Dalla letteratura alla vita. Una proposta di formazione umana

(inedito)

Il celebre romanzo di Tolstoi “Guerra e pace” (1863-1869) fu giudicato dai connazionali dell’autore, suoi contemporanei, come una sorta di poema della Russia imperiale, che avrebbe reso imperituro il ricordo di essa anche se e quando lo zarismo fosse dovuto tramontare.
Senza voler negare il valore di un testo così noto, devo dire però che personalmente l’ho trovato abbastanza “pesante” e che i messaggi in esso contenuti mi sono sembrati poco convincenti. Credo inoltre che sia ben fondata l’affermazione dello scrittore anglo-irlandese C.S. Lewis, secondo il quale quasi nessuno, una volta terminata la narrazione della vicenda dei protagonisti, si inoltra nella lettura dell’ultima parte del romanzo, dedicata a considerazioni storiche piuttosto noiose e di scarso interesse sui rapporti tra la Russia e la Francia di Napoleone.
Ad ogni modo, quale che sia il giudizio che si voglia dare del capolavoro di Tostoi, a me sembra che il poema che ha reso imperitura la Russia zarista non sia Guerra e pace, bensì l’opera di un autore non russo ma francese – un autore tanto snobbato dai critici che spesso nelle storie della letteratura francese non viene neanche nominato. Intendo parlare di Giulio Verne e del suo romanzo “Michele Strogoff” (1876).
Non so se il romanzo di Verne – in quanto affascinante affresco della Russia zarista – sia stato risparmiato dalla critica rivoluzionaria, come lo è stato Tolstoi, il quale – nonostante lo spirito aristocratico che appare in molti suoi scritti, tra i quali appunto Guerra e pace – è stato giudicato da Gramsci veramente popolare e vicino alle classi più povere, al contrario, a suo dire, di Manzoni – e i compagni di partito di Gramsci dovrebbero vergognarsi, anziché vantarsene, del giudizio da lui espresso sullo scrittore lombardo, assolutamente gratuito e fazioso, e del suo inconsistente e anacronistico confronto tra Manzoni e Tolstoi.
Come che sia, se a Verne è stata risparmiata la critica da “sinistra”, sembra che non gli sia stata però risparmiata la critica da “destra”. Lessi tempo fa un articolo sul quotidiano cattolico “Avvenire” in cui si riferiva, ed evidentemente si condivideva, la tesi di uno studio secondo il quale l’opera di Verne sarebbe stata ispirata ad un ideale laico-massonico, volto a promuovere una società anticristiana.
Personalmente non so nulla di eventuali contatti di Verne con ambienti massonici o simili. Penso tuttavia di poter affermare con certezza che l’autore del suddetto studio o non ha mai letto i libri di Verne, o li ha letti con degli spessi paraocchi ideologici. Non c’è infatti nulla, nei libri dello scrittore francese, che possa lontanamente suggerire un suo filo-massonico programma di promozione di una società anticristiana. Al contrario, si può invece positivamente affermare che, insieme all’entusiasmo – del resto non privo di spunti critici – per le conquiste della scienza moderna, Verne, in modo esplicito o implicito, abbia espresso in tutta la sua opera la necessità della religione e del cristianesimo per il bene della società umana.
Peggiore trattamento però è stato riservato a Edmondo De Amicis, il quale è stato attaccato in modo assai più feroce tanto da destra quanto da sinistra. E’ nota la stroncatura inflitta, molti anni fa, a De Amicis da Umberto Eco, che lo accusava di paternalismo, di sentimentalismo, di moralismo borghese e di “bamboleggiarsi” con amor di patria e amor paterno, materno e filiale anziché mostrare il ghigno feroce della moderna critica sociale.
Senonché, mentre ad Eco lo scrittore piemontese appariva troppo moralista e cristianeggiante, a Vittorio Messori, al contrario, egli appariva decisamente laico, massonico e anticristiano! E cosa c’è di più massonico di una società e di una scuola tutte basate sugli eroi laici del Risorgimento e sulla cultura secolare? E di una religione appena tollerata e confinata nel timido ambiente femminile?
Insomma il povero Giulio Verne, messo tra i profeti del moderno anticristianesimo, e il povero Edmondo De Amicis, “squarciato in due” tra chi lo condanna per essere troppo cristiano-borghese e chi lo condanna per esserlo troppo poco, sembravano destinati veramente all’esecrazione eterna!
Ma a quanto pare il fascino dei grandi scrittori prevale alla fine sulle passeggere mode critiche, che si succedono a volte in modo abbastanza stravagante e per motivi tutt’altro che innocenti e disinteressati, cosicché le loro opere continuano ad essere stampate e lette – e non so se la stessa cosa avverrà per quelle dei loro critici irriducibili.
Naturalmente a una certa mentalità cattolica – che oggi non esisterebbe più se non fosse stata richiamata in vita da una, del resto comprensibile, reazione anti-moderna di ambienti ultra-conservatori – ripugnano opere in cui ad ogni pagina non si parla di Dio, dei santi, della Chiesa e della preghiera. Ma di fatto un libro non è irreligioso soltanto perché non si nominano queste cose ad ogni piè sospinto. Vi è infatti un religioso sacrosanto pudore, che suggerisce di non profanare con espliciti richiami inopportuni realtà che devono essere più vissute nell’intimo della coscienza che non esposte agli occhi di tutti – o anche agli occhi propri: «non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» (Mt 6, 3). E possiamo ben dire che le due opere di cui ora vorrei parlare – “I figli del Capitano Grant” (1868) di Giulio Verne e “Dagli Appennini alle Ande” (1886) di Edmondo de Amicis – per quanto modesti e riservati siano in essi i riferimenti alla religione, possono essere annoverati tra i testi più profondamente religiosi scritti nei tempi moderni.
Certamente ci sono modi diversi di esprimere il sentimento religioso, e molti considerano più vera e profonda una religione legata al tragico senso del peccato e della sofferenza umana che non una religione aperta piuttosto alla gioia e all’affermazione della vita. Non so se si possa dire che è questione di “gusti”: certamente la dimensione tragica della vita è parte essenziale della religione, ma nulla permette di affermare che non lo sia anche la gioia che inscindibilmente accompagna innumerevoli esperienze umane. Si potrebbe anzi pensare che, data la promessa della vittoria definitiva del bene sul male, forse la gioia è più essenziale alla religione che non il dolore. Dunque per quale ragione si dovrebbe giudicare più profondo, anche dal punto di vista religioso, un libro come, ad esempio, “Il sindaco di Casterbridge” (1886) di Thomas Hardy che non “Michele Strogoff” o “I figli del Capitano Grant”?
Indubbiamente il capolavoro di Thomas Hardy – nel quale, possiamo dire “en passant”, non vi è traccia di quel fatalismo che i critici gli attribuiscono, ma ogni tragedia vi è descritta come causata dall’irresponsabile condotta degli uomini – respira, di là da quella che possa essere stata la posizione dell’autore nei confronti della fede, un profondo senso religioso del peccato, della punizione e dell’espiazione. Ma anche nei libri di Verne si trovano questi elementi, per quanto non vi siano trattati con la stessa intensità; in più, però, vi è anche un positivo senso di gioia, vittoriosa di ogni ostacolo, che anch’esso è parte essenziale della vita umana e dell’esperienza religiosa e che in troppa larga misura è assente dai romanzi di Hardy.
Dunque, non sarà paradossale affermare che dalle opere di Verne e di De Amicis sopra ricordate spira, in misura non comunemente presente in altri scritti moderni provenienti dalla cultura laica, un profondo sentimento religioso e che esso ha nutrito la vita spirituale di innumerevoli giovani e meno giovani lettori.
Ma come parlare di sentimento religioso non solo presente, ma addirittura dominante, in due scritti che narrano di viaggi e di avventure più che di chiesa e di preghiera?
La risposta è che vi sono due elementi al fondo della narrazione dell’uno e dell’altro capolavoro inscindibilmente legati alla vita religiosa e cristiana: l’amore paterno, materno e filiale e l’ammirazione per le opere della creazione – e i due elementi non sono estranei l’uno all’altro, ma si compongono armonicamente in un unico anelito spirituale.
Libri di viaggi e di avventure ce ne sono tanti. Pensiamo ad esempio alle opere di un autore a cui le storie della letteratura danno uno spazio e un rilievo assai più ampio che non a Verne e a De Amicis: Joseph Conrad. Indubbiamente le sue narrazioni di esotiche avventure, e in particolare il suo capolavoro “Nostromo” (1904), hanno un’enorme suggestione e lo stile di Conrad è estremamente ardito e originale, data anche la sua appartenenza ad un’epoca più recente. Ma ciò che fa giudicare le sue opere letterariamente superiori ai racconti di Verne e di De Amicis sembra essere soprattutto un’aridità di fondo, che sarebbe segno, secondo la mentalità comune, di moderno e maturo disincanto, mentre dovrebbe essere considerata piuttosto il tragico indizio di un’assenza. E non, almeno immediatamente, dell’assenza di Dio, ma dell’assenza di quel calore umano che scaturisce dal sentirsi amati da chi ci ha dato, con immenso affetto, il dono della vita. I protagonisti di Conrad sono tutti orfani, mentre quelli di Verne e di De Amicis non lo sono: penso che sia qui essenzialmente la differenza, e non in una pretesa maggiore maturità e profondità dello scrittore anglo-polacco.
E non è una differenza di poco conto. Nostromo e Lord Jim sono vagabondi senza padre, madre, moglie o figli, e sono destinati a non averne mai e a sentirsi perciò eternamente soli e in un mondo indubbiamente affascinante, ma anonimo e senza un senso definito. Al contrario Mary e Robert Grant e Marco sono prima di tutto figli, pronti a percorrere il mondo intero pur di ritrovare padre e madre, e oceani, monti, fiumi e foreste sono per loro un’immensa casa di famiglia in cui ogni fremito di foglie al vento, ogni bagliore di alba o tramonto, ogni scroscio di onda marina sono come il presentimento di una presenza annunciata, ovvero la gloriosa e accogliente dimora di un amore ritrovato.
E non è l’uomo a dare un senso al mondo con la sua intelligenza, il suo sentimento, il suo lavoro? E intelligenza, sentimento e lavoro che senso avrebbero se non trovassero il loro compimento nel rapporto di amore personale che unisce l’uomo e la donna e dal quale scaturisce il dono di una vita nuova e di un nuovo amore, promessa di un ampliamento sempre più vasto, fino a un infinito misteriosamente intravveduto in un orizzonte lontano? E se le meraviglie della natura e il lavoro dell’uomo non si iscrivessero in questo movimento di espansione dell’amore e di anelito a quel misterioso orizzonte di infinita vita e bellezza, che senso mai potrebbero avere?
Ma forse, a questo punto, è meglio dar voce ai protagonisti stessi di questo discorso, cioè ai due autori che ho indicato quali eccezionali interpreti del senso religioso della vita.
Come ho già detto, Giulio Verne è stato presentato come un filo-massone, profeta di un mondo non cristiano. Anziché fare ulteriori commenti su queste affermazioni, rileggiamo parte del terz’ultimo capitolo de “I figli del Capitano Grant” – testo che, letto con inesprimibile emozione cinquant’anni fa, dopo mezzo secolo lo rileggo ancora con eguale emozione.

Dopo aver percorso inutilmente l’intero globo, dalla Patagonia, all’Australia, alla Nuova Zelanda, alla ricerca del loro padre perduto in mare, Mary e Robert Grant si trovano insieme a tarda sera, affacciati al bordo della nave di Lord Glenarvan, di fronte a un’isola perduta nell’immenso Oceano Pacifico e si abbandonano a un commosso e affettuoso colloquio.

«— Sì – esclama Robert – sarò marinaio come mio padre, marinaio come il capitano John, Mary, cara Mary! Il capitano John non ha perduto ogni speranza, tu avrai fiducia nella sua devozione come l’ho io. Egli farà di me, me l’ha promesso, un bravo e forte marinaio, e fino ad allora cercheremo insieme nostro padre. Dimmi che lo permetti, Mary! Ciò che nostro padre avrebbe fatto per noi, è nostro dovere, mio almeno, fare per lui; la mia vita ha uno scopo al quale deve essere interamente consacrata. Cercare, cercare sempre colui che non ci avrebbe abbandonati mai! Mary, quanto era buono il babbo!
— E tanto nobile, tanto generoso! Tu sai, Robert, ch’egli era già una delle glorie del nostro Paese, e che sarebbe stato annoverato fra i grandi uomini, se la sorte non lo avesse fermato nel cammino!
— Certo! Mary si strinse il fratello al cuore, e il giovinetto, sentendo alcune lacrime cadergli sulla fronte esclamò:
— Mary! Mary! parlino o no i nostri amici, io spero ancora, spererò sempre! Un uomo come mio padre non muore prima d’aver compiuto quanto si era proposto!
Mary non poté rispondere, i singhiozzi le toglievano il respiro, mille sentimenti si avvicendarono nel suo animo pensando che sarebbero stati fatti nuovi tentativi per ritrovare Harry Grant, e che la devozione del giovane capitano era infinita.
— Il signor John spera ancora?
— Sì, — rispose Robert, — è un fratello che non ci abbandonerà mai. Io sarò marinaio, non è vero, Mary? Marinaio per cercare mio padre con lui, lo permetti?
— Se lo permetto! Ma bisognerebbe separarci! — mormorò la giovinetta.
— Non sarai sola, Mary, lo so; il mio amico John me lo disse. Lady Elena non permetterà che tu l’abbandoni; tu sei una donna, e puoi, anzi, devi accettare le sue offerte. Rifiutare sarebbe ingratitudine! Ma un uomo, mio padre me lo ha ripetuto mille volte, un uomo deve farsi da sé la sua posizione.
— Ma che sarà della nostra casetta di Dundee, così ricca di ricordi?
— La conserveremo; tutto questo sarà sistemato per bene dal nostro amico John e da lord Glenarvan che ti terrà al castello di Malcolm come sua figlia! Il lord lo disse a John, che me lo riferì. Tu sarai come in casa tua; avrai con chi discorrere di nostro padre, aspetterai che John ed io te lo riconduciamo. Che giorno felice sarà quello!
— Caro Robert, — rispose Mary, — come sarebbe lieto il babbo, se potesse udirti! Come gli assomigli! Quando sarai uomo, sarai il suo ritratto!
— Dio ti esaudisca, Mary — disse Robert arrossendo d’un orgoglio santo e filiale.
— Ma come sdebitarci verso lord e lady Glenarvan?
— Oh, non sarà difficile! — esclamò Robert con la fiducia della gioventù; — li ameremo, li venereremo e glielo diremo abbracciandoli stretti; e un giorno, alla prima occasione, ci faremo magari uccidere per loro.
— Anzi, tu devi vivere per loro! — esclamò la giovinetta coprendo di baci la fronte del fratello. — Ne saranno più contenti, e io pure!
Poi, lasciandosi trasportare dai sogni, i due giovani si guardavano in silenzio, nella incerta oscurità della notte. Tuttavia parlavano col pensiero, s’interrogavano e si rispondevano. Il mare calmo si cullava in lunghe onde e l’elica agitava nell’ombra un risucchio luminoso, quando avvenne un incidente bizzarro e veramente soprannaturale. Il fratello e la sorella, per una di quelle comunicazioni magnetiche che legano misteriosamente le anime fra loro, furono vittime contemporaneamente di una medesima allucinazione; dal mezzo delle onde, alternativamente tenebrose e lucenti, credettero di udir giungere fino a loro una voce dal suono profondo e lamentevole che fece sussultare tutte le fibre del loro cuore.
— Aiuto! aiuto! —gridava quella voce.
— Mary, hai sentito?
E alzandosi di colpo sopra la maestra, e curvandosi tutt’e due, interrogarono le profondità della notte; ma non videro altro che la profonda oscurità.
— Robert, — disse Mary pallida per la commozione, — ho creduto… sì, ho creduto come te… abbiamo tutt’e due la febbre!
Ma un nuovo appello giunse sino a loro e questa volta l’illusione fu tale, che uno stesso grido balzò dai loro petti:
— Babbo mio! babbo mio!
Mary non resse a tanta commozione e cadde priva di sensi nelle braccia di Robert, che gridò:
— Aiuto! mia sorella… mio padre… aiuto!
Il timoniere si precipitò per sollevare la giovinetta; i marinai di guardia accorsero, e poi John, Elena e Glenarvan, destati improvvisamente.
— Mia sorella muore, e nostro padre è là! — gridava Robert mostrando l’acqua, ma non si comprendeva nulla delle sue parole, ed egli ripeteva:
— Sì, mio padre è là! Ho inteso la sua voce e anche Mary l’ha sentita! In quel momento la giovinetta, tornata in sé, smarrita e come pazza, gridava:
— Mio padre… mio padre è là! — e, risollevandosi e mettendo il corpo fuori della maestra, voleva precipitarsi in mare.
— Milord! signora Elena! — ripeteva congiungendo le mani, — vi dico che mio padre è là! Vi affermo che ho inteso la sua voce uscire dalle onde come un lamento, come un ultimo addio!
La fanciulla ebbe allora nuovi spasimi e convulsioni, tanto che bisognò trasportarla nel camerino, dove Elena la seguì per prestarle le sue cure, mentre Robert ripeteva sempre:
— Mio padre è là! mio padre è là! ne sono sicuro, milord!
I testimoni di quella scena dolorosa finirono per comprendere che i due figli del capitano erano in preda ad un’allucinazione, ma come disingannarli? Glenarvan lo tentò; prese Robert per mano e gli disse:
— Figlio mio, hai sentito la voce di tuo padre?
— Sì, milord, in mezzo alle onde, e gridava: “Aiuto! Aiuto!”.
— E hai riconosciuto quella voce?
— Se l’ho riconosciuta, milord! Sì, ve lo giuro; mia sorella l’ha sentita e riconosciuta come me! come volete che ci siamo ingannati tutt’e due? Milord, andiamo in aiuto di mio padre! Un canotto! Un canotto!
Glenarvan comprese che non sarebbe riuscito a disingannare il povero fanciullo; tuttavia fece un ultimo tentativo e chiamò il timoniere domandandogli:
— Hawkins, voi eravate al timone al momento in cui la signorina Mary fu così singolarmente impressionata?
— Sì, Vostro Onore.
— E non avete visto nulla, udito nulla?
— Nulla.
— Lo vedi, Robert?
— Se fosse stato il padre di Hawkins, — rispose il fanciullo con indomita energia, — Hawkins non direbbe che non ha sentito nulla. Era mio padre, milord! mio padre! mio padre!…
E la voce gli si ruppe in un singhiozzo e, pallido e muto, Robert smarrì i sensi. Glenarvan lo fece trasportare nel suo letto, e il fanciullo, affranto dalla commozione, cadde in un profondo sopore.
— Poveri orfani! — disse John. — Iddio li sottopone a dure prove.
— Sì, — rispose Glenarvan — l’eccesso del dolore avrà prodotto in entrambi, e nello stesso momento, una allucinazione.
— In tutt’e due! è strano! La scienza pura non lo ammetterebbe — mormorò Paganel chinandosi anche lui sul mare e tendendo l’orecchio dopo aver fatto segno a tutti di tacere. Il silenzio era profondo, ed egli chiamò con voce forte, ma nulla gli rispose.
— È strano! — ripeteva lo scienziato tornando alla sua cabina, — una intima comunione di pensieri e di dolori non basta a spiegare questo fenomeno.
L’indomani, 6 marzo, alle cinque del mattino, all’alba, i passeggeri, con Robert e Mary, essendo stato impossibile trattenerli, erano riuniti sul ponte del Duncan. Tutti volevano vedere quella terra appena intravista la vigilia e i cannocchiali furono diretti verso tutti i punti principali dell’isola, che lo yacht rasentava alla distanza d’un miglio, di modo che lo sguardo poteva scorgere i minimi particolari.
D’un tratto Robert mandò un grido affermando di vedere due uomini che correvano e gesticolavano, mentre un terzo sventolava una bandiera.
— La bandiera inglese! — esclamò John che aveva preso il cannocchiale.
— È vero — aggiunse Paganel volgendosi vivamente.
— Milord, — disse Robert tremante per l’emozione, — milord, se non volete ch’io vada a nuoto a quell’isola, fate mettere in mare una lancia! Ah, milord, vi domando in ginocchio di concedermi d’essere il primo a metter piede a terra.
Nessuno osava parlare a bordo. Come! su quell’isola attraversata dal trentasettesimo parallelo si trovavano tre inglesi? E ciascuno, tornando col pensiero agli avvenimenti della vigilia, pensava alla voce intesa nella notte da Robert e Mary!… I giovinetti non s’erano forse ingannati se non in una cosa sola: una voce era potuta giungere sino a loro, ma poteva essere quella del loro padre? Ohimè, no! mille volte no! E ciascuno, pensando all’orribile disinganno che li aspettava, temeva che quella nuova prova superasse le loro forze!
Tuttavia, come trattenerli? Lord Glenarvan non ebbe cuore e gridò:
— Alla lancia!
In un minuto la lancia fu posta in mare! i due figli del capitano, Glenarvan, John e Paganel vi balzarono dentro e si staccarono dalla nave sotto la spinta di sei marinai che remavano vigorosamente.
A dieci tese dalla spiaggia Mary mandò un grido straziante:
— Babbo!
Un uomo era sulla costa fra due altri; la sua alta statura, la fisionomia dolce e ardita, offrivano un insieme espressivo dei lineamenti di Mary e di Robert.
Era proprio l’uomo dipinto tante volte dai due fanciulli che il cuore non aveva ingannato; era il loro padre, il capitano Grant!
L’ardito esploratore intese il grido di Mary, aprì le braccia e cadde come fulminato sulla sabbia.
Certo la gioia non uccide, poiché il padre e i figli, rinvennero prima ancora che venissero portati sullo yacht. Come descrivere quella scena? Le parole non basterebbero. Tutto l’equipaggio piangeva vedendo quei tre esseri stretti in un abbraccio silenzioso.
Harry Grant, giunto sul ponte, s’inginocchiò. Il pio scozzese, toccando quello che per lui era il suolo della patria, volle per prima cosa ringraziare Dio della sua liberazione».

Ma ascoltiamo ora l’altro “massone” di turno – ovvero (scegliete voi) il cristiano-romantico-borghese, a proposito del quale tanti anni fa, sull’onda della propaganda dissacratrice di Umberto Eco, una mia amica, del resto tutt’altro che priva di cultura, esclamò: «Che schifo!»

Come è noto – o dovrebbe esserlo – la madre del piccolo Marco si è trasferita in Argentina a servizio di una famiglia benestante per aiutare, con i suoi guadagni, il marito a risollevarsi da una situazione economica disastrosa. Ma da molto tempo della donna non si hanno più notizie e il marito con i suoi due figli passano i giorni nel dolore e nella preoccupazione. Finché…

« …una sera Marco, il più piccolo, uscì a dire risolutamente: – Ci vado io in America a cercar mia madre. – Il padre crollò il capo, con tristezza, e non rispose. Era un pensiero affettuoso, ma una cosa impossibile. A tredici anni, solo, fare un viaggio in America, che ci voleva un mese per andarci! Ma il ragazzo insistette, pazientemente. Insistette quel giorno, il giorno dopo, tutti i giorni con una grande pacatezza, ragionando col buon senso d’un uomo. – Altri ci sono andati, – diceva – e più piccoli di me. Una volta che son sul bastimento, arrivo là come un altro. Arrivato là, non ho che a cercare la bottega del cugino. Ci sono tanti italiani, qualcheduno m’insegnerà la strada. Trovato il cugino, è trovata mia madre, se non trovo lui vado dal Console, cercherò la famiglia argentina. Qualunque cosa accada, laggiù c’è del lavoro per tutti; troverò del lavoro anch’io, almeno per guadagnar tanto da ritornare a casa.- E così, a poco a poco, riuscì quasi a persuadere suo padre. Suo padre lo stimava, sapeva che aveva giudizio e coraggio, che era assuefatto alle privazioni e ai sacrifici, e che tutte queste buone qualità avrebbero preso doppia forza nel suo cuore per quel santo scopo di trovar sua madre, ch’egli adorava. Si aggiunse pure che un Comandante di piroscafo, amico d’un suo conoscente, avendo inteso parlar della cosa, s’impegnò di fargli aver gratis un biglietto di terza classe per l’Argentina. E allora, dopo un altro po’ di esitazione, il padre acconsentì, il viaggio fu deciso. Gli empirono una sacca di panni, gli misero in tasca qualche scudo, gli diedero l’indirizzo del cugino, e una bella sera del mese di aprile lo imbarcarono.
– Figliuolo, Marco mio, – gli disse il padre dandogli l’ultimo bacio, con le lacrime agli occhi, sopra la scala del piroscafo che stava per partire: – fatti coraggio. Parti per un santo fine e Dio t’aiuterà.»

Dopo aver attraversato l’oceano e percorso migliaia di chilometri in Argentina e dopo ripetute dolorose delusioni, finalmente Marco si avvicina alla meta desiderata. Ma intanto la madre si trova gravemente ammalata in casa della famiglia che la ospita e rifiuta di sottoporsi all’operazione che con sicurezza la salverebbe. Ella è pronta a morire, ma non a soffrire per un intervento che a quel tempo era dolorosissimo, senza per altro avere la certezza di rivedere mai più i suoi cari.

«Dio mio! Dio mio! Morire tanto lontana, morire senza rivederli! I miei poveri figliuoli, che rimangono senza madre, le mie creature, il povero sangue mio! Il mio Marco, che è ancora così piccolo, alto così, tanto buono e affettuoso! Voi non sapete che ragazzo era! Signora, se sapesse! Non me lo potevo staccare dal collo quando son partita, singhiozzava da far compassione, singhiozzava; pareva che lo sapesse che non avrebbe mai più rivisto sua madre, povero Marco, povero bambino mio! Credevo che mi scoppiasse il cuore! Ah se fossi morta allora, morta mentre mi diceva addio! morta fulminata fossi! Senza madre, povero bambino, lui che m’amava tanto, che aveva tanto bisogno di me, senza madre, nella miseria, dovrà andare accattando, lui, Marco, Marco mio, che tenderà la mano, affamato! Oh! Dio eterno! No! Non voglio morire! Il medico! Chiamatelo subito! Venga, mi tagli, mi squarci il seno, mi faccia impazzire, ma mi salvi la vita! Voglio guarire, voglio vivere, partire, fuggire, domani, subito! Il medico! Aiuto! Aiuto! – E le donne le afferavan le mani, la palpavano, pregando, la facevano tornare in sé a poco a poco, e le parlavan di Dio e di speranza. E allora essa ricadeva in un abbattimento mortale, piangeva, con le mani nei capelli grigi, gemeva come una bambina, mettendo un lamento prolungato, e mormorando di tratto in tratto: – Oh la mia Genova! La mia casa! Tutto quel mare!… Oh Marco mio, il mio povero Marco! Dove sarà ora, la povera creatura mia!
Era mezzanotte; e il suo povero Marco, dopo aver passato molte ore sulla sponda d’un fosso, stremato di forze, camminava allora attraverso a una foresta vastissima di alberi giganteschi, mostri della vegetazione, dai fusti smisurati, simili a pilastri di cattedrali, che intrecciavano a un’altezza meravigliosa le loro enormi chiome inargentate dalla luna. Vagamente, in quella mezza oscurità, egli vedeva miriadi di tronchi di tutte le forme, ritti, inclinati, scontorti, incrociati in atteggiamenti strani di minaccia e di lotta; alcuni rovesciati a terra, come torri cadute tutte d’un pezzo, e coperti d’una vegetazione fitta e confusa, che pareva una folla furente che se li disputasse a palmo a palmo; altri raccolti in grandi gruppi, verticali e serrati come fasci di lancie titaniche, di cui la punta toccasse le nubi; una grandezza superba, un disordine prodigioso di forme colossali, lo spettacolo più maestosamente terribile che gli avesse mai offerto la natura vegetale. A momenti lo prendeva un grande stupore. Ma subito l’anima sua si rilanciava verso sua madre. Ed era sfinito, coi piedi che facevan sangue, solo in mezzo a quella formidabile foresta, dove non vedeva che a lunghi intervalli delle piccole abitazioni umane, che ai piedi di quegli alberi parevan nidi di formiche, e qualche bufalo addormentato lungo la via; era sfinito, ma non sentiva la stanchezza; era solo, e non aveva paura. La grandezza della foresta ingrandiva l’anima sua; la vicinanza di sua madre gli dava la forza e la baldanza d’un uomo; la ricordanza dell’oceano, degli sgomenti, dei dolori sofferti e vinti, delle fatiche durate, della ferrea costanza spiegata, gli facea alzare la fronte; tutto il suo forte e nobile sangue genovese gli rifluiva al cuore in un’onda ardente d’alterezza e d’audacia. E una cosa nuova seguiva in lui: che mentre fino allora aveva portata nella mente un’immagine della madre oscurata e sbiadita un poco da quei due anni di lontananza, in quei momenti quell’immagine gli si chiariva; egli rivedeva il suo viso intero e netto come da lungo tempo non l’aveva visto più; lo rivedeva vicino, illuminato, parlante; rivedeva i movimenti più sfuggevoli dei suoi occhi e delle sue labbra, tutti i suoi atteggiamenti, tutti i suoi gesti, tutte le ombre dei suoi pensieri; e sospinto da quei ricordi incalzanti, affrettava il passo; e un nuovo affetto, una tenerezza indicibile gli cresceva, gli cresceva nel cuore, facendogli correre giù pel viso delle lacrime dolci e quiete; e andando avanti nelle tenebre, le parlava, le diceva le parole che le avrebbe mormorate all’orecchio tra poco: – Son qui, madre mia, eccomi qui, non ti lascerò mai più; torneremo a casa insieme, e io ti starò sempre accanto sul bastimento, stretto a te, e nessuno mi staccherà mai più da te, nessuno, mai più, fin che avrai vita! – E non s’accorgeva intanto che sulle cime degli alberi giganteschi andava morendo la luce argentina della luna nella bianchezza delicata dell’alba.»

Marco percorre gli ultimi chilometri e arriva così felicemente alla meta. Intorno all’ammalata si crea un grande turbamento, e finalmente la padrona di casa si decide a darle la straordinaria notizia.

«- Josefa, – le disse la padrona con la voce tremante. – Ho una buona notizia da darvi. Preparate il cuore a una buona notizia.
La donna la guardò attentamente.
– Una notizia, – continuò la signora, sempre più agitata, – che vi darà una grande gioia.
La malata dilatò gli occhi.
– Preparatevi, – proseguì la padrona, – a vedere una persona… a cui volete molto bene.
La donna alzò il capo con un scatto vigoroso, e cominciò a guardare rapidamente ora la signora ora l’uscio, con gli occhi sfolgoranti.
– Una persona, – soggiunse la signora, impallidendo, – arrivata or ora… inaspettatamente.
– Chi è? – gridò la donna con una voce strozzata e strana, come di persona spaventata.
Un istante dopo gittò un grido altissimo, balzando a sedere sul letto, e rimase immobile, con gli occhi spalancati e con le mani alle tempie, come davanti a un’apparizione sovrumana.
Marco, lacero e polveroso, era là ritto sulla soglia, trattenuto per un braccio dal dottore.
La donna urlò tre volte: – Dio! Dio! Dio mio!
Marco si slanciò avanti, essa protese le braccia scarne, e serrandolo al seno con la forza d’una tigre, scoppiò in un riso violento, rotto da profondi singhiozzi senza lagrime, che la fecero ricader soffocata sul cuscino.
Ma si riprese subito e gridò pazza di gioia, tempestandogli il capo di baci: – Come sei qui? Perché? Sei tu? Come sei cresciuto! Chi t’ha condotto? Sei solo? Non sei malato? Sei tu, Marco! Non è un sogno! Dio mio! Parlami! – Poi cambiando tono improvvisamente: – No! Taci! Aspetta! – E voltandosi verso il medico, a precipizio: – Presto, subito, dottore. Voglio guarire. Son pronta. Non perda un momento. Conducete via Marco che non senta. Marco mio, non è nulla. Mi racconterai. Ancora un bacio. Va. Eccomi qui, dottore.»

Questi testi dimostrano, più di qualsiasi discorso teorico, che i sentimenti e i pensieri legati all’esperienza dell’amore paterno, materno e filiale e all’operosità umana, posta al servizio di esso, e di tutte le affezioni che da esso si diramano nell’intera società, nell’affascinante orizzonte della natura e del cosmo, hanno una profonda e necessaria affinità con i sentimenti religiosi.
E’ però molto importante sottolineare, a questo punto, il ruolo unico e proprio svolto dalla religione cristiana in questo ambito.
Al cristianesimo si deve sia l’affermazione netta e indiscussa della monogamia, sia l’altrettanto netta e indiscussa elevazione dell’amore alla dimensione spirituale, quale senso ultimo anche del suo aspetto carnale, sia l’elevazione al valore di missione religiosa del servizio verso la prole, sia l’intuizione del rispecchiamento della vita intima di Dio – Padre e Figlio uniti nell’Amore infinito dello Spirito Santo – nella vita intima degli sposi e dei loro figli. Il rapporto di amore che da questi legami umani e divini si irradia su tutta la società assurge così a vero scopo dell’esistenza umana, e perciò dà un senso sia al mondo della natura, sia all’operosità umana – che dunque non può degradarsi a pura efficienza utilitaria.
Nella prospettiva cristiana l’amore familiare umano diviene non solo immagine, ma tramite attraverso il quale il Padre celeste diviene nostro proprio Padre. Cristo è infatti entrato a far parte della famiglia umana essendo stato generato da una donna che, a nome di tutto il creato, gli ha donato la sua carne e nello stesso tempo ha messo tutta la sua santissima e perfetta umanità femminile a servizio della di lui santissima e perfetta umanità maschile. La presenza ormai incancellabile, nel cuore della famiglia umana, di Cristo, vero Re del creato visibile e vero Figlio del Padre che è nei cieli, e di Maria, vera Regina, Sposa e Madre, umana e nello stesso tempo celeste per la sua santità, eleva ogni uomo e ogni donna alla stessa sublime grandezza, cosicché ogni figlio dell’uomo è ormai, proprio in quanto figlio di uomo e di donna, vero figlio di Dio.
E’ importante che al risvegliarsi della coscienza umana nel periodo dell’adolescenza, quando si compiono le scelte fondamentali che daranno un’impronta determinante a tutta la loro futura esistenza, i giovani siano resi consapevoli di queste realtà, perché esse possano servire efficacemente ad orientare la formazione del carattere, delle amicizie, dell’amore tra i sessi, dello studio e del lavoro, del rapporto con la natura e del rapporto con Dio, fin dall’inizio, così decisivo, dell’avventura della vita.
Se dunque, come ho cercato di dimostrare, l’amore tra l’uomo e la donna ha un ruolo assolutamente centrale nel destino del mondo, non possiamo nasconderci che l’attuale dissoluzione dei fondamenti spirituali e morali del rapporto tra i sessi, su cui è superfluo ora dilungarsi, minaccia grandi e tragici sconvolgimenti nella vita di tutta la società. Penso, tuttavia, che i giovani disposti all’ascolto e alla riflessione siano capaci di comprendere che, se vogliono evitare tragedie quali quelle che incombono sul destino dei personaggi dei romanzi di Thomas Hardy, è loro primo interesse saper valorizzare, contro ogni critica distruttiva, l’eredità dell’amore familiare quale ci è stata tramandata da secoli di civiltà umana e cristiana.

di D. Massimo Lapponi

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