E’ bello per noi stare qui (Mc 9, 5)

(inedito)

«La Chiesa “prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (S. AGOSTINO, De civ. Dei, XVIII, 51, 2: PL 41, 614)» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Dogmatica sulla Chiesa “Lumen Gentium”).
Queste parole di S. Agostino riportate dal Concilio ci ricordano che la consolazione di Dio non manca mai nella vita cristiana e che perciò quest’ultima non si limita a collocare la sua gioia in una vita futura nell’al di là.
Se il mistero della croce segna in modo indelebile l’esperienza terrena di Cristo e dei suoi seguaci, i quali sono esplicitamente invitati a prendere la propria croce e a seguirlo rinunciando a se stessi, fa parte del cammino di Cristo e degli apostoli verso Gerusalemme e verso il Calvario anche la misteriosa esperienza della Trasfigurazione. E’ dottrina comune degli esegeti che questo contatto con la realtà sovrumana del “secolo venturo”, in qualche misura anticipato nella visione di Cristo trasfigurato nella gloria del Padre, avesse proprio la funzione di confortare gli apostoli in vista della prova suprema della crocifissione. Ora il mistero della Trasfigurazione non è limitato all’episodio evangelico, ma estende la sua consolante presenza attraverso i secoli nella vita cristiana e nella storia della Chiesa e del mondo.
Ma cerchiamo di comprendere meglio il senso di questa presenza.
Dal momento dell’Incarnazione Dio non è più soltanto nell’alto dei cieli, ma vive con noi sulla terra: è l’Emmanuele, il Dio-con-noi. E la conclusione del vangelo di Matteo riecheggia solennemente il senso suggerito dal titolo di Emmanuele attribuito al Bambino Gesù all’inizio della narrazione:
«Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Questa presenza del Figlio di Dio nella carne, che si perpetua per tutti i secoli, oltre a rinnovare tra noi i misteri della sua vita terrena, riflette anche lo splendore del suo stato glorioso, anticipato in qualche modo anche per noi, come lo era stato per lui, nel corso della sua vita mortale, al momento della Trasfigurazione.
Così attraverso la comunione con Cristo, la vita divina rifluisce nella nostra vita umana, e ci rende partecipi dei misteri della sua vita terrena – come quelli che, nel rosario, vengono detti gaudiosi, luminosi e dolorosi – e dei misteri della sua vita celeste – come quelli detti gloriosi – dei quali ci viene offerta fin da ora un’esperienza anticipata. Così la Trasfigurazione non è qualcosa che riguardi esclusivamente la persona di Cristo o che rimanga confinata nel ricordo della sua vita terrena. Al contrario, essa si rinnova attraverso i secoli nella vita e nell’esperienza dei credenti: è una “consolazione” che ha un suo carattere proprio, inscindibilmente legato alla meravigliosa novità del mistero dell’Incarnazione.
Santa Teresa del Bambin Gesù si avvicinò gradualmente ad intuire qualcosa di questa ineffabile espansione della Trasfigurazione nella storia del mondo, pur con i limiti propri della cultura religiosa del suo tempo.
Fin dell’infanzia ella si sentì attratta dalla patria celeste, e nella soffusa musicalità che risuona nella sua prosa, e ancor più nei suoi versi – spesso apparentemente poveri, e tuttavia quasi sempre sublimi – quasi ad ogni passo si avverte il riecheggiare del nostalgico canto dell’esilio. Questo tratto caratteristico della sua sensibilità religiosa rende ancora più drammatica la tragica “prova della fede” che ella attraversò negli ultimi mesi della sua vita, durante la quale, mentre il suo corpo era straziato dall’inesorabile progresso della tubercolosi, alla sua anima la patria celeste, a cui ella aveva sempre aspirato e la cui luce fino ad allora era discesa a illuminare il suo esilio terreno, si nascondeva dietro un’impenetrabile cortina di tenebre.
Ma proprio in questo periodo le si svelò un aspetto nuovo del mistero cristiano: l’aspirazione alla patria celeste era certamente un tratto fondamentale della vita di fede, ma il cielo e la vita beata dei santi con Cristo non erano realtà estranee a questa nostra vita terrena. Questo aspetto non era molto sentito dalla cultura religiosa del suo tempo e la santa stessa non riesce ad esplicitarlo in tutta la sua pienezza. Tuttavia esso perviene ugualmente a farsi strada nella sua coscienza nell’ultimo periodo della sua vita.
Il suo modo di comprenderlo si manifesta nell’intuizione che la sua missione sulla terra non finirà con la morte: ella continuerà ad essere presente nel mondo, come Gesù, senza alcun limite di tempo:
« Se il buon Dio esaudirà i miei desideri, il mio cielo scorrerà sulla terra sino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio cielo e fare del bene sulla terra».
E nell’ultima delle sue “récréations pieuses” ella mette in bocca al giovane San Stanislao Kostka queste parole:
«Io non rimpiango nulla sulla terra, e tuttavia ho un desiderio… un desiderio così grande che non potrei essere felice in cielo se esso non fosse realizzato… Ah, mia cara Madre, ditemi che i beati possono ancora lavorare per la salvezza delle anime… Se non posso lavorare in paradiso per la gloria di Gesù, preferisco restare nell’esilio e combattere ancora per lui!..».
Il limite della cultura del suo tempo appare nelle parole: «per la salvezza delle anime». E tuttavia si intravede nelle altre parole, riecheggianti quelle del Vangelo, «il mio cielo scorrerà sulla terra sino alla fine del mondo» l’intuizione – con la quale gli angusti schemi della religione ottocentesca vengono di colpo spazzati via – che l’uomo, anche se reso partecipe della natura divina, è per sempre legato alla sua condizione terrena, come è confermato dal dogma della resurrezione della carne. Ma la sua condizione terrena, come verrà glorificata dalla resurrezione finale, così ora viene in qualche modo trasfigurata dalla partecipazione alla vita celeste. E dove appare maggiormente questa trasfigurazione se non nella vita dei santi? E non solo quando essi sono ancora nell’ “esilio” di questa vita mortale, bensì anche in quella loro particolare “Fortleben” di cui gli ultimi scritti di Santa Teresa costituiscono una testimonianza così eloquente: «voglio passare il mio cielo e fare del bene sulla terra».
Ma questa loro postuma presenza come si realizza? Sarebbe impossibile spiegare in modo esaustivo un mistero così immenso. Sembra tuttavia utile attirare l’attenzione su un aspetto di esso più visibilmente legato alla dottrina dell’Incarnazione e della sua espansione nella vita del mondo.
Come l’Incarnazione di Cristo necessariamente si è realizzata attraverso la nascita da una Madre, e poi attraverso la vita di un figlio di famiglia e la vita di un uomo maturo, e perciò attraverso sentimenti, azioni, luoghi, strumenti, quali testimoni, mezzi ed espressione di una presenza, così tutte le vite umane rese partecipi della santità divina necessariamente lasciano la loro impronta in sentimenti, azioni, luoghi e strumenti, espressioni della loro presenza nel mondo.
Vorrei ora fermare l’attenzione suoi luoghi.
Ho saputo recentemente che San Benedetto è anche patrono degli architetti. La spiegazione di questo fatto è semplice: l’ “architetto” di una vita comunitaria in cui si realizza la promessa «fatta ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni» (Lc 1, 73-75) necessariamente dovrà architettare anche l’edificio adatto alla realizzazione di questa vita, socialmente e stabilmente santa. Certamente ogni genere di santità lascia la sua impronta nel mondo, ma il monastero – benedettino, carmelitano o di qualsiasi altra osservanza – sa conservarla in modo particolare.
Nella vita monastica i religiosi o le religiose non hanno proprietà personale, e perciò alla loro morte la loro eredità non si disperde tra i diversi eredi. Inoltre la vita monastica nei suoi tratti essenziali non muta, e perciò i monasteri conservano attraverso i secoli le chiese, le cappelle, i cori per la preghiera, i leggii, gli inginocchiatoi, i chiostri, i refettori, gli ambulacri, le biblioteche, gli archivi, le suppellettili sacre, le sculture, le pitture, i libri corali, le melodie, le tradizioni, il ricordo sempre avvertibile di quanti sono vissuti santamente tra le loro mura. Non sono questi mezzi e strumenti in cui si imprime e attraverso i quali si perpetua l’incarnazione della santità e la sua sempre rinnovata presenza nel mondo? E non potremmo suggerire che in gran parte proprio attraverso questa presenza, così suggestiva per i nostri sensi, i santi «passano il loro cielo a fare del bene sulla terra»?
Anche quando religiosi indegni sembrano aver profanato irrevocabilmente un monastero, le pietre stesse in cui è rimasta scolpita la vita santamente “architettata” dei loro più degni predecessori sono lì a richiamarla in vita. Chi si accosta a quel luogo con sentimenti di religiosa commozione, non può non avvertire il richiamo di un’ “architettura” che possiede una voce possente, la quale sembra ripetere, quasi fosse un’eco dell’eternità: “Chi verrà a vivere la vita per la quale sono state così disposte queste pietre? Non è essa una vita sublime? Non è destinata a rivivere perpetuamente? Non è la trasfigurazione, la consolazione celeste che accompagna le persecuzioni e le tribolazioni della misera vita terrena? L’architetto San Benedetto ha eretto le tre tende auspicate da San Pietro: una per Cristo e le altre per i suoi santi e profeti. Venite ad occuparle! Anche voi esclamerete con il principe degli apostoli: «E’ bello per noi stare qui!»”.

di D. Massimo Lapponi

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