EBBOK: GLI ORIZZONTI LONTANI romanzo di Don Massimo Lapponi

(Ultimato il 13 novembre 2014)

Un viaggio imprevisto

La professoressa di matematica stava per dare inizio alle interrogazioni, quando qualcuno bussò alla porta dell’aula scolastica.
“Avanti!” esclamò la professoressa seccata.
“Permesso?” disse la vicepreside entrando nell’aula con un sorriso timido. “Mi scusi, professoressa” aggiunse avanzando verso la cattedra. “Ho una comunicazione importante per gli studenti”.
Vedendo la vicepreside la professoressa si rabbonì.
“Prego! Le pare? Ragazzi, in piedi!”
“Comodi, comodi! State pure ai vostri posti! Ho una comunicazione per voi. Quest’anno avete gli esami di maturità. Oltre alla preparazione più strettamente scolastica, abbiamo pensato, con il consiglio di istituto, di offrirvi la possibilità di fare un’esperienza con studenti e culture di altre nazioni. A questo scopo siamo riusciti ad organizzare viaggi di quattro giorni in diversi stati europei. Ciascuno di voi può scegliere tra le diverse offerte che vi proponiamo. I viaggi avranno luogo dal quattro al sette aprile e la spesa sarà molto contenuta e sarà certamente accessibile a tutte le famiglie. Potete scegliere liberamente tra le tre possibilità che offriamo. Possibilmente cercate di accordarvi in modo che i tre gruppi abbiano più o meno lo stesso numero di aderenti. La prima destinazione è l’Ungheria, dove ci siamo accordati con una scuola di Budapest. La seconda è la Danimarca, dove sarete ospiti di una scuola di Aalborg. Infine c’è un’offerta da parte di una scuola di Dundee in Scozia. Ora dunque tocca a voi decidere, dopo averne parlato, naturalmente, con i vostri professori e con le vostre famiglie. Entro sabato fatemi avere la risposta”.
Appena la vicepreside ebbe finito di parlare, nella classe si scatenò un putiferio. Tutti gli studenti e le studentesse parlavano insieme per chiedere ulteriori informazioni sulle proposte di viaggio e per scambiarsi tra loro impressioni e progetti.
Quando, con grande difficoltà, le professoresse riuscirono a ristabilire la disciplina e il silenzio, la vicepreside concluse:
“Dunque, ragazzi, ora aspettiamo di sapere le vostre decisioni. Se volete altri particolari, rivolgetevi pure a me, ma al di fuori degli orari scolastici. Ora riprendete pure la lezione. Abbiamo sottratto anche troppo tempo alla professoressa”.
Uscita la vicepreside, la professoressa incominciò le interrogazioni. Ma ben presto, avvedendosi che tutti erano ormai troppo distratti per l’eccitazione causata dalla notizia dei viaggi, decise di interromperle e avviò una discussione con gli studenti sui vantaggi delle diverse mete proposte dalla vicepreside.
Finita la lezione, i ragazzi continuarono a discutere animatamente tra loro dividendosi ben presto in tre gruppi in base alle preferenze per l’una o per l’altra meta.
“Io” esclamò Vittoria eccitatissima “ho già deciso per la Scozia! E spero di riuscire a far venire anche Margaret!”
“Anch’io vengo con te!” esclamò Caterina riecheggiata da altre compagne. “Ma non credo che Margaret potrà venire”.
“Non è detto! La suo scuola potrebbe darle il permesso!”
La conversazione proseguì con grande animazione fino a quando il suono della campanella diede inizio alla successiva ora di lezione.
La professoressa di italiano entrò in classe e i ragazzi ripresero i loro posti. Ma stare attenti alle spiegazioni non era facile: tutti già sognavano meravigliose avventure in terre lontane.
Quando finalmente suonò la fine dell’ultima ora di lezione, ragazzi e ragazze si precipitarono fuori della classe impazienti di comunicare la novità alle loro famiglie.
Giunte in strada, Vittoria e Caterina continuarono per un po’ a parlare dei loro progetti per il viaggio in Scozia. Poi finalmente si salutarono e si avviarono velocemente verso casa.
Vittoria era impaziente di telefonare in Inghilterra alla sua amica del cuore Margaret per provare a convincerla a partecipare anche lei alla gita in Scozia. Capiva che la cosa non era facile, ma voleva tentare tutto il possibile. Trascorrere quattro giorni in Gran Bretagna senza la compagnia di Margaret? Assolutamente impensabile!
Giunta a casa, dopo aver riferito alla madre, con grande eccitazione, l’iniziativa della scuola, si precipitò al telefono e chiamò la sua amica di Reading. Ma dovette riattacare quasi subito il microfono con aria delusa: Margaret non era ancora rientrata!
“La chiamerai dopo pranzo! Su! Ora vieni a mangiare!” le disse la madre, sorridendo in cuor suo per l’ingenuità ancora un po’ infantile della figlia, con tutti i suoi diciott’anni.
“Allora!” le disse quando furono a tavola. “Sei proprio decisa per la Scozia?”
“Me lo domandi? Così spero di rivedere Margaret!”
“Ma sei sicura che potrà venire? Io non ci farei tanto affidamento!”
“Oh! Voi adulti siete sempre prosaici e pessimisti!”
“Non è questione di essere pessimisti! Margaret ha la sua scuola, che non è la tua. Avranno altri programmi!”
“Sai che oggi ognuno fa come vuole. Non che io sia d’accordo, ma in questo caso potrebbe andar bene!”
“Che oggi ognuno faccia come vuole, è vero! Ma insomma, la scuola è scuola!”
“Io penso che Margaret potrebbe chiedere di venire proprio come esperienza scolastica. In fondo di questo si tratta! E, ora che ci penso, si potrebbe chiedere alla vicepreside di scrivere una lettera alla scuola di Margaret!”
“Come corri! Credi che la vicepreside sia a servizio dei capricci degli studenti?”
“Oh, questo non è un capriccio! E’ un desiderio legittimo!”
“Chiamalo come vuoi, ma non so se la vicepreside si accomoderà alle tue richieste!”
“Staremo a vedere! E’ una persona molto disponibile!”
“Cerca di essere disponibile anche tu ad un’eventuale delusione!”
“Insomma, voi adulti…”
In quel momento squillò il telefono.
“E’ Margaret!” esclamò Vittoria precipitandosi a rispondere, mentre Silvia scuoteva il capo sorridendo.
“Hello! Pronto! Margaret? Sì, ti ho chiamato io! Senti: c’è una notizia straordinaria! Dal quattro al sette aprile la nostra scuola organizza una gita a Dundee, in Scozia! Devi fare di tutto per venire anche tu!”
“Ma come faccio? Che c’entra la tua scuola con la mia?!”
“Oh! Oggi si può fare tutto! Basta che dici che si tratta di un’esperienza scolastica – che poi è vero!”
“Come la fai facile! I dirigenti mica danno retta a me!”
“Senti: faccio scrivere alla tua scuola dalla vicepreside, chiedendo di mandarti!”
“Con quale scusa? E perché poi dovrebbero mandare proprio me?”
“Non si tratta di scuse! E’ la verità! La nostra scuola organizza un viaggio in Scozia per creare contatti internazionali e desidera che ci siano anche studenti inglesi! Non è detto che devi venire soltanto tu!”
“Sei tremenda! Io mica ho la faccia tosta che hai tu!”
“Su! Non fare la timida ora! Facciamo così: domani chiedo alla vicepreside e poi ti faccio sapere. Tu intanto incomincia ad accennare la cosa a chi di dovere”.
“Senti: tu parli con la vicepreside e fammi sapere al più presto. Per ora io non parlo con nessuno!”
“Quando ci incontreremo in Scozia, ti riempio di schiaffi!”
“Allora è certo che non vengo!”
“Ahahahah! Va bene! Niente schiaffi per questa volta! Ma che sia l’ultima!”
“Ahahahah! Come faccio senza di te?! Mi tocca venire per forza! Ma tocca a te risolvere il problema!”
“Va bene cara! Lo risolverò! Intanto mandami per email l’indirizzo della tua scuola!”

Una lettera alla Abbey School di Reading

The Abbey School
Kendrick Road
Reading
Berkshire
RG1 5DZ
United Kingdom
Roma (…)

Gent.ma Direttrice,
la nostra Scuola sta organizzando per le classi del quinto anno, corrispondenti al vostro Upper Sixth Form, un viaggio di istruzione presso la Menzieshill High School di Dundee in Scozia, per i giorni 4-7 aprile del corrente anno scolastico. Alcuni dei nostri alunni ed alunne, in un incontro scautistico, hanno fatto amicizia con ragazze della vostra scuola e hanno perciò chiesto se è possibile proporre alle allieve dell’Upper Sixth Form della Abbey School di partecipare anch’esse alla medesima iniziativa. Mi permetto di segnalare, tra le giovani che hanno fatto amicizia con i nostri allievi, la studentessa Margaret Temple, che certamente, insieme ad altre sue compagne dell’Upper Sixth Form, sarebbe interessata a partecipare al suddetto viaggio di istruzione.
Mi scuso per essermi permessa di rivolgermi alla S.V. per segnalare questa iniziativa. Faccio presente che gli incontri di giovani di diversa nazionalità sono utilissimi per la formazione integrale dei nostri allievi in una nostra società ormai aperta ai più svariati contatti umani.
In attesa di un Suo gentile riscontro, che voglio sperare positivo, Le trasmetto i sensi della mia sincera stima

La Vicepreside della Scuola (…)

Quando la direttrice della Reading School ebbe scorso, senza capire nulla, la lettera proveniente dal liceo romano, scosse il capo perplessa.
“Che cosa vorranno?” si chiese.
Ma ritornando ad esaminare il testo della lettera, la sua attenzione cadde sul nome: Margaret Temple.
“Come mai qui si nomina Margaret Temple?” si chiese. “Ma, ora che ci penso, mi sembra che questa Margaret Temple conosca bene l’italiano! Chiederò a lei di tradurmi la lettera”.
“Miss Carter” disse rivolta alla sua segretaria. “Per favore, vorrebbe andare a chiamare Margaret Temple dell’Upper Sixth Form?”
“Margaret Temple? Ah, sì! Ho capito chi è. Vado subito!”
Miss Carter uscì dall’ufficio e la direttrice ritornò ad esaminare con perplessità la lettera proveniente dall’Italia.
Poco dopo Margaret, dopo aver timidamente bussato alla porta, si presentò con un’aria di soggezione che fece sorridere la direttrice.
“Tu conosci l’italiano, vero?” le chiese con cordialità per metterla a sua agio.
“Sì, abbastanza”.
“Allora per favore traducimi questa lettera”.
Le porse la lettera e Margaret la lesse. Dovette fare uno sforzo per trattenere un sorriso, mentre pensava:
“Che birbante!”
“Allora, cosa dice?”
Margaret tradusse la lettera e la riconsegnò alla direttrice, che rimase per qualche istante a riflettere in silenzio.
Poi chiese a Margaret:
“Dunque tu conosci gli studenti e le studentesse di quella scuola?”
“Sì, alcuni. Circa due anni fa siamo stati a Roma con gli scout e abbiamo fatto amicizia con loro”.
“C’erano altre della tua classe?”
“Sì, tre o quattro”.
“E ti piacerebbe andare?”
Margaret incominciò ad emozionarsi: sembrava dunque che il sogno potesse diventare realtà!
“Magari!” esclamò con un sospiro.
“Per ora non dire niente! Non posso prendere nessuna decisione prima di aver sentito gli altri dirigenti. Ma l’idea mi sembra accettabile. Pensi che le tue compagne verrebbero volentieri?”
“Quelle che sono stati in Italia con me certamente!”
“Bene! Ora torna pure in classe. Appena avremo deciso vi faremo sapere”.
Margaret tornò in classe eccitatissima, tanto che dovette fare uno sforzo per tenere per sé la notizia. Ovviamente Vittoria l’aveva informata di aver parlato con la vicepreside e di come quest’ultima si fosse mostrata favorevole alla sua richiesta. Ma poi non si era saputo più nulla. Ora finalmente la lettera pervenuta a Reading scioglieva ogni riserva! Doveva subito avvertire Vittoria!
Soltanto verso sera, però, quando, terminate tutte le attività scolastiche, rientrò in casa, poté finalmente telefonare alla sua amica di Roma.
“Hello! Pronto! Vittoria? Ciao! E’ arrivata la lettera della tua vicepreside!”
“Davvero?! Hai visto?! E che cosa dice?”
“Chiede alla nostra scuola di invitarci a partecipare alla gita!”
“E che cosa hanno deciso?”
“Ancora non si sa, ma la direttrice ha mostrato di essere favorevole! Ora però deve sentire anche gli altri”.
“Perché non dici a tuo padre di metterci una buona parola?”
“Mamma mia quante ne pensi! Non sei capace a stare un po’ calma?”
“Chi dorme non piglia pesci!”
“Sei tremenda! A me non piace farmi troppo avanti. Se Dio vuole…”
“Eh! Aiutati che Dio ti aiuta!”
“Ma come devo fare con te? Mi sa che quando ci vediamo in Scozia sarò io a prenderti a schiaffi!”
“Anche se mi prendi a schiaffi, vengo lo stesso!”
“Sei una peste, ma sei impareggiabile!”
“Allora! Una parolina a tuo padre?”
“E va bene! Ma che sia l’ultima volta!”
“Sì, per oggi basta!”
“Ahahahah! Quanto manca ad aprile?”
“Troppo! Oh! Non vedo l’ora! Sei mai stata in Scozia?”
“Veramente no! Ma ho sempre sognato di andarci”.
“Dunque il sogno si realizza!”
“Oh, non cantare subito vittoria!”
“Va bene! Ma tu metticela tutta! La parte mia l’ho fatta!”
“Hai ragione! Allora, vado a parlare con papà. Poi vado a dormire, e sognerò la Scozia!”
“Anch’io cara! Buona notte!”
“Buona notte! A prestissimo!”

In viaggio

Verso le otto Margaret entrò nella cappella della scuola e per qualche minuto rimase in ginocchio a pregare. Era eccitatissima e piena di gioia per il viaggio ormai imminente. La direttrice, d’accordo con il suo consiglio, aveva accettato l’invito della scuola di Vittoria, ed ecco, finalmente era arrivato il giorno della partenza! Tra poco, con le sue due compagne ed amiche Jill e Rita, si sarebbe avviata alla stazione ferroviaria per prendere il treno. La sua felicità era così grande che quasi la turbava e le metteva timore.
“Non offenderò Dio” pensava “a mettere troppa passione nelle cose del mondo? E non potrei farmi portare a qualche eccesso se non modero i miei sentimenti? Signore! Ti ringrazio per il dono così grande che mi fai di questa bellissima esperienza insieme alla mia più cara amica! Proteggimi però da ogni pericolo e aiutami a non farmi prendere troppo dai piaceri terreni! So che devo aspettarmi anche grandi mali dalla vita: fa’ che non lo dimentichi e ti sia sempre grata!”
Rimase a lungo in ginocchio nel silenzio della cappella cantando in cuor suo l’inno “Abide with me”, e a poco a poco nel suo animo si ristabilì la pace e la fiducia di poter vivere serenamente la sua esperienza evitando ogni pericolo.
Dopo un po’ Jill si affacciò alla porta della cappella per chiamarla:
“Presto, Margaret!” disse. “Dobbiamo andare! Altrimenti perdiamo il treno!”
“Vengo subito!” rispose Margaret alzandosi in piedi e andando incontro all’amica.
Ben presto le tre ragazze, dopo aver salutato e ringraziato la direttrice, uscirono nel giardino della scuola e raggiunsero il cancello d’ingresso portando in spalla le loro borse da viaggio.
La stazione era vicina alla scuola e in pochi minuti la raggiunsero. Entrate in stazione e giunte presso i binari, trovarono il treno già pronto per la partenza e si accomodarono ai loro posti.
Il viaggio era piuttosto lungo: durava quasi sette ore, e avrebbero dovuto cambiare treno tre volte, a Birmingham, a Lancaster e alla stazione Haymarket di Edimburgo. Sarebbero arrivate a Dundee poco prima delle cinque del pomeriggio.
Verso le nove e mezzo il treno si mosse e le tre amiche si affacciarono al finestrino e rimasero a lungo a guardare la loro città che scorreva sotto i loro sguardi e un po’ alla volta si allontanava e rimaneva indietro, mentre il convoglio acquistava velocità.
“Che emozione partire per la prima volta per la Scozia!” esclamò Margaret.
“Davvero!” la riecheggiò Jill.
“Io” disse Rita “sono arrivata fino a Manchester”.
“Io una volta” aggiunse Jill “sono stata nello Yorkshire. Ma andare in Scozia mi sembra come andare al Polo Nord!”
“Sette ore sono tante!” disse Margaret. “Ma ne avremo di cose da vedere!”
Infatti il viaggio fu lungo e faticoso, ma fu anche una continua scoperta accompagnata da esclamazioni di meraviglia per gli scenari sempre nuovi che prima il centro-nord dell’Inghilterra e poi la Scozia offrirono allo sguardo incantato della ragazze. Prati, boschi, montagne, valli, fiumi, cascate, vasti spazi irradiati dal sole a perdita d’occhio e suggestivi scorci appartati protetti dall’ombra… Sembrava che la fantasia del Creatore non avesse mai fine!
“Mi dispiace quasi” pensava Margaret “che il viaggio debba finire e che si arrivi ad una meta! Vorrei essere un uccello e volare senza fine tra cielo e terra!”
Ma infine il viaggio ebbe termine. Quando, poco prima delle cinque, il treno giunse alla stazione di Dundee, era ancora giorno pieno. In Scozia le giornate in quella stagione dell’anno erano molto lunghe e il sole tramontava tardi. Il cielo era sereno e la stazione era calda e soleggiata.
Le ragazze scesero dal treno insieme ad una gran folla di gente e si avviarono verso l’ingresso della stazione, dove, secondo gli accordi, dovevano esserci persone inviate ad accoglierle dalla Menzieshill High School .
Giunte nell’atrio, una voce gridò:
“Margaret! Jill! Rita!”
“Vittoria! Proprio tu!”
Vittoria si precipitò ad abbracciare Margaret e le sue amiche.
“Benvenute carissime! Venite! Fuori c’è una macchina che ci aspetta per portarci alla scuola! Oh, Margaret! Non mi sembra vero!”
“Proprio te hanno mandato!”
“Visto che eravate state invitate dalla nostra scuola…”
“Sei tremenda! Riesci sempre in tutto!”
“Magari!”
“Ma quando sei arrivata?”
“Questa mattina con l’aereo! Ma ora venite! Presto!”
Uscite dalla stazione, le ragazze trovarono un’automobile di ampie dimensioni pronta per loro con la scritta “Menzieshill High School – Dundee” sulle due fiancate laterali. Alla guida vi era un uomo in divisa.
Vittoria fece deporre le borse da viaggio nel bagagliaio, poi le tre amiche si accomodarono sul sedile posteriore mentre lei prendeva posto accanto all’autista.
“Qui parlano in modo un po’ diverso, ma la pronuncia è più chiara della vostra!” disse, mentre l’automobile si avviava.
“Non dire sciocchezze!” protestarono le ragazze inglesi. “Quando parlano fanno ridere!”
“Lasciamo stare, va’! Menzieshill School è moderna, ma è bella ed è molto grande. La maggior parte degli edifici sono piuttosto bassi e c’è molto verde intorno. Ci siamo sistemati benissimo! Poi faremo una passeggiata, tanto dicono che c’è chiarore fino a tarda notte. Devo farvi vedere la foce del Tay con il ponte e la costa del Mare del Nord. E’ uno spettacolo!”
“Non sai quanti ne abbiamo visti di spettacoli dal treno” esclamò Margaret. “Ma non siamo mai sazie! E che bella città!”
“Veramente! Domani faremo una gita a Inverness. Un posto storico! Ma ora c’è un po’ di strada da fare perché la scuola è un po’ fuori della città”.
L’automobile si diresse verso la periferia e percorse qualche chilometro di strada fino a raggiungere una grande spianata dove sorgevano gli edifici della Menzieshill High School. Come aveva anticipato Vittoria, si trattava di un complesso molto moderno, con costruzioni per lo più basse e squadrate che occupavano una vasta estensione. Vi erano ampie vetrate, giardini e campi da gioco e molto posto per i parcheggi.
L’automobile si fermò accanto ad uno degli edifici principali e le ragazze scesero e presero le loro borse dal bagagliaio aiutate dall’autista.
Subito un gruppo di compagni e compagne di scuola di Vittoria si fecero loro intorno per salutarle, e le accompagnarono all’interno dell’edificio.
Entrate, trovarono ad attenderle un membro del corpo insegnate che le salutò cordialmente e le guidò attraverso alcuni corridoi fino alle loro stanze.
Le ragazze si trovarono subito a loro agio: le stanze erano moderne, pulite e ben arredate. Non avrebbero potuto desiderare niente di meglio!

Una cena interessante

Poco più tardi, quando le nuove arrivate si furono sistemate e riposate, tutti si ritrovarono insieme per la cena.
La sala da pranzo era molto grande e ognuno poteva scegliere un tavolo da condividere con altre quattro o cinque persone. Ben presto la sala si riempì e, ritrovandosi vecchi e nuovi amici insieme, crebbe rapidamente il vociare delle conversazioni, degli scherzi e delle risate.
In alcuni tavoli vicini sedevano i ragazzi e le ragazze del liceo di Roma, le tre ragazze inglesi e alcuni della Menzieshill School che avevano fatto amicizia con loro.
“Ragazze” disse Vittoria rivolta a Margaret, Jill e Rita, “vi presento Lewis, Logan e Daniel. E poi Isla, Chloe, Ellie ed Erin”.
Le ragazze inglesi si presentarono sorridendo cordialmente ai nuovi compagni e compagne scozzesi.
“Ma” disse il ragazzo chiamato Lewis con aria tra il misterioso e l’ironico. “Il bello deve ancora venire!”
“Che vorresti dire?” chiese Vittoria incuriosita.
“Questa sera sono arrivati due studenti eccezionali, nientemeno che dalla grande isola di Barra!”
Mentre le ragazze inglesi e gli studenti italiani si guardavano perplessi senza capire, gli scozzesi scoppiarono in una fragorosa risata.
“Chi sarebbero questi studenti?” chiese Margaret. “E dov’è l’isola di Barra?”
“Come!?” esclamò Lewis con finta sorpresa. “Non conosci l’isola di Barra!? Chiedi agli apostoli Peter e Paul e te lo diranno loro!”
Altri sguardi perplessi degli italiani e delle inglesi e altra fragorosa risata degli scozzesi.
“E chi sarebbe gli apostoli Peter e Paul!” chiese un ragazzo della scuola di Vittoria.
“Eccoli! Eccoli! Stanno entrando!” esclamarono alcuni ragazzi scozzesi.
In quel momento si presentarono nella sala e si avvicinarono ai tavoli dove erano concentrati italiani, inglesi e scozzesi due giovani quasi identici, sia per l’aspetto fisico, sia per il vestito. Si distinguevano soltanto perché uno era leggermente più alto dell’altro. Ambedue portavano una specie di uniforme blu con camicia bianca e cravatta. Avevano visi simpatici e sorridenti e in continuazione si scambiavano sguardi di intesa.
Quando i due ragazzi si furono avvicinati, Lewis si alzò in piedi e disse con aria solenne:
“Ragazzi, vi presento gli apostoli Peter e Paul!”
I due ragazzi risero facendo un gesto di disprezzo.
“Piantala!” esclamò il più alto dei due scambiando come al solito uno sguardo di intesa con il suo compagno. “Sono qui gli ospiti italiani, vero?”
“Certo!” rispose Lewis, mentre i ragazzi italiani si volgevano ai due giovani guardandoli con simpatia. “Però guarda che ci sono anche tre ragazze inglesi che vogliono farvi fare la fine di Maria Stuarda!”
Margaret si alzò e porse la mano al ragazzo più alto.
“Piacere!” disse. “Sono Margaret, di Reading, e vi assicuro che nessuna di noi ha intenzione di farvi fare la fine di Maria Stuarda!”
“Piacere, Peter!” rispose il ragazzo, mentre il suo compagno faceva un inchino cerimonioso sorridendo e mormorando: “Piacere, Paul”.
Seguirono altre presentazioni. Poi Lewis riprese la parola e disse:
“Come avrete capito Peter e Paul sono due gemelli. Ora certamente, sapendo che siete italiani, vi chiederanno se avete visto il papa!”
Altra fragorosa risata degli scozzesi, mentre Peter, senza perdere la calma, diceva:
“Nell’isola di Barra abbiamo sempre conservato la fede cattolica!”
“Sapete perché?” disse Lewis. “Perché quell’isola è talmente sperduta, piccola e insignificante che i riformatori si dimenticarono di andare lì a mettere in ordine la religione!”
Gli scozzesi risero a crepapelle e Peter senza scomporsi rispose:
“Questo dimostra che voi avete cambiato e che noi siamo rimasti fedeli alla religione antica!”
“Oh, su! Piantatela!” esclamò la ragazza di nome Erin. “Possibile che non ci sia niente di più interessante di cui parlare?!”
“Intanto” intervenne Vittoria, “fateli accomodare. Ecco! Ci sono lì due posti liberi!”
I gemelli fecero insieme un inchino con un sorriso cordiale a Vittoria e si accomodarono.
“Ehi! Ragazzi!” esclamò il giovane chiamato Daniel. “Domani si va a Inverness! Passeremo anche al castello di Glamis! Ma è meglio chiedere i particolari a uno dei professori”.
Proprio in quel momento un membro del corpo insegnante si stava avvicinando ai loro tavoli. Daniel si alzò e chiese:
“Scusi professore! Qual è il programma per domani?”
“Domani” rispose gentilmente il professore “subito dopo colazione partiremo per Inverness, anche se le previsioni del tempo non sono buone. La prima tappa sarà il castello di Glamis. Poi proseguiremo e ci fermeremo per il pranzo lungo la strada. Avremo così occasione di far conoscere il nostro Angus agli studenti stranieri. Arriveremo a Inverness nel tardo pomeriggio. Ma durante la strada daremo tutte le informazioni storiche necessarie”.
Intanto la conversazione proseguiva animatamente tra esclamazioni e risate. Ogni tanto Lewis ritornava a scagliare qualche frecciatina ai due gemelli, che senza scomporsi stavano al gioco.
Finita la cena Vittoria raccolse intorno a sé Margaret, Jill, Rita e Caterina e disse:
“Vogliamo andare a fare un giro fuori? Hanno detto che possono metterci a disposizione un pulmino con l’autista per andare in città, purché non rientriamo più tardi delle undici. Dicono che con il chiarore della sera, che qui si prolunga fino a tardi, la veduta del Tay e del Mare del Nord sia straordinaria!”
“Perché non invitiamo anche i gemelli?” propose Caterina.
“Che tipi!” esclamò Vittoria. “Sono proprio caratteristici!”
“Manca loro solo il kilt!” aggiunse Jill ridendo.
“Però sono simpatici, e sembrano veramente dei bravi ragazzi!” disse Caterina”.
“Che ne dite?” chiese Vittoria.
“Ma sì! Va bene! Invitiamo anche loro!” risposero diverse voci.
Caterina si mosse e si accostò ai gemelli, che sedevano in disparte conversando tra loro. Con un inglese un po’ stentato, la ragazza cercò di trasmettere loro l’invito. Vedendola in difficoltà, Margaret si avvicinò anche lei e spiegò a Peter e a Paul che Caterina voleva invitarli per una passeggiata.
“Vittoria ed io” aggiunse Caterina aiutandosi con i segni “siamo cattoliche. Le altre anche sono buone ragazze!”
I due gemelli, dopo essersi scambiati uno sguardo di intesa, si alzarono in piedi e si inchinarono sorridendo e ringraziando per l’invito. Poi seguirono Caterina e Margaret e tutti insieme uscirono per la passeggiata.
Il sole era tramontato da poco e vi era ancora una luminosità diffusa, anche se verso nord si stavano addensando alcuni nuvoloni grigi. L’aria era calda e dall’abbondante vegetazione che circondava gli edifici scolastici provenivano delicati profumi primaverili. Molti gruppi di studenti giravano all’aperto tra le spianate e gli spazi verdi della scuola.
Vittoria e Margaret si accordarono con i responsabili della scuola, i quali misero a loro disposizione il pulmino con il relativo autista, raccomandando loro di non rientrare tardi perché il giorno dopo dovevano essere pronti per le otto per la colazione e per la successiva gita ad Inverness.


La tragedia sul fiume Tay

Il pulmino, dopo aver attraversato la zona storica della città, raggiunse la sponda del fiume Tay. I ragazzi e le ragazze scesero dal veicolo e rimasero incantati a contemplare l’estuario del grande fiume – che si perdeva in lontananza ad est, alla loro sinistra, nelle onde del Mare del Nord – irradiato dai bagliori fiammeggianti del crepuscolo.
Di fronte a loro e dalla parte del mare il cielo era limpido, mentre grosse nuvole temporalesche, provenienti dal nord, avanzavano verso ovest, diffondendo nell’atmosfera una tinta violacea che si rispecchiava come brace ardente nelle acque del fiume.
Poco lontano da loro, a un centinaio di metri alla loro destra, un enorme ponte ferroviario collegava la città con la sponda meridionale del Tay.
“Sapete” disse Peter “che molto tempo fa su quel ponte avvenne una grande tragedia?”
“No! Che cosa è avvenuto? Ci sono stati morti?” chiesero incuriosite le ragazze.
“Altro che! Se non ricordo male settantotto morti”.
“Mamma mia! E come è avvenuto?”
“Nel 1879, pochi giorni prima di Natale, ci fu uno dei disastri ferroviari più grandi della storia”.
“Davvero!?”
“Certamente! Il ponte era stato costruito da pochi anni e sembrava un capolavoro di ingegneria. Era di ghisa e aveva ottantanove campate e più di tre chilometri di lunghezza. Quella sera c’era un fortissimo uragano. Verso le sette e mezzo arriva il treno espresso, proveniente da Edimburgo, composto di sei vagoni passeggeri e di un bagagliaio. In quel momento l’uragano si intensifica. Il guardiano del castello che si trova sulla riva meridionale del fiume vede avanzare le luci del treno. Giunto nella zona rettilinea del ponte – a quel tempo il ponte nella parte iniziale, a nord, faceva un’ampia curva – il convoglio acquista velocità. Le strutture del ponte tremano, sia per le vibrazioni del treno, sia per la furia della tempesta. Improvvisamente il guardiano del castello vede una luce abbagliante: certamente un fulmine. Ed ecco: una fiammata e le luci del treno si inabissano nel Tay! La corrente trascina via tutto, tranne la locomotiva, che più tardi sarà recuperata. Dei passeggeri non è stata trovata più nessuna traccia!”
“Mamma mia! Spaventoso! Terribile!” esclamarono le ragazze vivamente impressionate dalla narrazione.
“Ma ora non c’è più pericolo?”
“No! Il ponte è stato ricostruito con altri criteri, più sicuri e più moderni. E poi ora è molto più facile prevedere il tempo e regolare di conseguenza il traffico ferroviario”.
“A proposito di tempo” disse Margaret. “Il professore ha detto che le previsioni non sono buone. E infatti ci sono grosse nuvole a nord e ad ovest!”
“Quei bagliori violacei” aggiunse Rita, “che a poco a poco si vanno spegnendo, sono bellissimi! Ma quei grossi nuvoloni mi fanno un po’ paura, soprattutto ora che ci hai raccontato la storia del disastro sul ponte!”
“Mah!” disse Peter. “Queste cose non succedono mica tutti i giorni! Da allora altri incidenti gravi non sono più successi. Ma adesso ci conviene fare una passeggiata lungo il fiume, anche perché tra poco dobbiamo rientrare”.
“Prego!” aggiunse Paul sorridendo alle ragazze con un inchino, dopo aver scambiato la solita occhiata d’intesa con il fratello. “Possiamo andare da questa parte!”
Peter e Paul fecero strada e le ragazze li seguirono. Non si stancavano di contemplare l’immenso estuario del fiume irradiato dalla luce crepuscolare che piano piano andava spegnendosi.
Ma abbastanza presto dovettero ritornare al pulmino per poter rientrare in orario alla Menzieshill High School.
Durante il tragitto si scambiarono le impressioni sulla passeggiata.
“Veramente” disse Vittoria “qui ci sono delle luci e dei colori mai visti altrove!”
“Una città stupenda!” esclamò Jill. “E poi, per essere così settentrionale, non è affatto fredda!”
“E quel fiume Tay? E il Mare del Nord!” esclamò Caterina.
“Guardate” intervenne Margaret “che intanto il tempo si sta guastando! Già si vedono le prime gocce d’acqua!”
Infatti il maltempo aumentò rapidamente e quando scesero dal pulmino la pioggia scrosciava, tanto che, per evitare di bagnarsi troppo, dovettero rientrare di corsa negli edifici della scuola.
Mentre si ritiravano nelle loro stanze, le ragazze espressero la loro preoccupazione per la gita del giorno dopo. Se il tempo non migliorava, come sarebbe andata?
Coricandosi per riposare, si augurarono che la mattina dopo si sarebbero svegliate con il bel tempo.
Ma invece il tempo non accennò a migliorare. Durante la notte il loro sonno fu turbato dallo scroscio continuo della pioggia e dallo scoppio di tuoni e fulmini.
Si sarebbe fatta ugualmente la gita?


Un viaggio burrascoso

La mattina dopo le ragazze si svegliarono al suono di una pioggerella leggera. “Forse” pensarono “il peggio è passato e non ci saranno inconvenienti per la gita!”
Giunte nella sala da pranzo per la colazione, trovarono grande animazione tra i ragazzi.
“La gita si farà!” si sentiva dire da molti. “Si prevede che durante la giornata il tempo migliorerà. Dunque non ci saranno problemi!”
Rallegrate dalle buone notizie, le ragazze si misero in tavola piene di appetito e di buon umore. Ben presto si accostarono loro i gemelli.
“Vogliamo ringraziarvi” disse Peter, mentre Paul approvava sorridendo al suo fianco, “per averci invitati ieri sera per la passeggiata. Lewis e gli altri ragazzi spesso ci prendono in giro e preferiamo stare un po’ alla larga da loro. Ma con voi siamo stati molto bene”.
“Grazie a voi!” rispose Vittoria. “Abbiamo molto gradito la vostra compagnia. E poi senza di voi non avremmo imparato tante cose e non avremmo potuto capire e apprezzare quello che abbiamo visto”.
“Chiedigli di parlarci dell’isola di Barra!” sussurrò Caterina all’orecchio di Margaret.
Margaret stava per fare la richiesta a Peter, quando uno dei professori entrò nella sala e disse ad alta voce:
“Presto, ragazzi! Muovetevi! L’autobus è pronto per la partenza ed è bene non perdere tempo. Il viaggio è piuttosto lungo e il tempo non accenna a migliorare”.
I ragazzi si alzarono e seguirono l’insegnante all’esterno.
La pioggia continuava e grosse nuvole grigie incombevano sugli edifici della scuola. Affrettandosi per non bagnarsi troppo, i ragazzi salirono ordinatamente sull’autobus pronto per loro nella spianata che fiancheggiava l’edificio scolastico.
“Rimaniamo vicine!” disse Jill.
Vittoria e Margaret, per non lasciare sola Caterina, decisero di separarsi: Vittoria si sedette accanto a Caterina e Margaret accanto a Jill. Rita non ebbe difficoltà ad accomodarsi accanto ad una ragazza scozzese di none Gillian. Peter e Paul si sedettero uno accanto all’altro, un po’ appartati, più indietro.
Quando tutti si furono sistemati ai loro posti, l’autobus partì avviandosi verso nord per attraversare l’Angus, regione molto importante nella geografia e nella storia della Scozia.
La pioggia continuava a cadere e sembrava crescere in intensità. La visibilità era scarsa e l’autobus procedeva con cautela.
“Purtroppo” disse il professore che faceva da guida ai ragazzi “non possiamo ammirare il panorama a causa della pioggia. Ma secondo le previsioni nel corso della giornata dovrebbe tornare il sereno e i nostri ospiti italiani e inglesi potranno gustare la bellezza della nostra regione.
“La nostra prima meta sarà il castello di Glamis, a circa venti chilometri di distanza da Dundee. Fu costruito circa settecento anni fa ed è stato teatro di molti avvenimenti storici. Tra l’altro a Glamis sono nate la Regina Madre Elizabeth Bowes-Lyon e la Principessa Margaret d’Inghilterra. Il castello sorge in un bellissimo parco ricco di vegetazione…”
In quel momento l’autista dell’autobus chiamò l’insegnante con un gesto e gli disse:
“Sarebbe meglio rimandare la visita a Glamis al ritorno. Questo tempo sciuperebbe tutto! E’ meglio proseguire per Inverness. Più tardi secondo le previsioni ci sarà una schiarita e potremo fermarci in qualche bel posto per il pranzo”.
Il professore annuì e, rivolto ai ragazzi, disse:
“Ragazzi, c’è un cambiamento di programma. Rimandiamo la visita al castello di Glamis al ritorno, perché questo tempo creerebbe troppi problemi. Ora dunque proseguiamo per Inverness. Voi state pure tranquilli. L’autobus non può avanzare troppo velocemente a causa della pioggia. Quando ci sarà una schiarita – che è stata annunciata dalle previsioni – ci fermeremo per il pranzo e poi potremo proseguire più speditamente. Intanto, nonostante la pioggia, potete ugualmente ammirare qualche cosa del paesaggio”.
I ragazzi accolsero la notizia allegramente. Tutto sommato, l’idea di scendere così presto dall’autobus, sia pure per vedere il famoso castello, non era loro molto gradita e furono ben lieti di poter rimanere seduti ai loro posti a conversare tra loro.
Mentre l’autobus proseguiva il viaggio avventurandosi tra le colline dell’Angus, ragazzi e ragazze parlavano animatamente tra loro, scherzando e ridendo. Fuori la pioggia non accennava a diminuire. L’autista guidava con la massima prudenza e guardava con preoccupazione il cielo grigio che incombeva sulla strada sempre più minaccioso.
A mattina avanzata, quando ormai era stata percorsa circa la metà del percorso, l’autobus si inerpicò per una salita piuttosto ripida in una zona di alte colline e di profondi avvallamenti. In quel momento il tempo peggiorò ulteriormente e forti tuoni risuonarono per le valli circostanti.
La conversazione dei giovani si arrestò mentre tutti si guardavano intorno spaventati. L’autobus era giunto sulla cima della collina, quando improvvisamente, con uno scoppio spaventoso, una luce abbagliante lo investì e tutti furono scaraventati violentemente contro i sedili.
Risuonò un grido di terrore, seguito da un clamore confuso di voci spaventate. Tutte le luci dell’autobus si erano spente e ragazzi e ragazze gridavano in preda al panico:
“Cosa è stato?! Un fulmine!? Mamma mia! Dio mio! Siete tutti salvi?! Professore! Che succede ora?!”
Dopo un momento di smarrimento, l’insegnante che guidava i ragazzi ritrovò il suo sangue freddo, si alzò e gridò con voce autorevole:
“Calma, per favore! Penso che stiate tutti bene, vero?”
“Sì! Sì! Sì! Ma che cosa è successo?!”
“State calmi, ragazzi! Certamente siamo stati investiti da un fulmine!”
A questa notizia risuonarono grida di terrore.
“Non abbiate paura! Fortunatamente le gomme dell’autobus ci hanno isolato da terra e non ci sono stati danni alle persone. Stare su un autoveicolo in queste circostanze è la cosa più sicura. Purtroppo però ora l’autobus è fermo e siamo senza elettricità. Penso che anche i nostri cellulari siano fuori uso. Ma controllate, prego!”
Dopo qualche minuto arrivò la conferma:
“Sì, professore! Sono fuori uso! Siamo isolati!”
“Ora non vi spaventate e non vi perdete d’animo. Dobbiamo aspettare che il tempo migliori. Credo che ci sarà da aspettare ancora molto. Ma voi state tranquilli e restate ai vostri posti. Quando finirà la pioggia, potremo scendere dall’autobus e avviarci a piedi verso il luogo abitato più vicino. Da lì potremo telefonare ad Inverness perché inviino soccorsi. Ora vi prego di stare calmi e di aspettare.
“Ho visto che in fondo alla valle c’è una fattoria. Se non ci fosse una pioggia così torrenziale, qualcuno potrebbe scendere fin là per telefonare. Ma per ora non è possibile! Chi se la sentirebbe di affrontare questa burrasca!”
Udite queste parole, i due gemelli si scambiarono uno sguarado di intesa e si alzarono in piedi.
“Andiamo noi!” disse con fermezza Peter, mentre Paul con un inchino si associava alle parole del fratello.
“No, ragazzi!” esclamò il professore. “E’ pericoloso con questo tempo!”
“Siamo abituati ai venti e alle tempeste e possiamo andare senza pericolo. Abbiamo con noi degli impermeabili per proteggerci dalla pioggia e una marcia per scendere in fondo alla valle non ci spaventa!” insisté Peter con voce calma e sicura.
“Ragazzi! Non so che dire! Non vorrei…”
“No! Non andate! Aspettiamo!” gridarono diverse voci.
Ma i due gemelli, senza aggiungere altro, si mossero dai loro posti, indossarono gli impermeabili e si avviarono verso la portiera.
“Allora!” chiese il professore. “Siete proprio decisi?”
“Naturalmente” disse Peter senza scomporsi, mentre Paul guardava il professore con un’espressione leggermente sorridente. L’insegnante diede loro i recapiti telefonici di Inverness e della Menzieshill High School e li accompagnò verso l’uscita dell’autobus. Ma dopo aver provato invano ad aprire la portiera esclamò:
“Non so se riuscirete ad uscire!”
L’autista si avvicinò e disse:
“Manca la corrente, ma posso aprire con il dispositivo di emergenza”.
Ciò detto trafficò un po’ con una leva e infine la portiera si aprì.
Un fiotto di vento e di pioggia entrò nell’autobus e i gemelli si affrettarono ad uscire per permettere all’autista di azionare al più presto il dispositivo di chiusura.

La fattoria nella valle

Bene avvolti nei loro impermeabili e proteggendosi la testa con i cappucci, i due gemelli si accostarono a un albero per ripararsi dal vento e dalla pioggia torrenziale.
Si trovavano in cima ad una collina boscosa. La strada carrozzabile discendeva a valle in ambedue le direzioni. A qualche metro di distanza, davanti all’autobus, a sinistra della carreggiata, si vedeva una strada cementata che scendeva a valle con una pendenza molto ripida
“Non sembra che quella scorciatoia vada in direzione della fattoria” disse Peter. “D’altra parte, se torniamo indietro per la carreggiata allunghiamo, perché ho visto che la fattoria non è lungo la strada: saremmo poi costretti ad attraversare i campi per qualche viottolo. Penso che ci convenga seguire questo sentiero che scende attraverso il bosco”.
“Sì!” rispose Paul. “Credo anch’io che quel sentiero ci porti direttamente alla fattoria. E poi nella boscaglia potremo ripararci meglio da questo diluvio”.
Ciò detto, i due giovani si incamminarono lungo il sentiero incuranti della pioggia scrosciante.
La vegetazione offriva una protezione molto scarsa dal temporale, perché un vento burrascoso trascinava l’acqua attraverso i rami degli alberi, ma era meglio che andare a cielo scoperto.
Essendo pieno giorno, nonostante l’annuvolamento vi era una buona visibilità e i due giovani potevano seguire con sicurezza il tracciato del sentiero, anche se il terreno fangoso rendeva molto disagevole in cammino.
Bagnati fino alle ossa e inzaccherati dal fango, i gemelli avanzavano a fatica lungo la discesa, mentre lampi e tuoni si alternavano in continuazione sotto la cappa del cielo.
Dopo una ventina di minuti di faticosa discesa tra le fronde della boscaglia, i due giovani si trovarono di fronte ad un vasto prato che digradava a valle con una forte inclinazione. Il sentiero proseguiva attraverso il prato e portava direttamente al cancello d’ingresso della fattoria. C’erano cira duecento metri di strada da percorrere, senza alcuna protezione, sotto una pioggia torrenziale che non accennava a diminuire.
“Coraggio!” esclamò Peter. “Io vado avanti e tu seguimi! Attento a non scivolare!”
“Ok!” rispose Paul disponendosi a seguire il fratello in atteggiamento un po’ militaresco.
Peter uscì dalla boscaglia, seguito dal fratello, e si inoltrò nel prato lungo il sentiero. La pioggia li investì con violenza. I due gemelli si presero per mano e avanzarono incuranti del disagio.
A metà strada Paul mise il piede in una pozzanghera e scivolò, andando a finire lungo disteso nel fango. Senza lamentarsi, si rialzò in piedi aiutato dal fratello e ambedue ripresero la strada.
Finalmente, dopo aver attraversato un ponte sopra un torrente in piena, giunsero al cancello della fattoria.
Un uomo che guardava dalla finestra dell’edificio li vide arrivare e accorse nel prato per trattenere i cani da guardia. Poi fece loro cenno di entrare subito in casa.
Con un sospiro di sollievo i due giovani varcarono la soglia dell’abitazione, dove una donna di mezza età appena li vide esclamò alzando le mani al cielo:
“Mamma mia! Poveri ragazzi! Come siete ridotti! Che vi è successo?! Su! Presto! Venite a cambiarvi e a scaldarvi al fuoco!”
Intanto anche l’uomo era rientrato in casa.
“Ho visto prima un autobus salire per la scarpata” disse. “Venite da lì?”
“Esattamente!” rispose Peter. “Siamo stati investiti da un fulmine e ora l’autobus è rimasto senza corrente e tutti i cellulari sono fuori uso. Per fortuna non c’è stato nessun danno alle persone. Ma avremmo bisogno di telefonare subito ad Inverness per chiedere soccorsi”.
“Ma prima cambiatevi, scaldatevi, mangiate qualcosa, poveri ragazzi!” esclamò la donna in tono compassionevole torcendosi le mani.
“Grazie, signora!” rispose Peter. “Ma no! Prima il dovere!”
“Oh, figlio mio! Su! Vieni subito a telefonare!”
La donna fece strada al giovane fino all’apparecchio telefonico, che era nella stanza accanto.
Quando Peter ebbe avvertito la scuola di Inverness alla quale erano diretti, assicurandosi che avrebbro inviato subito i soccorsi, e poi anche la Menzieshill High School, finalmente i due gemelli accettarono con gratitudine le cure premurose della donna, che li aiutò a togliersi gli abiti fradici di pioggia e inzaccherati dal fango, ad asciugarsi e a scaldarsi. Andò poi a prendere altri abiti dal guardaroba del marito perché potessero cambiarsi e preparò loro del tè caldo con biscotti, pane tostato, burro e marmellata.
Intanto l’uomo conversava con i ragazzi informandosi sui particolari dell’incidente.
“Una brutta storia!” esclamò. “Speriamo che questa pioggia finisca presto. Dicevano che in giornata sarebbe venuto il sereno, ma…”
“Guarda, caro!” disse la donna. “Sembra che la pioggia stia finendo!”
Erano tutti e quattro seduti intorno al tavolo da pranzo di fronte alla refezione preparata dalla donna. L’uomo si alzò e si accostò alla finestra.
“Sì!” disse. “Sembra proprio che finalmente la tempesta si stia calmando! Ma ora riposatevi un po’ e aspettate che si rassereni del tutto. Poi vi consiglio di prendere per il viottolo del campo, a sinistra del cancello, e di risalire lungo la scorciatoia trecento metri più avanti a destra. E’ molto più comoda del sentiero del bosco o della strada carrozzabile, anche se è un po’ ripida”.
“Grazie!” disse Peter. “Faremo così! E speriamo che schiarisca presto. I nostri compagni staranno in pensiero!”
“Aspettate ancora un po’. E poi, quando avrete raggiunto l’autobus, con i vostri compagni vi conviene avviarvi lungo la strada per Inverness. A qualche chilometro di distanza c’è un centro abitato dove potete comprarvi da mangiare, e anche fornirvi di nuovi cellulari. Tanto certamente i soccorsi verranno per quella strada”.
“Ottima idea! Ma credo che sia proprio tempo di andare! Mi sembra che ormai si stia schiarendo”.
“Riposatevi ancora un po’, poveri ragazzi!” esclamò la signora.
“Grazie, signora!” rispose Peter. “Ma è bene che andiamo. Al ritorno da Inverness ripasseremo per i vestiti”.
“Non vi preoccupate! Ve li farò trovare come nuovi!”
“Non ne dubitiamo!” disse Peter.
“Non ne dubitiamo!” lo riecheggiò Paul inchinandosi e sorridendo alla buona signora.

Un viaggio intorno al mondo

Usciti dalla casa dopo aver ringraziato e salutato cordialmente i loro ospiti, i due giovani varcarono il cancello della fattoria, attraversarono il torrente e si avviarono a sinistra lungo il viottolo che era stato loro indicato.
Il cielo era ancora annuvolato, ma alle grigie nubi temporalesche erano subentrati bianchi strati ovattati, tra i quali qua e là si aprivano squarci di cielo. L’acqua gocciava ritmicamente dai rami degli alberi e gli uccellini svolazzavano cinguettando allegramente.
Ben presto i due gemelli raggiunsero la scorciatoia, a destra del viottolo, e si avviarono per la salita. In cima in lontananza si scorgeva la sagoma dell’autobus.
“Forza!” disse Peter. “Cerchiamo di far presto! Ci aspettano!”
“Ok!” rispose Paul. “Andiamo!”
Salendo alacremente, ben presto i due giovani si trovarono a poche decine di metri dalla cima della collina. Ormai l’autobus era bene in vista e si scorgevano i ragazzi e le ragazze uscire all’aperto, guardarsi intorno e parlare tra loro allegramente.
“Peter, guarda!” esclamò a un certo punto Paul. “L’arcobaleno!”
Infatti nel cielo sovrastante la collina era apparso un ampio arco con i colori dell’iride.
“E’ il segno della pace dopo il diluvio!” disse Peter. “E’ come l’inizio augurale di un nuovo mondo!”
In quel momento si aprì uno squarcio tra le nubi e un raggio di sole andò a posarsi sull’autobus. Lo sguardo dei due gemelli seguì il raggio di sole, ed ecco, proprio nello stesso istante, Vittoria e Margaret stavano uscendo dalla portiera dell’autobus irraggiate da un’aureola di luce. Margaret poggiava la mano sulla spalla di Vittoria e i loro visi erano sereni e sorridenti, mentre si guardavano intorno con un’espressione di meraviglia, gradevolmente sorprese dell’aspetto rasserenato del cielo e dell’atmosfera limpida, purificata dalla recente precipitazione.
Per qualche istante i due giovani rimasero in silenzio, quasi incantati dalla grazia inconsapevole delle due giovani amiche.
Poi Paul mormorò a mezza voce:
“Come potrebbe nascere un mondo nuovo senza di loro?”
Peter fissò il fratello con aria perplessa. Poi chiese:
“Vuoi dire proprio senza quelle due ragazze?”
“Sì! Proprio! Non ti sembra che siano un po’ speciali? E poi hai notato come stanno sempre insieme e come si capiscono a volo? Sembrano anche loro due gemelle!”
“E allora tu pensi che è come se stessimo uscendo dall’Arca e il Signore benedicesse noi e loro per dar vita ad un mondo nuovo?”
Paul arrossì e scambiò con il fratello uno sguardo di intesa, che solo loro potevano comprendere.
Il quel momento Vittoria e Margaret si accorsero dei due fratelli e fecero loro dei gesti di saluto sorridendo allegramente. I due giovani risposero al saluto e si scambiarono un nuovo sguardo di intesa, con un incerto e quasi timido sorriso.
Poi ripresero il cammino e in pochi minuti arrivarono in cima alla salita.
Tutti si fecero loro intorno riempiendoli di domande. Riuscendo a fatica a liberarsi dall’assedio, Peter e Paul si rivolsero al professore e gli riferirono il buon esito della loro missione, e anche il consiglio dato loro dal proprietario della fattoria di avviarsi lungo la strada per raggiungere il più vicino centro abitato.
“Ottima idea!” disse il professore. “Ci avevo già pensato! Ormai il tempo si sta rimettendo. Dunque prendete le vostre cose e appena sarete pronti potremo avviarci”.
I ragazzi e le ragazze presero i loro effetti personali entrando e uscendo a frotte dall’autobus e in pochi minuti si disposero a partire. Il professore si mise alla loro testa e il gruppo si avviò lungo la strada carrozzabile in direzione di Inverness.
Dalla cima della collina la carreggiata discendeva a valle con un lieve pendio e la marcia era molto agevole. Intanto il tempo andava sempre più rasserenandosi e ampi squarci di cielo si aprivano tra le nubi.
“Che meraviglia!” esclamò Vittoria, che camminava alla sinistra di Margaret tenendola a braccetto. “Con quest’aria limpida la vista è veramente stupenda!”
Ai loro sguardi si apriva un’immensa vallata, che si prolungava verso nord tra verdi rilievi collinari a perdita d’occhio.
“Non sembra che l’orizzonte lontano ci inviti a compiere una missione grande quanto il mondo?”
Sentendo questa parole pronunciate da qualcuno alla sua sinistra,Vittoria si voltò e vide Paul che l’aveva raggiunta e camminava al suo fianco.
“Ah, sei tu?! Non ti avevo visto! Sì! Hai ragione! Ogni volta che con gli scout usciamo dalle mura chiuse della città e ci si presentano gli orizzonti infiniti della natura, quel sentimento di cui hai parlato mi si risveglia dentro!”
“Allora tu sei scout?!”
“Sì, certo!”
“Anch’io!” disse Margaret, alla cui destra nel frattempo si era accostato Peter. “E devo dire che hai proprio ragione! Guardate laggiù quella torre in alto tra gli alberi, e il fiume che scorre in fondo alla scarpata, e poi, ancora oltre, quella pianura tra le colline che sembra perdersi in lontananza, senza fine!.. Oh, mamma mia! Non so che cosa mi sento dentro! Vorrei avere le ali per volare lontano, e non fermarmi mai!”
“Noi” disse Peter “non siamo scout come voi, ma in realtà lo siamo più di voi: lo siamo fin dalla nascita!”
“Che cosa intendi dire?” chiese Vittoria.
“La isola di Barra è circondata dal mare e abbiamo sempre presenti i suoi orizzonti. E fin da piccoli siamo abituati ad una vita disciplinata e ad arrangiarci in tutte le cose, come dei veri scout!”
“E poi” aggiunse Paul “Dundee è la patria del capitano Grant!”
“E chi è il capitano Grant?” chiese Vittoria.
“Non conosci ‘I figli del capitano Grant’?” esclamò Paul guardando Vittoria con aria incredula.
“No, veramente!”
Margaret rise.
“E’ un libro che mio padre conosce a memoria!” disse. “Prima ancora che fossimo in grado di leggerlo, ce lo raccontava la sera per farci addormentare. Poi la notte sognavamo di viaggiare sul mare in mezzo alle tempeste!”
“Allora” aggiunse Vittoria “appena posso lo voglio leggere anch’io! E il protagonista era di Dundee?”
“Sì!” disse Paul. “Cioè, i veri protagonisti sono i figli del capitano, Robert e Mary Grant. Il loro padre, Harry Grant, si è perso in mare e Robert e Mary girano tutto il mondo per ricercarlo. Un nobile scozzese, Lord Glenervan, ha trovato nel ventre di un pesce una bottiglia con dentro un messaggio gettato in mare dal capitano Grant. Il messaggio è corroso dalle acque e non del tutto leggibile, ma si riesce a capire il nome di chi lo ha scritto e qual è la latitudine del posto dove egli ha fatto naufragio. Non si legge invece la longitudine. Appena trovato il messaggio, vengono subito informati i figli del capitano, Robert e Mary, e Lord Glenervan si mette a loro disposizione, con la sua nave, il Duncan, per andare in cerca del loro padre. Conoscendo soltanto la latitudine del luogo da dove è stato gettato in mare il messaggio, fanno tutto il giro del mondo per ritrovarlo. Prima vanno nella Patagonia, poi nell’Australia e nella Nuova Zelanda. Infine, quando hanno quasi perso la speranza di rintracciarlo, lo trovano per caso in un’isoletta sperduta dell’Oceania”.
“La cosa più bella del romanzo” aggiunse Peter “è che tutto lo spazio che percorrono intorno al mondo, per mare e per terra, tra un’infinità di scenari meravigliosi, per loro è come un’immensa dimora in cui il loro padre è misteriosamente presente!”
“E quando infine lo ritrovano” proseguì Paul, “sembra quasi che l’oceano sia stato creato per essere la patria senza confini del loro padre, il capitano Grant, e dell’amore che li ha ricongiunti a lui!”
“E nel romanzo successivo” proseguì Peter, “ ‘L’isola misteriosa’, Robert, ormai divenuto adulto, ritorna al comando del Duncan a recuperare il traditore Airton, che era stato abbandonato sull’isola per espiare il suo delitto. Così il figlio rinnova le gesta del padre!”
“Che bello!” esclamò Vittoria. “Non vedo l’ora di leggere tutti e due i romanzi! E chi è l’autore?”
“E’ uno scrittore francese” disse Margaret “che una volta era molto conosciuto dai giovani: Giulio Verne. Mio padre si rammarica molto che i giovani di oggi non lo leggano più. E purtroppo i film che sono stati tratti da questi suoi romanzi sono bruttissimi, completamente stravolti rispetto ai libri originali, e cambiati in peggio, e senza ragione!”
“Noi non abbiamo visto i film” disse Peter. “Ma per noi quel libro di Giulio Verne, che parla con tana ammirazione della Scozia e di Dundee, dove abbiamo dei parenti e dove poi ci siamo trasferiti per gli studi, fin da quando eravamo piccoli è stato una specie di libro sacro. Il mare che circonda Barra ai nostri occhi era come l’oceano intorno all’isola di Maria Teresa, dove era naufragato il capitano Grant, e gli scenari naturali della Scozia erano, e lo sono ancora, come l’invito ad un’avventura, come la patria dell’anima, che bisogna percorrere senza fine verso l’orizzonte lontano, come una terra promessa, che i nostri genitori ci hanno donato perché la coltiviamo e la preserviamo per i nostri figli!”
“Che cose belle dite!” esclamò Vittoria guardando Paul un po’ turbata nell’anima. “E’ raro sentire dei ragazzi della vostra età fare queste riflessioni, e con tanto entusiasmo!”
“Veramente” disse Paul arrossendo “questi sono pensieri di cui parliamo volentieri tra noi, ma di cui generalmente non diciamo niente agli altri”.
“Perché?” chiese Margaret, anche lei un po’ turbata e perplessa.
“Perché sono pochi quelli che possono capirli” rispose Peter.
“E perché a noi li dite?” chiese Vittoria.
I due gemelli si scambiarono uno sguardo di intesa. Poi Peter mormorò a mezza voce:
“Perché siamo certi che voi potete capirli… e sentirli come li sentiamo noi!”

Resta con me!

Vittoria, Margaret, Jill e Rita scesero dall’automobile della Menzieshill High School, presero le borse da viaggio dal bagagliaio e si diressero verso la stazione ferroviaria di Dundee.
“Così” disse Margaret con un sospiro “la vacanza è finita!”
“Veramente” commentò Jill ridendo “non era una vacanza!”
“Chiamala come vuoi!” intervenne Rita. “E’ stata un’esperienza indimenticabile. A parte quell’incidente con l’autobus!”
“Ma ora muovetevi!” disse Vittoria. “Altrimenti perdete il treno!”
Le tre ragazze inglesi affrettarono il passo precedute da Vittoria e raggiunsero in pochi minuti il binario del treno per Edimburgo. Mentre Jill e Rita salivano per occupare i posti, Margaret si trattenne per un po’ sul marciapiede insieme a Vittoria.
“Allora!” disse Vittoria con aria afflitta. “Ci separiamo ancora!”
“Non sai quanto mi dispiace!”
“Eh…” aggiunse Vittoria animandosi ,“che ne pensi?”
“Che ne pensi di che cosa?”
“Non fare la finta tonta! Non ti sei accorta di come i due gemelli ci stavano dietro?”
“Ma che cosa dici?! Era amicizia!”
“Non farmi ridere! Non hai visto come Peter ti guardava? Altro che amicizia!”
“Adesso mi fai arrossire! E poi perché parli di Peter? Non hai visto come Paul guardava te?”
“Si capisce che l’ho visto!”
“E allora, secondo te che dobbiamo fare?”
“Non lo so proprio! Ma intanto ci siamo scambiati i recapiti!”
“Io sono molto perplessa! Mi ci sento quasi male!”
“Sei sempre la solita! Non credo che dobbiamo aver paura. Se non sono bravi ragazzi loro…”
“Insomma, mi sembra che tu lo sai bene cosa fare!”
“Ahahahah! Chissà!?”
“Vorrei essere smaliziata come te!”
“Smaliziata! L’amore è una cosa smaliziata?”
“Mamma mia! Che cosa dici?! L’amore!”
“Ti fa paura?!”
“Un po’ sì, veramente!”
“Io intanto penso che Peter sia proprio innamorato di te!”
“Oh, santo cielo! Ma che cosa dici?! E poi perché non dici piuttosto che Paul è innamorato di te?!”
“Oh, questo va da sé, non c’è bisogno di dirlo!”
“E tu? Come la prendi?”
“Mah! Non lo so!”
“A me sembra che lo sai benissimo!”
“Ahahahah! Intanto mi raccomando: acqua in bocca! E poi, sai che ti dico? Io senza di te non vado avanti!”
“Che vorresti dire?”
“Che o i due gemelli si sposano con le due gemelle, oppure niente! E lo stesso giorno!”
“Ma tu sei scema! Chi ti mette in testa certe scemenze!?”
“Ahahahah! Niente da fare! Prendere o lasciare!”
“Ehi! Margaret!” gridò Jill dal finestrino del treno. “Sbrigati! Il treno sta per partire!”
“Vengo subito! Allora, carissima! Arrivederci! Ma ti prego! Non prendere le cose alla leggera! Mi fai star male!”
Vittoria abbracciò affettuosamente Margaret e le disse:
“Su! Non essere così preoccupata! Sarà ciò Dio vorrà! Ma non vedere il male dove non c’è!”
“Senti: preghiamo! Va bene? Non decidiamo nulla precipitosamente!”
“D’accordo! Ma ora va’! Altrimenti il treno parte senza di te!”
Dopo un ultimo abbraccio, Margaret salì sul treno e pochi istanti dopo si affacciò al finestrino per salutare l’amica ancora una volta.
“Arrivederci!” gridò agitando la mano.
“Arrivederci! A prestissimo!”
“Telefona quando arrivi a Roma!”
“Va bene! Arrivederci Jill! Arrivederci Rita!”
Il treno partì e Margaret rimase a lungo affacciata al finestrino.
Si sentiva angustiata e preoccupata. Era vero quello che aveva detto Vittoria? Purtroppo sì! Come negarlo? Peter era stato con lei di una gentilezza più che squisita, e inoltre le aveva parlato a lungo di suoi progetti e dei suoi ideali, del suo desiderio di creare una famiglia cristiana per compiere così una grande missione… Spesso l’aveva fatta arrossire con certe sue allusioni, tanto che lei aveva cercato di cambiare discorso. Come non capire le sue intenzioni? Ma Margaret si sentiva in preda ad una grande angoscia. Non si sentiva pronta ad affrontare questo discorso! Era troppo giovane! E poi, era veramente quella la sua strada? No! No! Proprio no! Voleva restare con i suoi, e poi… E poi?
“Mamma mia! Se ci penso mi sento male! Perché la vita è così crudele? Perché ci sradica e ci divide? Non potrei restare sempre con papà e mamma, Charles e Henry?.. No, certo! Ma allora? Dove potrei andare? Cosa potrei fare? No! Non voglio pensarci ora! E’ troppo presto! A suo tempo si vedrà!.. Ma… Aimé! Purtroppo devo pensarci! Cosa fare?! Non lo so!.. Oh, Signore! Che angoscia!.. Ma… Ora che ci penso, una cosa vorrei farla!.. Sì!.. Penso che sia la cosa migliore per me!.. Per tener lontano tutto questo turbamento… per sempre!.. Francesca!.. Voglio andare anch’io come Francesca da Madre Lioba!.. Sì!.. Appena arrivo a casa telefono a Francesca e le chiedo di parlare di me a Madre Lioba!.. Già solo a pensarci sento una grande pace nell’anima!.. Stare là, in quel posto incantato, sempre, con la pace nel cuore!..”
In quel momento squillò il suo cellulare.
“Hello!”
“Hello! Margaret? Sono Edith!”
“Hello! Edith! Tutto bene? Come va Erika House?”
“Abbastanza bene! Ma ho una notizia da darti: è nato Richard!”
“Il figlio di Dorothy? E’ nato! Che bella notizia!”
“Sì! E’ nato questa mattina! Non ti dico la gioia di Dorothy e di John! La Signora Baker, poi, piangeva come una bambina! L’ho sentita al telefono! ‘Richard Baker!’ non si stancava di ripetere. ‘Se mia madre fosse qua, piangerebbe di gioia! La nostra famiglia non si è estinta! Un nuovo Richard Baker è nato! E siamo certi che non sarà come il mio povero fratello, ma come il suo antenato, che ha lasciato un ricordo così bello di fede e di carità! Ma certamente mamma vedrà tutto dal cielo!’.”
“Una notizia meravigliosa! Ora sono in viaggio e non mi sento di chiamarla, ma appena arrivo a casa telefonerò subito a Dorothy per farle tutte le mie felicitazioni! Intanto, se la senti, salutala da parte mia! E anche John e la Signora Baker!”
“Non dubitare! Allora buon viaggio, e a presto!”
“A presto, cara!”
Margaret ripose il cellulare in tasca e si sporse dal finestrino. Voleva sentire il soffio dell’aria fresca sul viso e voleva perdersi con lo sguardo nel paesaggio scozzese.
Quegli scorci di prati, di boschi, di fiumi, di cielo che si perdevano in lontananza sotto il sole primaverile ora parlavano al suo cuore con un linguaggio nuovo.
“Richard Baker!” pensò. “La sua nascita non è un miracolo? La vita è un miracolo! Ma la vita è un viaggio! E’ una missione! Ci chiama a diffondere verso orizzonti sempre più lontani il nostro amore di figli! Sì! Proprio come Robert e Mary Grant ci sentiamo amati a tutte le latitudini, perché siamo nati per un miracolo di amore da un padre e da una madre! E allora, per diffondere questa fiducia incrollabile, questa certezza di essere figli, di essere amati, non dobbiamo a nostra volta diventare padri e madri? E questo vale per tutti! Anche Don Franco è padre! Anche Suor Lioba è madre! E io devo aver paura di diventare madre? E che Peter diventi il padre dei miei figli? Ma sono ancora tanto turbata da questo pensiero! Prima di partire ho pregato Dio che mi proteggesse da una passione troppo grande per le cose del mondo. Sento che devo pregarlo ancora! Pregarlo per questo, sì! Ma pregarlo anche perché non abbia paura di compiere la mia missione, perché la mia debolezza non mi faccia retrocedere! Retrocedere, quando quegli orizzonti laggiù tra le valli e tra i monti mi chiamano! ‘Venga il tuo regno!’ Il regno dei figli! Dei nostri e dei tuoi figli! Lontano! Sempre più lontano! Ho paura, Signore! Ma so che tu mi tieni per mano! E allora non ho paura… perché anch’io, come Mary Grant, sono una figlia… una tua figlia! Prima di partire ho cantato dentro di me un inno di fiducia in Dio. Voglio cantarlo ancora!”
E sotto voce, cullata dal ritmo del treno, Margaret cantò dolcemente nel suo cuore:

“Abide with me; fast falls the eventide;
The darkness deepens; Lord with me abide.
When other helpers fail and comforts flee,
Help of the helpless, O abide with me.
Swift to its close ebbs out life’s little day;
Earth’s joys grow dim; its glories pass away;
Change and decay in all around I see;
O Thou who changest not, abide with me.
Not a brief glance I beg, a passing word,
But as Thou dwell’st with Thy disciples, Lord,
Familiar, condescending, patient, free.
Come not to sojourn, but abide with me.
Come not in terrors, as the King of kings,
But kind and good, with healing in Thy wings;
Tears for all woes, a heart for every plea.
Come, Friend of sinners, thus abide with me.
Thou on my head in early youth didst smile,
And though rebellious and perverse meanwhile,
Thou hast not left me, oft as I left Thee.
On to the close, O Lord, abide with me.
I need Thy presence every passing hour.
What but Thy grace can foil the tempter’s power?
Who, like Thyself, my guide and stay can be?
Through cloud and sunshine, Lord, abide with me.
I fear no foe, with Thee at hand to bless;
Ills have no weight, and tears no bitterness.
Where is death’s sting? Where, grave, thy victory?
I triumph still, if Thou abide with me.
Hold Thou Thy cross before my closing eyes;
Shine through the gloom and point me to the skies.
Heaven’s morning breaks, and earth’s vain shadows flee;
In life, in death, O Lord, abide with me”.
[Resta con me! Veloce scende la sera;
L’oscurità si addensa; Signore, resta con me.
Quando l’aiuto degli altri viene meno, e il conforto svanisce,
Soccorritore dei deboli, o resta con me.
Rapido verso la sua fine, declina il breve giorno della vita;
Le gioie della terra si affievoliscono; le sue glorie passano via;
Cambia e declina tutto ciò che vedo intorno;
O Tu che non cambi, resta con me.
Non chiedo uno sguardo sfuggente, o una parola che passa;
Ma come Tu hai dimorato con i Tuoi discepoli, Signore –
amico intimo, comprensivo, paziente, confidenziale –
Vieni non a visitarmi, ma a rimanere con me.
Vieni non con il terrore, come il Re dei re,
Ma buono e benigno, con la guarigione nelle Tue ali,
Con lacrime per tutti i dolori, con un cuore per ogni supplica
Vieni, amico dei peccatori, e perciò resta con me.
Nei miei pensieri Tu sorridevi durante la mia giovinezza
E, anche se, nel frattempo ribelle e perverso,
Tu non mi hai lasciato, così spesso come io ho lasciato Te.
Verso la fine, O Signore: resta con me.
Ho bisogno della Tua presenza ogni ora che passa.
Cos’altro se non la Tua grazia può sventare la potenza del tentatore?
Chi come Te può essere la mia guida e il mio sostegno?
Con le nuvole e col sole, Signore, resta con me.
Non temo il nemico, con te che sei pronto a benedire;
I mali non pesano, e le lacrime non sono amare.
Dov’è il dardo della morte? Dove, o tomba, la tua vittoria?
Io trionfo ancora, se Tu resti con me.
Tieni la Tua croce davanti ai miei occhi che si chiudono;
Splendi nell’oscurità e indirizzami verso i cieli.
Irrompe la mattina del cielo, e fuggono le vane ombre della terra;
In vita, in morte, O Signore, resta con me].

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