EBBOK: LA NOTTE DELLA TEMPESTA romanzo di Don Massimo Lapponi

(Ultimato il 9 ottobre 2014)

Una originale casa per studenti a Londra

Horace Lorryson, accompagnato dai genitori, scese dal treno alla stazione Victoria con un’aria tutt’altro che soddisfatta. Non dimostrava i suoi diciott’anni e si sentiva molto irritato per il fatto che, forse anche per questo, i suoi genitori lo trattavano ancora come un bambino. Tutti i suoi amici avevano trovato una sistemazione adatta alla loro età per seguire gli studi universitari a Londra, avevano cioè affittato, a gruppi di tre o quattro, piccoli appartamenti in cui avrebbero potuto trascorrere liberamente gli anni migliori della loro vita. Per lui, invece, i genitori avevano scelto una sistemazione “più sicura”, come dicevano loro. Una certa Miss Linton aveva aperto da poco una casa per studenti e giovani lavoratori nella vecchia Londra, in cui vigevano regole molto particolari. E’ vero che si pagava una retta irrisoria, ma tutto faceva credere che i ragazzi ospitati non avrebbero goduto di nessuna libertà.
Alle rimostranze di Horace i genitori avevano risposto che, contrariamente a quanto pensava lui, moltissimi giovani di ambo i sessi avevano chiesto di essere ospitati nella casa aperta da Miss Linton.
“Certo!” pensava Horace. “Tutti i genitori di provincia, come i miei, vogliono tenere i figli sotto controllo e hanno paura di mandarli a vivere liberamente a Londra! Come se fossimo tutti minorati psichici!”
“Coraggio!” gli disse la madre sorridendogli affettuosamente mentre, usciti dalla stazione Victoria, si accostavano ad un taxi. “Vedrai che ti troverai a tuo agio. Il posto è bellissimo: è nel cuore della vecchia Londra. Quando sono andata a parlare con Miss Linton sono rimasta incantata. Una grande casa così bene arredata! Mi ricordava certe pagine di Dickens”.
Horace storse il naso.
“Tu vai avanti ancora con Dickens!” esclamò.
“Perché?! Che c’è di male? Io penso che certe cose, con il passare del tempo, non invecchiano mai”.
“Sarà!” disse Horace poco convinto.
Intanto si erano accomodati nel taxi. Il padre di Horace dette al tassista le necessarie indicazioni e l’autista avviò l’automobile, muovendosi abilmente nel traffico della metropoli.
Dopo aver attraversato molte strade piene di edifici moderni, di negozi e di uffici, il taxi si addentrò nella zona storica della città, dove abbondavano palazzi nobiliari e abitazioni dallo stile tradizionale. La maggior parte delle case avevano il proprio giardino privato, in cui si respirava un’aria intima e raccolta, e le strade apparivano meno trafficate e caotiche.
Finalmente la vettura, dopo aver percorso una lunga via secondaria, andò a fermarsi in una piazzetta appartata, nella quale sorgeva un grande edificio dall’aspetto di antica casa signorile.
Horace scese dal taxi insieme ai suoi genitori e rimase per qualche istante perplesso a guardare con curiosità il palazzo a cui erano diretti.
Al centro di un muro di cinta si apriva un grande cancello, sulla cui sommità appariva la scritta: Erika House. All’interno si vedeva un giardino, che doveva essere piuttosto ampio, attraverso il quale si accedeva al portone d’ingresso dell’abitazione.
I Lorryson, dopo aver pagato il taxi, presero i bagagli e si avviarono verso l’ingresso della casa. Superato il cancello, si trovarono in un giardino che circondava tutta la vasta abitazione, nel quale numerosi ragazzi e ragazze erano intenti a lavori di giardinaggio.
Il portone del palazzo era aperto e ad esso si accedeva tramite alcuni gradini di pietra. La facciata dell’abitazione era vasta e imponente e le finestre, al pian terreno fornite di sbarre, erano artisticamente incorniciate. La costruzione doveva avere almeno cent’anni.
In prossimità dell’angolo destro della casa si apriva un altro portone, senza scalini di accesso e dall’aspetto più moderno, intorno al quale erano allineati alcuni tavoli e numerose sedie.
I Lorryson salirono gli scalini ed entrarono nell’atrio dell’abitazione, dove un ragazzo si fece loro incontro con un sorriso cordiale.
“Buon giorno!” disse. “Desiderano?”
“Buon giorno” rispose il padre di Horace. “Sono il signor Lorryson e ho accompagnato mio figlio a Erika House. Mia moglie aveva preso accordi con Miss Linton.
“Prego!” disse il ragazzo. “Vi accompagno da Miss Linton!”
Precedendoli, li condusse lungo un corridoio sul quale si aprivano alcune stanze. Bussò all’ultima di esse e, invitato ad entrare, aprì e condusse gli ospiti all’interno.
Ad una scrivania era seduta una ragazza molto giovane, dall’aspetto serio e riflessivo.
“Edith!” disse il ragazzo. “La famiglia Lorryson!”
La ragazza si alzò e si fece incontro ai nuovi arrivati con un sorriso affabile.
“Prego!” disse. “Accomodatevi! Vi stavo aspettando!”
I Lorryson si accomodarono e la ragazza riprese il suo posto dietro la scrivania.
“Dunque tu sei Horace?!” disse guardando il giovane con simpatia.
Il giovane annuì con aria piuttosto imbronciata.
“Nostro figlio” disse la madre del ragazzo, imbarazzata per il contegno poco cordiale del figlio, “avrebbe voluto andare a stare in un appartamento con i suoi amici. Ma noi siamo certi che qui si troverà molto meglio”.
“Lo spero proprio!” disse Miss Linton sorridendo. “Quando abbiamo aperto la casa eravamo in dubbio se ci sarebbero state richieste. Invece quasi subito le domande sono fioccate numerosissime”.
“Lo credo bene!” esclamò la signora Lorryson. “L’immagine, così suggestiva, di Erika House, le condizioni così favorevoli, e poi tutto il programma di collaborazione per la gestione della casa non potevano non piacere”.
“Sapeste quanta storia c’è dietro questa casa! Ma dobbiamo ringraziare soprattutto mio padre, che si è impegnato con sacrifici incredibili pur di realizzare questo progetto”.
“Per fortuna” intervenne il signor Lorryson “ci sono ancora persone generose!”
Edith sorrise al signor Lorryson, ma sul suo viso apparve per un istante un’espressione di tristezza.
“Bene!” disse dopo un attimo di esitazione. “Come sapete, ciò che noi chiediamo ai giovani che qui risiedono è di collaborare attivamente al mantenimento e al buon andamento della casa. Questo ci permette di chiedere, come retta di residenza, una cifra molto bassa. In alcuni casi, se la famiglia è povera e se il ragazzo o la ragazza possono contribuire in maniera più sostanziosa al lavoro in casa, non chiediamo niente. Tutti i residenti hanno a disposizione tempo sufficiente per lo studio o per il lavoro che esercitano fuori casa. Ma una parte della giornata, e poi la sera, devono dedicarla ai lavori in casa”.
“Anche la sera?!” esclamò con disappunto Horace.
“Sì, caro! Poi spiegherò meglio. I lavori necessari sono quelli di una normale abitazione: pulizia, cura del giardino, lavaggio della biancheria, spesa per le varie necessità, cucina, lavaggio delle stoviglie…”
“Ma non ci sono cameriere per queste cose?!” esclamò Horace.
“No, caro! Altrimenti dovreste pagare una retta altissima. E poi pensiamo che sia molto educativo, e anche utile e divertente per voi che vi impratichiate in queste attività”.
“Ma” disse la signora Lorryson, “i lavori di lavaggio e di cucina devono farli anche gli uomini?”
“Naturalmente, signora! Ci sono dei turni da cui nessuno è escluso. Ma, oltre a questi lavori utili, ci sono anche occupazioni che richiedono particolari inclinazioni e abilità. Così vogliamo che la casa sia bella, e per questo chiediamo, a chi si sente di farlo, di impratichirsi nel lavoro di costruzione di mobili, o di decorazione, o di pittura. Anche nella cura del giardino c’è bisogno di competenze particolari. Inoltre abbiamo qui con noi un ragazzo irlandese, Patrick, fratello di una mia carissima amica che vive in Italia, che è appassionato di musica popolare irlandese. E’ un bravo chitarrista ed è disponibile, per chi ha questa inclinazione, a insegnare musica e canto popolare. Per noi è una cosa utilissima, e vi spiego perché. Prima Horace parlava della sera. La sera per noi è un momento importantissimo, perché, oltre ad essere un tempo di divertimento, ci permette di avere notevoli guadagni per il mantenimento della casa. Abbiamo con noi un ragazzo italiano, Luca, che ormai parla inglese abbastanza correttamente. Ha avuto l’idea geniale di creare qui una pizzeria, in cui la sera si prepara la pizza napoletana. Fa venire ogni giorno gli ingredienti necessari della migliore qualità dall’Italia e prepara delle pizze squisite. Il numero degli avventori, da quando abbiamo incominciato, è cresciuto sempre di più. Ma per portare avanti questa attività abbiamo bisogno di numeroso personale, e i ragazzi devono prestarsi a collaborare. Alcuni aiutano Luca a preparare le pizze – e ne servono tanti, perché le richieste sono moltissime – altri, anch’essi numerosi, devono fare i camerieri, e altri ancora, istruiti da Patrick, devono allietare la serata con i canti popolari irlandesi, o anche di altre nazioni”.
“Magnifico!” esclamò il signor Lorryson. “Quasi quasi” aggiunse ridendo “lascio il mio lavoro e apro anch’io una pizzeria!”
Tutti risero di gusto, tranne Horace, che si girava i pollici perplesso.
“Allora” disse infine, “la sera non si può uscire?!”
“Generalmente no” rispose Edith. “Ma un giorno alla settimana, il martedì, la pizzeria è chiusa. Allora si può uscire. Ma ci sono delle regole. Bisogna uscire sempre almeno in tre, mai da soli, e nel gruppo deve esserci sempre un ragazzo più grande. E poi bisogna rientrare prima della mezzanotte”.
“Martedì!” pensò Horace con accentuato malumore. “Che si può fare il martedì?! E poi con la sorveglianza di un mezzo adulto!”
“Ma ora seguitemi” aggiunse Edith alzandosi. “Vi farò vedere la nostra casa”.

Visita a Erika House

I Lorryson si alzarono e seguirono Edith fuori del suo studio.
“Da questa parte” disse Edith avviandosi verso l’ala sinistra del fabbricato “ci sono la cucina, la sala da pranzo e la lavanderia. Ecco: come vedete in cucina oggi ci sono le ragazze”.
I Lorryson seguirono Edith nella cucina. Era molto grande e fornita di tutte le più moderne attrezzature. Cinque ragazze, ben protette da grembiuli bianchi, erano impegnate a preparare il pranzo. Quando videro Edith la salutarono sorridendo.
“Tutto bene?” chiese Edith.
“Benissimo!” risposero in coro le ragazze.
“Speriamo” disse una di loro “che quei balordi di ragazzi imparino a cucinare un po’ meglio! Quando tocca a loro viene voglia di digiunare!”
Tutti scoppiarono a ridere.
“Su Doris!” disse Edith, ridendo anche lei. “Non fare la cattiva!”
“Tu sei un nuovo ragazzo?” chiese Doris.
Horace annuì.
“Allora mi raccomando: impara a cucinare bene!”
Seguirono altre risate e la madre di Horace disse, rivolta al figlio:
“Mi sa che qui imparerai molte cose, non solo le lezioni dell’università!”
“Mah!” mormorò Horace di cattivo umore. “Sarà!”
“Prego!” intervenne Edith. “Venite a vedere il resto della casa. Ecco, questa è la sala da pranzo”.
Così detto li introdusse in una sala molto vasta, ammobiliata con numerosi tavolini e sedie e con ripiani disposti lungo le pareti per appoggiare le stoviglie e le vivande. Anche qui c’erano alcune ragazze intente a pulire e riordinare la sala.
Questa volta Horace rimase positivamente impressionato: la sala era veramente molto bella, illuminata da un elegante lampadario al centro e da altre lampade alle pareti e allietato da quadri a soggetti floreali e da bellissime tovaglie ricamate sui tavolini e sui ripiani.
“Dove avete preso queste tovaglie?!” esclamò la signora Lorryson.
Edith rispose sorridendo:
“Ci tenevo molto che la sala da pranzo desse ai ragazzi un’impressione gioiosa. Per questo ho chiesto alla mia amica Suor Bridget, che vive in Italia, se poteva procurarmi delle belle tovaglie di artigianato italiano. Si è informata, e ha trovato un monastero di carmelitane in Toscana dove fanno dei lavori di ricamo meravigliosi. Così sono riuscita ad arredare la sala da pranzo secondo il mio gusto. Non è bello?”
“Veramente!” esclamò la signora Lorryson. “Poi mi deve dare l’indirizzo di quelle carmelitane, perché voglio acquistare anch’io i loro prodotti”.
“Certamente! Glielo darò senz’altro. Ma proseguiamo il nostro giro. Da questa porta si accede alla lavanderia. Questa settimana il turno spetta ai ragazzi”.
Entrarono in un vasto ambiente dove erano in funzione grandi macchine da lavaggio, sorvegliate da alcuni ragazzi in camice bianco.
“Tutto bene, Edmund?” chiese Edith rivolta a uno di loro che sembrava fare da capo.
“Insomma!” rispose Edmund storcendo un po’ il naso. “E’ proprio un lavoraccio! Senza contare che dobbiamo anche stirare!”
“Voi uomini siete proprio degli sfaticati!”
Edmund rise.
“Mi ricordi una mia zia. Ero andato ad aiutarla a mettere a posto l’abitazione di un’amica di famiglia, che era stata ricoverata d’urgenza all’ospedale e aveva lasciato un gran disordine in casa. Arrivai trafelato, quella mattina, senza neanche aver fatto colazione. Lei mi porse un vestito e mi disse: ‘Mettilo nell’armadio’. Io lo presi in mano e rimasi come imbambolato, un po’ perché ero a digiuno, un po’ perché non sapevo come andava messo. ‘Come si vede che sei uomo!’ mi disse”.
Tutti scoppiarono a ridere.
“E’ proprio vero!” commentò Edith. “Ma vedrai che qui in poco tempo imparerai a lavorare meglio delle ragazze!”
“Infatti” intervenne un altro ragazzo “si dice che gli uomini che fanno certi lavori, ad esempio i cuochi o i sarti, sono più bravi delle donne”.
“Quanto ai cuochi” disse Edith “me lo dovete ancora dimostrare!”
“E sì!” intervenne ridendo un altro ragazzo. “Perché quelle scimunite cucinano bene!”
“Oh, su, piantatela!” concluse Edith. “Prego!” disse poi rivolta ai Lorryson. “Venite con me”.
Usciti dalla lavanderia, si avviarono verso una scala molto ampia con una ringhiera di ferro artisticamente lavorata.
“Da qui si sale al piano superiore, dove ci sono la stanze dei ragazzi. Le ragazze sono nell’ala opposta. Possiamo ospitare fino a venticinque ragazzi. Un po’ più di ragazze, perché loro più facilmente si adattano a stare in due per stanza. Ma saliamo, così vi condurrò nella stanza assegnata a Horace”.
Salirono al primo piano, dove su un ampio corridoio, bene illuminato da grandi finestre posizionate nella parte superiore delle pareti, si aprivano, da una parte e dall’altra, numerose stanze. In fondo al corridoio vi era una balconata con una grande porta-finesta a vetri.
“Magnifico!” esclamò il signor Lorryson. “Quasi quasi rimango qui io al posto di Horace!”
“Magari!” pensò Horace fra sé.
Edith aprì la porta di una delle stanze e guidò i Lorryson all’interno.
“Ecco!” disse. “Questa è la stanza di Horace”.
Horace rimase imbarazzato e in qualche modo rallegrato nel vedere la sua stanza. Effettivamente era molto bella e confortevole. L’arredamento rispecchiava il carattere signorile della casa e alle pareti, di un caldo colore giallo pallido, vi erano bellissimi quadri rappresentanti classiche scene di equitazione. Avvicinandosi alla finestra, Horace vide che essa si affacciava sul giardino sottostante e che una pianta molto alta sporgeva i suoi rami fino quasi a toccarla.
“Allora!” gli chiese la madre. “Ti piace la tua stanza?”
“Be’, sì! Veramente è bella!”
“Dunque” disse Edith, “puoi sistemare qui le tue cose. Ma se hai un computer, lo devi portare nella sala audiovisivi”.
“Come!?” esclamò Horace. “Non posso tenerlo in camera?!”
“No! I computer devono essere usati nella sala audiovisivi”.
“E se la sera…”
“La sera, come ti ho detto, bisogna lavorare nella pizzeria e, quando si finisce il lavoro, verso le undici e mezzo, bisogna andare a dormire, perché la mattina dopo alle otto bisogna essere pronti per la colazione. Soltanto il martedì sera si può usare il computer, per vedere film o altre cose, ma sempre nella sala audiovisivi e non oltre la mezzanotte”.
Horace guardò Edith con aria ostile.
“Ma questo, per caso, è un monastero di carmelitane?” avrebbe voluto dire. Ma rimase in silenzio.
“Su, Horace!” gli disse suo padre. “Ora non fare lo scontroso. Vedrai che ti troverai benissimo. Starai a contatto con tanti ragazzi e ragazze, avrai il tempo di studiare e avrai modo di imparare molte cose utili per la vita. Invece di perdere il tempo in chiacchiere, o peggio, sarai seriamente impegnato, e sono certo che ti divertirai più che non bighellonando per Londra”.
Horace lo guardò con aria poco convinta.
“Ma ora” disse Edith “venite a vedere la sala audiovisivi”.
Discesero di nuovo per la grande scalinata, tornarono verso lo studio di Edith e si diressero verso una porta in fondo al corridoio. Appena i Lorryson entrarono la madre di Horace esclamò:
“Ma è bellissima!”
La sala era molto spaziosa. Vi erano tavolini posti ordinatamente in fila, l’uno accanto all’altro, sulla maggior parte dei quali era posizionato un computer, e in fondo vi era un grande schermo con numerose sedie e un tavolo di presidenza. Bei quadri alle pareti e una calda luce diffusa creavano un’atmosfera raccolta e accogliente.
“Suo padre deve essere un milionario!” osservò il signor Lorryson.
“Oh, no!” esclamò Edith ridendo. “E’ stata tutta una serie di circostanze favorevoli. Un vero miracolo! La casa era in vendita a un prezzo scontato, sia per la crisi del mercato, sia perché il proprietario, ormai anziano e senza figli, aveva urgente bisogno di denaro. Mio padre aveva delle proprietà che ha potuto vendere molto bene. Ma ciò non sarebbe bastato se non avessimo avuto degli aiuti provvidenziali molto consistenti dal Galles e dall’Italia. Del resto, abbiamo ancora alcuni debiti da sanare. Ma con il risparmio che ci consentono alcuni volontari, come Patrick e Luca, e ora con l’attività così bene avviata della pizzeria, entro l’anno prossimo speriamo di metterci in paro. Ovviamente non possiamo far conto sulle rette, che devono rimanere tanto basse da essere accessibili a tutti. Come potrà capire, non abbiamo alcuno scopo di lucro, ma vogliamo soltanto creare un ambiente buono e confortevole per i ragazzi”.
“La vostra è una vera missione!” disse il signor Lorryson. “Appena potrò, non mancherò di fare un’offerta consistente!”
“La ringrazio, signor Lorryson! Spero veramente che Horace si trovi bene!”

Un’impegnativa conferenza ai ragazzi

“Hello! Suor Bridget?” disse Edith dopo aver accostato il microfono all’orecchio. “Tutto bene? Qui non c’è male. Ma sono molto preoccupata, perché questa sera devo parlare ai ragazzi di un argomento molto delicato e sono certa che quello che dirò non sarà bene accolto… Purtroppo i ragazzi di oggi crescono molto male per certe cose e sono pieni di pregiudizi. Per questo volevo chiederti una preghiera speciale per questa sera. Sarà un miracolo se riuscirò a farmi capire. Non so neanch’io come impostare il discorso. E poi c’è un ragazzo nuovo, che sta qui da qualche giorno, che mi sembra particolarmente ostile. Lo raccomando alle tue preghiere. Si chiama Horace… Tuo fratello è bravissimo e sta riscuotendo molto successo con i giovani. Già diversi hanno chiesto di imparare a suonare la chitarra e a cantare i canti irlandesi… Oh, suor Bridget! Non vedo l’ora di tornare ad Acquafredda! E poi c’è quel discorso sempre in sospeso… Ve bene! Ne riparleremo! Per ora mi affido alle vostre preghiere… Sì, Luca va benissimo. Penso che abbia veramente voltato pagina… Allora a presto! Un abbraccio alla madre e a tutte voi!..”
Edith riattaccò il telefono e rimase per qualche istante soprappensiero. Poi prese il citofono interno e compose un numero.
“Kitty?” disse. “Per favore, vuoi venire qui da me? Grazie”.
Riattaccò il microfono e attese in silenzio. Poco dopo si udì bussare alla porta e, all’invito di Edith, una giovane poco più grande di lei entrò nella stanza.
“Ciao, Kitty!” disse Edith sorridendo. “Siediti pure”.
Kitty si sedette accanto alla scrivania di Edith e disse:
“Allora! Che cosa c’è?”
“Ti ho chiamato perché questa sera vorrei parlare ai ragazzi delle relazioni tra i sessi, e so bene che si tratta di un discorso molto arduo da affrontare con loro. Vorrei chiederti di essere presente e di aiutarmi anche tu. Prevedo molte obiezioni a quello che dirò”.
“Verrò volentieri. Capisco che si tratta di un argomento scottante. E, d’altra parte, bisogna pure che qualcuno lo affronti. Se qualcuno” aggiunse con un sospiro “al momento giusto avesse avuto il coraggio di schiarirmi le idee su questo punto, penso che non avrei commesso tanti sbagli!”
“Non me ne parlare! Ancora non mi do pace pensando a mia sorella Erika!”
“Senti: non sarebbe opportuno che fossero presenti anche Luca e Patrick? La loro testimonianza potrebbe essere utilissima”.
“Sì! Hai ragione! Allora rimaniamo che questa sera, alle sei, ci incontriamo tutti nella sala audiovisivi. Lo dici tu a Patrick e a Luca?”
“Va bene!”
“E a pranzo avvertiremo i ragazzi”.
“Ok!”
Kitty uscì dalla stanza ed Edith si mise a scrivere qualche appunto per il discorso che intendeva fare la sera ai ragazzi.
Al momento del pranzo fu dato l’avviso che ci sarebbe stata una riunione alla sei di sera nella sala audiovisivi.
“Di che cosa si parlerà?” chiesero in molti. Ma Edith rispose che non voleva anticipare nulla.
Così all’ora stabilita tutti i ragazzi e le ragazze ospiti si radunarono nella sala audiovisivi pieni di curiosità.
Ad attenderli vi erano Edith, Kitty, Patrick e Luca, seduti al tavolo di presidenza.
Ridendo e vociando con molta vivacità, una quarantina di ragazzi e ragazze si accomodarono sulle sedie. “Per favore!” esclamò Edith. “Un po’ di silenzio!”
Dovette ripetere più volte l’esortazione, finché finalmente i presenti tacquero e si disposero ad ascoltare le parole di Edith con attenzione.
“Cari giovani” esordì Edith, “la maggior parte di voi sono qui già da diversi giorni – alcuni da qualche settimana. Vi siete bene inseriti e avete visto come, in un tempo veramente molto breve, si è avviata bene l’attività della pizzeria, grazie anche alla vostra collaborazione. Sono molto contenta che abbiate scelto in tanti di venire ad abitare a Erika House, pur conoscendo le restrizioni e le regole stabilite per i residenti. Molti di voi sono stati avviati qui dai genitori, giustamente preoccupati per la situazione di trascuratezza della gioventù qui a Londra, come in tutte le metropoli del mondo. So che non pochi hanno accettato con gioia di venire qui, e, anzi, alcuni di voi, conoscendo le nostre necessità, sono venuti a far volontariato con largo anticipo rispetto all’inizio dei corsi di studio.
“Ma certamente non tutti hanno accettato di risiedere qui di spontanea volontà e non tutti capiscono lo spirito con cui è sorta e con cui è gestita Erika House. Ho già parlato più volte in privato con alcuni di voi di questo argomento, ma credo che sia opportuno riprendere il discorso in pubblico e in modo ufficiale, a beneficio di tutti i nostri ospiti.
“Voi vedete che noi della direzione abbiamo più o meno la vostra stessa età. Io non ho ancora vent’anni, e gli altri ne hanno pochi di più. Ma tutti noi abbiamo avuto esperienze molto dolorose, che ci hanno fatto capire tante cose che facilmente sfuggono ai giovani di oggi. Quello che abbiamo visto e patito ci ha convinti che la cura della gioventù è la cosa più importante nel mondo di oggi, e nello stesso tempo che, purtroppo, pochissimi se ne occupano in modo serio ed efficace. Il risultato è che la gioventù è abbandonata a se stessa. Anzi! Magari fosse abbandonata soltanto a se stessa! Purtroppo ci sono un’infinità di persone impegnatissime ad interessarsi della gioventù, non però per il bene dei giovani, ma per curare i propri interessi commerciali. Quanto si specula sulla gioventù! Come si cerca di creare in essa bisogni artificiali perché i giovani si abbandonino, con insaziabile avidità, ad acquistare i prodotti escogitati apposta per loro! Strumenti elettronici sempre più sofisticati, mezzi di locomozione, abiti all’ultima moda, acolici, discoteche, purtroppo anche droghe… E’ tutto un gigantesco business! Ma quanti giovani si fanno adescare dalle false promesse di felicità fatte loro dai commercianti! Quanti non si rendono conto di quanto sia artificiale la vita in cui si immergono con l’abuso degli strumenti elettronici, dell’alcool e di tutto il resto! La vita vera, la felicità vera, sfugge dalle loro mani che invano cercano di afferrarla.
“Per questo noi, ad Erika House, abbiamo voluto creare un ambiente che, non solo proteggesse i giovani dal business dei falsi miraggi di appagamento, ma che, al contrario, li mettesse in grado di vivere una vita autentica e di scoprire in essa la via per una più solida e vera felicità.
“Ma ora voglio affrontare un argomento molto scottante, di cui oggi si ha timore di parlare con sincerità e che, invece, senza alcun dubbio riguarda uno degli ambiti principali, se non il principale, in cui giocano le illusioni della propaganda commerciale. Intendo parlare delle relazioni tra i sessi.
“Non nascondiamoci che alla vostra età si manifesta in modo sempre più forte l’attrattiva reciproca tra ragazzi e ragazze, e non dubito che anche qui a Erika House già molti di voi sentano questa attrattiva. La comune mentalità di oggi afferma che non solo non c’è niente di male in questo, ma che non esiste alcuna regola e che è bene lasciarsi andare liberamente alle proprie inclinazioni, disprezzando e dimenticando tutte le restrizioni che la passata società illiberale poneva a giovani e meno giovani. Ma ora io mi sento in dovere di farvi un discorso controcorrente.
“Molti di voi già sanno che Erika House si chiama così a ricordo di mia sorella maggiore, Erika, che è morta l’anno scorso per abuso di droga. Io praticamente l’ho vista morire, e so che ella è giunta a questo proprio per non aver capito che l’amore è una cosa seria, con la quale non si scherza. Vorrei trasmettere a tutti voi l’angoscia mortale che ho provato alla vista del corpo di mia sorella straziato da quella droga, presa quasi per disperazione! Vorrei che ognuno di voi sentisse il dolore senza fine che ancora mi porto dentro dopo quella mattina terribile di poco più di un anno fa!
“Credetemi! L’amore è una cosa bella, è la cosa più bella della vita! Ma l’amore vero, non la sua contraffazione! Oggi vorrebbero farvi credere che l’amore vero non esiste, ma che potete benissimo farne a meno, pur che lo surroghiate con facili esperienze di rapporti sessuali, senza regola né freno. E’ tutto un inganno! L’amore vero esisterà sempre, e le facili esperienze sessuali, anziché darvi il vero appagamento che sognate, non fanno che estinguerlo nel vostro cuore. L’amore vero bisogna meritarlo! Bisogna esserne degni! Cercate il vero amore! Cercatelo anche qui, tra di voi! Certamente! Sarò la prima a rallegrarmene se lo troverete. Purché però sia amore vero! Quell’amore che si impegna a condividere per sempre la vita con la persona amata, accettando gioie e dolori e pronto ad assumersi tutti i pesi e le responsabilità di una vita in comune e di un servizio reciproco.
“Vi parlo di impegno, di pesi, di responsabilità, e voi subito pensate che voglia rendere la vostra vita triste e noiosa. Ma non è così! Queste cose sono la strada obbligata perché la vostra vita sia felice. E’ invece l’abbandono senza regole al proprio piacere e alla sola propria soddisfazione che rende la vita infelice, distrugge l’amore, divide le famiglie e le amicizie e porta alla rovina dell’esistenza!
“So che oggi ben pochi vi fanno questi discorsi, e sentirli da una giovane come voi vi sembrerà strano. Ma ora sapete quale tragedia ha aperto gli occhi a chi vi parla e come proprio perché non si ripetano più tragedie simili abbiamo voluto creare per voi Erika House”.
Edith aveva fatto uno sforzo sovrumano per esporre coraggiosamente il suo discorso ai ragazzi. Quando ebbe finito si sentì esausta e tacque guardandosi nervosamente intorno.
I giovani seduti nella sala tacevano quasi intimoriti dal tono serio e appassionato delle parole di Edith. Si sentivano come affascinati e trasportati in una dimensione inusuale. Nessuno fiatò.
Dopo qualche istante Luca si alzò e prese la parola esprimendosi in un inglese abbastanza corretto.
“Cari ragazzi” disse, “so bene che quello che ha detto Edith vi suona un po’ strano e che vi meravigliate che dei giovani come voi vi parlino come non vi parlerebbe oggi neanche un vecchio. Ma ora alla voce di Edith voglio aggiungere anche la mia. Io ho solo ventun’anni, ma purtroppo ho già avuto il tempo di macchiare la mia coscienza con azioni di cui mi vergogno. Ho avuto però la fortuna di trovare una ragazza che mi ama veramente e che per questo è pronta anche a perdonarmi la mia infedeltà. Ma ho capito da me stesso, e anche lei me lo ha fatto capire, che gli errori si pagano e che ora devo rendermi degno del suo amore con un periodo di servizio gratuito agli altri. Per questo sono qui e per questo sono pronto a dedicarmi a voi senza risparmio. E’ un impegno, un peso e una responsabilità, ma per me è soprattutto una grande gioia, perché ho capito che quella ragazza vale più di qualsiasi altra cosa e che, pur di meritare il suo amore, devo essere pronto ad ogni sacrificio.
“Vi assicuro che quello che diceva Edith è giustissimo! L’amore vero non è il piacere del sesso! L’amore vero costa il sacrificio del proprio egoismo. Ma poi porta la più grande e più vera felicità e nessun sacrificio è troppo grande per conquistarlo. Credetemi, ragazzi! Cercate l’amore vero! Non accontentatevi delle cose facili, che non hanno alcun valore! Non sciupate il vostro cuore! Non svendetevi per il piacere di un momento! Ne paghereste le conseguenze per tutta la vita!”
I giovani presenti, sempre più impressionati, si guardavano intorno e continuavano a tacere. Infine uno di loro si alzò.
“Edith e Luca” disse, “credo di parlare a nome di tutti noi. Immagino che voi vi aspettavate una reazione negativa da parte nostra, e che vi avremmo riempiti di proteste, e magari anche di insulti. Invece no! Io personalmente – e credo che sia così anche per gli altri – vi sono grato per le cose che ci avete detto, e che nessun altro aveva mai avuto il coraggio di dirci finora. Voglio soltanto aggiungere che mi dispiace moltissimo per quanto è successo alla povera Erika e che capisco che ora è nostro dovere collaborare con voi perché questa casa possa efficacemente aiutare i giovani a vivere nel modo migliore, per il loro bene e per dare a Edith quella soddisfazione che ella giustamente si aspetta da noi”.
Detto questo, il giovane si sedette. Dopo qualche istante un altro giovane incominciò ad applaudire e immediatamente tutti si unirono in un caloroso applauso.
Edith si alzò commossa ed esclamò con voce tremante:
“Grazie ragazzi!”
Poi si coprì il viso con un fazzoletto per nascondere le lacrime.

Il complotto

“Hello! Ciao Billy, sono Horace. Qui è una situazione indescrivibile! Ti avevo già detto che la Linton sembra una monaca carmelitana. Ma non ti dico che discorso ci ha fatto questa sera! Roba da pazzi! Nel duemila! E il bello è che tutti hanno applaudito! Io avrei voluto protestare, ma avrei avuto tutti contro.
“Non ne posso più! Davvero!.. Ti puoi immaginare che ha detto! Che l’unico amore legittimo è il matrimonio legalizzato! Qui ci stanno diverse ragazze che sono uno schianto, e all’inizio mi ero rallegrato e mi sembrava che, tutto sommato, la situazione non era male. Ma da quando hanno ascoltato quel discorso si sono tutte impettite e sembrano una per una la regina Vittoria in persona! Che vai a dire a gente simile?!..
“Senti un po’: io mi sono scocciato di questa prigione! Al più presto voglio venire in discoteca con voi… Lo so, lo so che là ce ne sono tante che non assomigliano alla Regina Vittoria, ma a Lady Gaga!.. Una cubista?.. E è abbordabile?.. Senti, al più presto, anche domani voglio venire con voi!.. Domani notte?.. Bene! Allora senti: domani, dopo che abbiamo finito in pizzeria… Ah, non te l’avevo detto? Qui la sera si lavora in pizzeria. Veramente la pizza è favolosa, tanto che ho chiesto di stare in cucina per imparare a farla. E già riesco bene. Ma quel Luca questa sera mi ha proprio scocciato! In un inglese che faceva ridere è venuto in soccorso della Linton. Forse, se non era per lui, la Linton sarebbe stata sommersa dai fischi. Roba da prenderlo a schiaffi! E poi quel Patrick, con le sue lagne irlandesi!.. No, come chitarrista è bravo, ma quando incomincia con quell’ostrogoto gaelico è proprio uno strazio! Ogni tanto poi attacca con le litanie: Gesù Cristo, Santa Maria, San Giuseppe, San Patrizio…, sempre in puro gaelico, naturalmente. La gente si diverte, ma io gli sbatterei la chitarra in testa!.. Dimmi!.. Dunque domani, verso le undici e mezzo, penso di poter uscire. Il portone si apre dall’interno. Poi per scavalcare il muro posso adoperare la scala che le ragazze usano per i lavori in giardino. Devo stare attento a metterla, la sera, in un posto in cui si possa accedere. Se me la chiudono a chiave va tutto in fumo. Scavalcato il muro, devo percorrere un po’ di strada per prendere la metropolitana. Dove devo scendere?.. A Ealing Broadway?.. Ok!.. Allora voi aspettatemi al bar di fronte. Attraverso la strada e in cinque minuti arrivo. Poi la mattina aspetto che alle sette Luca apra il cancello. Entro e senza farmi vedere mi arrampico sull’albero e rientro in camera mia. Così alle otto mi presento a colazione come se niente fosse. Che te ne pare?.. Ok! Allora a domani notte!”
Luca chiuse il cellulare e aprì la finestra per osservare bene il terreno. Sì, i rami della pianta arrivavano vicinissimi alla sua finestra e sarebbe stato un gioco da ragazzi salire su e rientrare in camera. Luca di solito dopo aver aperto il cancello se ne tornava in casa, anche perché faceva freddo. C’era il problema della scala. Le ragazze di solito la chiudevano a chiave in uno sgabuzzino in un angolo del giardino. Horace pensò che il giorno dopo, prima che finisse il turno di lavoro in giardino, avrebbe potuto chiedere di usare la scala per sistemare i rami di un albero e che avrebbe pensato lui a rimetterla a posto. Poi avrebbe finto di dimenticare di chiudere a chiave la porta dello sgabuzzino e avrebbe riconsegnato la chiave alle ragazze a cena. A quell’ora, a parte il fatto che non c’era tempo, nessuno con quel freddo sarebbe andato a controllare se lo sgabuzzino era stato chiuso a dovere.
Soddisfatto del suo piano di azione, Horace se ne andò a dormire. Quella sera il lavoro in pizzeria era stato molto impegnativo e si sentiva stanco. Ma il giorno dopo, ne era sicuro, sarebbe stato prontissimo per la sua avventura! Il solo pensiero della cubista gli avrebbe fatto passare tutta la stanchezza!
Passò la giornata successiva con grande agitazione e con il pensiero fisso al suo appuntamento notturno. La mattina all’università non riusciva a seguire le lezioni per l’eccitazione e poi in casa non faceva che controllare l’orologio e gli sembrava che il tempo non passasse mai. Nei lavori era distratto e sbadato e più volte suscitò l’irritazione dei suoi compagni.
Prima che finisse il turno dei lavori in giardino si fece dare la scala e finse di lavorare a lungo per sistemare i rami di un albero, anche se era molto disturbato dal vento, che da un po’ di tempo aveva incominciato a soffiare con forza inconsueta. Poi andò a posare la scala nello sgabuzzino, ma si guardò bene dal chiudere la porta a chiave. Rientrato in casa, raggiunse gli altri nel refettorio e consegnò la chiave dello sgabuzzino alla ragazza incaricata. Nessuno sospettò di niente.
Soddisfatto della sua opera, Horace cenò allegramente insieme agli altri e poi tutti andarono a lavorare nella pizzeria all’angolo del palazzo.
Fu una tortura per Horace doversi impegnare al sua lavoro in cucina mentre l’orologio sembrava avanzare a stento da un minuto all’altro. Prima le dieci, poi le undici, poi le undici e mezzo: le ore non passavano mai! Horace guardava in continuazione la pendola della cucina e si sentiva esasperato.
Sebbene la serata fosse disturbata da un vento impetuoso, da un freddo intenso e da improvvisi rovesci di pioggia, gli avventori erano molto numerosi e le richieste fioccavano.
“Sbrigati!” gli diceva ogni tanto Luca, vedendo che tardava a finire il suo lavoro. “Oggi c’è un mare di gente e non dobbiamo farli aspettare!”
Horace, per non destare sospetti, cercava di applicarsi con diligenza al suo lavoro, ma dentro di sé fremeva di impazienza. E continuava a guardare la pendola.
Finalmente il turno di lavoro finì e i ragazzi pottettero ritirarsi nelle loro stanze. Horace finse di salire in camera sua, ma si nascose in una stanza del pianterreno in attesa che tutti si ritirassero. Fuori intanto il tempo infuriava.
Dopo pochi minuti, certo che tutti erano saliti nelle loro stanze, uscì dal suo nascondiglio.
Finalmente ora poteva andare! Telefonò a Billy per avvertirlo che stava uscendo e si mosse per ragiungere il portone d’ingresso. 
Un’avventura notturna

Uscito dalla stanza, Horace si avviò prudentemente verso l’atrio dell’abitazione facendosi luce con una torcia elettrica. Si sentiva intimorito ed eccitato nello stesso tempo e, se da una parte cercava di avanzare lentamente senza far rumore, dall’altra provava una grande impazienza di giungere all’appuntamento.
Tendeva l’orecchio per essere certo che nessuno girasse per la casa, ma si udiva soltanto l’ululare del vento impetuoso.
Attraversò i corridoi e l’atrio e si avviò verso porta d’ingresso.
“Coraggio!” si disse. “Ci siamo quasi!”
Ma quando arrivò al portone e pose mano alla maniglia di apertura gli sembrò di udire un rumore.
Si arrestò di botto sudando freddo e per un po’ rimase immobile in silenzio. Il vento continuava ad ululare tra i rami degli alberi. Non si udiva null’altro.
Rassicurato, aprì il portone e uscì sul pianerottolo.
Il vento freddo lo investì con violenza, ma era ben riparato dal soprabito e dalla sciarpa. Chiuse con molta cautela il portone, cercando di non far rumore, e si avviò sul prato verso il magazzino dove aveva lasciato la scala.
Il vento scuoteva i rami degli alberi e a tratti sembrava volesse sradicarli da terra con il suo impeto. Horace guardò con preoccupazione i rami dell’albero che si arrampicava fino alla finestra della sua stanza.
“Speriamo che domani mattina questo ventaccio si sia calmato!” pensò. “Non sarebbe facile arrampicarsi sull’albero con questa tempesta!”
Intanto aveva raggiunto il magazzino. La porta, come programmato, era rimasta aperta. Horace prese la scala e si accostò al muro di cinta, che era altro circa due metri e mezzo.
“Ma se lascio la scala appoggiata al muro, domani Luca potrebbe sospettare qualche cosa. E’ meglio che salga un po’ più in là, dove c’è quel cespuglio vicino al muro. Dopo salito cercherò di nasconderla dietro al cespuglio”.
Si avvicinò al cespuglio e appoggiò la scala al muro. Poi si guardò intorno: al chiarore dei lampioni della strada lo spazio del giardino si vedeva in modo confuso, con molte ombre proiettate dalle siepi e dagli alberi. Non si scorgeva nessuno.
Horace si strinse bene nel soprabito e salì la scala fino ad arrivare in cima al muro di cinta. Lì il vento lo investì con violenza e dovette stringere fortemente le gambe intorno alla cima del muro per non cadere. Sistemò alla meglio la scala dietro il cespuglio e diede un’ultima occhiata al giardino. Non si vedeva nessuno e tutti i rumori erano coperti dall’infuriare del vento.
“Finalmente!” si disse. Era eccitatissimo e gli pareva che ormai in un attimo sarebbe stato vicino alla cubista.
Si lasciò andare e senza difficoltà andò a cadere in piedi sul marciapiede sottostante.
“Ora devo percorrere la stradina” pensò, “poi a destra per un centinaio di metri. Poi ancora a destra e in pochi minuti sono alla stazione della metropolitana!”
Si avviò rapidamente senza guardarsi intorno. Del resto a quell’ora non c’era quasi nessuno per le strade. Il vento continuava ad infuriare scuotendo le cime degli alberi allineati lungo la stradina.
Giunto sulla via principale, la percorse per un breve tratto, poi voltò a destra e poco dopo si trovò all’ingresso della stazione della metropolitana.
Eccitatissimo imboccò le scale e discese fino al marciapiede di attesa.
Dopo pochi minuti arrivò il convoglio e Horace salì in vettura.
“Ormai ci siamo!” pensò soddisfatto.
Vi era un buon numero di passeggeri, nonostante l’ora tarda, ma Horace era talmente preso dal pensiero della nottata che avrebbe trascorso in discoteca che non badava a nessuno.
Dalla sua cittadina di provincia doveva fare molti chilometri per andare in discoteca, e per di più i suoi genitori erano contrari. Solo due volte era riuscito ad ottenere il permesso, ma con la condizione di non rientrare più tardi dell’una di notte. Come ci si poteva divertire a quelle condizioni? Ora la cosa era diversa! Sarebbe arrivato entro una mezz’ora o poco più e avrebbe avuto parecchie ore per divertirsi. E poi quella cubista di cui gli aveva parlato Billy! Al solo pensiero gli veniva la pelle d’oca! Ora non era più un bambino ed era giunta l’ora di dimostrarlo!
Preso da questi pensieri, non si era accorto che non lontano da lui tre giovanotti dall’aspetto poco raccomandabile lo guardavano con insistenza parlottando tra loro. Avevano i capelli lunghi divisi in treccioline, stile africano, camicie aperte e jeans pieni di strappi. Abbondanti tatuaggi coprivano le loro membra scoperte.
Quando finalmente la vettura raggiunse la stazione di Ealing Broadway e Horace si mosse per scendere, i tre giovinastri lo seguirono.
Raggiunto il marciapiede, Horace fu investito da una forte raffica di vento. Si strinse nel soprabito e si apprestò ad attraversare la strada, quando improvvisamente si trovò di fronte i visi poco rassicuranti dei tre giovani.
“Prego!” disse. “Devo attraversare!”
“E dove devi andare, ragazzino?!” lo apostrofò uno dei giovani.
“A te che te ne importa? Sono affari miei!”
“Eh! Che linguetta ha il novellino! Lo sai che a quest’ora i piccolini come te devono stare a nanna?”
“Non sono un piccolino, e ad ogni modo tu fatti gli affari tuoi!”
“Sentilo, sentilo! Per essere una matricola non sei niente male! Ma devi imparare a stare al posto tuo!”
“Sta’ tu al posto tuo, e lasciami passare!”
Il giovinastro allungò la mano e prese Horace per il mento.
“Ei! Ragazzino!” disse. “Impara a rispettare i più anziani! Ora tu vieni con noi, che dobbiamo insegnarti a vivere!”
Horace impallidì e incominciò a sudare freddo.
“Lasciatemi andare!” gridò.
“Eh! Non alzare la voce, sai?! Non ti conviene!”
Horace si sentì perduto. La mano del giovinastro lo stringeva per il mento con forza sempre maggiore e sembrava volesse attirarlo verso di sé.
“Che cosa ho fatto!” si disse terrorizzato.
Ma in quel momento due mani si posarono sulle braccia del giovane che teneva Horace per il mento e lo costrinsero ad abbandonare la presa e a voltarsi.
“Ti ci metti con i più piccoli!” disse una voce con accento straniero. “Misurati con uno della tua età!”
“Luca!” gridò Horace.
Preso di sorpresa il giovinastro non ebbe la prontezza di reagire e Luca, che gli si era avvicinato alle spalle, gli sferrò un pugno nello stomaco. L’altro si piegò in due dal dolore, ma i suoi compagni immediatamente piombarono su Luca e lo afferrarono per le braccia.
“Scappa!” gridò Luca a Horace. “Torna a casa!”
“No!” gridò Horace e di corsa attraversò la strada.
Intanto il giovane che aveva ricevuto il colpo da Luca si era rialzato e, pieno di rabbia, approfittando del fatto che le braccia di Luca erano immobilizzate dai suoi compagni, lo colpì ripetutamente allo stomaco. Luca si piegò in due e l’altro gli sferrò una ginocchiata sul viso.
Luca cadde a terra mentre un fiotto di sangue gli usciva dal naso.
“Ammazziamolo!” gridò come un energumeno il giovane che lo aveva colpito.
Ma in quel momento cinque giovani guidati da Horace piombarono sui tre teppisti riempiendoli di colpi. I tre, vista la mala parata, se la diedero a gambe, inseguiti per un po’ dai cinque compagni di Horace, che però presto desistettero e tornarono presso il corpo del giovane disteso per terra. Intanto Horce si era gettato su Luca gridando come un ossesso:
“Luca! Luca! Svegliati! Apri gli occhi! Ti prego! Svegliati! No! No! Non devi morire! Svegliati! No! No! E’ tutta colpa mia!”
L’ululio del vento, che continuava a soffiare con forza, risuonava alle orecchie di Horace come un lugubre lamento funebre.
Intanto, nonostante l’ora tarda, si era radunato intorno a loro un gruppetto di persone.
“Che è successo?” chiedevano.
Tra la confusione generale si fece avanti un uomo che disse con aria autorevole.
“Prego! Fatemi passare! Sono un medico!”
Tutti si scostarono e l’uomo poté avvicinarsi al giovane steso per terra.
“Non è grave, vero dottore?!” continuava a ripetere Horace agitatissimo.
“Se ti scosti e mi lasci lavorare è meglio!” gli disse un po’ bruscamente il medico.
Poi aprì la camicia di Luca, gli ascoltò il cuore e gli tastò il polso.
“Speriamo bene!” disse. “Ma ora chiamo l’ambulanza”.
Prese il cellulare e compose il numero.
Intanto Horace e gli altri ragazzi spiegavano alla gente che cosa era successo. Il medico, udendo la narrazione dei fatti, rimase in silenzio scuotendo il capo.
Poco dopo arrivò l’ambulanza e il medico aiutò gli infermieri a collocare Luca sul lettuccio e a sistemarlo nella vettura. Poi salì anche lui sull’ambulanza.
“Posso venire anch’io, dottore?” chiese Horace con le lacrime agli occhi.
“Sali, su! Sbrigati! E voi, ragazzi, avvertite la polizia!”
L’ambulanza partì e in pochi minuti raggiunse il Pronto Soccorso.

Una telefonata nel cuore della notte

Il medico, che evidentemente era di casa, fece subito condurre Luca nella sala di primo intervento, si assicurò che i medici di guardia si occupassero immediatamente di lui e poi tornò presso Horace, che si torceva le mani in preda alla disperazione. Insieme al medico si avvicinò al giovane anche un poliziotto e Horace dovette raccontare con ordine come si erano svolti i fatti.
“Sapresti riconoscere quei giovani?” chiese il poliziotto tenendo in mano un taccuino per prendere appunti.
“Credo di sì”.
“Ho sentito i colleghi. I tuoi amici li hanno avvertiti subito e ora stanno dando la caccia a quei teppisti. Dammi i tuoi recapiti. Se li prendiamo dobbiamo poterti rintracciare. La tua testimonianza sarà decisiva. Dove abiti”.
“Qui a Londra a Erika House”.
“Dov’è?”
“Rosamund Square”.
“Quale è il tuo numero di cellulare?”
Horace glielo fornì e il poliziotto, messo in tasca il taccuino, dopo un cordiale saluto si allontanò.
Horace si rivolse al medico:
“Come sta Luca?” chiese con ansia.
“Ancora non posso dire niente” rispose il medico. “Ma non sarebbe il caso di avvertire i responsabili di Erika House? Se si accorgono che voi mancate, staranno in ansia”.
“Ha ragione, dottore! Chiamo subito Miss Linton, sperando che mi risponda a quest’ora”.
Horace prese il cellulare e con mano tremante compose il numero di Erika House. Il telefono squillò a lungo, ma alla fine rispose la voce assonnata di Edith.
“Hello! Chi è a quest’ora?!”
“Hello! Miss Linton! Sono io, Horace!”
“Horace?! Da dove chiami?!”
“Sono qui, al pronto soccorso dell’’Ospedale ***”
“Cosa fai lì a quest’ora?!”
“La prego, Miss Linton: non mi rimproveri! Lo so che è tutta colpa mia! Ma ora c’è un fatto gravissimo: Luca è stato malmenato da tre teppisti e ora è in osservazione al pronto soccorso. Non si sa ancora come sta!”
“Ma cosa dici?! Come è capitato Luca lì? Come ha fatto a farsi pestare dai teppisti?! Non era in casa a dormire?!”
“No, Miss Linton. E’ tutta colpa mia! Le racconterò! Venga subito! Ma non mi rimproveri, la prego! Mi sento morire!”
“Va bene! Vengo subito! Aspettami là! Ma non ti agitare! Cerca di sapere al più presto come sta Luca!”
Horace riattaccò e guardò con aria supplichevole il medico.
“Come si fa a sapere se Luca se la caverà?”
Vedendo la disperazione del giovane, il medico si commosse.
“Ora vado a chiedere!” disse, ed entrò nella sala di primo intervento.
Horace si sedette, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e si prese il viso tra le mani.
Rimase così a lungo ripetendo in continuazione: “Ti prego, Luca, risvegliati! Non morire! Ti prego! E’ tutta colpa mia!”
Il tempo passava e il medico non riappariva. Dopo circa mezz’ora dalla porta d’ingresso entrò Edith e si avvicinò subito al giovane, lo prese per le braccia e lo scosse.
“Allora, Horace!” esclamò. “Si può sapere che cos’è questa storia?!”
Horace si alzò e si gettò piangendo tra le braccia di Edith.
“La prego, Miss Linton!” disse tra i singhiozzi. “Mi perdoni! Sono stato uno stupido, ma volevo soltanto divertirmi! Non volevo fare male a nessuno!”
“Avanti, su! Dimmi con calma quello che è successo! Non ti preoccupare! Non ti mangio vivo!”
“Oh, Miss Linton! Volevo andare in discoteca con i miei amici e sono uscito di nascosto quando tutti si erano ritirati. Ma Luca deve avermi sentito e mi ha seguito senza che io me ne accorgessi. Quando sono sceso dalla metropolitana a Ealing Braodway tre teppisti mi hanno affrontato e stavano alzando le mani contro di me. Allora Luca è intervenuto e mi ha salvato. Ma quei ragazzacci lo hanno preso a botte e lo hanno steso a terra. Forse gli hanno rotto il naso. Volevano ucciderlo. Lo hanno detto. Ma per fortuna i miei amici sono accorsi e li hanno messi in fuga. Poi un medico che passava di lì lo ha visitato e lo ha fatto portare qui. Ora è dentro anche lui da mezz’ora e ancora non si sa niente! Oh, Luca! Ti prego: non morire! Risvegliati!”
“Faresti meglio a pregare Dio, anziché pregare Luca!”
Horace la guardò confuso.
“Ma…” balbettò.
“Che cosa ti sembra più ragionevole, pregare Dio, pregare Luca o non pregare nessuno?”
Horace abbassò il capo e mormorò:
“Pregare Dio!”
“Bene! Allora pregalo! Ma calmati! Io vado a vedere se posso sapere qualche cosa”.
Edith fece sedere il giovane, che nascose di nuovo la testa tra le mani, e si accostò alla porta della sala di primo intervento. Bussò delicatamente e poco dopo un infermiere si affacciò.
“Sono Miss Linton, di Erika House. Posso parlare con uno dei medici?”
“Aspetti un attimo!”
L’infermiere si ritirò e dopo qualche istante si affacciò sulla porta il medico che aveva soccorso Luca.
“Dottore” disse Edith, “sono Miss Linton, di Erika House. Potrei avere notizie sul giovane che è stato portato qui mezz’ora fa?”
“Lei è la responsabile di Erika House?” chiese il medico uscendo dalla sala di primo intervento e chiudendosi la porta alle spalle.
“Sì! E, come può capire, sono molto ansiosa per Luca. Ci sono buone notizie?”
“Grazie al cielo sì!”
Edith alzò gli occhi al cielo con un sospiro di sollievo e diede un’occhiata a Horace che rimaneva immobile sulla sedia con la testa tra le mani.
“Ora” continuò il medico “gli stanno facendo un intervento al naso. Ma per fortuna non è grave e tornerà normale. Per il resto ha avuto soltanto qualche contusione e un forte shock. Gli serviranno alcuni giorni di ricovero e poi un periodo di riposo. Gli è andata bene! Se non fosse stato subito soccorso da quei giovani, quei teppisti lo avrebbero conciato per le feste!’
“Sa dottore che Luca non ha alcuna colpa?! Anzi! E’ soltanto da ammirare!”
“Lo so! Ma ora vada a consolare quel povero ragazzo! Sta peggio lui di Luca!”
Edith sorrise e ringraziò il dottore. Poi si avvicinò a Horace e lo accarezzò sulla spalla.
Horace si riscosse e guardò Edith con aria interrogativa. Aveva le lacrime agli occhi.
“Ho pregato, Miss Liton! Ho pregato come ho potuto! Non sono abituato a farlo. Ma ho chiesto a Dio che faccia morire me al posto di Luca!”
“Coraggio! Per questa volta non morirete né tu né lui!”
Horace aprì la bocca e rimase senza parole, mentre sul suo viso appariva un’espressione indefinibile, che esprimeva una gioia contenuta e quasi timorosa.
“Sì, Luca sta bene. Non c’è pericolo. Gli stanno facendo un intervento al naso, ma con pochi giorni di ospedale e un po’ di riposo ritornerà normale”.
“Veramente, Miss Linton?! Dunque non ci saranno gravi conseguenze?”
“No! Puoi stare tranquillo! E’ finito tutto bene. Ma ora muoviti! Dobbiamo tornare a casa! E’ tardissimo e tra non molto i ragazzi si alzeranno e bisogna preparare la colazione. Ora dirò ai medici che torneremo domani, cioè oggi, più tardi. In mattinata manderò Patrick e noi verremo a trovarlo nel pomeriggio. Su! Sbrigati!”
Horace si alzò rinfrancato e Edith, dopo aver scambiato qualche parola con il medico, si avviò insieme a lui verso l’uscita. 
Sogno d’amore

La mattina dopo Horace si alzò piuttosto tardi. Edith lo lasciò dormire, comprendendo che l’emozione era stata troppo forte per lui.
“Speriamo che la lezione gli giovi!” pensava, e aspettava con una certa ansia che si presentasse nel suo ufficio.
Infatti verso le undici il ragazzo bussò alla porta e Edith lo invitò ad entrare.
“Prego! Siediti! Allora! Hai dormito bene?”
“Sì, Miss Linton! Sapere che non ci sarebbero state gravi conseguenze per Luca mi ha tolto un peso dal cuore! Ma ora sono qui per fare il mio dovere”.
“Cioè?”
“Per riconoscere davanti a lei che sono stato un imbecille e che ho agito in modo molto scorretto nei suoi confronti, nei confronti di Luca e di Erika House. E devo anche confessarle che ho nutrito a lungo pensieri molto cattivi verso di lei, verso Luca e verso tutto il vostro modo di impostare la vita dei giovani qui. Ora riconosco che sbagliavo completamente. Voi avevate ragione, e io ero solo uno stupido presuntuoso. Ma la prego, Miss Linton, ora mi perdoni e mi dia la possibilità di dimostrarle che il mio pentimento è sincero e che veramente voglio voltare pagina!”
“Su questo puoi stare tranquillo. Erika House è sorta per aiutare i giovani che rischiano di smarrirsi nelle difficoltà del mondo di oggi, non per essere la torre d’avorio dei perfetti”.
“Grazie Miss Linton. Le prometto che non la deluderò. Ma che notizie ci sono di Luca?”
“Questa mattina è andato a trovarlo Patrick. Mi ha telefonato e mi ha detto che sta molto meglio. L’intervento è andato bene. Ora ha il naso fasciato e tenuto fermo da un apparecchio – ma è un apparecchio di dimensioni molto ridotte. E’ di buon umore e ha chiesto di te”.
“Dopo pranzo posso andare a trovarlo?”
“Ci andremo insieme! Ma ora ci saranno dei problemi per Erika House!”
“Perché, Miss Linton?”
“Luca portava avanti la pizzeria, che è la nostra principale fonte di sostentamento. Ora dovrà stare qualche giorno in ospedale e poi avrà bisogno di riposo. Sarà un grosso problema!”
“Ascolti, Miss Linton! Io ormai ho imparato bene a fare le pizze. Sostituirò io Luca per tutto il tempo necessario!”
“Ma Horace! Luca provvedeva ad ordinare gli ingredienti dall’Italia, sapeva scegliere i migliori prodotti al prezzo più conveniente, li andava a prendere e organizzava tutto il lavoro…”
“Non si preoccupi! Parlerò con Luca e mi farò spiegare tutto. Imparerò anche a ordinare gli ingredienti e ad andare a prenderli. E poi rimarrò in contatto con lui per ogni problema che dovesse sorgere. Mi impegnerò anima e corpo, e vedrà che Erika House non subirà alcun danno!”
Edith lo guardò perplessa.
“Credi veramente di riuscire?”
“Glielo prometto, Miss Linton!”
Edith sorrise.
“Dunque sarai tu il salvatore di Erika House!”
Horace arrossì confuso.
“Non dica così, Miss Linton!” esclamò. “Faccio solo il mio dovere di risarcire il danno che ho arrecato”.
“Vedi che aveva ragione tua madre? Qui imparerai molte cose, non solo le lezioni dell’università! Già hai imparato a fare le pizze!”
“Non solo quello, Miss Linton!”
Subito dopo pranzo Edith chiamò un taxi e insieme a Horace si recò a trovare Luca in ospedale.
Il giovane non era più al Pronto Soccorso. Era stato ricoverato in un reparto al primo piano.
Edith ed Horace salirono le scale e poco dopo si trovarono nella stanza che Luca condivideva con altri due ricoverati, i quali però in quel momento si erano allontanati insieme ad alcuni loro parenti che erano venuti a trovarli.
Quando Horace vide Luca corse verso il suo letto, gli afferrò le mani ed esclamò:
“Perdonami, Luca! E’ tutta colpa mia quello che ti è successo! Ma ti prego! Non serbarmi rancore! Ti assicuro che non volevo fare del male a nessuno!”
“Non è vero! Tu volevi fare del male a qualcuno!”
“Ma no! Ti giuro!”
“Volevi fare del male a Horace!”
Horace abbassò il capo e disse:
“Hai ragione, Luca! Sono stato uno stupido! Ma tu come hai fatto a trovarmi?”
“L’altra sera mi sono accorto che eri molto agitato e impaziente e che guardavi in continuazione l’orologio. Mi sono insospettito e ho voluto sorvegliarti. Avevo il sospetto che saresti uscito di nascosto. Ho visto che entravi in una stanza del pianterreno e ho aspettato pazientemente finché non ti ho visto uscire. Ti ho seguito per tutto il percorso che hai fatto, in casa, nel giardino, per strada, sulla metropolitana. Il resto lo sai”.
“Sì, purtroppo! Ma ora come stai?”
“Benissimo! A parte questo maledetto apparecchio! Ma dovrò portarlo per qualche giorno”.
“Respiri bene?”
“Insomma! La notte scorsa è stato un po’ un problema. Ma dicono che già questa notte andrà meglio”.
“Senti ti devo dire una cosa a proposito della pizzeria…”
In quel momento un infermiere si affacciò alla porta e disse:
“Miss Linton? Può venire giù un attimo? C’è una persona che la cerca”.
“Vengo subito!” rispose Edith, e seguì l’infermiere fuori della stanza.
Horace spiegò a Luca la sua intenzione di sostituirlo nella pizzeria e Luca approvò pienamente il progetto. Si misero a discutere su come organizzare il lavoro e già Horace incominciava a farsi un’idea abbastanza chiara delle cose da fare, quando improvvisamente la porta si aprì e Horace vide una ragazza sconosciuta che entrava e si precipitava presso il letto di Luca scoppiando in un pianto dirotto. Del resto non capì niente, perché tra Luca e la sconosciuta si svolse un appassionato dialogo in italiano. Capì solo che tra i due c’era un grandissimo amore.
“Caterina!” gridò Luca fuori di sé dallo stupore e dalla gioia.
“Luca! Luca! Che cosa ti è successo?!” gridò a sua volta Caterina abbracciandolo tra i singhiozzi. “Che ti hanno fatto quei delinquenti?!”
“Oh, non è nulla! In pochi giorni sono a posto! Ma non doveva passare un anno?!”
“Potevo aspettare un anno sapendo che ti eri fatto prendere a pugni per difendere un povero ragazzo?! No, Luca! Tu non hai più bisogno di dimostrarmi nulla! Cosa potrei chiederti di più?!”
“Grazie, tesoro! Sei un angelo! Cosa sarei stato senza di te?!”
“Oh, Luca! Io ti amo alla follia!”
“Anch’io, amore mio! Ma ora devo restare a Erika House. C’è bisogno di me. Anche se” aggiunse facendo un gesto verso Horace “qui c’è un bravo ragazzo pronto a sostituirmi!”
Caterina si voltò verso Horace, a cui non aveva fatto alcun caso, e chiese:
“Chi è?!”
Horace capì e disse a Luca abbassando il capo:
“Ti prego: dille che sono quel disgraziato che è stato la causa di quello che ti è accaduto. Ma dille anche che le domando umilmente perdono, che non potrei più vivere senza il suo perdono”.
Luca riferì quanto aveva detto Horace, evitando però di usare la parola “disgraziato”.
Caterina si avvicinò a Horace e l’abbracciò sorridendo tra le lacrime.
“Digli che, grazie a lui, ci siamo riuniti un anno prima del previsto!”
Luca tradusse.
“Grazie, signorina! Le assicuro che vorrei avere anch’io, come Luca, la fortuna di avere una fidanzata come lei!”
Invece di tradurre Luca disse:
“E’ una fortuna che bisogna anche meritare, però!”
“Sì! E’ vero! E io vorrei meritarla, come l’hai meritata tu! Oh! Quanto vorrei essere come te!”

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