«Dio mio! Dio mio! Perché mi hai abbandonato?!» Meditazione per il Venerdì Santo

Provare ad accostarsi al mistero del mondo interiore di Cristo è un passo che non può essere fatto se non in punta di piedi e con la massima discrezione. Sia che si segua la dottrina tradizionale – che personalmente decisamente prediligo – secondo la quale il Figlio di Dio usufruiva della visione interiore del Padre, sia che si preferisca seguire le moderne teorie, che, presumendo la mancanza di detta visione, parlano di una vera esperienza di “fede” in Cristo, rimane per noi un impenetrabile mistero la coscienza umana di chi, come crediamo, congiunge la natura umana e la natura divina nell’unica Persona del Verbo increato.
Quale che sia l’interpretazione che pensiamo di dover seguire, in ogni caso rimane fondamentale in Cristo la sua esperienza umana, e quindi lo sviluppo di una coscienza, la quale, dal momento della sua concezione, acquisisce gradatamente il senso della sua figliolanza, nei riguardi del Padre celeste, attraverso la mediazione dell’amore materno – e di quale amore materno!
In questo possiamo pensare che l’esperienza di Cristo non fosse qualitativamente diversa dall’esperienza di ogni essere umano, il quale, generato da un atto di amore cosciente e nutrito e custodito dallo stesso amore attraverso lunghi anni, acquisisce, per il tramite dell’amore che lo ha generato, accompagnato e protetto, il senso di una paternità che va al di là dell’umano e si apre all’intuizione di una Provvidenza sopraterrena che sempre lo avvolge.
Se in molti casi con il passare degli anni questa intuizione si affievolisce fino a scomparire, viene sempre il momento in cui, di fronte alla perdita di ogni speranza e al pericolo di vita, si risveglia il grido dell’anima, in cui si fondono insieme le invocazioni: “Mamma mia!” e “Dio mio!”.
Non sempre, però, l’intuizione della paternità divina si offusca. Vi sono persone privilegiate in cui essa rimane viva per tutta l’esistenza e, anzi, si sviluppa in una sempre maggiore coscienza della Provvidenza che accompagna la vita umana.
Se ciò può avvenire in uomini particolarmente dotati e sensibili, tanto più dobbiamo essere certi che sia avvenuto in Cristo. Infatti il Vangelo testimonia una costante e profonda intimità di Cristo con il Padre «che vede nel segreto» (Mt 6, 6):
«Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4, 34).
E dobbiamo aggiungere che scopo essenziale della missione di Cristo appare essere la trasmissione a tutti gli uomini della medesima figliolanza che egli possiede per natura e che sperimenta, come Figlio dell’Uomo, attraverso la sua esperienza terrena:
«Voi, dunque, pregate così: Padre nostro che sei nei cieli…» (Mt 6, 9).
Se, come uomo, Cristo ha avuto un’esperienza interiore della paternità di Dio, mediata, come quella di ogni essere umano, dalla maternità e paternità umana, possiamo ben credere che, insegnandoci a dire «Padre nostro che sei nei cieli», egli non abbia voluto in alcun modo diminuire il valore, la dignità e il ruolo indispensabile dell’esperienza della paternità e maternità terrene. Al contrario, sembra di poter dire che egli abbia assunto la natura umana proprio per purificare e santificare la generazione terrena e renderla, così, tramite della generazione sopraterrena. Se per fede sappiamo che quest’ultima avviene con il battesimo, possiamo tuttavia pensare che il sacramento venga quasi a coronare ciò che l’umana generazione – tanto più se attuata attraverso un amore cosciente, indirizzato al bene e santificato – in qualche modo adombrava. In questo senso cade ogni obiezione contro il battesimo conferito ai neonati.
Ma se questa santificazione della generazione, e la conseguente universale diffusione della figliolanza divina ad ogni creatura umana, risplendono quali mete sublimi della missione di Cristo, dobbiamo aggiungere che ad esse si oppone, fin dall’inizio, la volontà perversa dell’uomo:
«Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 34-35).
Giuseppe Ricciotti commentava l’espressione «segno di contraddizione» citando i versi di Alessandro Manzoni:

«Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor».

E, dato che l’«inestinguibil odio» riguarda non solo Cristo, ma anche colei che doveva farsi tramite della figliolanza divina, come per il suo proprio figlio, così anche per tutto il genere umano, la profezia, rivolta a Maria, aggiunge:
«E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2, 35).
È l’oscura notte dell’uomo, quando, in larga misura per sua scelta, si spegne nel suo spirito la luce della paternità e della maternità e quando, perciò, si spegne anche la luce della divinità – luce divenuta consolatrice ineffabile attraverso il calore della paternità – mentre per riflesso si spegne necessariamente anche la luce della fraternità tra gli uomini.
È questa la notte oscura in cui l’umanità rischia sempre di precipitare.
Forse oggi il rischio si aggrava maggiormente, se si è giunti ad affermare che la maternità è un «concetto antropologico» che si può impunemente soppiantare con pratiche alternative. E se l’esempio della vera maternità e paternità manda ancora la sua luce su chi pretende di surrogarlo, chi può escludere – in tempi in cui ogni impossibile sembra divenuto possibile – che la surrogazione divenga la norma generale e perciò la luce dell’esempio originario si offuschi fino a scomparire?
Ma in questi giorni santi, in cui siamo certi che un diluvio di grazie divine discenda su tutto il genere umano, funestato da tante tragiche sventure e da tante follie, risplende luminoso l’esempio di colui che, a nome e a beneficio di tutti gli uomini, ha voluto in se stesso sperimentare per primo l’offuscamento della presenza del Padre nella sua anima:
«Dio mio! Do mio! Perché mi hai abbandonato?!» (Mt 27, 46).

di Don Massimo Lapponi

Annunci