Conseguenze necessarie e inevitabili dell’ideologia del “genere”

(inedito)

«Che cosa dice la teoria del genere? Questa ideologia pretende che il sesso biologico vada dissociato dalla sua dimensione culturale, ossia dall’identità di genere, che si declina al maschile o al femminile e persino in un genere neutro nel quale si fa rientrare ogni sorta di orientamento sessuale, al fine di meglio affermare l’uguaglianza tra gli uomini e le donne e di promuovere le diverse “identità” sessuali. Dunque il genere maschile o femminile non si iscriverebbe più nella continuità del sesso biologico poiché essa non gli è intrinseca, ma sarebbe semplicemente la conseguenza di una costruzione culturale e sociale.

«In nome della bisessualità psichica, si sostiene che l’uomo e la donna hanno ciascuno una parte maschile e una femminile: il sesso biologico dunque non obbliga, né quanto allo sviluppo psicologico né per l’organizzazione della vita sociale. Al sesso maschile e a quello femminile si privilegia l’asessualità o l’unisessualità. Così un politico donna, allieva di Simone de Beauvoir, afferma che “i mestieri non hanno sesso”, mentre altri, favorevoli all’organizzazione sociale degli orientamenti sessuali, sostengono che “l’amore” non dipende dall’attrazione tra l’uomo e la donna poiché esistono altre forme di attrazioni sentimentali e sessuali» (Tony Anatrella).

1. Se il “genere” non si iscrive nella continuità del sesso biologico perché essa non gli è intrinseca ma è semplicemente la conseguenza di un a costruzione culturale e sociale, dunque perché il genere dovrebbe avere i caratteri della “bisessualità psichica”? Se non deriva dal sesso biologico ma dalla cultura e dalla società il “genere” dovrebbe assumere infinite forme e non due, né tanto meno dovrebbe assumere proprio quelle due forme che rispondono ai generi legati al sesso biologico.
2. Dire dunque che l’uomo e la donna hanno ciascuno una parte maschile e una femminile significa reintrodurre il genere legato al sesso biologico dopo averlo escluso: infatti sarebbero presenti in modo non determinante – perché non legato al sesso biologico – nell’uomo e nella donna una “parte maschile” e una “parte femminile”, che sono l’una e l’altra determinate dal sesso biologico, se le due espressioni significano qualche cosa. Dunque il sesso biologico, come determinante di un’identità, uscito dalla porta rientra dalla finestra.
3. E’ coerente con l’ideologia del “genere” soltanto il “genere neutro nel quale si fa rientrare ogni sorta di orientamento sessuale”. Non è dunque legittimo affermare che vi sia in ciascuno una “parte maschile” e una “parte femminile”. E’ lecito soltanto parlare di “sessualità indefinita”, aperta a ogni possibile espressione. Detta sessualità indefinita, essendo puramente soggettiva, da una parte può essere creativa dei più diversi orientamente, dall’altra non deve imprimere caratteri determinanti all’organizzazione sociale. Quindi non solo “i mestieri non hanno sesso”, ma nessun aspetto dell’organizzazione sociale ha sesso.
4. Se «”l’amore” non dipende dall’attrazione tra l’uomo e la donna poiché esistono altre forme di attrazioni sentimentali e sessuali», la cultura e l’organizzazione sociale dovranno lasciare spazio a tutte le possibili forme di attrazione sessuale, ma queste non dovranno determinare i ruoli se non in modo negativo, cioè esigendo l’eliminazione di ogni ostacolo sociale all’espressione dell’attrazione sessuale di ciascuno. Pretendere di riorganizzare i ruoli in base a forme di “amore” indefinite e aperte ad ogni possibilità è ovviamente contraddittorio.
5. In particolare, se si è deciso che il sesso biologico va dissociato dai ruoli sociali dei generi – i quali sarebbero «semplicemente la conseguenza di una costruzione culturale e sociale» – i concetti di origine indiscutibilmente biologica di “marito”, “moglie, “genitore”, “padre”, “madre”, “figlio”, “figlia” non devono più essere usati per determinare i ruoli sociali. Infatti, se la convivenza tra adulti e tra adulti e minori deve essere aperta ad ogni genere di convivenza, per eliminare ogni discriminazione non bisogna né privilegiare le convivenze che costituiscono ancora una sopravvivenza della “famiglia tradizionale”, in cui vigevano quei termini concettuali e quei rapporti umani e giuridici di origine biologica, né tanto meno estendere quella terminologia concettuale e quei rapporti giuridici ad altre forme di convivenza che non hanno la stessa base biologica, e in cui si avrebbero perciò un “padre” o una “madre di serie b”.
6. L’unica organizzazione dei ruoli sociali coerente con l’ideologia del “genere” è quella che incomincia ad essere introdotta in Francia – anche se ancora non ha raggiunto la sua piena realizzazione. In essa gli adulti conviventi – che per coerenza non necessariamente dovrebbero essere due – vengono chiamati con il termine “responsabile”, in riferimento alla cura dei minori che sono a loro carico. Questi ultimi logicamente non potranno essere chiamati “figli”, termine che indiscutibilmente fa riferimento a un dato biologico: altrimenti, come già si è detto, si introdurrebbe una discriminazione tra i minori che sono figli biologici e quelli che, non essendo figli biologici, sarebbe necessariamente “figli di serie b”. Dunque per coerenza bisognerebbe chiamarli “minori a carico”.
7. Escluso il rapporto biologico, quale determinante dei ruoli riconosciuti nelle convivenze tra adulti e minori, viene automaticamente escluso quel diritto all’educazione e alle relative scelte che il tradizionale rapporto fondato sul pregiudizio biologioco assegnava ai responsabili adulti – allora detti “genitori”. Ogni scelta educativa spetta esclusivamente ai legittimi rappresentanti dell’organizzazione sociale e culturale, cioè agli organi dello stato.

Sono queste le conseguenze logiche e inevitabili dell’ideologia del “genere”.

di Don Massimo Lapponi

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