Cutura vecchia e datata e cultura che non invecchia mai

(pubblicato su Il legno storto il 28 dicembre 2012)

Penso che valga la pena spendere qualche parola sul recente articolo di Marco Cavallotti: “La presa in giro. Qualche considerazione sulla Agenda Momti.” Vi sono infatti in esso, come spesso è il caso, alcuni rilevi che meritano attenzione e approfondimento.
La prima cosa su cui riflettere – anche se di per sé non si tratta di una novità, come l’autore stesso dice esplicitamente – è l’affermazione che «viene alla luce la spaventosa frattura fra cultura (…) e personale politico di centro destra: con il risultato che non esiste alcun supporto serio nell’opinione pubblica (…) per le questioni sollevate e per i progetti del centrodestra. Diremmo che una delle principali cause della scarsa incisività dei governi Berlusconi deriva proprio anche da lì: dalla assoluta incapacità di selezionare e far crescere una seria e preparata classe politica».Per quanto apparentemente alle sinistre si potrebbe riconoscere invece tutt’altro impegno “culturale”, dobbiamo mettere però le necessarie virgolette, se la parola “cultura” conserva ancora, di là dal senso assai lato che gli dà l’autore dell’articolo, anche un senso un po’ più sostanzioso.
Già a suo tempo Vincenzo Cuoco osservava che gli affari dello stato – il Regno di Napoli nel suo caso – erano in mano alle persone dedite alle attività produttive e mercantili, mentre le persone di cultura «tutto sapevano, tranne ciò che saper si deve» – la citazione è fatta a memoria. Educati su libri francesi e inglesi, sapevano tutto delle industrie di Manchester e della Provenza, ma non sapevano nulla di quelle di Arpino. E il Cuoco prosegue rilevando la stolta vanità degli italiani di voler fare bella figura con gli stranieri dicendo loro male ciò che essi già sanno e non sapendo dire niente delle cose proprie che essi non sanno. Già questa particolare disposizione degli intellettuali italiani del suo tempo naturalmente li rendeva facilmente alieni dall’interessarsi alla vita politica interna.
Si potrebbe dunque pensare, tornando all’attualità, che il difetto non sia da ascrivere soltanto alla classe politica, ma anche, e forse più, a quella intellettuale.
Ma la citazione di un autore di duecent’anni fa ci riporta ad un’altro rilievo dell’autore dell’articolo. Egli parla di «partiti il cui collante ideologico si è frantumato in mille direzioni, senza che ad alcuno venisse la voglia di chiarirsi le idee e di misurare la propria cultura politica, vecchia e datata, con la realtà attuale». E vorrei qui osservare che vi è un’attualità che invecchia il giorno dopo, mentre vi è una saggezza politica che non invecchia mai.
Prima ho citato Vincenzo Cuoco. Ora vorrei riportare una lunga citazione di un autore ancora più antico: Cicerone.
Fu un vero miracole che il Cardinal Angelo Mai riportasse alla luce, nel secolo XIX, ampi frammenti del “De Re Publica” del grande oratore latino. Personalmente la lettura dei primi capoversi di quel testo, quando ero ancora studente universitario, mi causò una vera rivoluzione interiore – analoga, anche se naturalmente non dello stesso livello, a quella causata dalla lettura del putroppo perduto “Ortensio” nel giovane Agostino. Senonché sembra che trovare in italiano il testo del primo libro della “Repubblica” di Cicerone sia una vera impresa. Ho dovuto faticare sette camice per rintracciare finalmente on-line un sito di studi latini in cui era possibile copiare a mano – ma non fare copia-incolla! – una parte del testo. Una parte, perché più di un certo numero di brani al giorno non si potevano visualizzare. E il resto ho potuto trovarlo soltanto su un sito americano che forniva la copia autentica di un libro stampato a Roma nel 1826. Ma anche qui ho dovuto copiare tutto a mano.
Con questi chiari di luna si può capire che un testo così straordinario rimanga come pura esercitazione di latino, per chi ancora se ne interessa.
Ciò che trovo di eccezionale in queste poche righe è la loro grande elevatezza morale, congiunta con una più unica che rara sapienza politica e con una intramontabile – e anzi oggi particolarmente visibile – attualità. Non è forse vero che molti degnissimi intellettuali dei nostri giorni, e non solo dei nostri giorni, dovebbero stracciarsi le vesti nel sentire il rimprovero del grande oratore a chi fa uso della propria sapienza esclusivamente per uso privato?
Ma leggiamo questo straordinario testo, che meriterebbe ben altra sorte che non quella di restare tra le esrcitazioni dei pochi filologi classici ancora rimasti.
«Era bensì lecito a M. Catone, finché era ancora uomo nuovo ed ignoto (…) rimanersene piacevolmente ad oziare in Tuscolo, luogo salubre e vicino a Roma. Ed ecco che costoro [in primo luogo gli epicurei] lo considerano un pazzo quando lo lo vedono, senza alcuna necessità, ormai arrivato all’estrema vecchiaia, preferire le tempestose onde civili ad una vita perfettamente tranquilla e beatamente riposata. E non parlo neppure degli innumerevoli personaggi che contribuirono alla salvezza di Roma, e non voglio neppure accennare a coloro che non sono lontani dalle memorie di questa nostra genrazione (…) Mi limito soltanto a precisare che la virtù è talmente necessaria al genere umano per legge naturale e che tanto è l’amore che arde nei petti umani per la comune salute, che tutte le blandizie del piacere e dell’ozio sono vinte da quell’impulso generoso.
«Né la virtù si può possedere come un’arte qualunque che, una volta imparata, si possa metter da parte: bisogna ch’essa, per esistere, sia tutta in pratica; poiché un’arte, anche quando non la si eserciti, la si ritiene per le sue nozioni teoriche, e la virtù invece esiste soltanto nell’uso che se ne fa; ed il più alto uso che si possa farne è quello di governare un popolo e di perfezionarsi in quelle nobili pratiche di cui si fa gran parlare dovunque (…) Tutto quel che di giusto e di bello dicono i filosofi, non è che l’effetto e la conferma della virtù di coloro che sono stati legislatori dei popoli. Da chi infatti nasce il senso della devozione o la fede religiosa? Da chi emana il diritto delle genti e quello stesso che si chiama diritto civile? Donde nascono la giustizia, la fede, l’equità? Donde il pudore e la continenza e l’odio d’ogni turpitudine e il desiderio della bellezza e della gloria? Donde la fortezza nelle fatiche e nei pericoli? Certo da coloro che, dopo aver ispirato queste virtù agli uomini con le loro dottrine, parte ne confermarono col costume e le altre sancirono con le leggi.
«Si racconta che Senocrate, filosofo dei più generosi, essendogli stato chiesto in che cosa ai suoi alunni giovassero le sue dottrine, rispondesse: “Nel sapere essi fare spontaneamente quel che loro imporrebbero le leggi”. Quel cittadino dunque che sa costringere tutto un popolo con l’impero e la minaccia delle leggi a far quello che i filosofi potrebbero persuadere con le loro dottrine soltanto a pochi alunni, è dunque da preferire a quegli stessi maestri che sanno soltanto dimostrare la teorica bontà delle leggi. Quale mai squisita eloquenza di questi ultimi potrebbe essere anteposta ad un ordine civile ben costituito per istituzioni e per costume? Come infatti io trovo preferibili di gran lunga, per dirla con Ennio, “le città grandi e imperiose” ai villaggi e ai castelli, così trovo preferibile, per la sicura conoscenza delle cose politiche, chi quelle città abbia governato con saggezza e con autorità a chi sia sempre rimasto lontano dai pubblici affari. E, poiché ci entusiasma in particolar modo l’idea d’accrescere la sicurezza e il benessere della vita umana, spinti a questo piacere dagli impulsi stessi della nostra natura, procediamo sicuri per quella via che fu sempre cara ai nostri grandi, e non diamo retta a coloro che vorrebbero suonarci la ritirata e far retrocedere quelli che si son già di buon tratto avanzati.
«A queste ragioni, così solide e così chiare, i nostri avversari oppongono prima di tutto l’improba fatica che ci vuole per reggere uno stato, ed è questo, certo, un impedimento ben lieve, per un uomo di vigilante energia, un impedimento spregevole non solo in così alta materia ma anche in attività o in doveri o in faccende del tutto mediocri. Aggiungono poi, i nostri avversari, i pericoli cui si espone la vita: e con questa turpe paura della morte vorrebbero dissuadere i forti che considerano invece ben più misero lo spegnersi per natura e per vecchiaia che cogliere l’occasione per consacrare alla patria una vita cui si dovrebbe pur sempre un giorno rinunciare. E questi nostri avversari si credono poi addirittura irresistibili, quando ci elencano le sciagure capitate agli uomini più illustri e i torti fatti dagli ingrati concittadini (…)
«Né già la patria ci generò e ci educò con tal legge che quasi nessun alimento dovesse aspettare da noi e, servando unicamente alla nostra agiatezza, ci dovesse somminstrare un sicuro ricovero all’ozio ed un tranquillo luogo alla quiete: ma piuttosto con tal legge che ella prendesse in pegno a propria utilità tutte, grandi quanto siano, le parti dell’animo nostro e della mente e del senno e solo a noi rendesse per uso nostro privato tanto quanto a lei ne sopravanzasse.
«Né sono da udire questi pretesti che prendono a loro difesa (affinché si godano più facilmente l’ozio) quando dicono che sogliono accostarsi il più delle volte a reggere la cosa pubblica uomini non degni di alcuna cosa buona, con i quali il paragonarsi è vile, il combattere è misero e pericoloso, soprattutto quando la moltitudine è in stato di agitazione. Come se non spettasse all’uomo sapiente prendere le redini del governo – non sapendo egli frenare gli insani e selvaggi impeti della plebe – né all’ingegno cittadino combattere con avversari abietti e feroci, o subire la violenza degli insulti, o sopportare ingiurie non tollerabili dal sapiente: come se per i buoni, i forti e quanti hanno grandezza d’animo nessuna più giusta ragione vi fosse di accostarsi alla cosa pubblica che quella di non obbedire ai malvagi e di non tollerare di veder da loro lacerato l’ordine civile quasi non potessero essi, quand’anche lo volessero, recargli aiuto».

di Don Massimo Lapponi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...