Considerazioni su alcuni aspetti importanti del messaggio di Fatima

(pubblicato su Il Legno Storto il 10 novembre 2011)

E’ noto che nei messaggi di Fatima del 1917 ai pastorelli Lucia, Francesco e Giacinta la Madonna, manifestando il proprio dolore per le colpe degli uomini, non nominò soltanto le offese a Dio, ma in particolare parlò di peccati contro il suo Cuore Immacolato e indicò la devozione al suo Cuore Immacolato come mezzo voluto da Dio per la salvezza dei peccatori. Questo grande rilievo dato ai peccati contro il Cuore Immacolato di Maria potrebbe a prima vista stupire. Saremmo portati a pensare, infatti, che maggiore considerazione dovrebbero avere i peccati contro Dio e contro l’uomo, sua immagine, specialmente nel nostro tempo. Le riflessioni svolte nel presente scritto vorrebbero correggere questa prima impressione, mostrando quali ampie prospettive siano adombrate dalla devozione al Cuore Immacolato di Maria.

* * *

Faccio per prima cosa la banale osservazione che nei nostri tempi, e non certamente da oggi, si diffondono sempre più i costumi licenziosi. Ciò che però è meno banale, e anche meno avvertito, è che dietro questo fenomeno visibile vi è la negazione, caldeggiata soprattutto da certe correnti femministe ma ampiamente diffusa anche tra i credenti, di una missione spirituale propria iscritta nella natura della donna che trascenda le sue funzioni sessuali e riproduttive, la quale costituirebbe anche il fondamento obiettivo della sua elevazione a una propria specifica forma di santità. La tendenza oggi diffusa – e entro giusti limiti del tutto legittima – di favorire una valorizzazione della donna nella vita sociale, di là dal suo ruolo domestico tradizionale, da alcune correnti estremiste molto influenti viene portata fino al punto di negare una natura spirituale della donna essenzialmente diversa da quella dell’uomo e di accusare quanti ancora invece la difendono come colpevoli di voler escludere la donna da ruoli economici e politici determinanti.
Per molti secoli la donna è stata universalmente sentita come creata da Dio diversa e complementare rispetto all’uomo e, alla luce della tradizione cristiana, la sua natura santificata è stata vista dal popolo e celebrata dall’arte come un mezzo privilegiato per redimere l’uomo dalla sua nativa carnalità ed elevarlo a un senso più spirituale della vita e dell’amore. Dalla figura storica di Santa Monica alla figura poetica di Elisabetta, nel Tanhäuser di Richard Wagner, una processione infinita di donne sante ha determinato il sentire cristiano di innumerevoli generazioni – e naturalmente tutte, esplicitamente o implicitamente, sono state irradiate dal modello celeste della Vergine Maria.
Ma la mentalità attuale sembra aver dimenticato – quando non la nega apertamente – questa funzione redentrice della natura femminile santificata nei confronti della concupiscenza, che, secondo la dottrina tradizionale, l’uomo ha ereditato dal peccato originale. Gli effetti devastanti di questa dimenticanza – effetti che l’esperienza di ogni giorno non fa che tragicamente confermare in modo sempre crescente – si spiegano facilmente: se si esclude un senso spirituale della femminilità grazie al quale la natura della donna possa sublimarsi, di là dalle funzioni della maternità fisica, e alla cui luce perciò la sessualità possa redimersi dalla carnalità, l’energia femminile, che non può tutta racchiudersi nel solo compito della maternità fisica né appagarsi delle professioni maschili, non avendo possibilità di manifestarsi su un piano umanamente superiore e spirituale, rimarrà come prigioniera di un esercizio carnale della sessualità che non può essere trasceso e sublimato e che perciò troppo facilmente oltrepasserà i limiti della maternità e della sponsalità – mentre da parte sua l’uomo, una volta negato il carattere essenzialmente spirituale della femminilità, non potrà considerare la propria naturale attrattiva verso la donna se non con occhi carnali.
Vorrei ora ricordare una spiegazione dettagliata, data a Sr. Lucia, veggente di Fatima, in una rivelazione privata, dell’espressione: offesa al Cuore Immacolato di Maria. In particolare questa offesa si manifesta, secondo questa rivelazione, in cinque forme:

1. Bestemmie contro l’Immacolata Concezione
2. Negazione della verginità di Maria
3. Negazione della maternità divina e universale di Maria
4. Pubblica diffusione nel cuore dei bambini dell’indifferenza, del disprezzo, dell’odio verso Maria Santissima
5. Offese dirette verso le immagini della Vergine

A mio giudizio tutti questi punti hanno una profonda relazione con la negazione della funzione redentrice dell’amore santificato della donna nei confronti della concupiscenza carnale, frutto e causa del peccato.
La prima cosa che vorrei osservare è che, parlando di bestemmie o di negazioni, non bisogna pensare in primo luogo al turpiloquio delle persone ignoranti, ma principalmente agli atteggiamenti della cultura, sia essa secolare o teologica. In particolare vorrei attirare l’attenzione su quest’ultima, che, subendo oggi facilmente l’attrazione della prima, rischia a volte di rendersi più direttamente responsabile.
La prima osservazione che vorrei fare è che dal punto di vista teologico, la negazione o l’attenuazione del dogma dell’Immacolata è strettamente congiunta con la negazione della dottrina del peccato originale e della concupiscenza carnale come sua principale conseguenza. Ora non c’è dubbio che questo tema sia stato notevolmente attenuato, e a volte esplicitamente negato, in certe correnti della teologia contemporanea. Non voglio ora entrare in una formale discussione teologica, ma semplicemente attirare l’attenzione sulle conseguenze pratiche, nella sfera sessuale, di una teologia che neghi il carattere disordinato della concupiscenza ereditata dalla colpa originale. A questo proposito vorrei rimandare il lettore ad una geniale pagina di G.K. Chesterton nel secondo capitolo del suo libro St Francis of Assisi .
Non mi sembra si possa negare che, senza far esplicito riferimento a dottrine teologiche particolari, ma evidentemente anche in dipendenza da esse, oltre che dalla cultura secolare e dalla sua propaganda, oggi si tenda a dimenticare, anche nell’ambito ecclesiastico, il carattere non solo peccaminoso, ma demoniaco della concupiscenza disordinata nell’ambito sessuale. Eppure questo carattere, oltre ad essere esperienza storica e attuale comune del genere umano, è anche ampiamente presente nella Sacra Scrittura. Mi limito a richiamare l’attenzione sulla descrizione delle cavallette infernali nel libro dell’Apocalisse, in cui si dice, tra l’altro, che esse “avevano capelli, come capelli di donne” (Ap 9, 8). Ora gli esegeti riconoscono in queste parole un esplicito riferimento al carattere demoniaco della seduzione femminile.
Aggiungo che il fatto di far riferimento in particolare alla “seduzione femminile” – intesa naturalmente nel suo aspetto disordinato e peccaminoso – non vuole in alcun modo penalizzare la donna in quanto tale, né la donna soltanto. Evidentemente qui si parla dell’abuso e non dell’uso, abuso di cui l’uomo è tanto colpevole quanto la donna.
Riconosciuto questo carattere, la dottrina dell’Immacolata, tra gli altri suoi aspetti, ha innegabilmente anche il ruolo di presentarci la Vergine come l’antitesi della donna sottomessa alla carnalità disordinata, e perciò come l’ideale della donna santificata, il cui amore redime l’uomo dalla maledizione della concupiscenza sessuale peccaminosa. E in ciò Maria è anche la “benedetta tra le donne”, l’ideale e il modello di tutte le donne cristiane.
Ora l’offuscamento di questo modello nel cuore dell’uomo e della donna di oggi e in una mentalità ecclesiastica e teologica diffusa non è un’offesa al Cuore Immacolato di Maria?
Qualche cosa di analogo si può dire riguardo alla negazione della verginità. Anche su questo punto certe correnti teologiche ed esegetiche hanno subito l’influsso della mentalità secolare. Partendo dal principio che la sessualità non ha nulla di disordinato o di demoniaco – e ciò sempre in conseguenza della negazione della concupiscenza ereditata dal peccato originale – e che non vi è superiorità dello stato verginale rispetto a quello coniugale, se mai il contrario! – e ciò in conseguenza della negazione della natura essenzialmente spirituale della femminilità e della conseguente riduzione della missione della donna ad orizzonti puramente terreni – si è affermato che la santità di Maria non richiedeva la verginità. C’è anche chi è giunto a negare la necessità della concezione verginale di Cristo.
Non voglio ora discutere le basi esegetiche di queste teorie. Ci limitiamo a segnalare il fatto che la negazione del valore salvifico e santificante della verginità necessariamente si risolve in un degrado della sessualità. Ciò è dimostrato, tra l’altro, dall’esempio non della condotta privata, ma certamente della teologia di Lutero .
La reciproca influenza della teologia e del costume si può osservare anche nei successivi tre punti della rivelazione privata di Sr. Lucia.
La negazione della maternità divina di Maria sembra riguardare piuttosto un aspetto cristologico, ma anche qui il ruolo di Maria nell’economia della salvezza non può prescindere dalla sua natura non solo fisicamente, ma ancor più spiritualmente femminile. Negato questo ruolo essenziale di Maria nel mistero di Cristo, viene meno la luce sublime che esso getta sulla natura della donna e sulla sua propria missione. In modo analogo, la negazione della maternità universale di Maria si risolve sempre in un offuscamento della missione spirituale della donna. E’ evidente infatti che la maternità di Maria nei confronti della Chiesa e dell’umanità non può avere che un carattere ideale e “metafisico” e costituisce una glorificazione della dimensione spirituale della femminilità. Negata quella maternità, necessariamente l’aspetto spirituale della donna e della sua missione viene a soffrirne.
In questa prospettiva cancellare dal cuore dei bambini l’immagine della Madre celeste significa spegnare nel loro spirito l’intuizione della femminilità ideale e della sua missione redentrice ed esporli ad accogliere senza remore fin dall’infanzia l’idea materialista, terrestre e sensuale della donna offerta abbondantemente dalla cultura secolare.
In modo analogo, far sparire dagli occhi degli uomini, e soprattutto dei bambini, le immagini della Vergine e sostituirle – persino tra i giochi infantili! – con immagini sensuali e lascive della donna, se costituisce la più grave offesa alle immagini della Vergine, viene ad essere anche uno dei mezzi più efficaci per sradicare dai cuori l’ideale delle santità femminile e per sostituirlo con il culto della concupiscenza e della depravazione carnale. E qui si può aggiungere che le immagini della Vergine non sono soltanto quadri e statue, ma anche e più le donne che, sia nello stato verginale sia nello stato coniugale, si sforzano di imitarla nella santità e nella purezza. La loro grandissima diminuzione e la netta prevalenza delle donne che seguono la direzione contraria costituiscono senza dubbio un’offesa ancora più grave verso le immagini della Vergine e un mezzo ancora più efficace per la cancellazione dell’ideale della santità femminile dal cuore degli uomini.
Queste riflessioni, a mio parere, dimostrano ampiamente che l’espressione peccati contro il Cuore Immacolato di Maria è tutt’altro che teologicamente priva di senso. Ciò però non interessa soltanto la teologia, ma anche la sociologia, e perciò – direi – neanche soltanto i credenti. Il fatto che la Madre di Dio abbia attirato l’attenzione su questi peccati a preferenza di altri dimostra la tragica miopia di quanti, dentro e fuori la Chiesa, considerano del tutto secondario il fenomeno della degenerazione sessuale e perciò, anche per non apparire retrogradi, lo snobbano nella loro predicazione o nelle loro analisi della società. Contro questa tendenza, oggi così devastante e che si picca di guardare con un sorriso di disprezzo le esagerazioni dei moralisti di un tempo, il messaggio di Fatima costituisce un drammatico richiamo, che tutti dovrebbero ascoltare, a voler considerare con profonda riflessione e con spirito che vorremo chiamare “profetico” questo aspetto così inquietante del nostro tempo.

Appendice I
Dal cap. II di “St Francis of Assisi” di G.K. Chesterton
La fine dei Secoli Bui non è stata solo la fine di un letargo, e non è stato solo la fine di un asservimento alla superstizione. E’ stata la fine di qualcosa che appartiene a un ordine di idee ben definito ma ben diverso.

E’ stata la fine di una penitenza o, se preferite, di una purificazione. Ha segnato il momento in cui si era definitivamente compiuta una certa espiazione spirituale e l’organismo si era definitivamente liberato di certi malanni dello spirito. Se n’era liberato attraverso un periodo ascetico, che era l’unica cura possibile. Il cristianesimo era entrato nel mondo per risanarlo, e l’aveva risanato nell’unico modo possibile.

Se la si osserva in modo puramente esteriore ed empirico, tutta l’eccelsa civiltà dell’antichità si era conclusa imparando una certa lezione, vale a dire convertendosi al cristianesimo. Ma la lezione era di natura psicologica oltre che teologica. La civiltà pagana era indubbiamente stata una civiltà eccelsa. Dire che è stata la più alta che il genere umano abbia mai raggiunto non indebolirebbe certo la nostra tesi, anzi la rafforzerebbe. Aveva divulgato le proprie arti poetiche e figurative che tuttora non hanno rivali; aveva divulgato i propri intramontabili ideali politici; e aveva divulgato il proprio sistema logico e linguistico. Ma soprattutto aveva divulgato il proprio errore.

Era un errore troppo profondo per poter essere definito in modo astratto. Per brevità lo si potrebbe chiamare l’errore di venerare la natura. Lo si potrebbe altrettanto correttamente chiamare l’errore di comportarsi secondo natura; il che è un errore molto naturale. I greci, che furono i più insigni esempi e pionieri dell’antichità pagana, partivano da un presupposto meravigliosamente ovvio e schietto: l’idea che se l’uomo avesse camminato dritto davanti a sé sulla strada maestra della ragione e della natura, nulla di male avrebbe potuto succedergli, specialmente se, da buon greco, era eccezionalmente intelligente e dotato. Potremmo prenderci la libertà di dire che l’uomo non doveva far altro che seguire il proprio naso, purché fosse un naso greco. E il caso dei greci basta di per sé a spiegare la singolare ma inevitabile fatalità che è la conseguenza di quell’errore. Non appena i greci cominciarono a seguire il loro naso e la loro regola di vivere secondo natura, pare sia loro accaduta la cosa più strana della storia. Era talmente strana che non era facile parlarne. Si può osservare che i più disgustosi tra i nostri realisti non ci hanno mai reso partecipi dei vantaggi del loro realismo. I loro studi su argomenti ripugnanti non tengono mai conto della testimonianza che essi rendono alla verità della morale tradizionale. Ma, se fossero cose di nostro gusto, potremmo citarne a migliaia come elementi a favore della morale cristiana. Ne è prova il fatto che nessuno ha mai scritto in tal senso una vera e propria storia morale dei greci. Nessuno ha mai avuto idea della dimensione o della stranezza di questa storia. Gli uomini più saggi del mondo cominciarono secondo natura, facendo la cosa più innaturale del mondo. L’effetto immediato di venerare il sole e la saggezza solare della natura è stata una perversione che si è diffusa come una pestilenza. A quanto pare, neppure i filosofi più grandi e più illuminati sono stati immuni da questa triviale forma di follia. Perché ? Parrebbe naturale che un popolo i cui poeti hanno concepito Elena di Troia, i cui scultori hanno creato la Venere di Milo rimanesse sano su questo punto. Ma la verità è che i popoli che venerano la salute non riescono a rimanere sani.
Quando l’uomo tira dritto, finisce per andare storto. Quando segue il proprio naso in qualche modo procura di ammaccarselo, o persino di tagliarselo rovinandosi la faccia; e questo per motivi che affondano le loro radici nella natura umana molto più profondamente di quanto gli adoratori della natura possano mai comprendere. Umanamente parlando, è stata la scoperta di questa realtà più profonda che ha portato alla conversione al cristianesimo. L’uomo ha uno sbilanciamento simile a quello di una boccia, ed è stato il cristianesimo a scoprire come correggere quello squilibrio e quindi a fare centro. E’ una cosa che farà sorridere molti, ma è profondamente vero cha la lieta notizia portata dal Vangelo fu la notizia del peccato originale.

Roma è cresciuta grazie ai propri maestri greci, soprattutto perché non ha mai accettato in toto l’insegnamento dei loro sofismi. Roma aveva tradizioni nazionali molto più austere, però finì per soffrire del medesimo errore nella sua tradizione religiosa, la quale, per forza di cose, seguiva prevalentemente la tradizione pagana del culto della natura. Il problema di tutto il paganesimo consisteva nel fatto che non offriva all’umanità altri spunti mistici se non quelli connessi con i misteri delle forze della natura, quali il sesso, la crescita e la morte. Anche durante l’Impero romano, molto prima che esso giungesse al termine, troviamo che il culto della natura produceva inevitabilmente cose contro natura. Casi come quello di Nerone, il cui sadismo troneggiava sfacciatamente alla luce del sole, sono diventati proverbiali. Ma la verità a cui mi riferisco è qualcosa di molto più misterioso e universale di un convenzionale catalogo di atrocità. Globalmente era successo che nell’immaginazione umana tutto il mondo assumesse le forti tinte di passioni pericolose che si deteriorano rapidamente, trasformandosi da passioni naturali in passioni contro natura. Cosi, trattare il sesso come se fosse soltanto un innocente fatto naturale, ebbe per conseguenza che tutte le altre innocenti cose naturali si permearono profondamente di sesso. Perché non si può assimilare il sesso ad altre emozioni o pratiche elementari come mangiare e dormire. Nel momento stesso in cui il sesso smette di essere un servitore, esso diventa un tiranno. Poco importa quali ne siano le ragioni, il fatto è che esso occupa un posto pericoloso ed eccessivo nella natura umana, perciò richiede veramente una speciale purificazione e consacrazione. La moderna opinione riguardo al sesso, che esso dovrebbe godere della stessa libertà di tutti gli altri sensi, e riguardo al corpo, la cui bellezza sarebbe tal quale quella di qualsiasi albero o fiore, può essere o la descrizione del paradiso terrestre ovvero un brano di quella pessima psicologia di cui il mondo cominciò ad essere stufo duemila anni fa.
Tutto ciò non deve essere scambiato per una farisaica ricerca del sensazionale riguardo alla perversità del mondo pagano. Non che il mondo pagano fosse perverso, ma esso era sufficientemente sano da accorgersi che il suo paganesimo si stava pervertendo, o meglio che stava procedendo sulla strada maestra della perversione. Quello che voglio dire è che non c’era futuro per la “magia della natura”: approfondirla avrebbe significato farla sprofondare nella tenebra della magia nera. Non aveva futuro perché in passato aveva avuto solo l’innocenza della giovinezza. Potremmo dire che era stata innocente solo perché non aveva avuto profondità. I pagani erano più saggi del paganesimo; e questo è il motivo per cui i pagani sono diventati cristiani. Migliaia di loro erano sostenuti da virtù filosofiche e familiari e dall’onore militare; ma ormai quella cosa esclusivamente popolare chiamata religione li trascinava senza scampo verso il basso. Quando si accolse questa reazione contro il male, è giusto ripetere che si trattava di un male che era dovunque. In un senso diverso e più letterale il suo nome era Pan .
Dire che questa gente aveva bisogno di un nuovo cielo e di una nuova terra non è un metafora, perché avevano veramente profanato la loro terra e persino il loro cielo. Come potevano ispirarsi guardando il cielo, quando le stelle erano state profanate da leggende erotiche? Come potevano imparare qualcosa dall’amore degli uccelli e dei fiori, dato il genere di storie d’amore che di loro si raccontavano? Non è possibile offrire di ciò ora prove numerose, ma un piccolo esempio vale per tutte. Sappiamo tutti quali associazioni di sentimento susciti in noi la parola “giardino” : in genere ci torna alla mente il malinconico ricordo di qualche innocente storia d’amore, o altrettanto spesso l’immagine di una graziosa fanciulla o di un’amabile persona anziana che si aggira presso una siepe di tasso, con il campanile del villaggio sullo sfondo. Ma a chi conosca un po’ i poeti latini verrebbe subito in mente la cosa oscena e mostruosa che a quei tempi sarebbe stata lì sotto il sole, al posto della meridiana o della fontanella, e che genere di divinità fosse quella dei loro giardini.

Per purificarsi da questa ossessione occorreva una religione che fosse letteralmente ultraterrena. Non sarebbe bastato dire a quella gente di seguire una religione naturalistica, piena di stelle e di fiori: non c’era più un fiore o una stella che non fossero contaminati. Avrebbe dovuto andare nel deserto, dove non si trovano fiori, o in una caverna da cui non potessero vedere le stelle. La parte più nobile dell’intelletto umano si rifugiò in quel deserto e in quella caverna per circa quattro secoli, e fu la cosa più saggia che potesse fare. Soltanto il rigore del soprannaturale poteva ergersi a baluardo della sua salvezza: se non la poteva salvare Dio, non potevano certamente salvarla gli dei. La chiesa primitiva aveva chiamato diavoli gli dei del paganesimo, e aveva perfettamente ragione. Quale che fosse stato il culto della natura che li aveva generati, ormai quei templi vuoti ospitavano solo demoni. Pan significava solo timor panico, e Venere solo vizio venereo. Naturalmente non voglio affatto dire che tutti i pagani presi individualmente fossero di questo tipo, anche nel periodo terminale, ma essi se ne discostavano solo in quanto individui. Nulla distingue il paganesimo dal cristianesimo cosi chiaramente come il fatto che quella realtà individuale chiamata filosofia aveva ben poco o nulla a che fare con quella realtà sociale chiamata religione. In ogni caso non sarebbe servito a nulla predicare una religione naturale a gente per cui la natura era diventata innaturale come qualsiasi religione. Sapevano meglio di noi qual era il loro problema e da che sorta di demoni erano al tempo stesso tentati e tormentati, ed essi scrissero sopra quel lungo periodo storico questa frase: “Questo genere di demoni non si può scacciare se non con la preghiera e con il digiuno”.

Ora, l’importanza storica di san Francesco e della transizione dal XII al XIII secolo risiede nel fatto che essi segnarono la fine di questo periodo di espiazione.

[Qui Chesterton descrive il carattere austero dell’alto medioevo e riporta, come esempi di questa rude austerità, l’indole del monachesimo, la riforma gregoriana e la sanguinosa epopea delle crociate.]

Abbiamo preso questi due o tre esempi dei primitivi movimenti medievali allo scopo di identificare una loro caratteristica comune, che ci riporta all’espiazione che ha seguito il paganesimo. In tutti questi movimenti c’è qualcosa che li abbraccia, anche se è ancora squallido, come un vento che soffia tra le gole dei monti. Quel vento austero e puro, di cui parla il poeta, è in realtà lo spirito del tempo, perché è il vento di un mondo che è stato finalmente ripulito. Per chiunque sia in grado di giudicare le atmosfere, vi è qualche cosa di chiaro e di pulito nell’atmosfera di questa società rozza e spesso rigida. Anche le sue passioni sono pulite, perché non hanno più alcun sentore di perversione. Anche le sue crudeltà sono pulite, perché non sono più le crudeltà lascive degli anfiteatri. Sono suscitate o dal semplice orrore per la blasfemia o dalla collera per un insulto ricevuto. A poco a poco la bellezza comincia a delinearsi contro il grigiore di questo sfondo, come qualcosa di realmente fresco e delicato e, soprattutto, sorprendente. L’amore che ritorna non è più quello che veniva un tempo definito platonico, ma quello che viene ancora chiamato amore cavalleresco. I fiori e le stelle hanno recuperato la loro primitiva innocenza. Il fuoco e l’acqua sono considerati degni di essere il fratello e la sorella di un santo. La purificazione dal paganesimo è finalmente giunta al termine.

Perché l’acqua stessa è stata lavata. Il fuoco stesso è stato purificato come dal fuoco. L’acqua non è più quella in cui gli schiavi venivano gettati in pasto ai pesci. Il fuoco non è più quello attraverso il quale venivano passati i bambini a Moloch. I fiori non hanno più l’odore delle ghirlande dimenticate che si raccoglievano nei giardini di Priapo. Le stelle non sono più il simbolo della remota frigidità di divinità fredde come quei freddi astri. Sono tutte come cose rifatte nuove, in attesa di ricevere novi nomi da colui che verrà a darglieli. Sia l’universo che la terra hanno perso il vecchio significato sinistro della parola “mondo”. Sono in attesa di una nuova riconciliazione con l’uomo, ma sono già pronti per questa riconciliazione. L’uomo si è strappato dall’anima l’ultimo brandello di culto della natura e può tornare alla natura.

In una luce ancora crepuscolare, sulla collinetta sovrastante la città, apparve all’improvviso e in silenzio una figura scura che si stagliava contro l’oscurità che si andava dissolvendo. Segnava la fine di una notte lunga e cupa, una notte di veglia, non priva di stelle. Stava ritto con le mani alzate, come in tante statue e quadri che lo ritraggono, ed era circondato da un volo di uccelli canterini e, alle sue spalle, sorgeva la prima luce del giorno.

[Possiamo concludere che, se il genio di Chesterton ha qui visto bene, la negazione della “lieta notizia” del peccato originale e delle sue tragiche conseguenze sulla sessualità umana sostenuta da tanti teologi, e inoltre la tendenza, non soltanto nel mondo e nel pensiero laico ma anche in quello religioso, ad assolvere da ogni sospetto di peccato o addirittura a circondare di un’aura quasi mistica il godimento sessuale, ci preparano tempi ben tristi: un ritorno di massa alla situazione del paganesimo descritta da Chesterton in queste pagine.]

Appendice II
da “Benedictina” 46(1999) pp. 409-411
Tutti i punti di vista precedentemente motivati trovano una particolare applicazione in relazione all’accusa, sempre ripetuta contro il celibato ecclesiastico, che esso sarebbe propriamente un tradimento verso la specie e una forma di ascesi antiquata e sterile. Per prima cosa sembra che si dimentichi totalmente che lo stato di celibato ci sarà sempre per ragioni naturali e che è della massima importanza, nell’interesse della gioia e dell’energia della vita degli individui non sposati, che la loro condizione non sia valutata come una sfortunata necessità e una forma fallita di esistenza, ma piuttosto come uno stato consacrato, pieno di prerogative e benedizioni del tutto particolari. Ma proprio questo si ottiene grazie al celibato liberamente scelto e consacrato a Dio, con tutta la gloria della sua eroica rinuncia. Da ciò deriva alla condizione dei celibi in generale una nuova dignità e un nuovo senso. Invece tutti gli argomenti contro il celibato religioso consacrato in definitiva conducono sempre al risultato a cui già proprio la natura stessa provvede più che a sufficienza con i suoi istinti, cioè ad elevare il matrimonio a vero e proprio senso della vita e a fare dei non sposati uomini di seconda categoria. Ciò si può dissimulare con belle parole – ma la conseguenza di tutto quel modo di vedere resta. Né si dovrebbe mai dimenticare che la stessa vita familiare degenera se non si fa servire a finalità superiori – ma il celibato è un mezzo di fondamentale importanza per rappresentare l’autonomia delle finalità superiori della vita di fronte alla prepotenza degli istinti e delle premure di famiglia e per impedire che il matrimonio venga degradato da sacramento a gretto filisteismo.
Del resto vale anche per questa questione l’argomento da noi difeso a favore della presenza dell’indirizzo di vita ascetico accanto alle professioni e agli stato secolari. Il voto di castità volontaria, ben lungi dall’avvilire il matrimonio, è anzi una protezione della santità del vincolo matrimoniale, in quanto incarna la libertà spirituale dell’uomo nei confronti degli istinti della natura e perciò rappresenta anche una coscienza ammonitrice contro tutti i capricci e le usurpazioni del mondo delle passioni. Il celibato è una protezione del matrimonio anche nel senso che la sua esistenza preserva i coniugi, nei loro stessi rapporti vicendevoli, dal sentirsi schiavi di una semplice e cieca costrizione naturale e li educa ad affrontare la natura, anche nel matrimonio, sempre da persone libere e da padroni. Quanti deridono il celibato come cosa innaturale e impossibile, veramente non sanno quello che fanno – essi cioè non vedono che l’opinione sulla quale fondano i loro discorsi ha per necessaria conseguenza di condurre semplicemente alla prostituzione e alla dissoluzione della monogamia. Se infatti è così imperiosa la costrizione della natura, come si può allora esigere l’astinenza prima del matrimonio? Come si può dunque pretendere ancora in generale una vita casta dai non sposati? E infine non si pensa affatto quanti matrimoni per uno dei due coniugi equivalgono a un celibato di mesi, di anni o di tutta la vita, perché il marito o la moglie è colpito da malattia? Già per questa ragione la monogamia coerente sta o cade in ragione della stima in cui è tenuto il celibato. Non è affatto un caso che Lutero dalla sua lotta di principio contro il celibato sia stato portato in modo del tutto coerente anche ad ammettere il divorzio per i casi in cui non si possa conseguire lo scopo fisiologico del matrimonio.. Egli dice ad esempio:
“Se una donna vigorosa ha un marito impotente, così deve parlargli: ‘Vedi, caro marito, tu puoi non esserne colpevole, e tuttavia mi hai defraudato della mia giovane vita, e inoltre hai messo in pericolo il mio onore e la mia felicità: tra noi due non c’è matrimonio davanti a Dio. Permetti che mi unisca in segreto matrimonio con tuo fratello o con il tuo più intimo amico e tu di marito abbia il nome, affinché i tuoi beni non passino in eredità a gente estranea, e lasciati a tua volta volentieri defraudare, come tu per mio amore mi hai defraudata’.”
Il più profondo potere della tradizione cristiana in questo campo impedì sul momento che questa presa di posizione personale e semplicemente coerente del riformatore avesse ulteriore influenza; ma oggi il concetto molto naturalistico che Lutero ebbe di queste cose rivive, e conduce anche i moderni autori alle stesse conseguenze: da parte di Forel, Ellen Key ed altri si combatte l’assoluta monogamia ancora con le stesse ragioni che si sono fatte valere contro il celibato: e da ciò si può riconoscere solo troppo chiaramente fino a che punto il celibato non sia propriamente soltanto un’istituzione gerarchica, come si è creduto, ma anche un’istituzione a salvaguardia della vita familiare, un’eroica offensiva contro l’arroganza del puro istinto naturale, che tanto più pretende quante più concessioni gli si fanno, e la cui dittatura può essere infranta soltanto per mezzo di grandi rinunce.

di D. Massimo Lapponi

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