Conversazioni di Madre Lioba

L’altra faccia della luna
Gli aspetti complementari da affrontare per rendere efficace il reddito di maternità
di Madre Lioba

Più di una voce, dopo aver lodato l’iniziativa relativa al reddito di maternità promossa dal Popolo della Famiglia, ha però aggiunto che ciò non basta. Cosa manca, dunque? Generalmente si aggiunge che sono necesarie anche altre scelte politiche, come ad esempio quelle relative all’assistenza ai disabili, attualmente in una situazione allarmante.
Senza affatto negare la necessità di questa o di altre importanti opzioni che vengano ad integrare il reddito di maternità – misura in ogni caso fondamentale e in qualche modo alla base di tutte le altre – vorrei mettere in luce un aspetto meno direttamente “politico” di cui bisogna tener conto per rendere tutte le misure in programma realmente efficaci. Cercherò di spiegami nel modo più chiaro ed esauriente possibile.
Il reddito di maternità mira a favorire il lavoro in casa della donna, specialmente come custode della vita ed educatrice, per chi è disponibile a fare questa scelta. Ma ad essa non si oppone soltanto una situazione economica sfavorevole, bensì anche una sorta di “tradizione” contraria, che si è andata rafforzando in decenni recenti. Questa tradizione, per la quale la diserzione dall’ambiente domestico è divenuta una sorta di seconda natura, non solo per la donna, ma per la famiglia in generale, non si è sviluppata soltanto a livello ideologico, grazie a quelle forme di femminismo più o meno estreme che hanno finito per demonizzare il lavoro fatto in casa, ma anche, e forse soprattuto, a causa di comportamenti ormai divenuti abituali.
Infatti la gestone della casa ha dovuto affrontare mutamenti sempre più rapidi e sostanziali, con il diffondersi delle nuove tecnologie e, con esse, di nuovi stili di vita e di atteggiamenti inediti, negli adulti, nei giovani e negli stessi piccoli. Questa situazione, così labile, ha coinciso con la sempre più accentuata proiezione della donna nel mondo del lavoro – tanto per necessità, quanto per scelta culturale – ed è, perciò, sfuggita di mano ad ogni efficace controllo e ad ogni strategia responsabile.
Nelle attuali circostanze, dunque, una nuova generazione di donne che, incentivate dal reddito di maternità, facessero la libera scelta di rinunciare ad un lavoro fuori casa per dedicarsi ai figli e alla cura della vita domestica, facilmente potrebbero trovarsi disorientate e prive della formazione e degli stumenti adeguati per realizzare con efficacia e soddisfazione quanto si sono proposte.
A me sembra, perciò, che sia urgente e necessaria una chiara presa di coscienza dell’attuale situazione della casa familiare e dei suoi problemi, in base alla quale soltanto sarà possibile trovare i modi più efficaci, non solo per ricostituire quel tessuto familiare che è stato così corroso dall’azione convergente di scelte politiche e culturali e di stili di comportamento ad esso sfavorevoli, ma anche per scoprire, con stupore, nell’amministrazione interna della casa un valore umano, sociale e culturale di gran lunga superiore a qualsiasi lavoro professionale, e perciò assai più di esso fonte di soddisfazione, di appagamento e di autorealizzazione.
Diciamo subito che i problemi che bisognerà affrontare sono tali e tanti, che ad una donna, e a quanti collaboreranno con lei, che scelga di intraprendere questo percorso, sarà richiesta una preparazione umana e culturale da fare invidia ad un plurilaureato. Ma questo non deve spaventare, perché uno dei vantaggi dell’attuale situazione è che essa ci mette a disposizione strumenti di una ricchezza e di un’efficacia che le generazioni precedenti non avrebbero mai sognato.
Oltre a ciò, abbiamo oggi una nuova coscienza della dignità della donna, e ciò aiuterà moltissimo ad ottenere che la scelta di lavorare in casa si riveli in realtà feconda di ampie ripercussioni sociali e culturali e che si apra, assai più che in passato, ad una vasta collaborazione tra le famiglie, con orizzonti vastissimi, del tutto inaspettati.
Vorrei, dunque, in una serie di articoli semplici ma sostanziosi, cercare per prima cosa di fare un quadro realistico e il più possibile completo della situazione problematica in cui versano attualmente le famiglie, per poi passare a prospettare i passaggi che ritengo necessari perché una donna che intenda, con il sostegno del marito e degli altri suoi familiari, riprendere in mano una situazione già compromessa, possa raggiungere efficacemente il suo intento.

Fenomenologia della crisi delle dimore familiari negli ultimi decenni
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
1.

Nella Torino degli anni 80-90 le nostre case erano ormai da qualche decennio “infestate” da una presenza ossessiva: la televisione! Se uso la parola “infestate”, non è perché non voglia riconoscere la grande utilità che può avere la televisione, ma perché devo amaramente constatare che la sua inserzione nella vita delle nostre famiglie non è stata guidata da una saggia regolamentazione, ma ha proceduto per conto suo, indisturbata, fino ad invadere con prepotenza quasi ogni tempo ed ogni spazio. E lo stesso hanno fatto, in seguito, i successivi sempre nuovi ritrovati della tecnica e dell’elettronica.
Scriveva già al suo tempo Romano Guardini che, quando un elemento entra nella sfera della libertà umana – come è il caso delle nuove energie messe a disposizione dalla tecnica moderna – la sua azione non è più guidata dalla natura, ma richiede di essere assunta dalla responsabilità dell’uomo, quale creatura razionale. Se però – egli aggiungeva – l’uomo si sottrae a questa responsabilità e lascia che gli elementi a lui affidati agiscano per conto loro, detti elementi e le nuove energie di cui egli può disporre non seguiranno il corso regolare della natura, ma passeranno sotto la direzione del potere demoniaco. E l’illustre teologo precisava che, parlando di potere demoniaco, non accennava a qualche vaga moda giornalistica, ma si riferiva a creature angeliche personali create buone da Dio e ribellatesi al loro Creatore.
Per il non credente questa prospettiva teologica apparirà irrealistica, e tuttavia anch’egli non può non avvetire la sostanziale differenza tra una tecnica governata dalla previdente saggezza umana e la stessa abbandonata, senza alcuna responsabilità, ad uno sviluppo incontrollato.
Se non si vuole parlare di potere deminiaco, si potrà tuttavia osservare che lo sviluppo della tecnica e il suo uso, se non sono guidati dalla saggezza umana, finiranno per essere “guidati” dagli istinti di comodità, di pigrizia e di edonismo che facilmente prendono il sopravvento nella società umana e dai formidabili interessi economici che con tanta efficacia sanno approfittarsene. In fondo tra il dire che il governo delle nuove energie è stato delegato dagli uomini alle forze demoniache e il dire che lo è stato alle passioni del piacere ad ogni costo e dell’interesse commerciale non c’è poi molta differenza!
In ogni caso, sia ciò da attribuire ad un’azione demoniaca o invece alla cattiva volontà umana, il risultato della delega della responsabilità dell’uso dei nuovi mezzi all’anonima e comoda guida del costume imperante è stato che, anziché sfruttare al meglio le grandi possibilità messe a nostra disposizione, troppo spesso si è lasciato che le nuove tecniche portassero la disgregazione nel tessuto della vita familiare.
Così gli elettrodomestici non hanno soltanto allievato e razionalizzato la cura materiale della casa, ma hanno anche contribuito in larga misura a far perdere sia l’insostituibile valore autoeducativo dell’impegno fisico, sia l’attenzione e l’amore per l’abitazione della famiglia e per il suo buon andamento.
E la presenza, sempre più invasiva, prima della televisione e poi dei sempre più sofisticati ritrovati elettronici, più che favorire una consapevole crescita culturale – che certamente non è mancata – in misura veramente eccessiva hanno soprattutto reso gli animi sempre più estraniati dall’ambiente domestico e sempre più attratti dall’irrealtà del mondo virtuale e del mondo esterno, che invadeva senza riguardi gli spazi e i tempi un tempo riservati all’intimità familiare.
Una regolamentazione responsabile delle nuove possibilità avrebbe dovuto porre dei limiti di spazio, di tempo e di scelta, e avrebbe saputo approfittare con grandissimo vantaggio dell’inedita possibilità offerta dai media di attingere con estrema facilità e senza costi ad un patrimonio immenso di cultura, un tempo riservato ad un’élite e raggiungibile soltanto con disagiate e dispendiose frequentazioni di biblioteche, scuole, teatri e sale di concerto.
Soprattutto dopo che i più recenti mezzi telematici hanno sostituito l’imposizione dei programmi a cui ci aveva abituati la televisione con la possibilità di una vastissima libera scelta, quanto si sarebbe potuto realizzare di costruttivo senza corrodere la realtà fisica della casa e senza sconvolgere i normali ritmi della vita familiare!
Purtroppo la necessaria saggezza e responsabilità per lo più è mancata, cosicché abbiamo visto le successive generazioni sempre più alienate dall’ambiente domestico, perché affascinate dall’irrealtà degli schermi, e i ritmi di vita sconvolti dalla sostituzione della cronologia naturale con tempi di vita del tutto artificiosi e distruttivi. La stessa prudenza nella scelta dei contenuti di spettacoli o pubblicazioni, un tempo ritenuta essenziale per conservare un ambiente domestico sano, molto rapidamente si è eclissata nelle coscienze, dato il carattere sempre più indifferente ai valori umani, morali, estetici e religiosi del diluvio di messaggi che hanno invaso con prepotenza le nostre case e i nostri cervelli.
Nel mutamento che stiamo cercando di riassumere un ruolo fondamentale lo ha avuto la parabola decadente della musica, a cui i moderni strumenti hanno prestato, oltre alla mirabile vastissima possibilità di fruizione, anche l’assai meno mirabile capacità di degenerare in forme deteriori e di penetrare in tutti gli spazi fisici e mentali senza tollerare alcun freno imposto da una saggia scelta e riservatezza.
Si potrebbero fare molte altre osservazioni per descrivere il fenomeno di crisi della dimora familiare che abbiamo veduto svilupparsi sotto i nostri occhi. Ma ci limitiamo a questo brevi cenni, sperando che essi colgano alcuni aspetti fondamentali della situazione che una nuova generazione più responsabile si troverà ad affrontare.


L’architettura e l’economia in una luce nuova
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
2.

Quando stabiliva al mare i suoi limiti,
sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia;
quando disponeva le fondamenta della terra,
allora io ero con lui come architetto.
(Pv 8, 29-30)

E anche per questa ragione noi riteniamo che gli architetti siano più degni di rispetto, abbiano maggior sapere e siano più esperti dei semplici manovali, perché sanno le cause di ciò che fanno, mentre i manovali agiscono ma senza sapere quel che fanno.
(Aristotele, Metafisica, libro 1)

La convergente testimonianza della Sacra Scrittura e del «Maestro di color che sanno» rende onore alla professione di architetto. Ma cosa si nasconde dietro questa professione? Chi veramente merita il titolo di architetto e quali qualità gli sono realmente necessarie?
L’illustre storico e critico dell’arte Hans Sedlmayr (1896-1984) ha sottolineato il ruolo in qualche modo “direttivo” dell’architettura rispetto a tutte le altre arti: è l’architettura, infatti – egli osserva – che presiede all’opportuna collocazione di ogni opera artistica nel suo proprio luogo e che, pertanto, ne mette il luce il significato e la finalità.
Ma possiamo chiederci: questa funzione direttiva non è destinata, per sua natura, ad estendersi ben oltre la collocazione nello spazio delle diverse opere artistiche, o anche delle strutture abitative o operative dell’uomo?
La lingua inglese può fornirci una chiave di lettura chiarificatrice. Ciò che noi esprimiamo con la parola “casa” in inglese si può tradurre con due termini di significato diverso: “house” e “home”. Il primo indica la struttura materiale dell’abitazione, meltre l’altro ne interpreta lo spirito, indica, cioè, quell’aspetto di accoglienza personale e comunionale proprio esclusivamente dell’intimità domestica. La lingua italiana, su questo punto più povera, può, tuttavia, valersi del termine latino “domus”, il cui senso va ben a di là del comune significato della parola “casa”, in quanto risveglia il ricordo della nobile tradizione della “domus Romana”.
Ma chiediamoci ora: chi è il vero architetto, quello della “house” o quello della “home”, quello della “casa” o quello della “domus”? Ovviamente quello della”home”-“domus”! Ma esiste una laura in architettura della “home”-“domus”? Sembra di no! Se esistesse, chi per primo dovrebbe desiderare di meritarla, se non la madre di famiglia?
Se preferisco parlare piuttoste della madre che del padre di famiglia non è perché intenda deresponsabilizzare l’uomo per quanto concerne la “domus”, ma è soltanto perché, per il suo stesso ruolo di genitrice, nutrice, custode ed educatrice dei primi passi della prole la madre ha costituzionalmente un legame molto più forte con la “domus”.
E a questo punto possiamo ben dire che questo legame, lungi dall’avere un carattere umiliante e antisociale, appare portatore di un’altissima dignità culturale. Abbiamo visto, infatti, che la professione di architetto, quale viene comunemente intesa, confrontata con la vera architettura, che è quella della “domus” in tutte le sue dimensioni di vita comunitaria, appare soltanto come una pallida ed imperfetta preparazione ad essa. Al di sopra della professione di architetto della “house”-“casa” dobbiamo necessarimente collocare quella che, con espressivo termine inglese, potremmo definire “the governance of the home”, ovvero, usando parole più nostre, “il buon regolamento della domus”, ciò che in greco si direbbe “OIKOS-NOMIA”. Già! “Economia”! Il senso etimologico di questa parola, che oggi sembra essere stimata al di sopra di tutto, non è altro che “il buon governo della casa della famiglia”!
Dunque la madre di famiglia che decide di dedicarsi alla sua “domus” si trova ad un gradino più in alto dell’architetto e dell’economista, e in un certo senso li riunisce a li soppianta nella sua sola persona.
Abbiamo visto, nell’articolo precedente, come quella che potremmo chiamare la patologia moderna delle nostre dimore familiari, cioè l’incontrollata invasione di una tecnologia onnipervasiva e soffocante, ha potuto svilupparsi perché essa non è stata sapientemente governata dall’azione responsabile dell’uomo. Ora, a chi spetta di regolare saggiamente ciò che entra a far parte della vita familiare, se non alla madre di famiglia, una volta che ella abbia preso coscienza della sua altissima dignità di architetto e di economo della sua preziosa “domus”? Proprio la mancanza di questa presa di coscienza ha fatto sì che si imponesse il mito della “professione fuori casa” e che, perciò, nel momento in cui più era necessaria, venisse a mancare quella “goverance of the home”, quella “OIKOS-NOMIA” in cui consiste la più alta dignità della madre di famiglia e la salvezza delle nostre “domus”.
San Benedetto, patrono degli architetti, nella sua Regola, ha espresso con parole semplicissime, ma dense di significato, l’opera richiesta ad un vero “architetto”:
«Nei tempi appropriati si dia quanto si deve dare e si chieda quanto si deve chiedere, perché nessuno si turbi e si rattristi nella casa di Dio».
Sono parole che passano inosservate, ma che aprono orizzonti vastissimi e che, per essere messe in pratica, richiedono assai più di quanto a prima vista possa sembrare, come presto vedremo.


San Benedetto e le nuove “architette”
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
3.

«Nei tempi appropriati si dia quanto si deve dare e si chieda quanto si deve chiedere, perché nessuno si turbi e si rattristi nella casa di Dio».
Nella precedente conversazione abbiamo richiamato queste parole di San Benedetto e abbiamo detto che esse esprimono in modo particolarmente efficace la missione di un vero architetto. Abbiamo anche ricordato che San Benedetto è il patrono degli architetti, ovviamente non perché fosse un tecnico delle strutture abitative, ma perché è stato il migliore “architetto della home-domus”. Nessuno, come lui, infatti, ha saputo “architettare” gli spazi e i tempi di quanti vivono insieme sotto lo stesso tetto.
E qui dobbiamo puntualizzare un fatto che generalmente sfugge all’attenzione. La maggior parte dei pastori di anime si rivolgono ai singoli, per guidarli in una vita buona, saggia e cristiana. Ma San Benedetto sa bene che nessuno vive da solo e che, peciò, per guidare le persone in una vita buona, senza che esse siano continuamente ostacolate, è necessario ben regolare non solo la vita dei singoli, ma anche e soprattutto la vita delle comunità i cui essi vivono.
È vero che San Benedetto scrisse la sua Regola per le comunità religiose, ma le sue sagge norme sono preziose per “architettare” la vita di ogni comunità di persone che vivono insieme, e perciò anche la vita di una famiglia – e tanto più di una famiglia moderna, la cui prima necessità è quella di trovare chi le insegni a ben “architettare” la propria vita quotidiana.
Ora, un architetto che si rispetti deve rimboccarsi le maniche e prendere in mano la situazione, in modo che tutto sia organizzato secondo la sua sapienza ordinatrice, né può permettere che le cose se ne vadano per conto proprio – ovvero che siano perversamente regolate da qualche manina segreta, che venga dal piano di sotto o semplicemente dai bassi interessi terreni.
Dunque la nostra ideale madre di famiglia si trova di fronte un compito molto impegnativo, ma anche di grende soddisfazione e, come vedremo, di immensa portata culturale e sociale. Per fortuna, visto che le comuni scuole non le hanno dato la necessaria preparazione, San Benedetto ha organizzato per lei una scuola apposita: “la scuola del servizio divino”, come lui stesso la chiama, ovvero, se vogliamo usare termini più “laici”, “la scuola di una vita condivisa buona e felice”.
Ma ora torniamo sulla frase da cui abbiamo incominciato il discorso. Se, come abbiamo visto, lo scopo di questa scuola è di riorganizzare la vita comune per poter bene indirizzare efficacemente i singoli, è giusto che essa esiga che ogni cosa si faccia nei tempi e nei modi più appropriati, «perché nessuno si turbi e si rattristi nella casa di Dio».
Osserviamo: prima avevamo parlato della “domus Romana”, ora addirittura ci troviamo a parlare della “domus Dei”, della “casa di Dio”! Ciò significa che una madre di famiglia che si metta alla scuola di San Benedetto farà della sua casa una “domus Dei”! La prospettiva dovrebbe essere allettante! Per chi, poi, preferisse un linguaggio meno “religioso” – ma ricordiamo che anche la “domus Romana” era considerata una realtà sacra, nella quale ardeva perpetuamente il fuoco dedicato ai Penati – potremmo dire che, seguendo le saggie norme del santo di Norcia – cristiano, ma anche romano – la nostra invidiabile madre di famiglia farebbe della sua casa un luogo di vita felice, che tutti desidererebbero frequentare e imitare.
Ma come si potrà realizzare un programma che, se pure espresso in poche parole – «che ogni cosa si faccia nei tempi e nei modi più appropriati» – richiede in realtà un impegno immenso e una serie di competenze sterminata? C’è proprio da dire che il “reddito di maternità” sarà un’ottima cosa, ma, se non è integrato dall’opportunità di una preparazione adeguata, rischia di essere in gran parte inefficace!
San Benedetto dà molte sagge norme, ma per poterle mettere in atto bisogna acquisire tante disposizioni, morali, pratiche, intellettuali, professionali, che non possiamo fare nostre con la semplice lettura della sua Regola. Bisognerebbe frequentare la sua scuola! Come fare, dunque?
Una cosa almeno possiamo dire: la Regola di San Benedetto ci mostra chiaramente quali siano le qualità che la nostra missione di “architette degli spazi, dei tempi e dei modi della vita comune” esige da noi. Sarà questo il primo passo, che ormai siamo pronte a fare, per accedere alla nostra scuola!

Una scuola diversa
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
4.

La scuola di San Benedetto è diversa dalle altre. essa, infatti, come prima cosa, non si prefigge di trasmettere le scienze, ma di insegnare a vivere bene. Come abbiamo osservato, per vivere bene bisogna saper vivere bene insieme. Per questo San Benedetto stabilisce alcune regole di vita comune, e vuole che tutti si impegnino, come dovere di coscienza, ad osservarle.
Il suo non è certamente un compito facile! Infatti, mentre l’architetto della “house” deve limitarsi a fare un bel progetto, e poi i mattoni, una volta sistemati al posto loro, stanno lì senza creare problemi, l’architetto della “home” non ha a che fare con i mattoni, bensì con esseri umani, che per natura non sono così disponibili! Perciò non basta fare un bel progetto, cioè stabilire delle regole, ma bisogna anche lavorare per bene il materiale umano per renderlo docile e pronto a collaborare al progetto.
E qui bosogna rispolverare alcuni antichi concetti, che da troppo tempo sono stati riposti in soffitta.
Come diceva il proverbio, nessuno nasce “imparato”. Questo non vale soltato per le scienze, ma ancor più vale per le disposizioni a bene operare. Prendiamo qualche esempio proprio dalla Regola di San Benedetto. Vi leggiamo che tutti devono alzarsi la mattina molto presto, senza addurre scuse, e che devono predisporsi con ordine per essere pronti ad andare subito alla preghiera comune. Allo stesso modo durante il giorno devono essere pronti a lasciare ogni personale incombenza per recarsi agli atti comuni, cosicché chi non giunge in tempo, ad esempio, alla preghiera che si recita prima dei pasti, deve fare penitenza.
È chiaro che per poter corrispondere a queste regole bisogna abituarsi a vincere la poltroneria mattutina, la pigrizia e l’interesse esclusivamente personale per essere pronti a collaborare con la vita comune e con le sue esigenze. Non basta sapere, in teoria, che in fin dei conti tutto concorrerà al maggiore bene degli individui. Le teorie sono una bella cosa, ma se manca l’abitudine a vincere se stessi e ad operare in un certo modo, poltroneria, pigriza e interesse personale finiranno per prevalere. Ora, quale è il nome proprio dell’abitudine buona, acquisita con l’esercizio, a bene operare? Un nome oggi passato di moda: la virtù. E quale è il nome della cattiva abitudine, anch’essa acquisita con l’“esercizio”, cioè con la ripetizione di atti non virtuosi? Un altro nome messo in disparte: il vizio.
Come potete capire, una scuola che intende insegnare le virtù non può essere una scuola di pura cultura intellettuale, come è per lo più la scuola del mondo, ma deve essere principalmente una scuola pratica, che, cioè, insegna ad esercitarsi nelle virtù nella vita quotidiana.
Dunque, la nostra ideale architetta della “home” dovrà lavorare bene i suoi mattoncini per fra funzionare il progetto! Ma, come è ovvio, il primo mattoncino su cui dovrà lavorare sarà lei stessa!
Ma approfondiamo questo punto. Quale è la via che San Benedetto indica per poter diventare un bravo mattoncino? Una parola scandalosa: l’obbedienza! E qui dobbiamo fare un’importante puntualizzazione.
La più naturale obiezione ad applicare la Regola di San Benedetto alla vita familiare sta nel fatto che il santo non pensava a legiferare per i laici, bensì per persone particolari, che intendevano consacrarsi a Dio in una forma di vita speciale, attraverso la rinuncia ai beni più grandi della vita umana, cioè proprio a quei beni su cui si fonda la famiglia naturale. Quali sono, infatti, i tre voti caratteristici della vita consacrata? Castità, povertà e obbedienza. Come potrebbe una famiglia fondarsi su questi tre voti?
Ma attenzione: questi tre voti non fanno altro che portare ad un grado di estrema radicalità le tre virtù fondamentali che tutti i cristiani dovrebbero coltivare, e che – sottolineamo – sono proprio a fondamento della vita familiare. Se, infatti, nella vita familiare mancasse la virtù della castità, non sarebbe possibile né il rispetto reciproco, né la fedeltà coniugale. E se mancassero le virtù della povertà e dell’obbedienza, non sarebbe possibile né la saggia gestione delle risorse, né la docile disponibilità al servizio reciproco. Cosicché i giovani che intendono prepararsi adeguatamente al matrimonio, dovrebbero comportarsi da veri monaci benedettini ed impegnarsi, con il costante esercizio quotidiano, ad acquisire le virtù della castità, della povertà e dell’obbedienza.
È questo che insegna loro la scuola del mondo? Certamente no! Anzi, se mai insegna loro tutto il contrario! Ricordo che già molti anni fa – c’erano ancora la televisione in bianco e nero e le vecchie lire – chiesero ad alcuni giovani quanti soldi in media spendevano ogni giorno durante l’estate. La risposta era: circa ottantamila lire! Nulla di strano che già cent’anni fa il grande pedagogista Friedrich Wilhelm Förster osservava che i nostri centri di studi superiori sono nello stesso tempo i templi del sapere e i più grandi vivai dei vizi della gioventù.
Niente di nuovo sotto il sole! Già San Benedetto, andato a studiare a Roma alla fine del V secolo d.C., vide la gioventù studiosa immersa nel vizio, e per questo fuggì da Roma, e infine volle creare un’altra scuola: non la scuola delle scienze, ma la scuola della vita buona. Ed è per questo che è divenuto l’architetto non della “house”, ma della “home”!
Ma voi direte: già, noi ci impegnano a formare dei bravi mattoncini, e poi la scuola del mondo, la società e la cultura più diffusa se li ricrea a modo suo! Possiamo combattere con le frecce contro la bomba atomica?
L’obiezione è giusta, ma esse non fa che rivelare l’immensa portata sociale delle nostre architette. Esse non devono chiudersi nella propria casetta, ma devono fare corpo tra loro e impegnarsi a tutti i livelli, non solo per ottenere il reddito di maternità, ma anche per ottenere che la scuola, la cultura e la politica le sostenga nell’opera di creare i mattoncini adatti per la “home”. E, se la scuola e la società fanno orecchio da mercante, senza per questo tirarsi indietro, devono intanto costruire, collaborando tutte tra loro, una loro scuola, cultura e società che le sostengano nel loro impegno eroico.
Come avevo anticipato, dunque, scegliere di essere architetta della “home” significa avere un ruolo sociale e culturale molto più elevato di una cassiera, della segrataria di un avvocato, o anche di un’avvocato o di un misero architetto della “house”!
Ma su questo avremo molte altre cose da dire.

Un originale “family planning”
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
5.

Recentemente l’illustre economista danese Bjorn Lomborg, la cui opera presenta spunti di estremo interesse, ha lamentato che le risorse impiegate dalle nazioni per lo sviluppo in troppo scarsa misura sono indirizzate ad obiettivi realmente vantaggiosi nel calcolo costi-benefici – vedi: https://www.channelnewsasia.com/news/commentary/united-nations-sustainable-development-goals-billions-spent-11133952?mc_cid=9253d51667&mc_eid=da49bfc3f6. Tra questi obiettivi Lomborg annovera in primo luogo il sano nutrimento dei bambini – il quale, tra l’altro, favorendo lo sviluppo fisico e cerebrale, consentirebbe una più lunga e più fruttuosa frequenza scolastica e quindi la formazione di membri più produttivi nella società – e l’accesso al “family planning”.
Come sempre la lettura degli articoli dell’economista danese è interessante e stimolante. Ci si potrebbe, tuttavia, domandare se non sarebbe opportuno definire meglio cosa si intenda per “formazione scolastica” e per “family planning”. Abbiamo già visto quale sfiducia mostrasse San Benedetto per la scuola del mondo – che da allora non è certamente cambiata, se non forse in peggio – tanto da decidersi a crearne un’altra alternativa, e cosa si intenda generalmente con l’espressione “accesso al family planning” lo sappiamo bene: precoce informazione sulla contraccezione e l’aborto.
Possiamo, dunque, essere d’accordo con l’illustre economista sulla validità degli obiettivi proposti come primari – buona nutrizione e formazione scolastica dei bambini e “family planning” – ma a condizione che alle dizioni “formazione scolastica” e “family planning” si dia un senso del tutto diverso da quello più diffuso, e certamente anche da lui adotatto.
Sulla formazione scolastica abbiamo già detto qualcosa, e presto ritorneremo sull’argomento. Ora aggiungiamo che la comune traduzione di “family planning” con “pianificazione familiare” non è corretta. Il verbo “to plan” in inglese più che “pianificare” significa “progettare”, e si usa in particolare in relazione ai progetti architettonici. Dunque “family planning” corrisponde esattamente a quella “architettura della home” che è al centro dei nostri discorsi – e, con buona pace di Lomborg e della pubblicistica più diffusa, ha ben poco a che fare con la semplice regolamentazione delle nascite!
Se quanto ho osservato è giusto, pensate voi quale missione di enorme rilevanza sociale avrebbero le madri che intendessero realizzare e diffondere una rinnovata “formazione scolastica” e un rivoluzionario “family planning”, ambedue ricreati alla luce della Regola di San Benedetto? Si tratterebbe nientemeno che di mettere a fuoco nel modo più fruttuoso i principali obiettivi dell’economia mondiale!
Nella prospettiva di San Benedetto la formazione scolastica e l’“architettura della home” convergono in un unico progetto. Se, infatti, la nuova scuola deve insegnare per prima cosa le virtù che si vivono in comune attraverso la pratica quotidiana, il vero ambiente in cui esse si imparano è la stessa “home”. E, d’altra parte, come abbiamo visto, per poter ordinare i “mattoncini” della “home” in modo che essi seguano volontariamente il “progetto architettonico” a comune vantaggio, bisogna che gli stessi passino attraverso un’efficace “scuola del servizio divino”, o, se si preferisce, un’efficace “scuola di felice vita familiare”.
Ma – si obietterà – come noi, povere sprovvedute che, dopo un così lungo esilio, vogliamo rientrare nella nostra “domus”, potremmo inventarci da zero nientemeno che un rivoluzionario “family planning” che rigeneri l’economia mondiale?
La risposta è che in realtà non partite da zero! Le “scuole del servizio divino” già esistono da secoli e si tratta solo di andarle a riscoprire. Per quanto, infatti, i discepoli di San Benedetto, come oggi più o meno tutti, siano in crisi, tuttavia ci sono ancora, sparsi per l’Italia e per il mondo. E, inoltre, essi stanno riscoprendo la parzialmente nuova missione di necessario sostegno alle famiglie che intendono riprendere in mano il proprio “planning”. Siamo ancora agli inizi, inizi se vogliamo difficili e incerti, ma anche promettenti. E che le promesse siano mantenute può dipendere anche da una vostra collaborazione, come presto vedremo.
Ma facciamo un passo per volta.
Abbiamo detto che il primo insegnamento della scuola di San Benedetto riguarda le virtù necessarie per una felice vita comune e che esse si apprendono, come tutte le virtù, non tanto con la teoria, quanto con la pratica e l’esperienza di tutti i giorni. Vedremo in seguito che la scuola di San Benedetto non si limita a questa necessaria base, ma si estende a ben altro, oltre quanto si possa immaginare. Per il momento, tuttavia, concentriamoci soprattutto sull’acquisizione delle virtù a cui abbiamo accennato.
E qui vorrei fare una prima proposta pratica, scaturita da esperienze già fatte in qualche monastero.
Chi ha bisogno di questa scuola? I “mattoncini”, senza dubbio, e quindi i figli. Ma forse anche un po’ gli “architetti”!
Che ne direste, dunque, di una residenza di qualche giorno, come ospiti, un gruppo di bambine e ragazze con almeno una madre in un monastero femminile e un gruppo di bambini e ragazzi con almeno un padre in un monastero maschile? Tutto questo, ovviamente, non a fine “vocazionale”, ma per imparare, nella pratica quaotidiana, ad impostare e ordinare la propria vita secondo gli insegnamenti di San Benedetto – e anche per gustarne tutta la bellezza, di cui nessuno ci aveva mai parlato.
E come si articolerebbero queste giornate speciali? La mattina ci sia alza presto, senza scuse dei sonnolenti, e per prima cosa si partecipa alla preghiera comune, cioè alla Lodi mattutine e alla messa. Poi ci si dedica al lavoro, in spirito di servizio e di collaborazione ripettosa. I lavori che servono al mantenimento della casa di famiglia sono tutti nobili, senza eccezione, e devono essere eseguiti da ciascuno. Sono abolite pigrizia, sgarbi, rifiuti e linguaggi aggressivi. I cellulari e gli altri mezzi di comunicazione sono messi da parte per essere usati soltanto nei momenti di ricreazione e nella giusta misura. Tutti devono essere pronti per il pranzo e devono essere presenti al momento della preghiera iniziale. Durante il pranzo sono proibiti la visione di spettacoli teleisivi, l’uso di mezzi elettronici e la lettura privata di giornali e riviste. Si dialoga a bassa voce e con educazione e ci si serve con umiltà e carità. Tutti collaborano al riordino delle stoviglie dopo il pranzo. Nel pomeriggio, dopo un po’ di riposo, ci si dedica, sotto la guida di una membro esperto della comunità monastica, a scoprire le belle cose che offre la letteratura, l’arte e la musica di tutti i tempi, mentre ogni pubblicazione o spettacolo immorale o deteriore sono banditi. Ci si esercita anche nel canto, per la chiesa e per la vita familiare, e in tutto ciò che serve ad animare con efficacia la liturgia. Si partecipa, con la comunità, alla preghiera dei vespri. Dopo la cena – in cui si seguono le stesse norme stabilite per il pranzo – e dopo la ricreazione, si partecipa alla preghiera conclusiva della giornata. Fa parte di questa preghiera anche un esame di coscienza, nel quale ognuno, se vuole, può riconoscere ad alta voce le mancanze che ha fatto durante il giorno contro le norme stabilite nella convivenza – ad esempio mancanze nel linguaggio, nella disponibilità al lavoro, nello spirito di servizio etc. Dopo l’ultima preghiera tutti si ritirano in silenzio per il riposo notturno.
Ottima scuola – vero? – dalla quale molti insegnamenti si possono trasferire nella vita quotidiana familiare. Ma – si chiederà – e dove lo troviamo il monastro che ci ospita? Bisogna cercarlo! Di femminili ce ne sono tanti, non necessariamente benedettini. Di maschili meno. Ma bisogna ingegnarsi: fare amicizia con il superiore o la superiora e, a tempo e modo opportuno, fare la proposta e spiegarne i motivi. Che ne dite? Pensate che accetterà?

La conciliazione benedettina tra l’umile lavoro domestico e l’alta cultura
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
6.

Dalla proposta di esperienze dei giovani e dei loro genitori presso la scuola di San Benedetto si potrebbe incominciare ad intuire che una vita dedicata al buon ordinamento della domus, secondo l’insegnamento del santo di Norcia, per quanto essa richieda di mettere al primo posto l’impegno nella pratica delle virtù morali e nell’autodonazione quotiana per il bene di tutti, non implica affatto una mortificazione dell’attività intellettuale e culturale.
Ma vediamo di chiarire meglio questo punto.
Già al suo tempo osservava il Förster, di fronte al nascente movimento per l’emancipazione della donna, che il tanto disprezzato lavoro domestico, se non fosse praticato soltanto come una spiacevole necessità, ma invece come una scuola di autoeducazione alla vittoria sul proprio egoismo e sulla propria indolenza e pigrizia e come un insostituibile esercizio del dominio dello spirito e della volontà sulla fiacchezza delle nostre membra, costituirebbe la base di ogni vera cultura. Ed egli aggiungeva che, proprio perché assai più dell’uomo sono impegnate in questa formidabile scuola di autoeducazione, le donne mostrano di essere molto più capaci di sopportare il dolore, di affrontare difficili situazioni e di portare aiuto e consolazione ai sofferenti. Infatti lo stesso impegno quotidiano a piegare le loro membra ad ogni più umile servizio conferisce loro il potere di trasfondere la propria forza spirituale in ogni gesto, in ogni espressione del viso e in ogni inflessione della voce.
San Benedetto avrebbe certamente condiviso queste osservazioni. Egli, infatti, vuole che i suoi monaci – maschi! – progrediscano nei meriti e nella virtù praticando i più modesti lavori domestici, cioè proprio quei lavori che la scuola del mondo disprezza e delega alle “incolte” massaie, mentre essa si dedica alla “nobile” missione di arricchire di nozioni scientifiche i loro figli, togliendo loro, però, l’opportunità di acquisire la preziosa virtù dell’autodonazione nella vita di tutti i giorni.
Scrive San Benedetto:
«I fratelli si servano l’un l’altro, sicché nessuno sia dispensato dall’ufficio della cucina, se non perché infermo ovvero occupato in affare di grande utilità, giacché con ciò si guadagna una maggiore ricompensa e un maggior merito di carità » (Regola, cap. 35).
Il santo non dice che bisogna fare certi lavori perché sono necessari e deve esserci pure qualcuno che li faccia, ma perché essi sono lavori nobili e preziosi, che ci ottengono ricompense celesti e aumento di carità. Perché, dunque, tornando dalle giornate in monastero, non proviamo ad applicare queste regola anche alle nostre famiglie?
Ma il lavoro domestico, oltre a perfezionarci nella virtù, ha anche il vantaggio, come si è accennato, di rafforzare il dominio dello spirito sulle membra, e perciò di rendere le nostre membra più duttili e più abili a qualsiasi lavoro. Dunque il lavoro domestico risulta essere il primo indispensabile gradino verso il lavoro artistico! Infatti tra ripulire e ordinare una stanza e decorarla la differenza è più di grado che di sostanza. E forse l’attuale decadenza delle arti belle trova la sua prima causa proprio nell’abbandono del lavoro domestico. Quello che una volta uomini e donne imparavano nella cucina materna o nella bottega paterna, nessuna accademia potrà mai insegnarlo!
Già questo fatto dimostra che la scuola di San Benedetto, lungi dal mortificare l’attività culturale, le fornisce una solida base perché essa possa esplicarsi nelle più svariate direzioni, per arricchire, per prima cosa, la vita della comunità e poi l’intera società.
È chiaro che la cultura che risulterà da questa scuola avrà dei particolari caratteri di concretezza che la distingueranno da quella, troppo spesso astratta e teorica, che esce dalla scuola del mondo.
Ma vediamo di approfondire questo punto.
I monaci hanno, come primo dovere, quello di «cantare le lodi del Signore». Infatti l’Antico e il Nuovo Testamento concordano nel raccomandare caldamente e insistentemente la celebrazione, con il canto, delle opere dei Dio. «Loderò il Signore per tutta la mia vita, finché vivo canterò inni al mio Dio» (Salmi 145, 2). «Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli» (Salmi 88, 2). «Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi!» (Salmi 83, 5). « La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali» (Col 3, 16).
Come dimostra l’esortazione di San Paolo, riportata per ultima, cantare le lodi del Signore compete a tutti i fedeli, e non soltanto ai monaci. E notiamo che l’apostolo non si rivolge a un singolo, bensì alla comunità dei fedeli e li invita a cantare insieme.
La ragione di questo invito sta nel fatto che la Parola di Dio, perché «dimori tra noi abbondantemente» e dia, così, una luce divina alle nostre menti, alle nostre azioni e alle nostre giornate, deve ispirarci come un poema che viene dal cielo, e ciò si può ottenere soprattutto animandola con il canto. « La mia lingua canti le tue parole!» (Salmi 118, 172).
Ma come bisogna cantare? Male e senza approfondire il senso di ciò che si canta? No, certamente! «Cantate al Signore un canto nuovo, suonate la cetra con arte e acclamate» (Salmi 32, 3). È ovvio che, se il canto deve commuovere il cuore, deve essere fatto bene! E come si potrebbe entrare in sintonia con la Parola che viene dal cielo se non se ne approfondisse il senso? Dunque lo studio del canto e della Bibbia devono andare di pari passo, e questo non per fare dei concerti in teatro, né per fare lezioni di esegesi nelle facoltà di teologia, ma semplicemente per mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo nella vita familiare di tutti i giorni. Così la cultura esce dalle accademie per rientrare, come è giusto, nelle nostre case, da cui una diffusa trascuratezza l’aveva esiliata, lasciando un vuoto che ben altra “cultura” e ben altra musica si sono affrettate a riempire!
E quello che si è detto della musica vale per molte altre cose. Architettura, arte figurativa, decorazione, poesia, letteratura, non dovrebbero, prima che nelle accademie, fiorire nelle nostre case? San Benedetto raccomanda che in monastero si leggano soltanto libri conformi alla retta fede. Quanta produzione scadente, o anche scandalosa, abbiamo, invece, ammesso nelle nostre dimore, una volta perduta ogni educazione alla decenza e al buon gusto! Dunque, se la donna in carriera vuole brillare per la sua cultura nelle aule dell’università, l’architetta della domus, invece, dopo aver fatto un’adeguata pulizia, farà fiorire una cultura molto più viva in ogni angolo della sua casa!
Mamma mia! Architettura, musica, Sacra Scrittura, arte figurativa, poesia, letteratura… Che programma immenso per una povera casalinga! E come potrà realizzarlo?! Chi le insegnarà tutte queste cose e chi l’aiuterà a metterle in pratica?
Chi? San Benedetto, naturalmente! Ma, come vedremo presto, si aspetta da voi un’ampia collaborazione!

Famiglie, carcerati e ragazze intraprendenti
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
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Pochi giorni fa c’è stato un interessante dibattito sul blog di Costanza Miriano. Come forse già sapete, sabato 19 gennaio, per iniziativa della Miriano e di alcuni suoi amici, si è tenuto un incontro di migliaia di persone, presso la Basilica di San Giovanni in Laterano, tutte interessate a impegnarsi insieme nella vita spirituale, in una sorta di comunità virtuale, denominata “monastero wi-fi”. Gli organizzatori hanno pubblicato gli interventi fatti nel corso dell’incontro in modo da estendere questa bella iniziativa anche a quanti non erano potuti intervenire o non avevano facile accesso ad internet, come in particolare i carcerati.
Proprio da parte di un carcerato, condannato all’ergastolo, è perventua, nel blog di Costanza, una testimonianza molto commovente di sentita partecipazione all’iniziativa.

[vedi: https://costanzamiriano.com/2019/02/08/lettera-dal-carcere-di-un-confratello-monaco-wi-fi/#comment-141582%5D

Questa testimonianza ha provocato una serie di commenti molto interessanti e ha anche dato lo spunto per riconsiderare un’iniziativa che potrebbe riguardare da vicino il nostro discorso sul rinnovamento della vita familiare.
Qualcuno, infatti, già da diversi anni aveva progettato di coinvolgere anche i carcerati nell’applicazione della Regola di San Benedetto alla vita delle famiglie. Il punto era questo: se vogliamo impegnare le nostre energie per prima cosa all’interno delle nostre case, perché, allora, non insegnare a valorizzare la vita domestica anche a chi si trova racchiuso tra le mura di una abitazione non per scelta, ma per costrizione, come, appunto, i carcerati?
Ma è evidente che, sia le famiglie, sia i carcerati, hanno bisogno di essere aiutati per realizzare questo progetto. Quante cose dovrebbero imparare? E chi si incaricherà di insegnarle loro?
Di fronte a questo interrogativo, una persona interessata all’iniziativa, non potendo realizzare quanto desiderava nella realtà, lo ha fatto con la fantasia. Ha scritto, cioè, una serie di romanzi, destinati soprattutto agli adolescenti, nei quali, tra le altre cose, ha immaginato che un gruppo di ragazze volenterose si uniscono insieme con l’intento di imparare loro per prime, e poi di insegnare alle famiglie e ai carcerati a riorganizzare secondo la saggezza benedettina la propria vita quotidiana.
In particolare, in uno di questi romanzi viene descritto in modo molto vivace come queste ragazze si organizzano e come avviano la loro attività, tra le altre cose, proprio nelle carceri.
Nel corso del dibattito suscitato dal detenuto condannato all’ergastolo – nel quale, con un interessante spunto da approfondire, si è giunti a suggerire che i carcerati potrebbero addirittura aiutare le famiglie, come le monache di clausura aiutano i sacerdoti con la confezione delle ostie e dei paramenti sacri – il link di questo romanzo è finito direttamente sul blog di Costanza Miriano, e sembra che abbia riscosso molto interesse.
Chissà se qualcuno non ne tragga ispirazione per qualche iniziativa concreta!
Certamente, se vogliamo rigenerare la vita delle nostre famiglie secondo il progetto di cui stiamo parlando, non basta dare buoni consigli. Bisognerà anche trovare il modo di promuovere iniziative concrete ed efficaci per mettere le persone interessate nella condizione di poterle realizzare. Ciò vale principalmente per le madri e i padri di famiglia, ma anche in particolare per i nonni, che spesso sono più liberi e disponibili, come per tutti i membri di una famiglia, e, perché no? anche per i carcerati. Tra le possibili iniziative in questo senso, l’idea della “nuove oblate benedettine”, come è descritta dal romanzo, mi sembra ottima e, direi, indispensabile.
Per chi vuole saperne di più, aggiungo il link del romanzo, come si trova nel blog della Miriano:

https://massimolapponi.wordpress.com/ebook-il-grande-consesso-romanzo-di-don-massimo-lapponi/

Preciso che questo – breve! – romanzo è il ventesimo di una serie di trenta, come già detto destinati soprattutto alla gioventù, di cui per il momento è stato pubblicato soltanto il primo. Ma l’editore Solfanelli ha in programma di pubblicare prossimamente il secondo e poi gli altri ventotto in due volumi di quattordici romanzi ciascuno. Intanto, almeno alcuni si possono leggere online.
Questo ve lo consiglio per le ragioni che ho già spiegato – e con la speranza che non rimanga soltanto una pia immaginazione!
Ma il sostegno alle famiglie per il nostro progetto non si limita a progetti immaginari! Vi sono altre iniziative già concretizzate, di cui parleremo nella prossima conversazione.

Le nuove oblate e la scuola online: ciò che (ancora) non esiste e ciò che è già a disposizione delle famiglie
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
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Quelli che hanno letto il romanzo “Il grande consesso” penso che saranno d’accordo con me nel ritenere che sarebbe auspicabile che Edith, Susanna e le loro amiche non fossero soltanto personaggi immaginari, ma esistessero realmente e realmente organizzassero le “nuove oblate benedettine”.
Nel qual caso, sarebbe da prendere molto sul serio la lettera che, nel romanzo successivo, “La piccola tomba”, due di loro scrivono ai loro fidanzati. In questa lettera si legge, tra l’altro:
«In tutta questa vicenda abbiamo toccato con mano quanto siano a rischio, oggi, anche i bambini, e quanto sia facile che nella loro testolina ingenua entrino le idee più deleterie fin dalla più tenera età.
«Questa mattina ci siamo ritirate qui, nella pace della casa del biancospino, nella campagna vicino al paese di Vittoria, per riflettere su quello che è accaduto
«Cosa fare? Pensiamo che i genitori di oggi non possano più accontentarsi di circondare i piccoli con qualche precauzione, affidandosi, per il resto, alla scuola e alle istituzioni della società. No! L’istituto familiare deve essere interamente ripensato! Molte cose non si possono più delegare, ma devono essere gestite in proprio, e con la massima attenzione, dai genitori, anche a costo di rinunciare ad attività fuori casa, per quanto finanziariamente redditizie!
«Prima di venire qui, a Roccasinibalda, siamo state, come sapete, per qualche giorno ad Acquafredda, dove ci siamo incontrare con le altre nostre amiche, con le quali abbiamo fondato il gruppo delle “Nuove Oblate Benedettine Ecumeniche”, di cui vi abbiamo parlato. Tante cose che sono state dette lì, ora le capiamo meglio. Veramente l’educazione dei piccoli incomincia dal modo di parlare, da ciò che viene loro offerto tramite il gioco, la narrazione di fiabe, la lettura di libri, la musica, le immagini. Quanto bisogna lavorare in queste cose, per preservare i piccoli dall’immensa quantità di ciarpame che offre la società di oggi e per dare loro quella ricchezza di ispirazione che soltanto un lavoro intenso e assiduo permette di creare o ricreare per loro!»
Avevamo già anticipato, in una precedente conversazione, che la riorganizzazone “benedettina” della vita domestica mette, certamente, al centro la formazione morale di ciascuno, fondata sulla generosa autodonazione, quale si attua principalmente nei più impegnativi lavori domestici a servizio dei propri cari, ma che proprio questo servizio implica, poi, lo sviluppo delle più svariate realizzazioni nel campo della cultura, della scienza e dell’arte.
Si può ora comprendere meglio come sia importante, per la sana crescita dei nostri figli, che la famiglia sappia offrire loro conoscenze, esperienze, emozioni, convinzioni alternative rispetto a quelle che la società profonde con tanta inesauribile abbondanza e che spesso risultano a loro rovina. Ciò significa che l’architetta della home, lungi dal limitarsi ad essere “quella che cucina, lava e stira”, dovrà assumere un ruolo culturale che la più brillante donna in carriera non potrebbe neanche sognare. Ella non dovrà, infatti, limitarsi a coltivare una sola scienza o una sola arte, ma necessariamente dovrà praticarle tutte e, come è stato accennato, il suo modo di praticarle risulterà molto più incisivo nella vita quotidiana dei suoi cari di quanto possa esserlo una cultura puramente accademica.
Le nostre immaginarie oblate, per affrontare questo programma, avevano scelto di dedicarsi a coltivare ognuna un’arte o una scienza particolare, in modo da poter offrire alle famiglie il sostegno delle loro svariate competenze. Ma qui bisogna aggiungere che, se le nostre oblate esistessero veramente, si dovrebbe dir loro che proprio nel mondo benedettino, a cui esse si ispirano, si sta realizzando un progetto che sarebbe loro di grande aiuto e al quale, anzi, dovrebbero collaborare.
Da qualche anno, infatti, è stata inaugurata una scuola online per le famiglie, nella quale si cerca di mettere a loro disposizione una quantità di insegnamenti e di materali che sono assolutamente indispensabili per poter ricreare, all’interno della “domus”, una ricchezza di conoscenze, di esperienze e di stimoli per la sensibilità estetica, morale e religiosa, tale da opporsi validamente a quanto di malsano vi è, purtroppo in grande abbondanza, nella società. Sarebbe veramente auspicabile che si creasse una sorta di convergenza tra le nuove oblate – se esistessero! – e la scuola online per le famiglie. Le nuove oblate, infatti, potrebbero attingere dalla scuola una quantità immensa di materiali e di istruzioni, che altrimenti dovrebbero cercare di qua e di là con grande fatica e dispendio di energia, mentre, nello stesso tempo, esse potrebbero collaborare validamente per migliorare e sviluppare la scuola – ancora incompleta e bisognosa di sempre nuovi aggiornamenti – per farla conoscere alle famiglie e alle parrocchie e per insegnare alle famiglie ad usarla con frutto. L’esperienza insegna, infatti, che non basta preparare il cibo, ma che poi bisogna anche imboccare gli affamati!
Ma lasciamo, ora, i romanzi e torniamo alla realtà. Le nuova oblate non esistono – almeno per il momento – mentre la scuola online esiste, se pure ha bisogno di essere completata e siluppata. C’era anche il progetto di riprodurla in lingua inglese, per poterla diffondere in tutto il mondo, ma per ora anche quel progetto rimane tra i romanzi.
Come si accede alla scuola online? È semplice! Questo è il link:

http://www.abbaziadifarfa.it/formazione.asp

L’iscrizione è a offerta libera, quindi praticamente, per chi vuole, gratuita.
Essa è articolata in dodici diversi insegnamenti. Per questo è stata battezzata “La corona di dodici stelle”. Questi sono gli insegnamenti che si sono ritenuti indispensabili per “architettare” sapientemente un “domus” nell’attuale situazione della società:

l’architettura, i lavori di manutenzione, i lavori di decorazione, il risparmio e la cura dell’ambiente, la cura delle piante e degli animali domestici, la cucina, il gioco manuale, la musica, la poesia e la letteratura, la calligrafia e la scrittura artistica, la religione e la trasmissione della fede ai piccoli, la carità e la solidarietà sociale.

Facile a dirsi! Ma per la nostra ideale architetta della domus – per di più senza il sostegno delle nuove oblate, dato che per ora esse sono relegate nelle pagine dei romanzi – è una bella gatta da pelare! Meno difficile, però, se più famiglie si mettono insieme per suddividersi i compiti.
Intanto, nelle prossime conversazioni vedremo di spiegare meglio, una per una, le dodici stelle di questa bella corona celeste.

La prima “stella” della scuola online: l’architettura
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
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«L’alta e nobilitante arte dell’architettura è di conferire agli edifici, le cui parti sono determinate dalla necessità, forme e colori capaci di rallegrare gli animi, disponendoli alle operazioni alle quali dovranno dedicarsi nell’edificio: e come, dunque, è essenzialmente alle anime che l’opera dell’architetto è indirizzata, non è parte di quest’arte, ma piuttosto una sua limitazione, che egli debba interessarsi dei principi subordinati dell’economia delle costruzioni domestiche».
Queste sono parole di John Ruskin (1819-1900), uno dei maggiori scrittori inglesi, il quale ha dedicatio all’architettura innumerevoli pagine immortali, ancora oggi oggetto di studio appassionato da parte dei professionisti della materia. Ma, come troppo spesso avviene per i grandi maestri, le sue lezioni il più delle volte sono disattese. La causa di ciò, oltre che nella generale mediocrità umana, è da ricecare nel fatto che, come abbiamo visto, Ruskin esige che l’opera dell’architetto sia indirizzata «essenzialmente alle anime», ed è purtroppo ovvio che i nostri tempi non sono assolutamente fevorevoli ad accogliere un tale richiamo.
A questo proposito vorrei raccontare un episodio di molti anni fa che mi è rimasto impresso. Un giorno lessi in un libro di uno scrittore famoso – non ricordo ora chi fosse – che «l’architettura è la geografia dell’anima». Feci leggere queste parole a un amico storico dell’arte ed egli si mise le mani nei capelli ed esclamò: «Allora siamo rovinati!»
Questo, però, non deve in alcun modo né scoraggiare né, tanto meno, influenzare negativamente la nostra ideale “architetta della home”, la quale, ovviamente, non può non allinearsi senza riserve con l’opinione di Ruskin, se non vuol tradire la propria missione.
Dato il ruolo “direttivo” che le compete, non deve stupire che all’architettura sia stato dato il primo posto tra gli insegnamenti – le “dodici stelle” – in cui la scuola online si articola – e non solo “primo” per collocazione, bensì anche in quanto insegnamento basilare.
Come si vedrà anche in seguito, purtroppo non tutte le dodici stelle sono state ugualmente sviluppate. Come, infatti, è facile comprendere, per ogni insegnamento si richiede una vasta competenza, e perciò per poter sviluppare adeguatamente la scuola sono necessari molti validi collaboratori. Ma, come tutti sappiamo, trovare validi collaboratori disponibili, per di più senza poter offrire compensi, non è una cosa facile. È anche per questo che sarebbe auspicabile la presenza delle famose – e per ora soltanto immaginarie – “nuove oblate”, disposte a prendere a cuore l’iniziativa.
Già per questa prima stella fondamentale non si è ancora ottenuta la collaborazione di architetti professionisti. In parte, tuttavia, si è potuto ovviare a questa mancanza con la redazione di una lunga introduzione, che serve anche da quadro generale per gi altri insegnamenti.
Come si è visto, una visione “architettonica” che intenda collocare nel giusto posto, modo e tempo tutta vita quotidiana di una famiglia non può limitarsi a stabilire le utenze necessarie della struttura abitativa, ma deve saper abbracciare tutto il mondo umano e spirituale che costituisce la ricchezza, nello stesso tempo personale e condivisa, destinata a dare il contenuto sostanziale alla vita di ciascuno.
Per aiutare i responsabili della “domus”, e la madre in particolare, ad affrontare un così arduo compito, l’introduzione alla prima stella svolge un ampio discorso sul ruolo dei diversi spazi che, almeno idealmente, dovrebbero costituire l’ambiente adatto per una felice vita familiare. Ovviamente l’ideale troppo spesso si scontra con realtà abitative più o meno carenti. Sarà, perciò, compito di persone competenti entrare nei dettagli delle più diverse situazioni per risolvere i problemi concreti delle famiglie che, se pure con mezzi limitati, non intendono però rinunciare a strutturare in modo sano e umanamente soddisfacente la propria vita quotidiana.
La prima stella, intanto, cerca di dare le indicazioni e le motivazioni che devono, in ogni caso, ispirare le scelte che ogni famiglia è chiamata a fare. Essa, perciò, enumera e valuta gli interessi fondamentali in cui si articola la vita di una famiglia e gli spazi destinati a soddisfarli.
Incominciando dall’alto, si parla per prima cosa della preghiera, e perciò dell’ambiente sacro che deve corrisponderle. Seguono, poi, il soggiorno, come luogo di vita comune, l’ambiente del lavoro, lo spazio adatto ai giochi dei bambini, le stanze personali, la biblioteca, i luoghi all’aperto, come giardini e terrazze, le stanze per gli ospiti e per l’accoglienza dei bisognosi, la sala da pranzo, la cucina, il luogo riservato ai mezzi elettronici, i magazzini.
L’elenco sarebbe arido, e anche un po’ scontato, se si limitasse ad una descrizione pratica. Ma il discoro affronta gli elementi essenziali – che poi saranno svilupati dalle diverse stelle – dei tempi e dei modi in cui le varie attività dovranno svolgersi, favorite da un saggio ordinamento degli spazi, «perché nella casa di Dio nessuno si turbi e si rattristi ».
Non credete che valga assai più e sia molto più meritorio intraprendere l’opera di “architettare” secondo un progetto così sapiente e impegnativo la propria dimora – e indirettamente non solo la propria – che non dedicarsi ad una carriera professionale? Credo che si possa dire con verità che, mentre pressoché nessun architetto oggi si propone di seguire le linee guida elencate da John Ruskin nel suo capolavoro “Le sette lampade dell’architettura” (1849), al contrario quelle sette lampade possono luminosamente guidare una madre di famiglia ad architettare felicemente la dimora dei propri cari.
Ecco qui di seguito l’elenco delle sette lampade. Non è possibile darne qui la spiegazione dettagliata. Invito, perciò, chi vuole saperne di più a leggere le pagine immortali del grande scrittore inglese:
La lampada del sacrificio. La lampada della verità. La lampada del potere. La lampada della bellezza. La lampada della vita. La lampada della memoria. La lampada dell’obbedienza.

La seconda “stella” della scuola online: la manutenzione della casa
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
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Recentemente un libro pubblicato per la scuola primaria, dal titolo “Nuvola – Libro dei percorsi”, è stato al centro vivaci polemiche. Perché? Perché a pagina 118 tra i verbi attribuibili alla mamma vi era scritto: cucina, stira, mentre tra i verbi attribuibili al papà vi era scritto: lavora, legge.
Immancabilmente sono piovute le critiche: medievale, ottocentesco, retrogrado!
Queste reazioni scomposte nascono dal pregiudizio, ormai diffuso a macchia d’olio, che i lavori domestici siano qualcosa di inferiore e di degradante e che, perciò, la tradizionale attribuzione di essi alla madre di famiglia sia un segno inequivocabile della discriminazione di cui per secoli è stata oggetto la donna. La conseguenza è che l’attuale movimento femminista dà in escandescenze al più piccolo accenno dei lavori domestici collegati con la figura femminile.
Questo fatto mi ricorda una fiaba, un tempo molto popolare, che in qualche modo richiama il “Re Lear” di Shakespeare. Vi si narra di tre sorelle, figlie di un re, alla quali il padre domanda: quanto mi vuoi bene? La prima risponde: come il pane. La seconda risponde: come il vino. La terza – più buona e modesta – risponde: come il sale. A quest’ultima risposta il padre va su tutte le furie, perché ai suoi occhi il sale non era un elemento nobile come il pane e il vino, e la caccia di casa. Dopo molte disavventure, infine la ragazza sposa un nobile principe, il quale invita il re ad un banchetto. Al banchetto, al quale la sposa del principe non si presenta, viene offerto un pranzo interamente senza sale. Il padre della ragazza, avvertendo il disgusto di un pranzo senza sale, ripensa alla risposta della figlia minore e. piangendo, confessa la sua colpa. A quel punto la figlia si presenta, si fa la pace e «tutti vissero felici e contenti».
Il sale della fiaba potrebbe convenientemente simboleggiare i lavori domestici: tutti li disprezzano, ma senza di essi la vita perde ogni sapore, e non solo perché essi sono necessari, bensì anche perché sono preziozi. Abbiamo visto quale stima ne facesse San Benedetto. Ma in realtà il santo non faceva che riecheggiare la rivoluzione operata dal Vangelo. È stato, infatti, Gesù stesso a dare l’esempio, quando, riabilitando i lavori più umili, allora riservati agli schiavi, lavò i piedi ai discepoli e disse loro: «Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13, 14-15).
È, infatti, soltanto quando l’uomo si impegna a vincere la pesantezza delle proprie membra e gli allettamenti di un comodo benessere o dei piaceri dei sensi attraverso un lavoro faticoso, fatto con dedizione e accuratezza, che lo spirito si risveglia e imprime il suo sigillo in tutta la vita personale. È questa la vera cultura: l’incarnazione dello spirito, già realizzata perfettamente in Cristo, che ha assunto la nostra carne ed ha portato con amore la croce del suo martirio, lasciandoci così un esempio sublime da imitare.
La seconda stella, dunque, vorrebbe guidare non solo le donne, ma tutti i membri della famiglia a riscoprire la sublime nobiltà dell’umile servizio domestico, e nello stesso tempo vorrebbe anche mettere a disposizione tutti i suggerimenti pratici per eseguire ogni lavoro al meglio e per valorizzare i relativi strumenti, tradizionali e moderni. Le abilità acquisite nell’uso, nel mantenimento, nella riparazione degli strumenti sono preziose anche per il risparmio che si ottiene, non dovendo ricorrere a terzi per le varie necessità.
Per quanto, poi, riguarda gli strumenti elettronici, l’insegnamento vorrebbe fornire anche le indicazioni necessarie ad evitare i gravissimi danni che un uso improprio di essi può portare, soprattutto nei confronti dei più piccoli e dei giovani, e, al contrario, i grandissimi vantaggi di un loro uso adeguato.
Purtroppo anche per questa stella non si è trovato ancora un collaboratore valido che ne assumesse la responsabilità, e quindi al momento è stata fatta soltanto una breve, anche se significativa, introduzione.
Ma di là degli aspetti più propriamente tecnici, è di vitale importanza oggi sottolineare, contro i pregiudizi diffusi, l’immenso e insostituibile valore della dedizione ai lavori più umili ed al servizio personale, quale si esercita specialmente nei tanto disprezzati lavori domestici. Il rinnovamento di cui, giustamente, si avverte il bisogno, non consiste nel rifiuto di questi lavori, né da parte della donna né da parte di nessuno, me nel nuovo spirito con cui essi devono essere compresi e vissuti. Ancora perfettamente attuale rimane, in tal senso, la seguente pagina di Wilhelm Friedrich Förster, scritta più di cent’anni fa:
«Avvenne che appunto il Cristianesimo, che pone Maria al disopra di Marta, pure destò così inesauribili energie per i lavori più penosi, umili e disinteressati. Promettendo al vincitore la corona della vita, esso ha coronato appunto quel lavoro che richiede una maggior vittoria sopra se stessi.
«Maria, che aspira a quella corona, e che in confronto di essa ha in dispregio ogni cosa terrena, è anche la miglior lavoratrice (…) la sua energia di lavoro ha fonti più grandi e copiose, è guidata da un amor superiore (…)
«L’antico motto “ora et labora” ha un senso assai profondo, anche perché vuol pur dire, che per l’energia, per la costanza e per la sicurezza dell’intento in ogni lavoro è d’importanza decisiva che l’anima si tenga bene stretta alla sua destinazione suprema, si separi dal mondo dell’apparente e del transitorio e riempia se stessa del desiderio intenso di una perfezione che non è di questo mondo: e così purificata e riaffermata diriga poi ogni azione creatrice, e trasformi il lavoro terreno in lavoro celeste, in un’opera intesa ad onorare e ad estendere il mondo spirituale (…)
«L’“ora et labora” però non si riferisce soltanto al lavoro manuale, ma soprattutto anche alla parte più difficile di ogni sorta di servizio personale, cioè al modo di trattare con gli uomini. Se non v’è grandezza di pensieri e d’ideali, quest’immediata e stretta relazione coll’uomo reale con tutti i suoi capricci e debolezze, e con le sue egoistiche preoccupazioni, contribuirà assai più ad amareggiare ed a paralizzare la vita interiore, che non ad animarla e ad accrescerla. L’amore di Marta è accecato dallo spirito d’irrequieta attività; manca ad esso lo sguardo penetrante dell’anima calma e raccolta, che applica i suoi esercizi di contemplazione e di meditazione anche nei rapporti con l’uomo, e si prende tempo per riflettere e per approfondirsi in lui. Senza questa sorta di contemplazione non vi può essere nel campo dell’azione pratica altro che stasi, dissoluzione e lotta.
«Marta non conosce bene l’uomo. Inoltre l’inferiorità di Marta rispetto a Maria si rivela anche in questo, ch’ella per mancanza di una luce superiore deve soccombere alle cure ed alle difficoltà del servizio quotidiano, e non ha nessun rimedio contro le delusioni che le procurano i suoi rapporti con gli uomini, nessuna interpretazione conciliante, nessuna idea del come tutto questo possa essere utilizzato e trasformato a profitto dell’io interiore. E perciò si spiega anche il grido angoscioso che s’eleva oggi dalla vita di Marta, dalla sfera cioè del servizio compiuto stupidamente e senz’anima; e si spiega questo rifuggire da tali servizi per volgersi alla cerchia del lavoro impersonale e puramente intellettuale. Ma la vera via è, come abbiam visto, che il servizio venga messo in rapporto con la vita spirituale dell’uomo, sì che serva a questa e sia da questa servito, fortificato ed elevato (…)
«Perciò la scuola ideale d’economia domestica non è quella di Marta, ma bensì quella di Maria, in cui, con una radicale cura dell’anima e con l’esempio dei grandi eroi ed eroine dell’amore e dell’abnegazione, le discenti vengano così efficacemente iniziate alla vita superiore dell’anima, e così chiaramente edotte del legame che unisce con tale vita il loro servizio, che nel mondo della materia si sentano veramente come sacerdotesse dello spirito e dell’amore».
Mi si permetta di aggiungere che le escandescenze delle femministe contro il lavoro domestico sembrano proprio riechggiare «il grido angoscioso che s’eleva oggi dalla vita di Marta» di cui parla il Förster, e «questo rifuggire da tali servizi per volgersi alla cerchia del lavoro impersonale e puramente intellettuale».

La terza “stella” della scuola online: la decorazione della casa
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
11.

Con la riforma liturgica di Paolo VI la tradizionale festa del Transito di San Benendetto del 21 marzo, cadendo in Quaresima, viene celebrata soltanto dall’Ordine Benedettino. Sembra, tuttavia, opportuno ricordarla, se non altro perché legata ad un intramontabile proverbio popolare: “San Benedetto, la rondine sotto il tetto”.
Tra l’altro si tratta di un proverbio ben augurante, dato che la primavera, che appunto dovrebbe incominciare con l’arrivo delle rondini il giorno dell’equinozio, è anche il simbolo del risveglio della vita e della rinascita di ogni cosa buona dopo l’inverno del male e del peccato. Niente di più adatto a ridarci fiducia in questi tristi giorni, in cui uno spaventoso inverno spirituale sembra aver attanagliato con i suoi invincibili tentacoli il genere umano.
E se c’è una stella che, sorgendo all’orizzonte, ci rallegra, essa è certamente Venere mattutina, la stella della bellezza, cioè la terza stella della nostra scuola online per le famiglie.
Vi è un legame tra San Benendetto e la bellezza? Certamente, se è vero che tra le cose belle non vi è nulla di più bello di una bella casa. Infatti solo una casa sapientemente ordinata sa dare il giusto posto e tempo ad ogni cosa: un pranzo, un incontro familiare o amichevole, la fruizione di un bel video o di una bella musica… tutte cose piacevoli, ma devono essere collocate in uno spazio adatto. Anche un bel libro deve essere posto nel suo luogo, per essere a disposizione nel modo e nel tempo opportuno e per non andare disperso e smarrito. Se, dunque, San Benedetto insegna ad ordinare spazi e tempi della casa, necessariamente egli è ache patrono della bellezza.
Abbiamo visto quale umile nobiltà nasconda il modesto lavoro domestico. Ora notiamo che tra i suoi pregi vi è anche quello di costituire il primo e necessario gradino verso la bellezza della casa. Infatti non solo le prime cose che rendono gradevole l’abitazione sono l’ordine e la pulizia, ma il lavoro artigianale e artistico richiede necessariamente una grande padronanza sulle proprie mani, padronanza che si acquista soltanto attraverso il lavoro faticoso e accurato fatto con amore e spirito di servizio – cioè soprattutto attraverso il lavoro domestico. Quanti, in occasione del prossimo incontro di Verona, si sono scagliati contro l’immagine tradizionale della donna “angelo del focolare”, opponendo ad essa la donna manager, meriterebbero, tornando a casa, di trovare la loro abitazione nello squallore e nel disordine!
Ma naturalmente non vogliamo arrestarci al primo gradino! Per questo la terza stella vuole mettere a disposizione delle famiglie tutti gli insegnamenti e i materiali necessari per acquisire le abilità artistiche per la realizzazione di mobili, decorazioni, figure tridimensionali, figure bidimensionali, stoffe, abiti e ricami, produzioni artigianali varie.
Un bel programma, credo, da fare invidia alla donna tassista o alla donna avvocato!
Fortunatamente per questa terza stella abbiamo trovato una collaboratrice, la quale ha fornito dei bellissimi video istruttivi per opere di decorazione pittorica. L’ideale ora sarebbe di formare un’équipe di persone che si dedicassero, in collaborazione, a tutti i vari aspetti della bellezza della casa a cui abbiamo accennato.
Certamente gli oggetti decorativi si possono anche acquistare, ma per prima cosa anche in questo bisogna avere un’educazione del gusto e una vasta cognizione di storia dell’arte e dell’artigianato. Inoltre gli oggetti acquistati hanno troppo facilmente il timbro dell’anonimato, mentre ciò che si fa con le proprie mani potrebbe dare alla casa un’impronta squisitamente personale. E dato che, come si è detto più volte, dodici stelle sono tante e in ogni stella vi sono tante “sottostelle”, è facile immaginare che una famiglia da sola non potrebbe acquisire tutto ciò che si richiede per quest’opera di risanamento della vita familare “a cui han posto mano cielo e terra”. Dunque questo sarebbe un forte incentivo perché molte famiglie si impegnassero a collaborare tra loro, facendo sì che ognuna si specializzasse in una o più abilità.
Nel caso della terza stella possiamo immaginare che una famiglia si dedichi con maggiore impegno alla decorazione pittorica, mentre un’altra si dedichi ad esempio alla tessitura e al ricamo. E non potrebbero queste abilità, una volta acquisite e fatte conoscere e gustare, divenire anche fonte di lavoro ricompensato, sia in denaro, sia con altri servizi?
Gli ambiti, poi, a cui applicare queste abilità sarebbero per prima cosa lo spazio del sacro, e poi i luoghi di incontri familiari e amichevoli, le stanze dei membri della famiglia, gli spazi all’aperto etc.
Ecco: immaginiamo che una femminista vada ingenuamente a far visita ad una famiglia la cui casa sia stata visitata dalla primavera benedettina di un rinnovamento artistico che si estende dall’altare alla sala da pranzo, dalla cucina al salotto. Chissà se la femminista, pur esteriormente mantenendo il punto, non pensi in cuor suo: “Voglio anch’io rinnovare la mia casa in questo modo!”
E forse un modo efficace per affezionare i figli all’ambiente domestico è di rallegrarlo con un’inesauribile bellezza e di rendere corresponsabli anche loro nella decorazione della casa. Penso che la scelta di una fidanzata possa essere motivata non solo dall’abilità della ragazza a cucinare – e anche per questo abbiamo una stella da sviluppare – ma anche e più dall’ammirazione per le creazioni meravigliose che scaturiscono dalle sue mani operose.
Ma non parliamo soltanto delle donne! In questo campo gli uomini hanno da dire la loro, come dimostrano gli esempi di tanti geni artistici che hanno imparato ad arricchire di bellezza il genere umano non dalle accademie – che in questo sono piuttosto sterili, se non dannose – ma dall’imitazione precoce dei bei lavori eseguiti dal padre o dal nonno.
Anche una ragazza in cerca di marito potrebbe rimanere incantata dalle abilità manuali di un giovane industrioso che abbia acquisito non comuni capacità dal lavoro domestico e artigianale.
Cosa possiamo augurarci, dunque, in questa festa di inizio primavera, che cade sotto il patrocinio di San Benedetto? Che veramente una nuova primavera sbocci silenziosamente, ma efficacemente e molto presto, nelle nostre abitazioni, grazie alle mani preziose di uomini e donne, giovani e giovanette, bambini e bambine che, messe da parte le ubbie femministe, si impegnino con entusiasmo a ridare alle nostre case il carattere di luoghi dell’anima, e non di stazioni di transito per apolidi in cerca di mosche da acchiappare!
In questa rinascita primaverile la nostra terza stella avrebbe un ruolo insostituibile da svolgere, ma per questo dobbiamo chiamare a raccolta un bel gruppetto di volontari e volontarie decisi ad arricchire ciò che è stato soltanto avviato.

La quarta“stella” della scuola online: risparmio, riciclo e cura dell’ambiente
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
12.

È ovvio che questa quarta stella tratta argomenti molto attuali e, possiamo dire, “di moda”. Ma il nostro modo di affrontarli è divreso da quelli più comuni. Generalmente, infatti, su questi argomenti si fa appello ai governi, a scelte legislative e al rispetto di trattati e impegni internazionali. Non mancano, per ottenere questi scopi, marce oceaniche e pubbliche manifestazioni.
Senza voler necessariamente togliere valore a questo tipo di azioni, la nostra stella propone una strategia diversa, fondata da una parte sull’acquisizione di giuste competenze e abilità, e dall’altra sull’impegno quotidiano della famiglia a rispettare, come dovere di coscienza umano e religioso, una forma di vita austera e uno spirito di gioiosa autolimitazione, anche in considerazione dei danni all’ambiente naturale e umano che uno stile di vita opposto necessariamente arreca.
Sappiamo bene che vi sono grandi discordanze di vedute sul problema ambientale e su alcuni aspetti di esso – come ad esempio sul cosiddetto riscaldamento globale – da chi già vede una catastrofe incombente e ne dà la colpa alla stessa esistenza dell’uomo sulla terra, a chi invece ridimensiona fino a negarla l’emergenza ambientale e, in ogni caso, considera come vera soluzione di tutti i relatrivi problemi proprio l’ulteriore sviluppo della tecnica umana.
Senza entrare nel merito, possiamo osservare che, se è vero che purtroppo molti, sotto la bandiera del rispetto per l’ambiente, hanno favorito politiche catastrofiche e hanno diffuso ideologie neo-maltusiane e antiumane, non appare, tuttavia, realistico negare, per questo, la realtà del problema ecologico. Sarebbe come dire che, poiché Marx si è servito del problema operaio per diffondere in tutto il mondo un’ideologia perversa, dunque bisogna dire che il problema operaio non esiste! Purtroppo, invece, il problema operaio esiste, come esiste il problema ecologico, e se non accettiamo certe soluzioni, è nostro dovere proporne di alternative e di più valide.
Ciò che la nostra quarta stella vuole proporre è di introdurre nella vita quotidiana delle famiglie la coscienza di certi problemi e determinate regole di comportamento, rafforzate dallo spirito di sacrificio e di obbedienza che trova il suo più sicuro fondamento nella religione.
I due aspetti di questa stella vanno di pari passo. Da una parte essa deve offrire tutte le cognizioni necessarie per operare saggiamente il riciclo degli elementi usati e il risparmio in ogni sua forma, come anche la giusta scelta dei mezzi e dei materiali da adoperare e il conveniente trattamento dei rifiuti. Dall’altra essa deve sviluppare il senso religioso del rispetto per la creazione, sia per quanto riguarda l’uomo, nella sua dimensione fisica e spirituale, sia per quanto riguarda la natura, di cui l’uomo è chiamato ad essere la coscienza e il saggio amministratire, non l’incosciente tiranno.
È ovvio che alle virtù di sobrietà e di appagamento nella pace interiore, che presiedono necessariamente allo stile di vita qui richiamato, si oppongono radicalmente il diffuso edonismo e la mancanza di ogni autolimitazione, quali purtroppo si sono voluti propagandare e quasi imporre alla nosra gioventù negli ultimi decenni per evidenti interessi commerciali.
Purtroppo a questa quarta stella mancano a tutt’oggi dei validi collaboratori.

La quinta“stella” della scuola online: cura del verde,
giardino, orto, fiori, piante, animali domestici
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
13.

Ovviamente questa quinta stella si pone in perefetta continuità con la precedente, giacché la cura dell’ambiente si sposa naturalmente con l’amore per la natura.
Ma qui abbiamo una gradita sorpresa: per la quinta stella abbiamo trovato una validissima collaboratrice! Una signora tedesca che da decenni vive nella campagna laziale si è prestata a fare un pregevolissimo lavoro su piante, giardini, orti e animali domestici, oltre tutto in una lingua non sua!
Vorrei approfittare di questa occasione per esprimere, oltre all’ammirazione per la sua competenza, anche la gratitudine per la sua collaborazione.
Sarebbe veramente auspicabile che anche per le stelle che al momento sono “scoperte” si trovassero collaboratori altrettanti validi. E sarebbe auspicabile che gli insegnamenti di questa stella non rimanessero lettera morta, ma trovassero una risposta fattiva nelle nostre famiglie.
Vorrei osservare che purtroppo in Italia, come in molte nazioni occidentali, il culto quasi ossessionante della scuola ufficiale, ormai per una lunga tradizione, che risale ben oltre gli ultimi tragici decenni, ha precocemente alienato gran parte della nostra gioventù da tutto ciò che non rientri nel “profitto scolastico”. Se, infatti, si chiede – e si chiedeva cent’anni fa – al prete come al sindacalista, all’operaio come all’imprenditore, alla madre di famiglia come alla donna in carriera, quale sia il primo – ovvero il solo – dovere dei giovani, che cosa risponderebbero, in questo tutti concordi? STUDIARE! E tutto il resto? È appena tollerato, ma storcendo il naso, perché sottrae il tempo allo studio!
L’esperienza di altri contesti, ad esempio asiatici, mi ha fatto scoprire che altrove la gioventù di ambo i sessi, anche se non manca di frequentare le scuole per molte ore al giorno, ha tuttavia uno spontaneo interesse per i lavori di casa, come cucinare, lavare, stirare, e – ciò che qui ci riguarda da vicino – per la cura di campi, giardini, piante, animali. Ad esempio, nelle case di molti paesi dell’Asia è inconcepibile che manchi un acquario o una grande vasca per i pesci, e i piccoli imparano presto ad accudire con amore piante ed animali e ad aiutare per i lavori domestici.
Proprio in occasione della quinta stella, dunque, visto che essa si presenta già ricca di molti e preziosi insegnamenti, vorrei suggerire di approfittarne, operando una sorta di “conversione” nella mentalità più diffusa.
Per quanto la scuola possa essere utile e necessaria sotto diversi aspetti, vi sono realtà assolutamente fondamentali della vita umana, e in particolare negli anni decisivi del suo primo sviluppo, che non dipendono affatto dalla scuola e la cui responsabilità spetta esclusivamente alla famiglia, in misura e modi diversi specialmente alla madre e al padre, senza escludere nonni, zii, fratelli, sorelle, cugini etc.
Una di queste realtà è proprio lo sviluppo dell’amore per la natura e le abilità necessarie a valorizzarla e a coltivarla. Penso che un bambino a cui precocemente si insegni a sentire il ruolo insostituibile per la vita umana della natura, nei suoi vari aspetti, e ad acquisire le relative cognizioni e abilità, seguendo il percorso tracciato con tanta sapienza dalla nostra collaboratrice, sarà segnato positivamente per tutta la vita da un modo di sentire e di comportarsi non soltanto utile per la sua salute fisica, ma anche favorevole ad una sana vita spirituale.
E vorrei qui dare un suggerimento, che, tra le altre cose, mostrerà come le varie stelle non siano compartimenti stagni, ma siano, invece, in profonda connessione le une con le altre.
Nella nona stella vedremo l’importanza della poesia e della lettura. Anche in quel caso si richiamerà a non lasciare tutto alla scuola, ma a prendere la precoce abitudine di leggere insieme ai propri piccoli le cose più belle e più “nutrienti” per la loro vita interiore.
Suggerirei, dunque, di leggere presto insieme ai propri piccoli, appena raggiungono l’età adatta per capire – che è molto prima di quanto si creda – il bellismo romanzo di Frances Hodgson Burnett (1849-1924) “Il girdino segreto” (1911). Partendo, poi, dalle grandi emozioni provocate dalla questa lettura, sarà facile condurre quasi per mano i piccoli ad interessarsi con passione della natura e a voler apprendere tutte le nozioni e le pratiche necessarie per la cura di giardini, piante e animali.
Non permettiamo, dunque, che l’amore per la natura si risolva in niente più che una sterile nostalgia per “i bei tempi andati”, ma, approfittando delle preziose lezioni della nostra cara amica, e di tutto ciò che possa svilupparle e integrarle, impegnamoci perché nella vita delle nostre famiglie sia sempre più presente la dimensione “naturale” del mondo, quella terra feconda di piante e di animali che costituisce il nostro necessario sostentamento, non solo materiale, ma anche spirituale.

La sesta“stella” della scuola online: le arti di una cucina buona, varia, sana, economica.
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
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Per quanto riguarda la sesta stella, relativa alla cucina, fortunatamente mi torvo il lavoro già fatto! Infatti non posso far di meglio che copiare qui di seguito il bell’articolo della mia amica messicana Veronica. Devo, però, anche in questo caso, confessare che ancora non abbiamo, per questa stella, dei collaboratori. Ma intanto, in attesa che si facciano avanti, buona lettura! (Divertitevi con gli spagnolismi!)

In Cucina

La cucina non è, come indica l’enciclopedia Treccani, un “termine con cui ci si riferisce all’ambiente della casa, di una comunità, di un ristorante, di una nave, ecc., in cui si preparano e cuociono i cibi”. Questa stanza non è solo un concetto architettonico che concepisce uno spazio delimitato da quattro mura.
La cucina, invece, è il cuore della casa; il posto dove la famiglia si riunisce per condividere non solo le pietanze, ma anche i momenti più significativi della giornata; è il posto ideale per la convivenza, dove piccoli e grandi scambiano esperienze; dove si imparano i valori e si trasmettono ai figli oppure dove i genitori scoprono i propri figli… dove si riscalda il cuore e allo stesso tempo gli si apre agli altri.
“Venite tutti – diceva mio padre – cucinerò qualcosa di buono, ho trovato una ricetta e ho bisogno di tutti voi, così quando mamma si alzerà troverà una bella sorpresa. Oggi tocca a te lavare gli ingredienti, tua sorella gli taglierà e triterà, e man mano che finiamo di utilizzare ciotole, posate, pentole, tagliere, ecc., tuo fratello gli laverà [in questo modo quando si finisce di cucinare, tutto è già pulito e messo a posto]… e adesso, musica per cucinare!”. Ed era così che ascoltando un disco de Waldo de los Ríos, Klaus Wunderlich o un bel bossa nova (a seconda del piatto da cucinare) ci mettevamo all’opera sotto la magistrale direzione di un papà che sapeva quanto duro fosse per sua moglie fare un turno notturno in ospedale.
Questo modo di fare mi ricorda il capitolo XXXV della regola benedettina: “I fratelli si servano a vicenda e nessuno sia dispensato dal servizio della cucina, se non per malattia o per un impegno di maggiore importanza, perché così si acquista un merito più grande e si accresce la carità”.
Cucinare con musica mantiene il buon umore e la pietanza diviene più gustosa, questo ho imparato mentre cucinavamo in famiglia, perché dietro a tutte queste piccole azioni c’è la mano di Dio, che con amore prepara un festino non solo per i nostri corpi, ma anche per le nostre anime, facendoci sentire utili e soddisfatti delle proprie opere.
E poi, vedere il viso illuminato della mamma davanti al tavolo, con un sorriso di ringraziamento, è la paga più gioiosa che il nostro Signore ci può donare. È un po’ come diceva San Francesco di Sales quando parlava di Santa Caterina di Siena a Filotea:
“Ho avuto la certezza che con quell’occhio di contemplazione aveva rapito il cuore dello Sposo celeste; ma mi ha consolato nella stessa misura vederla in cucina girare umilmente lo spiedo, attizzare il fuoco, preparare il cibo, impastare il pane e fare tutti gli uffici più umili della casa, con un coraggio pieno di amore e di dilezione per il Signore. […] Ecco com’era la sua meditazione: mentre preparava da mangiare per suo padre, pensava di prepararlo per Nostro Signore, come S. Marta; per lei sua madre le ricordava la Madonna; i fratelli, gli Apostoli. In tal modo pensava nel suo spirito di servire tutta la corte celeste e si adoperava in quei piccoli lavori con molta dolcezza, perché sapeva che quella era la volontà di Dio” (Filotea, Capitolo XXXV: “Bisogna essere fedeli nelle grandi e nelle piccole occasioni”).
In questo modo, facendo un lavoro di squadra, oggi prepareremo “Picadillo” (pronunciato /picadiggio/), un piatto messicano di tutti i giorni, che significa “tritato”, molto ricco ed economico.
Avremo bisogno (per quattro persone) di: mezzo kg. di carne tritata, due patate, due carote, 50 g. di uva passa, un etto di arachidi sbucciati e pelati, un pomodoro grande, una cipolla bianca o gialla, uno spicchio d’aglio (per chi piace) e un peperoncino piccante (anche per chi piace), sale qb. e un filo d’olio di oliva.
Le patate e le carote vanno sbucciate e tagliate a piccoli cubetti, lo stesso si fa con mezza cipolla. In un frullatore si mette un po’ d’acqua (circa mezzo bicchiere), pezzo di cipolla intera, l’aglio, un pizzico di sale e i pomodori, e quindi si frulla bene. Poi in una casseruola si riscalda un pochettino di olio di oliva e si soffrigge la cipolla, quando è trasparente, si aggiungono gli arachidi e si fanno saltare un po’; poi si aggiungono le patate, le carote e le uva passa; dopo uno o due minuti si aggiunge la carne tritata e si continua a soffriggere un paio di minuti più, sempre girando tutto per non farli attaccare alla casseruola. Finalmente, si aggrega il pomodoro frullato passandolo attraverso di un colino per evitare passare i semi, il liquido deve coprire lievemente gli ingredienti (allunghiamo con acqua se necessario); si gira tutto, si corregge il sale. E per chi piace il tocco piccante, si prende il peperoncino, gli si fa un taglio profondo in croce (senza tagliarlo per completo) e lo si butta nella casseruola. Il nostro piatto sarà pronto quando le patate saranno cotte. Se ancora non sono cotte, controllare che non venga molto asciutto, aggiungendo un po’ d’acqua, giacché questo piatto è in umido.
E adesso, buon divertimento e soprattutto, buon appetito!!

di Verónica Nochebuena

La settima “stella” della scuola online: le arti del gioco manuale divertente e istruttivo in collaborazione tra adulti e bambini.
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
15.

Questa settima stella è importantissima, e riguarda, come del resto le altre, tanto gli uomini, quanto le donne, tanto i genitori, quanto i nonni, gli zii, i fratelli e le sorelle maggiori, gli amici etc. Purtroppo devo qui ripetere ciò che ho detto già troppe volte: anche per questa stella ci mancano i collaboratori!
A questo punto prevedo la reazione: ma dunque questa è una “Scuola Brancaleone”! Quasi ogni stella è in attesa di collaboratori! Veramente non è proprio così! Per prima cosa, dalla prossima stella la situazione migliorerà nettamente, e poi anche le stelle che ancora sono in attesa di sviluppo, in ogni caso hanno spesso introduzioni abbastanza ampie, o anche molto ampie, che danno indicazioni preziose. Inoltre ad alcune sono già allegati documenti che, se pure non esaustivi, hanno tuttavia il loro valore. Ciò vale anche per questa stella, che, come ho detto, è della più grande importanza.
Avevo osservato all’inizio che uno dei maggiori problemi che la lontananza da casa dei responsabili della famiglia e la disattenzione generale ha creato nelle famiglie negli ultimi decenni è stata l’invasione incontrollata, nelle nostre case, degli strumenti elettronici. Ora bisogna specificare che forse le maggiori vittime di questa invasione, non guidata, per lo più, da alcun programma seriamente motivato, sono stati i bambini e gli adolescenti.
Non toccherebbe ad una monaca di clausura, ma piuttosto a medici, psicologi e neurologi, ricordare che l’età dello sviluppo, dalla nascita ai vent’anni circa, è un periodo fondamentale per la formazione umana, il quale va protetto da influenze negative e posto nelle migliori condizioni di relazione con il mondo. Se il Premio Nobel per la medicina Alexis Carrel (1873-1944), nel suo celebre libro “L’uomo questo sconosciuto”, del 1935, faceva una mirabile descrizione scientifica dell’età evolutiva del bambino e del giovane e sottolineava i gravi problemi che già allora la moderna società creava per una buona formazione umana, bisogna aggiungere che la sua voce rimase pressoché isolata e che non mi risuta ch’essa abbia avuto un’eco realmente incidente nelle generazioni successive.
Penso che sarebbe molto opportuno rileggere le pagine di quel celebre libro relative a questo argomento, perché certamente non hanno perduto nulla della loro attualità.
In particolare Carrel sottolinea il fatto che il bambino nasce ancora in fase di formazione e che tutto il suo sviluppo biologico e neurologico avviene nei primi lustri della sua vita con ritmo all’inizio rapidissimo e poi via via sempre più rallentato. Proprio perché il bambino sente in se stesso una quantità immensa di avvenimenti fisiologici, ha l’impressione che il tempo non passi mai. Questi avvenimenti a poco a poco si rallentanto, e parallelamente il tempo sembra divenire più veloce. Quando nell’anziano non avviene più alcun mutamento significativo, il tempo vola via rapidamente.
Proprio questo carattere così sostanzialmente formativo dell’età evolutiva spiega il fatto che, per tutti noi, i primi vent’anni della vita sono assolutamente fondamentali e rimangono impressi nella memoria in modo qualitativamente diverso e, perciò, molto più incidente rispetto agli anni successivi.
Ciò che avviene a livello biologico, neurologico e psichico nel bambino e nel giovane è condizionato in modo sostanziale dal suo rapporto con il mondo delle cose e delle persone. Questo significa che la relazione del piccolo con la realtà non è un fatto già dato, ma è qualcosa che si stabilisce con lo sviluppo dei suoi organi biologici, del suo sistema nervoso e della sua psiche attraverso l’esperienza che egli ha nel suo ambiente di vita quotidiano.
È, perciò, necessario, per un sano sviluppo psico-fisico, che il bambino faccia esperienza dello sforzo fisico, del peso, della distanza, del freddo e del caldo, della complessità e del fascino della natura, della presenza di persone concrete e della relazione quotidiana con loro. Non c’è bisogno di essere scienziati per capire che questi caratteri appartengono esclusivamente al mondo reale, mentre sono assenti dal mondo virtuale.
Una semplice madre di famiglia faceva una volta questa riflessione di buon senso:
Un amichetto di mio figlio ha un gioco elettronico con il quale fa l’esperienza virtuale di guidare una formula uno. Ovviamente, se guidando ad alta velociotà va fuori strada e sbanda, il bambino non sente niente. Duque ora egli acquista una sorta di riflesso condizionato che domani gli farà sentire istintivamente la stesa invulnerabilità, quando sarà alla guida di una macchina vera!
Chi potrebbe negarlo? E quanto ci sarebbe da approfondire su questo argomento! Ma dove sono gli scienziati che si impegnano a dare direttive a genitori ed educatori su questo problema?
Da quanto detto, si capisce come sia importante che i genitori non seguano l’andazzo comune, lasciando che gli spazi e i tempi della vita dei bambini siano invasi senza criterio dal virtuale e dagli strumenti elettronici come se fosse un fatto del tutto natuarle e innocuo. Al contrario, si richiede loro che accompagnino da vicino i piccoli a loro affidati, da una parte proteggendoli dall’attuale invasione senza limiti e regole dell’elettronica, e dall’altro offrendo loro l’alternativa di giochi ed esperienze che li mettano a contatto con il mondo reale e i suoi caratteri propri, con la natura e con i rapporti umani concreti.
Oggi questo richiede necessariamente un grande impegno di tempo e di energia, che permetta di seguire in modo costruttivo lo sviluppo psico-fisico del bambino riscoprendo, insieme a lui, i giochi tradizionali legati all’esperienza diretta delle cose, e inventandone di nuovi.
Come ha già dimostrato a suo tempo Maria Montessori, anche l’apprendimento dei piccoli e dei giovani migliora qualitativamente se è guidato da esperienze manuali e sensibili, quali sono quelle del gioco non manipolato dall’elettronica.
Nelle scuole ispirate al metodo Montessori si cerca, appunto, di incarnare le nozioni da acquisire in strumenti semplici che possano essere oggetto di lavoro e gioco manuale. Ad esempio, per le declinazioni della lingua latina, anziché farne una presentazione libresca e teorica, si preparano cinque scatole di diversi colori divise in sei più sei scompartimenti, per il singolare e per il plurale, contenenti ciascuno un biglietto dello stesso colore della scatola, con sopra stampata la desinenza dei diversi casi.
I bambini si divertono a togliere i biglietti dalle scatole, a mescolarli e poi a rimetterli a posto nelle caselle giuste. In questo modo le declinazioni latine si imparano rapidamente e senza lo sforzo, spesso sterile, di memorizzarle dalla pagina di un libro.
Questo esempio può essere molto istruttivo e suggerire altre analoghe strategie ludico-formative che risulterebbero preziose per la sana crescita e per il sostanzioso apprendimento dei piccoli.
Solo al tempo opportuno, in un secondo momento, quando cioè già si è creato un forte rapporto dei piccoli con il mondo reale, anche l’elettronica, seguendo gli stessi principi, può inserirsi nello stesso discorso formativo.
Questo sarebbe il programma che la settima stella vorrebbe sviluppare. Ovviamente ciò richiede un impegno notevole, per il quale rinnovo l’appello già più volte lanciato alla collaborazione.
Chi potrebbe negare che si tratta di un punto cruciale e di un problema di fondamentale importanza per il futuro della società?

L’ottava “stella” della scuola online: la musica
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
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Se non fosse un po’ ingiusto nei confronti delle altre stelle, vorrei quasi dire che l’ottava stella è la “perla” della scuola online per le famiglie. Infatti, per prima cosa qui abbiamo avuto più numerosi validi collaboratori, e inoltre questa stella tratta di un argomento particolarmente seducente: la musica!
L’aggettivo “seducente” appare particolarmente appropriato: esso, infatti, può avere, come appunto la musica, tanto una valenza molto positiva, quanto, invece, una valenza molto negativa.
Per far comprendere questo punto, devo fin da principio insistere su un fatto di cui la maggior parte delle persone non è affatto cosciente: la musica non è un ornamento secondario della vita, ma, al contrario, è un elemento fondamentale dell’esistenza, che ci condiziona, nel bene e nel male, nel più profondo del nostro essere, anche a livello inconscio.
Se questo è vero, ne consegue che prendere la musica con leggerezza, senza interesse e senza competenza, è un errore esiziale, per tutti, ma specialmente per genitori, educatori e legislatori. E dobbiamo amaramente prendere atto del fatto innegabile che questo errore, dalle conseguenze incalcolabili, purtroppo da molti decenni, e certamente da prima del fatidico 1968, ha segnato tragicamente le ultime generazioni, e che la sua influenza deleteria aumenta rapidamente di giorno in giorno.
Consideriamo, per prima cosa, il grande potere suggestivo che ha la musica e come essa contribuisca in modo determinante a formare i nostri sentimenti e le nostre stesse convinzioni. Abbiamo un’infinità di esempi, da Sant’Agostino a Paul Claudel e oltre, di come la musica sia stata determinante per la conversione, la vita religiosa e la stessa santificazione di singole persone e di popoli interi. Non per nulla l’antica figura mitica di Orfeo, che con il suo canto ammansiva anche le bestie più feroci, è stata interpretata, dai Padri della Chiesa, come una prefigurazione di Cristo, che con la sua parola divina ha ammansito la belva umana.
Ma se c’è una musica che avvicina a Dio, c’è anche una musica che avvicina al diavolo. Già Platone diceva che la degenerazione della musica causa la totale degenerazione dei popoli, e negli antichi libri cinesi si parla di una musica “onesta” e di una musica “disonesta”. Per questo, come ricorda anche Fénelon (1651-1715) nel suo capolavoro “Telemaco” (1699), i greci ponevano la cura della buona musica tra gli elementi basilari dell’educazione della gioventù.
Purtroppo questo punto fondamentale della saggezza tradizionale già da troppo tempo ha finito per essere trascurato e dimenticato da educatori e responsabili, laici ed ecclesiatsici. Il risultato è stato che la nostra gioventù e la nostra infanzia sono ormai sommerse, a partire da un’età precocissima, grazie anche alle moderne tecniche, da un diluvio di musica deteriore, che inquina il loro sentire e il loro comprendere prima ancora che ne abbiano coscienza.
Si parla spesso della decadenza della musica in chiesa. Ma troppo poco si parla della decadenza, assai maggiore, della musica fuori della chiesa, che ha preceduto, causato e accompagnato l’altra. Certamente il risanamento della musica in chiesa deve procedere di comune accordo con il risanamento della musica nella società civile, essendo innegabile il loro condizionamento vicendevole.
Ma di fronte a questa situazione, molto più tragica di quanto comunemente si pensi, i genitori non devono disperare, perché disponiamo ora di mezzi che, se lo vogliamo, possono validamente contribuire ad invertire la rotta.
Ho prima accennato alle nuove tecniche, con le quali la peggiore musica invade il tempo e lo spazio di giovani e giovanissimi. Ma qui dobbiamo segnalare con grande forza un fatto veramente paradossale: proprio quella tecnica con la quale si credeva di seppellire per sempre un’intera civiltà ci mette ora in grado, invece, di riscoprirla e di farla risorgere a nuova vita, in modo infnitamente più efficace di quanto non sia mai avvenuto in passato.
Ciò vale per i più diversi ambiti, ma specialmente per la musica. In passato la più bella musica sacra si poteva ascoltare soprattutto nelle cattedrali o nei monasteri, mentre quella profana era riservata a chi poteva permettersi di frequentare teatri o sale di concerti. Certamente l’opera era molto popolare, ma in ogni caso molti ne erano esclusi, se non altro per ragioni geografiche. In tempi più recenti si sono diffuse le nuove possibilità offerte dai “dischi”, prima a 78, poi a 45, poi a 33 giri.
Oggi tutto questo appare totalmente superato. Con i mezzi più moderni possiamo non solo ascoltare, ma anche “vedere” un patrimonio immenso di musica di tutti i tempi, messo a disposizione, praticamente gratuita, di ogni classe di persone e di ogni nazione. È una vera rivoluzione “democratica”!
Inoltre si è risvegliato l’appassionato interesse, in molti giovani studiosi ed esecutori di musica, di riscoprire opere dimenticate, o anche mai eseguite, dei secoli passati e sono state rimesse in luce ricchezze inaudite, che lasciano il moderno ascoltatore senza fiato.
In questa situazione tanto favorevole, non approfittare di questa possibilità di offrire alla nostra gioventù l’opportunità, anche e soprattutto nell’ambito familiare, di accedere ad un tesoro così straordinario e di trovare, per questa via, un’alternativa incredibile alla musica decadente tanto diffusa sarebbe veramente una colpa troppo grave da parte nostra.
Ma genitori ed educatori devono a loro volta essere guidati nella giungla della rete e delle più svariate offerte per potere poi orientare i loro figli. È proprio questo che si propone la nostra ottava stella: mettere a disposizione di genitori ed educatori, e anche degli stessi giovani, tutte le indicazioni, le istruzioni e i matriali necessari per poter scoprire e padroneggiare l’immenso tesoro della nostra straordinaria tradizione musicale.
Qui l’aggettivo “nostro” è stato usato in tre sensi diversi, che in parte si sovrappongono. Da una parte esso indica la comune tradizione della musica occidentale – che tra l’altro non manca di legami con quella orientale – dall’altra esso indica una tradizione propriamente nazionale e italiana, che a sua volta si fonde con un’impronta propriamente ecclesiastica e benedettina.
Giovanni Pascoli, nell’iscrizione da lui dettata nel 1910 per l’abbazia benedettina di Pomposa in Romagna, scrive: «Qui per me il monaco Guido canta con il fedele coro». Il poeta allude al benedettino dell’abbazia di Pomposa Guido d’Arezzo, il quale, nel secolo XI, rinnovò la scrittuta musicale e diede alle note della scala naturale quei nomi che si sono poi diffusi in tutto il mondo: ut – divenuto poi “do” – re, mi, fa, sol, la, si, presi dalle sillabe iniziali dei versetti dell’inno liturgico da lui scritto per la festa di San Giovanni Battista.
Oltre a questo sostanziale fondamento ecclesiastico e monastico di tutta la successiva musica occidentale, l’Italia doveva dare anche importanti contributi tecnici – tanto che in tutto il mondo le indicazioni: andante, largo, allegro, solo, a capo etc. sono ancora scritte in italiano – e soprattutto la sua lingua, così più di ogni altra adatta al canto che per un paio di secoli anche musicisti stranieri, soprattutto tedeschi, hanno musicato prevalentemente testi scritti in lingua italiana. Ciò è tanto vero che chiunque, in qualsiasi parte del modoo, vuole studiare canto lirico, deve imparare la lingua italiana.
Questo solo fatto pone i genitori e gli educatori italiani in una posizione di grande vantaggio. Infatti forse l’ottanta per cento del patrimonio lirico mondiale è scritto in lingua italiana, e se pensiamo che l’“opera” – come si chiama in tutto il mondo – fu inventata in Italia nell’anno 1600 ed ebbe poi in Italia stessa e all’estero una diffusione immensa per quasi quattro secoli, con un relativo primato italiano per quantità e qualità dei compositori, dobbiamo concludere che sarebbe veramente solo colpa nostra il non riappropriarci di una così straordinaria ricchezza.
Aggiungiamo che tutto questo immenso patrimonio ha quasi al cento per cento un fondamento religioso e cristiano.
C’è un solo grande svantaggio: il fatto incredibile e scandaloso che di tutta questa storia gloriosa nelle nostre scuole, e non da oggi, non si fa parola!
Ma a tutte le inqualificabili inadempienze che sono state denunciate in questo articolo, la nostra scuola vuole porre rimedio, anche e soprattutto a vantaggio della vita familiare. La musica, infatti, non deve restare confinata in artificiali spazi pubblici, ma deve ritornare ad essere parte della vita quotidiana, religiosa ed umana, delle nostre famiglie.
Già molto è stato fatto, grazie, come si è detto, a validi collaboratori. Ma c’è ancora moltissimo da fare, e devo, perciò, anche in questo caso, rinnovare l’appello alla collaborazione, per sostenere lo sviluppo e la diffusione di una materia così preziosa e, purtroppo, così colpevolmente per troppo tempo trascurata e abbandonata a mani capaci solo di apportare più danno che giovamento.

La nona “stella” della scuola online: la poesia e la lettura
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
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Recentemente un personaggio in questo momento molto autorevole, non si sa per quanto tempo ancora, ha affermato che il problema della denatalità non si risolve chiudendo la donna in casa a fare figli. Affermazione molto singolare, che possiamo dividere in due parti. Incominciamo dalla seconda. De-natalità significa mancanza di nascite. Ora, che la mancanza di nascite non si risolva facendo figli, cioè con le nascite, sembra un concetto molto peregrino!
Quanto alla prima parte della frase, dalle nostre parti è cosa piuttosto rara che qualcuno, uomo o donna che sia, si lasci chiudere in casa. È un po’ diverso il caso di una donna che, d’accordo e con il sostegno del marito, liberamente voglia assumere il governo della sua casa per non lasciarla in uno squallido abbandono o per non affidarla a mani estranee e mercenarie.
Già abbiamo abbondantemente mostrato quale straordianario impegno debba essere governare una casa e quante competenze richieda. Ma non abbiamo detto tutto, anche se già certamente molte lettrici si stanno chiedendo come sia possibile arrivare a tanto.
Coraggio! L’unione fa la forza e, sostenendoci a vicenda tra famiglie e persone competenti e di buona volontà, mostreremo che la donna che sceglie di governare sapientemente la sua casa non è da meno, e forse è da più, della donna in carriera!
Abbiamo visto quanto sia importante e affascinante l’ottava stella, “la musica”. La successiva – la poesia e la lettura – è altrettanto “splendente” ed è con essa strettamente imparentata. Il poeta, infatti, viene spesso chiamato “cantore” e le sue composizioni “canti”, o “carmi”.
Si chiederà: ma che hanno la poesia e la lettura a che fare con la vita familiare? Purtroppo con il più comune andazzo attuale ben poco! Ma non dovrebbe essere così.
Abbiamo detto che la musica ha un ruolo fondamentale per la formazione dei nostri sentimenti e pensieri. La stessa cosa dobbiamo dire della parola e della lingua. Il modo di esprimersi, il linguaggio, il tono della voce usati nella vita di tutti giorni formano il nostro sentire, e tanto più quello dei piccoli. Si sa, anzi, che già durante la gravidanza il bambino è influenzato dal tono della voce della madre e di quanti la circondano. Ora purtroppo dobbiamo confessare che il linguaggio quotidiano nella nostra società ha subito negli ultimi decenni un rapido deterioramento. Parole che un tempo erano confinate nelle bettole ora sono di gran moda, e nuove parole di bassa origine sessuale e oscena fanno ormai parte del linguaggio abituale di tutti, anche di professori e sacerdoti. A questo si aggiunge il tono della voce, spesso intollerante e aggressivo, per non parlare della diffusione, ormai inarrestabile, di parole straniere e, specialmemte tra la gioventù, di abbreviazioni e simbologie, prese dalla tecnologia, che depauperano sempre più il già povero vocabolario e mortificano la comprensione e la riflessione.
Quale che possa essere il ruolo della scuola per arginare questa tendenza, è in ogni caso certo che nulla può sostituire, in questo ambito, il ruolo della famiglia. Infatti l’educazione linguistica del bambino incomincia, come abbiamo visto, fin dalla gravidanza e prosegue per anni fondamentali della cescita, ben prima dell’età scolare. E anche dopo, il clima “linguistico” familiare mantiene un ruolo di primo piano.
Anche in questo caso i genitori devono prendersi le loro responsabilità e devono fare in modo che il linguaggio usato in famiglia sia tale da contribuire in modo determinante alla formazione di buoni e sani sentimenti nei piccoli.
Scriveva il poeta e critico T. S. Eliot (1888-1965), in un saggio che la scuola online mette a disposizione, che i poeti hanno una grande missione prima di tutto verso la propria lingua. Essi, infatti, fanno sì che la lingua di una nazione non degeneri verso forme rozze e banali, ma si conservi, si rinnovi e si arricchisca in modo da saper esprimere i sentimenti più alti e delicati, propri dell’uomo civilizzato.
Se ciò è vero, possiamo chiederci quale sia il posto della poesia nella vita di oggi. Certamente la risposta sarebbe molto deludente. Dopo quello che si impara a scuola, e non sempre con vero interesse, la poesia più o meno scompare dalla nostra vita.
Qualche cosa di analogo possiamo dire anche della lettura, alla quale la maggior parte di giovani e meno giovani preferiscono per lo più lo schermo. A questo si deve aggiungere anche la bassa qualità di molta produzione letteraria attuale.
In questa situazione appare come principale rimedio la duffusione di un costume che un tempo era comune, almeno in certe classi sociali: la lettura comune in famiglia.
Vorrei sottolineare l’importanza della lettura ad alta voce, sia perché con essa si partecipa insieme all’esperienza della lettura, sia perché poesia e prosa, in modi diversi, hanno bisogno dell’espressione della voce per trasmettere la loro propria “musica”. Ma per leggere bene poesia e prosa bisogna saperlo fare. Per questo la nona stella, con l’aiuto di qualche collaboratore, cerca di offrire agli utenti gli strumenti necessari per acquisire le relative abilità e competenze.
Dobbiamo qui aggiungere che, come per la musica, così per la poesia e la prosa, i genitori e i loro collaboratori devono necessariamente acquistare ampie conoscenze storiche per orientarsi nel campo letterario. Anche in questo caso, infatti, la rete mette a disposizione una ricchezza immensa di testi di tutti i tempi e luoghi, come anche i cosiddetti audio-libri ed esecuzioni sceniche, o anche filmate, di tanti capolavori letterari. Ma come trovare, tra tante offerte, spesso insidiose, la via buona per non smarrirsi?
A questo fine la scuola mette a disposizione degli utenti importanti istruzioni che potranno guidarli a crearsi le necessarie competenze. In tal modo sarà possibile, ridimensionando drasticamente il posto della televisione e di altri mezzi di comunicazione o di divertimento, prendere la bella abitudine familiare di dedicare del tempo, soprattutto la sera, a leggere insieme testi che, oltre a dare una gioia che nient’altro può sostituire, arricchiscono ed elevano, con la vastità del vocabolario e la bellezza dell’espressione, il nostro sentimento e il nostro pensiero.
Come si può comprendere, l’ambito della poesia e della letteratura, italiana e straniera, è così vasto e complesso, che per poterlo abbracciare in modo adeguato sarebbe necessaria un’ampia collaborazione di persone ben preparate. Già una parte notevole del lavoro è stata fatta, ma anche per questa stella dobbiamo rinnovare l’appello perché altri volenterosi collaboratori contribuiscano a svilupparla.

La decima “stella” della scuola online: la calligrafia e la scrittura artistica
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
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Dopa la lettura, la nostra scuola si occupa della scrittura. Ma è questo un argomento così importante da meritare un posto tra le dodici stelle? La risposta è indubbiamente affermativa, anche in base a recenti studi, che hanno dimostrato come sia importante la cura della scrittura per lo sviluppo dei centri cerebrali di apprendimento e come, perciò, l’attuale trascuratezza della scrittura manuale e della calligrafia, purtroppo favorita anche da molti insegnanti di scuola primaria e secondaria, sia deleteria per il percorso formativo dei bambini e dei giovani.
In opposizione a questa tendenza, l’Associazione Calligrafica Italiana intende riportare la cura della scrittura nelle scuole e organizza corsi a diversi livelli per insegnare a bambini, giovani e meno giovani la scrittura accurata e artisticamente elaborata. I risultati sono sorprendenti: con il miglioramento della scrittura migliora radicalmente tutto l’apprendimento scolastico.
Purtroppo nella nostra società, e spesso nelle stesse scuole, prevale il mito della tastiera, secondo il quale è una perdita di tempo insegnare ai bambini la bella scrittura, visto l’uso ormai universalizzato della scrittura digitale. Un ragionemento analogo lo si fa sostituendo precocemente il calcolo mentale e le operazioni matematiche tradizionali con l’uso della calcolatrice. Nell’uno e nell’altro caso si guarda soltanto al risultato pratico immediato e non all’atrofia di importanti centri cerebrali che simili “scorciatoie” fatalmente provocano nei discenti.
Ma, ovviamente, insieme al danno dell’apprendimento, in questi casi vi è anche l’abbassamento dell’impegno volitivo e la banalizzazione della soddisfazione per il risultato raggiunto. La soddisfazione, infatti, è legata sia all’esperienza del lavoro che scaturisce dalla propria persona, sia dal senso estetico relativo a quanto si è dimostrato di essere in grado di creare. Non sarebbe fuori luogo, in relazione a situazioni in cui la creatività personale viene così profondamente mortificata, parlare di “alienazione”, proprio nel senso marxista della parola.
La menzione della dimensione estetica del lavoro di scrittura ci conduce a parlare della scrittura più propriamente artistica. Non si tratta di un argomento di nicchia, riservato a specialisti di un settore di limitato interesse. Al contrario, la scrittura artistica dovrebbe svolgere un ruolo tutt’altro che secondario nella vita umana e familiare, sacra e profana.
Un tempo, anche dopo l’invenzione della stampa, con la scrittura artistica si intendeva dare risalto anche grafico a testi significativi, come le preghiere, le poesie o le celebrazioni di eventi importanti della vita familiate e civile. Nella stessa stampa si usavano iconografie artistiche, ottenute con tecniche manuali quali la xilografia, l’acquaforte o la litografia.
Fino a mezzo secolo fa i libri liturgici e i libri di devozione seguivano determinate tradizioni iconografiche, spesso derivanti dalle scritture e dalle miniature medievali. In particolare, la scrittra gotica era stata inventata espressamente per fini sacri, e un’aura di sacralità in qualche modo le è rimasta anche in seguito. Analoghe tradizioni iconografiche erano in uso per libri letterari e poetici, come anche per la letteratura infantile, per un certo tiopo di periodici di alto livello e per diversi altri ambiti.
Già con l’avvento della fotografia a poco a poco le tecniche figurative manuali incominciarono a scomparire. Intervenne, poi, una sorta di “rivoluzione del gusto”, che in poco tempo causò lo stravolgimento dell’iconografia sacra e profana e una vera frattura con la tradizione, anche in questo campo.
Ma quanto sia importante e ancora apprezzata l’arte della scrittura artistica, della miniatura e della figurazione manuale estetica lo dimostrano le esposizioni che ancora si fanno con sucesso di pubblico dei capolavori dell’arte libraria medievale e rinascimentale, sacra e profana.
In un incontro di famiglie fu mostrato ai partecipanti un libro liturgico del secolo XIX, ricco di bellissime ed espressive xilografie. Tutti lo apprezzarono e convennero che esso conteneva un invito alla preghiera efficace anche per un non credente. Subito dopo fu mostrato un libro di preghiere recente, che graficamente non si distingueva molto da un elenco del telefono. I partecipanti emisero un grido di orrorre e affermarono che non era possibile pregare con un libro simile e che, con esso, anche al meglio disposto, sarebbe passata la voglia di pregare.
Analogamente, una giovane era rimasta così colpita, da bambina, da alcuni vecchi volumi di poesie illustrati in casa della zia, che, giunta alla maturità, chiese ardentemente che le fossero donati.
Tutte queste considerazioni dovrebbero convincerci che, sia per motivi di apprendimento scolastico, sia per il sano sviluppo della sensibilità umana e religiosa di bambini, giovani e adulti, nelle notre famiglie andrebbe coltivata l’arte della scrittura e della miniatura. Ovviamente non tutti hanno le disposizioni e il tempo per acquisire queste abilità. Ma, come si è detto per altre capacità, una persona che riuscisse in questo particolare lavoro potrebbe poi mettersi a disposizione di più famiglie per richieste relative alla loro vita di preghiera o a interssi o avvenimenti particolari. Non è affatto escluso, anzi, che questa abilità possa diventare occasione di lavoro retribuito, data anche la scarsità della sua diffusione.
E qui vorrei aggiungere un pensiero nuovo, che è stato suggerito quando, a proposito del monastero wi-fi di Costanza Miriano, si parlava dei carcerati. Qualcuno suggerì che i carcerati, oltre a partecipare alle preghiere insieme agli altri, avrebbero potuto fare, a favore delle famiglie, dei lavori che i componenti di una famiglia difficilmente riescono a realizzare, dati anche i loro molteplici impegni. Ora a me sembra che proprio la scrittra artistica e la miniatura sarebbero lavori che un carcerato che ne abbia acquisito l’abilità potrebbe compiere a favore di molte famiglie per i loro libri di preghiera o di poesia o per ricordi o celebrazioni particolari. Questo impegno, come anche altri analoghi, darebbe un valore nuovo, accompagnato da gioia e soddisfazione, alla stessa vita dei carcerati, che si sentirebbero partecipi non solo della preghiera del monastero wi-fi, ma anche della vita delle famiglie, e inoltre valorizzati nella loro propria attività quotidiana.
Detto questo, dobbiamo aggiungere che per questa stella, con la quale vorremmo offrire alle famiglie lezioni che le aiutino ad impratichirsi delle varie tecniche di calligrafia, di scrittura artistica, di miniatura, di illustrazione e di decorazione, siamo ancora in attesa di trovare collaboratori disponibili.
Anche in quetso caso, dunque, dobbiamo, per il momento, limitarci a rinnovare il nostro appello alla collaborazione.

L’undicesima “stella” della scuola online: la formazione religiosa e la trasmissione della fede ai piccoli
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
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Se l’ottava stella è la perla della scuola online, l’undicesima ne costituisce il cuore. Infatti la religione non è, e non deve essere, una specializzazione a parte o un compartimento separato senza sostanziali legami con gli altri aspetti della vita umana. Al cotrario, abbiamo già visto come tutte le altre stelle in qualche modo convergano verso la religione, in quanto essa rappresenta il senso ultimo e l’aspirazione profonda di tutta la vita umana, ed ora vedremo che la religione, a sua volta, si nutre degli apporti delle altre stelle come il fiume si arricchisce con le acque dei suoi affluenti.
Proprio in quanto cuore della scuola, l’undicesima stella è di gran lunga la più curata e la più ricca di insegnamenti e di materiali. Fortunatamente le collaborazioni non sono mancate e ciò ha permesso di offrire un supporto notevole per le famiglie, il cui solo difetto, forse, è proprio l’abbondanza del materiale e quindi la necessità di una guida per potersi orientare tra le varie tracce messe a disposizione.
È importante tenere sempre presente il rapporto ricorrente di questa stella con tutte le altre, come possiamo vedere dalle seguenti esemplificazioni.
Se la casa deve essere principalmente, secondo l’insegnamento di San Benedetto, una “Domus Dei”, ovviamente l’architetto dovrà provvedere per prima cosa allo “spazio sacro” – e in fondo tutta la “Domus Dei” è uno spazio sacro – e ciò mostra il rapporto strutturale dell’undicesima con la prima stella.
Il fatto che il lavoro più umile di manutenzione della casa e di servizio reciproco trae tutta la sua nobiltà dall’imitazione di Cristo, che «non è venuto per essere servito, ma per servire» (Mc 10, 45), «fino alla morte e alla morte di croce» (Fl 2, 8), mostra il profondo legame tra la religione e la seconda stella.
Come l’architetura, così anche la decorazione della casa deve curare per prima cosa lo spazio sacro, e la simbologia religiosa deve estendersi nei più diversi ambienti, fino ad ispirare la stessa decorazione “profana”. Anche la terza stella, dunque, ha un rapposto intimo con la religione.
E non c’è dubbio che il senso del rispetto dell’ambiente, del risparmio e della sobrietà e responsabilità della vita, quale è promosso dalla quarta stella, trova la sua più forte motivazione nella religione.
La quinta stella tratta di piante, di giardini e della cura degli animali. Come tutto questo ci ricorda gli insegnamenti della religione relativi alla creazione, al paradiso terrestre e alla rigenerazione di tutte le cose grazie alla vittoria di Cristo sul peccato e sulle sue conseguenze per la vita del mondo!
La sesta stella, la cucina, come la seconda, richiama l’umile servizio fraterno ad imitazione di Cristo, ma anche le gioia dell’agape fraterna, dell’eucaristia e del banchetto celeste nel regno dei cieli.
Il legame della settima stella con la religione si può facilmente comprendere se si riflette che l’educazione dei piccoli all’esperienza e alla conoscenza non falsificata della realtà si apre spontaneamente all’esperienza e alla conoscenza di Dio e dei misteri della fede. Al contrario, la falsificazione che insidia i piccoli fin dall’infanzia non può non allontanare dalla verità e quindi da Dio. Per questo il sussidio, senz’altro molto utile se fatto con giusto criterio, consistente nel mettere contenuti religiosi nei mezzi di comunicazione usati dai giovani e dai bambini, non è sufficiente e può essere anche controproducente nella misura in cui l’uso troppo precoce ed eccessivo dei mezzi elettronici allontana il piccolo dalla conoscenza viva della realtà, con il pericolo di rendere irreali anche i contenuti della fede.
Quanto al legame profondissimo tra la “perla” e il “cuore” della scuola, cioè tra l’ottava e l’undicesima stella, esso appare evidente senza bisogno di tante spiegazioni. Scriveva già a suo tempo Mme de Staël che anche i santi più austeri hanno posto la musica nel paradiso, e non c’è dubbio che la musica più bella è quella che ci avvicina a Dio e che ci fa pregustare fin da questa vita le gioie della vita celeste.
Analogamente la poesia, di cui tratta la nona stella, è anch’essa una “musica” che, mentre purifica il linguaggio quotidiano dalla sua banalità e volgarità, nello stesso tempo ci svela le trame nacoste che da questo mondo conducono al cielo.
Per quanto riguarda i legami tra la decima stella – la scrittura artistica – e la religione, vorrei raccontare un episodio avvenuto in un monastero. Nella foresteria delle suore erano presenti diversi ospiti, tra cui un gruppo di famiglie interessate ad applicare la Regola di San Bennedetto alla loro vita. Un giorno furono dati a tutti i componenti di quel gruppo dei fogli su cui erano scritte, in bella scrittura gotica miniata, le parole della preghiera cantata che doveva precedere il pranzo. All’ora opportuna le famiglie si misero in piedi intorno alla loro tavola, ognuno con il foglio davanti agli occhi, e incominciarono a cantare la preghiera di preparazione al pranzo. Immadiatamente tutti gli altri ospiti delle suore si assieparono intorno al gruppo delle famiglie esclamando: «Date i fogli anche a noi! Vogliamo pregare anche noi allo stesso modo!»
Quanto al legame tra la dodicesima e l’undicesima stella, vedremo subito che esso si impone da solo senza particolari spiegazioni.
Se questi sono gli apporti degli affluenti, il fiume, però, ha la sua propria vita che a sua volta rifluisce negli affluenti illuminando la casa di Dio e i legami che in essa si formano e si sviluppano con il vincolo che discende sulla terra dal mistero celeste dell’amore increato ed eterno della Trintà santissima.
Sarà compito dell’undicesima stella introdurre alla sempre più profonda comprensione e fruizione dell’amore celeste che, come è all’origine della vita, così è a fondamento della sua purificazione dal peccato e della sua esaltazione nella santità della vita senza fine.
Ma come questi misteri aprono, per così dire, il tetto della casa verso il Cielo, così essi, e tutto ciò chi li accompagna, aprono le porte della casa verso una carità che si estende a tutto il mondo.
Sarà questo l’argomento della dodicesima ed ultima stella della scuola online.

La dodicesima “stella” della scuola online: la carità e la solidarietà sociale secondo la dottrina sociale della Chiesa. Conclusione
di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
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Abbiamo mostrato, punto per punto, quale esaltante e quasi sovrumano impegno sia quello di governare la propria casa per renderla veramente «la casa di Dio e la porta del cielo» (Gn 28, 17). Ma la spiegazione sarebbe incompleta se non mettesse in luce come, contrariamente a quanto viene conclamato con tanta sicurezza dai detrattori della «donna in casa», la cura della vita domestica possa e debba avere un’apertura sulla società e i sui suoi problemi spesso preclusa alle professioni delle «donne fuori casa».
Infatti il precetto evangelico della carità e l’umana tendenza al bene comune non possono essere assenti dalla vita delle famiglie. Ma su questo punto vi sono alcuni principi che purtroppo sono comunemente trascurati e sui quali è necessario richiamare l’attenzione.
Il primo punto è che la carità non incomincia, come sembra essere opinione diffusa, fuori della porta di casa. No! La prima e più doverosa carità e solidarietà sociale riguarda i membri stessi della propria famiglia. È certamente poco coerente, anche se molto diffuso, il comportamento di quei giovani, dell’uno e dell’altro sesso, che sono così impegnaiti in associazioni di volontariato sociale da trascurare i doveri di carità e di giustizia verso genitori e fratelli, e sono così ansiosi di assistere i bisognosi nelle borgate che non sopportano di doversi intrattenere con la vecchia nonna noiosa e non autosufficiente.
Se si desse il primo posto alla carità verso i propri familiari bisognosi di assistenza, come si potrebbero meglio affrontare tutte le difficoltà familiari senza dover ricorrere a personale pagato o a ricoveri in istituti di persone anziane o disabili! Ovviamente per fare questo non basta la buona volontà, ma è necessaria anche una preparazione adeguata. Chi potrebbe darla? Questo vorrebbe fare la dodicesima stella, se avesse i necessari collaboratori.
Ma per il bene stesso della famiglia è necessario che la carità non si restringa alle mura domestiche. Dovrebbe essere cura di tutta l’organizzazione familiare e di chi ne è principalmente responsabile, e non soltanto iniziativa dei singoli, facilmente in contrasto con gli interessi della famiglia stessa, far rientrare la sollecitudine per i mali della società tra i propri programmi familiari.
Nei decenni passati, e purtroppo ancora adesso, abbiamo sperimentato dolorosamente il fatto che nel catechismo non si faceva – e non si fa – menzione della dottrina sociale della Chiesa, con la conseguenza che i bambini e i giovani hanno avuto, ed hanno, la convinzione che nella Chiesa e nelle loro famiglie vi sia un disinteresse di fondo per i mali della società e per le ingustizie sociali. L’esodo di tanta gioventù verso l’estremismo rivoluzionario in gran parte si spiega con questa grave carenza.
Per non perpetuare questo errore, dovrebbe essere cura della famiglia, e di chi ne assume la principale responsabilità, comprendere che uno dei mali di cui maggiormente soffre la società, e che è causa anche degli altri, è proprio la dissoluzione della vita familiare, la quale espone gli individui ai più gravi pericoli e toglie loro il più importante e fondamentale ammortizzatore sociale. Infatti nessuno vive da solo ed ognuno è sostanzialmente condizionato dall’ambiente umano in cui abitualmente vive – cioè principalmente dalla sua famiglia. Se, dunque, la sua vita familiare non è ordinata – e proprio al buon ordinamento della vita familiare la scuola online vuole dare un contributo costruttivo – il sostegno che gli si può dare come singolo avrò un’efficacia molto condizionata e ristretta.
Ora, dare un sostegno non soltanto ai singoli, ma a tutto il loro ambiente familiare, è cosa che può essere realizzata molto meglio da tutta una famiglia ben ordinata e concorde nell’estendere ad altre famiglie le proprie ricchezze, non soltanto economiche, ma anche e soprattutto morali e umane, che non dall’iniziativa di un solo individuo. Per questo la carità e la solidarietà sociale devono far parte del patrimonio culturale di tutta la famiglia e devono trovare i modi per potersi esercitare efficacemente a favore di altre famiglie non solo senza ledere gli interessi della famiglia stessa, ma, al contrario, rafforzandone l’unità e il sentimento di appartenenza.
E qui dobbiamo aggiungere che l’esercizio della carità nell’ambito sociale non è qualche cosa che si possa improvvisare, e chi ci si impegna senza la necessaria preparazione fatalmente commette gravi errori e infine, deluso, finisce per rinunciare. Per questo è un sostanziale limite della catechesi abituale limitarsi ad esortare a fare il bene ed a proporre esempi di carità, a volte troppo ingenui e sentimentali, spesso tratti dalla vita dei santi.
I piccoli e i giovani sono certamente impressionati da quelle esortazioni e da quegli esempi, e ciò è lodevole e necessario, ma non è sufficiente. Bisognerebbe ai buoni sentimenti aggiungere insegnamenti pratici che mostrino come la carità debba essere esercitata senza commettere quegli errori che, in mancanza di adeguata preparazione, sono quasi inevitabili.
Uno dei principi da sottolineare è che, come si è detto, la carità e la giustizia vanno esercitate in primo luogo verso la propria famiglia e che, perciò, non è lecito, per cercare di aiutare terze persone, sottrarre alla propria femiglia beni pecuniari e materiali, ovvero tempo ed energie, che sono necessri per il sostentamento e il buon andamento della famiglia stessa. E l’esempio di eccezioni tratte dalla vita dei santi, come ad esempio San Francesco, non aiutano certamente a fare chiarezza su questo punto.
Un altro principio è che facilmente quanti chiedono assistenza possono ingannare, ovvero non corrispondere a ciò che giustamente si esige da loro. Dunque, senza un’adeguata conoscenza delle persone e delle loro situazioni individuali e familiari, si possono facilmente sprecare beni, tempo, energie e buon nome con il solo risultato di favorire vizi ed inganni.
Bisognerebbe anche conoscere bene tutte le istituzioni caritative civili ed ecclesiastiche che già esistono, i loro scopi e il loro funzionamento, per non correre il rischio di impiegare le proprie disponibilità in opere a cui devono provvedere altri. Anche indirizzare i bisognosi alle adeguate istituzioni è un efficace atto di carità.
I punti che abbiamo accennato certamente non esauriscono l’immenso ambito della carità e della solidarietà sociale, ma credo che siano sufficienti a mostrare quanto sia necessaria, in questo campo, un’adeguata formazione, sia di virtù umane e cristiane, sia di abilità pratiche, come ad esempio l’assistenza agli infermi, sia di saggezza organizzativa, sia di conoscenze adeguate nel campo della dottrina sociale della Chiesa, delle concrete situazioni di disagio e delle forme di ammortizzamento sociale già esistenti. A tutto questo dovrebbe provvedere la dodicesima stella.
Ma qui devo ribadire il mio appello alla collaborazione, e lo farò in forma di conclusione di tutto il pecorso che abbiamo fatto insieme attraverso queste conversazioni.
Da quanto abbiamo detto risulta chiaramente che il reddito di maternità proposto dal Popolo della Famiglia non ha soltanto uno scopo genericamente economico. La sua piena realizzazione, infatti, dovrebbe prevedere un sostanziale rinnovamento della vita familiare, che scaturisce necessariamente da un visione in qualche modo “rivoluzionaria”, rispetto ai pregiudizi diffusi, sulla vita familiare, e in particolare sulla missione della madre di famiglia e della “donna in casa”.
Lungi dall’abbassarsi ad un ruolo degradante e secondario nella dinamica società moderna, la donna che si assume, con lucida coscienza dei suoi obblighi, il pieno governo della propria casa e della propria famiglia ha davanti a sé una missione umana, culturale, religiosa e sociale immensa, che nessuna professione, limitata ad un solo ambito lavorativo, potrebbe lontanamente eguagliare. Si tratta, inoltre, di una missione insostituibile, tanto che l’esperienza insegna che quand’essa viene meno, le conseguenze si fanno sentire pesantemente e tragicamente in tutta la società.
Se è così, bisogna concludere che il reddito di maternità da solo non può realizzare il suo vero scopo e che esso ha bisogno del complemento di un’offerta formativa adeguata per i compiti, così esaltanti, ma anche così impegnativi, che la donna che assume oggi il governo della sua casa deve necessariamente affrontare. La nostra scuola ha proprio lo scopo di offrire alle donne e a tutte le loro famiglie le istruzioni, l’accompagnamento e i materiali necessari per questa loro in larga misura nuova missione. Ma purtroppo, come ho più volte ribadito, la nostra buona volontà non è sufficiente e abbiamo bisogno di un’ampia collaborazione, che soltanto in parte finora abbiamo potuto ottenere.
A me sembra che proprio il Popolo della Famiglia, ovvero quanti, pur non partecipando a detto movimento, approvano e sostengono l’iniziativa del reddito di maternità, dovrebbero per primi sentirsi interpellati dal nostro appello per un perfezionamento e uno sviluppo adeguato della nostra scuola, appena impostata.
Vorrei, dunque, concludere con un invito a quanti possono e vogliono apportare la loro collaborazione a farsi presenti tramite il seguente indirizzo email della scuola online:

masterfarfafamiglia@gmail.commasterfarfafamiglia@gmail.com