzano corsi per formare volontari, che possano operare nelle scuole per combattere l’omofobia – vedi: http://www.torinoggi.it/2017/10/14/leggi-notizia/argomenti/attualita-8/articolo/ripartono-i-progetti-di-formazione-lgbt-per-le-scuole-torinesi.html.
«Lo scopo» dice il comunicato «è quello di rendere le persone in grado di operare nelle scuole, o laddove ci sia bisogno o richiesta di intervento, in merito alle tematiche Lgbt. Storia dell’omosessualità, dell’associazionismo, dei diritti (…) I percorsi di approfondimento riguarderanno l’educazione di genere, la questione del linguaggio, in modo da contrastare quello discriminatorio, oltre agli ambiti più vicini al mondo Queer e dell’intersessualità. Uno dei percorsi formativi più importanti, spiegano da ArciGay, è quello di assistenza e sportello, per intervenire sulle situazioni di bullismo, cyberbullismo, e tutte le altre violenze che vengono perpetrate sotto la spinta dell’omofobia (…) “Combattere i pregiudizi significa scendere in campo quotidianamente, soprattutto negli spazi e nei luoghi in cui le ragazze e i ragazzi trascorrono maggiormente il loro tempo – dice Francesca Puopolo, presidente di Arcigay Torino – La scuola è certamente luogo e spazio di crescita ed apprendimento, ma spesso risulta ‘bacino di coltura’ per il virus del pregiudizio: il fenomeno del bullismo contro le persone omosessuali, bisessuali e transgender, e in generale contro chi viene riconosciuto dalla massa come alterità rispetto ai modelli stereotipati, è purtroppo diffuso e genera conseguenze ancora oggi terribili”».
Se partiamo dal fatto, di mastodontica evidenza, che il vero bullismo è quello che si sta esercitando contro l’uomo, e soprattutto contro la donna, nel loro essere reale naturale – bullismo necessariamente derivante dalla “ginecofobia” e “androfobia” dilaganti – e che non si tratta soltanto di un bullismo privato, particolare, bensì di un bullismo di stato, universale, al quale le “povere vittime” dell’associazionismo LGBT partecipano attivamente, con tanto di finanziamenti pubblici, una conclusione si impone: dobbiamo necessariamente prendere a modello proprio la strategia delle organizzazioni LGBT e promuovere corsi di formazione che rispecchino esattamente i loro. Basta prendere il comunicato ora citato e sostituire alle parole: “Lgbt, omosessualità, educazione di genere, mondo Queer, intersessualità, omofobia, persone omosessuali, bisessuali e transgender, modelli stereotipati” con le parole: “naturali, sessualità naturale, educazione secondo i pricipi di una sana sessualità e moralità, il mondo dell’amore tra l’uomo e la donna e della procreazione ed educazione dei figli, ginecofobia e androfobia, persone che vivono serenamente la naturale conformità tra psichico e biologico, modelli artificiali imposti dalla cultura di massa e dal bullismo privato e di stato”, per avere già pronto un programma didattico per la formazione di volontari nel mondo della scuola e della cultura – e non soltanto per la città di Torino.
Non è ormai ora di deninciare attivamente la ginecofobia e l’androfobia dilaganti e il sempre più invadente bullismo privato e di stato che da esse necessariamente deriva?

di Don Massimo Lapponi