EBOOK: I FIGLI DI GIUSEPPE romanzo di Don Massimo Lapponi

(ultimato il 23 maggio 2014)

Arrivo in Italia

L’aereo con a bordo Margaret, suo fratello Charles, Dorothy, suo padre Francis, Edith, Andrew – che svolgeva nei confronti di Edith il ruolo di padre e che ella considerava tale – e Kitty atterrò all’aeroporto di Fiumicino poco prima di mezzogiorno. Ad attenderli, nell’atrio dell’aeroporto, vi erano Emma e Vittoria. Ma, appena gli inglesi incontrarono le ragazze italiane, subito si avvidero che i loro visi erano tristi e preoccupati.
“Cosa succede?!” esclamò Margaret dopo il cordiale scambio dei saluti e le presentazioni.
“Oh, Margaret!” rispose Vittoria. “Quanto mi dispiace! Non posso accompagnarvi ad Acquafredda, perché nonno Giorgio sta tanto male! Lo hanno ricoverato all’ospedale di Rieti e dobbiamo stargli vicini. Ci siamo già tutti trasferiti a Roccasinibalda e ogni giorno facciamo avanti e indietro con l’ospedale!”
“Che guaio!” esclamò Margaret, e riferì la situazione agli altri del suo gruppo.
“Ora, dunque” disse Emma, “vi accompagneremo al treno per la Stazione Termini. Dalla Stazione Termini prenderete il treno per Arezzo. Come sapete, ad Arezzo ci saranno ad aspettarvi degli amici delle suore, che vi accompagneranno al monastero. Noi dobbiamo rientrare immediatamente a Roccasinibalda. Naturalmente Charles verrà con noi”.
Margaret rimase per qualche attimo soprappensiero. Poi improvvisamente disse:
“Ma non posso venire anche io con voi? Sono certa che gli altri non avranno difficoltà a raggiungere Acquafredda anche senza di me”.
“Oh, Margaret!” rispose Emma. “Purtroppo non abbiamo posto per te in casa a Roccasinibalda! Papà e mamma occupano una stanza, un’altra stanza rimane libera per zia Concetta, che quasi ogni giorno viene da Roma, la camera degli ospiti la riserviamo per Charles, e Vittoria ed io dobbiamo stare insieme nella stessa stanza. Se zio Giuseppe non fosse costretto, per motivi di lavoro, a dormire a Roma e ad andare e venire appena può, non avremmo il posto neanche per Charles”.
“Un momento!” intervenne Vittoria, stringendo calorosamente la mano di Margaret. “Margaret ed io potremmo andare a stare nella casa del biancospino!”
“Alla casa del biancospino!” esclamò Emma aggrottando la fronte. “Ma come potete stare sole là! E’ pericoloso!”
“Ci portiamo Siegfried!”
“Chi è Siegfried?” chiese Margaret.
“E’ il cane di nonno Giorgio” rispose Vittoria. “Con lui siamo sicure! Ci difenderà da ogni pericolo!”
Emma guardò le due ragazze con aria perplessa. Non avrebbe voluto dare loro un dispiacere, ma non le sembrava che la soluzione proposta da Vittoria fosse ideale.
“Sentite” disse infine, “se proprio ci tenete, Margaret venga pure con noi – purché gli altri del gruppo se la sentano di proseguire senza di lei. Poi vedremo. Se papà e mamma non approvano, vuol dire che Margaret raggiungerà i suoi amici ad Acquafredda”.
“Va bene!” disse Vittoria. “Facciamo così!”
Margaret si rivolse ai suoi compagni di viaggio e riferì loro la soluzione proposta. Ci fu uno scambio di idee piuttosto vivace, perché gli altri inglesi, che non sapevano l’italiano e non erano mai stati in Italia, si sentivano insicuri senza Margaret. Ma alla fine, dopo che furono date loro tutte le necessarie spiegazioni, si rassegnarono a proseguire il viaggio da soli.
“In ogni caso” disse Margaret, “rimarremo sempre in contatto telefonico”.
Quando finalmente tutto fu chiarito, Vittoria, Emma, Margaret e Charles accompagnarono i loro amici al treno per la Stazione Termini. Aspettarono che il treno fosse partito e poi si avviarono verso l’automobile di Emma per tornare a Roccasinibalda.
Gli inglesi, giunti alla Stazione Termini, dovettero aspettare quasi un’ora prima di poter prendere posto sul treno per Arezzo. Quando finalmente si furono sistemati in vettura e il treno fu partito, si sentirono più tranquilli. Ad Arezzo non sarebbe stato difficile farsi riconoscere dagli amici delle suore, che dovevano venire a prenderli per portarli al monastero. Potevano dunque prevedere che in serata sarebbero arrivati sani e salvi ad Acquafredda, anche senza l’aiuto di Margaret.
Durante il viaggio, mentre gli altri conversavano tra loro, Edith uscì dallo scompartimento e rimase a lungo in silenzio ad osservare, dal finestrino del corridoio di passaggio, la campagna italiana che scorreva davanti ai suoi occhi.
Era una bella giornata estiva e il sole pomeridiano irraggiava i campi, le colline e i centri abitati dispersi per la campagna del Lazio e della Toscana.
Edith si sentiva triste e preoccupata. Aveva lasciato il suo lavoro per quei giorni di vacanza, ma il suo pensiero ritornava sempre ai moltissimi giovani che affollavano i locali notturni di Londra. Cosa poteva fare per loro? Kitty e Dorothy l’avevano convinta ad accompagnarle ad Acquafredda, ma ora si chiedeva se non fosse una perdita di tempo. Quella stessa notte tanti giovani avrebbero avuto bisogno di lei, ed ella si trovava lontana per una vacanza. E’ vero che lo scopo era quello di trovare insieme un modo nuovo e più efficace per andare incontro ai problemi della gioventù. Ma ora si chiedeva: servirà a qualche cosa? Cosa possiamo imparare di utile dalle suore di clausura cattoliche?
“Ad ogni modo” si disse infine, “ormai siamo qui e dobbiamo cercare di trarne il meglio che possiamo. Intanto questa campagna è meravigliosa! Mi ricorda il Galles. Ma mi ispira tanta tristezza al pensiero che per molti è come se non esistesse: è la stessa cosa che pensavo quando ero ad Oak Farm”.
Quando, nel tardo pomeriggio, il treno arrivò ad Arezzo e la comitiva inglese uscì nell’atrio della stazione, un uomo e una donna si fecero loro incontro e si presentarono:
“Siamo Cesare e Loredana, gli amici delle suore. Siamo venuti a prendervi per portarvi ad Acquafredda”.
Erano stati avvisati, tramite un giro di telefonate da Vittoria all’abbadessa, che gli inglesi erano soltanto cinque, perché Margaret aveva deviato per Riccasinibalda. Perciò non era stato difficile per loro riconoscerli. Con modi molto cordiali e in un inglese un po’ stentato li invitarono a seguirli sulle loro automobili.
Nell’automobile di Cesare salirono Francis e Andrew e in quella di Loredana si accomodarono Dorothy, Kitty ed Edith.
Dopo poco più di mezz’ora la comitiva arrivò ad Acquafredda.
Le automobili percorsero la salita che, con una grande curva, si arrampicava per il pendio della collina. Varcato il cancello d’ingresso, entrarono nel giardino antistante il monastero e si arrestarono di fronte all’entrata della foresteria monastica, pochi metri a destra del portone della chiesa.
Edith scese dall’automobile e si guardò intorno. Dopo il viaggio per la campagna toscana, il giardino del monastero le sembrò quasi lo scrigno segreto di un regno incantato. Alberi frondosi, verdi siepi ben curate, vialetti di breccia, aiole ricche di fiori: tutto le ispirava un senso di pace e di gioia silenziosa. Nel viso dei suoi compagni di viaggio intuì riflessi i suoi stessi sentimenti.
“Che bello!” esclamò.
“Hai visto?!” disse Dorothy. “E tu non volevi venire!”
“Il fatto è che ripenso sempre ai miei giovani!” rispose Edith.
“Ma siamo qui per loro!”
“Sì, ma…” disse Edith, e lasciò la frase a metà, concludendo con un sospiro.
Nel frattempo Cesare e Loredana avevano suonato alla porta della foresteria e poco dopo il portone si aprì. Tutti entrarono nell’edificio e si trovarono in un atrio dalle pareti dal fondo giallo-arancio, decorate con motivi floreali, ammobiliato con mobili antichi. Vi erano ad attenderli l’abbadessa e Suor Bridget. Quest’ultima era di statura piuttosto bassa e di corporatura minuta. Sembrava molto giovane, e i suo occhi chiari e i suoi lineamenti rivelavano la razza irlandese.
“Benvenuti, carissimi!” disse l’abbadessa in buon inglese. “Qui c’è Suor Bridget che parla perfettamente la vostra lingua. In questi giorni sarà a vostra disposizione”.
Gli inglesi si presentarono uno per uno, ben lieti di trovare una persona di madre lingua inglese e familiarizzata con il loro mondo.
Dopo una breve conversazione, l’abbadessa si ritirò e Suor Bridget condusse gli ospiti nelle loro stanze. Non erano camere di albergo, ma stanze di un tradizionale edificio di campagna toscano, con mobilio antico di stile paesano e quadri sacri alle pareti.
“Ora capisco” esclamò Francis “perché molti inglesi acquistano case di campagna toscane e vengono a vivere qui!”
“Con la speranza che non le sciupino!” aggiunse Andrew.
Essendo molto stanchi per il viaggio e i vari trasbordi, ognuno si ritirò nella sua stanza per riposarsi.
Dopo un po’ Kitty bussò alla porta di Dorothy.
“Telefoniamo a Margaret?” disse, quando Dorothy l’ebbe fatta entrare.
Dorothy compose il numero e subito Margaret rispose.
“Hello!”
“Sono Dorothy. Siamo arrivati da un po’. Tutto bene. Il posto è bellissimo e l’abbadessa ci ha accolti con grande cordialità. Suor Bridget è simpaticissima e sono sicura che ci troveremo bene. Voi come state?”
“Benissimo! Roccasinibalda è un gioiello, in una campagna meravigliosa, ricca di boschi. Appena arrivati, abbiamo mangiato e poi ci siamo organizzate per venire alla casa del biancospino. Veramente i genitori di Vittoria non erano molto d’accordo, ma poi, pensando che portavamo Siegfried con noi, ci hanno dato il permesso”.
“Com’è la casa del biancospino?”
“E’ un paradiso! Siamo in una radura in mezzo al bosco, circondate da fiori, da siepi e da uccellini. Sembra una casa di fiaba!”
“Che programma avete?”
“Domani mattina vengono a prenderci per portarci all’ospedale di Rieti a trovare il nonno di Vittoria. Non sai come sono agitata. Sapendo chi sono, ho un po’ di timore per quello che potrebbe dirmi!”
“Che cosa vuoi che ti dica!?”
“C’è tutta una storia dietro, e lui è implicato in prima persona!”
“Ma su: vedrai che andrà tutto bene! Poi però raccontami!”
“Sicuro!”
“Allora, per ora ci salutiamo. Buona notte, e salutami Vittoria”.
“Va bene. Buona notte! Cari saluti a tutti voi!”

Il canto di Davide

Era ancora buio quando Edith si svegliò di soprassalto. Dov’era? Si sentiva smarrita e non ricordava. Ah, sì! Si trovava ad Acquafredda! Ma cosa faceva lì? E che ore erano?
Accese la luce e guardò l’orologio: le cinque del mattino. Fu assalita da una forte angoscia. A quell’ora a Londra moltissimi giovani uscivano dalle discoteche in uno stato confusionale, a causa dell’alcool, della droga, degli abusi del sesso. E lei era là, a che fare?
In lontananza sentì il suono di una campanella. Che cos’era? Non se la sentiva di rimettersi a dormire. Era troppo agitata. Aveva bisogno di muoversi. Avrebbe fatto un giro per l’edificio. Forse avrebbe capito cos’era quella campana.
Si vestì in fretta e uscì dalla stanza. Il corridoio era illuminato da una lampada notturna. Non aveva chiaro in mente il percorso che aveva fatto il giorno prima, ma ricordava che Suor Bridget aveva indicato una porta dalla quale si poteva entrare direttamente in chiesa dalla foresteria. Dov’era quella porta? Ah, sì! Doveva scendere le scale e poi girare a destra.
Si avviò per il corridoio, raggiunse le scale e discese al pianterreno. Facilmente trovò, a destra, la porta che conduceva in chiesa. La aprì con cautela, con un po’ di apprensione, temendo di fare qualche scorrettezza.
La porta si apriva a metà della navata della chiesa. Edith silenziosamente entrò e si sedette in un banco.
Il sacro edificio era immerso nella penombra, mentre dietro l’altare, separato da una grata, il coro monastico era rischiarato da una luce diffusa. Una decina di monache e due ragazze erano inginocchiate negli stalli. Dopo qualche minuto di silenzio l’abbadessa suonò un campanello. Le monache si alzarono in piedi e una di esse intonò l’invocazione latina:
“Domine, labia mea aperies,”
alla quale il coro rispose:
“Et os meum annuntiabit laudem tuam”.
Poi l’ufficio proseguì, per più di mezz’ora, con la recita di salmi e inni, parte in italiano e parte in latino, con le letture e i responsori.
Edith rimase immobile al suo posto, per metà incantata dalla scena così inconsueta per lei, e per metà angosciata. Non capiva nulla dell’ufficio, ma la sola vista delle religiose, con i loro abiti e i loro semplici gesti liturgici, e il risuonare solenne della salmodia, recitata dalle loro squillanti voci femminili nella cornice dell’antico coro ligneo, artisticamente scolpito, le trasmettevano un’emozione mai prima provata. Nello stesso tempo ripensava ai “suoi” giovani, che in quel momento uscivano distrutti dai locali notturni.
Che relazione c’era tra due mondi così diversi? Sembravano assolutamente agli antipodi. Eppure lei era là proprio per cercare un legame tra loro. Che senso aveva tutto ciò?
A un certo punto dell’ufficio, una delle due ragazze che erano in coro con le monache si alzò, si avvicinò a un grande leggio posto nel centro e incominciò a leggere ad alta voce. La luce diffusa illuminava il suo viso giovanile.
Edith incominciò a sudare freddo. Quante giovani come lei, invece di stare lì in quel luogo incantato, erano travolte dalle seduzioni delle eccitazioni dell’alcool, della musica martellante e sguaiata delle discoteche, della droga e del sesso! Oh, sì! Quante giovani! E ora le tornava in mente una giovane in particolare: sua sorella, che ella aveva visto con i propri occhi trascinata nell’abisso della morte dal vortice degli eccessi!
Fu presa da un’angoscia intollerabile. Cadde in ginocchio e si aggrappò al banco respirando affannosamente. Sentiva il bisogno di parlare con qualcuno. Ma con chi? Suor Bridget! Sì, doveva parlare con Suor Bridget! Non sapeva neanche lei che cosa le avrebbe detto, ma doveva a tutti i costi parlare con lei!
Quando l’ufficio finì, le monache rimasero per qualche minuto inginocchiate in silenzio.
Edith si fece coraggio. Si alzò e si accostò timidamente alla grata. Suor Bridget si voltò verso di lei ed ella le fece cenno con la mano. La monaca si alzò e si avvicinò. Edith le disse con voce sommessa, ma agitata:
“Suor Bridget, ho bisogno di parlare subito con lei!”
La religiosa le sorrise e, osservando il viso sconvolto della ragazza, le disse:
“Esci dalla chiesa e vai a destra. C’è la porta del parlatorio. Entra: ti aspetto là”.
Edith la ringraziò calorosamente e si avviò verso il fondo della chiesa. Uscì nell’atrio ed entrò nel parlatorio.
Era una stanza bene illuminata, sulla quale si apriva una grata che dava su un ambiente attiguo, dalla parte della clausura monastica.
Dopo pochi istanti una porta si aprì, dalla parte della clausura, e dietro la grata apparve Suor Bridget. Girando una chiave nella serratura della grata, la aprì e rivolse a Edith un saluto cordiale.
“Allora, eccomi! Tu sei?”
“Mi chiamo Edith e sono qui con mio padre e con gli altri per fare questa esperienza. Ma non so neanch’io che cosa sto cercando qui, e questa mattina sono stata presa da una forte angoscia e sono scesa in chiesa. Ho dei sentimenti così contrastanti che non so neanch’io che cosa dire. Oh, Suor Bridget, mi sento tanto sconvolta!”
“Parla pure liberamente. Che cosa ti affligge?”
“Oh, Suor Bridget! Voi vivete qui e non sapete che cos’è la vita notturna delle grandi città! A quest’ora un’infinità di giovani escono dalle discoteche completamente distrutti, fisicamente e psichicamente, e spesso anche finanziariamente!”
“Non credere che non sia informata di queste cose!”.
“Ma una cosa è leggerle sui giornali e una cosa è viverle ogni giorno! Come assistente sociale, ho dedicato la mia vita a quei giovani, e ogni mattina cerco di assisterli come posso. E poi, Suor Bridget, per me tutto questo è ancora più spaventoso, perché è legato ad un ricordo personale. L’anno scorso mia sorella Erika è morta proprio a quest’ora, dopo essere stata la notte in discoteca e aver assunto una droga, probabilmente avariata. Quando siamo arrivati, i miei genitori ed io, al pronto soccorso, era già morta! Ho potuto vedere soltanto il suo viso contorto nello spasimo del dolore, ma non ho più potuto sentire la sua voce!”
Detto questo con la voce rotta dall’emozione, Edith scoppiò in un pianto dirotto. Suor Bridget si sporse dalla grata e l’abbracciò affettuosamente.
“Ascolta, cara” disse. “Proprio questa mattina, quando ti ho visto in chiesa, conoscendo lo scopo per cui siete venuti qui, mi è venuto in mente questo pensiero: proprio nell’ora in cui tanti giovani escono dai locali notturni, dopo essere stati immersi nei vizi, noi intoniamo, all’inizio dell’ufficio, quelle parole del salmo: «Signore, apri le mie labbra, e la mia bocca proclami la tua lode». Sai da dove sono prese quelle parole? Dal salmo cinquantesimo, che la Bibbia attribuisce a Davide, affermando che egli lo scrisse per chiedere perdono a Dio del suo adulterio con Betsabea e dell’assassinio del marito di lei. Dunque, come Gesù ha voluto essere discendente di Davide e di Betsabea, cioè di un assassino e di un’adultera, così noi dobbiamo farci carico di tutte le brutture dei peccatori, degli assassini, delle prostitute, e soprattutto degli eccessi della gioventù che trascorre la notte nelle discoteche”.
“Oh, grazie, Suor Bridget! Grazie! Ma mia sorella non era una prostituta! Non sa che buon cuore aveva! E’ stata rovinata dalla corruzione della nostra società!”
“Lo credo, cara! Ma puoi essere certa che da oggi non mi dimenticherò mai di lei nelle mie preghiere!”
“Oh, Suor Bridget! Grazie! Ma che cosa possiamo fare per tanti giovani che rischiano di fare la fine di mia sorella?!”
“Non hai letto il messaggio che ho scritto a Dorothy e a Kitty?”
“Sì, certo! Ma non ho capito bene, e penso che devo rileggerlo con calma”.
“Ascolta: adesso devo lasciarti perché è quasi ora delle lodi. Ma verremo a trovarvi con l’abbadessa quando farete colazione. Intanto pensiamoci e preghiamo: che il Signore ci ispiri!”
“Grazie, Suor Bridget! Ora mi sento meglio: sona certa che abbiamo fatto bene a venire qui e che insieme troveremo qualche cosa di nuovo per aiutare i giovani! Allora, buona preghiera! E si ricordi di Erika!”
“Non dubitare!”
Ciò detto Suor Bridget fece un ultimo gesto di saluto a Edith e si ritirò.
Uscita dal parlatorio, la ragazza si avviò all’esterno dell’edificio. Ormai stava facendo giorno e il giardino splendeva nella gloria del primo sole mattutino.
Edith passeggiò per un po’ tra le aiuole fiorite, gustando la poesia della solitudine e del silenzio, rotto soltanto dal canto degli uccelli.
“Se non avessi la preoccupazione per i miei giovani” si disse “non vorrei andare più via di qui: vorrei seguire Suor Bridget nella clausura!”

La saggezza di nonno Giorgio

Verso le otto, tutto il gruppo degli inglesi scesero nel parlatorio, dove era pronta per loro un’abbondante e squisita colazione.
Mentre si servivano, dietro la grata apparvero l’abbadessa, Suor Bridget e due ragazze. Subito Edith riconobbe le due giovani che, la mattina presto, aveva visto nel coro insieme alle monache.
“Buon giorno, carissimi!” disse l’abbadessa. “Spero che abbiate dormito bene”.
“Benissimo!” risposero in coro gli ospiti. “Qui è un paradiso!”
“Queste due ragazze, Francesca e sua cugina Caterina” proseguì l’abbadessa, “sono qui per fare un’esperienza con noi. Francesca” disse indicando la più giovane “è già stata qui a Pasqua e ha conosciuto Margaret. Le è molto dispiaciuto di sapere che non era venuta con voi e chiede se è possibile telefonarle per salutarla”.
“Senz’altro!” disse Dorothy sorridendo a Francesca, che la guardava con un sorriso timido. “La chiamo subito!”
Ciò detto prese il cellulare e compose il numero. Subito Margaret rispose.
“Hello!”
“Hello, Margaret! Tutto bene? Qui c’è una ragazza che ti vuole salutare. Si chiama Francesca… Ora te la passo”.
Dorothy porse il cellulare a Francesca, la quale subito lo prese e lo avvicinò all’orecchio con visibile emozione.
“Pronto! Margaret! Ciao!” esclamò. “Non sai quanto mi dispiace che tu non sia qui! Ti penso sempre e avrei tanto voluto riabbracciarti!”
“Come è andata la scuola?”
“Oh, Margaret! Un miracolo! E’ andato tutto bene! Non sai che fatica ho fatto per recuperare! Ma il Signore mi ha aiutata! Pensa che i professori sono rimasti stupiti quando hanno visto che mi ero rimessa in pari con gli altri! Ora sono qui con mia cugina Caterina. Ci fermeremo dieci giorni. Ma io non me ne andrei più! Purtroppo prima di entrare devo finire la scuola. Ma ho deciso che appena ho un po’ di giorni liberi me ne vengo qui, se l’abbadessa mi vuole!”
“Brava! Sono contenta per te! E anche tua cugina vuole farsi benedettina?”
“No, non credo. Ma sta passando un brutto momento e ha chiesto di venire con me per riflettere e per pregare. Tu non vieni?”
“Non lo so ancora. Vedremo come si mettono le cose. Tra poco vengono a prenderci per portarci all’ospedale di Rieti. Il nonno di Vittoria sta molto male”.
“Mi puoi passare Vittoria?”
“Subito! Allora ciao! E prega anche per me, e per il nonno di Vittoria”.
“Va bene. Ciao!.. Ciao Vittoria!”
“Ciao Francesca! Ancora tanti complimenti per il successo a scuola! Lì tutto bene?”
“Benissimo! Non vorrei più tornare a casa! Ma è tutto merito tuo se sono uscita da quell’inferno e se ho conosciuto Acquafredda!”
“Ringraziamo sempre Dio!”
“Sì, certo! Ma come sta tuo nonno?”
“Molto male. Tra poco andiamo a trovarlo. Poi ti farò sapere. Caterina sta bene?”
“Sì, abbastanza. Ci vuoi parlare?”
“Se è possibile!”
“Ecco: te la passo”.
La cugina di Francesca prese a sua volta il cellulare e lo avvicinò all’orecchio.
“Pronto! Ciao Vittoria! Tutto bene? Io ancora sono un po’ sconvolta, ma qui si sta tanto bene! Si prega, si lavora, c’è tanta pace!”
“Non hai saputo più niente di Luca?”
“Credo che sia andato in vacanza con quella Federica che sai”.
“Che brutta storia! Ma tu ora non ci pensare e approfitta di questi giorni per riprenderti e per lasciarti tutto alle spalle”.
“Provo a farlo, ma non è facile! Ma dimmi: come sta nonno Giorgio?”
“Male! Ora andiamo a trovarlo. Ecco: sono venuti a prenderci. Per il momento devo salutarti. Poi ti farò sapere. Ma mi raccomando: sta’ serena!”
“Proverò. Ciao! A presto!”
“Ciao!”
Vittoria chiuse il cellulare e lo restituì a Margaret.
Nel prato davanti alla casa del biancospino da pochi istanti era arrivata l’automobile di Emma. Dopo aver suonato ripetutamente il clacson, Emma era scesa dal veicolo e aveva bussato alla porta. Subito le due ragazze le aprirono e la fecero entrare.
“Allora” disse Emma, “siete pronte?”
“Eccoci! Andiamo!”
Uscirono nel prato e si accomodarono nell’automobile.
Mentre la vettura, attraverso la stradina di campagna, raggiungeva la via Salaria, Vittoria chiese:
“Che notizie ci sono di nonno?”
“Abbastanza buone” rispose Emma. “Questa notte sembra che abbia dormito bene e per il momento la febbre è scesa. Ha detto che desidera tanto parlare con te e con Margaret”.
“Sono un po’ preoccupata” disse Margaret. “Chissà che cosa mi dirà!”
“Oh, non ti angustiare!” la rassicurò Emma. “Anche Charles ed io eravamo preoccupati ieri, prima di incontrarlo. Ti puoi immaginare! Sua nipote fidanzata con il pronipote della marchesa Boreggi! Ma invece è stato affettuosissimo. Ha detto a Charles che era un vero miracolo che la sua famiglia si fosse così presto distaccata dalla strada perversa della marchesa e dei suoi amici, e che era ben lieto che le nostre due famiglie si fossero poi incontrate in circostanze così mutate. Ho proprio l’impressione che non veda l’ora di conoscerti”.
“Meno male! Veramente anch’io, a parte l’imbarazzo, desidero molto conoscerlo”.
In poco tempo l’automobile raggiunse l’ospedale di Rieti e, dopo aver parcheggiato, le tre ragazze si avviarono verso il grande complesso edilizio. Era una bella giornata estiva, e le strade di accesso all’ospedale erano illuminate da un caldo sole splendente.
“Che begli ospedali avete in Italia!” esclamò Margaret.
“Mah!” disse Emma. “Non sono sempre rose e fiori!”
Entrate nell’atrio, si avviarono verso gli ascensori per raggiungere il reparto dove era ricoverato nonno Giorgio. Grazie alla loro amicizia con le Suore di San Camillo, che operavano all’interno della struttura, avevano il permesso di entrare anche fuori dagli orari di visita.
Dopo pochi minuti si trovarono presso il letto del paziente, che in quel momento non aveva altri compagni nella stessa stanza.
“Nonno!” esclamò Vittoria. “Ecco Margaret, la mia amica più cara! Ma tu, come stai?!”
“Vittoria!” rispose nonno Giorgio visibilmente commosso. “Vieni, figliola mia! Come sono felice di vederti!”
Vittoria, e poi Emma, si chinarono per baciare il paziente. Poi Emma si ritirò in disparte e Vittoria, presa per mano Margaret, la avvicinò al letto di nonno Giorgio.
“Piacere, Dottor Castelli!” mormorò Margaret arrossendo timidamente.
“Tu, dunque, sei la famosa Margaret!” disse nonno Giorgio stringendole la mano ed osservandola attentamente. “Ho sentito parlare tanto di te! So quanto hai fatto per Vittoria, e che sei la sua amica più cara. Basterebbe questo perché ti consideri come una figlia, al pari di Vittoria e di Emma. Ma ora, conoscendoti, devo dire che, in ogni caso, non potrei non stimarti e non volerti bene”.
“Oh, Dottore! Lei mi confonde! Non dimentichi chi sono e da chi discendo!”
“Anzi! Questa è la cosa più bella: quella mala pianta – per la quale, in ogni caso, dobbiamo sempre pregare – non ha prodotto frutti perversi, ma, al contrario, frutti benefici! Non dobbiamo rallegrarci per questo?”
“Sì, certo! Ma come vorrei che non ci fosse una macchia così oscura nel nostro passato!”
“Sono certo che in questo momento la mia indimenticabile Vittoria ci guarda dal cielo e sorride felice di vedere le nostre famiglie riconciliate. So che Vittoria non ha piacere che glielo ripeta sempre, ma ora mi deve perdonare. Come faccio a non dirlo alla sua più cara amica?”
“Oh, nonno!” intervenne Vittoria sorridendo affettuosamente. “Ma dillo pure tranquillamente! Chi ti ha detto che mi dispiace!”
“Eh! Lo so, lo so! Ad ogni modo, grazie del permesso! Cara Margaret, forse già lo sai: Vittoria non porta soltanto il nome della mia povera moglie, ma le somiglia anche moltissimo, sia come lineamenti, sia come carattere. Per questo – so che Emma non me ne vuole, perché voglio bene infinitamente anche a lei – quando la guardo mi sembra di rivedere la mia cara Vittoria. Una cosa simile mi succedeva, dopo la sua morte, con il loro padre Alessandro: assomigliava molto alla mamma, e questo per me era un grandissimo conforto. Naturalmente ero molto affezionato anche a Giuseppe e a Concetta, ma con lui c’era un rapporto particolare: ci capivamo al volo.
“Quella volta, però, non mi disse niente e io mi trovai a cadere dalle nuvole. Ma fu una caduta molto, molto felice!”
“Noi già lo sappiamo” disse Emma, “ma raccontalo a Margaret”.
“Forse saprai” riprese nonno Giorgio rivolto alla ragazza inglese “che Alessandro, quando era alla fine dei suoi studi universitari, si era innamorato di una giovane docente, un po’ più grande di lui, di nome Silvia. Lei però non voleva saperne. Essendo più grande e già laureata…”
“E per di più milanese!” aggiunse Vittoria ridendo.
Emma scoppiò in una fragorosa risata.
“Povera Silvia!” disse nonno Giorgio sorridendo. “Siete sempre un po’ maligne! Dunque devi sapere, Margaret, che di tutta questa storia io non sapevo assolutamente nulla. Proprio in quel periodo morì la mia cara Vittoria. Io vedevo che Alessandro era molto triste e attribuivo questo fatto soltanto alla perdita della madre, alla quale egli era affezionatissimo. Non sapevo proprio che c’era dietro anche il dolore per essere stato rifiutato da Silvia. Intanto però, grazie anche all’aiuto di un gesuita chiamato Padre Gerolamo, prima di partire per il servizio militare, Alessandro aveva ultimato la sua tesi di laurea e l’aveva consegnata all’istituto universitario di psicologia dinamica. Quando Silvia lesse la tesi, rimase così ammirata – infatti è una tesi molto bella – che cambiò completamente idea. Fatto sta che, quando accompagnammo Alessandro al treno, per la partenza per il servizio militare, mentre lui ci salutava tristemente dal finestrino, a un certo punto vedo che non ci guarda più e che fissa lo sguardo davanti a sé, come se stesse sognando. Io lo guardo preoccupato, ma dopo un po’ vedo una bellissima ragazza che si avvicina al treno, fa un cenno di saluto a me e agli altri che erano con me – Concetta con il fidanzato Carlo e Giuseppe – e si va a fermare proprio sotto il finestrino del treno, fissando lo sguardo su Alessandro. «E chi è questa ora?» mi chiedo. Poi istintivamente io e gli altri ci scostiamo per non essere indiscreti. I due si parlano per qualche minuto, e poco dopo il treno parte. La bella ragazza allora mi si avvicina, con gli occhi lucidi, mi porge la mano e mi dice: «Lei è il Dottor Castelli, vero? Piacere! Io sono Silvia Fernandez, la fidanzata di Alessandro». Io casco dalle nuvole. «Piacere!» dico. «Non sapevo che Alessandro avesse una fidanzata!» «Veramente» mi risponde «siamo fidanzati da pochi minuti». Io la guardo stupito. Poi mi riprendo e le dico: «Non capisco che storia c’è dietro, ma, anche se mi dispiace che Alessandro non mi abbia detto niente, devo dirle che sono felicissimo di sapere che si è fidanzato con lei!» Poi l’abbiamo invitata a casa nostra e siamo stati a lungo a parlare. Non ti dico come sono rimasto a sapere tutta la storia! Ma, insomma, devo dire che non poteva esserci niente di più consolante per me di sapere che Alessandro si fosse fidanzato, se pure purtroppo dopo momenti di grande sofferenza, con una persona così meravigliosa… anche se era milanese!”
Emma scoppiò di nuovo in una delle sue risate, mentre Vittoria sorrideva divertita. Margaret invece – estranea alla rivalità tra romani e milanesi – guardò nonno Giorgio spalancando tanto d’occhi.
“Che bella storia!” disse. “Immagino che momento meraviglioso deve essere stato per il Signor Alessandro quando la signora Silvia gli si è presentata alla stazione!”
“Oh, sì! Certo!” disse nonno Giorgio sorridendo. “Ma allora lui era soltanto Alessandro, e lei era soltanto Silvia!”
“Cioè, volevo dire…”
Emma rise ancora di gusto.
“Abbiamo capito! Abbiamo capito! Nonno scherzava!”
In quel momento entrò l’infermiera e invitò le visitatrici ad uscire perché erano in corso le visite mediche, e anche perché non era il caso di affaticare troppo il paziente.
Dopo aver salutato e baciato nonno Giorgio, le tre ragazze uscirono nel corridoio. Vedendo lì il primario, gli chiesero notizie del paziente.
Il primario scosse il capo e disse tristemente:
“Ha passato una notte tranquilla e oggi sembra che stia meglio. Ma, onestamente, devo dire che non possiamo farci troppe illusioni!”
Subito i visi delle ragazze persero ogni segno di allegria.
“Allora…” disse Emma esitante.
“Allora, per il momento non posso fare pronostici. Ma, umanamente parlando, non può durare a lungo”.
“E’ venuto il cappellano?” chiese Emma asciugandosi una lacrima.
“Sì, sì! Viene tutti i giorni a portargli la comunione. E poi le suore gli sono sempre vicine”.
“Grazie, dottore! Più tardi verranno papà e mamma”.
“Bene, cara! Arrivederci!”
In silenzio le ragazze scesero al pianterreno e uscirono dall’ospedale.

Sogno

Era ormai tardi quando Vittoria e Margaret rientrarono alla casa del biancospino, dopo aver trascorso la giornata insieme ai familiari di Vittoria. Il giorno volgeva al tramonto, e suggestive tinte rossastre si riflettevano, dalle nuvole sparse, sul prato e sulla vegetazione che circondava l’abitazione.
Le due ragazze si attardarono nella radura, sedute su un tronco d’albero che giaceva in terra, mentre a poco a poco la luce diminuiva, fino a spegnersi in una diffusa oscurità. Siegfried era disteso a terra vicino a loro.
Parlarono sommessamente, commentando con voce triste le notizie allarmanti sulla salute di nonno Giorgio.
“Che persona meravigliosa!” disse Margaret. “Peccato averlo conosciuto soltanto ora, quando stiamo per perderlo! E se penso al ruolo così perverso che la mia bisnonna ha avuto nella sua vita!..”
“Ora non rivangare più quella storia. Hai visto con quanto affetto ti ha accolta! Ti considera una nipote, o una figlia, proprio come me!”
“Come sto bene con voi! Sarà molto triste quando dovrò ripartire! E poi, che posto meraviglioso è questa casa del biancospino!”
“Sì! E’ stato proprio un miracolo poterla salvare dalla distruzione e addirittura averla come nostra proprietà. Ma ora si è fatto buio. E’ meglio che rientriamo e che prepariamo qualche cosa per la cena”.
Le due ragazze si alzarono e rientrarono in casa, seguite dal fedele Siegfried.
Mentre Vittoria preparava la cena, Margaret apparecchiò la tavola e poi si sedette ad ascoltare in silenzio i misteriosi suoni del bosco, mentre il cane stava tranquillo, accucciato ai suoi piedi.
Quando Vittoria entrò in sala da pranzo con la cena, Siegfried improvvisamente si alzò sulle quattro zampe e incominciò a ringhiare. Poi corse verso la porta abbaiando furiosamente.
“Che c’è, Siegfried?!” chiese Vittoria, e le due ragazze, spaventate, si accostarono alla porta incerte sul da farsi. Poi si fecero coraggio e aprirono.
Sopra la porta d’ingresso vi era una lampada accesa, che illuminava la radura antistante.
Le due ragazze uscirono, mentre Siegfried continuava ad abbaiare accanto a loro, e guardarono intorno in tutte le direzioni.
“Mi sembra che non ci sia nessuno!” disse Margaret.
“Sembra anche a me! Che cosa è stato, Siegfried?”
Ma il cane aveva smesso di abbaiare e si era accucciato sul prato come se niente fosse accaduto.
“Sarà stato qualche animale” disse Vittoria. “Torniamo dentro a cenare. Su, Siegfried! Vieni in casa!”
Le due ragazze rientrarono, accompagnate dal cane, e sedettero in tavola per la cena.
Poco dopo squillò il cellulare di Margaret. Era Edith che chiamava da Acquafredda.
“Hello, Edith!” rispose Margaret. “Tutto bene?”
“Sì, benissimo! Oggi abbiamo fatto delle belle passeggiate qui intorno, e abbiamo parlato a lungo. Sono stata anche un po’ di tempo con Suor Bridget. Mi intendo molto con lei! E voi? Come sta nonno Giorgio?”
“Purtroppo le notizie non sono buone. Questa mattina siamo state a trovarlo ed era molto allegro e vivace. Ma il medico ci ha detto di non farci illusioni. Non ne ha per molto. Non sai quanto mi dispiace! E’ una persona adorabile, e poi è legato con un filo misterioso alla vita mia e della mia famiglia”.
“Sì, capisco. Suor Bridget mi ha detto che sta pregando molto per lui”.
“Ringraziala tanto da parte nostra. E salutami tutti!”
“Certamente! Allora, buona notte, e carissimi saluti a Vittoria!”
“Grazie! Buona notte! A presto!”
Edith spense il cellulare e si preparò ad andare a dormire.
Durante il giorno aveva parlato a lungo con Andrew – che ella considerava come il suo vero padre – e con Kitty, mentre Francis faceva compagnia alla figlia Dorothy, che aveva un’indisposizione. Ancora adesso non stava bene, tanto che l’abbadessa aveva programmato di farla visitare, il giorno dopo, dal medico della comunità.
Con Andrew e con Kitty Edith aveva discusso sulle difficoltà di attrarre le nuove generazioni verso uno stile di vita più sobrio e responsabile. Ora che si erano adattate ai ritmi di vita del monastero, potevano apprezzare maggiormente i grandi beni della pace interiore e della laboriosità ordinata. Ma come far capire queste cose ai giovani di oggi?
Rimuginando questi pensieri, Edith si coricò nel letto e poco dopo si addormentò.
Il monastero era immerso nel buio della notte e nella quiete della campagna, animata dai misteriosi suoni della vita notturna. Ogni tanto si udiva l’ululo di una civetta o lo scricchiolio di un ramo, calpestato da una faina o da qualche altro animale in cerca di preda.
Il vento agitava i rami degli alberi e le nuvole scorrevano in cielo nascondendo, di tratto in tratto, la falce della luna calante. L’oscurità era appena attenuata dal bagliore palpitante delle stelle.
Ma a un certo punto la stanza di Edith si illuminò di una luce diffusa, all’inizio tenue, e poi sempre più calda e splendente, come l’irraggiamento del sole.
Edith aprì gli occhi e si guardò intorno confusa.
“E’ già giorno?” si disse. “Che bello! Potrei fare una passeggiata in giardino!”
Si accorse che qualcuno le stringeva la mano.
“Chi sei?” domandò.
“Ciao! Sono io!”
Edith si guardò intorno. Aveva riconosciuto la voce.
“Ah! Sei tu, Erika! Hai visto che bella giornata?!”
Erika era in piedi di fronte a lei. Aveva un vestito bellissimo e le sorrideva tenendola per mano.
“Vieni” le disse. “Andiamo in giardino! E’ una giornata piena di sole!”
“Oh, sì! Andiamo!”
Edith si alzò. Anche lei aveva un bellissimo abito, con un lungo strascico bianco.
Tenendosi per mano, le due sorelle scesero le scale e uscirono nel giardino.
L’aria era calda e la giornata splendida. Il giardino era stracolmo di fiori dai colori sgargianti, che si affacciavano dalle aiole e facevano ala a Edith e a Erika, mentre le due sorelle passeggiavano nei vialetti guardandosi intorno estasiate, in silenzio.
“Come è bello!” disse a un certo punto Erika. “Una posto così, al centro di Londra…”
“Sì!” disse Edith. “Un posto così! Erika House. Ti piacerebbe?”
“E’ sempre stato il mio sogno!”
“Sì! Lo so!”
“Tanti giovani vengono a studiare o a lavorare a Londra”.
“Potrebbero venire a vivere a Erika House!”
“Ci verranno! Ci verranno!”
“A Erika House ci sarà un’aiola di rose, come quella? Rose bianche miste a rose rosa! E guarda quante api che cercano il nettare!”
“Certo che ci sarà! E i giovani non pagheranno niente!”
“Allora certamente verranno!”
“Dovranno lavorare per mantenere la casa: pulire, tenere in ordine il giardino, cucinare, lavare…”
“E seguiranno un orario, vero? Come ad Acquafredda!”
“Sì, certo! Erika House deve funzionare bene, e loro saranno responsabili. Quindi ci deve essere un’amministrazione centrale. E poi tutti devono collaborare ordinatamente. A una certa ora tutti devono essere pronti per i lavori, e tutti devono essere puntuali ai pasti”.
“Rispetteranno le regole di Oak Farm?”
“Certo! Vedrai come funzionerà bene! Invece di pagare una retta, al di fuori dei tempi di studio o di lavoro all’esterno, saranno impegnati tutto il giorno a fare di Erika House la loro indimenticabile dimora!”
“Ma la sera vorranno andare in discoteca!”
“Oh, no! Erika House provvederà il divertimento, un divertimento che non fa male!”
“Cosa sarà? Una musica soave? Lo splendore dei fiori? Il canto degli uccelli? Il coro delle monache di Acquafredda?”
“Dorothy racconterà loro delle bellissime fiabe!”
“Oh! Sì! Delle bellissime fiabe!..”
“Che belle fiabe raccontava Dorothy!..”
“Oh, sì! Bellissime!..”
“Che belle fiabe!.. Ma… io… la sera, non ascoltavo le fiabe di Dorohty!..”
“Oh, Erika! Che cosa dici!?”
Il tono della voce di Erika si era fatto incerto. Edith, allarmata, guardò la sorella negli occhi. Il suo viso era diventato triste.
Poi la sua voce divenne cupa, mentre sul suo viso appariva un’espressione sofferente.
“No! Non ho voluto ascoltare le fiabe di Dorothy!” esclamò con voce tremante.
“Erika! Cosa dici!?”
Intanto il tempo si era guastato. Nuvoloni grigi incombevano sul giardino e i fiori apparivano smorti e appassiti. Improvvisamente vi furono bagliori dai colori strani. Sembrò quasi che lo spazio – che non sembrava più un giardino – fosse attraversato dai raggi di riflettori impazziti.
Il viso di Erika si contrasse in una smorfia di dolore, ed ella gridò con voce disperata:
“Non ho voluto ascoltare le fiabe di Dorothy! Non ho voluto ascoltarla! No! Non ho voluto! Dorothy!.. Dorothy!.. Perdonami!.. Aiutami!..”
Edith avventò le braccia in avanti per abbracciare Erika, ma improvvisamente si trovò sola nel letto, ad agitare le braccia nel vuoto e nel buio della stanza.
“Erika! Erika!” gridò sconvolta.
In quel momento suonò una campanella.
Edith scoppiò in un pianto dirotto.
“Erika! Erika! Dove sei!? Ritorna! Ritorna ancora da me!” esclamava tra i singhiozzi.
La campanella suonò ancora.
Edith si asciugò gli occhi, si alzò, si vestì rapidamente e uscì quasi di corsa dalla stanza.
Scese velocemente le scale ed entrò in chiesa.
Le monache stavano inginocchiate ai loro posti in silenzio.
Edith si avvicinò alla grata e fece cenno a Suor Bridget. Suor Bridget guardò l’abbadessa, la quale le accennò con la mano di andare pure verso la grata.
Appena Suor Bridget si fu accostata a lei, Edith le disse con voce affannosa:
“La prego, Suor Bridget! Mi faccia entrare in coro con voi!”
Suor Bridget si avvicinò all’abbadessa e le parlò a voce bassa. L’abbadessa annuì, e Suor Bridget si riaccostò alla grata e la aprì.
Edith entrò, Suor Bridget la fece accomodare accanto a Francesca e a Caterina, che erano inginocchiate nella parte sinistra del coro, vicino alla grata, e le dette un breviario indicandole i segni per seguire l’ufficio.
A Edith sembrò di ripiombare in un sogno. Senza poter pronunciare rettamente le parole dell’ufficio, né tanto meno capirle, si immerse tuttavia nella preghiera, sentendosi pienamente parte del coro monastico. Avvertiva ancora la presenza di Erika accanto a lei, e le sembrava che anche la sorella stesse salmodiando insieme alle monache.
Quando Francesca si avviò al leggio e incominciò la lettura, le sembrò che non fosse Francesca a leggere, ma Erika.
“Sono ancora sulla terra?!” si chiedeva. “O sono già nel cielo?! Oh, Erika! Erika! Sì! La faremo Erika House, così, come l’hai descritta tu! E Dorothy… Che farà Dorothy? Racconterà le fiabe?!”
Quando finalmente l’ufficio finì, Edith si inginocchiò, seguendo l’esempio della altre monache, e rimase a lungo immobile.
Si sentiva frastornata, per metà in estasi e per metà sconvolta, con il viso stravolto della sorella sempre davanti ai suoi occhi.
Suor Bridget le si avvicinò.
“Vuoi che ci incontriamo nel parlatorio?” le chiese a voce bassa guardandola preoccupata.
“Oh, sì, Suor Bridget! Non sa che cosa ho sognato!”
Suor Bridget annuì e accennò a Edith di precederla nel parlatorio.
Edith uscì dal coro e raggiunse la porta in fondo alla chiesa. Poco dopo si trovava di fronte a Suor Bridget, che la guardava sorridendo di là dalla grata aperta del parlatorio.
“Oh, suor Bridget!” disse Edith con voce tremante per l’emozione. “Che sogno ho fatto! Mi pareva di essere in giardino con mia sorella Erika. Come era bella! Sorrideva e mi diceva delle cose straordinarie! Mi ha fatto tutto un programma per organizzare una casa a Londra, dove alloggiare i giovani ed avviarli ad una vita sana. Non so se le cose che diceva erano reali, o se era soltanto una bella fiaba! Ma era una cosa bellissima! Poi però, improvvisamente, il suo viso si è oscurato e il giardino è sparito. Sembrava di essere in una discoteca. Erika si è messa a gridare e il suo viso era diventato come lo vidi io quella mattina, contratto nello spasimo della morte!”
“Un sogno molto brutto!”
“Sì, alla fine. Ma prima era bellissimo! Sembrava di essere in paradiso!”
“Forse tua sorella chiedeva preghiere per la sua anima”.
“Forse sì. Ma io penso che soprattutto voleva darmi un messaggio”.
“Un messaggio relativo al lavoro che vuoi fare con i giovani?”
“Sì, proprio! Infatti, mi ha descritto in modo abbastanza dettagliato, anche se un po’ fantastico, come dovrebbe funzionare Erika House – così l’ha chiamata, ed è proprio il nome che papà e mamma vogliono dare a una fondazione che vorrebbero fare a Londra”.
“Ascolta! Adesso devo andare perché è quasi ora delle lodi. Ci vediamo più tardi e ne parliamo. Va bene?”
“Sì. Intanto ne parlo con papà, e con Kitty e Dorothy. Speriamo che oggi Dorothy stia meglio!”
“Speriamo! Allora, a più tardi!”
“A più tardi, Suor Bridget!”

Il dramma di Caterina

Edith, Kitty e Andrew erano seduti su una panca del giardino, all’ombra di una quercia frondosa. Edith stava raccontando loro il suo sogno, visibilmente emozionata. Kitty era molto commossa e Andrew faceva fatica a trattenere le lacrime.
Quando Edith ebbe finito, Andrew si asciugò gli occhi con un fazzoletto e sospirando esclamò:
“Solo in un posto santo come questo potevi avere un sogno così! Potessi anch’io rivedere la mia Erika!”
“E cosa ne pensate dei suoi suggerimenti?” disse Edith.
“Bisognerebbe rifletterci bene sopra” intervenne Kitty. “Sanno molto di fiaba. Ma non è detto che non possano offrire qualche idea realizzabile”.
“Se vengono da Erika” disse animatamente Andrew “bisogna prenderli sul serio!”
“Era soltanto un sogno!” esclamò Edith. Ma il suo sguardo, perduto nell’azzurro del cielo, sembrava aggiungere: “Ma un sogno così è più vero della realtà!”
“Pensiamoci!” disse Kitty. “Può darsi che si possa, effettivamente, organizzare una casa che gli stessi giovani ospitati provvedano a mantenere e a far funzionare a dovere. Ciò li impegnerebbe per tutto il tempo libero dallo studio o dalla professione e li renderebbe responsabili e affiatati. Se poi realmente si riuscisse ad inventare intrattenimenti serali sani, li si distoglierebbe dalle discoteche e dai locali notturni. Ma non credo che per questo basterebbero le fiabe di Dorothy!”
In quel momento li raggiunse Francis.
“Ho una bellissima notizia da darvi!” esclamò con voce calorosa ed emozionata. “Il medico ha visitato Dorothy. Non è nulla di grave: aspetta un bambino!”
Tutti si alzarono in piedi con esclamazioni di gioia.
“Abbiamo subito telefonato a John” proseguì a dire Francis. “Non vi dico come è rimasto contento! Per non dire di Elizabeth! Sono così felice di vedere quanto tutti e due amano mia figlia!”
“E lo merita!” disse Kitty.
“Che bella notizia!” esclamò Edith. “Si vede che questo posto ci porta tante benedizioni!”
“Non mi meraviglio” aggiunse Andrew “che quella giovane italiana – come si chiama? Francesca? – voglia farsi monaca qui!”
“Sembra una cosa d’altri tempi!” disse Francis. “Ma venite a complimentarvi con Dorothy. Ora sta meglio e vi aspetta nel soggiorno”.
Il gruppo degli inglesi rientrò nella foresteria monastica per incontrare Dorothy e farle complimenti ed auguri per il lieto evento.
In quel momento Caterina entrava, dal giardino, nella porta esterna della chiesa. Da lì passò nel parlatorio. L’abbadessa l’aveva mandata a chiamare e l’aspettava dietro la grata aperta.
“Mi ha chiamata, madre?”
“Sì, cara. Accomodati. Ho una cosa da dirti”.
Caterina si sedette e guardò timidamente la madre.
“C’è qualche brutta notizia?” chiese con voce tremante.
“No! Non direi!” rispose l’abbadessa. Indugiò un attimo, e poi riprese:
“Ieri pomeriggio una persona è venuta a parlare con me. E’ una persona che tu conosci, ma ha preferito evitare di incontrarti, e invece ha voluto incontrarsi con me”.
“Chi è?” chiese Caterina con voce tremante.
“E’ un certo Luca”.
Caterina impallidì.
“Oh, madre!” esclamò con viva emozione. “Perché è venuto qui?”.
“Ora ti dirò. Ma sta’ calma. Tutto sommato mi sembra che l’incontro sia stato positivo”.
“Che cosa le ha detto?”
“Vedi, Caterina, tu devi capire che la vita per i giovani di oggi è molto difficile e che non ci vuole niente a sbagliare. Però, se dopo uno sbaglio, anche grave, un giovane apre gli occhi, capisce il suo errore e si pente di quello che ha fatto, dobbiamo rallegrarcene”.
“Che cosa le ha raccontato?”
“Mi ha detto che era fidanzato con te e che avrebbe voluto che tu andassi in vacanza sola con lui, e che, quando tu hai rifiutato, si è arrabbiato e ha minacciato di lasciarti e di andarsene con una certa Federica. E’ vero?”
“Sì, madre! E’ vero. Non credevo che giungesse a fare una minaccia come quella, e che poi la mettesse in pratica. Da allora ho capito che non era per me. Ma ci ho sofferto tanto! E’ per questo che ho chiesto a Francesca di poter venire qui con lei a cercare la pace nella preghiera. Ma è stato tutto molto difficile!”
“Ma devi sapere il seguito, Caterina. Luca effettivamente è andato in vacanza con quella Federica. Era una ragazza molto più facile di te, e non ha fatto difficoltà. Sono stati qualche giorno insieme in montagna. Ma una sera, rientrando in albergo, Luca ha trovato un biglietto in cui lei gli diceva che aveva incontrato un ragazzo interessantissimo e che era andata via con lui. Aggiungeva che non la cercasse più e che la lasciasse in pace. Non ti dico come è rimasto! Mi ha detto che dalla disperazione voleva uccidersi. Per molto tempo è rimasto come inebetito. Allora ha incominciato a pentirsi e a piangere. Ha capito che ragazza d’oro aveva buttato via per andare dietro ad una sgualdrina. Ma capiva che non poteva ora presentarsi a te come se non fosse successo niente. Si vergognava come un ladro, e nello stesso tempo ti amava alla follia. Non sapeva più che fare. Alla fine si è deciso a chiedere informazioni su di te e ha saputo che eri qui. Allora ha pensato che l’unica cosa fosse parlare con me. Non mi ha chiesto di intercedere presso di te. Mi ha detto soltanto di dirti che si vergogna di essersi comportato come un disgraziato e che sa che non merita il tuo perdono. Vuole però che ti dica che intende espiare seriamente il suo peccato. Per questo ha deciso di andare lontano per un anno, a lavorare per qualche missione di bene, con personale sacrificio e rinuncia ad ogni divertimento mondano. Passato un anno, se avrà dimostrato a se stesso e a tutti di essere diventato un’altra persona, se tu vorrai, si ripresenterà a te per chiederti l’immeritato perdono”.
Caterina la ascoltava con il viso serio e con gli occhi umidi. Quando l’abbadessa ebbe finito, si asciugò gli occhi con un fazzoletto e sospirò. Poi disse:
“Madre, io gli voglio ancora bene. Ma non posso fidarmi di lui! Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare! E io non credo che sia capace di fare veramente quello che ha detto!”
“Ascolta, cara. Tu hai ragione: non ci si può fidare delle parole. Quello che posso dirti è che Luca era veramente afflitto e quasi disperato. Per questo non mi sembra giusto dubitare della sua sincerità. Ma ora tu non devi decidere nulla. Hai tutto il tempo per pensarci. Luca aspetta un messaggio, una parola, qualsiasi cosa che possa pervenirgli da parte tua per mezzo mio. Ma non c’è fretta. Pensaci e, se vorrai, quando vorrai, mi dirai se hai qualche messaggio per lui. Intanto sta’ serena, e pensa che forse, con il tuo comportamento fermo e integro, hai contribuito a richiamare uno smarrito sulla retta via. Può darsi che effettivamente Luca si impegni per un anno in una missione di bene per espiare il suo errore. In ogni caso, non devi angustiarti. Tu hai agito nel modo migliore, e non hai nulla da rimproverarti”.
Caterina si asciugò ancora gli occhi e rimase a lungo senza rispondere. Infine disse:
“Grazie, madre! Le sue parole mi fanno molto bene. Ora non so proprio che cosa dire o fare. Ci penserò e pregherò. Non so se poi avrò qualche messaggio per lui. Temo di no. Ma ora non posso dirlo. Mi creda, però: io gli voglio ancora bene. Ma questo non basta!”
Detto questo scoppiò in lacrime.
L’abbadessa si sporse dalla grata e l’abbracciò affettuosamente.
“Povera Caterina! Coraggio! Vedrai che il Signore ti ricompenserà per essere stata ferma nella tua onestà, nonostante le minacce e i ricatti!”
“Grazie, madre!” esclamò Caterina tra i singhiozzi. “Non sento la vocazione, altrimenti vorrei restare sempre qui con voi, come Francesca!”
In quel momento una monaca bussò alla porta interna del parlatorio. All’invito dell’abbadessa si affacciò e disse:
“Madre, c’è una telefonata urgente per lei”.
“Vengo subito! Allora, Caterina, come ti ho detto, devi stare calma e serena. Prega Dio che ti illumini e poi si vedrà cosa è meglio fare. D’accordo?”
“Sì, madre. E grazie di tutto!”
L’abbadessa le dette una carezza e, dopo un ultimo cenno di saluto, seguì la suora che era venuta a chiamarla.
Giunta nel soggiorno, prese in mano il telefono e lo accostò all’orecchio.
Era Emma, che le telefonava da Roccasinibalda.
“Pronto, madre? Sono Emma. Mi scusi se la disturbo. Volevo dirle che, purtroppo, mio nonno si è molto aggravato e i medici dicono che ha poche ore di vita. Oggi pomeriggio andremo a trovarlo, tutti insieme. Ma temo che sia l’ultima volta che potremo parlare con lui. Volevo raccomandarlo alle vostre preghiere”.
“Non dubitare, cara. Lo ricorderemo con grande affetto. Abbiamo saputo che uomo di fede è stato”.
“Oh, su questo non c’è alcun dubbio! Insieme a mia nonna, che io purtroppo non ho conosciuto, sono stati un esempio meraviglioso di sposi cristiani. Preghi anche per me e per Charles, perché possiamo essere degni di loro”.
“Certo, cara! Non dubitare. E tienici informate”.
“Sì, va bene. Per favore, saluti molto da parte nostra gli ospiti inglesi e ci scusi con loro se non abbiamo potuto far loro compagnia”.
“Non mancherò. Sono persone squisite. Mi ha detto Suor Bridget che Edith è veramente una bella anima – ma anche gli altri, naturalmente”.
“Non ne dubito. Allora, madre, grazie di tutto, e spero di sentirla presto”.
“Sì, a presto, e saluti cari a Vittoria, a Margaret e a tutti voi”.
“Grazie ancora!”

La stirpe benedetta

Intanto la notizia della gravidanza di Dorothy aveva raggiunto Vittoria e Margaret, e subito quest’ultima si era messa in comunicazione con Dorothy per farle i suoi sinceri complimenti.
“Hello! Dorothy! Che bella notizia! Non sto più in me dalla gioia!”
“Grazie, cara, sei sempre molto carina”.
“Anche Vittoria ti saluta. Non riesce a star ferma dall’eccitazione”.
“Ringrazia di cuore anche lei. Ma quando venite ad Acquafredda?”
“Oh, Dorothy! Per ora non se ne parla! Nonno Giorgio è ormai agli estremi. Si prevede che da un momento all’altro ci lascerà”.
“Non sai quanto mi dispiace! Ti prego: trasmetti i miei più cari auguri a Vittoria e a tutta la sua famiglia. Speriamo in momenti migliori!”
“Ma Vittoria è qui. Ora te la passo”.
Ciò detto Margaret dette il telefono a Vittoria, che lo portò all’orecchio:
“Hello, Dorothy! Non sai quanto sono felice di sapere che aspetti un bambino! E non vedo l’ora di riabbracciarti, e di sapere se è maschio o femmina!”
“Grazie, cara! Ma ho saputo che nonno Giorgio sta tanto male!”
“Sì, purtroppo! Dobbiamo prepararci al peggio! Ma dimmi: avete parlato dei nostri progetti per la gioventù?”
“Ne dubiti? Edith, che all’inizio era molto scettica su questa nostra visita al monastero di Acquafredda, ora è semplicemente entusiasta. Ha fatto amicizia con Suor Bridget, che è una persona squisita, e sta mettendo a fuoco un progetto molto interessante. Pensa che ci ha raccontato un sogno bellissimo che ha fatto: ha sognato la povera Erika, come se fosse viva, che le ha suggerito una bellissima idea per creare a Londra una casa di accoglienza molto speciale per i giovani. Una specie di combinazione tra Oak Farm e Acquafredda. Veramente si tratta ancora di progetti un po’ incerti. Ma mi sembra che siamo sulla buona strada. Si tratta soltanto di precisarli”.
“Quanto vorrei essere lì con voi per discuterne insieme!”
“Non credi che, se si fa in modo che le ore più importanti della giornata, a parte naturalmente i doveri di studio o di lavoro professionale, siano impiegate ordinatamente dai giovani residenti per mantenere in buono stato la casa in cui abitano, per abbellirla, per servire e rendere sempre migliore la vita in comune che vi si svolge, ciò li farebbe maturare umanamente e li terrebbe lontani da tanti pericoli di dissipazione e di vizio?”
“Sì, certo! Ma bisognerebbe fare un progetto dettagliato e ben fatto, perché sia realizzabile”.
“Uno dei maggiori incentivi, sarebbe che così pagherebbero una retta minima, o addirittura niente! Anche la sera dovrebbero saper organizzare loro stessi, in casa, momenti di distensione alternativi a quelli più pericolosi e diffusi, di cui ho fatto anch’io la triste esperienza. E poi, avendo loro la responsabilità della gestione della casa, si eviterebbe che passino tutte le ore del giorno davanti al computer a poltrire e a mangiare pop-corn o altre cose simili, senza alcuna regola”.
“Certo che sull’uso dei mezzi elettronici ci sarebbe molto da studiare e da mettere in chiaro. Ma sembra che nessuno se ne interessi, e che nessuno si prenda la responsabilità di dettare regole scientificamente motivate”.
“Spero che potremo riparlarne con calma. Intanto ti faccio tanti auguri per nonno Giorgio. Le monache hanno promesso che pregheranno per lui, e anch’io, per quel poco che so fare, non mancherò di ricordarlo”.
“Grazie! Grazie di cuore! Ancora tante felicitazioni! A presto!”
“A prestissimo! Non farci mancare notizie!”
“Ci puoi contare! Salutami tutti!”
Finita la telefonata, Vittoria e Margaret, che si trovavano sulla terrazza della casa di Roccasinibalda, si guardarono in viso tristemente, senza avere la forza di parlare.
Poco dopo le raggiunse Emma.
“Tra poco” disse “con papà, mamma e zio Giuseppe, andiamo all’ospedale a trovare nonno. Voi potete venire con zia Concetta. Anche Charles può venire in macchina con voi. Credo che sia bene salutare nonno, anche se non possiamo stare nella sua stanza tutti insieme. Temo che sia l’ultima volta che potremo parlare con lui”.
“Sì!” disse Vittoria. “Noi siamo pronte. Chiamateci appena dobbiamo andare”.
Poco dopo le due automobili, una guidata da Emma e l’altra dalla zia Concetta, si avviavano alla volta dell’ospedale di Rieti.
Fu un viaggio molto triste. Nelle due vetture si fecero brevi e rassegnati commenti e si rievocarono tanti episodi significativi e commoventi della vita di nonno Giorgio.
Vittoria aveva un nodo alla gola, quando, poco dopo, giunsero all’ospedale e salirono in ascensore al reparto dove il paziente era ricoverato. Entrati, si imbatterono in una suora camilliana, che subito li riconobbe e li salutò.
“Che notizie ci sono, Suor Grazia?” le chiese Emma.
“Si è svegliato da poco. Potete entrare, ma non più di due per volta, e non fatelo affaticare a parlare. E’ molto debole. Mi dispiace dirlo, ma non so se arriverà a domani”.
“Ha avuto i sacramenti?”
“Sì, certamente! Questa mattina gli è stato amministrata l’unzione degli infermi, e ogni giorno il cappellano gli porta la comunione”.
“Grazie di tutto, suora!” disse Alessandro. “Se è possibile, vorremmo fargli compagnia durante la notte”.
“Penso che non ci siano problemi. Ma non più di due persone”.
“Grazie! Poi decideremo. Ora andiamo io e Silvia. Voi aspettateci. Non staremo a lungo”.
Ciò detto Alessandro e sua moglie entrarono nella stanza del paziente, e dopo di loro entrarono gli altri, a due a due. Le ultime furono Vittoria e Margaret.
Quando le due ragazze entrarono, il paziente aveva gli occhi chiusi e sembrava profondamente addormentato. Era molto dimagrito e sciupato da quando lo avevano visto l’ultima volta ed erano evidenti i segni della morte vicina.
Non volendo disturbarlo, le due ragazze si sedettero una a destra e una a sinistra del letto e rimasero in silenzio, osservando con preoccupazione e sgomento il viso smorto del paziente.
Poco dopo nonno Giorgio quasi insensibilmente si riscosse e aprì gli occhi, guardando fisso davanti a sé.
“Vittoria!” mormorò con voce fioca.
“Si rivolge a me o sogna sua moglie?” si chiese Vittoria.
Il paziente, guardando sempre fisso davanti a sé, mosse il braccio destro, lentamente lo estrasse dalle coperte del letto e appoggiò delicatamente la mano scarna sulla mano di Vittoria.
“Vittoria!” mormorò ancora. Poi voltò lentamente la testa verso sinistra e i suoi occhi si posarono su Margaret.
“Margaret!” disse con voce tremante. “Figlia mia!”
Seguirono alcuni deboli colpi di tosse. Gli occhi delle due ragazza si inumidirono, mentre esse fissavano in timoroso silenzio il viso del moribondo.
“La benedizione…” riprese con voce tremante nonno Giorgio “della mia Vittoria… è stata miracolosa!.. Vorrei avere la sua santità… darvi anch’io… una benedizione… miracolosa..”
“Nonno!” esclamò Vittoria piangendo. “Non ti affaticare! Sta’ calmo!”
“Tu non sai” riprese il nonno guardandola “quanto sono preziose… le parole ispirate… quando è lo Spirito Santo che parla…”
“Nonno!” singhiozzò Vittoria stringendogli affettuosamente la mano.
“La benedizione… della mia Vittoria…” riprese nonno Giorgio “è discesa di generazione in generazione… su quelli che lo temono… anche sui figli della fede… non solo sui figli della carne…”
Il paziente mosse lentamente la testa e guardò prima Margaret, poi Vittoria.
“Figlie mie… carissime!.. Quella sera… quando la mia Vittoria… mi disse… che anche lei mi amava, come l’amavo io… eravamo all’ospedale psichiatrico… avevamo fatto visita allo zio Alessandro… Vittoria gli aveva rivelato tutta la verità… egli era innocente… la tua bisnonna, Margaret, purtroppo… era colpevole… per lo zio Alessandro… fu la fine di un incubo… durato quindici anni… anche per Vittoria… e per me… fu la fine di un incubo… poi uscimmo soli… sulla scalinata… davanti al giardino… era un pomeriggio di sole… ci tenevamo per mano… con tanto amore… le dissi… che un mondo… il nostro mondo… era finito… che nasceva un mondo nuovo… estraneo per noi… di uomini che non sapevano… non vedevano… non sentivano… non avevano saputo… non avevano veduto… non avevano sentito… solo il nuovo mondo… la ricostruzione… la fede nel progresso materiale… valeva per loro… avevano dimenticato… cancellato… il nostro mondo… come il faraone… che non aveva conosciuto… Giuseppe… e allora lo Spirito Santo… le dettò quelle parole… di benedizione… «I figli di Giuseppe… e dei suoi fratelli» disse, guardandomi… piena di fede negli occhi… «furono strumento di misericordia… per tutto il genere umano»… siete voi… i figli di Giuseppe… anche tu Margaret… anche tu sei figlia… della mia Vittoria… figlia della fede… figlia della promessa…”.
Così dicendo, Giorgio mosse lentamente la mano sinistra e la posò sulla mano di Margaret, che lo guardava con gli occhi spalancati e con il fiato sospeso.
Il paziente strinse lievemente le mani delle due ragazze. Poi sollevò un po’ la testa e posò lo sguardo prima sull’una e poi sull’altra. Dopo un attimo di esitazione chiuse gli occhi e rimase immobile per qualche istante. Poi riappoggiò il capo sul cuscino, aprì di nuovo gli occhi, guardando fisso davanti a sé, e un’espressione di pace apparve sul suo viso. Infine richiuse gli occhi e sembrò addormentarsi.
Le due ragazze rimasero ad osservarlo con trepidazione, con il fiato sospeso. Ma subito si avvidero che il paziente era immobile e che non mostrava più alcun segno di respirazione. Vittoria si chinò rapidamente sul suo petto ed ascoltò spaventata, stringendogli disperatamente la mano.
No! Il nonno non respirava più.
“Nonno! Nonno!” gridò.
Subito la porta della stanza si aprì e gli altri si precipitarono all’interno.
“Cosa succede!?” esclamò Alessandro preoccupato.
“Nonno!” gridò Vittoria tra i singhiozzi, mentre anche Margaret scoppiava in lacrime. “Nonno Giorgio è morto!”

Il viandante

Al suono della campana, le monache si radunarono in coro per i vespri. Con loro vi erano anche Francesca, Caterina ed Edith. Quest’ultima aveva incominciato ad amare molto l’ufficio monastico, nonostante la difficoltà di comprensione della lingua italiana e latina, e, quando poteva, non mancava mai.
Prima di suonare la campanella per dare inizio alla preghiera, l’abbadessa si alzò in piedi e disse:
“Mi è giunta la triste notizia che questa mattina è morto Giorgio Castelli, il nonno di Emma e di Vittoria. E’ stato persona di grande fede e ha fatto una morte edificante. Domani pomeriggio ci saranno i funerali nella chiesa di Roccasinibalda. Verrà tumulato nel cimitero di Roccasinibalda, nella tomba di famiglia, accanto alla moglie Vittoria. Ricordiamolo al Signore nella preghiera”.
Francesca e Caterina, strettamente legate in amicizia a Vittoria e a Emma, furono molto rattristate dalla notizia. Suor Bridget si avvicinò a Edith e le tradusse l’annuncio dato dall’abbadessa. Edith annuì e pensò che doveva al più presto informare Dorothy. Sapeva, infatti, che c’era un misterioso legame tra lei e Vittoria, a causa di John e degli avvenimenti
Intanto l’abbadessa aveva suonato la campanella e le monache provvidenziali che l’avevano condotta ad Oak Farm.avevano incominciato a cantare l’ufficio.
Frattanto Andrew e Francis, passeggiando nel giardino antistante la chiesa, discutevano del progetto che si stava delineando su suggerimento delle loro figlie e di Kitty.
“Effettivamente” disse Andrew “già da tempo avevamo intenzione di acquistare una casa a Londra per ospitare i giovani che vanno a studiare e a lavorare lì, e pensavamo di chiamarla Erika House. Non sapevamo, però, in che modo organizzarla. Ora, dopo lo scambio di messaggi tra Dorothy, Kitty e Suor Bridget, dopo l’esperienza fatta qui, e poi dopo il sogno di Edith – se ci ripenso ancora mi commuovo! – qualche idea sembra che stia nascendo”.
“Mia figlia e Kitty” rispose Francis “sono entusiaste dell’idea. Ma avete i soldi per acquistare una casa adatta a Londra? Immagino che ci voglia un patrimonio”.
“A costo di vendere tutto quello che abbiamo, vogliamo riuscirci. La nostra casa a Hastings ha un discreto valore, e io ho anche altri beni di famiglia. Del resto, già ora sono spesso a Londra per il mio lavoro”.
“Nei limiti del possibile, anche io intendo aiutarvi. Si tratta però di trovare una casa adatta. Se dobbiamo prendere sul serio il sogno, bisognerebbe che ci sia un bel giardino”.
“Penso che a Londra non sia difficile trovare una casa con giardino. Piuttosto, avremo bisogno di persone valide che ci aiutino, e che non si facciano pagare troppo”.
“Sì, ci vorrebbero dei volontari. Direi, anzi, che offrire ai giovani l’alloggio in cambio del volontariato per mettere a posto e far funzionare la casa potrebbe essere già il primo avvio del progetto”.
“Ottima idea! Oggi stesso voglio mettermi in contatto con un agente mio amico per sapere quali possibilità ci sono di trovare un immobile che faccia al caso nostro”.
Nel frattempo Edith era uscita dalla chiesa e si era avvicinata ai due uomini.
“E’ morto il nonno di Vittoria e di Emma” disse. “Vado ad avvertire Dorothy, che è molto legata a Vittoria e a Margaret”.
“Mi dispiace!” disse Andrew. “Orami purtroppo ce lo aspettavamo”.
Edith si avviò verso la foresteria, e poco dopo raggiunse Dorothy, che si trovava, insieme a Kitty, nella sua stanza.
“Dorothy!” disse Edith. E’ morto il nonno di Vittoria!”
Il viso di Dorothy divenne serio.
“Mi dispiace proprio tanto!” esclamò. “Quanto avrei desiderato conoscerlo. Povera Vittoria! So che gli era molto affezionata. Spero, però, che presto possa venire qui con Margaret. Ho tanto desiderio di parlare con lei!”
“Intanto possiamo telefonarle!” disse Kitty.
“Certamente!” rispose Dorothy. E subito prese il cellulare e compose il numero di Margaret.
“Hello!” rispose subito Margaret, che, insieme a Vittoria, si trovava alla casa del biancospino.
“Hello! Sono Dorothy. Ho saputo che è morto il nonno di Vittoria”.
“Sì! E’ stata una cosa molto triste, e anche molto impressionante. Non sai che parole ci ha detto prima di morire! E’ proprio vero che le parole dei morenti sono preziose! Qualche cosa da non dimenticare mai più! Ma ora ti passo Vittoria”.
Ciò dicendo Margaret diede il cellulare a Vittoria, che lo portò all’orecchio”.
“Hello, Dorothy! Hai saputo?”
“Sì, purtroppo! E mi dispiace moltissimo, sia perché non ho potuto conoscerlo, sia perché so quanto eravate legati”.
“Oh! Siamo ancora legati, e più di prima!”
“Che belle parole dici!”
“Tu non sai quale filo misterioso mi lega a nonno Giorgio! E non me soltanto! Che parole ci ha detto prima di morire!”
“Vittoria! Vorrei dirti che io mi sento coinvolta insieme a te in un misterioso destino: una sorta di provvidenza divina che ci ha condotte ad incontrarci. E’ come se ci fosse un progetto più grande di noi, che non riusciamo a capire”.
“Oh, Dorothy! E’ proprio quello che pensavo!”
“Grazie a te, e al segreto influsso che hai avuto su John, al momento in cui andavo probabilmente a perdermi per sempre, mi sono trovata sulla strada di Oak Farm! E ora, poi, ad Acquafredda! Chi lo avrebbe mai detto! Ora, con Kitty, Edtih e i nostri genitori, grazie sempre ad avvenimenti provvidenziali e direi sovrumani, forse riusciremo ad elaborare un progetto che potrebbe fare molto del bene”.
“E’ vero! Ma ora sono certa che dietro c’è la benedizione di una persona che non ho mai conosciuta: mia nonna Vittoria! Non te ne parlo al telefono, perché sono cose che si preferisce mantenere nel segreto del cuore. Ma quando ci incontreremo – e penso ormai che verremo presto a raggiungervi ad Acquafredda – te ne parlerò a voce”.
“Non vedo l’ora di riabbracciarti!”
“E cosa avete deciso per il progetto?”
“Deciso ancora niente. Ma…”
“Un momento!” intervenne Edith. “Passamela!”
Dorothy diede il cellulare a Edith, che lo accostò all’orecchio e disse:
“Hello, Vittoria! Questa sera, ai vespri, abbiamo pregato per nonno Giorgio insieme alle suore”.
“Grazie cara!”
“Volevo dirti che anch’io mi sento coinvolta nella provvidenza benefica che ci ha condotte qui. Per quanto riguarda il progetto, ho sentito che mio padre è deciso ad acquistare una casa con giardino a Londra e che ora si metterà subito in contatto con un suo amico agente. Sai che ho sognato Erika e che mi ha descritto come deve essere Erika House? Che meraviglia se il mio sogno si avverasse!”
“Oh, Edith! Non mi sembra vero!”
“Ho sentito anche che il padre di Dorothy consigliava di trovare dei giovani volontari che, in cambio dell’ospitalità, si dedicassero a mettere a posto la casa e ad avviare il progetto. Penso che sarebbe un ottimo inizio!”
“Oh, Edith! Credo proprio che il tuo non fosse un sogno, ma una profezia celeste!”
“Magari!”
“Allora, teneteci informate! Ad ogni modo ormai penso che verremo presto ad Acquafredda. Così ne parliamo a voce”.
“Salutami Margaret!”
“Non dubitare!”
“A presto!”
“A prestissimo!”
Vittoria chiuse il cellulare e guardò Margaret con un’espressione trasognata nel viso.
“Oh, Margaret! Sai che il sogno di Edith forse si avvererà?!”
“Sarebbe bellissimo!”
“Sì! Il padre di Edith è deciso ad acquistare una casa a Londra per realizzarlo. Ma avrebbe bisogno di giovani volontari. In cambio dell’ospitalità dovrebbero dedicarsi a sistemare la casa e a organizzare il lavoro”.
“Penso che, se la cosa si fa sapere, molti ragazzi di provincia, che vanno a studiare o a lavorare a Londra, accetterebbero. Ma bisognerebbe far rispettare delle regole, come ad Oak Farm. La signora Baker è stata molto saggia!”
“Certamente! Ma ora prepara la tavola. Io vado a cucinare”.
Vittoria andò in cucina, mentre Margaret apparecchiava la tavola. Quando ebbe finito, si sedette ad aspettare la cena in silenzio.
Improvvisamente Siegfried si alzò sulle quattro zampe e si avventò contro la porta abbaiando furiosamente.
Subito Margaret si precipitò verso la porta e l’aprì, mentre Vittoria la raggiungeva di corsa.
Alla luce della lampada che sovrastava l’ingresso, le due ragazze videro un uomo anziano che si scostava dalla finestra della casa e cercava di fuggire verso il bosco. Ma Siegfried gli sbarrò la strada, abbaiando e minacciando di azzannarlo.
“Buono, Siegfried!” Gridò Vittoria, mentre accorreva, insieme a Margaret, verso il malcapitato curioso.
“Cosa fa qua?!” disse rivolta al vecchio che si era tratto in disparte e guardava ora il cane e ora le ragazze, visibilmente terrorizzato.
“Non… non ho fatto nulla di male!” balbettò infine. “Sono soltanto un povero barbone!”
Le due ragazze si impietosirono.
“E cosa fa qua?” chiese Vittoria. “Perché ci spiava dalla finestra?”
“Oh, credetemi! Non volevo farvi del male! Non sapete cosa significhi per me gustare, anche se da lontano, il conforto di una casa nella pace della sera!”
Vittoria lo guardò con curiosità. Il vecchio aveva la barba lunga e arruffata e il suo povero vestito era malconcio e pieno di strappi. Le due ragazze, commosse, si scambiarono uno sguardo di intesa.
“Ma venga dentro un momento!” disse “E tu, Siegfried, a cuccia!”
Le due ragazze rientrarono in casa, seguite dal cane e dal barbone, che era estremamente imbarazzato e le guardava con timidezza.
“Si accomodi!” gli disse Vittoria. “E mangi qualche cosa insieme a noi. La cena è pronta”.
Il vecchio si sedette con aria impacciata, mentre Vittoria serviva in tavola.
“Ci racconti di lei!” intervenne Margaret con un sorriso incoraggiante.
“Oh, è una lunga storia la mia! E ho paura di rattristarvi!”
“Ma no! La ascoltiamo volentieri!” disse Vittoria, mentre versava un buon brodo caldo nella scodella del barbone.
“Grazie!” disse il vecchio. “Non so neanch’io da quanto tempo non ho più mangiato così bene!”
“E’ da molto che fa questa vita?” chiese Margaret.
“Oh, sì!” Sospirò il barbone. “Ormai sono più di vent’anni! Vivevo a Roma con mia moglie. Avevo un buon lavoro. Ma poi incominciai a bere e a giocare d’azzardo. Così alla fine mi ritrovai senza un soldo e con la salute rovinata. Mia moglie si rifiutò di avvalermi di quanto era di sua proprietà e fui costretto ad andarmene di casa. La casa, infatti, era intestata a lei, e non potevo non capire che, se volevo lasciarle vivere una vita serena, non mi restava che togliermi di mezzo. Con i miei debiti e con i miei vizi avrei trascinato anche lei nella rovina. Così me ne andai e non mi feci più vedere. Non ho saputo più nulla di lei. Ho vagabondato insieme alla gente come me, sempre dipendente dall’alcool e cavandomela con mille espedienti. Ma da un paio d’anni, in seguito ad una grave crisi di salute, ho smesso di bere. Intanto, però, la mia vita passa nella più nera infelicità. Non ho nessuno, e quando, la sera, vedo una finestra illuminata e una famiglia che si raccoglie serena intorno alla tavola, se posso, mi metto lì a guardarla. Questo mi dà qualche momento di felicità. Mi fa bene sapere che esistono ancora questi porti di pace, anche se io ne sono escluso per sempre…”
“Perché per sempre?” esclamò Vittoria commossa. “Ora che ha smesso di bere, potrebbe reinserirsi nella vita sociale. Potremmo aiutarla anche noi…”
Il vecchio scosse tristemente il capo.
“Grazie figliola! Sei molto cara! Ma non farti illusioni! Chi ha vissuto vent’anni in un certo modo, non riuscirebbe più ad inserirsi in una vita ordinata! Certi mali non si curano più! Bisogna prevenirli! Dopo è quasi impossibile sanarli! Ricevere un pasto caldo, una medicina, un’elemosina: tutto questo va bene, ci aiuta a sopravvivere. Ma se ci chiedono di collaborare secondo la loro mentalità, per lo più si illudono. La maggior parte di noi non sono capaci di collaborare, anche se capiscono che dovrebbero farlo, e che, non facendolo, fanno del male a sé stessi e a chi li aiuta. E’ più forte di loro! Se dai loro dei soldi per una medicina, ci si comprano, invece, l’alcool. Se li accogli a dormire in casa tua, la notte fuggono con l’argenteria. E’ tanto, tanto difficile sanare situazioni incancrenite! Lo ripeto: bisogna prevenirle! Ma sapere e sperimentare che esistono case ben ordinate, dove la sera le persone sane, come voi, si raccolgono nella pace, e dove facilmente si può ricevere un aiuto passeggero, o che almeno si possono guardare con commozione e con nostalgia dalla finestra: questo ci fa tanto bene, e ci dà fiducia che molte persone fragili come noi, prevenendo il male che le minaccia, sfuggiranno alla nostra sorte”.
Le due ragazze si guardarono rattristate e sgomentate dal discorso del barbone.
“Sì, certo! Prevenire è importante!” disse infine Vittoria. “Ma bisogna anche aiutare!”
“Aiutare è presto detto!” disse il barbone scuotendo il capo. “Bisogna saperlo fare, capire il nostro mondo, adattarsi alle nostre menti contorte! Pochissimi ne sono capaci!”
“E se lo imparassimo?”
Il vecchio scosse il capo e continuò a mangiare in silenzio. Quando ebbe finito, guardò con riconoscenza le due ragazze, rimase per un po’ seduto a contemplare la casa confortevole e bene arredata, poi si alzò e disse:
“Grazie! Siete due brave ragazze, e vi auguro di avere una vita felice. Mettete tutto l’impegno a conservare una vita di famiglia ordinata. Facendo così, preverrete molte disgrazie, non solo a voi, ma anche a quanti vivono e vivranno con voi, e sarete in grado di aiutare chi, a volte, ma non sempre, per colpa sua, è rimasto escluso dal calore familiare. Volete imparare ad aiutare quelli come me in modo efficace? Ve lo auguro! Non solo per il nostro, ma anche per il vostro bene. Come si può essere felici, vedendo intorno a sé tanta infelicità?! Ma potrete farlo soltanto se saprete preservare dalla rovina la vita delle vostre case. Addio, figliole! Il ricordo di questa serata mi accompagnerà sempre, e mi darà più aiuto e conforto di qualsiasi altra cosa!”
Le due ragazze avevano le lacrime agli occhi e, nonostante l’aspetto poco attraente e poco pulito del vecchio, non poterono fare a meno di abbracciarlo affettuosamente esclamando:
“Addio!”
“Addio! Lei è un buon uomo!”
“Che il Signore l’accompagni!”
Commosso e con gli occhi lucidi il barbone uscì infine dalla casa del biancospino e si inoltrò nel bosco.
Vittoria e Margaret rimasero affacciate alla porta e lo guardarono allontanarsi, finché il vecchio non scomparve tra gli alberi.

Una risposta sofferta

Caro Luca,
quando la Madre Abbadessa mi ha riferito del tuo incontro con lei, non l’ho presa bene. Ho sofferto molto in tutto questo tempo, e sapere i particolari della tua avventura, anche se alla fine si parlava di un tuo pentimento, non ha fatto che aggravare la mia sofferenza. Per questo, all’inizio, pensavo che non mi sarei più fatta viva con te. Poi, però, ho cambiato idea.
In questi giorni ho pregato molto. Ho chiesto anche al Signore che desse anche a me la vocazione, come l’ha data a mia cugina Francesca. Infatti, sentivo una repulsione all’idea di creare qualcosa con un altro e, non potendomi più fidare di te, avrei voluto abbandonare ogni progetto di amore umano e cercare la pace soltanto in Dio.
Ma la grazia della vocazione non mi è stata accordata e, invece, il Signore mi ha fatto conoscere e capire tante altre cose.
Vi è qui un gruppo di inglesi, amici della mia compagna di scuola Vittoria e di mia cugina Francesca. La provvidenza li ha condotti qui per vie misteriose, perché qui, in un monastero di clausura, trovassero ispirazione per un progetto che sta loro a cuore.
Tra questi inglesi vi sono il padre e la sorella di una ragazza che l’anno scorso è morta tragicamente alla fine di una nottata in discoteca. Da allora queste persone si sono messe in animo di fare qualche cosa per aiutare i giovani a non lasciarsi inghiottire dagli ingranaggi della vita notturna e dai disordini del sesso, dell’alcool e della droga. Purtroppo l’esercito dei giovani, e, purtroppo, dei giovanissimi che rimangono vittime della seduzione di una vita viziosa è immenso. Scusami se te lo dico con franchezza: ho dovuto amaramente sperimentare che di quell’esercito fai parte, o almeno hai fatto parte, anche tu.
Come si spiega che queste persone sono venute a cercare qualche suggerimento proprio in un monastero di clausura? E’ difficile spiegare le vie misteriose che li hanno condotti qui. Il fatto è che, finché qualche evento, spesso doloroso – come è accaduto a me – non ci conduce in questi luoghi, per noi la vita claustrale è una realtà incomprensibile, che non abbiamo neanche la curiosità di conoscere. Ma quando la conosciamo e la sperimentiamo, allora capiamo che forza immensa vi sia in una comunità che, con concorde collaborazione, organizza il suo tempo in modo da indirizzare all’intimo miglioramento di ciascuno, per l’utilità comune, le ore più preziose della giornata.
E’ proprio questo ciò che gi amici inglesi vorrebbero realizzare a Londra: una casa di residenza per giovani studenti e lavoratori in cui si viva con gioia una vita alternativa rispetto al comune andazzo della gioventù, e non soltanto della gioventù. In questa casa le ore della giornata dovrebbero essere impiegate, oltre che allo studio e al lavoro professionale, a servirsi reciprocamente per vivere e imparare a vivere in comune. Lavori di pulizia, di cucina, di lavaggio, di mantenimento e restauro della casa, di cura degli infermi, di sostegno a chi ha bisogno, dovrebbero occupare i tempi più significativi della giornata, e tutto ciò anche con lo scopo di far crescere ognuno umanamente nella generosità, nella laboriosità, nella cooperazione umile e ordinata e nell’amore reciproco e fattivo. Ciò permetterebbe, tra l’altro, a quanti vorranno vivere nella casa, di non pagare alcuna somma, o almeno di pagare soltanto una piccola retta.
Ci sono però grandi problemi per avviare un progetto come questo. Già il padre della ragazza che è morta l’anno scorso, tramite un agente commerciale suo amico, ha individuato una bella casa con giardino nella vecchia Londra, in vendita a un prezzo accessibile, e si accinge ad acquistarla. Ma ora si richiede l’opera di volontari, in grado di adattare l’edificio alle nuove esigenze. Inoltre si pone il problema di inventare modi di divertimento e di svago serale sani, che siano alternativi rispetto a quelli offerti con tanta abbondanza dalla vita notturna di una metropoli – e ora non soltanto più di una metropoli. Non ti parlo di altri aspetti, che richiederebbero un lungo discorso.
Domani gli ospiti inglesi partiranno. Intanto ieri sono arrivate qui, finalmente, Vittoria e la sua amica Margaret, che erano state trattenute per l’aggravarsi della salute del nonno di Vittoria, che infatti è morto pochi giorni fa. Così finalmente ho potuto parlare a lungo con Vittoria, con la quale ho un ottimo rapporto.
Ieri ci siamo trattenute in un colloquio che è durato quasi tutta la notte. Mi sono sfogata con lei e ho pianto a lungo. Anche lei ha pianto, e mi ha riferito le ultime parole che le ha detto il nonno prima di morire. Non posso ripensarci senza sentire un fremito di commozione! Infatti, anch’io mi sento coinvolta nella misteriosa benedizione che le parole di nonno Giorgio hanno fatto risplendere su tutti gli avvenimenti di questi ultimi mesi.
In questo mondo, che ricerca ormai soltanto il benessere materiale – o, anzi, che con l’eccesso del benessere ha trovato soltanto la strada di un infinito malessere – Vittoria con la sua famiglia e la cerchia sempre più allargata dei suoi amici, tra cui ci sono anch’io, si è trovata nelle mani l’eredità di una missione bellissima: quella di ridare un’anima al mondo che l’ha sconsideratamente gettata via.
Oh Luca! Io sento che anche tu sei investito da questa benedizione! Non voglio saperne di un’altra storia d’amore e non ho avuto la grazia, che desideravo, della vocazione. Io ti voglio ancora bene! Ma, nello stesso tempo, ho tanta paura, e tanta speranza! Il Signore, che ha fatto di una prostituta una santa, non potrebbe fare di te uno strumento della sua misericordia? Ma tu devi dimostrarmi con i fatti, e non con le parole, che questo miracolo sta avvenendo!
Mi hai fatto dire dall’abbadessa che vorresti trascorrere un anno lontano, a fare del bene senza tornaconto e senza cercare divertimenti mondani.
Sì, Luca! Questo io ti chiedo: va’ a Londra e impegnati per un anno, con i nostri amici inglesi, ad organizzare la casa che stanno progettando – che, dal nome della ragazza scomparsa, si chiamerà Erika House!
Vuoi farlo? Se tu accetterai e se dimostrerai, come hai detto, a te stesso e a tutti noi, che veramente il Signore ha operato in te questa trasformazione, tu sarai sempre il mio Luca, al quale voglio un mondo di bene.
Ti scongiuro, con le lacrime agi occhi, rispondimi una sola parola, senza aggiungere altro: Sì!
Caterina

Carissima Caterina,
Sì!
Il tuo Luca

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