Chi è veramente discriminato? Precisazioni concettuali in vista di un convegno di studi giuridici

Il concetto di “discriminazione” può avere due sensi.
In un primo senso esso indica il giudizio realistico di chi sa distinguere le situazioni obiettivamente diverse e, in conseguenza, è in grado di fare le scelte dovute in vista di legittimi scopi da conseguire. Se, ad esempio, l’autorità scolastica vuole organizzare corsi di lingua inglese, non sceglierà i docenti “indiscriminatamente”, ma dovrà doverosamente “discernere”, tra i candidati, i più preparati e didatticamente più capaci. Se un docente meno dotato si lamentasse per non essere stato scelto e accusasse l’autorità scolastica di “discriminazione”, giustamente gli si risponderebbe che, nella circostanza considerata, questa “discriminazione” è stata perfettamente legittima, e anzi doverosa.
In un secondo senso “discriminazione” indica, invece, l’esclusione illegittima di una persona o di una categoria di persone dal riconoscimento dei diritti che gli sarebbero dovuti. Così, ad esempio, sarebbe illegittimamente discriminato un cittadino di colore che, per il solo fatto di essere di colore, fosse escluso dal diritto di voto. Detto diritto dovrebbe essere riconosciuto ad ogni cittadino che abbia raggiunto la maggiore età e che non abbia contratto meritate restrizioni per condanne penali, mentre il colore della pelle non costituisce in alcun modo motivo di legitima esclusione, e saremmo, perciò, in tal caso, in presenza di una ingiusta “discriminazione”.
Le attuali autorità giuridiche e politiche, partendo dal principio che le coppie omosessuali non devono essere “discriminate” rispetto alle coppie eterosessuali, attribuiscono ad esse ruoli “genitoriali” identici a quelli delle coppie eterosessuali e, in conseguenza, conferiscono loro il diritto di allevare minori quali loro legittimi “figli”. Le convivenze così stabilite agli occhi dell’autorità giuridica e politica risultano essere «vere e proprie famiglie» e costituire «rapporti di filiazione in piena regola che come tali vanno pienamente tutelati». Dunque i due membri delle coppie omosessuali che hanno ottenuto detti riconoscimenti saranno “genitori” allo stesso titolo dei genitori eterosessuali che hanno generato i propri figli, come i minori affidati alle coppie omosessuali sranno “figli” allo stesso titolo dei figli generati biologicamente dalle coppie eterosessuali. Per ottenere questo risultato, i concetti di “genitori” e di “figli” sono stati interpretati come concetti univoci che, senza distinzione, devono adattarsi alle diverse situazioni. Tutto ciò che distingue una situazione dall’altra non è considerato elemento formale dei concetti di genitori e di figli, perciò non viene né riconosciuto come reale, né giuridicamente tutelato.
Ma in questa operazione giuridico-politica le autorità interessate hanno agito sulla base di una plateale fallacia linguistico-concettuale.
Il concetto di “discriminazione” secondo il quale le coppie omosessuali erano escluse dal ruolo genitoriale non aveva il senso di “discriminazione illegittima”, quale è stato in precedenza descritto nel secondo esempio sopra riportato. Aveva, al contrario, il senso di “discriminazione legittima”, come illustrato dal primo esempio, in quanto le autorità preposte avrebbero dovuto “discernere” i diversi casi e non attribuire “indiscriminatamente” i ruoli di “genitori” e di “figli” a chi non aveva i titoli per esercitare il ruolo genitoriale o a chi avrebbe potuto essere seriamente danneggiato dall’attribuzione formale e forzosa del ruolo filiale.
Da questa prima fallacia linguistico-concettuale ne è derivata un’altra: quella di ridefinire surrettiziamente i concetti di “genitore” e di “figlio”, sostituendo al loro legittimo significato un senso artificialmente ristretto, dal quale sono stati forzosamente esclusi quei caratteri naturali di generazione biologica nell’ambito matrimoniale tra l’uomo e la donna che ai concetti stessi avevano dato origine. I concetti così surrettiziamente alterati, e ridotti alla mera attribuzione formale dei ruoli da parte dell’autorità giuridica e politica, venivano poi univocamente estesi a tutte le diverse situazioni, escludendo da essi ogni elemento che non potesse avere un’univoca applicazione universale. La necessaria conseguenza è che i fatti naturali costituiti dalla generazione biologica nell’ambito del matrimonio tra l’uomo e la donna e tutte le loro implicazioni psichice, umane e spirituali paradossalmente sono stati surrettiziamente esclusi dai concetti di “genitore” e di “figlio”. Essendo dette realtà escluse dai concetti così tacitamente ridefiniti, esse non godono più di alcuna tutela giuridica o legislativa, né se ne tollera il richiamo in causa.
Quale la conseguenza di queste fallacie surrettiziamente operanti nelle decisioni delle autorità giuridiche e politiche? Che, mentre la pretesa “discriminazione” ai danni delle coppie omosessuali risulta di fatto non essere altro che un mero “discernimento” dovuto, al contrario, nei confronti delle famiglie fondate sull’unione dell’uomo e della donna e dei ruoli genitoriali e filiali naturali – che costituiscono la condizione di gran lunga maggioritaria in tutto il genere umano – si sta operando una scandalosa e realmente illegittima “discriminazione”.
Consideriamo:
1. Nel caso dell’utero in affitto il ruolo materno naturale non può essere invocato per delegittimare detta pratica, in quanto esso non rientra più nel concetto surrettiziamente ridefinito di “genitore”. In base a questa nuova situazione il senatore Lo Giudice ha potuto affermare che “la madre” non è che “un concetto atropologico”! Un “concetto antropologico”, cioè una convenzione artificiosamente creata da dinamiche socio-culturali, non merita alcun riconoscimento giuridico, né perciò alcuna tutela da parte della legge.
2. Per il bambino che viene affidato ad una coppia omosessuale non si può far valere il fatto scandaloso che egli non ha la possibilità di scegliere, che potrebbe rivendicare il legame viscerale con la sua genitrice e non accettare di essere in una situazione innaturale, né che potrebbe essere da essa gravemente danneggiato. Infatti per la legge vale ora soltanto il concetto ridefinito di figlio come mera attribuzione giuridicamente sancita, mentre tutte le realtà costituite dalla generazione naturale e dalle sue immense conseguenze bio-psichice e spirituali sono state da esso radicalmente escluse. Dunque il diritto del bambino ad una scelta, per il fatto che non c’è alcuna scelta in un concetto univoco, semplicemente non esiste. Né può esistere la considerazione dei danni che la scienza potrebbe riscontrare in minori cresciuti con due “genitori” omosessuali. Infatti, per la legge, data la rigorosa univocità dei concetti, non esistono situazioni distinte, né perciò si potrebbero legittimamente addurre differenze di valutazione.
3. Una donna, in un contenzioso per l’attribuzione dei figli, non potrebbe legittimamente far valere il fatto della generazione biologica, in quanto esso è stato escluso dal concetto ridefinito di “genitore” e di “figlio”. In questa situazione il giudizio di Salomone non avrebbe più alcun riconoscimento da parte dei notri giuristi!
4. Una scuola comunale può, e forse deve, proibire la celebrazione della festa del papà e della mamma, perché essa “discriminerebbe” le coppie omosessuali e i loro “figli”. Il fatto della generazione biologica non può essere legittimamente celebrato, perché esso non è né riconosciuto, né tutelato, né perciò tollerato.
Da questi esempi – ma certamente il futuro ce ne riserva altri ancora più scandalosi – risulta con piena evidenza che, volendo far passare, con una fallacia linguistico-concettuale, per “discriminazione illegittima” la “discriminazione legittima e dovuta” delle coppie omosessuali rispetto a quelle naturali, si è giunti, paradossalmente, ad operare una gravissima e plurima “discriminazione illegittima” ai danni delle famiglie naturali e dei relativi ruoli naturali di “genitori” e “figli”. Mentre, infatti, i diritti forzosi delle coppie omosessuali e dei minori loro affidati di essere considerati “genitori” e “figli” a tutti gli effetti hanno ottenuto un riconoscimento e una tutela universale, al contrario, come risulta dagli esempi sopra riportati, i diritti reali delle famiglie naturali e dei relativi ruoli non vengono né riconosciuti, né tutelati, né tollerati.
E si badi che l’autorità giudiziaria e politica, così operando, non sta semplicemente prendendo atto di quali diritti sono tutelati e quali no, ma surrettiziamente, tramite una fallacia linguistico-concettuale di un’ovvietà elementare, sta cancellando diritti che sono sempre esistiti, a cominciare dal già richiamato giudizio di Salomone.
Da quanto osservato, possiamo dedurre che, mentre il concetto di “omofobia” può avere una legittima applicazione limitatamente ai casi di bullismo nei confronti degli omosessuali, al contrario, i concetti di “androfobia” e di “ginecofobia” possono avere una assai più ampia applicazione, estendendosi alla negazione della realtà della condizione bio-psichica maschile e femminile e delle sue immense conseguenze nei ruoli genitoriali e filiali come fatti naturali riconosciuti e salvaguardati. Che dette condiizoni e relative implicazioni non vengano considerate fatti naturali ma “conceti antropologici” da “decostruire”, appare evidente sia dalla loro esclusione dal riconoscimento e dalla relativa tutela giuridica, sia dalla circostanza che, mentre in molte nazioni si proibisce di intervenire per correggere l’orientamento omosessuale, nelle stesse si permette, o anche si promuove, ignorando l’allarme delle stesse autorità scientifiche, l’intervento invasivo medico-farmaceutico per deviare e correggere il normale sviluppo dei sessi naturali.
Sulla base di questi chiarimenti si invitano gli interessati ad organizzare un convegno di carattere giuridico e a dare ad esso la massima visibilità al fine di denunciare le scandalose discriminazioni illegittime reali – e non quelle immaginarie – e le presupposte “androfobia” e “ginecofobia” operanti nell’odierno contesto giuridico-legislativo e di richiamare i responsabili ad un sostanziale ripensamento delle tendenze attualmente in atto.

di Don Massimo Lapponi

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