EBOOK: DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE romanzo di Don Massimo Lapponi

(Pubblicato dall’editore SPAZIO TRE di Roma nel 2000)

MASSIMO LAPPONI

DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE

romanzo

alla memoria dei miei genitori

  1. L’ASSISTENTE DEL PROFESSOR GESSI

“Dottoressa Fernandez, vorrei chiederle una cortesia. Spero che non me la rifiuti: l’ho chiesta ad altri, ma tutti mi hanno risposto che ora non hanno tempo.”

Il Professor Gessi, titolare della cattedra di Psicologia Dinamica presso l’Università “La Sapienza” di Roma, era un uomo più che maturo e dai modi estremamente gentili. La sua richiesta era indirizzata alla più giovane delle sue assistenti, una bella ragazza di appena ventisette anni dai lunghi capelli neri e dall’aspetto serio e riflessivo.

Erano soltanto pochi mesi che la Dottoressa Silvia Fernandez era giunta a Roma, proveniente da Milano, per essere inserita nel corpo dei docenti di psicologia de “La Sapienza”. La serietà del suo impegno professionale, da tutti riconosciuta, le aveva aperto rapidamente la strada della carriera accademica. Il suo contegno era modesto e riservato e lo sguardo dolce e fermo ad un tempo dei suoi occhi neri, che spiccavano come gemme incastonate in un viso dalla forma pura e regolare, infondevano nei suoi interlocutori un indefinibile senso di soggezione.

“Vorrei che facesse da correlatrice per una tesi di laurea” continuò il professore. “Sembra che i suoi colleghi abbiano una particolare avversione per questo tipo di lavoro. Ogni volta li debbo pregare in ginocchio.”

Silvia sorrise tutt’altro che contrariata dalla proposta. Era la prima volta che le veniva affidato questo incarico e il fatto costituiva per lei un’ottima occasione per arricchire la sua esperienza nell’ambiente accademico.

“Non solo non mi rifiuto” rispose con voce allegra, “ma la ringrazio di cuore per aver pensato a me.”

“Bene. Mi toglie un peso dal cuore. Si tratta della tesi dello studente Alessandro Castelli…”

Appena sentì questo nome Silvia impallidì e subito si pentì di aver accettato. Ma come poteva ora tirarsi indietro ?

Aveva notato la prima volta il giovane durante le interrogazioni di esame. Il suo nome le era rimasto impresso perché Castelli era stato di gran lunga il più bravo dei candidati. Aveva esposto con molta chiarezza, ma anche con un entusiasmo un po’ ingenuo, le sue idee piuttosto originali, e, di fronte alle obiezioni di Silvia, le aveva difese con tanta copia di erudizione e con tanta profondità di argomenti da lasciarla stupita, cosicché ella non aveva potuto esimersi dall’assegnargli il massimo della valutazione. In seguito lo avrebbe forse dimenticato, se più di una volta, incontrandolo nei corridoi, non avesse notato lo sguardo estatico con cui egli la osservava. Ella era sempre passata oltre fingendo di non accorgersi di lui, ma aveva osservato molto bene il suo viso un po’ infantile fissarsi a lungo su di lei quasi trasognato per poi perdersi in un sogno irreale lievemente turbato da uno spasimo doloroso. All’inizio la sua vanità femminile ne era stata istintivamente lusingata, ma poi la faccenda aveva incominciato a seccarla. Il giovane sembrava possedere un misto di intelligenza molto vivace, di cultura non comune per un ragazzo di ventitré anni e di ingenuità quasi infantile. C’era il pericolo che prendesse la cosa troppo sul serio. Dovendo ora lei fare da correlatrice per la sua tesi di laurea, si sarebbe forse trovata in qualche situazione imbarazzante.

“Ma forse sto facendo un elefante di un semplice topolino” si disse. “In fondo sarà un ragazzo normale come gli altri e non vorrà assumere atteggiamenti irragionevoli. E poi che razza di psicologa sono se non so gestire una situazione come questa !”

Tranquillizzata da questa riflessione si dispose ad ascoltare con interesse le spiegazioni del professore.

“Non si tratta della solita tesi di laurea fatta tanto per prendere il titolo” stava dicendo quest’ultimo. “Il candidato è proprio appassionato dell’argomento e finirà per coinvolgere anche me, che ne ho viste tante ! Purtroppo però non si decide mai a presentarmi un testo definitivo. Non è mai contento: lo scrive, lo riscrive, lo corregge, lo integra in continuazione… Proprio questa mattina lo aspetto per discutere per l’ennesima volta della sua tesi. Se, come correlatrice, vuole essere presente…”

“No” si affrettò a dire Silvia. “Oggi ho un impegno molto urgente in biblioteca. Anzi, devo andare subito lì perché sono in ritardo. Ci vedremo più tardi. Prenderò visione del lavoro quando lo studente presenterà il testo definitivo.”

“Come vuole” disse il professore con la sua usuale cortesia.

Silvia prese la sua borsetta e si affrettò a uscire dall’istituto per timore di incontrare il giovane laureando.

Dopo non molto tempo questi si presentò sulla soglia e il Professor Gessi lo invitò ad entrare.

Il giovane parve cercare con gli occhi qualcuno, si avvicinò con aria imbarazzata alla scrivania dell’assistente – quasi ad accertarsi che ella non fosse nascosta dietro qualche sportello -, poi finalmente raggiunse il professore e si sedette salutandolo rispettosamente.

Era un bel giovane dai capelli neri, alto circa un metro e settanta, con i lineamenti delicati e lo sguardo un po’ sognante. Parlando facilmente si animava ed esponeva il suo pensiero con ingenua convinzione, ma sempre attento a non fare un’affermazione che non potesse ampiamente documentare.

Invitato dal docente, Alessandro espose i risultati delle sue ultime ricerche, mentre il suo interlocutore ascoltava con vivo interesse dandogli gli opportuni suggerimenti. Infine lo interruppe osservando:

“E’ tutto molto interessante. Ma sarebbe ormai ora di tirare le somme e di presentare il testo definitivo per la discussione della tesi.”

“Ha ragione professore” rispose Alessandro con aria triste. “Anche perché tra un mese circa dovrò partire per il servizio militare. Ma in questi ultimi tempi ci sono stati dei grossi problemi in famiglia. Mia madre sta molto male…”

“Ascolta Castelli: so che sei un ragazzo serio e che posso fidarmi di te. Ora siamo a gennaio: se entro il mese mi consegni la tesi cercherò di farti laureare prima che tu parta per il militare. O, se proprio non riesci, cerca di far di tutto per consegnarla prima della partenza. Vuol dire che la discussione la faremo a giugno, ma almeno ti togli il pensiero. Altrimenti sono guai. Mi dispiace molto per tua madre e capisco che non si può lavorare bene quando ci sono questi problemi. Ma io non ti chiedo la perfezione. Da tutto ciò che ho potuto vedere sono certo che ormai sei in grado di presentare un buon lavoro in breve tempo. Come ti ho già detto: sii breve e sfronda tutte le divagazioni inutili. Dirò anche alla Dottoressa Fernandez – che sarà la correlatrice – di avere un occhio di riguardo e vedrai che tutto andrà per il meglio.”

Quando sentì nominare la Dottoressa Fernandez, Alessandro arrossì fino alla radice dei capelli. Abbassò il capo e rimase qualche istante in silenzio con l’aspetto triste e preoccupato. Poi finalmente si alzò porgendo la mano al professore e disse:

“Grazie, professore. Cercherò di seguire il suo consiglio, anche se ci terrei molto a presentare un lavoro fatto bene.”

Il professore gli strinse la mano cordialmente e Alessandro si ritirò.

Il resto della mattina fu per il docente la solita faticosa routine di incontri con gli studenti per la preparazione degli esami o delle tesi di laurea.

Soltanto nella tarda mattinata rientrò Silvia, ben lieta di non trovare Alessandro nell’istituto.

Dopo essersi scusata con il professore per la lunga assenza, sedette al suo posto e appese la borsetta alla spalliera della sedia. Aprì uno dei cassetti per prendere alcuni appunti, ma improvvisamente si arrestò, trattenendo a stento un gesto di sorpresa. Qualcuno aveva poggiato una lettera a lei indirizzata sul piano della scrivania.

  1. UNA FAMIGLIA CATTOLICA

Non tutte le famiglie cattoliche lo sono allo stesso modo, per gli stessi motivi, con la stessa convinzione. La famiglia Castelli lo era con un’intensità poco comune a causa delle circostanze del tutto eccezionali in cui i genitori di Alessandro, Giorgio e Vittoria Guidi, si erano conosciuti.

Molti anni prima che Vittoria venisse al mondo, quella che sarebbe stata la sua zia materna, Concetta Palmieri, era andata in sposa al Dottor Alessandro Bonich, docente di psichiatria presso l’Università di Roma. Questi, dopo una ricerca protratta per lunghi anni nel campo della psicologia individuale e sociale, nel 1927 si era convertito alla fede cattolica. Ma qualche anno più tardi la sua vita era stata funestata da una inaspettata tragedia: sua moglie, in circostanze non del tutto chiarite, si era tolta la vita. La mente del Dottor Bonich era rimasta così sconvolta a causa di questo episodio che la signora Emma, madre di Vittoria, era stata costretta a farlo ricoverare presso l’Ospedale Psichiatrico di Rieti.

Nel 1947 Vittoria, ormai diciottenne, frugando tra le carte del suo sventurato zio, si era imbattuta in un manoscritto autobiografico, la cui lettura l’aveva tanto profondamente colpita da far rinascere in lei la fede, perduta qualche anno prima in seguito a una dolorosa esperienza.

Ma i suoi genitori, non contenti di questo suo cambiamento, avevano cercato di far ricadere la responsabilità del suicidio della signora Concetta sulle “stravaganti” idee religiose del Dottor Bonich, causa di conflitti e di incomprensioni tra i due.

Questa rivelazione aveva grandemente turbato l’animo di Vittoria e l’aveva spinta a cercare in tutti i modi di far luce sui reali motivi della scomparsa della zia. A questo punto ella aveva casualmente conosciuto Giorgio, il quale si era impegnato anima e corpo nell’impresa, fino a trovare le prove irrefragabili che la morte della signora Concetta doveva essere ricondotta non a un’incomprensione con il marito per le sue idee religiose, ma all’ostilità creatasi verso di lui nel mondo della cultura in seguito alla sua conversione1.

Rivelando allo zio le reali circostanze della scomparsa di sua moglie, Vittoria era riuscita ad ottenere un notevole miglioramento nel suo stato mentale, ma, avendo egli sempre bisogno di assistenza, la sua permanenza presso l’Ospedale Psichiatrico si era protratta fino al 1952, anno in cui Giorgio e Vittoria, divenuti marito e moglie, lo avevano accolto in casa loro prodigandogli le cure più affettuose.

I due giovani erano rimasti fortemente impressionati da tutta questa vicenda, come pure dal pensiero profondo e originale del Dottor Bonich, quale appariva dai suoi manoscritti, e fin dall’inizio avevano impostato il loro rapporto, e poi la loro vita coniugale, alla luce di un’intensa fede religiosa. Come è naturale essi avevano avuto cura di trasmettere la medesima fede ai loro tre figli, Giuseppe, Alessandro e Concetta.

Il primo, nato nel 1953, era per molti aspetti il ritratto di suo padre: diligente e riflessivo, lo aveva seguito anche negli studi di giurisprudenza. Il secondo era nato nel 1955, pochi mesi dopo la morte del Dottor Bonich, e di quest’ultimo aveva ereditato il nome. Per il suo aspetto fisico, per la vivacità della sua intelligenza e per la sua delicata sensibilità assomigliava molto a sua madre. Concetta era nata nel 1960, e subito era divenuta l’idolo di tutta la famiglia.

Nel 1965 era morta in pace Angela Di Giulio, già donna di servizio dei Bonich, per rispetto alla quale i due giovani avevano rinunciato a chiedere una riapertura dell’inchiesta ufficiale sulla morte della signora Concetta. Vittoria e la signora Emma l’avevano caritatevolmente assistita fino alla fine.

Il signor Guidi, padre di Vittoria, si era spento nel 1971, dopo aver ricevuto, convinto con qualche difficoltà dalla figlia, i sacramenti della Chiesa.

L’educazione dei figli era stata la principale preoccupazione di Vittoria. Per dedicarsi a loro senza impedimenti ella aveva rinunciato ad esercitare una professione e si era consacrata interamente alla cura della famiglia.

Così Giorgio e Vittoria avevano trascorso alcuni anni molto felici: essi si amavano profondamente e i figli costituivano la loro gioia più grande.

Giuseppe, con la sua aria giudiziosa e precocemente matura, non si staccava mai dal padre e lo imitava in tutto e per tutto, suscitando spesso l’affettuosa ilarità dei suoi cari. Alessandro, più irrequieto e turbolento, mostrava anche una più viva sensibilità e spesso i suoi genitori erano meravigliati e commossi per le sue ingenue e affettuose effusioni. La piccola Concetta, da tutti vezzeggiata, rallegrava quel nido di felicità con i suoi cinguettii.

Ma tra la seconda metà degli anni ’60 e i primi anni ’70 il soffio della profonda crisi che aveva sconvolto la società civile ed ecclesiastica era giunto a turbare anche la famiglia di Giorgio e Vittoria.

Giuseppe e Concetta erano stati meno influenzati dai rivolgimenti in atto, il primo perché già abbastanza maturo e sempre pronto a farsi guidare docilmente dal padre in tutte le cose, la seconda perché troppo piccola e ancora lontana dagli influssi più deleteri della società.

Il più vulnerabile si era dimostrato Alessandro. La sua intelligenza vivace e il suo carattere sensibile erano stati fortemente turbati negli anni del ginnasio e del liceo dal contatto con una scuola e una società in così grande agitazione, sia nell’ambiente giovanile, sia in quello degli adulti. Vittoria seguiva con angoscia e trepidazione questo figlio che tanto le assomigliava, ma a cui tuttavia mancavano la sua determinazione e la sua forza di carattere. Si accorgeva che qualcosa avveniva nel suo animo, che egli soffriva per qualche grave conflitto interiore, ma le era molto difficile essergli vicina come avrebbe voluto perché egli non si confidava più con lei, temendo forse di non essere capito, o vergognandosi di parlarle di problemi troppo scottanti.

Quale che ne fosse la causa, Vittoria sentiva che Alessandro, cui era legata da un così grande affetto e per il quale aveva anche una certa predilezione, le sfuggiva e correva il pericolo di cadere sotto le influenze più nocive.

Questa situazione di penosa incertezza si era protratta per qualche anno. Un giorno, quando per Alessandro si avvicinavano ormai gli esami di maturità, rincasando da un incontro di studio con i compagni, egli le aveva rivolto queste parole con un tono di insolita fermezza:

“Mamma, vorrei conoscere meglio ciò che riguarda lo zio Alessandro e studiare a fondo tutti i suoi scritti”.

Da quel momento egli era apparso mutato. Aveva voluto sapere tutta la verità sulla morte della zia Concetta e si era impegnato con perseveranza a riordinare e studiare metodicamente le carte del Dottor Bonich. Anche se non comunicava tutti i suoi pensieri e progetti alla madre, il suo rapporto con lei era tornato ad essere sereno e affettuoso come una volta. All’università aveva voluto iscriversi alla Facoltà di Psicologia, da poco istituita, e si era gettato nello studio con una non comune passione.

Cosa era accaduto nel segreto della sua vita, là dove lo sguardo maternamente apprensivo di Vittoria non era stato in grado di penetrare ?

Fino al termine della scuola media, Alessandro era vissuto come in un alone di gioiosa serenità. Se il suo temperamento estremamente sensibile lo aveva a volte fatto soffrire, lo aveva però anche arricchito di inesauribili energie di reazione e di fiduciosa ripresa contro tutte le difficoltà e le sconfitte. In ciò egli era stato sostenuto dallo scambievole illimitato affetto che lo legava ai genitori e dalla fervente fede religiosa che, sotto la loro guida, era sgorgata spontaneamente dal suo cuore infantile. Le più pure emozioni del cristianesimo si erano impresse in modo indelebile nella sua anima dalla più tenera età attraverso l’esperienza dell’amore reciproco, insegnato e praticato in famiglia e fuori, delle feste liturgiche, del catechismo, della prima comunione. Ben presto a questi fondamentali stimoli si era aggiunto l’apporto educativo dello scautismo, che gli aveva permesso di saldare in modo vivo e concreto le energie della mente e del cuore con i richiami del mondo superiore.

Ma nel passaggio dalla terza media al quarto ginnasio il giovinetto si era trovato come un naufrago in balia di un mare in tempesta. Nell’ambiente scolastico, come in quello scautistico e parrocchiale, nel giro di pochi mesi tutto gli apparve stravolto. Si era nel 1969 e l’intera società, a tutti i livelli, ormai da molti mesi si trovava nel turbine di una gravissima crisi. Certezze tanto fortemente radicate negli animi e nel costume da sembrare incrollabili rivelavano tutta la loro inconsistenza di stanche abitudini di fronte a una critica intransigente ed esasperata. Crollavano le tradizionali gerarchie sociali e di valori. Una cultura che fino a ieri sembrava dominare saldamente la scena della società, armonizzando le due anime, cristiana e laica, della nazione, appariva ora soltanto un artificiale apparato esteriore tenuto insieme esclusivamente per interesse e per convenzione. Contro questa tradizione senz’anima si scatenava una critica corrosiva, che sembrava voler tutto travolgere nel suo impeto distruttivo.

Nella scuola i giovani volevano essere protagonisti, e non passivi ricettacoli di nozioni; le materie e i metodi tradizionali di insegnamento venivano contestati; tutto doveva passare al vaglio del giudizio democratico degli studenti; non si volevano più rievocazioni cattedratiche di cose morte, bensì discussioni di gruppo su temi di bruciante attualità e impegno politico contro una società ingiusta e ipocrita, e la critica spesso degenerava in episodi di violenza contro uomini e cose.

Lo stesso impegno politico era reclamato nell’ambiente scout, dove si esigeva inoltre l’eliminazione della separazione tra i due sessi e un aggiornamento radicale dei tradizionali ideali dello scautismo. Anche nella chiesa Alessandro sentiva e vedeva cose del tutto impensabili qualche mese prima: prediche reclamanti l’abbandono della dottrina ascetica tradizionale, fondata sul distacco dal mondo e la salvezza dell’anima, l’accettazione piena dei beni terreni e l’assunzione delle più ampie responsabilità sociali; sacerdoti in borghese dispersi in mezzo a gruppi di giovani impegnati a definire democraticamente la dottrina e la prassi cristiana; melodie e strumenti profani introdotti massicciamente nella liturgia.

In tutti gli ambienti poi gli si offriva lo spettacolo di ragazzi e ragazze acconciati in maniera stravagante, e spesso, secondo i canoni tradizionali, anche indecente, agire in modi non certamente conformi alla morale umana e cristiana a cui egli era stato educato.

E a tutte queste provocazioni come reagiva la cultura tradizionale ? Secondo il giudizio di Alessandro una risposta degna di questo nome mancava del tutto. Per lo più ci si limitava ad elogiare i giovani e ad andare incontro il più possibile alle loro richieste, lasciandoli tuttavia insoddisfatti. Chi si opponeva alla contestazione sembrava poco convinto e si limitava a ripetere vecchi luoghi comuni.

Alessandro era interiormente smarrito: a chi doveva dar retta ? Da una parte era anche lui spinto verso un impegno sociale più intenso e a riconoscere la necessità di una cultura più vicina alle esigenze della vita moderna. Dall’altra però si sentiva mancare la terra sotto i piedi per il progressivo venir meno di certezze ideali e morali che erano per lui come una seconda natura. La sua stessa fede religiosa era stata gravemente scossa, e benché continuasse a frequentare la chiesa, lo faceva più per non scandalizzare i suoi educatori e per un istintivo legame affettivo verso i personaggi della storia sacra, di cui vedeva con angoscia affievolirsi l’immagine nel suo cuore, che per una reale convinzione.

Forse se si fosse rivolto, per avere luce e guida nel suo smarrimento interiore, ai suoi genitori, ne avrebbe avuto un grande giovamento. Ma per un comprensibile meccanismo psicologico egli tendeva invece istintivamente a chiudersi nei loro confronti, sentendoli come costituzionalmente legati ad una tradizione per lui sconfitta e perciò incapaci non solo di chiarire i suoi dubbi, ma persino di comprenderli.

Indeciso tra sollecitazioni contrastanti, egli non si volse né a destra né a sinistra, e per tutti gli anni del ginnasio e del liceo rimase perplesso a guardare, covando dentro una dolorosa lacerazione interiore vissuta nella più dolorosa solitudine.

Con il passare del tempo, le esigenze sociali che egli sentiva premere con urgenza sempre crescente sulla sua coscienza, l’acuirsi della crisi puberale, la lotta del suo istintivo senso morale per non esserne sopraffatto, resero la sua intima solitudine sempre più desolata e amara.

Un giorno, mentre tornava da un incontro di studio con i compagni in preparazione agli ormai imminenti esami di maturità, si trovò involontariamente coinvolto in una manifestazione studentesca. Il corteo lo trascinò per tutta via Nazionale fino a piazza della Repubblica. Egli si sentiva nello stesso tempo affascinato e respinto dalle parole d’ordine scritte sugli striscioni dei manifestanti e dagli slogan da loro scanditi ritmicamente. Non si aveva ragione a reclamare da lui una definitiva rinuncia alla sua riservatezza ? Non contava ormai realmente sulla scena del mondo soltanto il convergere dei gruppi sociali verso gli interessi comuni ? Come poteva egli in coscienza tirarsi indietro e continuare a stare a guardare ? Eppure dentro di lui sentiva un’invincibile resistenza istintiva contro un coinvolgimento radicale nelle lotte sociali.

Mentre egli, perplesso e angosciato, si poneva questi interrogativi, il suo sguardo cadde su un foglio di propaganda con cui un gruppo di giovani d’avanguardia, in quegli anni abbastanza conosciuto per essersi insediato in un monastero vuoto, annunciava nei seguenti termini la sua prossima manifestazione culturale:

CONVENTO OCCUPATO

“Signor pudore”

Seguiva l’enumerazione delle varie oscenità in programma.

Alessandro si sentì totalmente smarrito. Perduto in quella folla, la sua personalità scompariva come se annegasse nel mare. La massa era vincente, ma la sua vittoria significava la perdita di ogni valore che non fosse dettato dalla sua logica interna, o da quanti occultamente la manovravano. Ma cosa opporre a quella logica inesorabile ?

Si guardò intorno e gli parve di scorgere nei visi di quanti lo circondavano, in contraddizione con la spavalda sicurezza dei loro slogan, lo stesso suo smarrimento interiore, lo stesso inconfessato e forse incosciente terrore di fronte allo spettro di una società dominata da masse anonime e dalle sole direttive da esse derivanti. La vita personale, le leggi morali, il destino di ogni individuo, non si sarebbero perduti come inghiottiti da sabbie mobili ? Era possibile sfuggire a quelle sabbie mortifere, indifferenti o ostili a tutto ciò che, nonostante tutto, era stato finora il fondamento della sua persona e della sua vita ?

Alessandro si sentiva venir meno. Doveva assolutamente uscire da quel corteo. Aveva bisogno di riflettere, di chiarire sé a sé stesso

A forza di gomitate riuscì a divincolarsi dalla pressione opprimente della folla che lo circondava e si allontanò dai manifestanti.

Senza sapere dove andava, entrò nel più vicino portone e si trovò all’interno della basilica di S. Maria degli Angeli.

Rimase come stordito per il passaggio repentino dalla strada affollata all’ambiente fresco e silenzioso della chiesa, dove i rumori della folla giungevano attutiti e come da lontano.

Negli spazi ampi e luminosi dell’antica basilica certosina non c’erano che poche persone.

Alessandro si aggirò per le vaste navate immerse nel silenzio e nella solitudine, mentre le emozioni che poco prima lo avevano tanto fortemente turbato andavano gradualmente attenuandosi. L’atmosfera mistica e solenne della chiesa michelangiolesca gli ispirava un senso di timore reverenziale che allontanava da lui la vertigine provocatagli dalla pressione fisica e psicologica della massa dei manifestanti. Gli interrogativi che si era posti però, se pure in forma meno urgente e drammatica, continuavano a sollecitarlo ed egli cercò un posto un po’ riservato dove potersi raccogliere in meditazione.

Una ringhiera formata da tre lati, appoggiata contro una parete nella parte destra della chiesa, attirò la sua curiosità. Si avvicinò e, sporgendosi dal parapetto della ringhiera, vide una tomba monumentale collocata in una cripta a un livello di qualche metro inferiore rispetto al pavimento della basilica. La scritta sovrastante la tomba indicava il nome insigne di colui le cui spoglie mortali erano ivi custodite:

ARMANDO DIAZ

DUCE DELLA VITTORIA

MARESCIALLO D’ITALIA

MDCCCLXI – MCMXXVIII

Rimase a lungo come affascinato da quel monumento e dalle riflessioni che esso gli suggeriva.

Quella tomba non era forse il simbolo della fine di un mondo ? Un mondo che giaceva nascosto nei sotterranei della moderna metropoli, la quale gli aveva voltato le spalle con disprezzo e desiderava soltanto dimenticarlo e costruire sé stessa su principi totalmente diversi.

Ma quel mondo era veramente morto per sempre ? Era proprio vero che le nostalgie della tradizione avevano trovato il loro disperato rifugio nei movimenti fascisti per essere sconfitte una volta per tutte dalla modernità, come spesso si affermava con tanta trionfale sicurezza ? Quella tomba dimenticata nel sottosuolo silenzioso della grande città, non era come quei fiumi sotterranei che segretamente alimentano le sorgenti delle valli ?

Due anni prima era stato a Vienna con i suoi familiari a far visita ad alcuni lontani parenti dello zio Alessandro. Essendo temporaneamente interrotta la linea di Tarvisio, il treno era stato deviato verso Gorizia ed aveva attraversato la Slovenia settentrionale tra Nova Gorica e Jesenice. Alessandro era rimasto fortemente impressionato dai colori di sogno, sfumati tra il giallo intenso e suggestivi bagliori arancione, che animavano le alte montagne e le valli boscose del bacino dell’Isonzo. Ma ad un certo punto il paesaggio aveva assunto un aspetto di cupa desolazione, mentre sulle colline sassose e aride, ricoperte qua e là di sterpi e di boscaglie impenetrabili, apparivano le indicazioni di luoghi resi celebri dalla storia, dalle canzoni alpine, o conosciuti attraverso i nomi delle vie di un certo quartiere di Roma: Monte Santo, la Bainsizza, Caporetto, Monte Nero. Erano i luoghi della guerra di trincea del ’15 -’18 e vi si avvertiva ancora vivissima la presenza di quell’immane tragedia. Le anime delle migliaia di soldati morti si sentivano ancora vagare senza pace tra quelle colline dall’aspetto funesto, in cui da un momento all’altro pareva dovesse risuonare il rombo del cannone o il crepitio mortifero della mitraglia.

Ora tutto ciò gli ritornava alla mente ed egli si chiedeva se era possibile che un mondo totalmente e realmente scomparso potesse suscitare sensazioni così vive e travolgenti. Quegli uomini di un’altra epoca e di un’altra cultura, più vicina all’eredità spirituale del cristianesimo, nelle sofferenze inesprimibili di quel tremendo conflitto, non avevano avvertito la tragica nobiltà della vita individuale e del misterioso destino di ogni persona ? Il loro ricordo non costituiva una presenza incancellabile, la dimostrazione viva e bruciante dell’infinità della vita dello spirito di ogni uomo, della fecondità senza limiti per la società e per la storia dei suoi più segreti sentimenti e pensieri ? E la moderna cultura di massa, resasi sempre più estranea all’intima vita personale e alle sue esigenze imperiose, non precipitava la società nella barbarie dell’immoralità, della violenza e dell’egoismo ?

Forse per tutto il corso del ’900 c’era stata una guerra più tragica della Prima Guerra Mondiale, una guerra segreta e terribile tra forze spirituali contrarie, che era ben lungi dall’essere conclusa. Qual era dunque la vera storia del secolo XX ? Certamente non quella registrata nei libri di storia ufficiali. Era perciò necessario trovare qualcuno che sapesse guidarlo dietro il velo delle apparenze, che possedesse uno sguardo ispirato, quasi di veggente o di profeta… Ma… Perché non ci aveva mai pensato prima ? La sua famiglia custodiva da tanto tempo la voce di un testimone i cui caratteri rispondevano esattamente a quelli da lui vagheggiati, ed egli non se ne era mai seriamente interessato ! Ma non sarebbe stato più così ! D’ora in poi si sarebbe dedicato a studiare gli scritti dello zio Alessandro – di cui, se pure indegnamente, portava anche il nome -, e sentiva anzi che la missione della sua vita era quella di farne rivivere il pensiero. Doveva tornare subito a casa e incominciare coll’interrogare i suoi genitori.

Da quel momento la sua vita era cambiata: immersosi nello studio degli scritti del Dottor Bonich, egli vi aveva trovato la piena e sovrabbondante conferma delle sue intuizioni e la risposta a tutte le sue perplessità. E qualche cosa di analogo a quanto un tempo era avvenuto a sua madre ora era accaduto anche a lui: gli scritti del Dottor Bonich avevano risvegliato in lui la fede della sua infanzia, che un istinto infallibile gli aveva sempre impedito di rifiutare totalmente. Ora tutte le obiezioni contro di essa si dileguavano come neve al sole. Virtù, destino, Provvidenza, vita dello spirito, felicità, immortalità, non erano echi già morti di un passato scomparso per sempre, ma la luce intramontabile della coscienza umana e nello stesso tempo il fondamento irrinunciabile di ogni rigenerazione sociale.

Col rifiorire della fede anche il sorriso era riapparso sulle sue labbra e la pace era tornata nella sua casa, e specialmente nel cuore di Vittoria.

Erano così trascorsi alcuni anni sereni. Ma quando ormai Alessandro si avviava alla conclusione degli studi universitari una nuova nube era apparsa all’orizzonte a turbare la vita della sua famiglia.

Vittoria aveva incominciato ad avvertire strani disturbi e poco dopo gli accertamenti clinici avevano rivelato in lei la presenza di un male incurabile.

Come descrivere l’angoscia di Giorgio e dei suoi figli ? Tra la disperazione generale solo Vittoria manteneva il suo sangue freddo e faceva di tutto per incoraggiare gli altri membri della famiglia. In particolare si preoccupava di esortare Alessandro a non farsi vincere, come al solito, dall’impressionabilità della sua natura. Pensasse a studiare e a fare bene tutti i suoi doveri: era il modo migliore per aiutare la mamma ad affrontare con serenità la sua situazione.

Obbediente, anche se profondamente afflitto, il giovane si era impegnato a fondo nello studio e finalmente era giunto a sostenere l’ultimo esame. E proprio con quell’ultimo esame si era aperto un nuovo capitolo della sua vita.

Fino a quel momento i suoi rapporti con l’altro sesso erano stati assai conturbati e difficili: chiuso in sé stesso e perplesso di fronte al diffondersi di costumi contrari all’educazione cristiana da lui ricevuta durante gli anni del liceo, nel periodo universitario aveva cercato di aprire il suo cuore a qualcuna delle sue compagne di studio, ma l’indifferenza e il disprezzo da loro mostrati per ciò a cui egli teneva più di ogni altra cosa lo avevano sempre persuaso a battere in ritirata. Egli soffriva acutamente di questa situazione e ora la sua sofferenza era aggravata dalla preoccupazione per le condizioni di salute della mamma.

Presentandosi agli esami universitari per l’ultima volta, egli si era trovato di fronte il viso fino a quel momento a lui sconosciuto di una giovane assistente, il cui aspetto lo aveva subito incantato.

L’interrogazione era durata soltanto pochi minuti, ma essi erano stati sufficienti per imprimere nell’animo sensibile di Alessandro il sentimento di una profonda ammirazione verso la bella esaminatrice. Egli era rimasto così colpito dal suo contegno serio e riservato, dalle sue domande precise e pertinenti, dall’interesse da lei mostrato per gli argomenti che più gli stavano a cuore, dalla sua gentilezza un po’ distaccata, dallo sguardo dolce e penetrante dei suoi occhi neri, da non poter più distogliere il pensiero da lei. Se gli accadeva di incontrarla nei corridoi della Facoltà, rimaneva come incantato a fissarla, benché dopo qualche istante il pensiero di sua madre, ormai totalmente consunta dalla malattia, intervenisse sempre a turbare la sua estatica ammirazione.

Questa situazione durava ormai da qualche settimana, quando finalmente Alessandro si era deciso a far pervenire alla Dottoressa Fernandez la lettera che ella aveva trovato sul piano della sua scrivania.

  1. LE MERAVIGLIE DELLA GRAZIA

La Facoltà di Psicologia de “La Sapienza” si trovava in via dei Sardi, nel cuore del popolare quartiere S. Lorenzo, a circa un chilometro di distanza dalla Città Universitaria, in un piccolo edificio preesistente, piuttosto squallido e reso più angusto dalla presenza, in alcune aule, di una sezione della Facoltà di Ingegneria.

Uscendo dall’edificio, Silvia doveva percorrere soltanto qualche centinaio di metri per raggiungere il minuscolo appartamento che aveva preso in affitto quando era giunta da Milano. Il canone era relativamente modesto, se si considera la forte speculazione praticata dai proprietari di immobili del quartiere S. Lorenzo nei confronti degli studenti e dei professori che vengono a Roma per gli studi universitari. Ma quel giorno, rincasando verso le due del pomeriggio, la giovane docente era così inquieta da annoverare tra le brutte sorprese riservatele dal suo soggiorno nella Città Eterna, oltre lo squallore del suo ambiente di lavoro, anche la venalità del suo affittacamere.

“Ma quest’altra storia” concluse chiudendosi alle spalle la porta d’ingresso dell’appartamento “è la peggiore di tutte ! Veramente Roma non mi porta fortuna. Non vedo l’ora di andarmene !”.

Aveva lasciato a Milano una famiglia allegra e affiatata, composta dai suoi genitori, due sorelle più gradi di lei, due cognati e quattro graziosissimi nipotini, e solo il giornaliero contatto telefonico con loro le rendeva tollerabile la sua solitudine romana. L’aveva accettata a malincuore, per motivi di carriera universitaria, ma sperava di ottenere al più presto una sede più vicina.

Nella sua famiglia soltanto lei era riuscita brillantemente negli studi e il grande impegno che da molti anni vi dedicava l’aveva tenuta lontana da legami sentimentali, sebbene negli ultimi tempi più di un giovane di buone speranze fosse stato attratto dalla sua non comune bellezza. Ma lei era rimasta chiusa nella sua riservatezza, non volendo legarsi senza una convinzione profonda e preferendo rimandare al suo ritorno da Roma ogni decisione.

“Purché qualche trasteverino non ti faccia girare la testa !” le aveva detto il padre in tono scherzoso prima della sua partenza. Effettivamente era anche un po’ preoccupato per quella figlia così seria e diligente che non si decideva a imboccare la strada del matrimonio.

Mentre sbrigava le faccende di casa, Silvia pensava con apprensione alla lettera rimasta ancora chiusa nella sua borsetta. Più volte era stata tentata di cestinarla senza neanche aprirla.

“Io vado per i ventotto” si disse “e non ho nessuna voglia di fare la balia. Fino ad ora non mi sono impegnata in questo genere di faccende e non mi sembra proprio questo il modo di incominciare ! E’ proprio una brutta storia !”

Quando ebbe terminato le necessarie incombenze domestiche, sedette presso la sua scrivania e rimase qualche minuto soprappensiero. Poi finalmente si decise. Prese la busta, ne estrasse la lettera e lesse:

Gent.ma Prof.ssa Fernandez

            soltanto Dio sa con quale angustia e trepidazione mi accingo a scriverLe. Come oso rivolgermi a Lei che mi conosce appena, e che probabilmente neanche ha fatto caso a me tra i tanti studenti che Le passano davanti ogni giorno ! Ma a chi dovrei rivolgermi nella mia disperazione ? Sta per abbattersi sulla mia famiglia la più dolorosa delle sventure e io mi trovo nella più amara solitudine. Mio fratello e mia sorella hanno qualcuno che sarà loro vicino in questi momenti, ma io non ho nessuno. Le mie coetanee mi hanno sempre amaramente deluso per la loro volgarità e leggerezza. Non che io mi ritenga migliore di chicchessia: al contrario, sono ben cosciente della mia insufficienza. Ma proprio per questo ho sempre sentito il bisogno di un’anima che mi sostenesse nella mia povertà.

Gentile Signorina, non mi giudichi folle né temerario. Mi sono permesso di prendere qualche informazione su di Lei e ho avuto referenze superiori ad ogni più lusinghiera speranza, e con grande gioia ho appreso che Ella è libera. Le ripeto ancora: non mi prenda per folle. Da quando l’ho vista io non penso che a Lei e sento che soltanto Lei, dopo Dio, potrà colmare il vuoto che sta per aprirsi nella mia vita.

So che domani il Professor Gessi non sarà in Facoltà. Ne approfitterò per farLe una visita la mattina sul presto, con la speranza di poter avere un colloquio privato con Lei.

Nel frattempo il mio cuore batte così forte da spezzarsi e mi sento morire al pensiero di averLa forse disgustata con questa mia, per la quale Le chiedo umilmente perdono.

Con la più sentita stima

                                                                        suo d.mo

                                                               Alessandro Castelli

 

Silvia rilesse più volte la lettera, poi si appoggiò allo schienale della sedia fortemente turbata.

“E’ peggio di quanto immaginassi !” pensò. “Questo bravo giovane si trova in un momento molto critico e senza dubbio ha bisogno di aiuto. Ma il primo aiuto da dargli è di troncare sul nascere tutte le sue giovanili illusioni. Come gli è venuto in mente di rivolgersi a me ?! Che giudizi poi dà delle sue coetanee ! Se fossimo a Milano potrei presentargli io stessa tante brave ragazze che non meritano proprio quegli aggettivi. E chissà quante ce ne sono anche qui ! Ma questo fa parte del momento critico che sta attraversando. Vediamo un po’: qual è il modo migliore per aiutarlo a rientrare in sé stesso ? Se domani si presenta in Facoltà dovrò essere gentile ma ferma, e fin dall’inizio bisognerà fare in modo da dissipare tutti i suoi sogni ad occhi aperti. Dunque… gli dirò: ‘Si accomodi, signor Castelli’, però con aria molto distaccata. Poi farò finta di aver letto la sua lettera molto distrattamente… No ! Così non va !… Gli dirò subito: ‘Signor Castelli, lei si laurea in psicologia e dovrebbe essere in grado di valutare da solo…’ No ! Peggio che mai !…’ Nella sua lettera si parla di un grande dolore per la sua famiglia. Mi dica sinceramente di che si tratta. L’ascolterò volentieri. Però devo dirle fin dall’inizio…’ No, no ! Non va bene !”

Più considerava la faccenda, più essa l’angustiava, e le varie strategie che provava ad immaginare le sembravano tutte inadeguate. Affrontare il problema in quel modo era troppo rischioso.

Dopo aver riflettuto a lungo immobile, si riscosse, prese un foglio, lo inserì nella macchina e incominciò a scrivere.

La mattina seguente si alzò stanca e agitata dopo una notte insonne. Era molto nervosa, ma non aveva dubbi sulla condotta da seguire.

Uscì presto di casa, in modo da essere presente in Facoltà al momento dell’apertura. Rintracciato un collega che godeva della sua fiducia, si accordò con lui perché la sostituisse nel suo ufficio.

“Se si presenta un certo Alessandro Castelli e chiede di me” gli disse presentandogli una busta chiusa “consegnagli questa lettera da parte mia.”

Poi, congedatasi dal collega, si allontanò dirigendosi in fretta verso la Città Universitaria.

Ma cammin facendo sentì la sua sicurezza venir meno. Era giusto il suo comportamento ? Non era in fondo vile da parte sua sottrarsi al confronto diretto con quel povero giovane ? Un rifiuto espresso a voce con franchezza e lealtà non sarebbe stato più salutare che non un biglietto gelido e formale ? Forse era meglio tornare sui suoi passi. Ma che figura avrebbe fatto con il suo collega ?

Si fermò esitante. Cosa fare ?

No, non poteva tornare indietro ! E poi effettivamente un colloquio con il ragazzo sarebbe stato troppo imbarazzante per ambedue.

“Suvvia, andiamo !” si disse. E riprese la sua strada, ma con passo più moderato e non del tutto persuasa della bontà del suo comportamento.

Alessandro si presentò in Facoltà verso le nove e un quarto. Aveva l’aspetto smunto e trasognato di chi ha trascorso una notte insonne e sembrava quasi spaventato dell’incontro programmato con la Professoressa Fernandez. Giunto di fronte alla porta dell’ufficio di quest’ultima sentì venirgli meno il coraggio. Come gli accadeva sempre nei momenti di forte emozione, il sistema nervoso sfuggiva al suo controllo e gli causava forti dolori allo stomaco, mentre il cuore gli batteva così forte che sembrava volesse scoppiare.

Stette a lungo immobile senza sapere cosa fare. Poi finalmente, tremando come una foglia per l’emozione, si decise a bussare.

Il suono di una voce maschile che lo invitava ad entrare gli causò nello stesso tempo sollievo e delusione. Timidamente entrò guardandosi intorno.

“Cosa desidera ?” chiese il docente.

“Cercavo…cercavo la Professoressa Fernandez.”

“Lei è Alessandro Castelli ?”

“Sì, sono io.”

“Ho una lettera per lei.”

Alessandro prese con mano tremante la busta a lui indirizzata e, salutando gentilmente il professore, uscì dalla stanza.

“Una lettera !” pensò avviandosi verso l’uscita. “Forse è un buon segno. Ma è sempre meglio aspettarsi il peggio per non soffrire maggiormente dopo.”

Uscito dall’istituto, percorse via dei Sardi e si avviò verso un piccolo giardino pubblico poco distante.

“Cosa potrebbe contenere ? La cosa peggiore sarebbe un semplice rifiuto da parte sua. Ma potrebbe anche dire: ‘Vediamo… conosciamoci prima un po’…’ Oppure… No, non debbo aspettarmi il meglio: la delusione sarebbe troppo grande !”

Giunto nel giardino, si accomodò su una panchina e, dopo una lunga esitazione, si decise infine ad aprire la lettera.

Vi lesse:

Gentile Signor Castelli

ho il dovere di ricordarLe che vi sono norme che escludono rapporti extrascolastici tra professori e studenti. Dette norme debbono essere sempre rispettate, tanto più in prossimità di esami ordinari o di laurea.

Per questa volta La scuso, in considerazione della Sua età e per le circostanze dolorose di cui fa cenno – per le quali mi permetto di trasmetterLe i miei più sinceri auguri -; ma vorrei pregarLa di far sì che la cosa non si ripeta mai più.

                                                            Distinti saluti

                                                        Silvia Fernandez 

Alessandro si sentì venir meno dallo sgomento.

La realtà aveva superato ogni sua più catastrofica previsione. Parole così fredde e altezzose erano uscite dalla penna di quella ragazza che egli aveva giudicato un angelo di dolcezza ? Come la sentiva lontana ora, arroccata in un mondo per lui intangibile ! Gli sembrava quasi di odiarla. Dunque la persona a cui aveva dato perdutamente il suo cuore era soltanto una settentrionale dura e arrogante, e come tale aveva reagito alla più sincera e pura espressione dei suoi sentimenti !

Avrebbe voluto sprofondare cento metri sotto terra dalla vergogna.

Perché la sua sorte era così crudele ? Perché tutte le sue più tenere speranze si erano così miseramente infrante ?

Quel giorno – che doveva poi sempre ricordare come il più orribile della sua vita – aveva lasciato la stanza del Policlinico dove era ricoverata la mamma, da lui assistita l’intera notte, poco prima delle nove, quando Giorgio era venuto per dargli il cambio. Accertatosi che non vi era pericolo imminente, aveva chiesto al padre il permesso di assentarsi per un’oretta. Da quel momento infatti era trascorsa poco più di un’ora. Ma che ora terribile ! Era sembrata un secolo, ed egli era rimasto sospeso tra la speranza e la disperazione in uno spasimo intollerabile, finché la bilancia del destino si era inclinata dalla parte peggiore.

E ora non gli restava che tornare presso la persona più cara che avesse al mondo per darle l’ultimo saluto. Anche lei infatti presto lo avrebbe abbandonato, ma almeno senza amarezza e lasciandogli il conforto di un ricordo indimenticabile.

Si alzò e si avviò tristemente verso il Policlinico.

Come era diverso questo suo ritorno presso il letto di sua madre da come lo aveva immaginato ! Aveva sognato, nella sua follia, che prima di morire la mamma avrebbe potuto incontrare Silvia. Certamente ella non si sarebbe resa conto di nulla, perché ormai non era più cosciente e soltanto la signora Emma era in grado di decifrare i mormorii indistinti che a tratti uscivano dalle sue labbra. Ma la ragazza avrebbe avuto almeno il tempo di baciare il suo viso ormai disfatto, prima che scendesse su di esso l’ombra della morte. E forse in un momento di lucidità la mamma avrebbe mormorato parole di benedizione per loro e poi sarebbe morta in pace, sapendo di non lasciare solo il suo figlio più caro. Se poi fosse stata in buona salute, con quale gioia avrebbe accolto Silvia nella sua casa, ed Alessandro era ben certo che mai una vera figlia sarebbe stata altrettanto amata.

Ma perché tanti castelli in aria ? Purtroppo né Silvia era quell’angelo consolatore che egli aveva immaginato, né aveva voluto accettare la sua amicizia, né sua madre era sana e pronta a riceverla nella sua casa. La triste realtà era che egli tornava solo e desolato, come quel grigio cielo invernale, al capezzale della mamma inferma, incosciente e ormai prossima alla fine in una squallida stanza di ospedale.  

Giunto presso il reparto del Policlinico in cui ella era ricoverata, Alessandro salì lentamente le scale e poco dopo si ritrovò tra le braccia del padre, davanti alla stanza dell’inferma.

“Papà !” esclamò tra le lacrime. “Perché mamma non rimane con noi ?! Perché ci vuole lasciare ?!”

Giorgio, sopraffatto dalla tenerezza verso quel figlio tanto affettuoso e sensibile, non era quasi in grado di parlare.

“Coraggio !” balbettò infine. “Mamma sarà sempre con noi. Non ci lascerà mai !”

“Scusami papà !” disse Alessandro staccandosi da lui e asciugandosi gli occhi. “Sono ancora un bambino ! Posso entrare ?”

“Va pure. C’è nonna con lei. Per il momento è tranquilla.”

Alessandro entrò.

Vittoria giaceva con gli occhi chiusi, il viso gonfio, quasi irriconoscibile, il respiro leggermente affannoso, ogni tanto interrotto da mormorii indistinti. La signora Emma, seduta accanto al letto con gli occhi arrossati dal pianto e la corona in mano, ogni tanto si chinava su di lei cercando di interpretare i suoni che uscivano dalla sua bocca.

Il giovane accarezzò la nonna sulla spalla in segno di saluto, poi si inginocchiò accanto al letto della madre e, piangendo, ricoprì di baci il suo viso sfigurato dalla malattia.

“Ti prego” disse dopo qualche istante alla nonna con un fil di voce. “Lasciami un po’ solo con mamma !”

La signora Emma si alzò in piedi, lo accarezzò teneramente sui capelli e raggiunse Giorgio nell’anticamera.

“Quel figliolo è troppo sensibile” disse. “Avrebbe avuto ancora bisogno della mamma.”

Giorgio annuì, poi aggiunse:

“Le somiglia tanto ! Quando lei non ci sarà più, guardandolo avrò l’impressione di vederla ancora, e sarà per me una grande consolazione !”

Dopo qualche minuto entrarono anch’essi nella stanza dell’inferma e trovarono Alessandro sempre inginocchiato al suo posto, ma con le mani giunte, gli occhi asciutti e lo sguardo rasserenato.

“La sola presenza della mamma” pensò Giorgio “serve a calmarlo, anche se non può più comunicare con lei !”

Poco dopo giunsero anche Giuseppe e Concetta a dare il cambio ai loro familiari. Ma, essendo stati rilevati dai medici sintomi di aggravamento, fu deciso che nessuno si sarebbe più allontanato fino alla conclusione, ormai prossima, del decorso della malattia.

Passarono così due giorni di attesa angosciosa, tra momenti di apparente ripresa e ricadute improvvise, che ogni volta sembravano dover essere fatali.

La sera del secondo giorno venne il cappellano ad amministrare l’olio santo all’inferma.

Tutti si radunarono piangenti intorno al suo letto per rispondere alle preghiere del sacerdote.

Terminato il rito, l’inferma incominciò a mormorare qualcosa. La signora Emma avvicinò l’orecchio alle sue labbra e, mano mano che riusciva a decifrare il senso di quei suoni apparentemente inarticolati, lo riferiva agli astanti, i quali ascoltavano commossi con il fiato sospeso.

“Il suo amore… la sua misericordia… la sua bontà… le meraviglie… che ha compiuto… per noi…”

Poi il respiro dell’inferma divenne affannoso e si trasformò in un rantolo.

Il sacerdote incominciò le preghiere degli agonizzanti.

Quando giunse all’ultima orazione: “Ti raccomandiamo, Signore, l’anima fedele della nostra sorella Vittoria, perché, lasciato questo mondo, viva in te…”, con un ultimo respiro, come se si addormentasse dolcemente, ella cessò di vivere.

  1. STRADE D’INVERNO

Dal momento della morte di una persona cara fino alla sua sepoltura la vita intorno a noi sembra uscire dai suoi canoni ordinari. I ritmi delle giornate sono sconvolti, gli impegni di lavoro passano in secondo piano, tante persone solite ad incrociare la nostra strada frettolosamente e con aria poco meno che indifferente si fermano presso di noi senza far conto del tempo e ci dimostrano una cordialità che non ci saremmo mai aspettata da loro, altre che non vedevamo da anni rispuntano all’improvviso da un passato dimenticato, riallacciando, almeno per qualche ora, i fili di storie che credevamo chiuse per sempre.

L’atmosfera commossa e irreale che si viene così a creare lenisce la nostra sofferenza e ci dà per un momento l’illusione di una pienezza di rapporti umani che mai avevamo sperimentato nella nostra esistenza ordinaria.

Ma concluse le esequie, ognuno rientra nel corso abituale delle sue occupazioni e per noi si apre una lunga serie di giorni squallidi e desolati, in cui ci sentiamo abbandonati da tutti nella nostra solitudine e incapaci di affrontare senza angoscia quei doveri ordinari che un tempo eseguivamo con gioia e che ora, privati per sempre di una presenza per noi così importante, ci appaiono vuoti e opprimenti.

Considerazioni simili a queste si affacciavano alla mente di Alessandro mentre percorreva senza una meta precisa le strade del centro di Roma. Ancora ricordava con commozione il funerale della mamma nella chiesa del Sacro Cuore del Suffragio e il lungo viaggio da Roma a Roccasinibalda, dove la salma era stata deposta in un loculo provvisorio del cimitero per essere dopo pochi giorni sistemato nella tomba della famiglia Palmieri insieme alla zia Concetta e allo zio Alessandro.

Per tutto il viaggio egli era rimasto in silenzio, rincantucciato in un angolo dell’automobile per ripararsi dal freddo e con lo sguardo vagante per la campagna sabina immersa in una malinconica luce grigia e battuta da una pioggia torrenziale. Anche suo padre e i suoi fratelli avevano parlato poco, sopraffatti com’erano dal dolore della separazione. Ma egli sentiva che non tutti i suoi familiari vivevano quel dramma allo stesso modo. Giuseppe e Concetta sapevano che tra le molte automobili che seguivano il corteo funebre c’erano anche quelle dei rispettivi promessi, mentre per lui e per suo padre non c’era nessuno che potesse colmare il vuoto lasciato da Vittoria, e questa circostanza aveva contribuito a creare tra loro un tacito ma profondo legame di mutua simpatia.

Giunti a Roccasinibalda, una fortissima commozione si era impadronita di Alessandro. Quanti ricordi d’infanzia gli risvegliava il paese di sua madre ! Quante estati felici vi aveva trascorso scorrendo con i suoi fratelli e i suoi amici i boschi d’intorno, pieni per lui di fascino e di mistero ! Le mattine finalmente libere dagli impegni scolastici, le passeggiate alla ricerca delle sorgenti sulle coste del monte, il castello, il canto insistente delle cicale nelle calde giornate di agosto, la natura lussureggiante, i tramonti, le gite con i genitori ai santuari della zona, la casa materna tanto accogliente dopo giornate piene di avventure ! Cosa era rimasto di tutto questo ? Una casa ormai vuota, abbandonata per sempre da colei che, rischiarandola con la sua dolce presenza, ne era stata l’anima.

Nel piccolo cimitero una folla commossa aveva assistito, al riparo degli ombrelli, alle ultime orazioni di commiato per la defunta. Erano seguiti pianti, abbracci, saluti e promesse di visite da parte di parenti e amici; poi un po’ alla volta i presenti erano ripartiti. Giuseppe aveva preferito tornare a Roma insieme alla sua fidanzata e Concetta poco dopo aveva seguito il suo esempio.

Rimasti soli sulla loro automobile, Giorgio e Alessandro, al ritorno verso Roma, si erano sentiti più liberi di esprimere i propri sentimenti. Perciò, dopo aver recitato qualche preghiera, avevano ricordato a lungo Vittoria, confortandosi a vicenda e rinsaldando così il nuovo legame che era sorto tra loro.

Ma ormai la vita ordinaria aveva ripreso i suoi diritti e Alessandro si sentiva come schiacciato dal pensiero di dover riallacciare le fila di tutte le sue consuete occupazioni. Le ore non passavano mai e la tristezza che lo affliggeva gli impediva di applicare la mente allo studio o agli altri doveri che la nuova situazione della famiglia esigeva da lui. Perciò quel pomeriggio aveva deciso di uscire per una passeggiata.

Era una fredda giornata dell’ultima settimana di gennaio. Il cielo era coperto di nuvole, le strade umide di pioggia, il traffico come sempre intenso e rumoroso.

Dopo aver vagato per le strade del centro, il giovane aveva seguito via del Corso fino a Piazza Venezia. Si era poi diretto a sinistra lungo via Cesare Battisti.

Il nome di questa strada gli rammentò i suoi interessi di studio e tutte le preoccupazioni relative alla sua tesi di laurea. Il 19 febbraio doveva partire per il servizio militare e, se non consegnava il lavoro prima di quella data – era ormai assurdo sperare di consegnarlo entro gennaio e di laurearsi prima di partire -, cosa ne sarebbe stato della sua tesi ? Se ne sarebbe riparlato dopo il servizio militare. Certamente la prospettiva non era allettante. Ma come avrebbe potuto completare i lavoro in quei pochi giorni e in quello stato d’animo ? Non sarebbe stato male chiedere consiglio al Professor Gessi, ma in Facoltà correva il pericolo di incontrare la Professoressa Fernandez, ciò che voleva assolutamente evitare.

Quale avversione sentiva ora per quell’altezzosa milanese che… Ma… di là dalla strada, alla fermata dell’autobus, di fronte al grande negozio di Ricordi, non era proprio lei ?… No, forse sognava, o forse era qualcuno che le assomigliava… No !… Possibile ?… Era proprio lei, non c’erano dubbi !… Ravvolta nel suo soprabito nero, con lo sguardo pensoso, la fronte leggermente aggrottata, l’espressione dolce e modesta del viso incorniciato dai lunghi capelli neri… Come aveva potuto pensare male di quella creatura e attribuirle sentimenti indegni ?!… Ora il cuore gli diceva che le parole di quella lettera non esprimevano veramente il suo animo. Sì, ne era certo ! Silvia era un angelo di bontà, come lo era di bellezza e di saggezza ! Ecco: ora egli avrebbe attraversato la strada e certamente ella sarebbe stata felicemente sorpresa di vederlo, sarebbe stata gentile con lui e forse si sarebbe anche scusata della sua lettera. Egli le avrebbe raccontato di sua madre e chissà se non ne sarebbe nata almeno una prima cordiale e fiduciosa amicizia !… Ma ora un autobus, interponendosi tra loro e sostando proprio davanti a Ricordi, la sottrae alla sua vista… Un attimo soltanto e… Aimé, Silvia è sparita: è salita sull’autobus e, quando quest’ultimo è ripartito, ella non c’era più !…

L’aveva vista veramente ? O era stato un sogno, un’allucinazione della sua mente sconvolta ? Ma come si sentiva cambiato da quell’apparizione ! Aveva creduto di odiarla, ma invece l’amava, e in modo da non potersi esprimere ! E ora ? Che cosa poteva ancora sperare ?

L’immagine di lei era rimasta così impressa nei suoi occhi che egli la vedeva sempre davanti a sé, tra le vetrine illuminate, le strade affollate, gli autobus in corsa, in una città divenuta come irreale.

Alessandro riprese a vagare per le vie del centro quasi trasognato, assorto nell’ineffabile sentimento di gioia suscitato in lui dal pensiero di Silvia.

Dopo un tempo che gli sembrò lunghissimo, si ritrovò in una piccola piazza tranquilla e solitaria di fronte alla chiesa di S. Ignazio.

Esitò un attimo, poi entrò nella chiesa e rimase immobile presso la porta d’ingresso come incantato. Nel grande edificio sacro, immerso nella penombra, non si scorgeva nessuno, mentre solenni accordi dell’organo facevano vibrare le maestose navate. L’organista era senza dubbio un maestro, degno di uno strumento che aveva fama di essere il più grande di Roma. Sotto le sue dita risuonavano in modo mirabile le armonie suggestive dei Grandi Corali di Frank.

Dopo qualche minuto, Alessandro avanzò verso il centro della chiesa e sedette su uno dei banchi.

Qual era il mondo più vero ? Quello del traffico nelle strade, quello dei suoi pensieri o quello che vibrava nelle note dell’organo ?

“Ciò che avviene dentro di noi non è più reale di ciò che avviene all’esterno ? E che cosa avviene nell’animo di questo sconosciuto maestro ?”

Trascorso un lungo spazio di tempo, segnato da estatiche, sublimi armonie, finalmente le note dell’organo si placarono su un ultimo accordo solenne. Poco dopo rumori di sportelli aperti e chiusi e di passi incerti sugli scalini di legno annunciarono la fine del concerto. Dopo qualche istante si aprì una porticina sul lato della navata e un prete anziano dalla figura scarna e ascetica apparve a pochi passi da Alessandro. Quest’ultimo si avvicinò in silenzio aspettandosi di essere notato dal sacerdote, ma questi si volse da un’altra parte come se non lo avesse visto. Quando però Alessandro fece un piccolo rumore, il prete si voltò di scatto ed esclamò:

“C’è qualcuno ?”

“Come, non vede che ci sono io ?” si chiese Alessandro.

Poi improvvisamente capì: quel sacerdote era cieco !

Questa circostanza lo impressionò vivamente. Un sacerdote anziano, maestro d’organo e cieco ! Quale misteriosa profondità di pensiero e di sentimento doveva nascondersi nel suo cuore !

Sentì l’irresistibile desiderio di confidarsi con lui.

“Padre” disse avvicinandosi. “Vorrei confessarmi.”

“Va bene” rispose l’altro con accento straniero. “Venga con me.”

Muovendosi con sicurezza tra i banchi della chiesa, raggiunse un confessionale e vi entrò, mentre Alessandro si inginocchiava al posto del penitente.

“Padre, sono molti mesi che non mi confesso. In tutto questo tempo ho un po’ trascurato la preghiera. Veramente un po’ troppo. Neanche al funerale di mia madre, che è avvenuto pochi giorni fa, mi sono sentito di comunicarmi. Veramente me ne vergogno. Ma sto attraversando un periodo tanto difficile ! Forse non sono stato rassegnato alla volontà di Dio di fronte agli avvenimenti dolorosi – la morte di mia madre o altri. E poi sono giunto anche a odiare qualcuno, ingiustamente.”

“Odiare ?” chiese il sacerdote. “Perché odiare ?”

In breve Alessandro gli raccontò la sua disavventura sentimentale con la Professoressa Fernandez.

“Perché ha pensato di dover cambiare il suo giudizio positivo su quella ragazza ?” disse infine il sacerdote. “A me sembra che quella lettera sia una conferma della sua serietà. Penso che qualsiasi persona giudiziosa avrebbe fatto lo stesso. Se avesse agito diversamente avrebbe dimostrato di non essere una ragazza seria.”

“Allora” disse Alessandro, felicissimo del giudizio del sacerdote “devo continuare a stimarla come prima ?”

“Perché no ?”

“E ho commesso una sciocchezza a scrivere quella lettera !”

“Perché ?”

Alessandro rimase interdetto. Chi aveva agito male dunque ?

“Lei ha fatto bene a scrivere secondo i suoi onesti sentimenti e come le dettava la sua coscienza, e la signorina ha fatto bene a rispondere conforme alla prudenza necessaria verso un giovane a lei quasi sconosciuto e in considerazione di diverse circostanze poco ordinarie. Il mondo interiore di ogni persona è diverso da quello di ogni altra. La stessa parola può avere per due persone diversi significati e risonanze diverse. Per questo è tanto difficile capirsi. Ma ciò non vuol dire che dobbiamo rinunciare ad esprimerci.”

“Allora, se mai dovessi avere l’occasione di incontrarla ancora…”

“Pensa che ci sarà questa occasione ?”

“Veramente la cosa è molto dubbia. E anzi mi viene in mente che ancora non ho confessato il peccato più grave: in seguito a tutto ciò che è accaduto – la malattia e la morte di mia madre, quella triste vicenda che le ho detto -, ho molto trascurato i miei doveri di studio. Tra poco più di venti giorni devo partire per il servizio militare e ancora non ho scritto il testo definitivo della mia tesi di laurea. Se non riesco a consegnarlo prima della partenza, c’è il rischio che non riesca più a laurearmi. Infatti sarei costretto a riprendere tutto da capo dopo il congedo.”

“E in venti giorni non è in grado di fare il lavoro ?”

“Il materiale non mi manca, ma sono così depresso che temo proprio di non farcela.”

“Mi stia a sentire. Se lei è d’accordo vorrei darle una penitenza inconsueta. Domani mattina venga qui ad ascoltare la messa delle otto. Celebrerò io e l’applicherò per sua madre. Si porti anche l’occorrente per fermarsi qui qualche giorno e tutto il materiale necessario per la tesi. Le farò dare una stanza tranquilla e la sua penitenza sarà di non uscire di qui se non dopo che avrà ultimato il suo lavoro. Davanti a Dio e ai suoi familiari lei ha il dovere di concludere ora i suoi studi universitari.”

“La ringrazio, padre. Ma ho tanta paura di non riuscire !”

“Tu riuscirai !” asserì il sacerdote passando bruscamente alla seconda persona singolare. Il tono della sua voce era così solenne che Alessandro ne rimase affascinato.

“Va bene. Accetto la penitenza.”

“Dunque domani ti aspetto. Non mancare. Cerca di Padre Gerolamo.”

  1. LE CAMPANE

La mattina seguente Alessandro si presentò presso la sagrestia della chiesa di S. Ignazio con una grossa valigia. Il sagrestano – un ometto sulla quarantina dall’aspetto furbo e gioviale – prese in consegna il suo bagaglio e gli indicò l’altare dove Padre Gerolamo avrebbe celebrato la messa delle otto.

Alessandro rientrò in chiesa e aspettò il padre presso l’altare.

Non aveva chiuso occhio tutta la notte e ora si sentiva stanco e sfiduciato. Ce l’avrebbe fatta a concludere il lavoro ? Il padre aveva ragione: era sua dovere laurearsi. Ma l’impresa era assai ardua e le sue disposizioni psichiche non erano favorevoli. Però era contento di passare qualche giorno con quel sacerdote cieco che gli ispirava una straordinaria fiducia.

Frattanto Padre Gerolamo era giunto all’altare e Alessandro si dispose ad ascoltare devotamente la messa.

Il sacerdote recitava il rito a memoria e pregava con grande fervore. Quando disse: “Ricordati della nostra sorella Vittoria…”, il pensiero di Alessandro volò fino al cimitero di Roccasinibalda e con grande commozione posò un bacio sulla tomba della mamma.

Dopo la messa, su ordine del Padre Gerolamo, il sagrestano accompagnò il giovane al piano superiore e lo introdusse in una stanza piuttosto piccola, ma pulita e confortevole.

“Qui nessuno la disturberà” disse il sagrestano in tono stranamente furbesco ed enigmatico. “Se vuole studiare ha trovato l’ambiente ideale per lei.”

“Grazie” rispose Alessandro prendendo con aria triste la valigia dalle mani del sagrestano. “Speriamo di riuscire a combinare qualche cosa.”

Quando il sagrestano su fu allontanato, il giovane aprì la valigia e incominciò a mettere in ordine le sue cose. Poi dispose i libri e le carte sul tavolo e cercò di raccogliere le idee.

Dopo tutte le distrazioni degli ultimi giorni e con alle spalle una notte insonne, gli riusciva molto difficile riprendere il filo del discorso.

“Non ci riuscirò mai !” si disse sfiduciato dopo qualche minuto.

Improvvisamente udì bussare alla porta. Era il sagrestano, il quale, con la sua aria furbesca, gli disse sorridendo:

“Non mi sembra che abbia molta voglia di studiare. Senta: se mi promette di non dire niente al Padre Gerolamo, le faccio fare una passeggiata molto interessante.”

Ad Alessandro dispiaceva un po’ ingannare il Padre Gerolamo, ma, dato il suo stato d’animo, la proposta del sagrestano gli parve troppo allettante per rifiutare.

“Volentieri” disse. “Purché non mi faccia perdere troppo tempo.”

“Oh, il tempo, il tempo ! Surtout pas de zèle. Lascia tempo al tempo. Tu vieni e seguimi !”

Il giovane fu molto divertito dalla saggezza del sagrestano e, vinto ogni scrupolo di coscienza, lo seguì fuori della stanza.

Il sagrestano lo condusse attraverso misteriose scalette a chiocciola fino a un corridoio su cui si apriva una cappella piuttosto ampia. Giunsero poi in un cortile stretto e lungo fiancheggiato da una tettoia.

“Da quella parte ci sono le stanze di S. Luigi, ma noi andremo dalla parte opposta.”

Salite altre scalette a chiocciola si trovarono in una loggia molto elevata, dalla quale si vedeva un ampio scenario di tetti dominati da campanili, cupole e torrette.

“E ora faremo come i gatti e andremo a passeggio sulle teste dei padri Gesuiti.”

E con disinvoltura il sagrestano uscì dalla loggia, seguito da Alessandro, e cominciò a camminare sui tetti.

“Ben pochi sanno che i tetti del Collegio Romano sono così interessanti.”

Così dicendo il sagrestano prese per mano il giovane e lo aiutò a superare un muretto. Poi, salendo in alto, giunsero su una spianata dominata da una sorta di grande imbuto rivolto verso il cielo.

“Quello è un vecchio pluviometro” spiegò il sagrestano. “Ma si guardi intorno. Non è interessante ?”

Lo spettacolo era veramente suggestivo: terrazze, abbaini, colombaie, campanili si vedevano a perdita d’occhio in tutte le direzioni. Non conoscendo bene la strada c’era veramente il pericolo di perdersi in quel labirinto.

Il sagrestano però non aveva questi timori e per tutta la mattina condusse il giovane su e giù per quel fantastico mondo di tetti nascosto alla vista di tutti.

A un certo punto, attraverso una porticina, lo introdusse in un corridoio molto ampio, con le pareti coperte di quadri e bellissimi mobili antichi. Una grande porta a vetri con l’intelaiatura di legno massiccio immetteva in un’altra ala del corridoio tappezzata di libri.

“Lì…” stava dicendo il sagrestano, quando di là dalla porta a vetri apparve la figura di un uomo con la talare.

“E’ Padre Bruno ! Non facciamoci vedere !”

E, prendendo Alessandro per mano, il sagrestano ritornò in tutta fretta sui tetti.

Finalmente, attraverso un intricato giro di corridoi e dopo lunghe arrampicate e discese per buie e anguste scalette a chiocciola, lo ricondusse nella sua stanza.

“Le è piaciuta la passeggiata ?”

“Moltissimo. Mi è tornato un po’ di buon umore, e anche molto appetito.”

“Tra mezz’ora vengo a chiamarla per il pranzo. Ma mi raccomando: acqua in bocca !”

“Alessandro promise di non dire niente e ringraziò cordialmente il suo originale accompagnatore.

La passeggiata lo aveva divertito, ma anche molto stancato.

“Ora pensiamo a mangiare” si disse “e poi vedremo il da farsi.”

A pranzo il Padre Gerolamo gli domandò come andava la stesura della tesi.

“Finora non ho fatto un gran che” rispose Alessandro, pensando divertito che la sua era una risposta gesuitica.

Il padre scosse il capo.

“Bisogna che ti impegni, figliolo. ‘Volli, sempre volli, fortissimamente volli !’”

“Ha ragione, padre. Oggi cercherò di far meglio.”

Dentro di sé però non poté fare a meno di pensare:

“Col sonno che ho ! E poi: surtout pas de zèle ! Lasciamo tempo al tempo !… Quel tizio mi sta contagiando !”

Dopo pranzo sentì il bisogno di dormire. Si distese sul letto e si addormentò profondamente.

Soltanto verso sera si risvegliò al suono delle campane.

“Mamma mia quanto è tardi !” pensò guardando l’orologio.

Levatosi dal letto, si affacciò alla finestra. La sua stanza era in alto, presso il tetto della chiesa, e il suono festoso delle campane la faceva vibrare tutta.

“Che bello !” pensò, mentre il suo sguardo si perdeva nel cielo turchino del crepuscolo. “A quest’ora il padre starà suonando l’organo. Ora scendo ad ascoltarlo. Domani incomincerò la tesi.”

Uscito dalla stanza, trovò facilmente la via per scendere in basilica, dove infatti si sentivano suonare gli accordi dell’organo.

“Le campane, l’organo… quante armonie meravigliose risuonano nella Chiesa !”

Quando il padre, finito di suonare, apparve sulla soglia della solita porticina, Alessandro gli si avvicinò e gli disse in tono contrito:

“Oggi non ho fatto nulla, ma le prometto che domani incomincerò.”

“Bene figliolo, Ora vieni: dobbiamo andare a cena.”

Durante il pasto il giovane raccontò come fosse stato risvegliato dal suono delle campane.

“Quando ero giovane, a Gand” disse il padre, “mi divertivo ad aiutare il campanaro del duomo. Allora si suonava tutto a mano. Non c’era il rumore del traffico né l’indifferenza della gente e tutti ascoltavano. Le campane erano considerate quasi un sacramento. Erano battezzate dal vescovo e unte col sacro crisma, e il vescovo le santificava all’interno con sette unzioni a forma di croce con l’olio degli infermi: così esse potevano portare la loro voce consolatrice ai moribondi. Uno scrittore francese racconta che, quando era infermo e non poteva dormire, aspettava il suono delle campane della mattina come una liberazione. Allora si sentiva come cullato da un dolce ondeggiamento e accarezzato da una carezza lontana e segreta che per lui era come un balsamo, ed egli aveva la certezza che molte persone, risvegliate dalle campane, pregavano per gli altri, e dunque anche per lui.

Oggi a Roma è proibito suonare prima delle sette. Un tempo invece la mattina prestissimo tutte le chiese della città si rispondevano l’una all’altra e ne risultava un insieme molto suggestivo. Fortunatamente Giacomo Puccini, per dare una tinta verista all’ultimo atto della Tosca, volle riprodurre esattamente quel concerto spontaneo. La mattina presto si recò in una chiesa di Roma e riuscì a mettere sul pentagramma tutto l’intreccio degli squilli delle campane. Così oggi noi, ascoltando il preludio dell’ultimo atto della Tosca, possiamo rivivere quella esperienza.”

Alessandro rimase vivamente colpito da questa osservazione.

“Ma come è possibile” esclamò “che una cosa che non esiste più ci sia ancora ?!”

“Io chiederei piuttosto” rispose Padre Gerolamo con un’espressione seria e pensosa “come si può affermare che non esista più se c’è ancora. Secondo Léon Bloy il tempo è solo un’apparenza dei nostri sensi. Forse questo per me è più facile capirlo perché sono cieco e perciò sono portato a vedere di là dalle apparenze. A volte ho l’impressione che Bach o Frank siano più vivi e presenti della gente che mi circonda.”

Alessandro rimase in silenzio, pensando che, senza essere cieco, anche lui aveva fatto un’esperienza simile.

Quella sera, rientrando nella sua stanza, riprese spontaneamente in mano il materiale della sua tesi.

Sì, era proprio vero: molte persone scomparse le sentiamo vive e operanti più di chi ci sta intorno. Non solo Bach o Frank, ma anche il Dottor Bonich. Non esistono forse dei mondi che nessuno conosce, come ad esempio i tetti del Collegio Romano ? Allo stesso modo vi sono mondi spirituali che, apparentemente lontani nel tempo e nello spazio e ignoti ai più, possono essere fonte di ispirazione creativa più che non le idee e i sentimenti maggiormente diffusi.

Doveva assolutamente riprendere il suo lavoro, e non soltanto per ottenere il titolo di studio, ma perché era troppo importante mettere in luce l’attualità del pensiero del Dottor Bonich, così ingiustamente dimenticato.

“Se domani incomincio sul serio, forse in quindici giorni riesco. Devo riuscire ! Non posso deludere Padre Gerolamo ! Che uomo straordinario ! In quale meraviglioso mondo di pensiero vive, e in gran parte proprio grazie alla sua cecità !”

Il giorno seguente Alessandro si mise al lavoro di buona lena e con grande entusiasmo.

Veramente mettere insieme la tesi in un paio di settimane non era un’impresa facile. Per prima cosa egli doveva seguire il consiglio del Professor Gessi, di fare cioè un lavoro breve e conciso, eliminando tutte le divagazioni erudite – a cui era un po’ troppo incline -, le quali non avevano altro risultato che quello di appesantire il discorso. Doveva dunque attenersi all’essenziale, sfrondare e sintetizzare al massimo. A questo lavoro, tutt’altro che semplice, se ne aggiungeva un altro, che pure lo avrebbe impegnato per molte ore. Aveva ricevuto da alcune settimane un libro pubblicato in Germania in lingua inglese che riportava in sintesi i più recenti progressi della neurologia cerebrale ed esponeva alcune teorie molto interessanti sulla natura psico-fisica dell’uomo. Già lo aveva esaminato, annotando i luoghi per lui più interessanti. Ora però doveva riprenderlo per confrontare il pensiero scientifico del Bonich con gli ultimi sviluppi della neurologia. Tutto ciò avrebbe richiesto un impegno notevolissimo. Ma ora che egli aveva ritrovato il filo del discorso e la sua vena di ispirazione tutto gli sembrava più facile.

Lavorò alacremente notte e giorno, senza concedersi che poche ore di riposo. Come aveva previsto il confronto del pensiero del Bonich con le più recenti scoperte e teorie scientifiche si dimostrò particolarmente arduo. Ma una volta superato questo ostacolo, il testo crebbe rapidamente sotto la sua penna. Il dieci febbraio incominciò a battere a macchina la stesura più o meno definitiva – ma alla quale di fatto dovette apportare molte correzioni in corso d’opera – e finalmente la sera del tredici si presentò trionfante al Padre Gerolamo con la tesi in mano.

“Ecco padre” esclamò pieno di gioia. “La penitenza è fatta. Giovedì o venerdì consegnerò il lavoro e lunedì partirò per il servizio militare.”

“Bravo Alessandro ! Hai visto che ce l’hai fatta ? Ora abbracciami e promettimi che, quando tornerai, se sono ancora in vita, verrai a trovarmi. Poi va’ di corsa a casa da tuo padre.”

“Caro Padre Gerolamo !” esclamò Alessandro abbracciandolo commosso. “Come potrei essere così ingrato da dimenticarla e da non ricordare tutto il bene che ho ricevuto da lei ?”

E, dopo aver salutato e ringraziato anche il sagrestano, il giovane lasciò con un po’ di nostalgia la chiesa di S. Ignazio e si avviò verso casa senza sentire troppo il peso della sua valigia.

  1. IL GRIGIORE DEL CIELO

“No, Alessandro è uscito da cinque minuti… E’ inutile telefonare più tardi. E’ in partenza per il servizio militare… Per Viterbo… alle quindici e trenta…”

Mentre la donna di servizio rispondeva all’ennesima telefonata per Alessandro, quest’ultimo, accompagnato dal padre e dai fratelli, era già in viaggio per la stazione. Nell’automobile egli sedeva accanto a Giorgio, che era alla guida del veicolo, mentre Giuseppe e Concetta occupavano il sedile posteriore.

I suoi familiari cercavano di confortarlo, ma egli rispondeva a monosillabi e, guardando il cielo grigio di quel pomeriggio di febbraio, gli sembrava di vedervi riflessa la desolazione del suo cuore.

Tornato a casa fisicamente esaurito dopo il superlavoro dei giorni precedenti, tutti i cupi pensieri che per qualche giorno era riuscito ad allontanare si erano ripresentati e ora sentiva incombere su di sé il servizio militare come una triste prigione. Un anno intero in caserma. E poi ? Quale futuro gli si prospettava ? La vita non aveva nessuna attrattiva per lui. Come era stato felice con il Padre Gerolamo ! Forse il Signore voleva fargli capire che egli non era adatto per la vita del mondo. Tornando dal servizio militare avrebbe potuto farsi gesuita. Ci pensava seriamente: era l’unica prospettiva che non lo disgustasse. Ma era veramente quella la sua vocazione, o si trattava soltanto della nostalgia per i bei giorni trascorsi presso la chiesa di S. Ignazio ?

“Non devi pensare che la vita militare sia così brutta” disse Giorgio per cercare di scuotere Alessandro dal suo triste torpore. “Anch’io l’ho fatto: allora durava diciotto mesi e non erano certo rose e fiori. Eppure ne conservo sempre un buon ricordo. Si possono fare amicizie, esperienze nuove, e poi si imparano molte cose utili. Anche Giuseppe te lo può confermare.”

“Certo” intervenne Giuseppe. “Io sono stato molto bene e ancora mi tengo in contatto con diversi amici che ho conosciuto là.”

“Sì” pensava tristemente Alessandro. “Giuseppe aveva chi pensava a lui. E poi allora c’era ancora mamma !”

Il pensiero della mamma portò la sua mente lontano, verso la sua immagine dolce amorevole che egli conservava sempre impressa nel suo cuore. Come poteva lamentarsi che nessuno pensava a lui ? Certamente la mamma gli era sempre vicina e dal cielo vegliava su tutti i suoi passi. Nel suo esilio il pensiero di lei lo avrebbe confortato

“La ricorderò spesso e pregherò per lei ogni giorno” si disse.

Frattanto l’automobile era giunta alla stazione e tutti e quattro scesero con i bagagli. Alessandro scese per ultimo. Quanto gli costava uscire dalla macchina sapendo che si avvicinava sempre più l’ora della separazione !

Mentre si disponevano ad avviarsi all’interno della stazione, furono raggiunti dal fidanzato di Concetta, il quale, dopo aver salutato tutti cordialmente, prese una grossa valigia dalle mani di Alessandro.

“Lascia” disse sorridendo. “La porto io.”

“Grazie Carlo” rispose Alessandro, ma era troppo triste per riuscire a dare alla sua voce un’inflessione cordiale.

Il gruppo si avviò attraverso l’atrio della stazione verso i marciapiedi di partenza dei treni.

La stazione era gremita di gente e ogni tanto l’altoparlante faceva sentire la sua voce sovrastando il brusio confuso della folla.

Raggiunto il treno per Viterbo, Alessandro salì accompagnato dal padre e da Carlo e occupò il posto prenotato nello scompartimento dopo aver sistemato i bagagli sugli appositi sostegni. Poi Giorgio e Carlo scesero dal treno e Alessandro si affacciò al finestrino per un’ultima breve conversazione con i suoi cari prima della partenza.

A vederli così  radunati davanti al finestrino con gli occhi fissi su di lui si sentì quasi venir meno dall’angoscia.

Dunque l’ora della separazione era giunta ! Come era grigio il suo avvenire, diviso tra un anno di caserma e una lunga serie di giorni squallidi e insignificanti !

Distolse lo sguardo dai suoi cari per non mostrare loro il suo turbamento. Ma Giorgio lo osservava attentamente con grande preoccupazione.

Aveva ragione la signora Emma: quel ragazzo era troppo sensibile. Come avrebbe reagito alla prova della separazione e all’ambiente della caserma ? Ora poi si vedeva che non era in sé. Non guardava più neppure suo padre e i suoi fratelli. A che cosa stava pensando ? Forse a Vittoria. Sì, era un brutto momento per lui e, come sempre gli accadeva in simili frangenti, egli si astraeva completamente dalla realtà e chissà quali sogni gli passavano davanti agli occhi !

Anche Alessandro in quel momento era convinto di sognare.

“Svegliati !” si diceva. “Svegliati !”, ma non riusciva a svegliarsi. Il sogno continuava nonostante tutti i suoi sforzi per ritornare in sé.

Laggiù, tra la folla era apparsa una figura che gli sembrava di riconoscere… No, certamente era soltanto una persona che le assomigliava. Ma quella figura, dopo essersi guardata intorno, sembrava che si dirigesse proprio verso di lui e ogni tanto lo fissava con i suoi begli occhi neri.

Che dolcezza in quello sguardo triste che sembrava scrutarlo fino in fondo all’anima !… Ma no… non poteva essere lei !… come era possibile !?… Eppure ella si avvicinava sempre più, proprio nella sua direzione… ecco, ora era a pochi passi e lo guardava quasi timidamente… Sì… sì… era proprio lei !… non c’era proprio alcun dubbio !…

Giorgio e gli altri che erano con lui osservavano stupiti la sconosciuta che, avvicinandosi, aveva fatto loro un cenno di saluto. Vedendo poi che ella si fermava proprio sotto il finestrino e fissava il suo sguardo su Alessandro, istintivamente si erano tratti in disparte.

Alessandro la guardava come fosse una visione. Aveva un nodo alla gola e non riusciva a parlare.

Silvia abbassò gli occhi, poi lo guardò di nuovo e, dopo un attimo di silenzio, disse con voce sommessa:

“Ieri sono stata a Roccasinibalda… C’era la neve…”

  1. LE NEVI ETERNE

Venerdì sedici febbraio – tre giorni prima che Alessandro partisse per il servizio militare -, mentre Silvia, al termine della mattinata, si dirigeva verso l’uscita della Facoltà di Psicologia, le fu consegnata una grossa busta da parte del Professor Gessi. Non volendo ritornare in ufficio per lasciarvela, ella la portò a casa con sé.

Giunta nel suo appartamento, posò la busta sulla sua scrivania e per qualche tempo si dedicò alle abituali incombenze domestiche. Trovandosi alla fine della settimana lavorativa, dovette impegnarsi più a lungo del solito per mettere ordine in tante cose trascurate nel corso dei giorni precedenti. Sul tardi uscì a far la spesa per i due giorni successivi, poi scambiò qualche telefonata con i suoi familiari e abbastanza presto, sentendosi piuttosto stanca, se ne andò a dormire.

La mattina dopo, terminata la colazione, sedette presso la sua scrivania e vide la grossa busta, che le era del tutto uscita di mente. L’aprì un po’ seccata, aspettandosi di trovarvi qualche lavoro da svolgere per conto del Professor Gessi. Quale fu la sua sorpresa quando si accorse che si trattava della tesi di laurea di Alessandro Castelli.

Ebbe come un sussulto e rimase per un attimo immobile a contemplare il frontespizio del dattiloscritto.

Dopo aver fatto consegnare al giovane la sua lettera, aveva pensato spesso a lui, chiedendosi come egli avesse reagito e avvertendo anche un po’ di rimorso per il modo sbrigativo con cui lo aveva liquidato. Un giorno, verso la fine di gennaio, le era accaduto di vederlo da lontano nei pressi di piazza Venezia. Ella aveva fatto finta di non accorgersi di lui, ma aveva notato il suo sguardo estatico, segnato da una sofferenza più intensa del solito, e ne era rimasta tanto commossa da decidersi quasi ad andargli incontro per salutarlo e chiedergli scusa del suo biglietto così freddo e formale. Poi però vi aveva rinunciato ed era salita in fretta sul primo autobus che si era interposto tra loro. In seguito aveva cercato di dimenticarlo. Ma ora quella tesi di laurea sembrava volerlo far rientrare a forza nella sua vita.

Rimase perplessa per qualche istante. Cosa le conveniva fare ? Non essendoci esami di laurea imminenti, forse era meglio rimandare ad un altro momento l’esame dettagliato del lavoro.

Sfogliò il testo scorrendo con una certa curiosità le prime righe della premessa.

“Però è interessante !” pensò. E, sistemandosi più comodamente sulla poltrona, quasi senza rendersene conto si immerse nella lettura, dimenticando completamente il suo primo proposito.

Quella tesi era realmente fuori del comune. L’autore, oltre a possedere una grande erudizione, aveva un pensiero eccezionalmente profondo

Silvia leggeva senza perdere una riga, soffermandosi ogni tanto a riflettere a lungo sulle pagine più significative. Le si aprivano prospettive nuove, insospettate.

“Meraviglioso !” esclamò a un certo punto appoggiando il dattiloscritto sul tavolo e fissando lo sguardo davanti a sé. “E’ semplicemente meraviglioso !”

Soltanto nel tardo pomeriggio terminò la lettura del testo. Si sentiva fuori di sé per l’entusiasmo e come scossa da un brivido di emozione.

Posò il dattiloscritto sulla scrivania e si adagiò pensierosa sulla spalliera della poltrona. Rimase così a lungo in silenzio, assaporando la gioia della scoperta dei nuovi orizzonti che si erano rivelati al suo sguardo interiore.

Nello stesso tempo il suo pensiero volava all’autore della tesi.

Povero giovane ! Era stata ingiusta con lui ! Lungi dall’essergli superiore doveva confessare umilmente di non essere alla sua altezza. Egli aveva attinto la sua vita spirituale a una sorgente tanto più pura e più alta di quelle, molto più banali, a cui ella si era abbeverata ! Come avrebbe voluto essere diversa ! Aver avuto l’opportunità di formarsi alla luce di principi così elevati e profondi ! Ma nella sua famiglia, se pure buona e non priva di cultura, non aveva trovato stimoli paragonabili a quelli che Alessandro aveva avuto nella sua.

“Non ne sono degna ! Se mi conoscesse meglio, rimarrebbe molto deluso di me.”

La figura del Dottor Bonich, quale emergeva dalle pagine che aveva letto or ora, l’affascinava profondamente. Era evidente che, se c’era qualcosa di singolare in quel giovane e nella sua famiglia, ciò doveva risalire a lui.

Improvvisamente fu assalita da uno strano pensiero. Riprese in mano la tesi e ne sfogliò le prime pagine.

“Dov’era scritto ?… Ecco: ‘La salma di Alessandro Bonich riposa nella tomba della famiglia Palmieri, nel cimitero di Roccasinibalda’.”

Il giorno seguente, prese le necessarie informazioni, Silvia uscì di casa verso le otto del mattino e, a bordo della sua automobile, raggiunse la via Salaria.

Il cielo azzurro era qua e là punteggiato di nuvole sparse.

Per circa un’ora l’automobile percorse la via Salaria attraversando alti rilievi boscosi imbiancati di neve. Dopo una sessantina di chilometri voltò a destra prendendo la strada per Roccasinibalda.

Silvia guardava ammirata la campagna dell’alta Sabina stendersi a perdita d’occhio intorno a lei tra fertili colli ondulati che risplendevano sotto i raggi del sole nel loro candido manto invernale. Sembrava un presepio !

Dopo molte giravolte e qualche difficoltà di orientamento, finalmente, dietro una curva della strada, le apparve il castello di Roccasinibalda, situato sulla cima di una collina scoscesa circondata da alte montagne.

Silvia avanzò lentamente e, giunta alla strada di accesso della cittadina, chiese dove si trovasse il cimitero. Le fu indicata una via in salita nella direzione opposta.

“E’ a circa cinquecento metri da quella parte.”

Dopo essersi inerpicata per una scarpata piuttosto ripida, l’automobile percorse una leggera discesa ombreggiata da un boschetto di pini e da sparse piante di quercia.

Superate alcune curve della strada, Silvia si trovò in un ampio parcheggio, di là dal quale sorgeva il piccolo cimitero.

Discesa dalla vettura, raggiunse la stradina su cui si apriva il cancello d’ingresso del cimitero ed entrò.

Nel recinto non c’era nessuno.

Silvia avanzò fino alla chiesina che sorgeva nel centro e si affacciò alla porta semichiusa.

L’edificio era in totale abbandono, privo di arredi, i vetri delle finestre infranti e l’intonaco delle pareti scrostato. Voltatasi, diede uno sguardo in giro.

Attorno alla chiesina sorgevano diverse cappelle. Forse la tomba della famiglia Palmieri era tra quelle.

Perlustrò attentamente quella parte del cimitero, ma non trovò ciò che cercava. Allora cominciò ad esaminare i loculi lungo le pareti.

Vi erano tante scritte commoventi, alcune delle quali la colpirono profondamente.

“…Ora vivi nei nostri cuori: dal cielo tu prega per noi” diceva una lapide posta sulla tomba di una madre di famiglia.

“Che silenzio !” pensò Silvia mentre lentamente percorreva i vialetti del cimitero. “Ma quante storie nascondono queste pietre mute !”

Completando il giro del recinto, si avvicinò di nuovo alla porta d’ingresso e proprio lì, a destra del cancello, vide finalmente ciò che cercava.

Quasi appoggiato al muro di cinta, ombreggiato dai cipressi, vi era un piccolo monumento composto di tre tombe sovrapposte. Sulla più bassa si leggeva: 

Concetta Palmieri in Bonich

 6 marzo 1890 – 13 aprile 1932

 la sorella, il cognato, l’infelice marito

con immutato affetto

La fotografia, un po’ sbiadita, la rappresentava sorridente nel suo vestito da sposa.

Ma l’attenzione di Silvia fu subito attratta dalla seconda tomba, dove era collocata l’immagine di un viso d’uomo molto bello, ornato di una folta barba bianca e con l’espressione degli occhi dolce e rassegnata. Sotto vi era scritto:

Alessandro Bonich

4 giugno 1879 – 28 marzo 1955

illuminato dalla scienza

confortato dalla fede

stroncato dalla sventura

indimenticabile per quanti lo conobbero e lo amarono

la cognata, il cognato, i nipoti 

Silvia fissò a lungo il ritratto del Dottor Bonich come se volesse penetrare il segreto del suo genio.

“Che sguardo dolce !” pensò commossa.

Poi si levò ad osservare l’ultima tomba.

Un brivido le attraversò la schiena: quel viso… era il ritratto di Alessandro !

Vittoria Guidi in Castelli

10 agosto 1929 – 25 gennaio 1979

la mamma, il marito, i figli

inconsolabili 

25 gennaio 1979 ! Ecco qual era la sventura di cui parlava Alessandro nella sua lettera ! Sua madre stava per morire ! E lei… Com’era stata crudele con quel povero ragazzo ! Cosa le sarebbe costato interessarsi delle disgrazie altrui, anziché liquidare tutto con un gelido biglietto formale ?! Immaginava quel povero giovane aprire la busta con trepidazione, poi leggere costernato la lettera e con la desolazione nel cuore recarsi al capezzale della mamma morente. E in quei giorni di lutto e di delusione aveva anche dovuto portare a termine la sua tesi di laurea, e lo aveva fatto in modo così mirabile ! Era stato veramente eroico !

Ora il viso così bello della sua mamma sembrava fissarla, non con lo sguardo di rimprovero che avrebbe meritato, ma con un sorriso dolce e materno.

“Mi perdoni, signora, mi perdoni ! No, non lo lascerò solo suo figlio, non lo lascerò solo ! Glielo prometto !”

E sporgendosi verso la tomba, Silvia depose un lungo bacio sulla fotografia di Vittoria.

Quando finalmente si riscosse due lacrime imperlavano le sue guance.

Si scostò a malincuore dal monumento. Poi si avviò verso il cancello, uscì dal cimitero e attraversò la stradina antistante.

C’era un’apertura nella siepe che fiancheggiava la strada, la quale immetteva in un campo coltivato. Silvia fece qualche passo e si fermò sul ciglio del terreno.

Di fronte a lei si apriva una scena meravigliosa: le colline ondulate, digradando a valle, si perdevano in tutte le direzioni illuminate dal tiepido sole invernale e tutto intorno si elevavano verso l’azzurro del cielo le immacolate cime nevose di una corona di alte montagne.

Silvia, rapita da quello spettacolo, ripensò a una pagina del Dottor Bonich riportata nella tesi di Alessandro. Vi si parlava dell’acqua, che, per poter scorrere fresca e pura dalle sorgenti, deve prima ammantare, sotto forma di neve, le alte cime dei monti. Ma a sua volta il ciclo delle nevi stagionali, nelle regioni alpine, è condizionato dalle nevi perenni. Lassù, sui gioghi più alti, l’acqua, trasfigurata, sembra mutare per sempre la propria natura: non più ormai nutrimento del corpo, essa diviene nutrimento dello spirito.

*     *     *

“Ho letto la tua tesi… è meravigliosa !… E ho voluto vedere la tomba del Dottor Bonich…”

Silvia abbassò gli occhi e arrossì. Poi aggiunse:

“Ho visto anche la tomba di… di mamma…”

Alessandro la guardava estasiato, senza riuscire a pronunciare neanche una parola.

Era proprio vero ciò che vedeva e ascoltava ? Non era un sogno che presto sarebbe svanito riportandolo alla triste realtà ?

Silvia lo guardò ancora e disse:

“Perdonami per quella lettera ! Ho sbagliato ! Sì, ho sbagliato. Ma tu mi perdoni, vero ?”

Alessandro le porse la mano dal finestrino, mentre due lacrime gli bagnavano il viso.

Anche gli occhi di Silvia erano imperlati di lacrime mentre ella stringeva teneramente le mano del giovane tra le sue.

“Un anno passa presto” disse fissandolo dolcemente. “Io… ti aspetto… Ti penserò sempre… Anche tu pensami sempre…”

“Silvia !…” riuscì finalmente a mormorare Alessandro.

Un attimo dopo il treno si mise in movimento.

Il padre e i fratelli, che nel frattempo si erano riavvicinati, gli gridarono agitando le braccia:

“Arrivederci Alessandro ! Telefona quando arrivi !”

“Arrivederci papà ! Arrivederci Silvia ! Arrivederci !…”

Continuò a fissarli finché non li perdette di vista. Poi si voltò nella direzione di marcia assaporando la carezza dell’aria fresca contro il suo viso.

Nel cielo qualche raggio di sole era riuscito a trovare un varco tra le nuvole.

Cullato dolcemente dal movimento del treno, Alessandro si sentiva inondato da una felicità che non avrebbe mai creduto possibile in questa vita. E mentre pochi minuti prima si era sentito come incatenato e avviato inesorabilmente ad una sorta di carcere, ora gli sembrava di volare sotto i tiepidi raggi del sole pomeridiano verso un avvenire radioso.

APPENDICE

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI ROMA “LA SAPIENZA” – FACOLTA’ DI PSICOLOGIA 

TESI DI LAUREA IN PSICOLOGIA

IL PROBLEMA SESSUALE NEGLI SCRITTI INEDITI DI ALESSANDRO BONICH

(1879-1955)

Candidato

Alessandro Castelli

matr. 11174279

Relatore                                                                                     Correlatore

Prof. Alfredo Gessi                                                                   Dott.ssa Silvia Fernandez

ANNO ACCADEMICO 1978/79 – SESSIONE ESTIVA

Chi penetra fino nelle più estreme radici del mondo visibile,

                                                incontra sempre le condizioni non scritte ed invisibili della

                                                nostra esistenza. 

F.W. Förster                                                     

Le scienze appaiono tanto più tardi quanto più si avvicinano a una realtà più alta e ricca, più vicina all’uomo, più lontana dall’astrazione logica. 

A. Cochin

PREMESSA

Non c’è dubbio che tra i problemi che in modo più drammatico affliggono la moderna civiltà occidentale uno dei primi posti – se non proprio il primo posto – spetti alla questione sessuale. Essa sollecita una risposta sia sul piano pedagogico, sia sul piano medico-psichiatrico, sia sul piano della vita familiare e sociale – per non parlare degli aspetti propriamente morali, filosofici e religiosi o concernenti il destino stesso della civiltà.

Di fronte ad una problematica così vasta e complessa, e nello stesso tempo inserita in modo così scottante nell’ordinaria vita personale e sociale, la posizione della scienza non sembra particolarmente felice. Mentre infatti in questo campo i più diversi fattori sociali determinano in modo spesso massiccio la formazione dei costumi e delle mentalità – e ciò anche in totale assenza di una qualsivoglia competenza specifica e con motivazioni dettate più spesso dall’interesse economico o da istinti irrazionali che dalla ricerca del bene obiettivo dell’individuo e della società -, la scienza si trova ad essere del tutto ininfluente sui comportamenti e sulle opinioni, quando alcune sue risultanze tecniche o alcune sue teorie non siano addirittura asservite ad interessi del tutto estranei allo spirito della ricerca scientifica.

Quali le cause di questa impotenza in questo particolare settore in un’era che si ritiene “scientifica” quasi per antonomasia e in cui, effettivamente, per quanto riguarda altri ambiti dell’esistenza umana, la scienza gode di autorità incontestata ? Senza pretendere di voler dare una risposta esaustiva a questa domanda, si potrebbero rilevare due circostanze degne di considerazione.

La prima cosa da osservare è che nel campo del problema sessuale, se le conoscenze fisiologiche segnano continui progressi, per quanto riguarda l’aspetto psicologico della questione la mancanza di prospettive chiare e universalmente accettate e la varietà dei principi interpretativi genera nei più incertezza e sfiducia nei confronti della psicologia.

In secondo luogo ci si può chiedere se e fino a che punto, ammettendo che vi fosse maggiore unità e concordia di vedute tra le diverse scuole, gli uomini di oggi sarebbero disposti ad accettare, nell’ambito sessuale, le direttive di un’autorità scientifica.

Le due circostanze ora accennate sono forse le due facce di una stessa medaglia, nel senso che le forze storiche che si sono opposte al conseguimento di una definizione rigorosa del problema sessuale, nella prospettiva di una visione obiettiva e universale dell’esistenza umana, potrebbero essere le medesime che hanno favorito l’emancipazione di determinati comportamenti da ogni autorità, fosse pure quella della scienza.

Da questo punto di vista la testimonianza di Alessandro Bonich appare indubbiamente preziosa. Egli infatti è vissuto in un periodo particolarmente significativo per la formazione della psicologia scientifica e della psichiatria, come pure della società moderna e delle opinioni in essa dominanti, e di questa complessa evoluzione è stato testimone qualificato e geniale interprete. Specialmente nei suoi scritti inediti egli ha cercato di definire nel modo più rigoroso le forze storiche che già al suo tempo tendevano a rendere l’esperienza umana il terreno privilegiato di un dilettantismo soggettivo e anomalo, e proprio dalla considerazione fenomenologica di dette tendenze scaturiva per lui l’esigenza di riconquistare l’orizzonte di certezze oggettive, proprie di una conoscenza psicologica di valore universale.

Molti sconvolgimenti hanno segnato la storia della società occidentale dopo la scomparsa di Alessandro Bonich dalla scena accademica e culturale, ma, a nostro avviso, né gli eventi bellici, né la crisi del ’68 hanno impedito alla nostra società di essere la legittima erede di quella di cui egli fu testimone – così come, secondo Tocqueville, la Rivoluzione dell’89 non avrebbe interrotto o deviato le tendenze già in atto nella società francese del XVIII secolo.

Ora il fatto che il Bonich abbia tentato di comprendere fin dal loro primo manifestarsi quelle tendenze storiche che ai nostri giorni sembrano voler raggiungere la pienezza del loro sviluppo e abbia voluto sottoporle al vaglio di una superiore critica scientifica rende eccezionalmente attuale il suo pensiero e costituisce per noi un invito a riconsiderare la dignità di una scienza che ha saputo proporsi così alti traguardi e che forse potrebbe e dovrebbe proporseli ancora.

CRONOLOGIA DELLA VITA DI ALESSANDRO BONICH

1879                Il 4 giugno nasce a Zara, in Dalmazia, allora parte dell’Impero Austro-Ungarico, da Filip e Teresa von Kauschnitz, terzo di quattro figli, di cui l’ultima una bambina.

1885 – 1897     Frequenta le scuole pubbliche nella sua città natale. Di questo periodo si hanno poche notizie.

1897 – 1903  Frequenta la facoltà di medicina dell’Università di Vienna. Sotto l’influsso del positivismo, allora imperante, si allontana dalla fede cattolica in cui era stato educato.

1903                   Si laurea a pieni voti con Karl Gussenbauer, docente di chirurgia, patologia e terapia, e con Karl Toldt, docente di anatomia e membro dell’Accademia delle Scienze. La sua tesi di laurea verte sui pericoli delle malattie veneree nelle famiglie. Comincia così fin da ora ad apparire uno degli interessi predominanti della sua ricerca scientifica.

1904  –  1914    Si trasferisce a Parigi, dove frequenta i corsi di filosofia della Sorbona. Qui ha occasione di incontrare Boutroux, Lévy-Bruhl, Durkheim, Brochard e altri esponenti del mondo accademico parigino. Ma sulla sua formazione filosofica sembrano aver influito soprattutto Payot, Höffding, Paulsen e, di là da questi contemporanei, soprattutto Auguste Comte. Nello stesso tempo non trascura la sua professione di medico, coadiuvando Babinski nel suo insegnamento di neuropatologia presso l’ospedale della Pitié e organizzando corsi per la gioventù parigina insieme ai suoi colleghi. E’ questo un periodo molto fecondo di esperienze, di ricerche e di rapporti umani. Compie viaggi in Germania, in Inghilterra e negli Stati Uniti; pubblica numerosi studi sulla Chronique médicale; stringe relazioni di collaborazione e di amicizia con influenti personalità della cultura e della politica. La lettura di un articolo di Freud sul periodico Sexualprobleme nel marzo 1908 lo sconvolge profondamente. Si apre così una crisi nella sua vita spirituale che durerà lunghi anni e che lo porterà ad approfondire i temi della sessualità umana e dei suoi rapporti con la civiltà.

1914                   Avvertendo il disagio della sua permanenza in Francia dopo lo scoppio della guerra, accetta l’invito del Prof. Tamburini, docente di psichiatria e clinica psichiatrica della Sapienza, e in ottobre si trasferisce a Roma, dove tiene un corso di neuropatologia presso detta Università.

1915 – 1919      Dopo l’entrata in guerra dell’Italia è costretto a ritornare a Vienna, dove si dedica completamente alla sua professione di medico. Finita la guerra, fa domanda presso l’Università di Roma per una libera docenza di neuropatologia. Nell’ottobre del 1919 la domanda viene accettata.

1920                   In aprile si trasferisce a Roma, dove dimorerà stabilmente fino al 1932.

1922                   In ottobre si unisce in matrimonio con Concetta Palmieri, di Roccasinibalda (Rieti), maestra elementare da lui conosciuta in occasione di un corso di aggiornamento per gli insegnanti tenuto presso la facoltà di Magistero. L’unione, nell’insieme felice, non fu allietata dalla desiderata prole.

1927                   Dopo anni di studi e di riflessioni, in seguito a una forte crisi spirituale, ritorna alla fede cattolica.

1927 – 1932      A questo periodo risalgono i suoi manoscritti inediti più importanti. In essi tenta di dare una risposta compiuta e definitiva ai problemi che lo avevano lungamente angustiato, specialmente a partire dalla lettura di Freud nel 1908. Nel 1930 lascia l’Università, dove le sue idee non sono bene accette.

1932                   La sera del 13 aprile, rientrando in casa, trova la moglie senza vita, uccisa da un colpo di pistola alla tempia. In seguito a questo avvenimento – per il quale l’inchiesta ufficiale parla di suicidio, ma su cui di fatto ancora non è stata fatta chiarezza – il Dottor Bonich cade in una così profonda e irreversibile prostrazione psichica da dover essere ricoverato presso l’Ospedale Psichiatrico di Rieti, dove rimarrà lunghi anni.

1952                   Lascia l’Ospedale Psichiatrico di Rieti per essere accolto in casa e curato amorosamente dalla nipote Vittoria Guidi Castelli, figlia di Emma Palmieri, sorella della signora Concetta Palmieri Bonich. A partire dal 1947, in seguito a importanti avvenimenti familiari, si era riscontrato un netto miglioramento nelle sue condizioni psichiche.

1955                   Il 28 marzo si spegne serenamente assistito dai suoi familiari. La salma di Alessandro Bonich riposa nella tomba della famiglia Palmieri, nel cimitero di Roccasinibalda.

 

L’OPERA SCIENTIFICA DI ALESSANDRO BONICH E I SUOI MANOSCRITTI INEDITI

Il Dottor Bonich non ha lasciato molte pubblicazioni. La sua tesi di laurea sui pericoli delle malattie veneree nelle famiglie è rimasta inedita. Per quanto riguarda gli articoli pubblicati in gioventù sulla Chronique médicale e gli altri studi pubblicati in seguito su periodici di lingua tedesca, cf il relativo elenco completo in: T. Wust Zum Andenken an Alexander Bonich in Wiener klinische Wochenschrift 68 (1955) pp. 811-815.

In questi lavori ricorre spesso il problema della sessualità, ma il punto di vista da cui è trattato è generalmente neuro-fisiologico e perciò molto diverso da quello da lui adottato negli ultimi anni della sua vita normale. Una visione totalmente nuova appare nei manoscritti che costituiscono l’oggetto del presente studio e che risalgono tutti agli anni 1927 – 1932.

Si tratta di cinque fascicoli formato protocollo, tutti scritti in buona lingua italiana con grafia perfettamente leggibile. Essi si trovano, insieme ad altri manoscritti di diverso argomento, presso l’archivio della famiglia Castelli-Guidi. Per comodità li distingueremo con lettere alfabetiche in ordine progressivo.

Eccone la descrizione sommaria:

  1. Consiste di sette pagine di appunti vari. Risale probabilmente ai primi mesi del 1927.
  1. E’ un quaderno di ventiquattro pagine di carattere autobiografico. Per quanto riguarda la personalità dell’autore è senza dubbio il documento più importante e più coinvolgente. Il problema sessuale però vi è trattato con molta sobrietà e da un punto di vista più filosofico che scientifico. Probabilmente risale alla fine del 1927.
  1. Manoscritto di ventuno pagine. Affronta importanti argomenti di neurologia legati al problema sessuale. E’ certamente successivo al manoscritto B, ma difficilmente databile con precisione. Ciò vale anche per i successivi manoscritti.
  1. Manoscritto di quattordici pagine. Contiene riflessioni di carattere più strettamente psicologico e culturale sul problema della sessualità.
  1. Manoscritto di tredici pagine. Affronta soprattutto il problema dei rapporti tra scienza, società e religione in relazione al problema sessuale.

Nei capitoli successivi del presente lavoro, dopo un breve inquadramento storico, tenteremo di riassumere il pensiero di Alessandro Bonich confrontandolo con i più recenti sviluppi della scienza.

LA DISSOLUZIONE DEI COSTUMI SESSUALI NEL MONDO CONTEMPORANEO E LE SUE CAUSE SECONDO IL BONICH

  1. La dissoluzione dell’etica sessuale nel mondo contemporaneo.

La cosiddetta “rivoluzione sessuale” di cui oggi si parla come di una scoperta dell’ultima generazione, di fatto non è una novità né un fenomeno esclusivo dei nostri giorni. essa ha invece una lunga storia.

Come testimonia un autore molto stimato dal Bonich, già “nei primi decenni del nostro secolo si ebbe una vasta letteratura, che si occupò della cosiddetta ‘riforma sessuale’ e sottopose ad una severissima critica l’etica sessuale tradizionale”1.

Oggi i nomi di Ellen Key, di Lecky, di Forel, di von Ehrenfels, di Rutger, di Sicard de Plauzoles, di Wylm e di altri “riformatori” dicono ben poco, ma all’inizio del secolo questi autori animarono una vivace quérelle intorno all’etica sessuale, volendo sostituire alla morale tradizionale nuove regole di comportamento sessuale, ispirate alle scienze biologiche o sociali o alle aspirazioni di rinnovamento di una società in trasformazione.

Queste voci erano l’eco di un forte disagio spirituale che turbava, di là dalla sua apparente serenità, la società della belle époque. Essa infatti era caratterizzata, e in modo particolare in Austria, da una morale di facciata rigidamente tradizionalista, sotto la quale la corruzione si diffondeva come il fuoco sotto la cenere2. E il fuoco doveva ben presto divampare, all’indomani della prima Guerra Mondiale. Quanto scrive Zweig a proposito della gioventù di lingue tedesca dopo la caduta degli imperi centrali dimostra che il ’68 non è stato così originale come generalmente si crede.

“Tutta una gioventù non credeva più ai genitori, agli uomini politici, ai maestri… D’un solo colpo la generazione del dopoguerra si era brutalmente emancipata da tutto quanto fino ad allora era stato considerato autorevole e, gettata dietro le spalle ogni tradizione, aveva preso decisamente nelle sue mani il proprio destino… Chi non era giovane veniva considerato liquidato. Invece di viaggiare con i genitori, come un tempo, fanciulli undicenni e dodicenni si organizzavano in schiere, bene istruite anche sessualmente, e giravano per il paese, fino in Italia e al mare del Nord. Nelle scuole, seguendo l’esempio russo, si costituivano consigli di studenti che sorvegliavano gli insegnanti e sopprimevano il programma d’insegnamento, poiché i ragazzi dovevano e volevano apprendere solo ciò che a loro piacesse. Per il semplice gusto di rivolta si incitava contro ogni forma abituale, perfino contro la volontà della natura, contro l’eterna attrazione dei sessi. Le fanciulle si facevano tagliare i capelli tanto corti che non si potevano più distinguere dai ragazzi, i giovani si radevano per apparire di aspetto più femmineo, la pederastia e il lesbicismo erano di gran moda, non per intimo impulso, ma per protesta contro le normali e legali manifestazioni amorose, ormai sorpassate… la moda escogitava sempre nuove assurdità e tendenze verso il nudismo”3.

Anche dopo che la situazione economica e sociale della Germania e dell’Austria, come degli altri paesi europei, si fu in qualche modo assestata, continuò a diffondersi, di qua e di là dall’oceano la libertà dei costumi. Sintomatica di questa evoluzione può essere considerata la produzione cinematografica, che in quegli anni incomincia la sua rapida diffusione nelle masse4. E, per contrasto, possono essere sintomatiche anche le encicliche di Pio XI Casti connubii (1930), sul matrimonio cristiano, e Vigilanti cura (1936), sul cinematografo.

Non è certo un caso che proprio in questo periodo abbia avuto origine e, se pure tra molte polemiche, si sia sempre più affermata la psicoanalisi; ed è interessante osservare come l’opera del suo fondatore abbia accompagnato l’evoluzione dei costumi sessuali, dal disagio morale della belle époque5, attraverso l’esperienza traumatica della Grande Guerra e le successive tensioni, fino alle soglie della seconda Guerra Mondiale. Cosicché da questo punto di vista la vita di Freud sembra quasi assumere il ruolo di simbolo di un’epoca, che di là dalle manifestazioni di discontinuità, nasconde una sua profonda unità spirituale.

Del resto la dissoluzione dei costumi non ha fatto che progredire nel secondo dopoguerra, ed è stata anzi accelerata in seguito agli avvenimenti del ’68. Dunque si può certamente affermare che l’unità spirituale sopra accennata debba intendersi estesa fino ai nostri giorni. Quali le sue cause ?

  1. L’interpretazione del Bonich.

Secondo il Bonich la maggiore responsabilità della decadenza morale propria della società moderna deve essere attribuita all’orientamento astratto che caratterizza la moderna cultura occidentale. Questa cultura, cioè, si è volontariamente distaccata dalle antiche tradizioni religiose e umanistiche, le quali ponevano tutto il proprio impegno nella formazione personale di ogni singolo individuo per la salvezza dell’anima e l’educazione alla virtù, e ha voluto affrontare i più ardui compiti dell’incivilimento umano su basi totalmente nuove. Messa da parte, come cosa indifferente, l’educazione spirituale individuale, tutto l’interesse della cultura si è rivolto a organizzare le condizioni esteriori dell’esistenza in una sorta di ingegneria sociale, la quale, se ha avuto appellativi diversi ed espressioni ideologiche contrastanti, ha però obbedito ad uno stesso comune denominatore, quello appunto del rifiuto della formazione interiore dell’individuo come base imprescindibile di ogni civiltà. La cultura che scaturisce da questo orientamento è perciò astratta nella sua essenza. L’uomo su cui essa lavora appare mutilato dei suoi più intimi bisogni spirituali: la scuola ne cura lo sviluppo intellettuale e professionale, ma non il carattere, l’economia aspira a divenire la suprema regolatrice del suo destino e la politica, se pure in forme diverse e apparentemente contrarie, mira a regolare esclusivamente i rapporti esteriori dei gruppi sociali, prescindendo  da ogni contenuto morale dell’educazione e del costume.

Una prova di questo orientamento della cultura moderna ci viene offerta dal mutamento di contenuto sottinteso al concetto così importante di libertà e dal ruolo di questo concetto nei moderni programmi sociali.

“Cosa s’intendeva un tempo” scrive il Bonich “con la parola libertà ? Son famosi i versi danteschi:

Libertà va cercando ch’è sì cara,

                                                come sa chi per lei vita rifiuta.

Essi c’insinuano che la libertà è dunque frutto d’una conquista dello spirito, che fu necessaria al sommo poeta l’ascesa all’ultimo cielo del Paradiso perché egli potesse dirsi ed essere realmente libero. Ma com’è lontano questo concetto dal giovinetto moderno che ha la pretesa d’esser libero perché ha in suo uso la chiave di casa e può rientrarvi ad ogni ora  del giorno e della notte a suo piacimento, o perché può sentenziare e decidere con la sua sola testa, per quanto mancante d’ogni reale e profonda esperienza di vita, per quanto schiava d’ogni giovanile intemperanza, su tutti i problemi più delicati e più gravidi di conseguenze della vita propria ed altrui ! Ai sapienti d’oggi però non interessa che quel giovine possa apprendere un più elevato e più vero concetto di libertà: non della sua anima essi si occupano, ch’essi sono affannati da più gravi pensieri ! ‘E’ necessario’ essi affermano ‘che ognuno giunga ad esser libero di sceglier la sua morale e la sua religione’. Ma ciò soltanto perché per gli organizzatori della moderna società quanto avviene nel segreto del cuore dell’uomo non ha rilievo alcuno: il giovine può crescer come gli aggrada ! a loro cosa importa !? Non ostentano però la stessa indifferenza quando si tratti di stabilir le ferree leggi del mercato, della finanza, del lavoro, della pubblica igiene. Allora non saranno più indifferenti e non lasceranno che ognuno segua liberamente il proprio capriccio ! Del resto per tutte le discipline scientifiche vi son regole rigide e vincolanti; solo per la vita dell’anima sembra che non ve ne siano. Ché anzi, se il mercato o la politica lo richiedono, si possono ben calpestare quelle che un tempo eran chiamate le regole della morale e del buon costume ! Se queste ultime vigessero, incepperebbero gl’ingranaggi della politica e dell’economia. Ma dire che ognuno è libero nella sua vita morale significa togliere alle leggi dell’anima ogni sociale rilevanza e funzione e lasciare così nella vita pubblica libera azione alle sole forze materiali”6 .

In questa prospettiva non stupisce  che la vita individuale, mutilata della dignità di primo fattore responsabile dell’ordine sociale, sia ridotta alla dimensione edonistica. Anzi, le stesse reazioni della vita personale mortificata, volendo riaffermarne in qualche modo il valore, lo fanno però attraverso un vitalismo irrazionalista, che di fatto accentua la distanza tra vita e cultura sociale, esclude sempre più l’esperienza interiore dal novero delle forze costruttrici di civiltà e riduce la protesta ad una forza autodistruttrice che si consuma nell’emarginazione di un edonismo esasperato e antisociale.

“Ora si assisteva…” scrive il Bonich “ad una divaricazione impressionante tra una cultura intellettuale sempre più astratta ed avulsa dall’intima vita dello spirito e una filosofia vitalista, figlia più dell’istinto che della ragione, la quale cedeva la quotidiana realtà dell’umana esperienza in balia delle più basse suggestioni del mondo inferiore”7 .

  1. La necessità di un cambiamento e il ruolo fondamentale della scienza.

Oltre a stabilire quale causa principale della dissoluzione dei costumi l’astrattezza della cultura moderna, il Bonich pronostica, dato il permanere e l’aggravarsi della causa, un avvenire segnato da guasti sempre più devastanti.

“Se le dittature” egli scrive “portano l’astrattezza all’esasperazione, giacché sembra voglian sopprimere la vita intima stessa d’ogni persona, nelle cosiddette democrazie il potere è retto pur sempre dalle astratte regole dell’interesse e dell’utile. A quale depravazione morale giungerà dunque la società, se non interviene un cambiamento radicale e profondo dell’umana cultura ?”8

Questo cambiamento è per lui assolutamente necessario per la salvezza della civiltà. Tutte le forze vive della società, della politica, dell’economia devono riscoprire la formazione morale e spirituale dell’individuo come primo fondamento di ogni sano ordine sociale. Il Bonich non si nasconde che ciò possa apparire un’utopia. Tuttavia egli pensa che non sia inutile almeno additare  qualche direzione ancora percorribile per un cambiamento di rotta. E per far ciò segue una via molto originale.

Per prima cosa egli si chiede quale sia l’attuale situazione della scienza nel quadro generale della cultura moderna. La domanda è importante, giacché le discipline scientifiche hanno assunto, tra Otto e Novecento uno sviluppo e un ruolo sociale incomparabile, tanto da determinare il tono generale della cultura. Ora non c’è dubbio che anche la scienza, a suo modo, presenti i caratteri dell’astrattezza. Infatti – egli scrive – essa “s’inaridisce in un’astratta specializzazione, né ha il coraggio di guardare negli occhi quell’uomo che dovrebbe stimare il primo oggetto delle sue cure e che invece vuol frantumare in tanti oggetti distinti, sempre a lui inferiori, quante sono le sue accademiche cattedre.”9

Questa situazione tuttavia è innaturale e ha causato, tra l’altro, una perdita di autorità della scienza medesima. Rinunciando infatti ad una universale visione dell’uomo e in conseguenza ad orientare quest’ultimo nelle scelte importanti della vita, essa ha perso una parte della sua credibilità. Ma così facendo ha lasciato un vuoto che altre discipline, se pure fondamentali, da sole non possono colmare.

Secondo il Bonich il successo di Freud si spiega in parte proprio perché si cercava in lui quella guida nell’esistenza che oscuramente ci si aspettava dalla scienza e che la scienza invece non era in grado di offrire. Tuttavia, a giudizio del Bonich, Freud non poteva dare ciò di cui la società aveva bisogno.

Come si è visto nella cronologia, egli aveva conosciuto Feud per la prima volta attraverso la lettura di un articolo pubblicato nel marzo 1908 sulla rivista Sexualprobleme. Per l’esattezza si tratta del saggio Die ‘kulturelle’ Sexualmoral und die moderne Nervosität10 . Il giudizio del Bonich su Freud – fondamentalmente negativo – fu molto condizionato dalla lettura di questo saggio, che non è certamente l’opera migliore del fondatore della psicoanalisi, anche se è importante per i problemi in esso affrontati e che saranno sviluppati più tardi in Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915) e in Il malessere della civiltà (1930).

Il saggio del 1908 – nel quale l’influsso del von Ehrenfels conduce Freud ad assumere posizioni assai più unilaterali ed estreme di quanto non avesse fatto nei sui scritti precedenti – presta il fianco a numerose critiche: il cosiddetto pansessualismo, la gratuità di alcune affermazioni morali e storiche, l’ambiguità del punto di vista e delle prospettive che ne scaturiscono11 . Se il Bonich avesse avuto l’opportunità di conoscere più compiutamente l’opera di Freud e la sua evoluzione, forse il suo giudizio sarebbe stato diverso. Infatti, nonostante i suoi principi materialisti, formalmente mai smentiti, il dinamismo caratteristico dell’analisi di Freud, il suo modo di sfumare il senso di alcuni concetti fondamentali, come quello di amore e di sublimazione, possono suggerire non illegittimamente il sospetto di una felice incoerenza. E non mancano accenni a possibili aperture verso un diverso punto di vista, che, se fossero stati approfonditi, avrebbero avvicinato molto alcune conclusioni di Freud a quelle del Bonich12 .

Ad ogni modo quest’ultimo – probabilmente non a torto – non ritenne che l’opera del neurologo viennese colmasse il vuoto creatosi nell’ambito delle discipline scientifiche.

“Urge” egli scrive “che il mondo trovi una nuova scienza dell’umana psiche, una scienza cui non sia indifferente lo spirituale destino dell’uomo e che sappia elevar lo studio dei suoi tessuti e dei suoi neuroni nella luce sublime della sua persona e della sua libertà”13 .

Proprio a questa nuova scienza, che egli vagheggia, e che tenta in qualche misura di abbozzare, egli vorrebbe affidare il compito di superare l’astrattezza della cultura moderna e di richiamare quest’ultima ad una radicale revisione delle sue basi, il cui effetto principale sarebbe di  riportare al centro del suo interesse l’intima vita spirituale dell’uomo e di riabilitare, quale fondamento primo della vita personale e sociale, la formazione del carattere di ogni individuo.  Riacquistando così l’autorità che le circostanze le hanno fatto perdere, la scienza darebbe il suo fondamentale e indispensabile contributo al risanamento della società dalla piaga della sempre più diffusa dissoluzione dei costumi.

Quest’ultima considerazione ci riporta al problema da cui abbiamo preso le mosse, cioè alla diffusione della libertà sessuale e alla sua principale causa. La nuova scienza infatti, che si propone di rimuovere la causa in vista degli effetti, affronterà quale suo primo oggetto, come subito vedremo, direttamente il problema sessuale.

NUOVE PROSPETTIVE DELLA NEUROLOGIA NELL’AMBITO DEL PROBLEMA SESSUALE SECONDO IL BONICH

  1. Sessualità e neurologia: riflessioni del Bonich su alcuni testi del Förster.

Pur interessandosi anche di altri aspetti della questione, indubbiamente il Bonich considera il problema sessuale in qualche misura come il banco di prova della crisi morale dell’età nostra, perciò gli dedica la parte più consistente dei suoi manoscritti e cerca di prospettare, per questa via, il suo ideale di una scienza aperta all’umana interiorità. Cercheremo ora di seguirlo nel cammino da lui percorso.

Alcuni testi del pedagogista e filosofo Friedrich Wilhelm Förster gli offrono suggestivi spunti di riflessione.

“Quando nella vita individuale” scrive il Förster “qualche centro nervoso secondario si emancipa dal controllo del sistema nervoso centrale, parliamo di malattia e di degenerazione – ebbene, bisognerebbe applicare questo criterio anche a tutta quanta la nostra civiltà: gli sforzi d’emancipazione degl’istinti erotici dovrebbero esser giudicati come segni non già di forza e di salute, ma di degenerazione nevrastenica – essi sono uno scindersi dell’unità umana, un emanciparsi di determinati campi psichici e nervosi dal controllo centrale, ch’è il solo che ci adatta all’ordine generale della vita e che difende gl’interessi duraturi del nostro carattere. Possiamo indubbiamente affermare che chi in questo campo si distacca dal tutto e si dispensa dalle sue responsabilità, non è più un uomo intero; l’economia della sua personalità si sfascia, ed egli anche nella sua vita divien vittima dei suoi mutevoli istinti e del suo lasciarsi andare senza volontà alcuna”1.

E ancora in un altro luogo:

“Lo stato generale della civiltà è allora analogo a quello stato individuale in cui i centri nervosi secondari si emancipano dalla direzione dei centri cerebrali superiori, ed anzi una parte di questi centri superiori fanno schiava di eccitamenti periferici”2.

Riflettendo su questi testi il Bonich osserva che il Förster, pur esprimendosi in maniera imprecisa – non essendo uomo di scienza -, si dimostra però osservatore acuto e profondo. Il neurologo – afferma il Bonich – deve far tesoro di queste indicazioni, correggerne le imprecisioni e cercare di enuclearne il contenuto scientifico nella forma più rigorosa.

Vediamo dunque come egli tenti di riformulare l’intuizione del Förster fondandosi sulle conoscenze neurologiche del suo tempo.

Il Förster parla di “centri nervosi secondari” contrapponendoli al “sistema nervoso centrale”. Su questo punto bisogna precisare che in realtà il fenomeno da lui accennato avviene tutto nell’ambito del sistema nervoso centrale e più propriamente nel cervello. Anche se si parla, giustamente, di “eccitamenti periferici”, è però sempre a livello cerebrale che questi ultimi agiscono sull’equilibrio nervoso dell’uomo. In tutti i vertebrati, infatti, il sistema nervoso periferico, attraverso le fibre afferenti, trasmette gli stimoli dell’organo ricettore al sistema nervoso centrale, e dunque al cervello – che concentra in sé le funzioni dominatrici e di controllo -, dove si percepisce la sensazione e si elabora la relativa reazione motoria o secretoria. Non si può dunque pensare un centro nervoso periferico che abbia sensazioni o risposte motorie indipendenti dal controllo centrale. Se quindi si vuole dare all’intuizione del Förster un fondamento più solido, bisogna fornire una spiegazione più esatta delle funzioni neuro-psichiche interessate.

A questo punto è necessario aver presenti i caratteri di particolare complessità che queste funzioni assumono nell’essere umano.

“E’ comune a tutte le trame nervose” scrive il Bonich “il giuoco degli archi riflessi, il reagire cioè degli organi effettori centrali agli stimoli periferici. Ed il tronco basale del cervello non presenta altro fondamento anatomico. Ma ecco apparire già negli uccelli e poi nei mammiferi e infine in modo infinitamente più mirabile nell’uomo un nuovo elemento, il neoencefalo, appunto, o mantello, o pallio, o corteccia cerebrale. Quivi, in così breve spazio, il microscopio ha scoperto una rivelazione di infinito: miliardi di cellule ed intrecci così folti di fibre che appare impossibile dipanarli.

Di fronte a tale complessità la reazione motoria, che nell’animale è necessaria e istantanea, nell’uomo indugia, può essere inibita, filtrata com’essa è da un organo che contiene in sé il mistero della coscienza e della libertà”3.

Benché dal tempo del Bonich molti progressi siano stati fatti nella conoscenza del cervello e della sua funzione regolatrice della vita di relazione e della vita organica, già allora erano stati raggiunti importanti risultati. Studiosi quali il Buch, il Brodmann, il Monakov, lo Jacob, il Tilney, il Riley, il Kleist, il Donaggio, lo Sherrington, il Luciani, il Ramon y Cajal e molti altri avevano messo a fuoco i problemi più affascinanti della neurologia cerebrale. Si profilava agli occhi della scienza l’immagine di un organo in cui era possibile localizzare centri sensoriali e motori, corrispondenti alle sollecitazioni dei sensi esterni e alle risposte motrici, a patto che si riconoscesse la sua fondamentale unità anatomica, per cui non vi è cellula corticale che non abbia rapporti con tutte le altre. Secondo il Monakov e lo Jakob, mentre gli strati profondi della corteccia ricevono impressioni dall’esterno e scaricano eccitazioni centrifughe in atti motori, allo strato superficiale, costituito da cellule più minute, spetta di unificare tutta l’attività corticale con un fitto sistema di associazione. Dunque nella disputa tra localizzatori e antilocalizzatori bisognava dar ragione ad ambedue, sottolineando però che l’attività unitaria del cervello prevale su quella localizzatrice. A livello corticale ogni sensazione implica tutte le altre, coinvolge reazioni viscerali inconsce e a sua volta è implicata in tutta la complessità delle reazioni motorie. L’isolamento sensoriale appartiene quindi agli organi periferici, ma negli strati superficiali della corteccia la sensazione appare immessa in un sistema di connessioni mirabilmente complesso. Ciò spiega il fatto che l’isolamento di  un centro senso-motorio causa una paralisi negli organi periferici come se esso fosse stato distrutto.

Anche la vita organica incosciente rientra nell’attività unificante della corteccia cerebrale.

“Parlare di un sistema neuro-endocrino-vegetativo indipendente” scrive il Bonich “è cosa contraddittoria: dove è il neuro ivi è anche il cerebrale. Errò il James e quanti lo hanno seguito insistendo sulla natura somatica delle emozioni: ciò che è somatico è anche psichico, e le variazioni nell’innervazione, nei mutamenti vaso-motori, viscerali, secretori causate da una scossa emotiva stanno a dimostrare la complessità e l’immediatezza della correlazione organico-cerebrale”4.

Del resto le esperienze degli psicologi russi Pavlov e Bechterev dimostravano ampiamente l’influenza della corteccia cerebrale sui processi di secrezione.

“Tutta la vita organica” scrive ancora il Bonich, ”benché apparentemente incosciente, è risentita nel cervello dalla cenestesi, da quel complesso di sensazioni, cioè, che è a fondamento dello stato d’animo di benessere o di malessere che sempre accompagna la nostra vita cosciente. Ogni palpito vitale dell’organismo contribuisce, attraverso la funzione unificante della corteccia cerebrale, a formare in noi il sentimento corporeo ed emotivo che mai si può separare dall’opera dell’intelligenza.

Non vi è dunque funzione somatica, volontaria o involontaria, non vi è attività della più piccola cellula che non ricada sotto il dominio della corteccia cerebrale”5.

  1. Emozioni organiche e emozioni superorganiche.

A questo punto il Bonich introduce una distinzione importante, che gli fornirà la base scientifica per riformulare in modo nuovo le intuizioni del Förster.

“Tutte le emozioni” egli scrive “e tutte le sensazioni sono accadimenti essenzialmente corticali. Ma noi possiamo ben distinguere emozioni che chiameremo ‘organiche’ da altre che chiameremo ‘superorganiche’. Nelle prime la corteccia cerebrale stimolerà forti reazioni somatiche, accompagnate da un turbamento dei ritmi regolari delle attività involontarie del simpatico e del parasimpatico e quindi del moto cardiaco-circolatorio, della respirazione, delle secrezioni endocrine. Anche le seconde prudurranno un effetto somatico, ma esso sarà pacificante e come rasserenante di tutte le funzioni e sensazioni, e tutte le attività involontarie acquisteranno da esso un ritmo più regolare e l’energia calma e tranquilla della vita che si afferma e si rinnova senza scomporsi”6.

Tra le emozioni organiche il Bonich annovera la vasta gamma dei piaceri e dei dolori violenti, gli effetti dell’alcool, le sensazioni di brivido indotte dalla velocità e dai turbinii dei divertimenti da giostra, le palpitazioni del terrore e dell’ira, e specialmente l’emozione sessuale. Tra le emozioni superorganiche lo stesso stato di ordinario benessere psico-fisico, caratterizzato da tranquilla sicurezza e da assenza di forti turbamenti; e poi l’amicizia, l’amore, l’ammirazione, la gioia, i sentimenti prodotti dalla contemplazione della natura o dell’arte o dall’ascolto della musica7, la socializzazione in tutte le sue forme, i sentimenti religiosi. Questi ultimi, come vedremo, secondo il Bonich giocano un ruolo fondamentale nella vita psichica e biologica dell’uomo.

Le emozioni organiche, agendo fortemente sulle regioni corticali preposte alle attività senso-motorie periferiche, spostano palesemente l’equilibrio neuro-psichico verso le funzioni sensibili esteriori, e, dato il dinamismo unitario della corteccia cerebrale, asserviscono a dette funzioni l’intera attività cerebrale, a cominciare dai centri rispondenti all’azione volontaria, quando essi sono coinvolti nell’emozione stessa. Al contrario, le emozioni superorganiche attenuano l’influenza della sensibilità periferica e conferiscono una funzione centrale e dominante alle attività psichiche interiori. Abbiamo cioè come una concentrazione dell’energia neuro-psichica nelle funzioni cerebrali soprasensibili, che da una parte permette il libero sviluppo della riflessione e dell’attività volontaria, dall’altra compie una funzione equilibratrice e regolatrice della vita sensibile e dell’attività viscerale sottomettendole alle esigenze e agli interessi della totalità organica.

L’intuizione del Förster a questo punto viene perfettamente legittimata: le emozioni superorganiche fungono da supreme regolatrici dell’organismo psico-fisico dell’uomo, mentre un unilaterale e disarmonico sviluppo delle emozioni organiche provoca uno sfasciamento dell’economia della personalità umana.

Naturalmente con ciò non si vogliono mettere sotto accusa le emozioni organiche in quanto tali, ma si vuole sottolineare l’esigenza che esse siano sottomesse e integrate alle altre, le quali hanno una funzione per così dire originaria di conservazione rispetto alla salute umana.

  1. Natura dell’inconscio secondo il Bonich.

Sulla base di queste osservazioni il Bonich formula una concezione dell’inconscio assai diversa da quella di Freud. Per quest’ultimo i contenuti dell’inconscio sono rappresentanze delle pulsioni, le quali sarebbero fondamentalmente di natura sessuale. E’ vero che a queste si oppongono le pulsioni di autoconservazione, il che potrebbe riavvicinare in qualche misura la teoria di Freud a quella del Bonich. Ma anche queste pulsioni sono intese da Freud in senso fondamentalmente materiale e sensibile, essendo rappresentate essenzialmente dal principio fame-nutrizione. Per il Bonich invece il principio di autoconservazione trova il suo fondamento nel bisogno, assai più originario rispetto alla pulsione sessuale o nutrizionale, dell’equilibrio organico.

“Freud sembra dimenticare” egli scrive “la presenza della cenestesi già nel bambino e l’esigenza del sentimento psico-fisico del benessere, quale istinto del suo sentire, anteriore e primo rispetto a qualsivoglia supposta pulsione di piacere. Ma questo benessere non può aversi se non in presenza di emozioni superorganiche, alle quali il cervello dell’infante è già predisposto: dalla funzione equilibratrice di esse infatti le attività viscerali son conservate nel pacificante ritmo della normalità. E il vero inconscio dell’uomo tende a questa pace feconda di vita, mentre rifugge da quei piaceri violenti che la distruggono. Perciò la natura, più sapiente di noi, ha sottratto all’azione diretta della nostra coscienza quei ritmi organici che la inaffidabile volontà dell’uomo potrebbe turbare, ricoverandoli sotto la protezione di un salutare istinto di conservazione. Rimane tuttavia l’influenza indiretta della nostra azione volontaria, che, se è dominata da emozioni superorganiche, rafforza l’intimo equilibrio della vita, mentre nel caso contrario lo distrugge. Ora, lungi dall’essere un principio di materiale piacere, l’inconscio è più spirituale della coscienza, e la richiama e la forza a ritrovare la serenante armonia dell’equilibrio interiore. E quanto fortemente questo spirituale inconscio agisce sull’infante ! Tanto che, se non intervengono anomali fattori di perturbazione, lo sviluppo della sua natura morale, cui il suo cervello è predisposto naturalmente, si svolge spontaneamente a dispetto degli  ostacoli opposti dall’attrattiva del piacere sensibile”8.

Anche nell’adulto l’inconscio risponde naturalmente alle sollecitazioni delle emozioni superorganiche, sviluppando risposte creative nell’ambito artistico, sociale, affettivo o religioso. Lo stesso istinto sessuale, sebbene dimostri una forte tendenza a sganciarsi dalla vita superorganica, trova di fatto la sua più completa realizzazione in una socializzazione affettiva interpersonale e feconda.

  1. Effetti organici e neurologici dei disordini sessuali.

Del resto l’emanciparsi dell’attività sessuale dalle esigenze neuro-psichiche rappresentate dalle funzioni superorganiche provoca nell’organismo umano evidenti disordini. Naturalmente a subire il danno maggiore è l’organismo femminile. Esso infatti risponde agli stimoli erotici predisponendosi alla fecondazione e alla generazione. Ma forme erotiche anomale e pervertite deludono questa aspettativa della natura causando una generale disfunzione dell’apparato generativo.

C’è però un altro effetto dei disordini sessuali che riguarda anche l’organismo maschile. Infatti il mancato riferimento ad affezioni superorganiche pacificanti – quali la socializzazione profonda, l’attesa di una nuova vita, la fiducia, la fedeltà e simili, di cui si parlerà più ampiamente in seguito – e la mancata risoluzione in esse dell’emozione erotica, sottopongono ambedue gli organismi,  specialmente a livello di funzioni involontarie, a ritmi forzati, irregolari ed esasperanti  che nuocciono all’equilibrio di tutto l’organismo.

A questo proposito dobbiamo attirare l’attenzione su quelle funzioni involontarie che sono più direttamente coinvolte nell’attività sessuale, cioè sulle secrezioni glandolari dell’uomo e della donna finalizzate alla generazione. Come tutte le secrezioni endocrine, e più delle altre, anch’esse sono influenzate dai ritmi provocati dall’emozione erotica nell’attività viscerale. Ora se l’emozione erotica, per essere separata dalle affezioni superorganiche ad essa connaturali, assume quei caratteri di esasperazione di cui si è detto, le secrezioni generative risulteranno senza dubbio condizionate dalla perturbata situazione emotiva in cui vengono prodotte.

Per chiarire tutta la portata di questa osservazione, il Bonich cita un altro testo del Förster.

“Dietro le teorie di Ellen Key” scrive quest’ultimo “agisce un’idea ch’ella sottolinea molto e che tuttavia non è scientificamente provata, né sostenuta da una grande e concorde tradizione: l’idea che per la sanità e l’energia vitale della razza sia d’importanza decisiva che la procreazione si compia sempre nel massimo d’intensità della passione erotica; e che perciò anche le forme della convivenza fra i sessi dovrebbero conformarsi a tale precetto, cioè dovrebbero appunto potersi sciogliere con la più grande facilità possibile. Lo abbiam già detto: non v’è ombra di prova in favore di tale teoria. Ben più a ragione anzi si potrebbe supporre che la troppo intensa ebbrezza dell’amor carnale paralizzi le qualità psichiche superiori non meno di quel che faccia l’ebbrezza alcoolica, ed eserciti sulla prole una azione corrispondente, cioè produca anche nella prole un esagerato sviluppo del lato erotico e  carnale. Per contro si può ammettere con abbastanza grande certezza che genitori dotati di un ben disciplinato volere e di un alto grado di costanza, genitori in cui l’erotico sia subordinato a riguardi e sentimenti superiori, genitori siffatti trasmetteranno anche tendenze analoghe ai loro figliuoli”9.

Il Bonich commenta:

“Anche questa intuizione del Förster merita di essere assunta e approfondita dalla neurologia. Vi sono infatti dati scientifici certi che possono confermarla. Il grande psicologo russo Ivan Petrovich Pavlov eseguì noti esperimenti sull’attività secretoria dei cani mettendo in rilievo la stretta dipendenza del processo di secrezione dalla corteccia cerebrale e facendo luce sui cosiddetti riflessi condizionati. All’apparire del cibo le immagini olfattive e visive determinavano già il processo di secrezione, tanto ch’egli parlò di ‘secrezioni psichiche’. Le immagini sensoriali associate determinano dunque il riflesso condizionato nella corteccia cerebrale e la conseguente reazione endocrina. Ma estendendo, nei suoi esperimenti, la serie degli stimoli e controllandone gli effetti nella secrezione, il Pavlov giunse a risultati stupefacenti. Egli giunse ad affermare che si poteva cercare un’anima nella saliva. Infatti le influenze nervose sulle glandole mostrano caratteri che potremmo definire intelligenti: le condizioni chimiche della saliva mutano dinanzi ai vari alimenti: essa è fluida in vista di una sostanza sabbiosa, è spessa e vischiosa in vista della carne, è fluida ed opalescente in vista dello zucchero. E varia altresì anche la sua quantità. Di fronte poi a sostanze sgradevoli essa assume qualità che valgono a liberare la bocca dal cibo disgustoso: salivazione – è stato detto – di difesa.

Non è facile certamente farne l’esperimento, ma come non credere che la funzione sessuale obbedisca ad un analogo principio ? Come non credere che la qualità dell’emozione erotica influisca sostanzialmente sulla qualità delle secrezioni generative ? E non ne risentirà perciò la qualità del generato ?”10 .

Se tutto ciò fosse rigorosamente provato, sarebbe indiscutibile la sua importanza non solo medica, ma anche sociale.

Del resto – osserva il Bonich – l’esclusione di un superiore sentimento di socializzazione e del desiderio stesso della prole nell’atto sessuale esclude in radice anche la disponibilità pedagogica a trasmettere ai generati una ricchezza spirituale e culturale che di fatto non sussiste o che, ad ogni modo, risulta inefficace.

Questa osservazione è confermata da recenti indagini statistiche, le quali dimostrano che spesso i genitori di oggi sono psicologicamente così assorbiti dai problemi di coppia da non avere più energia psichica da dedicare alla prole.

Poste invece condizioni generative contrarie, cioè dominate dalle emozioni superorganiche che abbiamo sopra accennate, gli effetti sarebbero totalmente diversi, sia sul piano endocrino, sia su quello pedagogico e culturale. Ma di questo aspetto parleremo più a lungo dopo che avremo confrontato i dati scientifici di cui disponeva il Bonich con i più recenti sviluppi della neurologia cerebrale.
LA NEUROPSICOLOGIA DEL BONICH CONFRONTATA CON I PIU’ RECENTI SVILUPPI DELLA SCIENZA

L’impostazione data dai grandi neurologi anteriori o contemporanei al Bonich allo studio del cervello fondamentalmente non è cambiata nei decenni successivi. Tuttavia la sperimentazione eseguita su primati o su pazienti umani e il raffinamento delle tecniche investigative hanno permesso un notevole approfondimento delle relative cognizioni.

Un testo pubblicato recentemente in Germania in lingua inglese1 offre un’ottima sintesi dell’attuale situazione degli studi, accessibile anche ai non addetti ai lavori. Uno dei due autori, J.C. Eccles – al quale si deve specialmente la seconda parte del volume, relativa alle strutture e funzioni cerebrali, che è quella che più ci interessa – è stato disceplo dello Sherrington e segna pertanto la continuità con la precedente generazione di studiosi. Al suddetto volume faremo costante riferimento.

  1. Le aree ideativo-linguistiche.

La suddivisione della corteccia cerebrale in più di quaranta aree corrispondenti a differenti attività funzionali fatta dal Brodmann rimane nel suo insieme acquisita anche per gli studiosi più recenti, sebbene l’indagine su pazienti con lesioni cerebrali nelle diverse parti del cervello abbia permesso di meglio conoscerne le rispettive funzioni.

Oltre a ciò la corteccia cerebrale è stata anche suddivisa, secondo la sua organizzazione, in colonne o moduli verticali, formati da raggruppamenti di neuroni che rispondono a sollecitazioni simili. Questi moduli interagiscono tra loro attraverso brevi onde elettriche, chiamate impulsi, che viaggiano lungo le fibre nervose e attraverso la trasmissione cosiddetta sinaptica. Si crea così una rete di intercomunicazione di una complessità inimmaginabile, anch’essa meglio conosciuta in seguito alle recenti sperimentazioni.

A noi interessa ora rilevare l’importanza delle aree rispondenti alle attività umane che potremmo chiamare superiori, le quali – come vedremo – sono coinvolte nella dinamica delle emozioni. Tra esse un posto di rilievo spetta all’attività ideativo-linguistica, localizzata nell’emisfero dominante (sinistro) – mentre nell’emisfero minore (destro) vanno localizzate le capacità spaziali-raffigurative e musicali.

Particolare importanza deve essere attribuita alle aree linguistiche cosiddette di Wernicke – aree 39 e 40 di Brodmann, nel lobo parietale sinistro – e di Broca – 44 di Brodmann, sita sul piede della terza circonvoluzione frontale -, le cui lesioni provocano l’afasia.

Le aree 39-40 sono in qualche modo caratteristiche dell’uomo, mentre nei primati non umani sono appena distinguibili. E’ interessante osservare che esse appaiono “implicate in associazioni trans-modali, cioè associazioni da un imput sensitivo, per esempio il tatto, ad un altro, per esempio la vista”2. Da questa osservazione nasce l’ipotesi “che il linguaggio compaia quando si verifica l’associazione tra oggetti toccati e oggetti visti e, quindi, nominati”3.

Anche questa associazione trans-modale tra stimoli sensitivi diversi appare ben definita soltanto nell’uomo. Così sottolinea il Teuber l’importanza di questa funzione per lo sviluppo mentale dell’essere umano:

“Indubbiamente uno degli aspetti cruciali del linguaggio, al di là delle sue caratteristiche formali descritte dal linguista, è la denominazione degli oggetti. Il linguaggio mette ordine tra gli eventi consentendo la loro classificazione e fornisce uno strumento per la rappresentazione di oggetti non presenti e per la loro manipolazione in via ipotetica ‘nella mente di ciascuno’. Perciò, sembrerebbe essenziale l’esistenza di qualche meccanismo centrale per il superamento della divisione tra i diversi sensi, per l’identificazione di un oggetto toccato con un oggetto visto, e di entrambi con l’oggetto che possiamo nominare; dovrebbe esserci qualche forma di elaborazione trans-modale che dia luogo a categorie sopramodali, più che sensitive, derivate dall’esperienza o imposte ad essa. Il linguaggio ci libera in larga misura dalla tirannia dei sensi…Ci fa giungere a concetti che combinano l’informazione proveniente da diverse modalità sensitive e che sono quindi intersensitivi o soprasensitivi”4.

Queste osservazioni fanno comprendere il ruolo fondamentale dell’emisfero sinistro per tutta la dinamica mentale dell’uomo. L’importanza dell’attività linguistica per la cultura umana, infatti, non ha bisogno di essere sottolineata in un’età che ha visto un così grande sviluppo degli studi sulla lingua, dalla filosofia analitica allo strutturalismo.

Oltre a questa relazione con la funzione linguistica, l’emisfero dominante si caratterizza anche per il suo rapporto con le esperienze coscienti.

“C’è…” scrive Eccles “un’identificazione dell’emisfero del linguaggio con l’emisfero dominante ed una stretta correlazione tra questo e le esperienze coscienti di tutti i soggetti, sia per quel che riguarda l’attività di ricezione dal  mondo esterno che per quella di intervento su di esso…Inoltre, lo studio più approfondito di pazienti con commissurotomia ha svelato che l’emisfero minore non ha assolutamente questa proprietà straordinaria di essere in collegamento con la mente autocosciente, sia in senso attivo che passivo5.

Alla funzione linguistica si accompagna dunque l’esperienza della coscienza. Ciò potrebbe aprire un interessantissimo discorso sull’autocoscienza e l’attività volontaria e sulla teoria dualistico-interazionista sostenuta da Popper e Eccles. Ma per quanto affascinante sia questo argomento, non possiamo allontanarci dal soggetto principale del nostro lavoro.

  1. Connessioni del lobo frontale con il sistema limbico e con il diencefalo.

Un altro centro fondamentale per la vita psichica superiore dell’uomo è il lobo frontale, importante anche per le sue intime relazioni sia con il lobo parietale, sia con il sistema limbico e con il diencefalo, i quali, come vedremo, hanno un ruolo di primo piano nella vita emozionale umana.

“In sintesi” scrive Eccles, “esiste una relazione complementare tra i lobi temporale e frontale dello stesso lato. Sul lato sinistro essi consentono, rispettivamente, il riconoscimento verbale e la temporalizzazione verbale, e sul lato destro il riconoscimento dell’immagine e la temporalizzazione dell’immagine. Ciascun lobo frontale ha la funzione di dare un ordinamento temporale agli eventi che sono stati riconosciuti e valutati per mezzo del lobo temporale corrispondente. Le escissioni del lobo frontale danno luogo pertanto ad una perdita di memoria per l’ordine sequenziale delle eperienze”6.

E un altro autore, il Lambertini, scrive:

“Nel polo anteriore del cervello…, polo frontale, area prefrontale dei neurologi si accolgono numerose importanti attività correlate con la memoria, il tono affettivo, il carattere, e la volontà.

Lesioni di questa regione portano soprattutto a disturbi della memoria, fissazione dei ricordi e nozione del tempo, mentre il tono dell’affettività e i poteri dell’autocritica si deprimono notevolmente”7.

Di particolare importanza per il nostro studio sono le connessioni tra il lobo frontale e il sistema limbico. Di quest’ultimo scrive Eccles:

“C’è una parte del cervello sviluppatasi dal vecchio cervello olfattivo (odorato), che ha funzioni peculiari essendo implicata soprattutto nell’esperienza emozionale…ed anche nella fissazione dei ricordi…Essa è nota come il sistema limbico o il lobo limbico, termini che si riferiscono ad un aggregato estremamente complesso di strutture ancora scarsamente comprese – sia strutturalmente che funzionalmente. Essa comprende le aree primitive della corteccia cerebrale che sono distinte dalle grandi aree neocorticali sviluppatesi di recente, e che spesso vengono chiamate archeocorteccia…Essa comprende l’ippocampo…e il giro ippocampale associato…, inclusa la corteccia entorinale”8.

Al sistema limbico sono strettamente associate altre aree, tra cui il talamo e l’ipotalamo (diencefalo).

Le connessioni tra il sistema limbico e il diencefalo da una parte e il lobo frontale dall’altra e la loro funzione emotiva sono così descritte da Eccles:

“E’ esperienza comune che la percezione cosciente derivata da alcuni inputs sensitivi comuni sia modificata in modo significativo da emozioni, sentimenti e pulsioni appetitive. Per esempio, quando si ha fame la vista del cibo dà un’esperienza profondamente connotata da una pulsione appetitiva ! Nauta (1971) ipotizza che lo stato dell’ambiente interno (fame, sete, sesso, paura, collera, piacere) sia segnalato ai lobi prefrontali dall’ipotalamo, dai nuclei del setto e da vari componenti del sistema limbico come l’ippocampo e l’amigdala. Le vie passerebbero soprattutto attraverso il talamo D(orso) M(ediale) fino ai lobi prefrontali…Pertanto, tramite le loro proiezioni ai lobi frontali l’ipotalamo e il sistema limbico modificano e connotano emotivamente le percezioni coscienti derivate da inputs sensitivi e sovrappongono ad esse le pulsioni motivazionali. Nessun’altra parte della corteccia ha questa stretta relazione con l’ipotalamo.

Le Figure E1-7, 8 mostrano per i sistemi somestetico, visivo e uditivo le molte proiezioni ai lobi prefrontali dalle aree sensitive primarie e dalle principali aree secondarie e terziarie. Simultaneamente queste aree proiettano al sistema limbico e nella Figura E1-9 ci sono anche proiezioni dai lobi prefrontali…al sistema limbico. Così ci sono vie destinate a formare la complessa circuiteria che dai vari inputs sensitivi va al sistema limbico e torna al lobo prefrontale, dal quale si dipartono poi ulteriori circuiti verso il sistema limbico e viceversa…Così per mezzo della corteccia prefrontale il soggetto può esercitare una azione di controllo sulle emozioni generate dal sistema limbico…Si può pertanto pensare alla corteccia prefrontale come ad un’area in cui ogni informazione emotiva viene sintetizzata con l’informazione somestetica, visiva e uditiva per dare esperienze coscienti al soggetto e indicazioni per un comportamento adeguato”9.

Anche il Lambertini sottolinea l’importanza  delle connessioni della corteccia cerebrale con il diencefalo. Parlando delle vie motrici egli distingue una via diretta, che parte dalle cellule piramidali giganti del Betz nella circonvoluzione prerolandica, e una via indiretta, detta estrapiramidale, che parte dalla zona corticale frontale e prerolandica. Non possiamo ora seguire il Lambertini in tutta la sua complessa descrizione analitica della via motrice estrapiramidale. Ci limitiamo pertanto a rilevare alcune osservazioni che interessano più da vicino il nostro argomento.

“Le connessioni della corteccia cerebrale” egli scrive “con i nuclei ipotalamici che presiedono ad importanti funzioni vegetative, spiegano le turbe vegetative consonanti con gli eccitamenti del sistema estrapiramidale…E’ ormai di acquisizione sicura l’assoluta importanza di questi centri per la funzione statica estrapiramidale delle attività muscolari e per lo stesso tono muscolare…Tenendo conto dei centri corticali della motilità estrapiramidale situati nella corteccia frontale – corteccia oggi considerata come un organo preminentemente psichico -…il Donaggio definisce il sistema estrapiramidale come un ‘sistema profondamente imbevuto di elemento psichico; il rappresentante più completo e tipico e vasto di quei rapporti che uniscono pensiero e movimento…Sistema che non consente solo il movimento ma plasma i nostri movimenti, dà la particolare e diversa espressione ai diversi individui; pervade e modella la nostra andatura, i nostri gesti, i nostri atteggiamenti; governa infiniti altri modi della nostra motilità; si insinua sottile in tutti i momenti della nostra vita, specie di misterioso scultore celato in ciascuno di noi, che plasma la nostra personalità, e la rende or grigia, or viva e scintillante; la plasma con pollice ora perplesso, ora invece deciso e sicuro; ora lento, ora rapido, ora maldestro, ora invece armonioso, musicale, fidiaco’”10.

Altre informazioni sul talamo e la sua connessione con la corteccia cerebrale ci sono offerte dal Lambertini poco più oltre, a proposito delle vie della sensibilità generale.

“La fisiologia e la clinica” egli scrive “ci insegnano che in corrispondenza del talamo avviene una prima ed importante elaborazione delle sensazioni. Il talamo offre agli stimoli sensitivi la loro carica emozionale.

Noi sappiamo che ogni sensazione porta in sé vibrazioni emozionali e un certo contenuto discriminativo varianti nei loro rapporti da tipo a tipo di sensazione…Nel talamo esiste, non ben delimitato anatomicamente ma fisiopatologicamente accertato, un centro deputato alla percezione definitiva del contenuto emozionale delle sensazioni…Al nucleo essenziale del talamo salgono le fibre deputate a potenziare le sensazioni della loro carica emozionale.

Dal nucleo posteriore del talamo salgono, invece, verso la corteccia le fibre che portano le sensazioni a perfezionarsi nel loro contenuto discriminativo…La via talamo-corticale termina con le sue fibre in corrispondenza della zona psico-motrice…Si noti che alla zona psico-motrice è affidata anche un’altra particolare funzione e cioè quella di frenare le attività del nucleo essenziale del talamo nei rispetti del contenuto emotivo della sensibilità. Tale azione di freno e di controllo si esplica a traverso una via cortico-talamica rappresentata da fibre che dalla parietale ascendente si portano al nucleo del talamo ottico”11.

  1. Ruolo determinante delle aree ideativo-linguistiche e del lobo frontale nella vita emozionale umana.

Ci siamo un po’ dilungati in descrizioni di carattere anatomico perché esse gettano luce su alcune importanti connessioni del sistema nervoso e ci permettono così di verificare le intuizioni del Bonich confrontandole con la più recente neurologia.

Ciò che più colpisce in queste descrizioni è la complessa relazione che lega tra loro aree fondamentali della corteccia cerebrale, quali i lobi parietale e frontale, con il sistema limbico e con il diencefalo, di cui si è rilevata la funzione emozionale. Osserviamo a questo proposito che Eccles esemplifica questa funzione richiamando soltanto emozioni organiche (fame, sete, sesso, paura, collera, piacere), sebbene alluda poi anche ad un’azione di controllo esercitata dal soggetto su di esse tramite il lobo prefrontale. A noi sembra però che si potrebbe ampliare molto il valore di questa azione di controllo, fino ad attribuirle una funzione plasmatrice nel campo emozionale. Il Lambertini infatti suggerisce un’azione corticale sulla tonalità muscolare e sul sistema vegetativo, mentre il Donaggio parla della via motrice estrapiramidale come di un sistema che influenza profondamente la cenestesi e perciò il sentimento di benessere e l’intuizione della propria corporeità e del suo valore più che corporeo. Tutto ciò sembra confermare l’idea del Bonich di un inconscio ‘spirituale’, che contrappone al principio del piacere il principio di una superiore armonia.

Bisogna inoltre osservare che le emozioni limbiche, trasmesse al lobo frontale e immesse così nelle complesse associazioni corticali, non possono non risultare in qualche modo trasfigurate dalle attività psichiche superiori, quali l’attività ideativo-linguistica e l’esperienza cosciente che l’accompagna. L’attvità linguistica infatti si sviluppa attravrso relazioni trans-modali che conferiscono alle sensazioni un significato nuovo di superiore intelligibilità. Scrive a questo proposito il Geschwind:

“La capacità di acquisire il linguaggio ha come presupposto la capacità di formare associazioni trans-modali…In forme subumane le sole associazioni ben definite tra modalità sensitive diverse sono quelle tra uno stimolo non limbico (cioè visivo, tattile o auditivo) e uno stimolo limbico. E’ soltanto nell’uomo che esistono associazioni ben formate tra due stimoli non limbici ed è questa capacità che sta alla base dell’apprendimento dei nomi degli oggetti”12.

In questa prospettiva appare chiaramente che le connotazioni emozionali che accompagnano le sensazioni, nelle aree corticali adeguate vengono immesse in un sistema psichico superiore grazie all’attività ideativo-linguistica che ivi si svolge e all’esperienza cosciente da essa inseparabile, e, profondamente modificate, vengono così ad arricchire tutto lo sviluppo culturale dell’uomo. Ciò costituisce senz’altro la base cerebrale delle emozioni superorganiche.

Ma le stesse emozioni organiche, grazie alle loro connessioni con la corteccia cerebrale, appaiono connotate da inseparabili contenuti psichici, e ciò varrà in modo speciale per le emozioni sessuali, alle quali probabilmente proprio il forte coinvolgimento delle funzioni corticali superiori conferisce la loro caratteristica forza emotiva. Ciò significa da una parte che la vocazione dell’emozione sessuale appare essere di associarsi all’affermazione delle attività psichiche superiori, dall’altra però che queste ultime si troveranno necessariamente coinvolte nelle eventuali esasperazioni patologiche della sessualità.

A questo punto ci sembra di aver chiarito, alla luce degli studi più recenti, il fondamento neurologico delle intuizioni del Bonich. Possiamo anche aggiungere che dai dati scientifici che abbiamo rilevato l’importanza dell’emotività sessuale per lo sviluppo della cultura umana non può che essere confermata.

Vedremo nel capitolo successivo come il Bonich sviluppi l’aspetto psicologico e culturale delle emozioni sessuali, sia nelle loro manifestazioni negative sia nelle loro manifestazioni positive.

SVILUPPI CULTURALI E SOCIALI DELLA NEUROPSICOLOGIA DEL BONICH

  1. Manifestazioni negative della sessualità.

Quali siano le manifestazioni negative della sessualità e quale sia la loro incidenza sociale secondo il Bonich risulta chiaramente da quanto è stato finora esposto.

Abbiamo visto che si può considerare patologica l’emozione sessuale (organica) che non sia integrata da corrispondenti emozioni superorganiche. Queste hanno infatti, tra l’altro, la funzione di salvaguardare l’equilibrio cerebrale dell’uomo, impedendo che tutta l’attività corticale sia mobilitata al servizio delle emozioni organiche. Quando dunque le emozioni sessuali assorbono tutta l’energia del cervello escludendo le funzioni psichiche superiori, necessariamente l’equilibrio cerebrale viene compromesso, e con esso anche le stesse funzioni organiche, specialmente quelle legate al sistema vegetativo.

Bisogna però osservare che le emozioni sessuali dipendono, per la loro forza emotiva, proprio dall’elemento psichico in esse coinvolto. Da ciò nasce una contraddizione che accompagna l’attività sessuale patologica: da una parte essa trae alimento dalle disposizioni psichiche superiori, dall’altra però impedisce loro di svilupparsi in emozioni superorganiche ad esse connaturali. Il risultato non può essere che un deterioramento progressivo delle funzioni psichiche superiori accompagnato da un corrispondente svuotamento del contenuto psichico delle emozioni sessuali e quindi da un impoverimento emotivo di esse. Ma l’individuo che ha rinunciato alle emozioni superorganiche in favore di quelle organiche si trova necessariamente legato a queste ultime e quindi non cesserà di perseguirle, e il loro impoverimento emotivo lo indurrà a ricercare stimoli sempre più violenti, i quali a loro volta contribuiranno all’ulteriore deterioramento delle disposizioni psichiche superiori in una sorta di circolo vizioso.

Quale sia l’effetto di questa situazione sull’equilibrio cerebrale e psico-fisico dell’uomo non c’è bisogno di dirlo. Ma è importante rilevarne gli effetti sociali.

Quelli più evidenti riguarderanno la ricerca di stimoli sempre più brutali di cui abbiamo detto: essa può giungere, oltre alle perversioni di vario genere, fino alla violenza fisica, verso sé stesso o verso altri. Ci sono però effetti meno visibili ma non meno gravi, quelli cioè che riguardano il probabile degrado delle secrezioni preposte alla generazione e quindi la qualità di quest’ultima.

Ma, più che soffermarsi sugli aspetti ora segnalati, il Bonich dà molto rilievo al fatto che il danno principale delle emozioni sessuali patologiche è di impedire gli effetti personali e sociali altamente positivi di una sessualità armonizzata con le attività psichiche superiori, o – come egli si esprime – di emozioni e funzioni sessuali “perfette”.

Alla descrizione di queste funzioni e dei loro effetti positivi, che costituiscono per lui una ricchezza incalcolabile per la società umana, egli dedica un intero manoscritto – quello che abbiamo denominato “Manoscritto D” -, e noi non faremo ora che riferirci ad esso seguendo punto per punto lo svolgimento del pensiero del Bonich.

  1. Funzioni sessuali “perfette” e “imperfette”.

“Possiamo ben dire” esordisce il Bonich “esservi rapporti sessuali perfetti ed imperfetti. Questi ultimi non ammettono altra finalità che non sia l’emozione organica stessa e s’irrigidiscono nell’astrazione espressa dal detto: ‘il sesso è sesso’, così come si suol dire: ‘gli affari sono affari’, ovvero: ‘la guerra è guerra’, né l’effetto ultimo sarebbe men distruttivo per la civiltà umana. Al contrario, l’atto sessuale perfetto non nasce né si risolve in sé stesso ma presuppone amore, fedeltà, stima, ammirazione, ed a sua volta instaura rapporti di profonda socialità tra l’uomo e la donna. La filosofia esprimerebbe ciò con la dottrina della potenza e dell’atto: l’atto precede idealmente la potenza, e la potenza esiste in funzione dell’atto. Nel nostro caso l’attività sessuale perfetta sarebbe la potenza, laddove le emozioni superorganiche di socializzazione sarebbero l’atto. E detta socializzazione verrebbe a fondere in una sorta di unità l’interiore mondo psichico dell’uomo e della donna, nella fiducia, nella donazione, nella certezza scambievole di fedeltà perpetua ed assoluta, nell’unione in un solo destino, nel riposo, nella pace, nell’appagamento, nella speranza, nella gioiosa attesa della desiderata prole, ”1.

La socializzazione che si instaura così tra l’uomo e la donna ha dunque valore di atto rispetto alla potenza, rappresentata dall’unione sessuale. E questo atto assume poi una sua propria vita e manifesta una inesauribile fecondità.

I primi effetti di questa fecondità riguardano naturalmente la persona stessa dell’uomo e della donna. Attraverso l’unione perfetta ciascuno scopre il valore preziosissimo della propria individualità, posta al centro dell’attenzione amorosa di un essere umano complementare, che a sua volta scopre sé stesso nell’amore dell’altro. Ma questa socializzazione non si arresta né può arrestarsi alla persona dei coniugi2. Essa per prima cosa si riversa sui figli, e, attraverso i figli – ma non solo -, si apre ad amplissime dimensioni sociali.

“Appare missione precipua dell’amore sponsale e di quelli che ne derivano” scrive il Bonich “di ridonare al mondo, rattristato dall’esperienza del male, della delusione, della solitudine, la gioia sempre rinascente di amare e di esser amati”3.

Questa “gioia sempre rinascente” non interessa soltanto la vita personale di singoli individui, ma costituisce un fattore importantissimo di civiltà. La società infatti non può essere indifferente riguardo allo stato psicologico dei suoi membri ed è per essa di importanza vitale, potremmo dire biologica, che essi godano di una buona salute psichica e cerebrale. Ora niente fortifica le emozioni superorganiche più delle gioiose esperienze dell’amore sponsale, paterno, materno, filiale, fraterno e di quelle che indirettamente ne derivano, quali l’amicizia, l’ammirazione, il cameratismo, il discepolato, la pietà, la benevolenza, la fiducia, la stima. Tutti questi sentimenti, ed altri ancora, infatti, si radicano nell’esperienza infantile di essere, per così dire, immersi in un fluido di amorosa protezione – rivelazione di un amore personale e provvidente – attraversato dai mille colori dei contenuti psichici, emotivi e culturali frutto dell’interiorità mutualmente condivisa dei genitori, i quali a loro volta ereditano le ricchezze di cultura e di sentimento ricevute dalle loro famiglie di origine.

Dall’estensione a macchia d’olio di questi sentimenti si crea in tutta la società come una luce diffusa di socializzazione, a cui ogni famiglia sana aggiunge un contributo di incalcolabile valore.

“Quale rovina per una civiltà” scrive il Bonich “se si diffondesse il costume di relazioni sessuali imperfette, se di conseguenza l’esperienza dell’amor coniugale perfetto divenisse eccezione, ed eccezione divenisse perciò l’esperienza dei figli di esser protetti dall’amor provvidente e immutabile di genitori per sempre uniti, il cui sorriso rallegri immancabilmente ogni loro giornata come con ritmo costante ogni giorno si leva il sole sull’orizzonte ! Su quali individui potrebbe allora contare la società ? Essi sarebbero privi delle più forti emozioni superorganiche e tanto più facilmente diverrebber preda delle organiche, e sarebbero perciò tristi, isolati, egoisti, inappagati, sofferenti di squilibrio cerebrale e nervoso, sempre pronti a sfogare la propria insoddisfazione con gli eccessi del sesso e dell’alcool”4.

Con intuito profetico il Bonich vede con terrore profilarsi all’orizzonte in un futuro non lontano la situazione sociale da lui evocata in queste righe. Ora, egli afferma, se si deve definire patologica la sessualità imperfetta, la diffusione di essa a livello di costume creerebbe una sorta di patologia sociale.

Torneremo in seguito su questo argomento, che nel manoscritto D viene soltanto accennato. Per il momento seguiremo il Bonich nella sua descrizione di una società sana e di come si possano configurare in essa i rapporti tra emozioni organiche e superoprganiche.

  1. Influenze reciproche tra emozioni organiche e superorganiche.

La qualità dell’atto coniugale e delle emozioni che lo accompagnano e lo seguono – egli afferma – non è sempre uguale. Essa muta a seconda della qualità del mondo interiore degli sposi. Vi sono perciò in queste emozioni un’infinità di gradazioni psichiche, e quanto più detto mondo interiore è ricco di pensieri e di sentimenti umani e sociali, tanto più felicemente umana risulterà la socializzazione degli sposi tra loro e con la prole.

Una disposizione psichica particolarmente felice nei coniugi è per il Bonich il sentimento religioso. Esso infatti schiude all’esperienza di comunione tra gli sposi, anche nel suo aspetto sensibile, e poi tra tutti i membri della famiglia, dimensioni e risonanze profondamente suggestive che ben rispondono all’ansia di infinito e di eternità che ogni amore porta con sé.

Genitori che abbiano nel loro mondo interiore il sentimento vivo dell’amore soprannaturale proprio della religione sapranno istintivamente elevarsi dalla felicità umana della comunione sponsale e familiare all’intuizione della felicità sovrumana e della comunione senza fine del mondo sopraterreno. Da questa intuizione, come è abbondantemente confermato dall’esperienza, la profondità e la stabilità delle emozioni superorganiche viene immensamente rafforzata.

Ma se l’amore coniugale e familiare guadagna qualitativamente dalla religione, a sua volta quest’ultima attinge molte delle sue più caratteristiche ispirazioni proprio dall’esperienza coniugale e familiare, in un rapporto di reciproco arricchimento. Benché infatti l’amore soprannaturale abbia una sua essenziale autonomia, secondo l’ordine della conoscenza a noi esso si rivela attraverso l’esperienza dell’amore umano.

L’espressione “Padre nostro” – osserva il Bonich -, fondamentale nella religione, trae tutto il suo valore dall’esperienza dell’amore paterno, attraverso il quale il figlio ha l’intuizione di un amore personale e provvidente che sempre lo accompagna. Così sono anche frequenti nel linguaggio biblico le metafore sponsali, e non mancano quelle ispirate all’amore materno, tutte caratterizzate da un forte valore simbolico-emotivo.

Dunque anche quanti rinunciano al matrimonio per consacrarsi interamente a Dio non sono di fatto estranei alla comunione sponsale, giacché hanno conosciuto l’amore soprannaturale proprio attraverso l’esperienza dell’amore familiare.

A loro volta poi le esperienze e le emozioni della vita consacrata per mille vie rifluiscono ad arricchire, a purificare, a sublimare l’amore umano degli sposi.

“I genitori di Teresa di Lisieux” scrive il Bonich “certamente impressero nei loro rapporti il carattere di un’elevata esperienza spirituale, e la santa ne ereditò, con tutte le sue sorelle, l’afflato d’alta socializzazione. Dall’ambiente familiare e dagli affetti che vi regnavano appresero esse, con l’amore umano, il mistero dell’amor divino, né ebber bisogno di proprie vicende coniugali per arricchire senza misura ciò che avean ivi ricevuto. Ma quanti coniugi hanno poi attinto dall’esperienza spirituale di Teresa un’elevazione dei propri sentimenti !”5.

Dunque tra le emozioni propriamente sessuali, le disposizioni psichiche superorganiche dei coniugi e l’amore soprannaturale delle anime consacrate esiste un rapporto di reciproca influenza. Il Bonich, per illustrare questa segreta ma realissima connessione, introduce una suggestiva immagine:

“Perché l’acqua possa sgorgare fresca e pura dalle sorgenti, essa dovrà prima ammantare gli alti gioghi dei monti sotto forma di candida neve. Nella bella stagione le nevi si sciolgono per alimentare le fonti delle valli. Ma sulle cime alpine vi è pure la neve perenne, e anch’essa, con la sua frescura, che assorbe il calore del sole, condiziona il ciclo delle nevi stagionali. Lassù, sui gioghi più alti, l’acqua, trasfigurata, sembra mutar per sempre la propria natura e, cessando d’esser nutrimento del corpo, divien nutrimento dello spirito.

Così, fuor di metafora, perché le funzioni sessuali organiche possano essere pure e benefiche, esse devono discendere da sentimenti superorganici di amore, di stima, di civile cultura. Ma al di sopra dei sentimenti preposti alle nozze ve ne sono altri più puri ed elevati: quelli delle anime consacrate, che non aspirano a nozze terrene, ma che con la loro presenza illuminano di luce celeste e salvaguardano da ogni degrado i sentimenti superorganici di quanti abbracciano la vita sponsale. E come, se gli uomini, in un eccesso di follia, volessero fondere tutte le nevi, stagionali e perenni, dell’Alpi, un’alluvione apocalittica di acque fangose tutto trarrebbe alla rovina, così, se venissero meno i mutui sensi di civile rispetto ed amore che preparano la benefica unione tra l’uomo e la donna e la consacrazione delle anime sante che questi sensi proteggono e rischiarano di luce superna, le funzioni sessuali organiche diverrebbero come acque turbinose ed impure, atte solo a travolgere, nel loro furore, ogni umano e civile consorzio e ogni vera e durevole giocondità della vita”6.

Così con molta efficacia viene illustrato il ruolo della religione nella complessa esperienza psichica dell’amore sponsale.

  1. Importanza della tradizione ascetica della religione.

Ma la religione per il Bonich ha anche un’altra importantissima funzione.

Abbiamo visto come per lui l’inconscio sia come un istinto di salvaguardia del benessere psicofisico dell’uomo, posto a protezione dei ritmi involontari del sistema vegetativo e aperto alla superiore armonia delle emozioni superorganiche, in quanto esse mantengono e rafforzano detti ritmi vitali. La natura in tal modo sembra aver voluto saggiamente proteggere la salute dell’uomo sottraendola in parte alla discrezione della sua diretta volontà. E’ la coscienza, infatti, che facilmente si lascia sedurre dall’attrattiva dei piaceri violenti, introducendo così un fattore di perturbamento nell’organismo psicofisico. E il sentimento del pudore sembra sgorgare proprio da una salutare azione dell’inconscio, che tende così a proteggere da pericolosi turbamenti le più delicate funzioni della vita.

Per questo il Bonich si dissocia da quanti credono di risolvere il problema sessuale semplicemente con una tempestiva e corretta informazione della gioventù – la cosiddetta Aufklärung. Essa naturalmente può essere utile e anche indispensabile, ma nasconde il pericolo di attirare troppo l’attenzione e la curiosità dei giovani su funzioni che andrebbero altrimenti salvaguardate. Questo pericolo diviene gravissimo quando – come troppo spesso avviene – l’Aufklärung si considera l’unica strategia necessaria e sufficiente, ad esclusione di ogni altra.

Al contrario, secondo il Bonich, l’informazione non è né l’unica né la più importante prassi educativa: prima di ogni altra cosa vi è l’educazione interiore della gioventù, attraverso la quale le energie psichiche dell’adolescente sono indirizzate ad un rafforzamento delle emozioni superorganiche e alla conseguente esperienza della propria libertà spirituale nei confronti delle eccitazioni organiche. Ciò implica naturalmente un lavoro del giovane su sé stesso, quale era un tempo praticato attraverso l’ascesi e la meditazione dalla tradizionale educazione religiosa.

Niente di più contrario – si dirà – al naturalismo spontaneo già diffuso al tempo del Bonich e ora universalmente imperante. Come potrebbe dunque la cultura moderna ritornare a costumi che con tanta energia e convinzione ha rifiutato ? Tra l’altro ciò presupporrebbe l’accettazione di una visione pessimistica della natura umana, visione che nella dottrina cattolica è legata al dogma del peccato originale e perciò ad un concetto del tutto alieno dalla scienza moderna. Proporre, come fa il Bonich, un ritorno agli “esercizi spirituali” sembra pertanto semplicemente assurdo.

Eppure non mancano al Bonich solidi argomenti: su questo punto – egli afferma – la cultura moderna ha bisogno di una radicale conversione, ed a renderla indispensabile è l’esperienza stessa della vita. Il naturalismo spontaneo in cui è educata tanta parte della gioventù, infatti, ogni giorno di più mostra i suoi frutti avvelenati. E ciò non indica tragicamente che è necessario un cambiamento di rotta ? Ora, cosa vi è di più moderno del richiamo all’esperienza ?

Similmente le scienza, pur senza far riferimento al peccato originale, non può non prendere atto della situazione psicologica reale dell’uomo e della necessità, per il suo benessere neuro-psichico, di pratiche tradizionalmente legate all’esperienza religiosa – e non soltanto, del resto, a quella della Chiesa Cattolica.

“Non trascuriamo di ricordare” scrive il Bonich “che altre grandi religioni, quali l’Induismo e il Buddismo, conoscono la pratica dell’ascesi e della meditazione”7.

A questi argomenti non si può rispondere semplicemente con il disprezzo. Essi non sono infatti espressioni estemporanee dettate da umore reazionario, ma si fondano su solide analisi neurologiche, cioè su fatti positivi e verificabili, i quali per la cultura moderna sembrano essere l’unico fondamento di ogni certezza.

Ebbene, sì – si potrebbe rispondere -: l’uomo ha bisogno di educazione interiore. Ma essa non necessariamente deve avere carattere religioso. Come nel mondo occidentale si va diffondendo lo yoga, pur senza che per questo si accettino le dottrine proprie dell’induismo, così si potrebbe proporre una laicizzazione degli esercizi spirituali.

E’ certamente opportuno – osserva il Bonich – che la meditazione non si rivolga soltanto a contenuti strettamente soprannaturali, come avviene ordinariamente negli esercizi spirituali, ma che dia spazio allo studio, alla contemplazione, al godimento di tutte quelle realtà naturali che suscitano emozioni psichiche superorganiche. Se però le si volesse togliere il suo carattere propriamente religioso essa perderebbe le sue più profonde motivazioni e non avrebbe più la forza di suscitare l’entusiasmo e la devozione incondizionata propri di una superiore esperienza psichica.

La psicologia conosce la differenza tra i processi puramente razionali e le rappresentazioni e le emozioni, provenienti dall’intuizione di una vita più alta, che agiscono potentemente sull’inconscio. E il Bonich cita, a questo proposito, ancora il Förster.

“Importa…” scrive quest’ultimo “che il mondo degl’istinti, appunto perché spesso continua la sua azione nel dominio dell’inconscio, venga trattato non semplicemente con mezzi razionalistici, ma innanzi tutto con rappresentazioni che, come le religiose, provengano esse stesse dal più profondo dell’anima, ed abbiano perciò ancora un potere là dove la giudiziosa riflessione non riesce a nulla. Su questo James nelle sue Varieties of religious experience richiama con energia la nostra attenzione”8.

E il Bonich aggiunge:

“Solo l’esperienza luminosa ed esaltante di una vita spirituale più grande di quella sensibile, e solo perciò le fulgenti realtà della religione posson condurre l’anima alla gioiosa conquista dell’interiore libertà dello spirito”9.

Così la neuropsicologia del Bonich, dopo aver riscoperto, attraverso lo studio dell’attività cerebrale, l’energia superorganica dell’umana interiorità, giunge fino ad incontrarsi con la religione, senza tuttavia pretendere di riassorbirla in sé.

In questo modo il rapporto dialogico tra scienza e religione diviene inevitabile ed apre la strada ad un confronto con i più scottanti problemi della moderna politica e della moderna cultura. La nuova scienza del Bonich, infatti, avrà tutte le carte in regola per rimproverare a queste ultime la loro astrattezza e per richiamarle a porre al centro dei loro interessi la formazione interiore dell’uomo.

SCIENZA, SOCIETA’ E RELIGIONE

ATTUALITA’ DEL PENSIERO DI COMTE SECONDO IL BONICH

  1. La responsabilità morale della scienza nella società contemporanea..

 

Avendo così riabilitato dal punto di vista scientifico alcune esigenze fondamentali della tradizione educativa umanistico-religiosa, fondata sulla formazione del carattere interiore di ogni individuo, il Bonich può a buon diritto affermare che la tradizionale neutralità della scienza in campo morale non è in realtà giustificata. La scienza, infatti, prefiggendosi di salvaguardare la salute dell’uomo, non può arbitrariamente limitare il concetto di “salute” ad una sua mal definita dimensione “fisica”.

“Qual artificio” egli scrive “potrebbe legittimamente consentir di appropriarsi di alcune funzioni dell’umano organismo e di ritagliarne altre, affermando che solo delle prime deve occuparsi la scienza ? Forse che nel concetto di salute non si comprende anche la salute psichica e cerebrale ? E forse che quest’ultima non condiziona infine tutta la vita organica dell’uomo ? Ora, salvaguardar l’equilibrio delle funzioni psichiche superiori non conduce ad incontrar le esigenze medesime della morale ?”1.

Ma questo riconoscimento di un proprio contenuto morale implica per la scienza il dovere di adoperarsi perché di esso si tenga conto nella vita sociale come si tiene conto delle esigenze igieniche. E ciò diviene tanto più necessario e urgente nella società moderna, in cui il costume sociale e politico tende ad eliminare la cura della vita morale personale dalle proprie prospettive di azione e dalle proprie finalità. In questa situazione, se la scienza rinunciasse ad esercitare sul piano morale la propria influenza e si ritirasse sul terreno neutro della salvaguardia della pura salute fisica – ammesso che si possano rigorosamente determinare i confini di una salute puramente fisica -, essa verrebbe come mutilata di una parte fondamentale delle proprie competenze e sarebbe necessariamente asservita, con tutto l’enorme potenziale delle proprie conquiste materiali, ai fini di organizzazione esteriore propri della moderna politica.

Abbiamo già visto quali siano i caratteri astratti di questa politica e come essa pretenda di affrontare i più ardui problemi della civilizzazione rinunciando per principio alla formazione interiore dell’uomo. Questa indifferenza nei confronti della vita psichica personale vuole presentarsi come neutralità di fronte alle scelte morali degli individui e perciò come garanzia della libertà di ognuno, ma di fatto essa finisce per mettere la forza dello stato al servizio di scelte contrarie al bene interiore dell’uomo e alla sua libertà spirituale.

“Lo stato” scrive il Bonich “può ben rinunciare a metter mano all’educazione interiore degli uomini, ma non ad organizzar le proprie forze economiche e materiali. Ora, questa organizzazione, se non tien conto delle esigenze morali dell’interiore carattere, avverrà non solo senza, ma contro di esse. Infatti ai problemi che nascon dall’uso dei beni materiali si vuol dare una risposta immediata, che guardi all’ottenimento di immediati e palpabili vantaggi, a scapito anche degl’impalpabili beni dell’anima.”2.

In questo senso non solo le dittature, ma anche le democrazie non sfuggono ad una logica totalitaria. Da una parte infatti lo stato prenderà in proprio iniziative improntate ad un’assenza di prospettive morali – ad esempio nel campo dell’educazione sessuale -, dall’altra, mentre impedirà in nome della libertà alle forze morali di esercitare una reale influenza pubblica, lascerà libero corso alle forze materiali ed economiche di determinare senza ostacoli il clima culturale della società – e in questo clima, tra l’altro, sarà di fatto coartata la libertà dei genitori, giacché si tenderà a sottrarre i giovani alla loro influenza da parte delle forze convergenti dello stato e dell’interesse commerciale.

Ciò non interessa soltanto la morale, bensì anche la scienza. Infatti il clima culturale della società svolge un ruolo fondamentale per l’equilibrio psichico dell’uomo.

“Se le emozioni psichiche superiori” scrive il Bonich “hanno la lor propria sede nelle funzioni cerebrali di ciascun individuo, esse però trovan la loro espressione e salvaguardia nelle istituzioni sociali cui spetta la custodia e l’incremento della civile cultura. Tra queste son da annoverare la famiglia, la scuola in tutti i suoi ordini e gradi, le rappresentanze dello stato, dell’arte, della pubblica opinione, della vita di società, della propaganda, del commercio. L’igiene emotiva e cerebrale dell’uomo esige che nelle rammentate istituzioni siano coltivati e difesi i sentimenti che abbiamo chiamato superorganici. Infatti per lo sviluppo cerebrale di ogni individuo meno non si richiede che la collaborazione dell’intera società”3.

Con intuito profetico il Bonich, considerando le tendenze sociali già in atto nei primi decenni del nostro secolo, prevede un tempo in cui la propaganda commerciale e le tendenze edonistiche dell’uomo, liberate da ogni tutela morale pubblica, occuperanno le istituzioni sopra ricordate con un’invasione di stimoli organici e sessuali, creando così una situazione di vera patologia sociale, di fronte alla quale l’indifferenza, o peggio la complicità dello stato sarebbe tanto colpevole quanto l’atteggiamento del governo e del tribunale della sanità di Milano nei confronti della peste descritta ne I promessi sposi.

  1. L’ideale di Comte e la sua attualità.

In questa situazione appare in tutta la sua drammaticità la responsabilità della scienza per la difesa della salute psichica dell’uomo. Ed è proprio questa la missione che il Bonich vorrebbe assegnarle.

Su questo punto egli, ancora in età più che matura e nonostante la grande evoluzione del suo pensiero, rimase, almeno in qualche misura, fedele ad uno dei maestri della sua giovinezza: Auguste Comte.

Quest’ultimo, pur essendo un libero pensatore, aveva espresso la sua grande ammirazione per il ruolo culturale e sociale svolto attraverso i secoli dalla Chiesa Cattolica.

“Il genio, eminentemente sociale, del cattolicesimo” egli scrive “è consistito soprattutto, costituendo un potere puramente morale distinto e indipendente dal potere politico propriamente detto, nel fare gradualmente penetrare, per quanto possibile, la morale nella politica, alla quale fino allora la morale, al contrario, era stata essenzialmente subordinata”4.

Ora, se la dottrina cattolica è “destinata a soccombere gradualmente sotto l’irresistibile emancipazione della ragione umana”, è tuttavia necessaria un’autorità alternativa, la quale,  “convenientemente ricostruita su  basi intellettuali nello stesso tempo più ampie e più stabili, dovrà finalmente presiedere all’indispensabile riorganizzazione spirituale delle società moderne”5.

Infatti, contro il “morbo occidentale” – come Comte definisce l’individualismo moderno -, capace di portare alla rovina la civiltà europea, è necessaria, secondo il filosofo francese, un’autorità spirituale che elevi gli individui al di sopra della loro soggettiva incompetenza e difenda così gli interessi eterni dell’anima di fronte all’attrattiva degli immediati vantaggi palpabili.

Sarà dunque la scienza la nuova guida spirituale dei popoli, ma per far ciò essa dovrà costituire un potere morale indipendente da quello politico, analogamente a quanto avveniva per la gerarchia cattolica.

E’ evidente che il Bonich, una volta convertito al cattolicesimo, non poteva condividere al cento per cento la dottrina di Comte. Tuttavia egli pensa che il filosofo francese avesse più ragione di quanto si possa credere.

“Negli ultimi secoli” egli scrive “l’umana coscienza ha fatto grandi progressi. Essa si è emancipata dalla Chiesa e le ha anche sottratto una parte delle sue competenze, penetrando nel territorio sacro dell’anima. Ivi ha trovato il tesoro prezioso della sua dignità, della sua libertà, infine della sua misteriosa natura psico-fisiologica. Ciò che un tempo era appannaggio esclusivo della teologia è divenuto oggetto di scienza. Ma conquistando alla Chiesa parte del suo territorio, la scienza non può non assumerne anche la responsabilità. E’ dunque almeno parzialmente vero ciò che afferma Comte, esser passata l’autorità morale dalla Chiesa alla scienza: conoscendo ormai questa tanti segreti dell’anima non potrà più lasciare soltanto alla Chiesa l’onore e l’onere della salvezza di essa. La Chiesa non ha competenze di psico-neurologia. Essa potrà bensì difendere i più preziosi beni dello spirito umano, ma non potrebbe da sola assumersi il compito di guarire la patologia individuale e sociale dei tempi moderni. Alla scienza spetta la sua parte, e se essa si sottrae a questa sua funzione, non sussisterà nella moderna civilizzazione quella autorità morale emancipata dalla politica che Comte giustamente ritien necessaria. La scienza diverrà allora uno strumento ossequioso della politica e questa sarà a sua volta subordinata alle utilità del commercio e all’edonismo di una natura umana spontanea che alcuna forza morale non ha voluto o saputo educare”6.

Si creerebbe così una sorta di vuoto di potere disponibile ad essere occupato dagli interessi materiali, tanto più apparentemente urgenti e tanto più seducenti per l’uomo, quanto più estranei al suo vero bene morale e psichico.

  1. Necessità di un nuovo rapporto tra scienza, società e religione.

Ma se il Bonich dà ragione a Comte nel riconoscere la necessità dell’autorità spirituale e morale della scienza per la moderna società, non può certamente allinearsi con lui nel ritenere che questa autorità possa tout court sostitutirsi a quella della Chiesa.

Se è vero infatti che la scienza è penetrata nei segreti dell’anima attraverso la neuro-psicologia, essa però ha dovuto anche riconoscere che soltanto la religione risponde alle funzioni e alle esigenze psichiche superiori dell’uomo.

Si viene così a creare un rapporto nuovo tra la scienza, la società e la Chiesa.

Queste tre realtà non possono fare a meno l’una dell’altra. La società infatti ha bisogno di un potere spirituale come il corpo ha bisogno dell’anima. Ma la Chiesa non può più da sola esercitare questo ruolo e ha necessariamente bisogno della mediazione della scienza. Questa però a sua volta non potrebbe realizzare realmente la sua funzione di guida senza fare appello, al di sopra del proprio campo d’azione, a quelle superiori ispirazioni che sono proprie esclusivamente dell’esperienza religiosa.

E il Bonich conclude il suo manoscritto “E” commentando il seguente brano del Förster:

“…Finora la società e la religione, lo Stato e la Chiesa vennero collegati fra loro con metodi coercitivi, derivanti da un grado inferiore di civiltà sociale; questi metodi, nella gran crisi che oggidì attraversa la civiltà, verranno messi in disparte. E sarebbe un errore il volerli mantenere, per far sussistere un legame artificiale fra società e religione dove le intime condizioni per siffatto legame più non esistono. Noi dobbiamo invece lavorare a convincere più profondamente l’ ‘elemento laico’ della fondamentale e perenne importanza pedagogica della religione; di qui risulterà un nuovo e più forte legame tra la religione e l’educazione della gioventù.

Come due coniugi separati alle volte s’inducono a viver di nuovo insieme per prodigare le cure necessarie al loro figliuolo, così lo studio veramente concreto dell’educazione del carattere riunirà di nuovo in un comune lavoro, in condizioni rinnovate, le forze della pedagogia laica e della pedagogia religiosa, ora fra loro estranee e divise”7.

“Ma queste savie parole” commenta il Bonich “allora soltanto saranno ascoltate, quando la scienza, presa coscienza della propria missione, vorrà richiamar la moderna cultura dalla sua astratta esteriorità alla cura dell’intima vita psichica dell’uomo”8.

  1. Conclusione.

Giunti alla fine dell’esposizione, se pure incompleta e schematica, del pensiero del Bonich, non possiamo fare a meno di sottolinearne la portata profetica. Non c’è dubbio che il mancato riconoscimento del contenuto e della funzione morale della scienza abbia portato alle conseguenze che egli aveva previsto. La scienza infatti ha messo a disposizione del potere politico e commerciale possibilità tecniche immense, quali nessuna età passata aveva mai visto, e l’iniziativa pubblica e privata ne ha abbondantemente approfittato a favore dei propri interessi palpabili immediati, senza alcuna considerazione delle superiori esigenze psichiche degli individui. Dalla manipolazione del corpo umano a fini utilitaristici o edonistici all’invasione della tecnica più sofisticata nel campo della propaganda, del gioco infantile, del divertimento giovanile, dello spettacolo e della vita di società, con una diffusione mai vista di stimoli organici e sessuali, la scienza si è massicciamente piegata agli interessi materiali della politica e del commercio, mentre per quanto riguarda la salvaguardia psichica dell’uomo i suoi interventi sono stati così blandi, slegati e contraddittori da risultare del tutto inefficaci. E d’altra parte il clima culturale della società non è stato e non è assolutamente favorevole a un diverso atteggiamento. Bisogna infatti riconoscere che il naturalismo spontaneo di cui si è parlato si è così fortemente radicato nel costume che difficilmente la società si adatterebbe ad accettare l’autorità di una scienza che volesse opporglisi9.

Nello stesso mondo religioso la situazione non è favorevole ad una rivalutazione dell’educazione interiore dell’uomo. L’attenzione del pensiero religioso infatti si è notevolmente spostata, in questi ultimi anni, per l’inevitabile influsso della cultura laica, dalla vita spirituale e dall’ascesi a interessi propriamente sociali e politici. Ciò potrebbe essere indubbiamente positivo se portasse ad una nuova coscienza del grande valore sociale della vita interiore. Ma c’è il pericolo che l’astrattezza della cultura laica possa in una certa misura inquinare anche la cultura religiosa. In questo caso la scienza non dovrebbe mostrarsi indifferente per quanto avviene nel mondo della teologia. Potrebbe infatti avvenire che la dimensione più propriamente spirituale e ascetica della religione, la cui importanza per la vita psichica è stata così efficacemente messa in luce dal Bonich, si trovasse infine depauperata.

Osservava il Bonich che forse soltanto quando le conseguenze più nefaste della moderna cultura astratta manifesteranno tutta la loro portata demoniaca si potrà sperare in un ritorno all’educazione morale dell’uomo attraverso la cura dell’anima e la religione. Ma chi potrebbe descrivere la spaventosa decadenza dei costumi a tutti i livelli alla quale si sarebbe irresistibilmente avviati se dette conseguenze dovessero interamente manifestarsi senza che la coscienza umana trovasse la forza di reagire ?

Per quanto però pessimistica debba necessariamente apparire la considerazione dell’attuale situazione culturale e sociale e delle sue prospettive future, alla scienza resta tuttavia aperta la strada per un ripensamento dei propri contenuti e dei propri scopi, e su questa strada l’opera del Bonich rimarrà sempre un imprescindibile punto di riferimento.

BIBLIOGRAFIA

  1. Wust, Zum Andenken an Alexander Bonich in Wiener klinische Wochenschrift 68 (1955) pp. 811-815
  1. Comte, Cours de philosophie posotive, t. V, Paris, 1908 (riproduzione dell’edizione del 1830).
  1. Bureau, La crise morale des temps nouveaux, Paris, 1907.
  1. Martire, La crisi dell’amore, Roma, 1910.

F.W. Förster, Autorità e libertà (trad. dal tedesco), Torino, 1910.

F.W. Förster, Etica e pedagogia della vita sessuale (trad. dal tedesco), Torino, 1911.

  1. Zweig, Il mondo di ieri (trad. dal tedesco), Roma, 1945.
  1. Moreck, Sittengeschichte des Kinos, Dresden, 1926.
  1. Scheler, Über Scham und Schamgefühl in Schriften aus dem Nachlass, I Gesammelte Werke, Band 10, Bern, 1957.
  1. Freud, Opere. Vol. V (trad. dal tedesco), Torino, 1972.
  1. Mailloux, Psychologie dynamique, Montréal, 1950.
  1. Ancona, La psicoanalisi, Brescia, 1963.
  1. Musatti, Trattato di psicoanalisi, Torino, 1964.
  1. Plé, Freud e la morale (trad. dal francese), Roma, 1970.
  1. Plé, Freud e la religione (trad. dal francese), Roma, 1971
  1. Chauchard, Des animaux à l’homme, Paris, 1961.
  1. Chauchard, Forza e saggezza del desiderio (trad. dal francese), Roma, 1973.
  1. Campanini, v. Pudore in Dizionario enciclopedico di teologia morale, IV ed., Roma, 1976.
  1. Lambertini, Anatomia dell’uomo, vol. V (Il sistema nervoso centrale), Napoli, 1963.

J.C. Eccles, La conoscenza del cervello (trad. dall’inglese), Padova, 1976.

K.R. Popper – J.C. Eccles, The self and its Brain, Berlin etc., 1977.

J.C. Eccles, Affrontare la realtà (trad. dall’inglese), Roma, 1978.

 

N.B. L’opera di K.R. Popper – J.C. Eccles The Self and its Brain di fatto è stata citata dall’edizione italiana: L’io e il suo cervello (3 volumi), Roma 1981.

NOTE:

Al romanzo:

1 La narrazione dettagliata di questa vicenda si trova nel volume dal titolo Il manoscritto del Dottor Bonich.

All’Appendice:

Primo Capitolo:

1 F.W. Förster, Alle soglie della maggiore età (trad. dal tedesco), Brescia, 1961, p. 148.

2 Cf S. Zweig, Il mondo di ieri (trad. dal tedesco), Roma, 1945, pp. 67 ss.

3 Op. cit., pp. 246-247. Per non dover fare una citazione troppo lunga ci siamo limitati volutamente ai luoghi concernenti il nostro argomento. La lettura integrale del testo mostra come lo spirito di rivolta si estendesse a tutti i campi della cultura e della vita sociale, dall’arte, al costume, alla politica. Se veramente “historia magistra vitae”, questa somiglianza del primo dopo guerra in Austria e in Germania con il ’68 dovrebbe indurre a riflettere.

4 Molto interessante, a questo proposito, è il volume di C. Moreck Sittengeschichte des Kinos, Dresden, 1926, e in particolare i capitoli Die Nacktheit im Film (pp. 144 ss.), Die Erotick im Film (pp.156 ss.), Die pornographische Film (pp. 172 ss.), ‘Aufklärungsfilm’ und ‘Animierfilm’ (pp. 184 ss.).

5 E’ degno di nota il fatto che Freud fosse austriaco, cioè di una nazione in cui più forte era il dissidio tra l’esteriore rigidità dei costumi – specialmente femminili – e la dilagante corruzione.

6 Ms A p. 3.

7 Ms B p. 16.

8 Ms A p. 5

9 Ms C p. 3.

10 Cf la traduzione italiana in S. Freud Opere Vol. V, Torino, 1972, pp. 407-430.

11 Ci sembra molto discutibile quanto afferma A. Plé  nel suo volume Freud e la morale (trad. dal francese), Roma, 1970, a proposito di questo articolo. “Fin dal 1908 Freud…” egli scrive, “con lucidità pari al coraggio, aveva attaccato la morale dell’opinione pubblica – che egli chiamava ‘morale culturale’ – del suo tempo e del suo ambiente, per mostrarne l’ipocrisia e i risultati nocivi per l’individuo e per la civiltà” (ivi p. 104). Molte affermazioni contenute in questo volume appaiono poco condivisibili. Si tratta tuttavia di uno studio assai interessante per l’argomento che affronta e per la conoscenza non comune dell’opera di Feud dimostrata dall’autore.

12 Cf A. Plé, op. cit., specialmente pp. 96-101.

13 Ms C p. 4.

Secondo Capitolo:

1 F.W. Förster, Etica e pedagogia della vita sessuale (trad. del tedesco), Torino, 1911, pp. 68-69.

2 F.W. Förster, Autorità e libertà (trad. dal tedesco), Torino, 1910, p. 21.

3 Ms C p. 6.

4 Ms C p. 9-10.

5 Ms C p. 11.

6 Ms C p. 12-13.

7 Al tempo del Bonich il concetto di musica rimandava spontaneamente soprattutto a quella dei grandi maestri classici. Oggi si è invece imposto a livello di massa tutt’altro genere di musica, il quale è causa di emozioni che certamente vanno annoverate tra le organiche e non tra le superorganiche.

8 Ms C p. 16.

9 F.W. Förster, Etica e pedagogia della vita sessuale, cit., pp. 98-99.  

10 Ms C p. 18-19.

Terzo Capitolo:

1 K.R. Popper – J.C. Eccles, The Self and its Brain, Berlin etc., 1977.

2 Op. cit., p. 362.

3 Ibid.

4 Cit. in op. cit., pp. 374-375.

5 Op. cit., p. 371. Corsivo nel testo.

6 Op. cit., p. 420. Come si può osservare, qui Eccles chiama ‘temporale’ il lobo che altrove definisce invece ‘parietale’. Altri testi lo chiamano comunemente ‘temporale’. Questa oscillazione terminologica deriva probabilmente dal fatto che l’area di Wernicke occupa una posizione intermedia tra i due lobi.

7 G. Lambertini, Anatomia dell’uomo, vol. V (Il sistema nervoso centrale), Napoli, 1963, p. 429.

8 K.R. Popper – J.C. Eccles, The Self and Its Brain, cit. p. 307.

9 Op. cit., pp. 335-336.

10 G. Lambertini, op. cit., pp. 371-373.

11 Op. cit. pp. 376-377.

12 Cit. in K.R. Popper – J.C. Eccles. Op. cit., p.374.

Quarto Capitolo:

1 Ms D, p. 1. Secondo il Bonich anche gli atti coniugali naturalmente infecondi hanno sempre un rapporto con la generazione, sia come preparazione psico-organica ai rapporti fecondi, sia come ricordo di essi e rinnovo della socializzazione degli sposi tra loro e con la prole generata

2 Si parla qui esplicitamente di coniugi perché naturalmente l’unione perfetta trova la sua più piena realizzazione nel matrimonio monogamico.

3 Ms D, p. 3.

4 Ibid. p. 5.

5 Ibid. p. 7.

6 Ibid. pp. 8-9.

7 Ibid. p. 11.

8 F. W. Förster, Etica e pedagogia della vita sessuale, cit., p. 197.

9 Ms D, p. 12.

Quinto Capitolo

1 Ms E p. 2.

2 Ibid. p. 4.

3 Ibid. p. 5.

4 A. Comte, Cours de Philosophie Positive, t. V, Paris, 1908, p. 175.

5 Ibid. p. 259.

6 Ms E, pp. 8-9.

7 F. W. Förster, Scuola e carattere (trad. dal tedesco), Torino, 1913, pp. 245-246.

8 Ms E, p. 11.

9 Non ci sembra inopportuno aggiungere la seguente considerazione: indipendentemente dal problema strettamente sessuale, il fatto che non si metta mai seriamente in discussione e anzi si favorisca il costume universalmente diffuso di lasciare che l’infanzia, e non soltanto l’infanzia, assorba passivamente per molte ore al giorno immagini artificiali o investa le proprie energie psichiche in giochi fantasmagorici prodotti da una tecnica raffinata, tanto da sostituire alla vita psichica personale e alle sue fonti naturali una vita fittizia, dimostra ancora una volta che la cultura moderna – come affermava il Bonich – considera la vita spirituale individuale una realtà indifferente, priva della dignità di fattore primo ed essenziale dell’ordine sociale, la quale pertanto non merita un’attenzione e una cura particolare – salvo ad essere poi sempre disponibile allo sfruttamento commerciale. Come si può negare che la scienza, offrendo in ciò senza alcuna remora il proprio supporto tecnico, si dimostri  totalmente subordinata all’imperante costume sociale ? E del resto si può certamente pensare che un ipotetico atteggiamento critico nei confronti di detto costume da parte della scienza sarebbe accolto con indifferenza e ostilità.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...