Dietro le quinte della scena politica

(inedito)

Tutti sono presi dalle dispute a dai pronostici politici, nazionali e internazionali, ma non sembra che vi sia grande attenzione su quanto avviene nel mondo della vita morale e del costume dei popoli. Ciò non è affatto una cosa nuova. Già da più di un secolo si va svolgendo un processo di corrosione e di ribaltamento di concezioni e di valori nella sfera etica più rilevante per il destino dei singoli e della società – processo linerae e continuato, che non è stato arrestato se non provvisoriamente neanche dalle guerre mondiali – ma sembra che l’opinione pubblica più diffusa non vi faccia alcun caso, come se si trattasse di un ambito indifferente alla sfera politica e ristretto esclusivamente all’intima vita personale.
Questa “diserzione della coscienza” è dimostrata anche dal fatto che per la maggior parte delle persone, anche colte, la cosiddetta “rivoluzione sessuale” è un fatto dei nostri giorni, un effetto secondario, e tutto sommato normale, dei rapidi cambiamenti che la moderna tecnica e la più diffusa e capillare democrazia hanno portato negli ultimissimi decenni.
Molti si stupiranno nell’apprendere che invece la “rivoluzione sessuale” ha più di cent’anni di vita – per non parlare degli antecedenti segni premonitori, che risalgono anche più indietro. Si può affermare che praticamente tutte le proposte oggi avanzate come “novità” adeguate ad un’etica appropriata all’uomo moderno erano già state fatte tra fine Ottocento e inizio Novecento, e non da figure anomale e sinistre come il Marquis de Sade, ma da autorevoli scienziati quali Forel o von Ehrenfels.
Già fin d’allora i responsabili della vita delle nazioni, presi da problemi apparentemente più urgenti e più connessi con gli interessi pubblici, non ritennero utile affrontare la questione della crisi della morale sessuale quale problema di loro stretta competenza.
Allora tuttavia da una parte il costume generale era ancora il grandissima misura ancorato alle venerabili tradizioni erditate dalle generazioni passate, e dall’altra non mancavano nel mondo della cultura voci attente al problema e capaci di interpretarlo con grande competenza e profondità. In questo senso certamente possiamo parlare di “novità”, anche se si tratta di una novità preparata da un lungo e costante processo di logoramento, che già era attivo un secolo fa: oggi, a differenza di allora, il costume generale si è per lo più emancipato dall’eredità delle generazioni passate – anche se su questa strada ci sono ancora molti passi da fare, passi che sembra ci si accinga a compiere rapidamente, con prospettive allucinanti – e nel mondo della cultura domina ormai la più grande confusione, tanto da dare l’impressione di una resa totale.
In questo panorama desolante a mio umile giudizio risalta con vivissima luce l’opera dimenticata, ma degna di ritornare al centro della pubblica attenzione, “Etica e pedagogia della vita sessuale” di Friedrich Wilhelm Förster, pubblicata nell’originale tedesco nel 1909, in seconda edizione, quasi triplicata rispetto alla prima, uscita nel 1907.
La prima cosa da osservare rispetto a quest’opera è il suo grandissimo valore profetico – valore di cui l’autore era perfettamente cosciente: egli infatti notava esplicitamente che i novatori del suo tempo non si rendevano conto della reale portata delle loro proposte, perché erano abbagliati, nei loro ragionamenti, dal perdurare, nei costumi e nelle idee, dell’influenza postuma della maestà degli antichi ordinamenti; ma poche generazioni avrebbero dato la dimostrazione tangibile delle reali implicazioni dei cambiamenti da loro promossi.
«Può darsi che la storia universale» egli scrive «ci prepari almeno per breve tempo e fino ad un certo grado questo salutare esperimento; la distruzione ed il disprezzo delle influenze religiose hanno senza dubbio ancor da raggiungere proporzioni immensamente maggiori; lo sfrenato soggettivismo d’una cosiddetta “etica autonoma” manifesterà sempre più chiaramente le sue più profonde conseguenze, dissolvendo tutte le verità degne sul serio di servir di legge all’uomo – e in connessione di ciò si vedrà diffondersi una spaventosa degenerazione: vizio e perversità non saranno più ristretti a determinate cerchie di persone, ma s’avanzeranno sfrenati calpestando le più venerande tradizioni, come un tempo Giulia, la figlia di Cesare, uscì dal suo palazzo per farsi prostituta di strada. Allora si vedrà che l’uomo si serve della sua cosiddetta ragione solo per essere più bestiale delle bestie, quando la sublime spiritualità della religione non sia lì a distogliere l’anima sua dal farsi serva dei sensi, non sia lì a destarla alla sua vera vita».
Non so se ha attirato l’attenzione dei politici o degli opinionisti una notizia diffusa, con comprensibile allarme, da alcuni siti cattolici. La si può leggere tramite questo link:

http://www.prolifenews.it/filosofia-e-morale/corrompere-bambino-farla-sembrare-cosa-buona/?fb_action_ids=10201934984206768&fb_action_types=og.likes&fb_source=other_multiline&action_object_map=%7B%2210201934984206768%22%3A1419690844919454%7D&action_type_map=%7B%2210201934984206768%22%3A%22og.likes%22%7D&action_ref_map=%5B%5D

Quale sia la reazione della cultura laica, o di quella cattolica impegnata in un troppo facile dialogo con il mondo moderno, di fronte a questa notizia non saprei immaginarlo. A me preme osservare che essa ci mostra il punto di arrivo di un lungo processo, e specialmente l’effetto ultimo di uno degli errori fondamentali che il Förster denunciava presente nelle idee già a suo tempo diffuse sulla pedagogia sessuale: l’idea che educazione – in tutti i campi, ma in questo in modo particolare – equivalga a istruzione intellettuale.
Egli scrive:
«Vorrei con la più grande energia mettere in guardia dall’esagerare il valore dell’insegnamento puramente intellettuale in questo campo. Cosa affatto caratteristica, nella nostra epoca di intellettualismo il movimento pedagogico-sessuale è cominciato coll’ “istruzione sessuale” (la cosiddetta Aufklärung), con un’azione cioè diretta puramente all’intelligenza. Per me l’idea, oggidì espressa con tanta unanimità, che la depravazione e la sovreccitazione sessuale della moderna gioventù siano il risulatto di un’imperfetta conoscenza della questione sessuale, è un errore seriamente pericoloso della pubblica opinione; la vera e sola causa di questi mali sta nella spaventosa decadenza dell’educazione del carattere, e nella generale frenesia di godere dei nostri tempi. Che importanza può avere qui il semplice insegnamento?
«Se l’uomo non è educato ad una visione superiore della vita, l’insegnamento può tutto al più destare in lui la curiosità di sapere anche le cose che gli vengono taciute. Inoltre. agli entusiastici del semplice insegnamento delle cose sessual si possono ripetere le parole che Ovidio fa dire dalla sua Medea: Video meliora proboque – deteriora sequor… “Vedo il meglio e lo approvo, e tuttavia mi sento attratto verso il peggio”. La semplice conoscenza delle cose sessuali non ci difende affatto, se la violenza degl’impulsi inferiori non viene prevenuta con una universale e sistematica educazione del carattere, e piu che tutto con una vigorosa ginnastica della volontà. Il preparare la volontà a far fronte all’istinto sessuale, quando si desterà, è mille volte più importante della preparazione intelletuale. Anche il più esteso sapere intorno all’igiene ed ai pericoli sessuali non serve a nulla, quando l’uomo, nell’istante della tentazione, non abbia la forza di agire in conformità di esso. Perciò la difesa della gioventù contro il pericolo sessuale è piuttosto una questione di forza che una questione di sapere (…) La pedagogia sessuale dev’essere in primissimo luogo pedagogia della volontà (…) L’espressione “pedagogia sessuale” è pericolosa, in quanto suggerisce l’idea che per tal campo si debba usare un trattamento speciale. Data però la natura particolare di esso, il migliore trattamento consiste precisamente nel distiglierne il pensiero dei giovani. Perciò la migliore pedagogia sessuale è quella che delle cose sessauli dice solo il più stretto necessario, e che per contro sa destare tutte quelle energie del carattere e quelle abitudini, che di per se stesse mettono il giovane nella giusta disposizione di spirito di fronte ag’istinti che in lui si vanno destando».
Certamente questa troppo breve citazione desterà lo scandalo nei moderni seguaci dell’Auklärung. Essa tuttavia può dare almeno un’dea della profondità e della forza del pensiero del Förster e può risvegliare la curiosità di conoscere un volume a cui non manca certamente una grande originalità.
E’ interessante osservare che la battaglia del Förster contro l’intellettualismo di stampo illuminstico, proprio di quella modernità a cui ancora anche noi apparteniamo, coinvolge anche il suo giudizio verso l’insegnamento religioso del suo tempo – e non credo che sostanzialmente il giudizio sarebbe diverso sul quello del nostro tempo. Sebbene il Förster prendesse subito posizione in favore delle condanne espresse in quegli anni dall’autorità ecclesiatica contro il modernismo, egli però nello stesso tempo giudicava l’insegnamento uffciale della religione troppo astratto e intellettualistico, e perciò da una parte inadeguato a rispondere a quelle esigenze, in se stesse giuste, che avevano portato alle deviazioni moderniste, e dall’altra incapace di affrontare la crisi religiosa dei nuovi tempi.
«Se v’è qualche cosa» egli scrive altrove «che possa essere considerato come la condizione più importante per comprendere la religione, è in ogni caso unicamente questo destarsi di tutta l’anima. La conoscenza di sé è il vero mezzo per questo risveglio delle nostre energie psichiche. Certo vi concorre pure l’intelletto, ma non è allora a deduzioni astratte ch’esso si rivolge, bensì alla più concreta osservazione della vita reale in noi e attorno a noi, del dissidio della nostra volontà, dei più profondi motivi d’ogni nostra azione ed omissione, delle cause d’ogni nostra illusione».
E cita il seguente testo di Robert Saitschick:
«Molto al di sopra del sentimento e dell’intelletto domina la visione interiore – qui è anche la fonte delle più profonde azioni creatrici, la fonte della luce, che brilla più chiara, più viva, e incomparabilmente più sicura di ogni luce dell’intelletto. Non dalle definizioni dell’intelletto trassero gli apostoli del Cristianesimo la loro forza invincibile, non dalla luce fredda e uniforme dei concetti venne a loro l’incrollabilità della fede, non l’intellettualismo livellatore diede ad essi il fascino dell’intima ispirazione, la determinatezza dello scopo, la sicurezza in vita e in morte (…) Solo quando tutte le forze dell’anima sono in noi divenute mature per la contemplazione, per la volontà purificata e pel vero amore, noi possiamo riconoscere nella sua essenza la verità cristiana; allora per la prima volta essa diviene un nostro inalienabile e saldo possesso, e allora anche il nostro intelletto trova per essa la più calzante e sicura espressione».
A mio umile giudizio, come mi sembra dimostrato dall’oblio in cui è caduta l’opera del Förster, la sua lezione ancora non è stata ascoltata dalla Chiesa e, nonostante i lodevoli tentativi, nell’insieme si è continuato, e si continua, nella formazione religiosa, con sistemi fondamentalmente intellettualistici. E ad essi fa necessariamente riscontro un’estrema debolezza nell’affrontare la crisi sessuale e le sfide che, con sfacciata arroganza, in questo campo vengono fatte alla Chiesa.
Mi sembra infatti che, nell’ambito della sessualità e dell’educazione sessuale, per lo più la Chiesa si ponga sul terreno degli avversari, cioè sul terreno di un unilaterale intellettualismo. Anche per i cattolici sembra che la via maestra in questo campo sia l’Aufklärung, se pure una Aufklärung che intende essere estremamente rigorosa e non influenzata da bassi desideri umani o da ideologie, interessi o pressioni politiche o commerciali. Quest’ultima esigenza è a mio giudizio estremamente lodevole, ma finisce per essere inadeguata allo scopo e destinata spesso a soccombere per essersi posta appunto sul terreno sbagliato della formazione esclusivamente intellettuale.
Un spiegazione catechistico-scolastica sui fattori psico-fisici della realtà sessuale, sui pericoli degli abusi, sui doveri sociali ad essa connessi, come potrebbe da sola risvegliare nel giovane la forza interiore necessaria per dominare l’irruzione degli istinti nascenti che con prepotenza si impongono con il traboccante sviluppo dell’organismo? E di fronte all’arroganza di una propaganda sessuale che non risparmia ormai nessuna fascia di età, come si può pretendere che alcune semplici lezioni sugli astratti doveri religiosi e civili possano avere un effetto preventivo realmente efficace? Giustamente, a mio giudizio, il Förster afferma che la vera difesa contro l’abuso della sessualità sta nel formare forti caratteri, rinvigoriti dalla coscienza che la vera felicità non è un bene a buon mercato, ma si conquista attraverso la preghiera, il lavoro, lo studio, l’amore purificato da ogni autocompiacente egoismo. Per questo egli giustamente rileva che l’educazione migliore non è quella che, con lunghe lezioni sul sesso, non fa che attirare l’attenzione e la curiosità su di esso, ma piutosto quella che distoglie da esso l’attenzione, rivolgendola ad oggetti che sappiano risvegliare le più sane passioni della gioventù.
Inoltre la teoria scientifica troppo facilmente finisce per dare un rilievo quasi esclusivo ai fenomeni fisici e a quelle che, in questa prospettiva, appaiono come “esigenze” – salvo poi a voler restringere queste ultime con regole ricavate principalmente da un’astratta considerazione dei doveri sociali,
In tal modo non si favorisce, come invece sarebbe auspicabile, lo sviluppo di una forte vita spirituale personale capace di imporsi all’effervescenza della vita dei sensi, ma si tende piuttosto a creare una sorta di artificiale costrizione di quella che viene spontaneamente sentita come la vita più personale entro regole esteriori. In questo i difetti dell’educazione religiosa sono assai simili a quelli dell’educazione laica, con la differenza che le regole di quest’ultima sono assai più labili e confuse.
In mancanza di una forte coscienza morale e di una vigorosa vita spirituale personale, necessariamente le vita dei sensi, con tutte le sue perentorie esigenze, si impone, mentre il dominio della volontà si illanguidisce.
Notava il Förster che mai come ai suoi – e nostri – tempi si era giunti ad una conoscenza così approfondita delle funzioni fisiche dell’uomo, ma che mai, nello stesso tempo, l’uomo aveva ceduto le armi della sua volontà alla dinamica delle proprie condizioni organiche. Questo cedimento alle “condizioni organiche” agli occhi del Förster finisce per privare chi è affetto da sovreccitazione patologica del mezzo più efficace di guarigione, che consiste nel risveglio delle proprie forze spirituali e nel vigore della volontà. Ma nello stesso tempo rischia di consegnare alla patologia anche le persone “normali”.
In questa situazione sarebbe compito non solo religioso, ma anche civile della Chiesa ritrovare, nella formazione catechistica, le sue profonde ispirazioni di eroismo spirituale, di autoimmolazione e mortificazione del proprio io carnale per un ideale superiore.
«La religione della croce» scrive il Förster «ha sempre ravvivato anche nel campo sessuale lo spirito del sacrificio e della sublime dedizione, ha preservato, fecondato e raffermato, di fronte alla pura sensualità, tutti quei sentimenti sociali-altruistici che sono strettamente connesi con la sfera sessuale – mentre l’unilaterale razionalismo per la più intima sua natura deve rigettare il sacrificio precisamente come deve rigettare l’ “al di là” – ed anche se in teoria lo riconosce, in pratica non potrà mai svolgere nel mondo interiore alcuna vitale energia, perché l’intero ordine d’idee quivi già esistente lo sospinge in un’altra direzione».
Quando dunque si pretende di affrontare il mondo misterioso e affascinante della sessualità con la sola Aufklärung, per quanto purificata da esagerazioni e morbosità, troppo facilmente si finisce per aprire la strada a rovinosi cedimenti, verso i quali alla connivente indulgenza della cultura laica fa riscontro l’unilaterale accentuazione della “misericordia verso la debolezza umana” della cultura ecclesiastica. Non si corre così il pericolo di consegnare intere generazioni a patologie nervose?
Un risveglio, nella gioventù in formazione, della forza spirituale e dell’esercizio gioioso della volontà appare dunque interesse comune della religione e della civiltà e il cambiamento di mentalità richiesto dalle tragiche sfide dei nostri giorni coinvolge ambedue gli ambiti nell’esigenza di un sostanziale condiviso ripensamento di finalità e metodi educativi.

* * *
Con queste brevi note ho voluto richiamare quanti hanno una responsabilità culturale – ma anche politica! – verso la società, non solo a riscoprire l’opera, per me attualissima, del Förster, ma anche e soprattutto a riconoscere l’altissimo e fondamentale ruolo, nel destino dei popoli, dei problemi psichici e religiosi coinvolti nella vita sessuale e amorosa del genere umano, dalla quale dipende la generazione della vita e perciò l’intero nostro avvenire.
Non mi illudo però di aver attirato neanche l’attenzione di chi ormai da molto tempo ha disertato, in questo campo, le proprie responasbilità e ha ceduto ad altri le redini di un ambito che è fin troppo comodo considerare esclusivamente “privato”.

Il volume di F.W. Förster “Etica e pedagogia della vita sessuale” è disponibile online, tramite il seguente link: http://www.orsinionline.it/Foerster/Etica_e_Pedagogia.pdf

(di Don Massimo Lapponi)

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