EBOOK: DOROTHY romanzo di Don Massimo Lapponi

(ultimato il 12 ottobre 2013)

Prologo

Cara Vittoria,
ti scrivo con molta emozione. Come vedi allego a questo messaggio un documento piuttosto lungo. Me lo ha trasmesso poche ore fa la Signora Baker ed è destinato a te. La parola “destinato” cade proprio a proposito: infatti sembra che misteriosi fili del destino ti leghino alla persona che ha scritto queste pagine, pur senza minimamente conoscerti. Non ti anticipo nulla. Ti lascio alla tua lettura, certa che, come hanno commosso me, ancor più queste pagine commuoveranno te.
Sempre unita nella missione a cui ci siamo votate
tua aff.ma
Margaret

Quando ebbe letto questo messaggio, Vittoria, divorata dalla curiosità, si affrettò ad aprire e a stampare il documento ad esso allegato. Appena lo ebbe in mano, lo sfogliò con mano tremante, poi si sedette comodamente su una poltrona e si immerse nella lettura.

Il documento

Carissima Signora Baker,
di ritorno da Oak Farm mi sento spinta a scriverLe per esprimerLe la mia riconoscenza e per aprirLe tutto il mio cuore.
Conosco pochissimo il Vangelo, ma almeno un’immagine mi è rimasta impressa: quella della grande casa paterna che, con il suo calore, il suo numeroso personale, il suo benessere, accoglie il figlio che ritorna deluso, amareggiato e senza più nulla. Ecco: Oak Farm mi ha risvegliato il ricordo di quella grande casa calda e accogliente. Credevo che dimore così non esistessero più, ma, vedendo la sua fattoria, mi sono ricreduta.
Arrivare lì priva di tutto, come il figlio della parabola, ed essere accolta senza problemi da lei, che neanche mi conosce, mi ha fatto sentire in colpa. Per questo sento il dovere di raccontarLe la mia vita, perché non si inganni sul mio conto e sappia bene chi si appresta a ricevere nella sua casa.
Ma una cosa devo aggiungere. Vorrei tanto che quanto mi appresto a scrivere sia da Lei trasmesso, tramite la sua amica Margaret, alla giovane italiana che John ha incontrato a Oak Farm nel mese di luglio. Ho saputo infatti da lui che è stata lei il misterioso strumento che mi ha aperto la strada di Oak Farm. Tutto questo la ragazza italiana non lo sa. E io vorrei invece che lo sapesse e che non le rimanesse nascosto l’effetto miracoloso che la sua presenza ha operato nella mia vita tramite suo nipote John. E se un giorno ella tornerà ancora ad Oak Farm, non è bene che mi presenti a lei come un’estranea. Sarebbe giusto invece che già mi conoscesse e che sapesse che persona sono. Però vorrei anche dirle che, per quanto possa essere indegna di lei, non per questo la mia riconoscenza e, se posso permettermi di dirlo, la mia amicizia per lei sarà meno grande.
Mi scusi per questo mio sfogo, cara Signora Baker. Sento ormai di volerLe bene e di poterLa considerare come la mia propria zia.
Qui di seguito troverà la narrazione della mia vita, che non avuto il coraggio di farle a voce.
I più cari saluti
Sinceramente
Sua Dorothy Murray

Infanzia e prima adolescenza

Sono nata diciannove anni fa nella cittadina costiera di Hastings, presso la quale avvenne una famosa battaglia. Ma le glorie della storia non hanno impedito che la mia famiglia fosse un luogo di grande infelicità.
Mio padre, al contrario di mia madre, era una persona piena di ottimismo, e questo aiutava molto lui e noi a non perderci d’animo nella situazione economica difficile in cui ci trovavamo. Egli infatti faceva lavori saltuari, e per di più spendeva i soldi con facilità, anche per cose inutili, cosicché spesso ci trovavamo senza le risorse necessarie per la vita quotidiana. Proprio per il suo ottimismo lo ricordo ancora con nostalgia, come l’unica persona che abbia gettato un raggio di luce nella mia squallida infanzia.
Purtroppo, però, quando io ebbi sette anni, mio padre scomparve di casa e non si vide più. Io ero troppo piccola per capire e non mi rendevo conto di ciò che stava succedendo. Ero figlia unica, e ricordo che mia madre girava per casa e faceva le necessarie incombenze come un automa, senza neanche guardarmi, quasi non esistessi.
Poco tempo dopo accadde la prima grande tragedia della mia vita: mia madre trovò un altro compagno, ed io quasi all’improvviso, mi trovai in casa uno sconosciuto e due ragazzi maschi più grandi di me. Mi si ingiunse di chiamare lo sconosciuto “papà” e i due ragazzi “fratelli”, ma io nel mio cuore non li ho mai considerati tali.
Il nuovo compagno di mia madre era un uomo taciturno, tutto preso dal suo lavoro e perciò molto spesso assente da casa. I due ragazzi per lo più mi ignoravano, e quando si ricordavano di me era per farmi dispetti o per prendermi in giro. Io ero timida, e spesso me ne andavo nella mia squallida stanzuccia a piangere per le ferite che mi arrecavano.
Così passai, nella miseria e nell’infelicità, gli anni della mia prima formazione. Anche a scuola non mi trovavo bene. Facevo sempre il confronto con le bambine più fortunate di me e le invidiavo vedendole sorridenti e felici. Quanto soffrivo quando vedevo che i genitori venivano a prenderle a scuola e le riempivano di baci e di carezze, mentre io dovevo tornare a casa da sola sapendo che lì avrei trovato soltanto una madre imbronciata e due fratellastri sprezzanti e dispettosi!
Quando il compagno di mia madre era in casa, la situazione non migliorava. Brusco e taciturno, passava il tempo a lamentarsi di non essere ben servito in casa dopo che tornava stanco dal suo lavoro. Un po’ di benevolenza la aveva per i suoi figli, ma nessuna per me.
In questo triste panorama apparve per me una piccola-grande luce quando, un po’ più grandicella, a scuola ebbi per qualche anno una bravissima insegnante di inglese. Mentre con gli altri professori per lo più mi trovavo a disagio, con lei si instaurò subito un bellissimo rapporto.
Non era molto giovane, ma sapeva conquistarsi il cuore degli alunni con il grande amore che sapeva infondere in essi per la letteratura inglese.
Ci diceva che non vi era letteratura al mondo, neanche quella francese o quella spagnola, così diffusa e così letta ovunque e nessuna così ricca di capolavori di ogni tempo e di ogni genere. Così, seguendo i suoi consigli, incominciai a leggere molti bellissimi libri. Li prendevo in prestito dalla biblioteca scolastica e me li portavo nella mia stanzetta, e lì la sera, soprattutto dopo cena, essendo la televisione monopolio esclusivo dei miei fratellastri, passavo le uniche ore felici della mia povera vita.
La mia stanzetta divenne così una specie di “angolo di paradiso”, in cui mi trovavo in compagnia degli autori e dei personaggi a me più cari .
I consigli della mia insegnante mi facevano spaziare da King Lear a The Stars Look down, da Uncle Tom’s Cabin a The Old Man and the Sea. L’unico contatto che ebbi, allora e poi, con la religione fu tramite queste letture che mi affascinavano.
Ma se questo era il mio paradiso, il resto della mia giornata era piuttosto il mio inferno: umiliazioni a scuola, maltrattamenti a casa, solitudine dovunque. Avevo sì qualche amicizia, ma nell’insieme esse erano per me più motivo di falsità che di apertura del cuore. Davanti a quelle compagne di scuola con cui più spesso mi trovavo, cercavo di nascondere la vera situazione della mia famiglia. Mi vergognavo di dire che mia madre viveva con un compagno che non era mio padre e che né lui né i suoi figli si curavano di me. Preferivo fingere e far credere che la mia famiglia era come le altre.
Sapevo, è vero, che anche altre compagne avevano genitori separati, ma tuttavia la loro situazione era diversa. I loro cari venivano a prenderle a scuola e da tutto si vedeva che si occupavano di loro. Non era così per me. Chi si occupava di me? Mia madre, dal tempo della scomparsa di mio padre, era diventata sempre più imbronciata e assente e per gli altri evidentemente io ero un’estranea.
Abitavamo in un isolato piuttosto malandato e non avevamo rapporti di amicizia con gli altri occupanti dell’immobile. Così la mia solitudine spirituale era quasi assoluta, se si eccettua il buon rapporto con la mia insegnate di inglese e quella strana sorta di comunione spirituale che mi univa agli autori e ai personaggi delle mie letture.

Una giovinezza turbata

Ma anche queste presenze dovevano ben presto dileguarsi dalla mia vita.
Tra i quindici e i sedici anni cambiai scuola e così perdetti il contatto con la mia brava professoressa. I compagni con cui venni a trovarmi erano di scarsa moralità e ciò costituì il primo anello della mia rovina.
Mi sentivo molto sola e desideravo tanto essere considerata e accettata. Per questo a poco a poco incominciai a frequentare il gruppo più affiatato della mia classe e ad adeguarmi al loro modo di sentire e di parlare. Come ho accennato, non era un modo di sentire e parlare che spiccasse per alta moralità. Inoltre, quando accennavo alle mie letture preferite, mi prendevano in giro e mi dicevano che la mia ex professoressa era una vechia di altri tempi che mi aveva riempito la testa di romanticume. Loro avevano tutt’altre cose con cui divertirsi!
All’inizio, pur fingendo di dar loro ragione, dentro di me dissentivo dai loro giudizi e ci tenevo a conservare il ricordo delle poche gioie che le mie letture mi avevano dato. Poi però un po’ per volta finii per adeguarmi sempre più al loro modo di sentire. Incominciai a vergognarmi della passione che avevo avuto per i libri consigliatimi dalla mia cara professoressa e volli quasi cancellarne il ricordo.
Mi gettai invece con passione sugli spettacoli e i divertimenti che piacevano ai miei compagni. Andavamo ad assistere a concerti di vari complessi alla moda e spesso andavamo a ballare nei locali serali e notturni. Ringrazio la mia sorte di non aver mai sentito attrazione per la droga, che girava molto tra i miei compagni, ma per un po’ di tempo fui attratta dall’alcool. Era così squallida la mia vita, che mi illudevo di trovare sollievo e conforto nel bere.
Ciò che mi salvò dall’alcoolismo fu un episodio banale: una sera bevvi più del giusto e per due giorni stetti così male che non volli più saperne. Purtroppo molti tra i miei compagni e compagne non furono così fortunati. Quanti alcoolizzati e tossicodipendenti uscirono dal nostro gruppo!
Ma in quel periodo sbocciò anche quella che, per molto tempo, sarebbe stata la mia sola amicizia sincera. Mi legai strettamente con una compagna di scuola che fin dall’inizio mi dimostrò una grande simpatia. Anche lei aveva i genitori separati, ma il compagno di suo madre era una persona simpaticissima, che oltre tutto la adorava. Perciò lei era sempre allegra e spigliata e la sua amicizia fu per me un grande conforto.
Spesso andavo a casa sua e il compagno di sua madre mi trattava molto bene, sapendo che ero amica di sua figlia. Si chiamava Erika e aveva una sorella più piccola che, al contrario di lei, era molto timida e silenziosa. Infatti non partecipava alle nostre feste e si teneva molto in disparte. Sembrava che avesse paura del gruppo di amici frequentato dalla sorella. Si chiamava Edith e non si legò in amicizia con nessuno di noi.
Naturalmente il nostro rendimento scolastico lasciava molto a desiderare, ma questo a noi non importava affatto. Il nostro ideale non era di diventare persone colte o di avere titoli di studio, ma piuttosto invidiavamo quei giovani che riuscivano a sfondare nel mondo della musica giovanile e che giravano l’Inghilterra o magari anche l’America e altri paesi esibendosi in concerti frequentati da folle oceaniche.
Per delicatezza non dico niente sulla mia situazione morale di quel periodo. Ripeto ancora che i costumi del gruppo di cui facevo parte non erano i migliori e che a me non dispiaceva adeguarmi al comportamento degli altri. Non ebbi però un ragazzo fisso – e ciò nel nostro gruppo era abbastanza comune.
La cosa andò avanti così per quasi due anni. Poi intervenne un episodio che cambiò drammaticamente la mia vita.
La mia amica Erika, che purtroppo, al contrario di me, diveniva sempre più dipendente dall’alcool, impazziva per la musica più diffusa tra i giovani e in particolare adorava un complesso che ogni sabato si esibiva in un locale alla moda, frequentato da numerosissimi giovani. Il complesso aveva la sua sede a Londra, ma in quel periodo lavorava molto nelle città della costa. Vi erano due giovani in particolare che spiccavano per le loro doti brillanti e che con i loro nomi avevano battezzato il complesso. Si chiamano Fred e Theodore.
Erika era entusiasta di Theodore e avrebbe fatto qualsiasi cosa per mettersi con lui.
Una sera, dopo il concerto, mi disse di non poter più resistere. Credo che avesse anche bevuto molto.
“Andiamo! Vieni con me! Ho pensato ad uno stratagemma. Ce ne andremo da questo posto schifoso!” mi disse.
“Ma che cosa vuoi fare!?” le chiesi un po’ preoccupata e un po’ curiosa.
“Vieni con me e vedrai”.
Mi condusse dietro il locale, dove erano parcheggiati gli autoveicoli del personale del locale e degli artisti.
“Nascondiamoci in quell’angolo e aspettiamo” disse Erika.
“Ma si può sapere che cosa vuoi fare?” le chiesi.
“Aspettiamo che ripongano gli strumenti nel pulmino”.
Aspettammo a lungo. Poi finalmente vennero alcuni ragazzi del complesso a riportare gli strumenti nelle macchine. Due di loro aprirono il pulmino di Fred e Theodore e misero alcuni strumenti nel bagagliaio. Prima che chiudessero Erika si fece avanti e offrì loro alcune sterline.
“Vi prego, ragazzi” disse, “lasciate aperto il bagagliaio! Vi assicuro che non ho intenzione di portare via niente. Si stratta soltanto di uno scherzo. Su, prendete questi e andate a bere qualche cosa”.
I due ragazzi si guardarono perplessi. Poi, un po’ per la mancia, un po’ perché Erika era una bella ragazza, e non lo nascondeva, accettarono e se ne andarono via ridendo.
“Su, vieni!” mi disse Erka. “Nascondiamoci nel bagagliaio”.
“Ma che cosa vuoi fare?!” protestai preoccupata.
“Su! Non ti piacerebbe metterti con Fred? Per conto mio voglio provarci con Theodore”.
“Ma Erika!..” protestai debolmente. In fondo le sue parole mi avevano allettata e terribilmente eccitata.
“Su, andiamo. Sbrigati, prima che vengano!”
Così mi lasciai convincere e tutte e due ci nascondemmo nel pulmino, tra gli strumenti musicali.
Dovemmo aspettare molto, ma alla fine i due artisti uscirono dal locale ed entrarono nel pulmino.
Erano molto stanchi, e forse per questo non badarono al fatto che il pulmino era aperto.
Si accomodarono nei sedili anteriori e partirono.
Durante il viaggio dissero molte volgarità, ma noi eravamo troppo infatuate del nostro gioco per sentire ripugnanza per il loro linguaggio o per le loro persone. Non vedevamo l’ora di farci avanti e di fare loro le nostre proposte.
L’occasione si offrì quando, nelle prime ore del mattino, i due si fermarono ad un autogrill per fare rifornimento, sgranchirsi un po’ le gambe e mangiare qualche cosa.
Appena la macchia si fermò, Erika fece qualche colpo di tosse. I due allarmati si voltarono e con grande stupore videro che tra i loro strumenti vi erano due belle ragazze.
Erika spiegò il motivo della nostra presenza: eravamo pazze di loro e li avevamo accompagnati di nascosto perché volevamo a tutti i costi metterci con loro.
La cosa era molto azzardata, ma la stanchezza del viaggio, lo sbalordimento per la sorpresa, l’eccitazione per un’avventura così inaspettata e, non ultima, la nostra ben sottolineata avvenenza fecero il nostro gioco.
Non entro in altri particolari.
Da quel giorno ci stabilimmo a Londra, come conviventi io di Fred e Erika di Theodore, e per noi due incominciò una nuova vita.

La vita a Londra

L’infatuazione per la nostra avventura ci aveva messo completamente nelle mani dei nostri compagni. In tutto e per tutto dipendevamo da loro. Almeno per quanto mi riguarda, non avevamo nulla di nostro e l’unica nostra risorsa era la passione che riuscivamo a suscitare nei nostri compagni. Ma quanto sarebbe durata?
Avevamo in qualche modo avvertito le nostre famiglie, senza entrare nei particolari e cercando di evitare ogni loro diretta intrusione. Per me fu abbastanza facile, dato che in casa nessuno badava alla mia persona. Molte maggiori difficoltà incontrò Erika, alla quale la madre e ancor più il patrigno erano sinceramente affezionati. Proprio per questo però erano portati ad accontentarla sia nella sua richiesta di non intromettersi nella sua vita, sia nelle sue ripetute richieste di denaro.
Così in un certo senso la situazione di Erika era migliore della mia: in qualche modo si sentiva spalleggiata, e nello stesso tempo poteva contare su una certa indipendenza, almeno economica, nei confronti di Theodore.
Per me le cose erano molto meno rosee. Non avevo nulla e non ero nessuno. In compenso devo dire che Fred era più umano e più paziente di Theodore. Quest’ultimo infatti era molto collerico e pieno di sé, e più di una volta fui testimone di scenate molto sgradevoli, in cui Theodore rinfacciava ad Erica di non contribuire in nulla alla loro vita e di sfruttare la situazione. Erika cercava di difendersi rivendicando la sua relativa indipendenza, ottenuta tramite il sostegno della sua famiglia, e poi infine riusciva sempre a padroneggiare la situazione grazie al suo fascino personale.
Intanto il complesso godeva di un successo sempre maggiore e spesso accompagnavamo Fred e Thodore nelle loro trasferte. I concerti, a Londra o altrove, erano sempre occasioni di grande eccitazione, ma anche di enorme stanchezza e, per Erika, di sempre maggiore abuso dell’alcool. Del resto in questo Theodore gli teneva volentieri compagnia.
La nostra vita non conosceva né regole né orari. Si poteva dormire tutto il giorno e poi viaggiare tutta la notte. A volte invece si dormiva tutta la notte e tutto il giorno, di seguito, per poi gettarsi a capofitto in un’interminabile nottata musicale.
Gli effetti sul nostro sistema nervoso e sulla nostra salute non potavano essere positivi. Io mi salvavo un po’ per la mia lontananza dall’alcool, ma gli altri tre, e soprattutto Erika, mostravano un costante logoramento e spesso il loro sistema nervoso saltava.
Quello che teneva insieme la nostra vita era il crescente successo del complesso, ma ciò non faceva che accentuare la nostra dipendenza dai nostri compagni, in quanto in questo successo tutto dipendeva esclusivamente da loro. Noi negli spettacoli non potevamo fare molto di più che, per così dire, mostrare le nostre gambe.
A poco a poco la passione di Fred e di Thodore per noi due andava visibilmente scemando, anche perché i due erano idolatrati da moltissime giovanette che partecipavano con entusiasmo delirante ai loro concerti.
Cosa sarebbe stato della nostra vita se i due ci avessero abbandonate?
Un tragico episodio rese superflua la risposta a questa domanda.

Concerto in un locale di Londra

Da un po’ di tempo le insistenze per ritrovare un contatto diretto con Erika da parte della sua famiglia si erano fatte più pressanti. Probabilmente i suoi si rendevano conto del deperire del suo stato di salute. In lei però cresceva sempre di più lo spirito di rifiuto verso la madre e il patrigno. Non ne voleva sapere di loro, se non per ricevere da loro aiuti in denaro.
Intanto i suoi rapporti con Theodore diventavano sempre più tesi e, come conseguenza, aumentava la sua intemperanza verso l’alcool.
Una sera, mentre ci preparavamo a un concerto, mi disse:
“Questa notte voglio far vedere a Theodore che sono la ragazza più sensuale della serata”.
“Ma tu sei matta!” le risposi. “Che cosa intendi fare?!”
“Non ti preoccupare. Lo so io. Vedrai!”
Capii che non era il caso di insistere, ma la mia preoccupazione crebbe, tanto che, prima che uscissimo per la festa, telefonai ai suoi dicendo che ero molto preoccupata per lei.
Verso mezzanotte andammo nel locale e incominciò il concerto.
Erika si era vestita in un modo veramente stravagante, ma altrettanto avvenente. Tutti la guardavano. Ma a lei interessava soltanto Theodore, il quale invece sembrava preso esclusivamente dal suo ruolo di artista.
Erika incominciò ad essere molto nervosa.
“Voglio essere più euforica, sentirmi più sicura di me!” diceva, mentre io la guardavo sempre più preoccupata, senza però avere il coraggio di farla ragionare.
Già aveva bevuto molto, quando improvvisamente si alzò e andò al bar chiedendo qualche cosa di speciale.
Poco dopo la vidi che si stringeva la pancia con un’espressione sofferente.
“Mi hanno dato quella roba, ma penso che non fosse buona. Chissà che diavolo ci hanno messo quei disgraziati!”
“Vai al bagno” le dissi preoccupatissima. “Cerca di liberarti. Magari anche di vomitare”.
“No! Sai che figura farei? E poi, quella roba dovrebbe darmi forza. eccitarmi! Ma che diavolo! Chissà che cosa ci hanno messo!”
“Non sarà il caso di avvertire tua madre?”
“Mia madre! Facciamola finita con quella! Basta! Non la voglio più neanche sentire nominare! Ma accidenti! Che cosa hanno messo in quella robaccia?!”
“Erika! Ti prego! Chiamiamo subito un medico!”
“No! Piantala! Non posso lasciarlo solo! Oggi è la mia occasione!”
“Ma Erika! Che dici!? Sii ragionevole!”
“Su! Non ti preoccupare! Sto bene!.. Ma quella miscela!.. Come l’hanno combinata!.. Ah!”
Con un grido cadde per terra stringendosi convulsamente la pancia. Dopo un po’ perse conoscenza.
Corsi fino al palco e gridai a Theodore che Erika stava molto male. Ma lui mi disse tra i denti che lo lasciassi in pace, che stava nel culmine del suo successo. Mi rivolsi anche a Fred, ma neanche mi rispose. Allora tornai da Erika, ma la trovai del tutto priva di sensi. Sembrava in coma.
Con l’aiuto del personale del locale, mentre il pubblico, del tutto indifferente, impazzava intorno a noi, chiamai l’ambulanza e poco dopo Erika veniva caricata su un lettuccio e trasportata sul mezzo per essere trasferita di urgenza al pronto soccorso. Anch’io salii sull’ambulanza e la accompagnai fino all’ospedale.
La portarono subito in sala di rianimazione. In quel momento ricevetti una chiamata. Erano i familiari di Erika. Erano arrivati a Londra e volevano sapere dove fosse la loro figlia. Costernata dovetti dire loro la verità.
Circa mezz’ora più tardi il patrigno, la madre e la sorella di Erika mi raggiungevano presso il pronto soccorso dell’ospedale.
Erano fuori di sé per il dolore e la preoccupazione. Che ne era di Erika?
Poco dopo il loro arrivo venne un medico dalla sala di rianimazione.
“E’ lei la madre della ragazza?” disse. “ Mi dispiace! Ma la ragazza non ce l’ha fatta!”
“Erika!” gridò la madre, mentre Edith si copriva il viso con le mani. “E’ morta, dottore?!”
“Sì, purtroppo! Non c’è stato nulla da fare”.
I tre scoppiarono in un pianto disperato e insistettero presso il medico di poter almeno vedere il corpo della figlia. Furono condotti all’interno e io rimasi a lungo ad aspettarli al pronto soccorso in preda alla più grande angoscia.
Non so quanto tempo passò. Finalmente riapparvero. Erano distrutti. Si avvicinarono a me e la madre e la sorella mi abbracciarono.
“Le sei stata vicina fino alla fine! Grazie! Grazie!” mi dissero.
“Ho fatto solo il mio dovere” risposi, piangendo anch’io per l’immenso dolore di quella perdita.
Poi Edith mi portò in disparte e mi disse:
“So che non sei stata tu a portare mia sorella a Londra, ma che l’iniziativa è stata tutta sua. Anche i miei lo sanno, e per questo non hanno nulla contro di te”.
“Grazie!” risposi. “Le tue parole mi fanno tanto bene”.
“Mi raccomando!” aggiunse. “Fuggi via di qui, al più presto!”
“Sì, Edith! Sì! Lo farò! Senz’altro!”

Una grigia mattina d’autunno

Dormii poche ore lì al pronto soccorso, seduta su una sedia. Di primo mattino uscii dall’ospedale e mi diressi direttamente alla più vicina stazione ferroviaria.
Nel mio cuore vi era soltanto una sconfinata desolazione.
Non avevo alcuna intenzione di tornare a casa, ma volevo immediatamente partire da Londra. Non volevo saper più nulla di quella città. Dove sarei andata?
“Andrò a Manchester! Lontano da questa città infernale!”
Avevo appena il soldi per il biglietto del treno. Poi che cosa avrei fatto? Come avrei potuto guadagnarmi da vivere? Dove avrei trovato un alloggio?
“Farò qualsiasi cosa: la donna delle pulizie, la cameriera, anche la prostituta se è necessario! Ma voglio andare lontano, dove nessuno mi conosce! Incominciare una nuova vita! Voglio lasciarmi tutto alle spalle! Dimenticare tutto e tutti!”
Il tempo grigio e piovoso sembrava riflettere il mio stato d’animo. Oltre tutto avevo un vestito leggero e soltanto una giacca per ripararmi dal freddo. Dovevo essere grottesca vestita a quel modo la mattina presto alla stazione con quel tempo umido. Ero anche stanca e affamata, ma non volevo comprarmi niente, per risparmiare i pochi soldi che avevo.
Mi sedetti, o piuttosto mi lasciai cadere su una panca all’interno della stazione per riposare un po’ e per cercare di fare qualche programma.
Ma che programma potevo fare? Non avevo praticamente una famiglia alle spalle e l’uomo con cui avevo vissuto per tanti mesi mi aveva così disgustato con il suo comportamento della sera precedente da farmi vergognare di essere stata la sua compagna. E cosa mi rimaneva dopo la mia triste avventura se non la perdita di ogni gusto della vita? Il mio animo era a pezzi, immerso fino in fondo in un’angoscia tremenda per la perdita di Erika. Come potevo vivere con il ricordo incancellabile del suo viso contorto dallo spasimo e poi immobile nel silenzio del coma e della morte?
Ci sarebbe stato il funerale, certamente. Ma senza dubbio sarebbe stato a Hastings, e non avevo nessuna intenzione di rimettere piede lì.
No! Sarei andata a Manchester, come avevo pensato, e lì mi sarei arrangiata in qualche modo. Tanto ormai mi ero fin troppo degradata!
Ma qualsiasi cosa pensassi, nulla riusciva a sgomberare il cielo cupo della mia anima dalla nube di angoscia e di disperazione che lo affliggeva.
Morte e desolazione: ecco il frutto di tutta la mia vita e di tutti i miei errori.
Mi alzai quasi traballando e mi avviai verso la biglietteria.
Mi misi in fila aspettando il mio turno, quando sentii una voce che mi chiamava.
“Dorothy! Non sei tu Dorothy?”
Mi voltai e vidi un ragazzo che avevo visto certamente altre volte, ma che non ero in grado ora di identificare. Forse era uno di quelli che frequentavano i nostri concerti.
“Sì, sono Dorothy. Ma tu chi sei?”
“Oh, certamente non mi riconosci. Ti ho incontrata più volte nei locali notturni e non so chi mi ha fatto il tuo nome. Io mi chiamo John”.
“Allora certamente ti avranno raccontato cose non molto belle di me”.
“Dipende da cosa intendi per ‘cose non molto belle’.”
“Ma non fa niente. Ormai non ha più importanza! Pensa pure quello che vuoi di me! Bye bye!”
Dicendo così avrei voluto interrompere la conversazione e fare al più presto il biglietto per Manchester.
Il ragazzo però insistette.
“Scusa” mi disse, “non potremmo parlare un po’?”
“Guarda, non ne ho voglia! Ormai non ho più voglia di niente! Neanche di vivere! L’unica cosa che desidero è volare via da questa città! Vorrei essere come una rondine, che emigra lontano da tutto e da tutti! Voglio dimenticare e ricominciare, se posso…”
“Senti, ti prego! Hai proprio tanta fretta? Non potremo parlare un po’ insieme?”
Lo guardai, prima un po’ seccata e indispettita, poi con un po’ di perplessità. Il suo aspetto era dolce e umile e sembrava quasi pregarmi. Effettivamente non avevo alcuna fretta e non c’era nessuna ragione per rifiutarmi di parlare con lui, a parte quella tristezza che mi attanagliava e che sembrava togliermi anche la parola.
Esitai un attimo. Poi finalmente mi decisi. Uscii fuori dalla fila e gli dissi:
“Va bene. Ma non mi trattenere troppo. Non ho tanta voglia di parlare e vorrei andar via al più presto”.
“Senti, vieni a prendere qualche cosa al bar”.
L’idea non mi dispiaceva affatto. Lo seguii e poco dopo ci trovammo seduti ad un tavolo in un angolo del bar della stazione.
“Tu vuoi fuggire via da Londra, vero?”
“Sì, e al più presto possibile”.
“E sai dove andare?”
Questa domanda mi lasciò perplessa. Non sapevo che cosa rispondere. Infine dissi:
“No!”
“E se te lo offrissi io un posto dove andare?”
“Senti!” risposi con impazienza. “Non cominciare adesso con le solite storie! Una mi è bastata!”
“Che cosa intendi dire?”
“Non ne voglio sapere né di complessi, né di convivenze, né di niente di simile!”
“Ascoltami! Io non conosco la tua storia. Poi se vorrai, potrai raccontarmela. Vorresti intanto ascoltare la mia?”
Lo guardai molto perplessa. Quanto tempo mi avrebbe trattenuta? Dovevo ancora respirare l’aria di Londra? Non sarebbe stato meglio sentire al più presto l’aria libera che mi avrebbe accarezzato il viso dal finestrino del treno per Manchester? Già! Ma poi? Che cosa avrei fatto a Manchester? Non avrei trovato di nuovo la stessa aria inquinata di Londra? In fondo non si sarebbe trattato se non di rimandare il problema anziché risolverlo? Avrei voluto essere veramente una rondine, per gustare fino in fondo l’aria della libertà. Ma non lo ero, e l’aria della libertà che avrei assaporato sul treno non sarebbe stata che un’illusione, una parentesi tra una schiavitù e un’atra. Quale alternativa voleva offrirmi questo John? Certamente niente di esaltante. Ma tutto sommato valeva la pena starlo a sentire, se non altro per la curiosità di sapere che cosa voleva dirmi.
“Va bene!” dissi infine con un sospiro. “Di’ pure! Ti ascolto”

La proposta di John

“Quando questa mattina sono venuto in stazione” esordì John, “ero preso da tutt’altri pensieri. Ma quando poco fa ti ho visto e ti ho riconosciuta, quando poi ho visto l’espressione del tuo viso smorto, ho sentito dentro di me che dovevo parlarti e raccontarti quello che avevo nel cuore.
“Non so nulla della tua vita, e neanche quale sia la tua attuale situazione. Ma qualche cosa mi dice che ora tu non hai nessuno e che forse non hai avuto mai nessuno…”
“E’ vero!” lo interruppi. “Non ho avuto mai nessuno nella vita, ed ora sono sola come un cane”’
“In questo dunque ci somigliamo” riprese. “Mio padre è morto di AIDS e mia madre non si è mai occupata di me. Sono cresciuto con i nonni materni, che non mi hanno mai voluto bene. So che mio padre era alcoolizzato e tossicodipendente e io ho rischiato di fare la sua stessa fine. Ma un residuo di prudenza mi ha tenuto lontano dagli eccessi.
“I concerti dei gruppi più scalmanati un tempo li frequentavo assiduamente, ora non più”.
“Ma se hai detto di avermi visto nei locali notturni! Certamente eri lì per i concerti!”
“No! Non era per questo! Ormai non mi interessano più”.
“E cosa ci facevi allora?”
“Ero alla ricerca di qualcosa, o meglio di qualcuno, che non trovavo in nessun modo. Anzi, ormai mi ero pure scoraggiato e pensavo di rinunciare”.
“E chi era che cercavi?”
“Mi è difficile spiegarlo. Devo prima dirti che io ho una zia, sorella di mio padre, che è di tutt’altra pasta da me. Diciamo che è una persona per bene, una di quelle persone che fino a poco tempo fa disprezzavo cordialmente, anche se per lei facevo un po’ un’eccezione, pur non condividendo affatto la sua mentalità.
“Questa mia zia vive in campagna, nel Galles, e nella fattoria di sua proprietà alcuni miei amici hanno impiantato un’azienda agricola con coltivazione biologica”.
“Alcuni tuoi amici? E perché non tu, che sei suo nipote?”
“Perché mia zia ha messo una condizione: i ragazzi e le ragazze che vogliono vivere nella fattoria e partecipare all’attività dell’azienda devono essere regolarmente sposati e non devono avere atteggiamenti, vestiti o abitudini immorali. Allora non mi sentii di accettare queste condizioni e così l’azienda è stata realizzata da alcuni miei amici che invece le hanno accettate”.
“Hai detto ‘allora’. Quindi poi hai cambiato idea?”
“Sì! Ho cambiato idea” disse appoggiando le mani sulle ginocchia e guardando in terra con il capo chino davanti a sé.
“Perché?”
“Non ci crederai: è stata una ragazza italiana che ho conosciuto lì nel mese di luglio di quest’anno”.
“Ti sei innamorato di lei e hai deciso di sposarla?”
“Non proprio. La prima cosa forse è vera, ma la seconda non sarebbe assolutamente possibile”.
“Mi sembra un mistero un po’ ingarbugliato!”
“Sì, lo è infatti. E’ successo che quella ragazza, insieme ad una sua amica, mi ha caldamente esortato ad accettare le condizioni di mia zia e ad andare a vivere nella fattoria. Non ha mai pensato che mi immaginassi di sposarla per questo, ma il suo invito era sincero, e, dopo qualche esitazione, ho sentito in me una voce che mi diceva di seguirlo. Sarebbe stato in qualche modo come restare in comunione con lei”.
“Il pensiero è molto bello e poetico. Ma dunque tu che cosa hai deciso di fare?”
“Ho promesso a mia zia che avrei cercato una ragazza nel mio ambiente, che fosse disposta a seguirmi nella fattoria, cioè a sposarmi e a vivere e a lavorare nell’azienda agricola”.
“L’hai trovata la ragazza?”
“Finora no!” rispose con un fil di voce guardando sempre fisso il pavimento davanti a sé”.
Fino a quel momento non avevo capito dove voleva arrivare. Allora improvvisamente capii, e mi sentii come abbagliata da una luce che mi stordiva e mi faceva male.
“Ma senti un po’!” esclamai risentita. “Non basta quello che ho passato!? Ora mi vuoi far fare la parte del tappabuchi!?”
“Perché del tappabuchi?” mi rispose sempre con voce sommessa e con lo sguardo fisso sul pavimento davanti a sé.
“Non hai trovato la ragazza” gli dissi “e ti rivolgi a me, così, tanto per risolvere i tuoi problemi!”
“Dorothy!” mi disse alzando la testa e guardandomi con aria molto seria. “Ti assicuro che le cose non stanno così. Questa mattina sono venuto in stazione per tutt’altra cosa e non pensavo minimamente al mio problema. Quando, per puro caso, ti ho incontrata e ho visto la tua figura dimagrita, il tuo viso smorto e l’espressione desolata del tuo sguardo, stranamente mi hai ricordato quella ragazza italiana. Anche se naturalmente non le assomigli affatto. E, guardandoti negli occhi, ho sentito come il desiderio di perdermi in essi, di immergermi nel loro azzurro, come in un mare di tristezza, in cui mi sembrava di ritrovare lo stesso fascino che avevo avvertito negli occhi di lei. Se dicessi che mi sei piaciuta, sento che direi soltanto una volgarità e che ti mancherei di rispetto. Ciò che ho sentito è molto di più. Nello stesso tempo ho avuto la certezza che Fred era scomparso ormai per sempre dalla tua vita”.
Dette queste parole John tacque e abbassò di nuovo il capo.
Rimasi a lungo in silenzio, completamente smarrita di fronte alle prospettive che le parole di John mi avevano aperto. Troppe emozioni si accavallavano nella mia vita e sentivo che non ero in grado di sopportarle così tutte insieme.
“Vedi John” dissi infine, “io sono ancora sconvolta per la morte dell’unica vera amica che ho avuto nella mia vita. Ho sempre davanti agli occhi l’immagine del suo viso contratto nello spasimo che doveva portarla alla morte. Mi sento distrutta, e mi sento anche inquinata dentro di me per essere stata per tanti mesi la compagna di un uomo abietto. Come potrei in queste condizioni di spirito pensare ad una nuova storia d’amore? Fino a questo momento non me ne ero resa conto, ma l’idea di andare a fare la serva a Manchester aveva quasi il carattere di un’espiazione. Ecco, sì, quello che farebbe per me ora sarebbe qualche forma di espiazione, di umiliazione: una vita di lavoro duro, di solitudine e di silenzio. E poi, poco fa ti ho quasi accusato di volermi usare come tappabuchi. Capisco che non è così. Ma potrebbe essere vero il contrario: potrei essere io a usare te e tua zia come tappabuchi, come un mezzo comodo per uscire da una situazione disperata. Penso perciò che sia meglio che accetti la mia situazione disperata e che faccia della mia disperazione uno strumento di espiazione, non solo per me, ma anche per Erika, per la quale sento ancora un attaccamento grandissimo”.
John mi fissò con uno sguardo enigmatico. Le sue labbra tremavano quando mi rispose.
“Questa è la seconda volta che una ragazza mi apre il cuore a comprendere la vita in modo totalmente nuovo. La prima è stata Vittoria – la ragazza italiana di cui ti ho parlato – e ora sei tu che mi sconvolgi con le tue parole. Mi parli di espiazione, e non solo per te, ma anche per una persona deceduta, che evidentemente l’amore che le porti ti fa sentire come ancora viva. Altrimenti che senso avrebbe quello che hai detto? E poi mi parli di una vita di solitudine e di silenzio, che sola potrebbe in qualche modo riparare i mali causati da errori e da colpe. Capisci che tu, senza rendertene conto, stai parlando il linguaggio della religione? E nel tuo modo di sentire e di esprimerti essa appare implicata in modo inscindibile con il mistero dell’amore. Proprio a Vittoria e a mia zia dissi che per il momento la religione era per me qualcosa di misterioso e di estraneo, anche se, contraddicendomi, chiedevo loro di pregare perché potessi incontrare la ragazza adatta per me. Ora, grazie alle tue parole, mi sembra di incominciare a capirne qualcosa”.
Colpita da questo suo discorso, dissi:
“Davvero hai chiesto loro di pregare perché potessi incontrare la ragazza che cercavi?’
“Sì, è vero. Ma ora ascoltami. Io non ti chiedo di incominciare una nuova storia d’amore. Capisco che non è possibile per te in questo momento e nelle tue condizioni di spirito. Ti offro soltanto la mia amicizia, senza chiederti nulla. Invece di andare a Manchester, ti invito ad andare a Oak Farm, da mia zia, e a fermarti lì per qualche giorno. Ti darò tutte le indicazioni necessarie e tu potrai andarvi da sola. E non starai lì gratis, ma dovrai lavorare, fare un ‘lavoro duro’, come tu dici, nella solitudine e nel silenzio. Dunque non sarà una sorta di tappabuchi. Lì potrai riflettere, capire meglio te stessa e, se vuoi, confrontarti con gli altri giovani che sono lì e che vengono da esperienze simili alla tua. Potrai anche parlare con mia zia. Anche se è una donna di buona famiglia e non è giovane, ha avuto anche lei le sue tribolazioni.
“Confesso che desidererei molto accompagnarti. Ma anch’io ho molte cose da espiare, e farò il sacrificio di restare lontano da te. Sì, sarà un grande sacrificio per me, e anche la notte mi sognerò l’azzurro dei tuoi occhi”.
Le sue parole mi commossero e incominciai a sentire stima e a provare simpatia per lui. Rimasi a lungo in silenzio. Mi sentivo un po’ rasserenata, e la prospettiva di andare in questa misteriosa Oak Farm incominciava a sorridermi. Mi dispiaceva di arrecare a John un dispiacere, ma sentivo che egli aveva colto nel giusto: in questo momento era necessario che andassi sola. Poi forse qualche cosa sarebbe potuto nascere tra noi. Capivo che quel barlume di amore che sentiva per me era sincero, e chissà che un giorno non avrei potuto ricambiarlo, o che addirittura, come richiesto da sua zia, non andassimo a sistemarci insieme a Oak Farm dopo un regolare matrimonio.
Per ora pensare a queste cose era assurdo, e anche colpevole. Sì, sarebbe stato irriguardoso nei confronti della memoria di Erika, per la quale era doveroso conservare un lungo periodo di lutto, e sarebbe stato segno di leggerezza per me, che dovevo in qualche modo purificarmi dagli errori commessi prima di pensare a farmi una nuova vita. Ciò posto, l’idea di andare a Oak Farm con una prospettiva di lavoro e di riflessione chiara e sicura, anziché andare a Manchester senza altra prospettiva se non quella di ricadere nell’abiezione, era certamente da accogliere. Sembrava anzi come una provvidenza caduta dal cielo. Addirittura John aveva parlato di qualcuno che pregava per… Per che cosa? Per lui? Per me? Per i suoi problemi? Per i miei? Ma una preghiera, se significa qualcosa, non dovrebbe porre condizioni a Dio, ma dovrebbe piuttosto lasciare a lui la scelta di agire come meglio sa.
“John” gli dissi infine, “capisco che la tua offerta è la cosa migliore per me in questo momento e che perciò è bene che io la accetti. E’ arrivata anzi al momento giusto, in tempo per salvarmi da non so quanti altri errori. Per questo ti ringrazio di cuore. Non sono neanche in grado di esprimere come dovrei la mia riconoscenza, almeno non in questo momento. Tu sei stato la provvidenza per me, e la cosa che più mi dispiace è che sento di dover accettare anche il tuo sacrificio. Capisco che è un grande dolore per te, ma veramente è necessario che ora io vada sola ad Oak Farm e che lì faccia il mio periodo di espiazione e di riflessione nel silenzio e nella solitudine. Ho bisogno di sentire la presenza di Erika accanto a me, di parlare con lei, di farle vedere che non le volto le spalle gettandomi a capofitto nelle distrazioni del mondo o nella ricerca delle mie soddisfazioni. No! Non voglio dimenticarla! Non voglio che la tragedia della sua vita e della sua morte svaniscano dalla mia anima insieme al ricordo della nostra amicizia, come il profumo di un fiore appassito. E non voglio neanche che una possibile storia d’amore nasca troppo presto su un terreno ancora ingombro di macerie e di spine. Devo prima liberare il terreno. Poi, se così deve essere, se ne riparlerà. Se tu già senti qualche cosa per me, mi dispiace, ma devo chiederti di aspettare non so neanch’io quanto, e forse inutilmente. Ma sento che devo accettare da te questo sacrificio, e anzi che devo esigerlo”.
“Dorothy” mi rispose John con un tremito nella voce che mi commosse profondamente. “Se tu avessi accettato subito la mia proposta penso che ne sarei stato felice, ma probabilmente avrei sbagliato a fidarmi di te. Ora capisco che la tua risposta è la sola prova che potevi offrirmi che avevo incontrato la ragazza giusta e che le preghiere di Vittoria e di mia zia sono state esaudite. Un’accettazione immediata sarebbe stato segno di leggerezza, di volubilità, di incoscienza, e in fondo di egoismo. Sarebbe stato appunto come accettare un tappabuchi. Il fatto che tu invece senta l’esigenza di compiere il dovere della pietà verso la tua amica defunta e di rischiarare il tuo cuore oppresso da un passato oscuro prima di affrontare una nuova vita, dimostra che quel lampo di sincera umanità che ho visto nei tuoi occhi questa mattina non era una mia illusione e che nella mia ricerca non potevo orientarmi se non verso una persona come te… cioè, vorrei dire… se non verso di te”.
“Grazie John! Ora ti prego: dammi tutte le indicazioni necessarie per raggiungere Oak Farm”.
“E’ molto semplice: basta prendere il treno per Cardiff e poi l’autobus per ***. Ti fai indicare dal guidatore a quale fermata devi scendere. Poi chiedi a qualcuno come raggiungere Oak Farm. Tutti la conoscono. Intanto io telefono a mia zia per avvertirla, e vedrai che non ci saranno difficoltà”.
“Purtroppo non ho nulla con me. Neanche un sapone”.
“Non ti preoccupare. Spiegherò tutto a mia zia”.
“Allora, possiamo andare ora alla biglietteria?”
“Sì! Andiamo subito”.
Ci alzammo e andammo a fare il biglietto per Cardiff. C’era da aspettare una mezz’ora prima della partenza e io invitai John a non perdere altro tempo con me. Ci salutammo, con la promessa che ci saremmo risentiti dopo qualche giorno.
“Arrivederci!” mi disse prima di allontanarsi. “Quello che ti ho detto è vero: anche la notte mi sognerò l’azzurro dei tuoi occhi!”
Arrosii e gli dissi.
“Anch’io ti penserò. Arrivederci”.
Si allontanò e io rimasi sola ad aspettare il treno.
Mi sentivo trasformata. Ancora il sentimento di sgomento per la tragica morte di Erika e il disgusto per la mia relazione con un uomo come Fred incombevano sulla mia anima, ma mi sentivo più serena. Ora non c’era soltanto il buio nel mio cuore: all’orizzonte intravedevo una via di salvezza. Non andavo più verso un destino ignoto, o meglio fin troppo noto, ma verso una dimora accogliente, in cui avrei potuto incominciare una nuova esistenza.

Il viaggio a Oak Farm

Quando il treno partì mi sembrò veramente di essere un uccello migrante. Mi affacciai al finestrino e lasciai che il vento mi accarezzasse il viso. Era per me l’aria della libertà, ma non quell’aria falsa che mi avrebbe presto ricondotto in una prigione forse peggiore della prima. Era veramente l’aria purificatrice che mi portava lontano dal mio passato, verso un paese diverso, verso climi caldi, dove avrei potuto rifare il mio nido.
Come era successo tutto ciò? Non era stato un vero miracolo? John aveva visto nel mio discorso sull’espiazione e nel ricordo amoroso di Erika uno spunto di religione. Ma non vi era ugualmente uno spunto di religione nel riconoscimento di una provvidenza che improvvisamente era intervenuta all’ultimo momento per salvarmi da una certa rovina e per aprirmi la strada di una vita rinnovata?
Questo imprevisto spuntare di idee e sentimenti religiosi avrebbe avuto un futuro? Un passato lo aveva, ed era il riflesso lasciato nella mia anima dalle letture della mia prima adolescenza. Quelle letture, e i sentimenti che esse mi avevano trasmesso, le avevo in qualche modo rinnegate quando ero entrata in un ambiente giovanile totalmente immerso nella modernità. Ma certamente esse erano rimaste in fondo al mio animo e nascostamente avevano lavorato per preparare la strada ad una rinascita. E ora le sentivo ritornare alla mia coscienza, e, come se si trattasse di vecchie amicizie tradite, mi sentivo in colpa verso di loro e avrei quasi voluto chiedere loro perdono.
Ma si può chiedere perdono a un libro? O amare un personaggio immaginario? Certamente lo si può, allo stesso modo in cui si può amare una persona che non è più. E questo mi riconduceva alla religione. Se amo ancora la mia amica defunta, tanto da voler essere fedele alla sua memoria, se amo uno Zio Tom o un Davey Fenwick, tanto da chiedere loro perdono, vuol dire che, se pure in modi diversi, sento che sono vivi. E come possono essere vivi, se non in Dio?
Per tutto il viaggio rimasi assorta in questi pensieri, mentre la carezza del vento mi dava l’impressione di volare come una rondine non soltanto verso un paese benefico dove avrei potuto costruire il mio nuovo nido, ma verso il cielo.
Così arrivai a Cardiff sentendo dentro di me una dolce emozione, che in qualche modo leniva l’angoscia che mi opprimeva il cuore. Lì presi l’autobus e dopo un’ora e mezzo circa di strada discesi alla fermata indicatami e chiesi informazioni su Oak Farm.
Non mi fu difficile raggiungere la fattoria e appena vi entrai sentii una grande pace avvolgere la mia anima.

Ad Oak Farm

Il resto, cara Signora Baker, Lei lo sa. Sa come sono stata accolta da Lei a braccia aperte e come tutti sono stati gentili e comprensivi con me.
Da parte mia ho cercato di ricambiare il bene ricevuto con un comportamento il più corretto possibile. Ho messo tutto il mio impegno nel lavoro affidatomi e ho cercato di non essere di peso a nessuno. E’ vero che ho parlato poco, e per questo forse sono apparsa un po’ scontrosa. Non era affatto questa la mia intenzione. Ma certamente Lei capirà, ora che ha letto queste pagine, che non avevo tanto bisogno di parlare, quanto di lavorare e di restare in silenzio a meditare sulla mia vita passata e futura. E, vorrei aggiungere, anche a pregare. Ma questa è una cosa che ancora non so fare bene, perché nessuno me la ha mai insegnata.
Dovevo anche decidere quale risposa dare a John. Non era certamente una cosa facile, né si trattava di una decisione che potesse essere presa con leggerezza.
So che John telefonava tutti i giorni a Lei per avere mie notizie e Lei mi trasmetteva i suoi saluti. Ma i giorni passavano e su questo punto mi sentivo sempre molto confusa.
Nello stesso tempo mi andavo sempre più affezionando a Oak Farm e all’attività della fattoria. Che gioia la mattina svegliarmi al canto degli uccelli, ammirare la limpida luce del cielo riversarsi nella vallata e respirare l’aria pura della campagna! Che soddisfazione vedere il frutto del mio lavoro raccolto nei magazzini, pronto per offrire un nutrimento sano e gustoso a tante persone! Soprattutto mi affascinavano i contenitori pieni di latte bianco appena munto. La mungitura era una lavoro per me nuovo, ma che ho imparato subito con entusiasmo. Quel bianco mi piaceva da morire e non mi stancavo di ammirarlo. Così mi affascinavano tutti i prodotti del latte, suprattutto il burro.
Ma forse sto scrivendo sciocchezze. Quello che vorrei dire è che piano piano andava in me maturando la decisione di rimanere per sempre a Oak Farm, se fossi stata accettata.
E come regolarmi con le condizioni poste da Lei?
Per molti giorni mi sentivo fortemente inclinata a chiederLe se per caso non avrebbe accettato una persona single. Mi sembrava una cosa ragionevole. Non avrei avuto alcun comportamento irregolare o immorale e avrei fatto come gli altri il mio lavoro.
Che cosa mi ha fatto cambiare idea? Non lo so. Forse il fatto di sentire giorno per giorno che John si occupava di me con tanta premura. Forse l’amore che provavo per Lei, e che cresceva sempre di più, assommato alla somiglianza che scorgevo nei suoi lineamenti con i lineamenti di John. Forse sono state le Sue preghiere. Sì! Ora credo veramente nella forza della preghiera!
Quale che sia la spiegazione, Lei sa che, dopo diversi giorni che risiedevo a Oak Farm, Le chiesi un colloquio. Lei mi ricevette con la sua consueta benevolenza quella sera nel salotto della casa padronale e mi chiese gentilmente cosa desideravo.
Per prima cosa la ringraziai di avermi accolto con tanta generosità e di avermi dato l’opportunità di riprendermi dallo stato di prostrazione in cui mi trovavo. Poi Le dissi che ora, grazie ad Oak Farm, mi sentivo molto meglio e che incominciavo a intravedere qualche cosa di costruttivo per il mio futuro. E aggiungevo che, se Lei era d’accordo, avrei voluto rimanere a vivere per sempre a Oak Farm.
Lei si dimostrò molto amorevole con me e mi disse che era felicissima della mia scelta. Allora io aggiunsi che conoscevo le condizioni da lei poste per vivere e lavorare ad Oak Farm e che probabilmente John Le aveva parlato del suo desiderio, se io avessi acconsentito, di sposarmi e di venire anche lui a vivere a Oak Farm insieme a me.
A questo punto mi sembra che Lei sia rimasta un po’ stupita, anche se non troppo. Ho pensato allora che John non Le avesse detto niente, ma che da sola aveva intuito che questa era la sua intenzione.
“Ecco” dissi allora, “ho riflettuto per tutti questi giorni, ho apprezzato immensamente Oak Farm e la vita che vi si conduce, ho sperimentato il Suo amore materno verso di me e ho imparato a conoscere meglio John, sia ripensando a ciò che avevo sentito da lui, sia attraverso i messaggi di saluto che mi inviava giornalmente per Suo tramite, sia anche ritrovando qualche cosa di lui nella Sua persona. Capisco sempre più che John mi ama sinceramente e ora che la tempesta nella mia anima si è calmata sento di poter dire che anch’io lo amo.
“Per questo, Signora, le chiedo di accettare che John ed io, dopo esserci regolarmente sposati, veniamo a vivere e a lavorare qui ad Oak Farm insieme a tutte le famiglie che già vi risiedono”.
Ricordo con grande commozione come Lei sia scoppiata in lacrime a queste mie parole e come, abbracciandomi, mi abbia confessato di aver pregato tanto ogni giorno perché si adempisse il Suo desiderio di vedere Suo nipote stabilito per sempre ad Oak Farm, vicino a Lei e lontano da tanti pericoli. Aggiunse anche che aveva indovinato le intenzioni di John, anche se lui non Le aveva detto nulla, e che perciò in quei giorni aveva pregato tanto per me, perché quello che sembrava profilarsi all’orizzonte si realizzasse. Mi disse anche che fin dall’inizio aveva provato simpatia e fiducia verso di me e che si era caldamente augurata che fossi io la ragazza scelta da John.
Cara Signora, ora mi trovo per qualche giorno ad Hastings, dove voglio congedarmi dai miei e dove sto cercando di raccogliere tutti i documenti necessari per il matrimonio. A Londra mi sono incontrata con John, che Lei aveva già informato della mia decisione, e abbiamo passato insieme ore molto felici.
Ora si tratta di prendere le necessarie decisioni pratiche riguardo al matrimonio e poi… e poi io non vedo l’ora di essere di nuovo ad Oak Farm e di riabbracciarLa come legittima sposa di suo nipote John!
Prima di questo però ho sentito il dovere di non nasconderLe nulla della mia vita, perché sapesse chi sono veramente e non si facesse illusioni su di me.
La ringrazio ancora di cuore per tutto il bene che ho ricevuto da Lei.
Mi permetto di aggiungere qui un cordiale ringraziamento anche a Vittoria e a Margaret, che leggeranno queste pagine, perché anche loro, in maniera misteriosa ma reale, hanno contribuito ad aprirmi la strada di una nuova vita di pace e di speranza. Spero con tutto il cuore di poterle incontrare un giorno ad Oak Farm!

Dorothy Murray

Cara Margaret,
ho finito ora di leggere il racconto della vita di Dorothy e non ti nascondo che la commozione che ho provato mi ha causato molte lacrime. E’ incredibile come la Provvidenza agisca misteriosamente nella nostra vita, e come una parola, uno sguardo, una presenza possa determinare il destino di una persona, o anche di molte persone.
Sono così felice di sapere che John, grazie anche al poco che abbiamo fatto noi, abbia trovato il modo di stabilirsi ad Oak Farm e che abbia trovato una ragazza adatta a lui – e che ragazza! – che egli ama e dalla quale è ricambiato!
Sono ugualmente felice che Dorothy, dopo una vita di sofferenze e di errori, abbia finalmente trovato la giusta strada per una vita felice, nella luce di Dio. E se in questo anche noi abbiamo un po’ contribuito, dobbiamo esserne fiere. Significa che stiamo tenendo fede al nostro giuramento. Ma è anche uno sprone a continuare nel nostro impegno.
Ringrazia Dotorhy, tramite la Signora Baker, per il regalo che ci ha fatto, rendendoci partecipi della narrazione della sua avventura, che, se pure contiene tante ombre, si apre poi infine verso la luce.
Dille che anche noi non vediamo l’ora di saperla sistemata ad Oak Farm e di recarci là – dove abbiamo lasciato il cuore – per conoscerla ed abbracciarla. Per questo chiedile che ci tenga informate.
Grazie di nuovo anche a te per avermi trasmesso prontamente il documento di Dorothy e un saluto cordialissimo alla Signora Baker, che non vedo l’ora di riabbracciare.
A presto!
Un caro saluto
Sinceramente
tua Vittoria

Dopo non molti giorni Vittoria ricevette via eamil, e poi per posta, il seguente invito:

La S.V. è invitata a partecipare al matrimonio del Signor John Baker e della Signorina Dorothy Murray, che si terrà il giorno 26 dicembre alle ore 11.00 presso la cappella di San Giacomo ad Oak Farm, ***, Galles (UK). Dopo la cerimonia i partecipanti sono invitati a un rinfresco che gli sposi saranno lieti di offrire presso la fattoria di Oak Farm. Ci piace far presente che il rinfresco sarà preparato con i prodotti della fattoria e che verrà offerto dall’Azienda Agricola di Oak Farm.
Le signorine Vittoria Castelli e Margaret Temple saranno gradite ospiti della Signora Baker nella casa padronale di Oak Farm per tutti i giorni che vorranno.

Che ne pensate: Vittoria e Margaret andranno al matrimonio? Io credo proprio di sì!

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