Di generazione in generazione. Appendice.

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI ROMA “LA SAPIENZA” – FACOLTA’ DI PSICOLOGIA 

TESI DI LAUREA IN PSICOLOGIA

IL PROBLEMA SESSUALE NEGLI SCRITTI INEDITI DI ALESSANDRO BONICH (1879-1955)

Candidato

Alessandro Castelli

matr. 11174279

Relatore                                                                                     Correlatore

Prof. Alfredo Gessi                                                                   Dott.ssa Silvia Fernandez

ANNO ACCADEMICO 1978/79 – SESSIONE ESTIVA

Chi penetra fino nelle più estreme radici del mondo visibile,                                                incontra sempre le condizioni non scritte ed invisibili della                                                nostra esistenza.

F.W. Förster                                                           

Le scienze appaiono tanto più tardi quanto più si avvicinano a una realtà più alta e ricca, più vicina all’uomo, più lontana dall’astrazione logica. 

  1. Cochin

PREMESSA

Non c’è dubbio che tra i problemi che in modo più drammatico affliggono la moderna civiltà occidentale uno dei primi posti – se non proprio il primo posto – spetti alla questione sessuale. Essa sollecita una risposta sia sul piano pedagogico, sia sul piano medico-psichiatrico, sia sul piano della vita familiare e sociale – per non parlare degli aspetti propriamente morali, filosofici e religiosi o concernenti il destino stesso della civiltà.

Di fronte ad una problematica così vasta e complessa, e nello stesso tempo inserita in modo così scottante nell’ordinaria vita personale e sociale, la posizione della scienza non sembra particolarmente felice. Mentre infatti in questo campo i più diversi fattori sociali determinano in modo spesso massiccio la formazione dei costumi e delle mentalità – e ciò anche in totale assenza di una qualsivoglia competenza specifica e con motivazioni dettate più spesso dall’interesse economico o da istinti irrazionali che dalla ricerca del bene obiettivo dell’individuo e della società -, la scienza si trova ad essere del tutto ininfluente sui comportamenti e sulle opinioni, quando alcune sue risultanze tecniche o alcune sue teorie non siano addirittura asservite ad interessi del tutto estranei allo spirito della ricerca scientifica.

Quali le cause di questa impotenza in questo particolare settore in un’era che si ritiene “scientifica” quasi per antonomasia e in cui, effettivamente, per quanto riguarda altri ambiti dell’esistenza umana, la scienza gode di autorità incontestata? Senza pretendere di voler dare una risposta esaustiva a questa domanda, si potrebbero rilevare due circostanze degne di considerazione.

La prima cosa da osservare è che nel campo del problema sessuale, se le conoscenze fisiologiche segnano continui progressi, per quanto riguarda l’aspetto psicologico della questione la mancanza di prospettive chiare e universalmente accettate e la varietà dei principi interpretativi genera nei più incertezza e sfiducia nei confronti della psicologia.

In secondo luogo ci si può chiedere se e fino a che punto, ammettendo che vi fosse maggiore unità e concordia di vedute tra le diverse scuole, gli uomini di oggi sarebbero disposti ad accettare, nell’ambito sessuale, le direttive di un’autorità scientifica.

Le due circostanze ora accennate sono forse le due facce di una stessa medaglia, nel senso che le forze storiche che si sono opposte al conseguimento di una definizione rigorosa del problema sessuale, nella prospettiva di una visione obiettiva e universale dell’esistenza umana, potrebbero essere le medesime che hanno favorito l’emancipazione di determinati comportamenti da ogni autorità, fosse pure quella della scienza.

Da questo punto di vista la testimonianza di Alessandro Bonich appare indubbiamente preziosa. Egli infatti è vissuto in un periodo particolarmente significativo per la formazione della psicologia scientifica e della psichiatria, come pure della società moderna e delle opinioni in essa dominanti, e di questa complessa evoluzione è stato testimone qualificato e geniale interprete. Specialmente nei suoi scritti inediti egli ha cercato di definire nel modo più rigoroso le forze storiche che già al suo tempo tendevano a rendere l’esperienza umana il terreno privilegiato di un dilettantismo soggettivo e anomalo, e proprio dalla considerazione fenomenologica di dette tendenze scaturiva per lui l’esigenza di riconquistare l’orizzonte di certezze oggettive, proprie di una conoscenza psicologica di valore universale.

Molti sconvolgimenti hanno segnato la storia della società occidentale dopo la scomparsa di Alessandro Bonich dalla scena accademica e culturale, ma, a nostro avviso, né gli eventi bellici, né la crisi del ’68 hanno impedito alla nostra società di essere la legittima erede di quella di cui egli fu testimone – così come, secondo Tocqueville, la Rivoluzione dell’89 non avrebbe interrotto o deviato le tendenze già in atto nella società francese del XVIII secolo.

Ora il fatto che il Bonich abbia tentato di comprendere fin dal loro primo manifestarsi quelle tendenze storiche che ai nostri giorni sembrano voler raggiungere la pienezza del loro sviluppo e abbia voluto sottoporle al vaglio di una superiore critica scientifica rende eccezionalmente attuale il suo pensiero e costituisce per noi un invito a riconsiderare la dignità di una scienza che ha saputo proporsi così alti traguardi e che forse potrebbe e dovrebbe proporseli ancora.

CRONOLOGIA DELLA VITA DI ALESSANDRO BONICH

1879    Il 4 giugno nasce a Zara, in Dalmazia, allora parte dell’Impero Austro-Ungarico, da Filip e Teresa von Kauschnitz, terzo di quattro figli, di cui l’ultima una bambina.

1885 – 1897  Frequenta le scuole pubbliche nella sua città natale. Di questo periodo si hanno poche notizie.

1897 – 1903  Frequenta la facoltà di medicina dell’Università di Vienna. Sotto l’influsso del positivismo, allora imperante, si allontana dalla fede cattolica in cui era stato educato.

1903   Si laurea a pieni voti con Karl Gussenbauer, docente di chirurgia, patologia e terapia, e con Karl Toldt, docente di anatomia e membro dell’Accademia delle Scienze. La sua tesi di laurea verte sui pericoli delle malattie veneree nelle famiglie. Comincia così fin da ora ad apparire uno degli interessi predominanti della sua ricerca scientifica.

1904  –  1914   Si trasferisce a Parigi, dove frequenta i corsi di filosofia della Sorbona. Qui ha occasione di incontrare Boutroux, Lévy-Bruhl, Durkheim, Brochard e altri esponenti del mondo accademico parigino. Ma sulla sua formazione filosofica sembrano aver influito soprattutto Payot, Höffding, Paulsen e, di là da questi contemporanei, soprattutto Auguste Comte. Nello stesso tempo non trascura la sua professione di medico, coadiuvando Babinski nel suo insegnamento di neuropatologia presso l’ospedale della Pitié e organizzando corsi per la gioventù parigina insieme ai suoi colleghi. E’ questo un periodo molto fecondo di esperienze, di ricerche e di rapporti umani. Compie viaggi in Germania, in Inghilterra e negli Stati Uniti; pubblica numerosi studi sulla Chronique médicale; stringe relazioni di collaborazione e di amicizia con influenti personalità della cultura e della politica. La lettura di un articolo di Freud sul periodico Sexualprobleme nel marzo 1908 lo sconvolge profondamente. Si apre così una crisi nella sua vita spirituale che durerà lunghi anni e che lo porterà ad approfondire i temi della sessualità umana e dei suoi rapporti con la civiltà.

1914   Avvertendo il disagio della sua permanenza in Francia dopo lo scoppio della guerra, accetta l’invito del Prof. Tamburini, docente di psichiatria e clinica psichiatrica della Sapienza, e in ottobre si trasferisce a Roma, dove tiene un corso di neuropatologia presso detta Università.

1915 – 1919  Dopo l’entrata in guerra dell’Italia è costretto a ritornare a Vienna, dove si dedica completamente alla sua professione di medico. Finita la guerra, fa domanda presso l’Università di Roma per una libera docenza di neuropatologia. Nell’ottobre del 1919 la domanda viene accettata.

1920    In aprile si trasferisce a Roma, dove dimorerà stabilmente fino al 1932.

1922    In ottobre si unisce in matrimonio con Concetta Palmieri, di Roccasinibalda (Rieti), maestra elementare da lui conosciuta in occasione di un corso di aggiornamento per gli insegnanti tenuto presso la facoltà di Magistero. L’unione, nell’insieme felice, non fu allietata dalla desiderata prole.

1927   Dopo anni di studi e di riflessioni, in seguito a una forte crisi spirituale, ritorna alla fede cattolica.

1927 – 1932  A questo periodo risalgono i suoi manoscritti inediti più importanti. In essi tenta di dare una risposta compiuta e definitiva ai problemi che lo avevano lungamente angustiato, specialmente a partire dalla lettura di Freud nel 1908. Nel 1930 lascia l’Università, dove le sue idee non sono bene accette.

1932     La sera del 13 aprile, rientrando in casa, trova la moglie senza vita, uccisa da un colpo di pistola alla tempia. In seguito a questo avvenimento – per il quale l’inchiesta ufficiale parla di suicidio, ma su cui di fatto ancora non è stata fatta chiarezza – il Dottor Bonich cade in una così profonda e irreversibile prostrazione psichica da dover essere ricoverato presso l’Ospedale Psichiatrico di Rieti, dove rimarrà lunghi anni.

1952    Lascia l’Ospedale Psichiatrico di Rieti per essere accolto in casa e curato amorosamente dalla nipote Vittoria Guidi Castelli, figlia di Emma Palmieri, sorella della signora Concetta Palmieri Bonich. A partire dal 1947, in seguito a importanti avvenimenti familiari, si era riscontrato un netto miglioramento nelle sue condizioni psichiche.

1955   Il 28 marzo si spegne serenamente assistito dai suoi familiari. La salma di Alessandro Bonich riposa nella tomba della famiglia Palmieri, nel cimitero di Roccasinibalda.

L’OPERA SCIENTIFICA DI ALESSANDRO BONICH E I SUOI MANOSCRITTI INEDITI

Il Dottor Bonich non ha lasciato molte pubblicazioni. La sua tesi di laurea sui pericoli delle malattie veneree nelle famiglie è rimasta inedita. Per quanto riguarda gli articoli pubblicati in gioventù sulla Chronique médicale e gli altri studi pubblicati in seguito su periodici di lingua tedesca, cf il relativo elenco completo in: T. Wust Zum Andenken an Alexander Bonich in Wiener klinische Wochenschrift 68 (1955) pp. 811-815.

In questi lavori ricorre spesso il problema della sessualità, ma il punto di vista da cui è trattato è generalmente neuro-fisiologico e perciò molto diverso da quello da lui adottato negli ultimi anni della sua vita normale. Una visione totalmente nuova appare nei manoscritti che costituiscono l’oggetto del presente studio e che risalgono tutti agli anni 1927 – 1932.

Si tratta di cinque fascicoli formato protocollo, tutti scritti in buona lingua italiana con grafia perfettamente leggibile. Essi si trovano, insieme ad altri manoscritti di diverso argomento, presso l’archivio della famiglia Castelli-Guidi. Per comodità li distingueremo con lettere alfabetiche in ordine progressivo.

Eccone la descrizione sommaria:

  1. Consiste di sette pagine di appunti vari. Risale probabilmente ai primi mesi del 1927.
  1. E’ un quaderno di ventiquattro pagine di carattere autobiografico. Per quanto riguarda la personalità dell’autore è senza dubbio il documento più importante e più coinvolgente. Il problema sessuale però vi è trattato con molta sobrietà e da un punto di vista più filosofico che scientifico. Probabilmente risale alla fine del 1927.
  1. Manoscritto di ventuno pagine. Affronta importanti argomenti di neurologia legati al problema sessuale. E’ certamente successivo al manoscritto B, ma difficilmente databile con precisione. Ciò vale anche per i successivi manoscritti.
  1. Manoscritto di quattordici pagine. Contiene riflessioni di carattere più strettamente psicologico e culturale sul problema della sessualità.
  1. Manoscritto di tredici pagine. Affronta soprattutto il problema dei rapporti tra scienza, società e religione in relazione al problema sessuale.

Nei capitoli successivi del presente lavoro, dopo un breve inquadramento storico, tenteremo di riassumere il pensiero di Alessandro Bonich confrontandolo con i più recenti sviluppi della scienza.

LA DISSOLUZIONE DEI COSTUMI SESSUALI NEL MONDO CONTEMPORANEO E LE SUE CAUSE SECONDO IL BONICH

  1. La dissoluzione dell’etica sessuale nel mondo contemporaneo.

La cosiddetta “rivoluzione sessuale” di cui oggi si parla come di una scoperta dell’ultima generazione, di fatto non è una novità né un fenomeno esclusivo dei nostri giorni. Essa ha invece una lunga storia.

Come testimonia un autore molto stimato dal Bonich, già “nei primi decenni del nostro secolo si ebbe una vasta letteratura, che si occupò della cosiddetta ‘riforma sessuale’ e sottopose ad una severissima critica l’etica sessuale tradizionale”1.

Oggi i nomi di Ellen Key, di Lecky, di Forel, di von Ehrenfels, di Rutger, di Sicard de Plauzoles, di Wylm e di altri “riformatori” dicono ben poco, ma all’inizio del secolo questi autori animarono una vivace quérelle intorno all’etica sessuale, volendo sostituire alla morale tradizionale nuove regole di comportamento sessuale, ispirate alle scienze biologiche o sociali o alle aspirazioni di rinnovamento di una società in trasformazione.

Queste voci erano l’eco di un forte disagio spirituale che turbava, di là dalla sua apparente serenità, la società della belle époque. Essa infatti era caratterizzata, e in modo particolare in Austria, da una morale di facciata rigidamente tradizionalista, sotto la quale la corruzione si diffondeva come il fuoco sotto la cenere2. E il fuoco doveva ben presto divampare, all’indomani della prima Guerra Mondiale. Quanto scrive Zweig a proposito della gioventù di lingue tedesca dopo la caduta degli imperi centrali dimostra che il ’68 non è stato così originale come generalmente si crede.

“Tutta una gioventù non credeva più ai genitori, agli uomini politici, ai maestri… D’un solo colpo la generazione del dopoguerra si era brutalmente emancipata da tutto quanto fino ad allora era stato considerato autorevole e, gettata dietro le spalle ogni tradizione, aveva preso decisamente nelle sue mani il proprio destino… Chi non era giovane veniva considerato liquidato. Invece di viaggiare con i genitori, come un tempo, fanciulli undicenni e dodicenni si organizzavano in schiere, bene istruite anche sessualmente, e giravano per il paese, fino in Italia e al mare del Nord. Nelle scuole, seguendo l’esempio russo, si costituivano consigli di studenti che sorvegliavano gli insegnanti e sopprimevano il programma d’insegnamento, poiché i ragazzi dovevano e volevano apprendere solo ciò che a loro piacesse. Per il semplice gusto di rivolta si incitava contro ogni forma abituale, perfino contro la volontà della natura, contro l’eterna attrazione dei sessi. Le fanciulle si facevano tagliare i capelli tanto corti che non si potevano più distinguere dai ragazzi, i giovani si radevano per apparire di aspetto più femmineo, la pederastia e il lesbicismo erano di gran moda, non per intimo impulso, ma per protesta contro le normali e legali manifestazioni amorose, ormai sorpassate… la moda escogitava sempre nuove assurdità e tendenze verso il nudismo”3.

Anche dopo che la situazione economica e sociale della Germania e dell’Austria, come degli altri paesi europei, si fu in qualche modo assestata, continuò a diffondersi, di qua e di là dall’oceano la libertà dei costumi. Sintomatica di questa evoluzione può essere considerata la produzione cinematografica, che in quegli anni incomincia la sua rapida diffusione nelle masse4. E, per contrasto, possono essere sintomatiche anche le encicliche di Pio XI Casti connubii (1930), sul matrimonio cristiano, e Vigilanti cura (1936), sul cinematografo.

Non è certo un caso che proprio in questo periodo abbia avuto origine e, se pure tra molte polemiche, si sia sempre più affermata la psicoanalisi; ed è interessante osservare come l’opera del suo fondatore abbia accompagnato l’evoluzione dei costumi sessuali, dal disagio morale della belle époque5, attraverso l’esperienza traumatica della Grande Guerra e le successive tensioni, fino alle soglie della seconda Guerra Mondiale. Cosicché da questo punto di vista la vita di Freud sembra quasi assumere il ruolo di simbolo di un’epoca, che di là dalle manifestazioni di discontinuità, nasconde una sua profonda unità spirituale.

Del resto la dissoluzione dei costumi non ha fatto che progredire nel secondo dopoguerra, ed è stata anzi accelerata in seguito agli avvenimenti del ’68. Dunque si può certamente affermare che l’unità spirituale sopra accennata debba intendersi estesa fino ai nostri giorni. Quali le sue cause ?

  1. L’interpretazione del Bonich.

Secondo il Bonich la maggiore responsabilità della decadenza morale propria della società moderna deve essere attribuita all’orientamento astratto che caratterizza la moderna cultura occidentale. Questa cultura, cioè, si è volontariamente distaccata dalle antiche tradizioni religiose e umanistiche, le quali ponevano tutto il proprio impegno nella formazione personale di ogni singolo individuo per la salvezza dell’anima e l’educazione alla virtù, e ha voluto affrontare i più ardui compiti dell’incivilimento umano su basi totalmente nuove. Messa da parte, come cosa indifferente, l’educazione spirituale individuale, tutto l’interesse della cultura si è rivolto a organizzare le condizioni esteriori dell’esistenza in una sorta di ingegneria sociale, la quale, se ha avuto appellativi diversi ed espressioni ideologiche contrastanti, ha però obbedito ad uno stesso comune denominatore, quello appunto del rifiuto della formazione interiore dell’individuo come base imprescindibile di ogni civiltà. La cultura che scaturisce da questo orientamento è perciò astratta nella sua essenza. L’uomo su cui essa lavora appare mutilato dei suoi più intimi bisogni spirituali: la scuola ne cura lo sviluppo intellettuale e professionale, ma non il carattere, l’economia aspira a divenire la suprema regolatrice del suo destino e la politica, se pure in forme diverse e apparentemente contrarie, mira a regolare esclusivamente i rapporti esteriori dei gruppi sociali, prescindendo  da ogni contenuto morale dell’educazione e del costume.

Una prova di questo orientamento della cultura moderna ci viene offerta dal mutamento di contenuto sottinteso al concetto così importante di libertà e dal ruolo di questo concetto nei moderni programmi sociali.

“Cosa s’intendeva un tempo” scrive il Bonich “con la parola libertà ? Son famosi i versi danteschi:

Libertà va cercando ch’è sì cara, 

come sa chi per lei vita rifiuta.

            Essi c’insinuano che la libertà è dunque frutto d’una conquista dello spirito, che fu necessaria al sommo poeta l’ascesa all’ultimo cielo del Paradiso perché egli potesse dirsi ed essere realmente libero. Ma com’è lontano questo concetto dal giovinetto moderno che ha la pretesa d’esser libero perché ha in suo uso la chiave di casa e può rientrarvi ad ogni ora  del giorno e della notte a suo piacimento, o perché può sentenziare e decidere con la sua sola testa, per quanto mancante d’ogni reale e profonda esperienza di vita, per quanto schiava d’ogni giovanile intemperanza, su tutti i problemi più delicati e più gravidi di conseguenze della vita propria ed altrui ! Ai sapienti d’oggi però non interessa che quel giovine possa apprendere un più elevato e più vero concetto di libertà: non della sua anima essi si occupano, ch’essi sono affannati da più gravi pensieri ! ‘E’ necessario’ essi affermano ‘che ognuno giunga ad esser libero di sceglier la sua morale e la sua religione’. Ma ciò soltanto perché per gli organizzatori della moderna società quanto avviene nel segreto del cuore dell’uomo non ha rilievo alcuno: il giovine può crescer come gli aggrada ! a loro cosa importa !? Non ostentano però la stessa indifferenza quando si tratti di stabilir le ferree leggi del mercato, della finanza, del lavoro, della pubblica igiene. Allora non saranno più indifferenti e non lasceranno che ognuno segua liberamente il proprio capriccio ! Del resto per tutte le discipline scientifiche vi son regole rigide e vincolanti; solo per la vita dell’anima sembra che non ve ne siano. Ché anzi, se il mercato o la politica lo richiedono, si possono ben calpestare quelle che un tempo eran chiamate le regole della morale e del buon costume ! Se queste ultime vigessero, incepperebbero gl’ingranaggi della politica e dell’economia. Ma dire che ognuno è libero nella sua vita morale significa togliere alle leggi dell’anima ogni sociale rilevanza e funzione e lasciare così nella vita pubblica libera azione alle sole forze materiali”6 .

In questa prospettiva non stupisce  che la vita individuale, mutilata della dignità di primo fattore responsabile dell’ordine sociale, sia ridotta alla dimensione edonistica. Anzi, le stesse reazioni della vita personale mortificata, volendo riaffermarne in qualche modo il valore, lo fanno però attraverso un vitalismo irrazionalista, che di fatto accentua la distanza tra vita e cultura sociale, esclude sempre più l’esperienza interiore dal novero delle forze costruttrici di civiltà e riduce la protesta ad una forza autodistruttrice che si consuma nell’emarginazione di un edonismo esasperato e antisociale.

“Ora si assisteva…” scrive il Bonich “ad una divaricazione impressionante tra una cultura intellettuale sempre più astratta ed avulsa dall’intima vita dello spirito e una filosofia vitalista, figlia più dell’istinto che della ragione, la quale cedeva la quotidiana realtà dell’umana esperienza in balia delle più basse suggestioni del mondo inferiore”7 .

  1. La necessità di un cambiamento e il ruolo fondamentale della scienza.

Oltre a stabilire quale causa principale della dissoluzione dei costumi l’astrattezza della cultura moderna, il Bonich pronostica, dato il permanere e l’aggravarsi della causa, un avvenire segnato da guasti sempre più devastanti.

“Se le dittature” egli scrive “portano l’astrattezza all’esasperazione, giacché sembra voglian sopprimere la vita intima stessa d’ogni persona, nelle cosiddette democrazie il potere è retto pur sempre dalle astratte regole dell’interesse e dell’utile. A quale depravazione morale giungerà dunque la società, se non interviene un cambiamento radicale e profondo dell’umana cultura ?”8

Questo cambiamento è per lui assolutamente necessario per la salvezza della civiltà. Tutte le forze vive della società, della politica, dell’economia devono riscoprire la formazione morale e spirituale dell’individuo come primo fondamento di ogni sano ordine sociale. Il Bonich non si nasconde che ciò possa apparire un’utopia. Tuttavia egli pensa che non sia inutile almeno additare  qualche direzione ancora percorribile per un cambiamento di rotta. E per far ciò segue una via molto originale.

Per prima cosa egli si chiede quale sia l’attuale situazione della scienza nel quadro generale della cultura moderna. La domanda è importante, giacché le discipline scientifiche hanno assunto, tra Otto e Novecento uno sviluppo e un ruolo sociale incomparabile, tanto da determinare il tono generale della cultura. Ora non c’è dubbio che anche la scienza, a suo modo, presenti i caratteri dell’astrattezza. Infatti – egli scrive – essa “s’inaridisce in un’astratta specializzazione, né ha il coraggio di guardare negli occhi quell’uomo che dovrebbe stimare il primo oggetto delle sue cure e che invece vuol frantumare in tanti oggetti distinti, sempre a lui inferiori, quante sono le sue accademiche cattedre.”9

Questa situazione tuttavia è innaturale e ha causato, tra l’altro, una perdita di autorità della scienza medesima. Rinunciando infatti ad una universale visione dell’uomo e in conseguenza ad orientare quest’ultimo nelle scelte importanti della vita, essa ha perso una parte della sua credibilità. Ma così facendo ha lasciato un vuoto che altre discipline, se pure fondamentali, da sole non possono colmare.

Secondo il Bonich il successo di Freud si spiega in parte proprio perché si cercava in lui quella guida nell’esistenza che oscuramente ci si aspettava dalla scienza e che la scienza invece non era in grado di offrire. Tuttavia, a giudizio del Bonich, Freud non poteva dare ciò di cui la società aveva bisogno.

Come si è visto nella cronologia, egli aveva conosciuto Feud per la prima volta attraverso la lettura di un articolo pubblicato nel marzo 1908 sulla rivista Sexualprobleme. Per l’esattezza si tratta del saggio Die ‘kulturelle’ Sexualmoral und die moderne Nervosität10 . Il giudizio del Bonich su Freud – fondamentalmente negativo – fu molto condizionato dalla lettura di questo saggio, che non è certamente l’opera migliore del fondatore della psicoanalisi, anche se è importante per i problemi in esso affrontati e che saranno sviluppati più tardi in Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915) e in Il malessere della civiltà (1930).

Il saggio del 1908 – nel quale l’influsso del von Ehrenfels conduce Freud ad assumere posizioni assai più unilaterali ed estreme di quanto non avesse fatto nei sui scritti precedenti – presta il fianco a numerose critiche: il cosiddetto pansessualismo, la gratuità di alcune affermazioni morali e storiche, l’ambiguità del punto di vista e delle prospettive che ne scaturiscono11 . Se il Bonich avesse avuto l’opportunità di conoscere più compiutamente l’opera di Freud e la sua evoluzione, forse il suo giudizio sarebbe stato diverso. Infatti, nonostante i suoi principi materialisti, formalmente mai smentiti, il dinamismo caratteristico dell’analisi di Freud, il suo modo di sfumare il senso di alcuni concetti fondamentali, come quello di amore e di sublimazione, possono suggerire non illegittimamente il sospetto di una felice incoerenza. E non mancano accenni a possibili aperture verso un diverso punto di vista, che, se fossero stati approfonditi, avrebbero avvicinato molto alcune conclusioni di Freud a quelle del Bonich12 .

Ad ogni modo quest’ultimo – probabilmente non a torto – non ritenne che l’opera del neurologo viennese colmasse il vuoto creatosi nell’ambito delle discipline scientifiche.

“Urge” egli scrive “che il mondo trovi una nuova scienza dell’umana psiche, una scienza cui non sia indifferente lo spirituale destino dell’uomo e che sappia elevar lo studio dei suoi tessuti e dei suoi neuroni nella luce sublime della sua persona e della sua libertà”13 .

Proprio a questa nuova scienza, che egli vagheggia, e che tenta in qualche misura di abbozzare, egli vorrebbe affidare il compito di superare l’astrattezza della cultura moderna e di richiamare quest’ultima ad una radicale revisione delle sue basi, il cui effetto principale sarebbe di  riportare al centro del suo interesse l’intima vita spirituale dell’uomo e di riabilitare, quale fondamento primo della vita personale e sociale, la formazione del carattere di ogni individuo.  Riacquistando così l’autorità che le circostanze le hanno fatto perdere, la scienza darebbe il suo fondamentale e indispensabile contributo al risanamento della società dalla piaga della sempre più diffusa dissoluzione dei costumi.

Quest’ultima considerazione ci riporta al problema da cui abbiamo preso le mosse, cioè alla diffusione della libertà sessuale e alla sua principale causa. La nuova scienza infatti, che si propone di rimuovere la causa in vista degli effetti, affronterà quale suo primo oggetto, come subito vedremo, direttamente il problema sessuale.

NUOVE PROSPETTIVE DELLA NEUROLOGIA NELL’AMBITO DEL PROBLEMA SESSUALE SECONDO IL BONICH

  1. Sessualità e neurologia: riflessioni del Bonich su alcuni testi del Förster.

Pur interessandosi anche di altri aspetti della questione, indubbiamente il Bonich considera il problema sessuale in qualche misura come il banco di prova della crisi morale dell’età nostra, perciò gli dedica la parte più consistente dei suoi manoscritti e cerca di prospettare, per questa via, il suo ideale di una scienza aperta all’umana interiorità. Cercheremo ora di seguirlo nel cammino da lui percorso.

Alcuni testi del pedagogista e filosofo Friedrich Wilhelm Förster gli offrono suggestivi spunti di riflessione.

“Quando nella vita individuale” scrive il Förster “qualche centro nervoso secondario si emancipa dal controllo del sistema nervoso centrale, parliamo di malattia e di degenerazione – ebbene, bisognerebbe applicare questo criterio anche a tutta quanta la nostra civiltà: gli sforzi d’emancipazione degl’istinti erotici dovrebbero esser giudicati come segni non già di forza e di salute, ma di degenerazione nevrastenica – essi sono uno scindersi dell’unità umana, un emanciparsi di determinati campi psichici e nervosi dal controllo centrale, ch’è il solo che ci adatta all’ordine generale della vita e che difende gl’interessi duraturi del nostro carattere. Possiamo indubbiamente affermare che chi in questo campo si distacca dal tutto e si dispensa dalle sue responsabilità, non è più un uomo intero; l’economia della sua personalità si sfascia, ed egli anche nella sua vita divien vittima dei suoi mutevoli istinti e del suo lasciarsi andare senza volontà alcuna”1.

E ancora in un altro luogo:

“Lo stato generale della civiltà è allora analogo a quello stato individuale in cui i centri nervosi secondari si emancipano dalla direzione dei centri cerebrali superiori, ed anzi una parte di questi centri superiori fanno schiava di eccitamenti periferici”2.

Riflettendo su questi testi il Bonich osserva che il Förster, pur esprimendosi in maniera imprecisa – non essendo uomo di scienza -, si dimostra però osservatore acuto e profondo. Il neurologo – afferma il Bonich – deve far tesoro di queste indicazioni, correggerne le imprecisioni e cercare di enuclearne il contenuto scientifico nella forma più rigorosa.

Vediamo dunque come egli tenti di riformulare l’intuizione del Förster fondandosi sulle conoscenze neurologiche del suo tempo.

Il Förster parla di “centri nervosi secondari” contrapponendoli al “sistema nervoso centrale”. Su questo punto bisogna precisare che in realtà il fenomeno da lui accennato avviene tutto nell’ambito del sistema nervoso centrale e più propriamente nel cervello. Anche se si parla, giustamente, di “eccitamenti periferici”, è però sempre a livello cerebrale che questi ultimi agiscono sull’equilibrio nervoso dell’uomo. In tutti i vertebrati, infatti, il sistema nervoso periferico, attraverso le fibre afferenti, trasmette gli stimoli dell’organo ricettore al sistema nervoso centrale, e dunque al cervello – che concentra in sé le funzioni dominatrici e di controllo -, dove si percepisce la sensazione e si elabora la relativa reazione motoria o secretoria. Non si può dunque pensare un centro nervoso periferico che abbia sensazioni o risposte motorie indipendenti dal controllo centrale. Se quindi si vuole dare all’intuizione del Förster un fondamento più solido, bisogna fornire una spiegazione più esatta delle funzioni neuro-psichiche interessate.

A questo punto è necessario aver presenti i caratteri di particolare complessità che queste funzioni assumono nell’essere umano.

“E’ comune a tutte le trame nervose” scrive il Bonich “il giuoco degli archi riflessi, il reagire cioè degli organi effettori centrali agli stimoli periferici. Ed il tronco basale del cervello non presenta altro fondamento anatomico. Ma ecco apparire già negli uccelli e poi nei mammiferi e infine in modo infinitamente più mirabile nell’uomo un nuovo elemento, il neoencefalo, appunto, o mantello, o pallio, o corteccia cerebrale. Quivi, in così breve spazio, il microscopio ha scoperto una rivelazione di infinito: miliardi di cellule ed intrecci così folti di fibre che appare impossibile dipanarli.

Di fronte a tale complessità la reazione motoria, che nell’animale è necessaria e istantanea, nell’uomo indugia, può essere inibita, filtrata com’essa è da un organo che contiene in sé il mistero della coscienza e della libertà”3.

Benché dal tempo del Bonich molti progressi siano stati fatti nella conoscenza del cervello e della sua funzione regolatrice della vita di relazione e della vita organica, già allora erano stati raggiunti importanti risultati. Studiosi quali il Buch, il Brodmann, il Monakov, lo Jacob, il Tilney, il Riley, il Kleist, il Donaggio, lo Sherrington, il Luciani, il Ramon y Cajal e molti altri avevano messo a fuoco i problemi più affascinanti della neurologia cerebrale. Si profilava agli occhi della scienza l’immagine di un organo in cui era possibile localizzare centri sensoriali e motori, corrispondenti alle sollecitazioni dei sensi esterni e alle risposte motrici, a patto che si riconoscesse la sua fondamentale unità anatomica, per cui non vi è cellula corticale che non abbia rapporti con tutte le altre. Secondo il Monakov e lo Jakob, mentre gli strati profondi della corteccia ricevono impressioni dall’esterno e scaricano eccitazioni centrifughe in atti motori, allo strato superficiale, costituito da cellule più minute, spetta di unificare tutta l’attività corticale con un fitto sistema di associazione. Dunque nella disputa tra localizzatori e antilocalizzatori bisognava dar ragione ad ambedue, sottolineando però che l’attività unitaria del cervello prevale su quella localizzatrice. A livello corticale ogni sensazione implica tutte le altre, coinvolge reazioni viscerali inconsce e a sua volta è implicata in tutta la complessità delle reazioni motorie. L’isolamento sensoriale appartiene quindi agli organi periferici, ma negli strati superficiali della corteccia la sensazione appare immessa in un sistema di connessioni mirabilmente complesso. Ciò spiega il fatto che l’isolamento di  un centro senso-motorio causa una paralisi negli organi periferici come se esso fosse stato distrutto.

Anche la vita organica incosciente rientra nell’attività unificante della corteccia cerebrale.

“Parlare di un sistema neuro-endocrino-vegetativo indipendente” scrive il Bonich “è cosa contraddittoria: dove è il neuro ivi è anche il cerebrale. Errò il James e quanti lo hanno seguito insistendo sulla natura somatica delle emozioni: ciò che è somatico è anche psichico, e le variazioni nell’innervazione, nei mutamenti vaso-motori, viscerali, secretori causate da una scossa emotiva stanno a dimostrare la complessità e l’immediatezza della correlazione organico-cerebrale”4.

Del resto le esperienze degli psicologi russi Pavlov e Bechterev dimostravano ampiamente l’influenza della corteccia cerebrale sui processi di secrezione.

“Tutta la vita organica” scrive ancora il Bonich, ”benché apparentemente incosciente, è risentita nel cervello dalla cenestesi, da quel complesso di sensazioni, cioè, che è a fondamento dello stato d’animo di benessere o di malessere che sempre accompagna la nostra vita cosciente. Ogni palpito vitale dell’organismo contribuisce, attraverso la funzione unificante della corteccia cerebrale, a formare in noi il sentimento corporeo ed emotivo che mai si può separare dall’opera dell’intelligenza.

Non vi è dunque funzione somatica, volontaria o involontaria, non vi è attività della più piccola cellula che non ricada sotto il dominio della corteccia cerebrale”5.

  1. Emozioni organiche e emozioni superorganiche.

A questo punto il Bonich introduce una distinzione importante, che gli fornirà la base scientifica per riformulare in modo nuovo le intuizioni del Förster.

“Tutte le emozioni” egli scrive “e tutte le sensazioni sono accadimenti essenzialmente corticali. Ma noi possiamo ben distinguere emozioni che chiameremo ‘organiche’ da altre che chiameremo ‘superorganiche’. Nelle prime la corteccia cerebrale stimolerà forti reazioni somatiche, accompagnate da un turbamento dei ritmi regolari delle attività involontarie del simpatico e del parasimpatico e quindi del moto cardiaco-circolatorio, della respirazione, delle secrezioni endocrine. Anche le seconde prudurranno un effetto somatico, ma esso sarà pacificante e come rasserenante di tutte le funzioni e sensazioni, e tutte le attività involontarie acquisteranno da esso un ritmo più regolare e l’energia calma e tranquilla della vita che si afferma e si rinnova senza scomporsi”6.

Tra le emozioni organiche il Bonich annovera la vasta gamma dei piaceri e dei dolori violenti, gli effetti dell’alcool, le sensazioni di brivido indotte dalla velocità e dai turbinii dei divertimenti da giostra, le palpitazioni del terrore e dell’ira, e specialmente l’emozione sessuale. Tra le emozioni superorganiche lo stesso stato di ordinario benessere psico-fisico, caratterizzato da tranquilla sicurezza e da assenza di forti turbamenti; e poi l’amicizia, l’amore, l’ammirazione, la gioia, i sentimenti prodotti dalla contemplazione della natura o dell’arte o dall’ascolto della musica7, la socializzazione in tutte le sue forme, i sentimenti religiosi. Questi ultimi, come vedremo, secondo il Bonich giocano un ruolo fondamentale nella vita psichica e biologica dell’uomo.

Le emozioni organiche, agendo fortemente sulle regioni corticali preposte alle attività senso-motorie periferiche, spostano palesemente l’equilibrio neuro-psichico verso le funzioni sensibili esteriori, e, dato il dinamismo unitario della corteccia cerebrale, asserviscono a dette funzioni l’intera attività cerebrale, a cominciare dai centri rispondenti all’azione volontaria, quando essi sono coinvolti nell’emozione stessa. Al contrario, le emozioni superorganiche attenuano l’influenza della sensibilità periferica e conferiscono una funzione centrale e dominante alle attività psichiche interiori. Abbiamo cioè come una concentrazione dell’energia neuro-psichica nelle funzioni cerebrali soprasensibili, che da una parte permette il libero sviluppo della riflessione e dell’attività volontaria, dall’altra compie una funzione equilibratrice e regolatrice della vita sensibile e dell’attività viscerale sottomettendole alle esigenze e agli interessi della totalità organica.

L’intuizione del Förster a questo punto viene perfettamente legittimata: le emozioni superorganiche fungono da supreme regolatrici dell’organismo psico-fisico dell’uomo, mentre un unilaterale e disarmonico sviluppo delle emozioni organiche provoca uno sfasciamento dell’economia della personalità umana.

Naturalmente con ciò non si vogliono mettere sotto accusa le emozioni organiche in quanto tali, ma si vuole sottolineare l’esigenza che esse siano sottomesse e integrate alle altre, le quali hanno una funzione per così dire originaria di conservazione rispetto alla salute umana.

  1. Natura dell’inconscio secondo il Bonich.

Sulla base di queste osservazioni il Bonich formula una concezione dell’inconscio assai diversa da quella di Freud. Per quest’ultimo i contenuti dell’inconscio sono rappresentanze delle pulsioni, le quali sarebbero fondamentalmente di natura sessuale. E’ vero che a queste si oppongono le pulsioni di autoconservazione, il che potrebbe riavvicinare in qualche misura la teoria di Freud a quella del Bonich. Ma anche queste pulsioni sono intese da Freud in senso fondamentalmente materiale e sensibile, essendo rappresentate essenzialmente dal principio fame-nutrizione. Per il Bonich invece il principio di autoconservazione trova il suo fondamento nel bisogno, assai più originario rispetto alla pulsione sessuale o nutrizionale, dell’equilibrio organico.

“Freud sembra dimenticare” egli scrive “la presenza della cenestesi già nel bambino e l’esigenza del sentimento psico-fisico del benessere, quale istinto del suo sentire, anteriore e primo rispetto a qualsivoglia supposta pulsione di piacere. Ma questo benessere non può aversi se non in presenza di emozioni superorganiche, alle quali il cervello dell’infante è già predisposto: dalla funzione equilibratrice di esse infatti le attività viscerali son conservate nel pacificante ritmo della normalità. E il vero inconscio dell’uomo tende a questa pace feconda di vita, mentre rifugge da quei piaceri violenti che la distruggono. Perciò la natura, più sapiente di noi, ha sottratto all’azione diretta della nostra coscienza quei ritmi organici che la inaffidabile volontà dell’uomo potrebbe turbare, ricoverandoli sotto la protezione di un salutare istinto di conservazione. Rimane tuttavia l’influenza indiretta della nostra azione volontaria, che, se è dominata da emozioni superorganiche, rafforza l’intimo equilibrio della vita, mentre nel caso contrario lo distrugge. Ora, lungi dall’essere un principio di materiale piacere, l’inconscio è più spirituale della coscienza, e la richiama e la forza a ritrovare la serenante armonia dell’equilibrio interiore. E quanto fortemente questo spirituale inconscio agisce sull’infante ! Tanto che, se non intervengono anomali fattori di perturbazione, lo sviluppo della sua natura morale, cui il suo cervello è predisposto naturalmente, si svolge spontaneamente a dispetto degli  ostacoli opposti dall’attrattiva del piacere sensibile”8.

Anche nell’adulto l’inconscio risponde naturalmente alle sollecitazioni delle emozioni superorganiche, sviluppando risposte creative nell’ambito artistico, sociale, affettivo o religioso. Lo stesso istinto sessuale, sebbene dimostri una forte tendenza a sganciarsi dalla vita superorganica, trova di fatto la sua più completa realizzazione in una socializzazione affettiva interpersonale e feconda.

  1. Effetti organici e neurologici dei disordini sessuali.

Del resto l’emanciparsi dell’attività sessuale dalle esigenze neuro-psichiche rappresentate dalle funzioni superorganiche provoca nell’organismo umano evidenti disordini. Naturalmente a subire il danno maggiore è l’organismo femminile. Esso infatti risponde agli stimoli erotici predisponendosi alla fecondazione e alla generazione. Ma forme erotiche anomale e pervertite deludono questa aspettativa della natura causando una generale disfunzione dell’apparato generativo.

C’è però un altro effetto dei disordini sessuali che riguarda anche l’organismo maschile. Infatti il mancato riferimento ad affezioni superorganiche pacificanti – quali la socializzazione profonda, l’attesa di una nuova vita, la fiducia, la fedeltà e simili, di cui si parlerà più ampiamente in seguito – e la mancata risoluzione in esse dell’emozione erotica, sottopongono ambedue gli organismi,  specialmente a livello di funzioni involontarie, a ritmi forzati, irregolari ed esasperanti  che nuocciono all’equilibrio di tutto l’organismo.

A questo proposito dobbiamo attirare l’attenzione su quelle funzioni involontarie che sono più direttamente coinvolte nell’attività sessuale, cioè sulle secrezioni glandolari dell’uomo e della donna finalizzate alla generazione. Come tutte le secrezioni endocrine, e più delle altre, anch’esse sono influenzate dai ritmi provocati dall’emozione erotica nell’attività viscerale. Ora se l’emozione erotica, per essere separata dalle affezioni superorganiche ad essa connaturali, assume quei caratteri di esasperazione di cui si è detto, le secrezioni generative risulteranno senza dubbio condizionate dalla perturbata situazione emotiva in cui vengono prodotte.

Per chiarire tutta la portata di questa osservazione, il Bonich cita un altro testo del Förster.

“Dietro le teorie di Ellen Key” scrive quest’ultimo “agisce un’idea ch’ella sottolinea molto e che tuttavia non è scientificamente provata, né sostenuta da una grande e concorde tradizione: l’idea che per la sanità e l’energia vitale della razza sia d’importanza decisiva che la procreazione si compia sempre nel massimo d’intensità della passione erotica; e che perciò anche le forme della convivenza fra i sessi dovrebbero conformarsi a tale precetto, cioè dovrebbero appunto potersi sciogliere con la più grande facilità possibile. Lo abbiam già detto: non v’è ombra di prova in favore di tale teoria. Ben più a ragione anzi si potrebbe supporre che la troppo intensa ebbrezza dell’amor carnale paralizzi le qualità psichiche superiori non meno di quel che faccia l’ebbrezza alcoolica, ed eserciti sulla prole una azione corrispondente, cioè produca anche nella prole un esagerato sviluppo del lato erotico e  carnale. Per contro si può ammettere con abbastanza grande certezza che genitori dotati di un ben disciplinato volere e di un alto grado di costanza, genitori in cui l’erotico sia subordinato a riguardi e sentimenti superiori, genitori siffatti trasmetteranno anche tendenze analoghe ai loro figliuoli”9.

Il Bonich commenta:

“Anche questa intuizione del Förster merita di essere assunta e approfondita dalla neurologia. Vi sono infatti dati scientifici certi che possono confermarla. Il grande psicologo russo Ivan Petrovich Pavlov eseguì noti esperimenti sull’attività secretoria dei cani mettendo in rilievo la stretta dipendenza del processo di secrezione dalla corteccia cerebrale e facendo luce sui cosiddetti riflessi condizionati. All’apparire del cibo le immagini olfattive e visive determinavano già il processo di secrezione, tanto ch’egli parlò di ‘secrezioni psichiche’. Le immagini sensoriali associate determinano dunque il riflesso condizionato nella corteccia cerebrale e la conseguente reazione endocrina. Ma estendendo, nei suoi esperimenti, la serie degli stimoli e controllandone gli effetti nella secrezione, il Pavlov giunse a risultati stupefacenti. Egli giunse ad affermare che si poteva cercare un’anima nella saliva. Infatti le influenze nervose sulle glandole mostrano caratteri che potremmo definire intelligenti: le condizioni chimiche della saliva mutano dinanzi ai vari alimenti: essa è fluida in vista di una sostanza sabbiosa, è spessa e vischiosa in vista della carne, è fluida ed opalescente in vista dello zucchero. E varia altresì anche la sua quantità. Di fronte poi a sostanze sgradevoli essa assume qualità che valgono a liberare la bocca dal cibo disgustoso: salivazione – è stato detto – di difesa.

Non è facile certamente farne l’esperimento, ma come non credere che la funzione sessuale obbedisca ad un analogo principio ? Come non credere che la qualità dell’emozione erotica influisca sostanzialmente sulla qualità delle secrezioni generative ? E non ne risentirà perciò la qualità del generato ?”10 .

Se tutto ciò fosse rigorosamente provato, sarebbe indiscutibile la sua importanza non solo medica, ma anche sociale.

Del resto – osserva il Bonich – l’esclusione di un superiore sentimento di socializzazione e del desiderio stesso della prole nell’atto sessuale esclude in radice anche la disponibilità pedagogica a trasmettere ai generati una ricchezza spirituale e culturale che di fatto non sussiste o che, ad ogni modo, risulta inefficace.

Questa osservazione è confermata da recenti indagini statistiche, le quali dimostrano che spesso i genitori di oggi sono psicologicamente così assorbiti dai problemi di coppia da non avere più energia psichica da dedicare alla prole.

Poste invece condizioni generative contrarie, cioè dominate dalle emozioni superorganiche che abbiamo sopra accennate, gli effetti sarebbero totalmente diversi, sia sul piano endocrino, sia su quello pedagogico e culturale. Ma di questo aspetto parleremo più a lungo dopo che avremo confrontato i dati scientifici di cui disponeva il Bonich con i più recenti sviluppi della neurologia cerebrale.

LA NEUROPSICOLOGIA DEL BONICH CONFRONTATA CON I PIU’ RECENTI SVILUPPI DELLA SCIENZA

L’impostazione data dai grandi neurologi anteriori o contemporanei al Bonich allo studio del cervello fondamentalmente non è cambiata nei decenni successivi. Tuttavia la sperimentazione eseguita su primati o su pazienti umani e il raffinamento delle tecniche investigative hanno permesso un notevole approfondimento delle relative cognizioni.

Un testo pubblicato recentemente in Germania in lingua inglese1 offre un’ottima sintesi dell’attuale situazione degli studi, accessibile anche ai non addetti ai lavori. Uno dei due autori, J.C. Eccles – al quale si deve specialmente la seconda parte del volume, relativa alle strutture e funzioni cerebrali, che è quella che più ci interessa – è stato disceplo dello Sherrington e segna pertanto la continuità con la precedente generazione di studiosi. Al suddetto volume faremo costante riferimento.

  1. Le aree ideativo-linguistiche.

La suddivisione della corteccia cerebrale in più di quaranta aree corrispondenti a differenti attività funzionali fatta dal Brodmann rimane nel suo insieme acquisita anche per gli studiosi più recenti, sebbene l’indagine su pazienti con lesioni cerebrali nelle diverse parti del cervello abbia permesso di meglio conoscerne le rispettive funzioni.

Oltre a ciò la corteccia cerebrale è stata anche suddivisa, secondo la sua organizzazione, in colonne o moduli verticali, formati da raggruppamenti di neuroni che rispondono a sollecitazioni simili. Questi moduli interagiscono tra loro attraverso brevi onde elettriche, chiamate impulsi, che viaggiano lungo le fibre nervose e attraverso la trasmissione cosiddetta sinaptica. Si crea così una rete di intercomunicazione di una complessità inimmaginabile, anch’essa meglio conosciuta in seguito alle recenti sperimentazioni.

A noi interessa ora rilevare l’importanza delle aree rispondenti alle attività umane che potremmo chiamare superiori, le quali – come vedremo – sono coinvolte nella dinamica delle emozioni. Tra esse un posto di rilievo spetta all’attività ideativo-linguistica, localizzata nell’emisfero dominante (sinistro) – mentre nell’emisfero minore (destro) vanno localizzate le capacità spaziali-raffigurative e musicali.

Particolare importanza deve essere attribuita alle aree linguistiche cosiddette di Wernicke – aree 39 e 40 di Brodmann, nel lobo parietale sinistro – e di Broca – 44 di Brodmann, sita sul piede della terza circonvoluzione frontale -, le cui lesioni provocano l’afasia.

Le aree 39-40 sono in qualche modo caratteristiche dell’uomo, mentre nei primati non umani sono appena distinguibili. E’ interessante osservare che esse appaiono “implicate in associazioni trans-modali, cioè associazioni da un imput sensitivo, per esempio il tatto, ad un altro, per esempio la vista”2. Da questa osservazione nasce l’ipotesi “che il linguaggio compaia quando si verifica l’associazione tra oggetti toccati e oggetti visti e, quindi, nominati”3.

Anche questa associazione trans-modale tra stimoli sensitivi diversi appare ben definita soltanto nell’uomo. Così sottolinea il Teuber l’importanza di questa funzione per lo sviluppo mentale dell’essere umano:

“Indubbiamente uno degli aspetti cruciali del linguaggio, al di là delle sue caratteristiche formali descritte dal linguista, è la denominazione degli oggetti. Il linguaggio mette ordine tra gli eventi consentendo la loro classificazione e fornisce uno strumento per la rappresentazione di oggetti non presenti e per la loro manipolazione in via ipotetica ‘nella mente di ciascuno’. Perciò, sembrerebbe essenziale l’esistenza di qualche meccanismo centrale per il superamento della divisione tra i diversi sensi, per l’identificazione di un oggetto toccato con un oggetto visto, e di entrambi con l’oggetto che possiamo nominare; dovrebbe esserci qualche forma di elaborazione trans-modale che dia luogo a categorie sopramodali, più che sensitive, derivate dall’esperienza o imposte ad essa. Il linguaggio ci libera in larga misura dalla tirannia dei sensi…Ci fa giungere a concetti che combinano l’informazione proveniente da diverse modalità sensitive e che sono quindi intersensitivi o soprasensitivi”4.

Queste osservazioni fanno comprendere il ruolo fondamentale dell’emisfero sinistro per tutta la dinamica mentale dell’uomo. L’importanza dell’attività linguistica per la cultura umana, infatti, non ha bisogno di essere sottolineata in un’età che ha visto un così grande sviluppo degli studi sulla lingua, dalla filosofia analitica allo strutturalismo.

Oltre a questa relazione con la funzione linguistica, l’emisfero dominante si caratterizza anche per il suo rapporto con le esperienze coscienti.

“C’è…” scrive Eccles “un’identificazione dell’emisfero del linguaggio con l’emisfero dominante ed una stretta correlazione tra questo e le esperienze coscienti di tutti i soggetti, sia per quel che riguarda l’attività di ricezione dal  mondo esterno che per quella di intervento su di esso…Inoltre, lo studio più approfondito di pazienti con commissurotomia ha svelato che l’emisfero minore non ha assolutamente questa proprietà straordinaria di essere in collegamento con la mente autocosciente, sia in senso attivo che passivo5.

Alla funzione linguistica si accompagna dunque l’esperienza della coscienza. Ciò potrebbe aprire un interessantissimo discorso sull’autocoscienza e l’attività volontaria e sulla teoria dualistico-interazionista sostenuta da Popper e Eccles. Ma per quanto affascinante sia questo argomento, non possiamo allontanarci dal soggetto principale del nostro lavoro.

  1. Connessioni del lobo frontale con il sistema limbico e con il diencefalo.

Un altro centro fondamentale per la vita psichica superiore dell’uomo è il lobo frontale, importante anche per le sue intime relazioni sia con il lobo parietale, sia con il sistema limbico e con il diencefalo, i quali, come vedremo, hanno un ruolo di primo piano nella vita emozionale umana.

“In sintesi” scrive Eccles, “esiste una relazione complementare tra i lobi temporale e frontale dello stesso lato. Sul lato sinistro essi consentono, rispettivamente, il riconoscimento verbale e la temporalizzazione verbale, e sul lato destro il riconoscimento dell’immagine e la temporalizzazione dell’immagine. Ciascun lobo frontale ha la funzione di dare un ordinamento temporale agli eventi che sono stati riconosciuti e valutati per mezzo del lobo temporale corrispondente. Le escissioni del lobo frontale danno luogo pertanto ad una perdita di memoria per l’ordine sequenziale delle eperienze”6.

E un altro autore, il Lambertini, scrive:

“Nel polo anteriore del cervello…, polo frontale, area prefrontale dei neurologi si accolgono numerose importanti attività correlate con la memoria, il tono affettivo, il carattere, e la volontà.

Lesioni di questa regione portano soprattutto a disturbi della memoria, fissazione dei ricordi e nozione del tempo, mentre il tono dell’affettività e i poteri dell’autocritica si deprimono notevolmente”7.

Di particolare importanza per il nostro studio sono le connessioni tra il lobo frontale e il sistema limbico. Di quest’ultimo scrive Eccles:

“C’è una parte del cervello sviluppatasi dal vecchio cervello olfattivo (odorato), che ha funzioni peculiari essendo implicata soprattutto nell’esperienza emozionale…ed anche nella fissazione dei ricordi…Essa è nota come il sistema limbico o il lobo limbico, termini che si riferiscono ad un aggregato estremamente complesso di strutture ancora scarsamente comprese – sia strutturalmente che funzionalmente. Essa comprende le aree primitive della corteccia cerebrale che sono distinte dalle grandi aree neocorticali sviluppatesi di recente, e che spesso vengono chiamate archeocorteccia…Essa comprende l’ippocampo…e il giro ippocampale associato…, inclusa la corteccia entorinale”8.

Al sistema limbico sono strettamente associate altre aree, tra cui il talamo e l’ipotalamo (diencefalo).

Le connessioni tra il sistema limbico e il diencefalo da una parte e il lobo frontale dall’altra e la loro funzione emotiva sono così descritte da Eccles:

“E’ esperienza comune che la percezione cosciente derivata da alcuni inputs sensitivi comuni sia modificata in modo significativo da emozioni, sentimenti e pulsioni appetitive. Per esempio, quando si ha fame la vista del cibo dà un’esperienza profondamente connotata da una pulsione appetitiva ! Nauta (1971) ipotizza che lo stato dell’ambiente interno (fame, sete, sesso, paura, collera, piacere) sia segnalato ai lobi prefrontali dall’ipotalamo, dai nuclei del setto e da vari componenti del sistema limbico come l’ippocampo e l’amigdala. Le vie passerebbero soprattutto attraverso il talamo D(orso) M(ediale) fino ai lobi prefrontali…Pertanto, tramite le loro proiezioni ai lobi frontali l’ipotalamo e il sistema limbico modificano e connotano emotivamente le percezioni coscienti derivate da inputs sensitivi e sovrappongono ad esse le pulsioni motivazionali. Nessun’altra parte della corteccia ha questa stretta relazione con l’ipotalamo.

Le Figure E1-7, 8 mostrano per i sistemi somestetico, visivo e uditivo le molte proiezioni ai lobi prefrontali dalle aree sensitive primarie e dalle principali aree secondarie e terziarie. Simultaneamente queste aree proiettano al sistema limbico e nella Figura E1-9 ci sono anche proiezioni dai lobi prefrontali…al sistema limbico. Così ci sono vie destinate a formare la complessa circuiteria che dai vari inputs sensitivi va al sistema limbico e torna al lobo prefrontale, dal quale si dipartono poi ulteriori circuiti verso il sistema limbico e viceversa…Così per mezzo della corteccia prefrontale il soggetto può esercitare una azione di controllo sulle emozioni generate dal sistema limbico…Si può pertanto pensare alla corteccia prefrontale come ad un’area in cui ogni informazione emotiva viene sintetizzata con l’informazione somestetica, visiva e uditiva per dare esperienze coscienti al soggetto e indicazioni per un comportamento adeguato”9.

Anche il Lambertini sottolinea l’importanza  delle connessioni della corteccia cerebrale con il diencefalo. Parlando delle vie motrici egli distingue una via diretta, che parte dalle cellule piramidali giganti del Betz nella circonvoluzione prerolandica, e una via indiretta, detta estrapiramidale, che parte dalla zona corticale frontale e prerolandica. Non possiamo ora seguire il Lambertini in tutta la sua complessa descrizione analitica della via motrice estrapiramidale. Ci limitiamo pertanto a rilevare alcune osservazioni che interessano più da vicino il nostro argomento.

“Le connessioni della corteccia cerebrale” egli scrive “con i nuclei ipotalamici che presiedono ad importanti funzioni vegetative, spiegano le turbe vegetative consonanti con gli eccitamenti del sistema estrapiramidale…E’ ormai di acquisizione sicura l’assoluta importanza di questi centri per la funzione statica estrapiramidale delle attività muscolari e per lo stesso tono muscolare…Tenendo conto dei centri corticali della motilità estrapiramidale situati nella corteccia frontale – corteccia oggi considerata come un organo preminentemente psichico -…il Donaggio definisce il sistema estrapiramidale come un ‘sistema profondamente imbevuto di elemento psichico; il rappresentante più completo e tipico e vasto di quei rapporti che uniscono pensiero e movimento…Sistema che non consente solo il movimento ma plasma i nostri movimenti, dà la particolare e diversa espressione ai diversi individui; pervade e modella la nostra andatura, i nostri gesti, i nostri atteggiamenti; governa infiniti altri modi della nostra motilità; si insinua sottile in tutti i momenti della nostra vita, specie di misterioso scultore celato in ciascuno di noi, che plasma la nostra personalità, e la rende or grigia, or viva e scintillante; la plasma con pollice ora perplesso, ora invece deciso e sicuro; ora lento, ora rapido, ora maldestro, ora invece armonioso, musicale, fidiaco’”10.

Altre informazioni sul talamo e la sua connessione con la corteccia cerebrale ci sono offerte dal Lambertini poco più oltre, a proposito delle vie della sensibilità generale.

“La fisiologia e la clinica” egli scrive “ci insegnano che in corrispondenza del talamo avviene una prima ed importante elaborazione delle sensazioni. Il talamo offre agli stimoli sensitivi la loro carica emozionale.

Noi sappiamo che ogni sensazione porta in sé vibrazioni emozionali e un certo contenuto discriminativo varianti nei loro rapporti da tipo a tipo di sensazione…Nel talamo esiste, non ben delimitato anatomicamente ma fisiopatologicamente accertato, un centro deputato alla percezione definitiva del contenuto emozionale delle sensazioni…Al nucleo essenziale del talamo salgono le fibre deputate a potenziare le sensazioni della loro carica emozionale.

Dal nucleo posteriore del talamo salgono, invece, verso la corteccia le fibre che portano le sensazioni a perfezionarsi nel loro contenuto discriminativo…La via talamo-corticale termina con le sue fibre in corrispondenza della zona psico-motrice…Si noti che alla zona psico-motrice è affidata anche un’altra particolare funzione e cioè quella di frenare le attività del nucleo essenziale del talamo nei rispetti del contenuto emotivo della sensibilità. Tale azione di freno e di controllo si esplica a traverso una via cortico-talamica rappresentata da fibre che dalla parietale ascendente si portano al nucleo del talamo ottico”11.

  1. Ruolo determinante delle aree ideativo-linguistiche e del lobo frontale nella vita emozionale umana.

Ci siamo un po’ dilungati in descrizioni di carattere anatomico perché esse gettano luce su alcune importanti connessioni del sistema nervoso e ci permettono così di verificare le intuizioni del Bonich confrontandole con la più recente neurologia.

Ciò che più colpisce in queste descrizioni è la complessa relazione che lega tra loro aree fondamentali della corteccia cerebrale, quali i lobi parietale e frontale, con il sistema limbico e con il diencefalo, di cui si è rilevata la funzione emozionale. Osserviamo a questo proposito che Eccles esemplifica questa funzione richiamando soltanto emozioni organiche (fame, sete, sesso, paura, collera, piacere), sebbene alluda poi anche ad un’azione di controllo esercitata dal soggetto su di esse tramite il lobo prefrontale. A noi sembra però che si potrebbe ampliare molto il valore di questa azione di controllo, fino ad attribuirle una funzione plasmatrice nel campo emozionale. Il Lambertini infatti suggerisce un’azione corticale sulla tonalità muscolare e sul sistema vegetativo, mentre il Donaggio parla della via motrice estrapiramidale come di un sistema che influenza profondamente la cenestesi e perciò il sentimento di benessere e l’intuizione della propria corporeità e del suo valore più che corporeo. Tutto ciò sembra confermare l’idea del Bonich di un inconscio ‘spirituale’, che contrappone al principio del piacere il principio di una superiore armonia.

Bisogna inoltre osservare che le emozioni limbiche, trasmesse al lobo frontale e immesse così nelle complesse associazioni corticali, non possono non risultare in qualche modo trasfigurate dalle attività psichiche superiori, quali l’attività ideativo-linguistica e l’esperienza cosciente che l’accompagna. L’attvità linguistica infatti si sviluppa attravrso relazioni trans-modali che conferiscono alle sensazioni un significato nuovo di superiore intelligibilità. Scrive a questo proposito il Geschwind:

“La capacità di acquisire il linguaggio ha come presupposto la capacità di formare associazioni trans-modali…In forme subumane le sole associazioni ben definite tra modalità sensitive diverse sono quelle tra uno stimolo non limbico (cioè visivo, tattile o auditivo) e uno stimolo limbico. E’ soltanto nell’uomo che esistono associazioni ben formate tra due stimoli non limbici ed è questa capacità che sta alla base dell’apprendimento dei nomi degli oggetti”12.

In questa prospettiva appare chiaramente che le connotazioni emozionali che accompagnano le sensazioni, nelle aree corticali adeguate vengono immesse in un sistema psichico superiore grazie all’attività ideativo-linguistica che ivi si svolge e all’esperienza cosciente da essa inseparabile, e, profondamente modificate, vengono così ad arricchire tutto lo sviluppo culturale dell’uomo. Ciò costituisce senz’altro la base cerebrale delle emozioni superorganiche.

Ma le stesse emozioni organiche, grazie alle loro connessioni con la corteccia cerebrale, appaiono connotate da inseparabili contenuti psichici, e ciò varrà in modo speciale per le emozioni sessuali, alle quali probabilmente proprio il forte coinvolgimento delle funzioni corticali superiori conferisce la loro caratteristica forza emotiva. Ciò significa da una parte che la vocazione dell’emozione sessuale appare essere di associarsi all’affermazione delle attività psichiche superiori, dall’altra però che queste ultime si troveranno necessariamente coinvolte nelle eventuali esasperazioni patologiche della sessualità.

A questo punto ci sembra di aver chiarito, alla luce degli studi più recenti, il fondamento neurologico delle intuizioni del Bonich. Possiamo anche aggiungere che dai dati scientifici che abbiamo rilevato l’importanza dell’emotività sessuale per lo sviluppo della cultura umana non può che essere confermata.

Vedremo nel capitolo successivo come il Bonich sviluppi l’aspetto psicologico e culturale delle emozioni sessuali, sia nelle loro manifestazioni negative sia nelle loro manifestazioni positive.

SVILUPPI CULTURALI E SOCIALI DELLA NEUROPSICOLOGIA DEL BONICH

  1. Manifestazioni negative della sessualità.

Quali siano le manifestazioni negative della sessualità e quale sia la loro incidenza sociale secondo il Bonich risulta chiaramente da quanto è stato finora esposto.

Abbiamo visto che si può considerare patologica l’emozione sessuale (organica) che non sia integrata da corrispondenti emozioni superorganiche. Queste hanno infatti, tra l’altro, la funzione di salvaguardare l’equilibrio cerebrale dell’uomo, impedendo che tutta l’attività corticale sia mobilitata al servizio delle emozioni organiche. Quando dunque le emozioni sessuali assorbono tutta l’energia del cervello escludendo le funzioni psichiche superiori, necessariamente l’equilibrio cerebrale viene compromesso, e con esso anche le stesse funzioni organiche, specialmente quelle legate al sistema vegetativo.

Bisogna però osservare che le emozioni sessuali dipendono, per la loro forza emotiva, proprio dall’elemento psichico in esse coinvolto. Da ciò nasce una contraddizione che accompagna l’attività sessuale patologica: da una parte essa trae alimento dalle disposizioni psichiche superiori, dall’altra però impedisce loro di svilupparsi in emozioni superorganiche ad esse connaturali. Il risultato non può essere che un deterioramento progressivo delle funzioni psichiche superiori accompagnato da un corrispondente svuotamento del contenuto psichico delle emozioni sessuali e quindi da un impoverimento emotivo di esse. Ma l’individuo che ha rinunciato alle emozioni superorganiche in favore di quelle organiche si trova necessariamente legato a queste ultime e quindi non cesserà di perseguirle, e il loro impoverimento emotivo lo indurrà a ricercare stimoli sempre più violenti, i quali a loro volta contribuiranno all’ulteriore deterioramento delle disposizioni psichiche superiori in una sorta di circolo vizioso.

Quale sia l’effetto di questa situazione sull’equilibrio cerebrale e psico-fisico dell’uomo non c’è bisogno di dirlo. Ma è importante rilevarne gli effetti sociali.

Quelli più evidenti riguarderanno la ricerca di stimoli sempre più brutali di cui abbiamo detto: essa può giungere, oltre alle perversioni di vario genere, fino alla violenza fisica, verso sé stesso o verso altri. Ci sono però effetti meno visibili ma non meno gravi, quelli cioè che riguardano il probabile degrado delle secrezioni preposte alla generazione e quindi la qualità di quest’ultima.

Ma, più che soffermarsi sugli aspetti ora segnalati, il Bonich dà molto rilievo al fatto che il danno principale delle emozioni sessuali patologiche è di impedire gli effetti personali e sociali altamente positivi di una sessualità armonizzata con le attività psichiche superiori, o – come egli si esprime – di emozioni e funzioni sessuali “perfette”.

Alla descrizione di queste funzioni e dei loro effetti positivi, che costituiscono per lui una ricchezza incalcolabile per la società umana, egli dedica un intero manoscritto – quello che abbiamo denominato “Manoscritto D” -, e noi non faremo ora che riferirci ad esso seguendo punto per punto lo svolgimento del pensiero del Bonich.

  1. Funzioni sessuali “perfette” e “imperfette”.

“Possiamo ben dire” esordisce il Bonich “esservi rapporti sessuali perfetti ed imperfetti. Questi ultimi non ammettono altra finalità che non sia l’emozione organica stessa e s’irrigidiscono nell’astrazione espressa dal detto: ‘il sesso è sesso’, così come si suol dire: ‘gli affari sono affari’, ovvero: ‘la guerra è guerra’, né l’effetto ultimo sarebbe men distruttivo per la civiltà umana. Al contrario, l’atto sessuale perfetto non nasce né si risolve in sé stesso ma presuppone amore, fedeltà, stima, ammirazione, ed a sua volta instaura rapporti di profonda socialità tra l’uomo e la donna. La filosofia esprimerebbe ciò con la dottrina della potenza e dell’atto: l’atto precede idealmente la potenza, e la potenza esiste in funzione dell’atto. Nel nostro caso l’attività sessuale perfetta sarebbe la potenza, laddove le emozioni superorganiche di socializzazione sarebbero l’atto. E detta socializzazione verrebbe a fondere in una sorta di unità l’interiore mondo psichico dell’uomo e della donna, nella fiducia, nella donazione, nella certezza scambievole di fedeltà perpetua ed assoluta, nell’unione in un solo destino, nel riposo, nella pace, nell’appagamento, nella speranza, nella gioiosa attesa della desiderata prole, ”1.

La socializzazione che si instaura così tra l’uomo e la donna ha dunque valore di atto rispetto alla potenza, rappresentata dall’unione sessuale. E questo atto assume poi una sua propria vita e manifesta una inesauribile fecondità.

I primi effetti di questa fecondità riguardano naturalmente la persona stessa dell’uomo e della donna. Attraverso l’unione perfetta ciascuno scopre il valore preziosissimo della propria individualità, posta al centro dell’attenzione amorosa di un essere umano complementare, che a sua volta scopre sé stesso nell’amore dell’altro. Ma questa socializzazione non si arresta né può arrestarsi alla persona dei coniugi2. Essa per prima cosa si riversa sui figli, e, attraverso i figli – ma non solo -, si apre ad amplissime dimensioni sociali.

“Appare missione precipua dell’amore sponsale e di quelli che ne derivano” scrive il Bonich “di ridonare al mondo, rattristato dall’esperienza del male, della delusione, della solitudine, la gioia sempre rinascente di amare e di esser amati”3.

Questa “gioia sempre rinascente” non interessa soltanto la vita personale di singoli individui, ma costituisce un fattore importantissimo di civiltà. La società infatti non può essere indifferente riguardo allo stato psicologico dei suoi membri ed è per essa di importanza vitale, potremmo dire biologica, che essi godano di una buona salute psichica e cerebrale. Ora niente fortifica le emozioni superorganiche più delle gioiose esperienze dell’amore sponsale, paterno, materno, filiale, fraterno e di quelle che indirettamente ne derivano, quali l’amicizia, l’ammirazione, il cameratismo, il discepolato, la pietà, la benevolenza, la fiducia, la stima. Tutti questi sentimenti, ed altri ancora, infatti, si radicano nell’esperienza infantile di essere, per così dire, immersi in un fluido di amorosa protezione – rivelazione di un amore personale e provvidente – attraversato dai mille colori dei contenuti psichici, emotivi e culturali frutto dell’interiorità mutualmente condivisa dei genitori, i quali a loro volta ereditano le ricchezze di cultura e di sentimento ricevute dalle loro famiglie di origine.

Dall’estensione a macchia d’olio di questi sentimenti si crea in tutta la società come una luce diffusa di socializzazione, a cui ogni famiglia sana aggiunge un contributo di incalcolabile valore.

“Quale rovina per una civiltà” scrive il Bonich “se si diffondesse il costume di relazioni sessuali imperfette, se di conseguenza l’esperienza dell’amor coniugale perfetto divenisse eccezione, ed eccezione divenisse perciò l’esperienza dei figli di esser protetti dall’amor provvidente e immutabile di genitori per sempre uniti, il cui sorriso rallegri immancabilmente ogni loro giornata come con ritmo costante ogni giorno si leva il sole sull’orizzonte ! Su quali individui potrebbe allora contare la società ? Essi sarebbero privi delle più forti emozioni superorganiche e tanto più facilmente diverrebber preda delle organiche, e sarebbero perciò tristi, isolati, egoisti, inappagati, sofferenti di squilibrio cerebrale e nervoso, sempre pronti a sfogare la propria insoddisfazione con gli eccessi del sesso e dell’alcool”4.

Con intuito profetico il Bonich vede con terrore profilarsi all’orizzonte in un futuro non lontano la situazione sociale da lui evocata in queste righe. Ora, egli afferma, se si deve definire patologica la sessualità imperfetta, la diffusione di essa a livello di costume creerebbe una sorta di patologia sociale.

Torneremo in seguito su questo argomento, che nel manoscritto D viene soltanto accennato. Per il momento seguiremo il Bonich nella sua descrizione di una società sana e di come si possano configurare in essa i rapporti tra emozioni organiche e superoprganiche.

  1. Influenze reciproche tra emozioni organiche e superorganiche.

La qualità dell’atto coniugale e delle emozioni che lo accompagnano e lo seguono – egli afferma – non è sempre uguale. Essa muta a seconda della qualità del mondo interiore degli sposi. Vi sono perciò in queste emozioni un’infinità di gradazioni psichiche, e quanto più detto mondo interiore è ricco di pensieri e di sentimenti umani e sociali, tanto più felicemente umana risulterà la socializzazione degli sposi tra loro e con la prole.

Una disposizione psichica particolarmente felice nei coniugi è per il Bonich il sentimento religioso. Esso infatti schiude all’esperienza di comunione tra gli sposi, anche nel suo aspetto sensibile, e poi tra tutti i membri della famiglia, dimensioni e risonanze profondamente suggestive che ben rispondono all’ansia di infinito e di eternità che ogni amore porta con sé.

Genitori che abbiano nel loro mondo interiore il sentimento vivo dell’amore soprannaturale proprio della religione sapranno istintivamente elevarsi dalla felicità umana della comunione sponsale e familiare all’intuizione della felicità sovrumana e della comunione senza fine del mondo sopraterreno. Da questa intuizione, come è abbondantemente confermato dall’esperienza, la profondità e la stabilità delle emozioni superorganiche viene immensamente rafforzata.

Ma se l’amore coniugale e familiare guadagna qualitativamente dalla religione, a sua volta quest’ultima attinge molte delle sue più caratteristiche ispirazioni proprio dall’esperienza coniugale e familiare, in un rapporto di reciproco arricchimento. Benché infatti l’amore soprannaturale abbia una sua essenziale autonomia, secondo l’ordine della conoscenza a noi esso si rivela attraverso l’esperienza dell’amore umano.

L’espressione “Padre nostro” – osserva il Bonich -, fondamentale nella religione, trae tutto il suo valore dall’esperienza dell’amore paterno, attraverso il quale il figlio ha l’intuizione di un amore personale e provvidente che sempre lo accompagna. Così sono anche frequenti nel linguaggio biblico le metafore sponsali, e non mancano quelle ispirate all’amore materno, tutte caratterizzate da un forte valore simbolico-emotivo.

Dunque anche quanti rinunciano al matrimonio per consacrarsi interamente a Dio non sono di fatto estranei alla comunione sponsale, giacché hanno conosciuto l’amore soprannaturale proprio attraverso l’esperienza dell’amore familiare.

A loro volta poi le esperienze e le emozioni della vita consacrata per mille vie rifluiscono ad arricchire, a purificare, a sublimare l’amore umano degli sposi.

“I genitori di Teresa di Lisieux” scrive il Bonich “certamente impressero nei loro rapporti il carattere di un’elevata esperienza spirituale, e la santa ne ereditò, con tutte le sue sorelle, l’afflato d’alta socializzazione. Dall’ambiente familiare e dagli affetti che vi regnavano appresero esse, con l’amore umano, il mistero dell’amor divino, né ebber bisogno di proprie vicende coniugali per arricchire senza misura ciò che avean ivi ricevuto. Ma quanti coniugi hanno poi attinto dall’esperienza spirituale di Teresa un’elevazione dei propri sentimenti !”5.

Dunque tra le emozioni propriamente sessuali, le disposizioni psichiche superorganiche dei coniugi e l’amore soprannaturale delle anime consacrate esiste un rapporto di reciproca influenza. Il Bonich, per illustrare questa segreta ma realissima connessione, introduce una suggestiva immagine:

“Perché l’acqua possa sgorgare fresca e pura dalle sorgenti, essa dovrà prima ammantare gli alti gioghi dei monti sotto forma di candida neve. Nella bella stagione le nevi si sciolgono per alimentare le fonti delle valli. Ma sulle cime alpine vi è pure la neve perenne, e anch’essa, con la sua frescura, che assorbe il calore del sole, condiziona il ciclo delle nevi stagionali. Lassù, sui gioghi più alti, l’acqua, trasfigurata, sembra mutar per sempre la propria natura e, cessando d’esser nutrimento del corpo, divien nutrimento dello spirito.

Così, fuor di metafora, perché le funzioni sessuali organiche possano essere pure e benefiche, esse devono discendere da sentimenti superorganici di amore, di stima, di civile cultura. Ma al di sopra dei sentimenti preposti alle nozze ve ne sono altri più puri ed elevati: quelli delle anime consacrate, che non aspirano a nozze terrene, ma che con la loro presenza illuminano di luce celeste e salvaguardano da ogni degrado i sentimenti superorganici di quanti abbracciano la vita sponsale. E come, se gli uomini, in un eccesso di follia, volessero fondere tutte le nevi, stagionali e perenni, dell’Alpi, un’alluvione apocalittica di acque fangose tutto trarrebbe alla rovina, così, se venissero meno i mutui sensi di civile rispetto ed amore che preparano la benefica unione tra l’uomo e la donna e la consacrazione delle anime sante che questi sensi proteggono e rischiarano di luce superna, le funzioni sessuali organiche diverrebbero come acque turbinose ed impure, atte solo a travolgere, nel loro furore, ogni umano e civile consorzio e ogni vera e durevole giocondità della vita”6.

Così con molta efficacia viene illustrato il ruolo della religione nella complessa esperienza psichica dell’amore sponsale.

  1. Importanza della tradizione ascetica della religione.

Ma la religione per il Bonich ha anche un’altra importantissima funzione.

Abbiamo visto come per lui l’inconscio sia come un istinto di salvaguardia del benessere psicofisico dell’uomo, posto a protezione dei ritmi involontari del sistema vegetativo e aperto alla superiore armonia delle emozioni superorganiche, in quanto esse mantengono e rafforzano detti ritmi vitali. La natura in tal modo sembra aver voluto saggiamente proteggere la salute dell’uomo sottraendola in parte alla discrezione della sua diretta volontà. E’ la coscienza, infatti, che facilmente si lascia sedurre dall’attrattiva dei piaceri violenti, introducendo così un fattore di perturbamento nell’organismo psicofisico. E il sentimento del pudore sembra sgorgare proprio da una salutare azione dell’inconscio, che tende così a proteggere da pericolosi turbamenti le più delicate funzioni della vita.

Per questo il Bonich si dissocia da quanti credono di risolvere il problema sessuale semplicemente con una tempestiva e corretta informazione della gioventù – la cosiddetta Aufklärung. Essa naturalmente può essere utile e anche indispensabile, ma nasconde il pericolo di attirare troppo l’attenzione e la curiosità dei giovani su funzioni che andrebbero altrimenti salvaguardate. Questo pericolo diviene gravissimo quando – come troppo spesso avviene – l’Aufklärung si considera l’unica strategia necessaria e sufficiente, ad esclusione di ogni altra.

Al contrario, secondo il Bonich, l’informazione non è né l’unica né la più importante prassi educativa: prima di ogni altra cosa vi è l’educazione interiore della gioventù, attraverso la quale le energie psichiche dell’adolescente sono indirizzate ad un rafforzamento delle emozioni superorganiche e alla conseguente esperienza della propria libertà spirituale nei confronti delle eccitazioni organiche. Ciò implica naturalmente un lavoro del giovane su sé stesso, quale era un tempo praticato attraverso l’ascesi e la meditazione dalla tradizionale educazione religiosa.

Niente di più contrario – si dirà – al naturalismo spontaneo già diffuso al tempo del Bonich e ora universalmente imperante. Come potrebbe dunque la cultura moderna ritornare a costumi che con tanta energia e convinzione ha rifiutato ? Tra l’altro ciò presupporrebbe l’accettazione di una visione pessimistica della natura umana, visione che nella dottrina cattolica è legata al dogma del peccato originale e perciò ad un concetto del tutto alieno dalla scienza moderna. Proporre, come fa il Bonich, un ritorno agli “esercizi spirituali” sembra pertanto semplicemente assurdo.

Eppure non mancano al Bonich solidi argomenti: su questo punto – egli afferma – la cultura moderna ha bisogno di una radicale conversione, ed a renderla indispensabile è l’esperienza stessa della vita. Il naturalismo spontaneo in cui è educata tanta parte della gioventù, infatti, ogni giorno di più mostra i suoi frutti avvelenati. E ciò non indica tragicamente che è necessario un cambiamento di rotta ? Ora, cosa vi è di più moderno del richiamo all’esperienza ?

Similmente le scienza, pur senza far riferimento al peccato originale, non può non prendere atto della situazione psicologica reale dell’uomo e della necessità, per il suo benessere neuro-psichico, di pratiche tradizionalmente legate all’esperienza religiosa – e non soltanto, del resto, a quella della Chiesa Cattolica.

“Non trascuriamo di ricordare” scrive il Bonich “che altre grandi religioni, quali l’Induismo e il Buddismo, conoscono la pratica dell’ascesi e della meditazione”7.

A questi argomenti non si può rispondere semplicemente con il disprezzo. Essi non sono infatti espressioni estemporanee dettate da umore reazionario, ma si fondano su solide analisi neurologiche, cioè su fatti positivi e verificabili, i quali per la cultura moderna sembrano essere l’unico fondamento di ogni certezza.

Ebbene, sì – si potrebbe rispondere -: l’uomo ha bisogno di educazione interiore. Ma essa non necessariamente deve avere carattere religioso. Come nel mondo occidentale si va diffondendo lo yoga, pur senza che per questo si accettino le dottrine proprie dell’induismo, così si potrebbe proporre una laicizzazione degli esercizi spirituali.

E’ certamente opportuno – osserva il Bonich – che la meditazione non si rivolga soltanto a contenuti strettamente soprannaturali, come avviene ordinariamente negli esercizi spirituali, ma che dia spazio allo studio, alla contemplazione, al godimento di tutte quelle realtà naturali che suscitano emozioni psichiche superorganiche. Se però le si volesse togliere il suo carattere propriamente religioso essa perderebbe le sue più profonde motivazioni e non avrebbe più la forza di suscitare l’entusiasmo e la devozione incondizionata propri di una superiore esperienza psichica.

La psicologia conosce la differenza tra i processi puramente razionali e le rappresentazioni e le emozioni, provenienti dall’intuizione di una vita più alta, che agiscono potentemente sull’inconscio. E il Bonich cita, a questo proposito, ancora il Förster.

“Importa…” scrive quest’ultimo “che il mondo degl’istinti, appunto perché spesso continua la sua azione nel dominio dell’inconscio, venga trattato non semplicemente con mezzi razionalistici, ma innanzi tutto con rappresentazioni che, come le religiose, provengano esse stesse dal più profondo dell’anima, ed abbiano perciò ancora un potere là dove la giudiziosa riflessione non riesce a nulla. Su questo James nelle sue Varieties of religious experience richiama con energia la nostra attenzione”8.

E il Bonich aggiunge:

“Solo l’esperienza luminosa ed esaltante di una vita spirituale più grande di quella sensibile, e solo perciò le fulgenti realtà della religione posson condurre l’anima alla gioiosa conquista dell’interiore libertà dello spirito”9.

Così la neuropsicologia del Bonich, dopo aver riscoperto, attraverso lo studio dell’attività cerebrale, l’energia superorganica dell’umana interiorità, giunge fino ad incontrarsi con la religione, senza tuttavia pretendere di riassorbirla in sé.

In questo modo il rapporto dialogico tra scienza e religione diviene inevitabile ed apre la strada ad un confronto con i più scottanti problemi della moderna politica e della moderna cultura. La nuova scienza del Bonich, infatti, avrà tutte le carte in regola per rimproverare a queste ultime la loro astrattezza e per richiamarle a porre al centro dei loro interessi la formazione interiore dell’uomo.

SCIENZA, SOCIETA’ E RELIGIONE ATTUALITA’ DEL PENSIERO DI COMTE SECONDO IL BONICH

  1. La responsabilità morale della scienza nella società contemporanea..

Avendo così riabilitato dal punto di vista scientifico alcune esigenze fondamentali della tradizione educativa umanistico-religiosa, fondata sulla formazione del carattere interiore di ogni individuo, il Bonich può a buon diritto affermare che la tradizionale neutralità della scienza in campo morale non è in realtà giustificata. La scienza, infatti, prefiggendosi di salvaguardare la salute dell’uomo, non può arbitrariamente limitare il concetto di “salute” ad una sua mal definita dimensione “fisica”.

“Qual artificio” egli scrive “potrebbe legittimamente consentir di appropriarsi di alcune funzioni dell’umano organismo e di ritagliarne altre, affermando che solo delle prime deve occuparsi la scienza ? Forse che nel concetto di salute non si comprende anche la salute psichica e cerebrale ? E forse che quest’ultima non condiziona infine tutta la vita organica dell’uomo ? Ora, salvaguardar l’equilibrio delle funzioni psichiche superiori non conduce ad incontrar le esigenze medesime della morale ?”1.

Ma questo riconoscimento di un proprio contenuto morale implica per la scienza il dovere di adoperarsi perché di esso si tenga conto nella vita sociale come si tiene conto delle esigenze igieniche. E ciò diviene tanto più necessario e urgente nella società moderna, in cui il costume sociale e politico tende ad eliminare la cura della vita morale personale dalle proprie prospettive di azione e dalle proprie finalità. In questa situazione, se la scienza rinunciasse ad esercitare sul piano morale la propria influenza e si ritirasse sul terreno neutro della salvaguardia della pura salute fisica – ammesso che si possano rigorosamente determinare i confini di una salute puramente fisica -, essa verrebbe come mutilata di una parte fondamentale delle proprie competenze e sarebbe necessariamente asservita, con tutto l’enorme potenziale delle proprie conquiste materiali, ai fini di organizzazione esteriore propri della moderna politica.

Abbiamo già visto quali siano i caratteri astratti di questa politica e come essa pretenda di affrontare i più ardui problemi della civilizzazione rinunciando per principio alla formazione interiore dell’uomo. Questa indifferenza nei confronti della vita psichica personale vuole presentarsi come neutralità di fronte alle scelte morali degli individui e perciò come garanzia della libertà di ognuno, ma di fatto essa finisce per mettere la forza dello stato al servizio di scelte contrarie al bene interiore dell’uomo e alla sua libertà spirituale.

“Lo stato” scrive il Bonich “può ben rinunciare a metter mano all’educazione interiore degli uomini, ma non ad organizzar le proprie forze economiche e materiali. Ora, questa organizzazione, se non tien conto delle esigenze morali dell’interiore carattere, avverrà non solo senza, ma contro di esse. Infatti ai problemi che nascon dall’uso dei beni materiali si vuol dare una risposta immediata, che guardi all’ottenimento di immediati e palpabili vantaggi, a scapito anche degl’impalpabili beni dell’anima.”2.

In questo senso non solo le dittature, ma anche le democrazie non sfuggono ad una logica totalitaria. Da una parte infatti lo stato prenderà in proprio iniziative improntate ad un’assenza di prospettive morali – ad esempio nel campo dell’educazione sessuale -, dall’altra, mentre impedirà in nome della libertà alle forze morali di esercitare una reale influenza pubblica, lascerà libero corso alle forze materiali ed economiche di determinare senza ostacoli il clima culturale della società – e in questo clima, tra l’altro, sarà di fatto coartata la libertà dei genitori, giacché si tenderà a sottrarre i giovani alla loro influenza da parte delle forze convergenti dello stato e dell’interesse commerciale.

Ciò non interessa soltanto la morale, bensì anche la scienza. Infatti il clima culturale della società svolge un ruolo fondamentale per l’equilibrio psichico dell’uomo.

“Se le emozioni psichiche superiori” scrive il Bonich “hanno la lor propria sede nelle funzioni cerebrali di ciascun individuo, esse però trovan la loro espressione e salvaguardia nelle istituzioni sociali cui spetta la custodia e l’incremento della civile cultura. Tra queste son da annoverare la famiglia, la scuola in tutti i suoi ordini e gradi, le rappresentanze dello stato, dell’arte, della pubblica opinione, della vita di società, della propaganda, del commercio. L’igiene emotiva e cerebrale dell’uomo esige che nelle rammentate istituzioni siano coltivati e difesi i sentimenti che abbiamo chiamato superorganici. Infatti per lo sviluppo cerebrale di ogni individuo meno non si richiede che la collaborazione dell’intera società”3.

Con intuito profetico il Bonich, considerando le tendenze sociali già in atto nei primi decenni del nostro secolo, prevede un tempo in cui la propaganda commerciale e le tendenze edonistiche dell’uomo, liberate da ogni tutela morale pubblica, occuperanno le istituzioni sopra ricordate con un’invasione di stimoli organici e sessuali, creando così una situazione di vera patologia sociale, di fronte alla quale l’indifferenza, o peggio la complicità dello stato sarebbe tanto colpevole quanto l’atteggiamento del governo e del tribunale della sanità di Milano nei confronti della peste descritta ne I promessi sposi.

  1. L’ideale di Comte e la sua attualità.

In questa situazione appare in tutta la sua drammaticità la responsabilità della scienza per la difesa della salute psichica dell’uomo. Ed è proprio questa la missione che il Bonich vorrebbe assegnarle.

Su questo punto egli, ancora in età più che matura e nonostante la grande evoluzione del suo pensiero, rimase, almeno in qualche misura, fedele ad uno dei maestri della sua giovinezza: Auguste Comte.

Quest’ultimo, pur essendo un libero pensatore, aveva espresso la sua grande ammirazione per il ruolo culturale e sociale svolto attraverso i secoli dalla Chiesa Cattolica.

“Il genio, eminentemente sociale, del cattolicesimo” egli scrive “è consistito soprattutto, costituendo un potere puramente morale distinto e indipendente dal potere politico propriamente detto, nel fare gradualmente penetrare, per quanto possibile, la morale nella politica, alla quale fino allora la morale, al contrario, era stata essenzialmente subordinata”4.

Ora, se la dottrina cattolica è “destinata a soccombere gradualmente sotto l’irresistibile emancipazione della ragione umana”, è tuttavia necessaria un’autorità alternativa, la quale,  “convenientemente ricostruita su  basi intellettuali nello stesso tempo più ampie e più stabili, dovrà finalmente presiedere all’indispensabile riorganizzazione spirituale delle società moderne”5.

Infatti, contro il “morbo occidentale” – come Comte definisce l’individualismo moderno -, capace di portare alla rovina la civiltà europea, è necessaria, secondo il filosofo francese, un’autorità spirituale che elevi gli individui al di sopra della loro soggettiva incompetenza e difenda così gli interessi eterni dell’anima di fronte all’attrattiva degli immediati vantaggi palpabili.

Sarà dunque la scienza la nuova guida spirituale dei popoli, ma per far ciò essa dovrà costituire un potere morale indipendente da quello politico, analogamente a quanto avveniva per la gerarchia cattolica.

E’ evidente che il Bonich, una volta convertito al cattolicesimo, non poteva condividere al cento per cento la dottrina di Comte. Tuttavia egli pensa che il filosofo francese avesse più ragione di quanto si possa credere.

“Negli ultimi secoli” egli scrive “l’umana coscienza ha fatto grandi progressi. Essa si è emancipata dalla Chiesa e le ha anche sottratto una parte delle sue competenze, penetrando nel territorio sacro dell’anima. Ivi ha trovato il tesoro prezioso della sua dignità, della sua libertà, infine della sua misteriosa natura psico-fisiologica. Ciò che un tempo era appannaggio esclusivo della teologia è divenuto oggetto di scienza. Ma conquistando alla Chiesa parte del suo territorio, la scienza non può non assumerne anche la responsabilità. E’ dunque almeno parzialmente vero ciò che afferma Comte, esser passata l’autorità morale dalla Chiesa alla scienza: conoscendo ormai questa tanti segreti dell’anima non potrà più lasciare soltanto alla Chiesa l’onore e l’onere della salvezza di essa. La Chiesa non ha competenze di psico-neurologia. Essa potrà bensì difendere i più preziosi beni dello spirito umano, ma non potrebbe da sola assumersi il compito di guarire la patologia individuale e sociale dei tempi moderni. Alla scienza spetta la sua parte, e se essa si sottrae a questa sua funzione, non sussisterà nella moderna civilizzazione quella autorità morale emancipata dalla politica che Comte giustamente ritien necessaria. La scienza diverrà allora uno strumento ossequioso della politica e questa sarà a sua volta subordinata alle utilità del commercio e all’edonismo di una natura umana spontanea che alcuna forza morale non ha voluto o saputo educare”6.

Si creerebbe così una sorta di vuoto di potere disponibile ad essere occupato dagli interessi materiali, tanto più apparentemente urgenti e tanto più seducenti per l’uomo, quanto più estranei al suo vero bene morale e psichico.

  1. Necessità di un nuovo rapporto tra scienza, società e religione.

Ma se il Bonich dà ragione a Comte nel riconoscere la necessità dell’autorità spirituale e morale della scienza per la moderna società, non può certamente allinearsi con lui nel ritenere che questa autorità possa tout court sostitutirsi a quella della Chiesa.

Se è vero infatti che la scienza è penetrata nei segreti dell’anima attraverso la neuro-psicologia, essa però ha dovuto anche riconoscere che soltanto la religione risponde alle funzioni e alle esigenze psichiche superiori dell’uomo.

Si viene così a creare un rapporto nuovo tra la scienza, la società e la Chiesa.

Queste tre realtà non possono fare a meno l’una dell’altra. La società infatti ha bisogno di un potere spirituale come il corpo ha bisogno dell’anima. Ma la Chiesa non può più da sola esercitare questo ruolo e ha necessariamente bisogno della mediazione della scienza. Questa però a sua volta non potrebbe realizzare realmente la sua funzione di guida senza fare appello, al di sopra del proprio campo d’azione, a quelle superiori ispirazioni che sono proprie esclusivamente dell’esperienza religiosa.

E il Bonich conclude il suo manoscritto “E” commentando il seguente brano del Förster:

“…Finora la società e la religione, lo Stato e la Chiesa vennero collegati fra loro con metodi coercitivi, derivanti da un grado inferiore di civiltà sociale; questi metodi, nella gran crisi che oggidì attraversa la civiltà, verranno messi in disparte. E sarebbe un errore il volerli mantenere, per far sussistere un legame artificiale fra società e religione dove le intime condizioni per siffatto legame più non esistono. Noi dobbiamo invece lavorare a convincere più profondamente l’ ‘elemento laico’ della fondamentale e perenne importanza pedagogica della religione; di qui risulterà un nuovo e più forte legame tra la religione e l’educazione della gioventù.

Come due coniugi separati alle volte s’inducono a viver di nuovo insieme per prodigare le cure necessarie al loro figliuolo, così lo studio veramente concreto dell’educazione del carattere riunirà di nuovo in un comune lavoro, in condizioni rinnovate, le forze della pedagogia laica e della pedagogia religiosa, ora fra loro estranee e divise”7.

“Ma queste savie parole” commenta il Bonich “allora soltanto saranno ascoltate, quando la scienza, presa coscienza della propria missione, vorrà richiamar la moderna cultura dalla sua astratta esteriorità alla cura dell’intima vita psichica dell’uomo”8.

  1. Conclusione.

Giunti alla fine dell’esposizione, se pure incompleta e schematica, del pensiero del Bonich, non possiamo fare a meno di sottolinearne la portata profetica. Non c’è dubbio che il mancato riconoscimento del contenuto e della funzione morale della scienza abbia portato alle conseguenze che egli aveva previsto. La scienza infatti ha messo a disposizione del potere politico e commerciale possibilità tecniche immense, quali nessuna età passata aveva mai visto, e l’iniziativa pubblica e privata ne ha abbondantemente approfittato a favore dei propri interessi palpabili immediati, senza alcuna considerazione delle superiori esigenze psichiche degli individui. Dalla manipolazione del corpo umano a fini utilitaristici o edonistici all’invasione della tecnica più sofisticata nel campo della propaganda, del gioco infantile, del divertimento giovanile, dello spettacolo e della vita di società, con una diffusione mai vista di stimoli organici e sessuali, la scienza si è massicciamente piegata agli interessi materiali della politica e del commercio, mentre per quanto riguarda la salvaguardia psichica dell’uomo i suoi interventi sono stati così blandi, slegati e contraddittori da risultare del tutto inefficaci. E d’altra parte il clima culturale della società non è stato e non è assolutamente favorevole a un diverso atteggiamento. Bisogna infatti riconoscere che il naturalismo spontaneo di cui si è parlato si è così fortemente radicato nel costume che difficilmente la società si adatterebbe ad accettare l’autorità di una scienza che volesse opporglisi9.

Nello stesso mondo religioso la situazione non è favorevole ad una rivalutazione dell’educazione interiore dell’uomo. L’attenzione del pensiero religioso infatti si è notevolmente spostata, in questi ultimi anni, per l’inevitabile influsso della cultura laica, dalla vita spirituale e dall’ascesi a interessi propriamente sociali e politici. Ciò potrebbe essere indubbiamente positivo se portasse ad una nuova coscienza del grande valore sociale della vita interiore. Ma c’è il pericolo che l’astrattezza della cultura laica possa in una certa misura inquinare anche la cultura religiosa. In questo caso la scienza non dovrebbe mostrarsi indifferente per quanto avviene nel mondo della teologia. Potrebbe infatti avvenire che la dimensione più propriamente spirituale e ascetica della religione, la cui importanza per la vita psichica è stata così efficacemente messa in luce dal Bonich, si trovasse infine depauperata.

Osservava il Bonich che forse soltanto quando le conseguenze più nefaste della moderna cultura astratta manifesteranno tutta la loro portata demoniaca si potrà sperare in un ritorno all’educazione morale dell’uomo attraverso la cura dell’anima e la religione. Ma chi potrebbe descrivere la spaventosa decadenza dei costumi a tutti i livelli alla quale si sarebbe irresistibilmente avviati se dette conseguenze dovessero interamente manifestarsi senza che la coscienza umana trovasse la forza di reagire ?

Per quanto però pessimistica debba necessariamente apparire la considerazione dell’attuale situazione culturale e sociale e delle sue prospettive future, alla scienza resta tuttavia aperta la strada per un ripensamento dei propri contenuti e dei propri scopi, e su questa strada l’opera del Bonich rimarrà sempre un imprescindibile punto di riferimento.

N.B.    L’opera di K.R. Popper – J.C. Eccles The Self and its Brain di fatto è stata citata dall’edizione italiana: L’io e il suo cervello (3 volumi), Roma 1981.

Note al primo capitolo:

1 F.W. Förster, Alle soglie della maggiore età (trad. dal tedesco), Brescia, 1961, p. 148.

2 Cf S. Zweig, Il mondo di ieri (trad. dal tedesco), Roma, 1945, pp. 67 ss.

3 Op. cit., pp. 246-247. Per non dover fare una citazione troppo lunga ci siamo limitati volutamente ai luoghi concernenti il nostro argomento. La lettura integrale del testo mostra come lo spirito di rivolta si estendesse a tutti i campi della cultura e della vita sociale, dall’arte, al costume, alla politica. Se veramente “historia magistra vitae”, questa somiglianza del primo dopo guerra in Austria e in Germania con il ’68 dovrebbe indurre a riflettere.

4 Molto interessante, a questo proposito, è il volume di C. Moreck Sittengeschichte des Kinos, Dresden, 1926, e in particolare i capitoli Die Nacktheit im Film (pp. 144 ss.), Die Erotick im Film (pp.156 ss.), Die pornographische Film (pp. 172 ss.), ‘Aufklärungsfilm’ und ‘Animierfilm’ (pp. 184 ss.).

5 E’ degno di nota il fatto che Freud fosse austriaco, cioè di una nazione in cui più forte era il dissidio tra l’esteriore rigidità dei costumi – specialmente femminili – e la dilagante corruzione.

6 Ms A p. 3.

7 Ms B p. 16.

8 Ms A p. 5

9 Ms C p. 3.

10 Cf la traduzione italiana in S. Freud Opere Vol. V, Torino, 1972, pp. 407-430.

11 Ci sembra molto discutibile quanto afferma A. Plé  nel suo volume Freud e la morale (trad. dal francese), Roma, 1970, a proposito di questo articolo. “Fin dal 1908 Freud…” egli scrive, “con lucidità pari al coraggio, aveva attaccato la morale dell’opinione pubblica – che egli chiamava ‘morale culturale’ – del suo tempo e del suo ambiente, per mostrarne l’ipocrisia e i risultati nocivi per l’individuo e per la civiltà” (ivi p. 104). Molte affermazioni contenute in questo volume appaiono poco condivisibili. Si tratta tuttavia di uno studio assai interessante per l’argomento che affronta e per la conoscenza non comune dell’opera di Feud dimostrata dall’autore.

12 Cf A. Plé, op. cit., specialmente pp. 96-101.

13 Ms C p. 4.

Note al secondo capitolo:

1 F.W. Förster, Etica e pedagogia della vita sessuale (trad. del tedesco), Torino, 1911, pp. 68-69.

2 F.W. Förster, Autorità e libertà (trad. dal tedesco), Torino, 1910, p. 21.

3 Ms C p. 6.

4 Ms C p. 9-10.

5 Ms C p. 11.

6 Ms C p. 12-13.

7 Al tempo del Bonich il concetto di musica rimandava spontaneamente soprattutto a quella dei grandi maestri classici. Oggi si è invece imposto a livello di massa tutt’altro genere di musica, il quale è causa di emozioni che certamente vanno annoverate tra le organiche e non tra le superorganiche.

8 Ms C p. 16.

9 F.W. Förster, Etica e pedagogia della vita sessuale, cit., pp. 98-99.  

10 Ms C p. 18-19.

Note al terzo capitolo:

1 K.R. Popper – J.C. Eccles, The Self and its Brain, Berlin etc., 1977.

2 Op. cit., p. 362.

3 Ibid.

4 Cit. in op. cit., pp. 374-375.

5 Op. cit., p. 371. Corsivo nel testo.

6 Op. cit., p. 420. Come si può osservare, qui Eccles chiama ‘temporale’ il lobo che altrove definisce invece ‘parietale’. Altri testi lo chiamano comunemente ‘temporale’. Questa oscillazione terminologica deriva probabilmente dal fatto che l’area di Wernicke occupa una posizione intermedia tra i due lobi.

7 G. Lambertini, Anatomia dell’uomo, vol. V (Il sistema nervoso centrale), Napoli, 1963, p. 429.

8 K.R. Popper – J.C. Eccles, The Self and Its Brain, cit. p. 307.

9 Op. cit., pp. 335-336.

10 G. Lambertini, op. cit., pp. 371-373.

11 Op. cit. pp. 376-377.

12 Cit. in K.R. Popper – J.C. Eccles. Op. cit., p.374.

Note al quarto capitolo:

1 Ms D, p. 1. Secondo il Bonich anche gli atti coniugali naturalmente infecondi hanno sempre un rapporto con la generazione, sia come preparazione psico-organica ai rapporti fecondi, sia come ricordo di essi e rinnovo della socializzazione degli sposi tra loro e con la prole generata

2 Si parla qui esplicitamente di coniugi perché naturalmente l’unione perfetta trova la sua più piena realizzazione nel matrimonio monogamico.

3 Ms D, p. 3.

4 Ibid. p. 5.

5 Ibid. p. 7.

6 Ibid. pp. 8-9.

7 Ibid. p. 11.

8 F. W. Förster, Etica e pedagogia della vita sessuale, cit., p. 197.

9 Ms D, p. 12.

Note al quinto capitolo e alla conclusione:

1 Ms E p. 2.

2 Ibid. p. 4.

3 Ibid. p. 5.

4 A. Comte, Cours de Philosophie Positive, t. V, Paris, 1908, p. 175.

5 Ibid. p. 259.

6 Ms E, pp. 8-9.

7 F. W. Förster, Scuola e carattere (trad. dal tedesco), Torino, 1913, pp. 245-246.

8 Ms E, p. 11.

9 Non ci sembra inopportuno aggiungere la seguente considerazione: indipendentemente dal problema strettamente sessuale, il fatto che non si metta mai seriamente in discussione e anzi si favorisca il costume universalmente diffuso di lasciare che l’infanzia, e non soltanto l’infanzia, assorba passivamente per molte ore al giorno immagini artificiali o investa le proprie energie psichiche in giochi fantasmagorici prodotti da una tecnica raffinata, tanto da sostituire alla vita psichica personale e alle sue fonti naturali una vita fittizia, dimostra ancora una volta che la cultura moderna – come affermava il Bonich – considera la vita spirituale individuale una realtà indifferente, priva della dignità di fattore primo ed essenziale dell’ordine sociale, la quale pertanto non merita un’attenzione e una cura particolare – salvo ad essere poi sempre disponibile allo sfruttamento commerciale. Come si può negare che la scienza, offrendo in ciò senza alcuna remora il proprio supporto tecnico, si dimostri  totalmente subordinata all’imperante costume sociale ? E del resto si può certamente pensare che un ipotetico atteggiamento critico nei confronti di detto costume da parte della scienza sarebbe accolto con indifferenza e ostilità.