Due riflessioni attuali

Appartenenza e privilegio

Mi si permetta un’analogia molto eloquente.
L’Unione Europea è costituita da stati nazionali che condividono alcuni principi fondamentali del vivere civile, sviluppatisi attraverso una lunga storia politico-culturale e che possiamo ora, per comodità, definire con la parola, da precisare e approfondire ulteriormente, “democrazia”.
Appartenere all’Unione Europea implica certamente dei privilegi, ed è per questo che molti stati nazionali ambiscono ad esserne membri. Tuttavia questa appartenenza, e i privilegi connessi, presuppongono, da parte di chi intende acquisirli, la perfetta condivisione dei principi basilari su cui la stessa Unione Europea si fonda. Dunque, uno stato nazionale il quale pretenda di essere ammesso all’Unione Europea senza però possedere, e senza volere e/o poter possedere, i principi basilari propri della tradizione democratica occidentale, non potrebbe legittimamente lamentare di essere discriminato, se – come è giusto – la sua richiesta di appartenenza viene respinta.
Se si facesse altrimenti, infatti, o si avrebbero membri dell’unione Europea di seria A e di serie B – e ciò sarebbe una singolare discriminazione – ovvero necessariamente bisognerebbe mutare i principi basilari su cui si fonda l’Unione Europea. Mutando questi principi, gli stati membri non potrebbero più veder salvaguardate dagli organismi centrali dell’Unione Europea le proprie tradizioni democratiche, cosicché, ad esempio, nel caso di una controversia tra uno stato democratico e uno stato non democratico, i titoli derivanti dallo statuto democratico del primo non avrebbero alcun peso. Il risultato inevitabile di questa situazione sarebbe, infine, la de-democratizzazione dell’Unione Europea.
Applichiamo ora questa analogia alla pretesa delle coppie omosessuali di essere accolte, con piena, o velatamente piena, equiparazione nella realtà sociale costituita dalle famiglie naturali. Ovviamente questa appartenenza implica dei privilegi. Ma detti privilegi, analogamente al caso dell’Unione Europea, scaturiscono dai dati fondamentali su cui si fonda la famiglia naturale. Se, dunque, la coppia omosessuale non possiede, e non può possedere, detti dati fondamentali, non ha il diritto di lamentare una discriminazione a suo riguardo al momento in cui la sua richiesa di equiparazione venga respinta.
Se, infatti, si facesse altrimenti, o si avrebbero famiglie di seria A e di serie B – e ciò costituirebbe un’assai singolare discriminazione – ovvero bisognerebbe necessariamente mutare i caratteri fondamentali della famiglia. In tal caso lo stato non potrebbe privilegiare in alcun modo quei dati che, per natura e tradizione, costituiscono in modo incomunicabile il proprio della famiglia naturale. Se, perciò, dovesse sorgere una controversia tra una famiglia naturale e una famiglia omosessuale, ad esempio sull’affido dei minori, la circostanza del legame generativo tra la madre naturale e il generato non potrebbe avere alcun peso nella valutazione della pubblica autorità, dal momento che si è equiparato senza residui – per evitare la classificazione di serie A e di serie B – il rapporto genitoriale naturale con il rapporto genitoriale convenzionale. E, anche in questo caso, il risultato inevitabile sarebbe la de-naturalizzazione della famiglia.
A questo punto chi sarebbe discriminato?

Un ulteriore approfondimento

Due omosessuali che adottano un bambino non fanno che imitare la famiglia naturale. E infatti vogliono sostituirsi ai ruoli di papà e mamma e si fanno chiamare “genitori”, pur senza esserlo. Il fatto stesso che ambiscono ad essere considerati una famiglia con gli stessi diritti della famiglia naturale è la prova che ad essa fanno riferimento e a nient’altro. Se la loro non fosse un’imitazione, ma qualcosa di radicalmente originale, che scaturirebbe non dalle funzioni dei sessi naturali, ma da una loro originale natura, non dovrebbero in alcun modo esemplarsi sulla famiglia naturale e perciò rinunciare alle qualifiche e alle funzioni di “genitori”. Se invece non lo fanno e adottano figli, può avvenire – chi lo nega! – che in più casi l’imitazione riesca fino ad un certo punto e che possa dare risultati a prima impressione favorevoli. Ma si tratta, appunto, di un’imitazione, che conferma l’originaria bontà insostituibile del modello. Ora, un’imitazione, per quanto possa a prima vista funzionare, è qualche cosa che non si regge e che a lungo andare non può non far sentire che la nostalgia che li ha spinti a ricalcare il modello primitivo era perfettamente giustificata. Infatti i guasti di situazioni innaturali e forzate potrebbero, almeno in certi casi, non manifestarsi alle prime generazioni, quelle cioè in cui è ancora forte l’influsso del modello originario. Ma molto presto il modello non darà più la sua luce postuma. Allo stesso modo per molto tempo le tradizioni religiose hanno continuato ad irradiare una società allontanatasi dalla fede. Ma dopo qualche generazione lo vediamo sotto i nostri occhi che cosa realmente significhi un mondo senza Dio. Evidentemente non siamo soddisfatti e vogliamo vederlo ancora meglio.

di Don Massimo Lapponi

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