Considerazioni attuali in margine alla rilettura di Bourdaloue e di Gerdil

Ogni epoca ha il suo linguaggio, la sua mentalità, la sua sensibilità. Certamente quando frequentiamo autori di epoche a noi più vicine li sentiamo come parte del nostro mondo, mentre quando ci volgiamo verso autori di epoche più remote, almeno come prima impressione, proviamo un certo senso di estraneità. Ma ogni epoca ha anche i suoi limiti, e non di rado accade che dimensioni del pensiero o del sentimento che sono state smarrite per cambiamenti di mode o di costumi non meritassero affatto di essere dimenticate, tanto che, anche dopo decenni o addirittura secoli, possono essere riscoperte. Il cambiamento non necessariamente è un arricchimento. A volte, al contrario, è una perdita di cui a lungo andare si soffre come di qualcosa che ci è stata indebitamente sottratta.
Così nella riflessione sulle ragioni della nostra fede indubbiamente sentiamo come “nostro”, cioè vicino alla nostra sensibilità moderna, lo splendido sermone di Newman “Grounds for Steadfastness in our Religious Profession” – http://www.newmanreader.org/works/subjects/sermon23.html -. E tuttavia non fa male rivolgersi un po’ indietro e riconsiderare il modo più antico di affrontare gli argomenti religiosi, quale era, ad esempio, quello dell’eloquenza classica del “grand siècle”. Rileggiamo, dunque, una pagina del gesuita, un tempo celebre, Louis Bourdaloue (1632-1704):
«Ecco qualche cosa di ancor più sorprendente. Ed è che spesso il libertino vuole dubitare della provvidenza per quelle medesime ragioni che provano invincibilmente le provvidenza e che da sole dovrebbero bastare a persuadernelo. Poiché su che cosa egli fonda i suoi dubbi intorno alla provvidenza di un Dio? Sul fatto che egli vede il mondo pieno di disordini. E proprio da questo, osserva il Crisostomo, egli deve concludere necessariamente che vi è una provvidenza. Infatti, perché questi disordini di cui è pieno il mondo sono disordini e perché essi appaiono come disordini, se non perché sono contro l’ordine e ripugnano all’ordine? Ora, che cos’è quest’ordine a cui ripugnano se non la provvidenza? Egli si fa, dunque, una difficoltà proprio da ciò che scioglie la difficoltà e diviene infedele per quello che dovrebbe confermare la sua fede. Ma – egli dice – se ci fosse una provvidenza, avverrebbero tante cose nella società umana delle quali gli uomini stessi si scandalizzano? Ma – io rispondo – ciò di cui gli uomini stessi si scandalizzano non è una prova autentica della provvidenza, la quale non permette che queste cose si approvino, e perciò vuole che fra gli uomini esse si stimino e si siano sempre stimate come scandalose? Se gli uomini non si scandalizzassero più di niente, allora si potrebbe forse dubitare se c’è una provvidenza, e l’empio forse potrebbe dire nel suo cuore: non c’è un Dio. Ma finché noi ci scandalizziamo dell’insolenza del vizio, finché il libertinaggio è condannato dalla censura stessa del mondo, finché l’empietà è in abominio, finché l’odio pubblico si accende contro l’iniquità, la provvidenza è al sicuro: nulla di tutto ciò prevale contro di essa. Sempre, dunque, ci scandalizzeremo di tutto ciò, perché sempre ci sarà un Dio e una provvidenza. Sì, si commetteranno al mondo peccati infami, perfidie detestabili e vili tradimenti. Ma questi peccati non saranno ignominiosi se non perché c’è una provvidenza, la quale stampa sulla loro fronte, e ce lo rende manifesto, un carattere di ignominia. Queste perfidie non si detesteranno come perfidie, se non perché c’è una provvidenza la quale rende amabile la sincerità. Questi tradimenti non si reputeranno vili, se non perché c’è una provvidenza la quale mette in credito l’onore e la probità. Si faranno azioni di cui arrossiremo, che ci verranno rinfacciate, che rinnegheremo. Ma questo rinnegare, questi rimorsi, questo arrossire per quelle medesime azioni, saranno altrettanti argomenti a favore della provvidenza. Al contrario, quale vantaggio contro di essa non ritrarrebbe l’empio se cessassimo di rinnegarle, di nasconderle, di arrossirne? Ecco, dunque, il disordine di colui che per spirito di incredulità rinnega la provvidenza».
Si fondava proprio su questa pagina il barnabita savoiardo, poi cardinale, Giacinto Sigismondo Gerdil (1718-1802), formatosi a Bologna e vissuto sempre in Italia, – uno dei maggiori filosofi del Settecento, ingiustamente dimenticato – quando scriveva:
«Se vi fosse un Dio, dice l’ateo, ei non permetterebbe che vi fossero sventurati, e specialmente che l’innocente fosse oppresso sotto la potenza di un fortunato uomo colpevole. Dunque l’ateo riconosce, che alla natura di un Essere intelligente conviene far del bene, di impedire il male, di regolare la sua volontà sull’ordine, cui la giustizia, e l’equità prescrivono; e che non si può violar quest’ordine senza degradarsi, senza mancar di perfezione convenevole alla sua natura. Di fatti tutto ciò che questa obiezione presenta di specioso, è fondato su questo principio: che la giustizia, e la bontà debbon accompagnare un Essere intelligente: che però v’è un ordine morale di giustizia, e di virtù; che quest’ordine è immutabile e necessario; che è indipendente da pregiudizi, e per conseguenza fondato sul vero»
Ma quanti ammettono nel mondo e nell’uomo soltanto materia sono costretti a respingere ogni ordine morale fondato su un ordine intelligibile obiettivo e a concludere: “utilitas iusti prope mater, et aequi”.
«Dunque se v’ha ordine di moralità fondato sul vero, se quest’ordine è legge delle intelligenze, se in esse v’ha la sorgente di una perfezione reale, convenevole a lor natura; bisogna convenire che la natura dell’intelligenza, essendo suscettibile di una perfezione, o di un attributo, che non è affatto compreso nella classe delle affezioni fisiche della materia; è tanto indipendente dalla materia, quanto l’ordine della moralità è indipendente dalle qualità, e dalle combinazioni fisiche degli elementi».
Quest’ordine di moralità ci porta anche a riconoscere l’autorità di un legislatore supremo infinitamente giusto, infinitamente saggio, infinitamente potente, dal quale dipenda insieme al precetto anche la sanzione.
Inoltre – prosegue il Gerdil – se si vuole che confessiamo che non siamo in grado di spiegare perché Dio permetta il male, siamo ben disposti a farlo. Infatti non c’è niente di più ragionevole di ammettere che un’intelligenza finita non possa comprendere tutte le opere e le ragioni di un’intelligenza infinita.
«Questa è una verità costante, ed alla portata di tutti gli spiriti: poter cioè accadere, che taluni avvenimenti ci sembrassero contrari all’ordine della saggezza, e della giustizia, quando li guardiamo alla spicciolata, senza conoscere tutte le circostanze, che li accompagnano; e che noi trovassimo d’altronde questi medesimi avvenimenti conformi all’ordine, se potessimo vederli nella connessione, che hanno con ciò che li precede, e con ciò che li segue. L’istoria del genere umano offre prove convincenti di questa verità. L’incomprensibilità dunque de’ disegni di Dio può e deve tenerci nel rispetto alla vista dei disordini, di cui non conosciamo le cause nascoste; ma in niuna guisa si oppone alle prove dirette, che stabiliscono la sua provvidenza».
II
Come si è detto, ogni epoca ha la sua sensibilità. Così la nostra epoca, imbevuta di scienza fisica e di dottrine evoluzionistiche, sorride di queste argomentazioni, opponendo ad esse l’idea che la morale non sarebbe che il prodotto di un’evoluzione della specie, la quale a poco a poco impara a salvaguardare l’interesse generale della propria sopravvivenza e del proprio incremento.
Già a suo tempo la scrittrice inglese George Eliot (1819-1880) fu condotta dal positivismo evoluzionista a vedere la vita come essenzialmente tragica, poiché in essa vi è disparità tra l’interiore e l’esteriore, tra gli appassionati impulsi e bisogni dell’uomo e l’impassibile ordine delle cose che il più delle volte frustrano il volere e il desiderio umano. Il grande problema per la Eliot, e per molti suoi e nostri contemporanei, era come l’uomo può condurre una vita che abbia un senso e che sia moralmente soddisfacente in un universo che appare assurdo.
«Io ho fede» ella scrisse a Mme Bodichon «nella realizzazione di più alte possibilità di quante ne abbia presentate la Chiesa Cattolica o qualsiasi altra chiesa, e quelli che hanno la forza di aspettare e di sopportare, sono destinati a non accettare alcuna formula che la loro intera anima – il loro intelletto come anche le loro emozioni – non abbraccino con intera riverenza».
E a Clifford Allbutt scrisse: «Il principio ispirativo che solo mi dà coraggio a scrivere è quello di presentare la vita umana in modo da aiutare i miei lettori ad acquisire una concezione più chiara e una più attiva ammirazione di quegli elementi vitali che legano gli uomini insieme e danno una più alta dignità alla loro esistenza».
Queste «più alte possibilità», questa «più alta dignità» dell’esistenza umana sarebbero il frutto dell’evoluzione, che svilupperà «quegli elementi vitali che legano gli uomini insieme» per un «ideale di una bontà interamente umana», cioè non dipendente da Dio.
C’è, però, da osservare che esiste il principio del primato metafisico dell’atto, secondo il quale l’atto è, per dignità e senso se non sempre per cronologia, prima della potenza. Non è, cioè, la potenza che spiega l’atto, bensì è l’atto che spiega la potenza, né potrebbe essere altrimenti. L’evoluzione può essere necessaria per scoprire la «più alta dignità» della vita umana, ma non può crearla! Si può concepire che un’evoluzione orientata raggiunga una condizione «moralmente superiore», ma non si può concepire che un’evoluzione senza alcun orientamento raggiunga qualche cosa che non sia se stessa!
Infatti il linguaggio, così suggestivo, della Eliot è stato abbandonato dai suoi assai più prosaici discendenti, i quali parlano semplicemente dello sviluppo di comportamenti utili alla sopravvivenza del singolo, o del gruppo, o del gruppo sempre più inclusivo. Ora, un’evoluzione non orientata forse potrà suggerire che sia opportuno, se vogliamo salvaguardare una qualche sopravvivenza di un numero maggiore di esseri che secondo una scala più o meno empirica si possono considerare «migliori», adottare certi comportamenti. Ma il sentimento che di questi eventuali comportamenti ci sia un obbligo e una sanzione certamente non scaturirà dall’evoluzione! E poi, quali saranno questi comportamenti suggeriti, e non più che suggeriti? L’evoluzione indicherà volta per volta strategie diverse, secondo le circostanze e le conoscenze disponibili.
Così c’è stato un tale che, in base alle sue convinzioni e conoscenze, supponeva che, per salvaguardare e promuovere una razza più sana e superiore, bisognava sottomettere le razze inferiori e distruggere quelle dannose.
Quando poi quel tale si trovò in punto di morte, gli venne il dubbio che forse la morale non scaturisse dall’evoluzione, ma si fondasse invece su leggi spirituali stabilite da Dio, e che perciò ora avrebbe dovuto rendere conto al Creatore di qualche milioncino di vite umane eliminate senza troppi riguardi. Veramente il poveretto si sentì molto angustiato, fino alla disperazione.
Allora gli si avvicinò un altro tale che gli disse:
“Ma di che cosa hai paura? La morale nasce dall’evoluzione e indica volta per volta le strategie per salvaguardare gli organismi e i comportamenti migliori. Dio stesso ha disposto che operassero i meccanismi di selezione. Dunque tu non hai fatto altro che seguire le leggi della natura. Forse ti sarai un po’ sbagliato su qualche punto. Ma è normale che ci si sbagli sui particolari! L’importante è che la convinzione di fondo sia giusta! E vedrai che, dopo di te, la selezione eugenetica farà grandi progressi. Certe rozzezze da te impiegate, che gli ignoranti subito condannano perché sono troppo vistose, verranno eliminate e si procederà con molta più raffinatezza, in modo da non offendere la vista di nessuno. Così vedrai che una moralissima Corte Costituzionale ben presto stabilirà che è possibile selezionare all’origine gli embrioni in base al loro grado di salute. Certamente è un metodo di selezione del più adatto molto più raffinato del tuo! Infatti, gli embrioni nessuno li vede e quindi non offendono la sensibilità di nessuno! E certamente ci saranno in seguito molti passi ulteriori in questa direzione. Ma è l’evoluzione della morale che ci indica quali siano, volta per volta, i comportamenti utili alla sopravvivenza del singolo, del gruppo e infine del gruppo sempre più inclusivo – ovviamente, inclusivo soltanto della vita «migliore», cioè degna di essere vissuta. Perciò è vero che l’evoluzione ci sarà e che ci si allontanerà dai tuoi metodi un po’ rozzi, ma sarai tu ad avere il merito di aver indicato la strada!”
Quel pover’uomo però non era del tutto convinto e un certo spavento lo aveva al pensiero che tra poco forse si sarebbe presentato al Creatore.
“È vero” disse “che il nostro profeta, Nietzsche, ha detto che il pensiero della vita futura ha avvelenato l’esistenza presente, la quale, invece, deve essere vissuta in tutta la sua pienezza, senza sdoppiamenti, e che questa è la via della vera felicità. Ma è vero anche che egli, anziché essere felice, è finito in manicomio! Dunque mi chiedo se sarà poi vero che la vita «migliore», la più adatta a sopravvivere sia quella che sa imporsi con la forza e con la salute fisica. In fondo la storia dimostra che, finora, la più adatta a sopravvivere è stata la Chiesa Cattolica! E poi mi sembra che il Creatore, checché se ne dica di quanto avrebbe disposto sulla selezione naturale, abbia poi comandato: «Non uccidere!», senza eccezioni per i non adatti o per gli embrioni! In fondo il Faraone faceva un perfetto calcolo eugenetico quando voleva limitare la fecondità degli ebrei. Eppure Dio condannò l’uccisione dei figli del suo popolo e beneficò le levatrici che avevano disobbedito all’ordine del Faraone perché «temevano Dio»!
“Dunque ora mi trovo in grande angustia! È vero che nessuno ha mai dimostrato che dopo questa vita ci sia la resa dei conti, ma nessuno ha mai dimostrano il contrario!”
“Su!” gli disse l’amico sorridendo. “Che cosa vai a pensare! Chi ha mai visto la vita dell’aldilà!? E hai mai visto un morto aggirarsi per il cimitero?”
“Bel ragionamento!” rispose il pover’uomo. “Per definizione la vita dell’aldilà non si vede con gli occhi terreni! Se si vedesse, non sarebbe la vita dell’aldilà! E se, dunque, la vita dell’aldilà è, appunto, una vita dell’aldilà, sarebbe un controsenso che si manifestasse attraverso cadaveri che camminano per il cimitero!”
“Ma lascia a chi ci crede di dimostrare che c’è una vita dell’aldilà! Tocca a loro l’onere della prova! A te che cosa importa?”
“Mi importa, perché, se è vero che c’è, tra poco scenderò all’inferno per tutta l’eternità! E, se quasi tutto il genere umano ha sempre creduto che c’è una vita dell’aldilà, se geni come Platone, Dante, Galilei, Newton ci hanno creduto, non dovrei chiedermi se, per caso, non avessero ragione? Inoltre, se la morale non scaturisce dall’evoluzione, ma si fonda su leggi non scritte – come dice Antigone – stabilite dal Creatore, è ragionevole pensare che poi dovremo rendere conto di averle violate!”
“Ma che vai a pensare! La morale evolutiva! E dopo la morte non c’è niente!”
“Qualcuno lo ha mai dimostrato?”
“No! Ma perché bisognerebbe dimostrarlo?”
“Perché non voglio rischiare di ammettere per certo una cosa di cui non ho la prova, e proprio ora che mi trovo, nella più tragica incertezza, davanti a un bivio da cui non posso scappare e che deciderà della mia sorte eterna!”

di Don Massimo Lapponi

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