EBOOK: IL GIURAMENTO romanzo di Don Massimo Lapponi

(ultimato il 16 agosto 2013)

L’accoglienza

Philip Temple con il figlio Thomas e la nipote Margaret arrivarono con largo anticipo all’areoporto di Londra e dovettero aspettare più di mezz’ora prima che la famiglia Castelli apparisse finalmente nell’atrio dell’aeroporto. Appena Margaret vide entrare Vittoria, insieme al padre, alla madre, alla sorella Emma e al fratello Stefano, immediatamente corse loro incontro piena di gioia. Dopo aver calorosamente salutato tutti, e soprattutto la sua amica del cuore Vittoria, subito si affrettò a fare le presentazioni.
“Mio nonno Philip, mio padre Thomas. Il Dottor Alessandro Castelli, sua moglie la Dottoressa Silvia Fernandez, i loro figli Stefano, Emma e Vittoria”.
Dopo cordiali strette di mano e scambi di cortesie, il nonno di Margaret disse, non senza un po’ di commozione, in perfetto italiano:
“E’ mio dovere esprimere il rammarico di tutti noi per i delitti perpetrati a vostro danno dalla mia infelice madre, la Marchesa Adriana Boreggi. Mi consola però sapere che in qualche misura ciò è stato compensato dall’amicizia benefica che è sorta tra la vostra figlia Vittoria e la mia cara nipotina Margaret. So che sono un po’ parziale verso di lei per il gran bene che le voglio, ma non posso non sentirmi fiero della mia nipotina, e in questa circostanza desidero ringraziarla di vero cuore, davanti a tutti voi, per aver fatto in modo che tra le nostre famiglie non ci fosse alcuna ostilità, ma anzi una cordiale amicizia” .
Mentre Alessandro e Silvia rispondevano esprimendo i più amichevoli sentimenti verso la famiglia inglese, Vittoria, prendendo Margaret sotto braccio, le sussurrava all’orecchio:
“Sono proprio contenta che tuo nonno dica queste cose di te”.
“Io invece” rispose Margaret, rossa in viso per l’imbarazzo, “vorrei che nonno qualche volta tenesse la lingua a posto!”
Solo Emma aveva difficoltà con l’inglese, cosicché ben presto si avviò un’animata conversazione, mentre, con i bagagli in spalla, il gruppo si avviava verso l’uscita dell’aeroporto.
In breve raggiunsero la stazione ferroviaria e si sistemarono sul treno per Reading.
“Dottor Castelli” disse Thomas con un sorriso che esprimeva tutta la sua simpatia per la famiglia italiana, “naturalmente voi sarete nostri ospiti”.
Alessandro lo guardò un po’ imbarazzato.
“Ma non eravamo d’accordo che saremmo andati in albergo?”
“Sì, certo, ma soltanto per la notte. Per il resto sarà nostro piacere approfittare il più possible della vostra compagnia. Abbiamo molte cose da chiedervi sul Dottor Bonich e suoi suoi scritti”.
“Saremo felicissimio di stare con voi, e anche noi vorremmo sapere molte cose su Chrales Williams, Dorothy Sayers e gli altri grandi scrittori cristiani di Oxford. Sappiamo che il Dottor Philip li ha conosciuti bene”.
“Veramente quando sono arrivato a Oxford” disse Philip “Charles Williams era già morto, ma ho frequentato a lungo gli altri, che lo ricordavano con grande venerazione”.
“Penso che avremo modo di dirci molte cose interessanti” disse Alessandro sorridendo cordialmente a Philip “e che passeremo dei bellissimi giorni insieme a voi”.
“Naturalmente, come già sapete” intervenne Thomas, “Vittoria sarà nostra ospite anche per la notte, cioè per una sola notte, perché domani lei e Margaret andranno al campeggio con gli scout”.
“Sì, questo è il programma. Veramente ci dispiace un po’ perdere la compagnia delle nostre brave ragazze, ma ci fa sempre piacere sapere che sono al sicuro in un buon ambiente e che sono felicissime di stare insieme”.
Margaret e Vittoria sorrisero gioiosamente e si scambiarono uno sguardo di intesa molto eloquente. Avevano desiderato tanto incontrarsi di nuovo, dopo la partenza di Margaret dall’Italia, e ora non sembrava loro vero di poter stare a lungo insieme, per di più in un campeggio scout, con la prospettiva di numerose avventure. Per Vittoria poi l’entusiasmo era raddoppiato dal fatto di trovarsi per la prima volta in Inghilterra.
“Dove andremo per il campeggio?” chiese.
“Nel Galles” rispose Margaret. “In una zona di campagna bellissima. Ci accamperemo vicino a una fattoria dove potremo acquistare da mangiare, e poco lontano dovrebbe esserci anche un’antica cappella”.
“Mamma mia! Non vedo l’ora”.
“Ci sarà qualche problema per la lingua con la gente del posto. Anche per noi a volte è difficile. Il governo, contrariamente all’uso comune, cerca addirittura di sradicare il loro strano modo di parlare, che è proprio incomprensibile. Per esempio invece di dire: a nest of birds, dicono qualche cosa come : brid–nist”.
“Sradicare un dialetto” osservò Silvia “non è una cosa bella”.
Thomas scoppiò a ridere.
“Non vi preoccupate! Non riusciranno mai a sradicare il dialetto gallese!”
Aggiunse poi rivolto a Vittoria:
“Ma vedrai che sarà una bellissima esperienza. La campagna del Galles è bellissima e mangerete prodotti molto genuini. A proposito, signora Silvia, spero che ci farete assaggiare qualche cosa della cucina italiana!”
Tutti scoppiarono a ridere.
“Con l’aiuto di Emma” disse infine Silvia “spero di poter fare qualche cosa di buono. Ma voi preferite la cucina italiana o la cucina inglese?”
“Questa è una domanda assurda!” esclamò Philip, causando una generale ilarità.
La conversazione li accompagnò per tutto il viaggio e finalmente nel pomeriggio inoltrato arrivarono alla stazione di Reading. Ad aspettarli c’era la moglie di Thomas, una signora bionda sulla quarantina, un po’ paffutella, dal viso simpatico e sorridente, tipicamente inglese.
Quando il gruppo scese dal treno, andò loro incontro esclamando:
“E’ questa la nostra cara famiglia italiana? Io sono Nora, la moglie di Thomas e la madre di Margaret. Non sapete quanto sono felice di incontrarvi!”
Tutti si presentarono e la salutarono cordialmente.
“Lo avranno già fatto i miei” aggiunse Nora, “ma voglio anch’io chiedervi perdono per tutto il male che la sciagurata Signora Boreggi ha fatto alla vostra famiglia. Vi prego di dimenticare tutto e di accettare la nostra amicizia”.
“Cara Signora Temple” esclamò Silvia abbracciandola, “abbiamo già dimenticato tutto e vi chiediamo di non ricordare più quello che è successo. Ma io devo dirle che lei ha una figlia adorabile e mia figlia Vittoria non poteva tovare un’amica migliore”.
“Bene, bene!” disse Thomas. “Ma ora avviamoci a prendere i taxi per accompagnarvi all’albergo a depositare i vostri bagagli. Poi verrete da noi ad assaggiare, almeno per questa sera, la detestabile cucina inglese”.
Tutti scoppiarono a ridere e si avviarono verso l’uscita della stazione.

In viaggio per il Galles

La mattina dopo Margaret e Vittoria si alzarono di buon’ora per raggiungere i loro compagni scout presso la parrocchia anglicana di Reading. Il viaggio durava molte ore e dovevano partire presto per arrivare prima che l’oscurità impedisse di montare le tende.
La sera prima, dopo aver depositato i bagagli all’albergo, tutta la famiglia era stata ospite degli amici inglesi e dopo cena la conversazione si era protratta a lungo. Ma le due ragazze si erano ritirate per tempo, sia perché non vedevano l’ora di stare loro due sole a parlare delle mille cose che avevano da dirsi, sia perché, dovendosi alzare presto la mattina dopo, non potevano permettersi di andare a dormire troppo tardi. A dire il vero quest’ultima esigenza dispiaceva loro un po’, perché le costringeva a limitare a pochi minuti la loro prima conversazione privata. Ma il sacrificio fu affrontato con gioia, al pensiero di tutto il tempo che avrebbero a avuto a disposizione nel giorni successivi per stare insieme e dirsi tutto quello che avevano nel cuore.
Dopo una rapida colazione, scesero in strada e Thomas le acxcompagnò in automobile a destinazione. Le due ragazze lo salutarono calorosamente e poi raggiunsero di corsa il gruppo degli scout che si affollava intorno al pullman pronto per la partenza. George, William e i giovani che erano stati in Italia il mese precedente accolsero Vittoria con la più grande cordialità e le rivolsero mille domande sui loro amici del reparto scout italiano.
Quando finalmente il gruppo fu al completo e i bagagli furono sistemati nel bagagliaio, dopo aver recitato sull’attenti il “Padre Nostro” e cantato l’inno nazionale, i ragazzi con i loro capi salirono ordinatamente in vettura e il pullman si avviò verso l’autostrada per il Galles.
Naturalmente Vittoria e Margaret si erano sedute una accanto all’altra e Margaret aveva insistito perché la sua amica occupasse il posto accanto al finestrino.
“Io già conosco l’Inghilterra” aveva detto. “Mi sembra giusto che tu, che sei qui per la prima volta, abbia modo di godertela”.
Davanti a questo ragionamento Vittoria aveva dovuto necessariamente cedere.
“Ma al ritorno” aveva detto “ci stai tu al finestrino”.
“Senti, ti prego! Non parlare ora del ritorno! E’ un argomento troppo triste!”
“Davvero! Mamma mia! Perché tutto deve finire?! Ma ora non pensiamoci. Sono così felice di fare con te questo viaggio che non hai idea! Mi scoppia il cuore di gioia e non vorrei finire mai di ringraziare Dio!”
“Non me lo dire! A me sembra di essere già in paradiso!”
“Per fortuna non c’è qui Don Franco. Altrimenti subito getterebbe l’acqua sul fuoco e ci direbbe che il paradiso bisogna guadagnarselo sudando sette camicie”.
“Oh, William non è da meno! Del resto hanno ragione. Però credo che se il Signore ci concede fin da ora momenti di felicità così grande, sarebbe ingratitudine non accoglierli con gioia sincera. Si sa che poi verranno anche i momenti tristi, e bisogna aspettarseli. Ma la fede ci dice che infine prevarrà la gioia, e quindi perché non goderci questo anticipo di paradiso?”
“Oh, Margaret! Sono così felice! Guarda che meravigliosa giornata! Ma è vero che qui il tempo non dura?”
“Sì, veramente qui bisogna aspettarsi di tutto. La mattina esci con il sole e poco dopo hai bisogno dell’ombrello. Ma speriamo che oggi si mantenga sempre così”.
Intanto il pullman era uscito dalla città e aveva imboccato l’autostrada.
“Come è bella la vostra campagna!” disse Vittoria. “E’ diversa dalla nostra. Quanti prati rasati al suolo! Cosa sono? Campi di golf?”
“Sì, certo. E’ uno sport molto praticato. Come sai da noi lo sport ha un posto molto importante”.
“Sì, lo so. Ho letto in un libro che per entusiasmare un francese a un incontro sportivo bisogna dirgli che è in gioco l’onore nazionale, mentre per entusiasmare un inglese a una battaglia bisogna dirgli che è come un incontro di rugby”.
Margaret scoppiò a ridere.
“Questa non la sapevo!” disse. “Anche l’Italia è molto bella. Ancora ricordo come un sogno la chiesa francescana sperduta in mezzo alla campagna”.
“A proposito: sai niente del posto dove andiamo? E’ vero che c’è una cappella antica?”
“Così ho sentito. Però non so i particolari. Dovrebbe esserci una fattoria gestita da un gruppo di giovani. Sembra che abbiano dei prodotti squisiti, che producono loro stessi. Dovrebbe essere una fattoria molto antica, e la cappella fa parte della stessa proprietà”.
“Che bello! Pensare che si parla sempre dell’Inghilterra come della patria di Mary Quant, dei Beatles, degli Hoolligans e del degrado giovanile”.
“Purtroppo in parte è vero. Ma, specialmente in provincia, le cose non stanno così. Tante famiglie, come la nostra, sono sinceramente credenti e vogliono restare tali e vivere una vita sana, come quella dei nostri antenati. Però non ti nascondo che vedo con timore avvicinarsi grandi pericoli, che minacciano anche la parte sana della nostra società”.
“In Italia è lo stesso. E tu sai bene che ne ho fatto l’esperienza. Quanto è stato brutto sentirsi irrimediabilmente lontana dalla felicità dell’infanzia e quasi costretta, per coerenza con le proprie convinzioni, a seguire l’esempio di una società apparentemente gaudente, ma in realtà disperata, senza legami profondi e sinceri e senza Dio! Non ti ringrazierò mai abbastanza per avermi tratto fuori in tempo da quell’inferno! Ma quanti giovani ci si affogano! Vorrei fare qualche cosa per loro!”
Margaret le prese una mano e la strinse tra le sue.
“Vittoria!” disse. “Non ringraziare me: io sono solo uno strumento! Ma senti: facciamo ora un patto! Giuriamo che per tutta la vita ci impegneremo a salvare i giovani dai pericoli di questo mondo e a far loro scoprire sempre di più la bellezza della vita sana, del rispetto per i genitori, dell’amore puro, della fedeltà e del servizio fraterno verso tutti? Non sono queste le cose che abbiamo imparato dagli scout? E dobbiamo avere fiducia che il Signore ci aiuterà a difenderle, nonostante gli ostacoli che ci minacciano”.
Vittoria ricambiò calorosamente la stretta di mano di Margaret ed esclamò con la voce tremante per la commozione:
“Sì, Margaret! Qualche volta sono terrorizzata e mi sembra di essere impotente di fronte al male che avanza con tanta arroganza. Ma la tua amicizia mi dà tanto coraggio! Sì! Giuriamo solennemente davanti a Dio che saremo sempre unite nella lotta per il bene dei giovani nostri fratelli!”
Chiusero gli occhi tenendosi per mano e per qualche minuto rimasero in silenzio confermando l’impegno espresso a voce nel segreto del loro cuore.
Intanto il pullman aveva percorso un buon tratto di strada ed era giunta l’ora del “lunch”.
Si fermarono in uno spazio predisposto e tutti scesero in strada.
Di là dal parapetto di protezione c’era un prato ombreggiato da un gruppo di alberi, presso il quale un uomo stava lavorando con un trattore. George gli chiese il permesso di utilizzare il terreno e l’uomo volentieri glielo concesse.
Gli scout si sistemarono sotto gli alberi, trassero fuori le provviste e incominciarono a consumare il pranzo. Poco distante c’era anche una stazione di servizio, e per un po’ di tempo ci fu un continuo via vai. Quando furono tutti rifocillati e rinfrescati, risalirono in vettura e il pullman si rimise in viaggio.
Dopo aver attraversato terreni acquitrinosi e brughiere spazzate dal vento, l’autobus raggiunse una zona collinare intensamente coltivata, ricca di boschi e punteggiata di piccoli villaggi e casolari. Proseguendo verso sud-ovest si inoltrò nel cuore della campagna del Galles e nel tardo pomeriggio, dopo aver percorso una discesa piena di curve sul fianco di una collina, si arrestò presso una fonte in un’ampia pianura ricca di vegetazione.
Benché fossero piuttosto stanchi per il lungo viaggio, i ragazzi non indugiarono a scendere dal pullman e a mettersi al lavoro per piantare le tende e sistemare l’accampamento. Il movimento, dopo ore di immobilità, era sempre un sollievo per loro e la prospettiva di una buona cena e di un’altrettanto buona dormita era molto allettante.
Tutto si svolse con ordine e a tarda sera, ultimati tutti gli adempimenti in programma, dopo aver recitato le preghiere sotto la guida di William, gli scout si ritirarono nelle loro tende rimandando al giorno dopo l’attribuzione dei ruoli e la fissazione degli orari delle attività.

Oak Farm

Il giorno dopo, ultimate le pulizie mattutine, le preghiere e la colazione, gli scout si radunarono al centro del campo e George, dopo aver illustrato il programma dei giorni di accantonamento, distribuì gli inacarichi e stabilì i turni per i vari servizi. Tra questi vi era l’incombenza di andare ogni mattina alla vicina fattoria, chiamata Oak Farm, ad acquistare pane, latte, uova, frutta, verdure e altre vettovaglie.
“Ogni giorno” disse George “cinque scout a turno andranno alla fattoria. Oggi andranno James, David, Fred, Margaret e Vittoria. Potete andare subito. E’ facile trovare la fattoria: basta seguire quel sentiero. E’ a meno di un chilometro. Su questo foglio vi è la lista delle cose da acquistare. I ragazzi della fattoria già sono informati e vi stanno aspettando”.
Ciò dicendo George porse la lista a James e i cinque giovani si avviarono allegramente lungo il sentiero, molto eccitati al pensiero di vedere finalmente Oak Farm, di cui si era tanto parlato durante il viaggio.
Il sentiero saliva leggermente sulla costa della collina, fincheggiato da basse siepi. Intorno si vedevano prati e pascoli a perdita d’occhio, ricchi di querce e di salici, con casolari sparsi tra i campi e branchi di pecore al pascolo.
“Si incomincia bene!” esclamò Vittoria aprendo le braccia e aspirando l’aria fresca a pieni polmoni.
“Ti piace il Galles?” le chiese David. “Sai che io sono mezzo gallese?”
“Allora parli il dialetto di qua?”
“Veramente non tanto. Però un po’ lo capisco, e mi fa morire dal ridere”.
“Sapete niente di questa fattoria?”
“Non tanto” intervenne James. “E’ la prima volta che ci veniamo e anche George fino a poco tempo fa non sapeva neanche che esistesse. E’ stato un suo conoscente a parlargliene e a raccomandarla come punto di appoggio per un campeggio. Ha preso qualche informazione e gli è sembrato che veramente il consiglio fosse ottimo”.
“Dicono che sia una casa antica” disse Margaret.
“Così sembra” rispose James. “Mi ha detto George che ha parlato con i ragazzi che la gestiscono. Lavorano molto bene. Recentemente ha avuto anche dei restauri. Ma eccola là. Ora possiamo vederla con i nostri occhi, e anche chiedere qualche informazione.
A un centinaio di metri da loro il sentiero si apriva su un ampio terreno, attraversato da una strada carrozzablie, in cui campeggiava la fattoria, con un vialetto di accesso, un muro di cinta e un cancello di ingresso.
Il cancello era aperto e i giovani entrarono all’interno del recinto. Oak Farm apparve ai loro occhi come un’imponente dimora di altri tempi. Al centro vi era il fabbricato padronale, alto due piani, con un massiccio portone di ingresso. Ai lati si stendevano due lunghe ali di fabbricato presso le quali si vedevano ragazzi e ragazze affaccendati e piccoli bambini che scorrazzavano qua e là. Nei fabbricati, oltre agli spazi destinati ad abitazione, vi erano magazzini e officine. Sul terreno si scorgevano capannoni ordinatamente allineati per la raccolta dei prodotti agricoli e macchine da lavoro.
James si avvicinò a un giovane che si era voltato verso di loro.
“Siamo gli scout di Reading” disse.
“Vi aspettavamo” rispose il giovane con un sorriso cordiale. “Venite pure con me”.
Si avviò verso un grande capannone che si ergeva sul terreno a sinistra del caseggiato. Due cani, legati ad una catena poco lontano dal capannone, incominciarono ad abbaiare. Vittoria, che non aveva simpatia per i cani, si innervosì un po’ e il giovane se ne accorse.
“Niente paura” disse. “Non fanno male, e poi sono legati”.
“Non ti piacciono i cani?” disse Margaret a Vittoria. “Io li adoro. Sono gli amici più fedeli”.
“Sarà questione di abitudine. Ma se piacciono a te voglio fare uno sforzo e cercare di vincere la paura”.
Intanto erano giunti all’interno del capannone, dove una ragazza sedeva dietro un banco impegnata a fare dei conti. Intorno vi era una grande quantità di prodotti della fattoria disposti ordinatamente in gruppi distinti.
“Ann” disse il giovane che accompagnava i ragazzi. “Questi sono gli scout di Reading”.
“Benvenuti!” disse Ann sorridendo ai nuovi venuti. “Avete la lista dei prodotti?”
James si avvicinò al banco e incominciò a esaminare la lista insieme alla ragazza.
Mentre il giovane della fattoria, aiutato dai ragazzi di Reading, raccoglieva il materiale elencato nella lista, Margaret e Vittoria dettero uno sguardo in giro. I ragazzi e le ragazze della fattoria erano tutti al lavoro. Alcuni erano lontano nei campi, occupati a curare le coltivazioni o gli animali di allevamento. Si vedevano pecore, galline, conigli, maiali e anche alcuni cavalli che pascolavano in lontananza.
“Che bello!” disse Margaret, “Chissà se potremo andare a cavallo!”
“Sei capace?” chiese Vittoria.
“Sì, certo. Da noi è uno sport molto diffuso”.
“So che ora in Italia si sta diffondendo, ma non è molto comune. Io non l’ho mai praticato”.
“Insomma, sembra che con gli animali hai poca familiarità”.
“E’ vero. Ma mi insegnerai tu”.
“Ci puoi contare!”
“Ragazze!” chiamò James. “Ecco: i prodotti sono pronti. Ora ci divideremo il carico”.
“Se volete” intervenne il giovane della fattoria, “possiamo darvi un carretto con il cavallo. Vi risparmierà la fatica. E’ gratis!”
“Grazie! Buona idea!”
“Allora vado a prenderlo. Vi accompagno io”.
Il giovane si allontanò e gli scout attaccarono conversazione con Ann.
“E’ molto che sei qui?” le chiese Margaret.
“Due anni”.
“Ti trovi bene?”
“Sì, molto”.
“E’ vero che la fattoria è antica?”
“Sì, risale al XVIII secolo. Però di recente è stata restaurata”.
“Si vede che è tenuta molto bene”.
“Ma ecco Robert con il carretto”.
Il giovane era tornato con un piccolo carro trainato da un pony molto robusto.
Gli scout si avvicinarono al pony e incominciarono ad accarezzarlo e fargli mille complimenti.
“Che bello! Quanti anni ha? Ne avete tanti? Come mi piacerebbe fare una bella cavalcata? Magari ne avessi io uno così!”
Vittoria guardava un po’ imbarazzata, non essendo abituata a trattare familiarmente con gli animali.
“Vieni!” le disse Margaret. “Dagli anche tu qualche carezza. E’ dolcissimo!”
Vittoria si avvicinò e incominciò timidamente ad accarezzare il pony sulla testa. Intanto gli altri, vedendo che era un po’ spaventata, ridevano.
“Guarda che non ti mangia!”
Anche Vittoria rise.
“Mi piacerebbe essere come voi!” esclamò.
“Ma ora è tempo di andare” intervenne James. “Carichiamo il materiale e mettiamoci in cammino”.
Rapidamente, con l’aiuto di Robert, tutto fu sistemato e i giovani si avviarono verso l’accantonamento.
“Ti trovi bene qui?” domandò David a Robert.
“Benissimo! Veramente all’inizio ho fatto un po’ fatica ad adattarmi. Ma ora il lavoro mi piace molto e il posto è bellissimo”.
“Come hai deciso di venire qui?”
“E’ stata Ann che mi ha convinto. Volevo stare con lei, ma da un po’ di tempo lei aveva incominciato a frequentare Oak Farm, perché ci viveva una sua amica, e le era venuto il desiderio di venire a stare qui. Così ci siamo decisi. Qui però ci sono delle regole e abbiamo dovuto adattarci”.
“Che regole?”
“Bisogna lavorare, rispettare gli orari, e tante altre cose. Ma veramente dopo un po’ si fa tutto spontaneamente. Il buon funzionamento della fattoria lo esige e quando le cose procedono bene è un vantaggio per tutti”.
“Come è nato il vostro gruppo?”
“Oh, è una lunga storia! Ma eccoci arrivati! Scaricate tutto il materiale. Io debbo tornare subito alla fattoria”.
Gli scout deposero nella tenda-magazzino i prodotti acquistati a Oak Farm e Robert, dopo averli salutati cordialmente, si allontanò con il carretto.
“Ti è piaciuta la fattoria?” chiese Margaret a Vittoria.
“Moltissimo! E mi ha anche incuriosita. Chissà perché dei ragazzi così giovani hanno deciso di vivere qui!”
“A te non piacerebbe?”
“Forse sì, ma prima devi insegnarmi a familiarizzare con gli animali!”
Margaret rise.
“Io penso che sarei felicissima di vivere in quel modo! Ma vorrei saperne di più. Chissà cose c’è dietro la storia di quella casa!”
“Sai che George ha detto di non fare domande, perché sta organizzando un gioco tutto incentrato sulla storia della fattoria, o forse della cappella? Ha detto che sapere tutto in anticipo sciuperebbe la sorpresa del gioco”.
“Va bene. Allora stiamo zitte! Ma ora andiamo: è ora della riunione di gruppo!”.

Un incontro

Il giorno dopo era domenica e George aveva tutto predisposto perché Vittoria potesse andare ad ascoltare la messa in una vicina chiesa cattolica. Avrebbe dovuto prendere un autobus sulla strada principale alle 8,00 del mattino e in una mezz’ora avrebbe raggiunto un villaggio dove ogni domenica alle 9,00 si celebrava la messa. Margaret avrebbe voluto accompagnarla, ma proprio quella mattina spettava a lei il servizio di cucina. Del resto a Vittoria non dispiaceva andare da sola, perché le sembrava più avventuroso.
Così, dopo colazione la ragazza risalì la via percorsa dal pullman al loro arrivo e raggiunse la strada principale. L’autobus non si fece attendere. Era semivuoto. Vittoria salì, si accomodò presso un finestrino e rimase in silenzio a contemplare la lussureggiante campagna gallese che sfilava sotto il suo sguardo.
La solitudine e la visione dei campi ben coltivati, con i casolari sparsi per le colline e le greggi di pecore al pascolo, le infondevano una dolce emozione. Stava vivendo una bellissima esperienza e certamente al ritorno avrebbe avuto molte cose da raccontare. Ma aveva ragione Margaret: meglio non pensare al ritorno! Lasciarsi alle spalle quella bella campagna, separarsi dalla sua più cara amica, tornare in Italia con la prospettiva della prossima riapertura delle scuole… Che tristezza!
“Meglio non pensarci!” si disse. “Piuttosto, devo cercare di far tesoro di tutto il tempo che ho a disposizione. Ma ecco: questo dovrebbe essere il villaggio”.
L’autobus era entrato in un centro abitato e si era fermato lungo un viale circondato da abitazioni e da esercizi commerciali. Avuta la conferma di essere arrivata a destinazione, Vittoria scese in strada e chiese indicazioni per raggiungere la chiesa cattolica. Le indicarono una stradina leggermente in salita ed ella si avviò guardandosi intorno con curiosità.
Il villaggio era certamente di origine antica e anche le case moderne erano costruite secondo modelli tradizionali. Tetti aguzzi, mattoni dai colori vivaci, imposte decorate, piccoli giardini davanti alle abitazioni: tutto rifletteva il clima della vecchia Inghilterra, rallegrato dalla bella giornata e dall’atmosfera festiva della domenica.
La stradina che percorreva la condusse un po’ fuori del villaggio, su una collinetta in cima alla quale sorgeva una piccola chiesa, non antica, ma di aspetto gradevole. Intorno all’edificio vi era una giardino con alcune panchine.
La ragazza entrò, prese l’acqua benedetta e si fece il segno della croce. Dopo un po’ la chiesa si riempì di persone e incominciò la messa.
Il celebrante era un sacerdote anziano dall’aspetto sofferente. Celebrò con molta devozione e dopo il Vangelo fece una breve ma fervorosa omelia.
Vittoria rimase un po’ in preghiera dopa la messa, poi uscì e sedette su una panchina. Aveva più di un’ora da attendere prima della partenza dell’autobus per il ritorno. Inoltre si sentiva ancora immersa nel clima spirituale della celebrazione e desiderava meditare un po’ in silenzio e in solitudine.
Poco dopo ebbe l’impressione di essere osservata. Si volse e vide un giovane dall’aspetto molto trasandato che la guardava da una certa distanza. Aveva capelli lunghi e spettinati, una barba molto trascurata e un tatuaggio sul braccio sinistro. Indossava jeans e una camicia dai colori vivaci.
Fece un cenno di saluto a Vittoria e si avvicinò.
“Ti dispiace se mi fermo a parlare un po’ con te?” chiese.
“Se vuoi” rispose Vittoria un po’ imbarazzata.
“Scommetto che sei una degli scout di Reading” disse il ragazzo sedendosi sulla panchina accanto a lei.
“Sì, come lo sai?”
“Hai la divisa e so che siete accampati vicino a Oak Farm”.
“Conosci Oak Farm?”
“Sicuro! In questi giorni abito là”.
“Allora sei uno dei giovani del gruppo?”
“No. Non proprio. Sto lì soltanto per qualche giorno. Vado ogni tanto. Ma tu perché sei qui?”
“Sono venuta per sentire la messa”.
“Sei cattolica?”
“Sì. Sono italiana”.
Il giovane la guardò con curiosità. Poi le porse la mano.
“Io sono John” disse.
“Piacere. Vittoria”.
“Strano che una giovane come te vada a messa”.
“Perché è strano?”
“Generalmente i giovani si ribellano contro le imposizioni dei genitori”.
“I miei genitori non mi impongono niente. Certamente anch’io ho avuto i miei momenti di crisi, ma poi mi sono riavvicinata. Anche perché in casa la religione si respira con l’aria e con l’amore che ci lega insieme”.
John la guardò con aria che voleva essere di scherno, ma che esprimeva invece piuttosto stupore.
“Io non le capisco certe cose” disse. “Forse perché non ho mai avuto una famiglia Borghese. Cioè” aggiunse quasi per correggere un’espressione che poteva suonare offensiva, “una famiglia vera e propria”.
Vittoria lo guardò con curiosità:
“Non hai dei genitori?”
John sorrise con aria sprezzante.
“I miei genitori!?” esclamò. “Mio padre è morto di AIDS e mia madre l’ho vista poche volte in vita mia. Sono vissuto con i miei nonni materni, che non hanno mai gradito di dover svolgere il ruolo di genitori alla loro età. Ma non me ne dispiace. Il clima delle buone famiglie non fa per me. Ma senti un po’: cosa ci trovi nell’aria che respiri in casa che ti attrae verso una religione del passato?”
“Queste sono cose molto personali, che non si raccontano al primo venuto”.
John ebbe un moto di irritazione, ma subito si calmò e rimase in silenzio con aria triste. Si sentiva come esiliato da qualche cosa che intuiva nella persona della giovane italiana, che lo attraeva come una magia e a cui avrebbe voluto partecipare, ma che invece rimaneva ostinatamente e totalmente al di fuori della sua portata.
“Dunque io sono il primo venuto!?” disse infine.
Vittoria si sentì un po’ in colpa per le sue parole di poco prima e cercò di rimediare.
“Cioè, volevo dire che per me sei ancora uno sconosciuto”.
“Sì, sì, avevo capito! Ma mi avrebbe fatto piacere conoscere qualche cosa di più di voi credenti e sapere che cosa vi attira del mondo dei vostri genitori”.
“Nella mia famiglia sono successe molte cose che hanno lasciato un segno. Ma non è il caso di parlarne ora. Posso solo dirti che anche mia madre ha dovuto fare un certo cammino per giungere alla fede”.
“Se vuoi dirmi qualche cosa almeno di questo, te ne sarò grato”.
“Mia madre era una docente universitaria e quando conobbe mio padre lui era soltanto uno studente, di qualche anno più giovane. Per questo all’inizio lei non voleva saperne: credeva che lui fosse troppo giovane e immaturo. Quando però lesse la sua tesi di laurea, la trovò così straordinaria che cambiò completamente il giudizio su di lui. Mi ha raccontato che si sono fidanzati alla stazione, mentre mio padre stava partendo per il servizio militare. Mio padre, poco prima, aveva fatto amicizia con un padre gesuita, Padre Gerolamo, un anziano sacerdote che da molti anni era diventato cieco. Lo aveva incoraggiato a completare la sua tesi di laurea prima di partire per il militare. Se non ci fosse riuscito sarebbe stato un guaio. Dunque proprio grazie a Padre Gerolamo papà e mamma si sono fidanzati. Quando mamma seppe come erano andate le cose, volle andare subito a conoscere Padre Gerolamo. Poi ci tornò insieme a papà alla sua prima licenza durante il servizio militare. Il padre era stato felicissimo di conoscere mia madre e di sapere il buon esito di tutta la vicenda. A sua volta mia madre era rimasta affascinata da quell’anziano sacerdote cieco, che sembrava la saggezza in persona. Questo la aiutò ad avvicinarsi alla fede. Quando poi andarono a trovare il padre insieme, Padre Gerolamo disse loro che chiedeva un solo favore, e sperava di essere accontentato. Disse che sentiva di essere prossimo alla morte e chiese loro di non rimandare il loro matrimonio, perché desiderava celebrarlo lui stesso prima di morire. Papà e mamma risero di cuore per la richiesta del padre e gli dissero subito che lo avrebbero accontentato molto volentieri. Infatti poco dopo il congedo di mio padre si sposarono e Padre Gerolamo fece in tempo a benedire il loro matrimonio poco prima della sua morte. Fu proprio la morte di Padre Gerolamo che commosse profondamente mia madre e mise il sigillo definitive alla sua fede”.
John l’aveva ascoltata con molta attenzione. Quando la ragazza finì la sua narrazione, rimase in sienzio per qualche istante fissando il pavimento davanti a sé. Nonostante la parziale confidenza con cui Vittoria gli aveva parlato, sentiva ancora dolorosamente che tra il mondo di lei e il suo non c’era possibilità di comunicazione.
“Interessante” disse infine con voce triste. “Ma forse è ora che tu vada. Non voglio farti perdere tempo”.
“Sì, è meglio che vada. Altrimenti rischio di perdere l’autobus”.
Ambedue si alzarono e Vittoria gli porse la mano.
“Allora arrivederci. Può darsi che ci incontreremo ancora a Oak Farm”.
“Può darsi” rispose John con aria poco convinta.
Si strinsero la mano e Vittoria si incamminò rapidamente verso la fermata dell’autobus.
“Perché non le hai detto sinceramente quello che pensi?” si disse John guardandola mentre si allontanava. “Perché non le hai cantato in faccia tutto il tuo disprezzo per la loro ipocrita religione borghese? Perché non le hai detto che sarebbe meglio che si vestisse in modo più libero e non come una scout o come una ragazza di buona famiglia? Te lo dico io perché: perché tu ti sei innamorato di quella ragazza italiana e di tutto ciò che la circonda! Ma tanto, mettitelo bene in testa, tra lei e te non c’è nulla in comune! Il portone è chiuso con dieci lucchetti! E è bene che sia così: non credo che lei sarebbe capace di rovinarti, ma in fondo sarebbe un peccato che tu rovinassi lei!”
Dopo un ultimo sguardo triste nella direzione in cui Vittoria era sparita, John si mise le mani in tasca e si allontanò ciondolando.

La caccia al documento segreto

La sera del giorno seguente, dopo cena, mentre tutto il gruppo era radunato attorno al fuoco, George e William si alzarono e si rivolsero ai ragazzi con aria misteriosa.
“Come sapete” disse George “William e io l’anno scorso abbiamo fatto un viaggio intorno al mondo per ritrovare un vascello pirata scomparso misteriosamente nei mari del sud. Giunti presso un’isola deserta, abbiamo chiesto informazioni ad alcuni selvaggi del luogo, i quali ci hanno confermato che, secondo un’antica tradizione, un galeone pirata battente bandiera spagnola era naufragato tra le rocce al largo di quell’isola. Certi ormai di aver trovato il misterioso vascello, ci siamo immersi nel mare in apnea, nel luogo indicato, e abbiamo rapidamente raggiunto il fondo. Avevamo pochi minuti di autonomia e quindi più volte siamo dovuti risalire in superficie. Finalmente però all’ultimo tuffo abbiamo visto con gioia sotto i nostri occhi i resti del famoso vascello. Avremmo voluto portare con noi tutti i tesori ammucchiati nella stiva della nave, ma come fare in due sole persone e senza equipaggiamento per la respirazione sottomarina? Abbiamo avuto appena il tempo di afferrare una bottiglia che giaceva nel fondo di uno scrigno scoperchiato e siamo dovuti risalire subito in superficie per prendere fiato.
“Eravamo ormai troppo stanchi per continuare la ricerca e abbiamo deciso perciò di abbandonarla, almeno per il momento. Mentre riposavamo, sfiniti, sulla spiaggia, abbiamo incominciato ad esaminare la bottiglia che avevamo portato in superficie. Sembrava infatti che contenesse qualche cosa. L’abbiamo aperta con una certa difficoltà e cosa c’era dentro? Un documento in lingua inglese che conteneva la narrazione di avvenimenti relativi ad un’antica proprietà sperduta nelle campagne del Galles.
“Sorpresi per una simile scoperta, abbiamo deciso di verificare l’esattezza delle informazioni contenute nel documento e, con molta difficoltà, finalmente siamo venuti a sapere che la proprietà di cui ivi si parlava esisteva realmente e si chiamava Oak Farm…”
A questo punto tutti i ragazzi scoppiarono in una fragorosa risata.
“Silenzio!” intervenne William. “Come osate ridere alle spalle di due coraggiosi avventurieri che hanno rischiato la pelle per strappare alle onde del male un prezioso documento storico?!”
“Quanto tempo siete stati in apnea?” chiese un ragazzo ridendo.
“Sette minuti”.
Seguì un boato accompagnato da numerosi fischi.
“Io l’anno scorso ci sono stato due ore e mezzo!” esclamò un ragazzo.
“Silenzio!” riprese George. “Non fate i buffoni! Qui stiamo parlando di cose serie! Dunque, nell’antico documento che abbiamo strappato miracolosamente alle acque del mare era narrata tutta la storia di Oak Farm e della sua cappella. Ora voi sarete curiosi di conoscere il contenuto del documento. Ma non ci è sembrato giusto che, senza nessuna fatica da parte vostra, vi lasciassimo leggere un testo così importante per trovare il quale William ed io abbiamo sopportato mesi di navigazione sotto il sole tropicale e abbiamo affrontato i pericoli dei selvaggi dei mari del sud e le fatiche della pesca subacquea. Abbiamo dunque deciso che anche voi dovete affrontare una prova molto impegnativa per poter leggere il documento. D’altra parte il caso ci viene incontro, perché, in seguito a disguidi difficili da spiegare, è successo che il prezioso manoscritto è andato smarrito per la boscaglia che si estende lungo i fianchi della collina sulla cui cima è costruita la cappella.
“Fortunatamente siamo riusciti a localizzare il posto segreto in cui dovrebbe trovarsi il documento. La localizzazione però non è agevole. Essa può essere ricostruita soltanto per mezzo di quattro frammenti di un foglio manoscritto che vanno rimessi insieme e la cui scrittura cifrata deve essere interpretata tramite una difficile chiave di lettura, la quale a sua volta si può ricavare soltanto dall’accostamento di tutti e quattro i frammenti.
“Si formeranno, dunque, quattro gruppi di nove scout ciascuno e domani mattina un ragazzo di ciascun gruppo avrà in consegna uno dei frammenti del foglio in cui si trova la localizzazione del documento. Nessuno dei gruppi rivali deve sapere chi è il ragazzo o la ragazza che ha in consegna il frammento. I gruppi si disperderanno per la boscaglia e si impegneranno ciascuno a mettere insieme i vari frammenti. Quando si incontreranno due o più scout di due gruppi rivali, si svolgerà un combattimento di scalpo. Il ragazzo che perde, se è lui il custode del frammento, deve consegnarlo al vincitore. Se non ha lui il frammento, deve dire al vincitore il nome del ragazzo o della ragazza del suo gruppo che lo ha in custodia. Lo scout che riesce a mettere insieme i quattro frammenti, a decifrare il messaggio e a trovare il documento, deve raggiungere la cappella in cima alla collina e deve suonare la campana a festa. Ma prima di arrivare a suonare la campana può essere a sua volta scalpato. In quel caso deve consegnare il documento al vincitore. Quando si sentirà suonare la campana, tutti dovranno accorrere alla cappella. Allora chi è in possesso del documento leggerà a tutti la storia di Oak Farm. Tutto chiaro?”
“Quante complicazioni!”
“Non era più semplice raccontarci la storia e basta?”
“Avremmo fatto prima ad andare noi nei mari del sud!”
“David! Tira fuori il documento! Lo so che ce l’hai tu!”
Quando l’eccitazione si fu calmata, George divise gli scout in quattro gruppi, nominò i capigruppo e li incaricò di scegliere il consegnatario del frammento senza farne sapere il nome ai ragazzi dei gruppi rivali.
Dopo altri adempimenti e raccomandazioni e dopo la recita delle preghiere serali, tutti si ritirarono nelle loro tende per la notte.
La mattina dopo, ultimate le pulizie, la preghiera e la colazione, George diede i frammenti ai capigruppo, i quali a loro volta scelsero il relativo consegnatario. Poi tutti si avviarono verso la collina sulla cui cima sorgeva la cappella.
La giornata si presentava buona, anche se qualche nuvola copriva ogni tanto il sole. L’aria era fresca e tutti erano eccitatissimi per il gioco che si preparavano ad affrontare. Giunti ai piedi della collina, i quattro gruppi si dispersero nella boscaglia in varie direzioni.
Vittoria era il consegnatario del frammento affidato al suo gruppo, del quale naturalmente faceva parte anche Margaret. Le due ragazze si inoltrarono ridendo in un sentiero che saliva in direzione della cappella. Arrivate in una radura, si fermarono e si sedettero per riprendere fiato e cercare di immaginare una strategia di gioco.
“Forse” disse Margaret “ci conviene nasconderci in qualche posto e aspettare il passaggio di un compagno di un gruppo rivale. Se gli piombiamo addosso all’improvviso, potremmo avere un certo vantaggio nel combattimento”.
“L’idea non è male” rispose Vittoria. “Dove potremmo nasconderci?”
“Guarda quel cespuglio là. Mi sembra un buon riparo. Ma mi raccomando, lascia che combatta io. Tu hai il documento e se ti vincono ti tocca consegnarlo”.
“Mah! Vedremo un po’. Nel mio reparto dicono che sono imbattibile”.
“Eh, ma qui ci sono dei campioni che non hai idea!”
In quel momento apparve Jill, una ragazza che faceva parte del loro stesso gruppo.
“Margaret!” disse. “Vieni subito, ti cerca il capogruppo”.
“Vengo!” rispose Margaret. “Tu Vittoria nasconditi e non farti vedere. Aspetta che torni io”.
“Va bene. Non ti preoccupare”.
Ma appena le due ragazze si furono allontanate, dai cespugli spuntò fuori David, che faceva parte di un altro gruppo.
“Allora hai tu il documento!” esclamò. “Ho sentito tutto da dietro il cespuglio”.
“Accidenti! Allora in guardia!” rispose Vittoria tutta eccitata, mettendosi in posizione di combattimento.
Ognuno dei due aveva un fazzoletto infilato nella cintura dietro la schiena. Secondo le regole dello scalpo i due, usando una sola mano, dovevano cercare di sfilate il fazzoletto da dietro la schiena dell’altro. Chi riusciva gridava: “Scalpato!” e vinceva il combattimento. Il perdente non poteva più mettersi lo scalpo ed era eliminato dal gioco.
Vittoria si avvide subito che David era bravissimo, ma non si spaventò. Anche lei se la cavava molto bene e nel suo reparto era una delle migliori.
I due si affrontarono a lungo, senza che né l’uno né l’altro riuscisse a prevalere.
Dopo parecchi minuti di combattimento si sentirono stanchissimi e Davide disse:
“Senti, facciamo una sosta. Non ne posso più!”
“Va bene. Ci riposiamo un po’ e poi riprendiamo”.
“Andiamo a sederci sotto quell’albero”.
Ma mentre si avviavano, improvvisamente David allungò la mano per afferrare lo scalpo di Vittoria. Fortunatamente ella se ne accorse in tempo e, facendo un balzo di lato, riuscì a sottrarre lo scalpo alla presa dell’avversario.
“Mascalzone!” gridò inferocita. “Sarebbe questo il fair play inglese?”
“Bada come parli!” rispose David facendo finta di essere offeso.
“E tu bada a te!”
Così dicendo la ragazza si avventò come una furia verso l’avversario e, gettandosi abilmente di lato, gli strappò lo scalpo.
“Scalpato!” gridò piena di gioia.
“Birbante! Me l’hai fatta!” esclamò David ridendo.
“Te lo sei meritato!”
“Va bene, va bene! Ora però non andarlo a raccontare a tutti”
“Mah! Per questa volta ti perdono. Intanto però fuori il frammento, oppure dimmi chi ce l’ha”.
“Sei fortunata. Ce l’ho io! Eccolo!” e ridendo le porse il foglio.
“Grazie! A più tardi”.
“A più tardi, e buona fortuna!”
Vittoria si allontanò di corsa in cerca di Margaret.
Intanto Margaret, dopo essere stata informata dal capogruppo che uno dei frammenti lo aveva Emily, stava tornando verso il luogo dove aveva lascito Vittoria, in compagnia di Tom, un ragazzo magro e di bassa statura dall’aspetto timido e insicuro. Si incontrarono lungo un sentiero in mezzo alla boscaglia e Vittoria, tutta eccitata, disse all’amica di essere entrata in possesso di un frammento custodito da uno dei gruppi rivali, ma sorvolò sul comportamento sleale di David.
“Brava!” esclamò Margaret non meno eccitata dell’amica. “Ora dobbiamo rintracciare Emily. Dividiamoci e andiamo ognuno in una direzione diversa. Se qualcuno riesce a prendere il frammento è bene che lo consegni a te. E anzi, è meglio che ci diamo appuntamento tra mezz’ora al fontanile lungo la strada che sale direttamente verso la cappella”.
“Benissimo!” dissero Vittoria e Tom.
Vittoria ritornò sui suoi passi, mentre Margaret e Tom si dirigevano una verso l’alto e l’altro verso il basso.
Tom era un po’ ansioso. Nonostante la sua timidezza se la cavava bene nello scalpo, ma aveva un po’ paura di dover affrontare il combattimento da solo. Poco dopo incontrò Jill, la quale gli si avvicinò tutta eccitata e gli disse:
“Ho saputo che l’altro frammento lo ha James. Attento però se lo incontri: quello è tremendo!”
“Spero proprio di non incontrarlo”.
“Ehi! Voi due!” risuonò una voce alle loro spalle. “Pronti per il combattimento! Uno dopo l’altro però!”
Voltandosi videro Emily, una ragazza piuttosto robusta e molto sicura di sé.
“Rimani indietro!” disse Jill a Tom, e si predispose ad affrontare l’avversaria.
Emily era bravissima e in pochi minuti prevalse sull’altra ragazza.
“Scalpata!” esclamò. “Ora fuori il frammento!”
“Non ce l’ho io!” disse Jill ridendo.
“Chi ce l’ha?”
“Vittoria”.
“Bene! Poi vado a cercarla. Intanto, ragazzino, fatti avanti!”
Tom si preparò ad affrontare il combattimento piuttosto spaventato. Di fronte a Emily sembrava un pigmeo. La ragazza lo assalì come una furia, ma Tom, senza perdere la calma parò il colpo e si trasse indietro osservandola attentamente. Emily era abilissima, ma poneva tutta la sua fiducia nel timore che infondevano i suoi attacchi rapidi e violenti, resi più efficaci dalla sua corporatura robusta. Tom al contrario era molto prudente e riflessivo, e studiava bene le mosse dell’avversario.
“Se quando mi attacca” pensò, “invece di agitarmi spaventato, rimango calmo e mi giro leggermente di fianco, non arriva a prendermi lo scalpo. Così la faccio stancare. Intanto aspetto l’opportunità che si distragga”.
Il suo metodo funzionò. Emily continuava ad attaccarlo con violenza, ma non riusciva mai a raggiungere lo scalpo. Ciò la irritava e la innervosiva, e nello stesso tempo le sue forze andavano scemando. Osservandola sempre con attenzione, Tom si avvide, a un certo punto, che la ragazza, irritata per l’inutilità dei suoi sforzi, aveva sollevato il braccio sinistro con un gesto di stizza. Con una mossa fulminea infilò il suo braccio destro nello spazio non protetto al fianco sinistro di Emily e le strappò lo scalpo.
“Scalpata!” esclamò Tom, mentre Jill batteva le mani e gridava: “Bravo! Gliel’hai fatta!”
“Accidenti!” disse Emily seccata. “Farmi vincere da un ragazzino come te!”
Ma poi subito scoppiò in una fragorosa risata.
“Bravo Tom!” esclamò. “Chi l’avrebbe mai detto! Ecco il frammento!”
Gli porse il foglio e Tom lo mise in tasca e corse per il sentiero in cerca di Vittoria.
Mentre si dirigeva nel luogo dove pensava di poterla trovare, si imbatté in Margaret e le raccontò la sua prodezza con Emily.
“Bravo Tom, sei un fenomeno!”
“Ehi, voi, laggiù!” si sentì gridare.
Era James che si avvicinava verso di loro.
“Presto Tom!” disse Margaret. “Dà a me il frammento. Sai che James è tremendo. Io scappo e vado alla fonte. Tu trattienilo. Se vedi Vittoria dille che mi raggiunga lì”.
“Bene!” disse Tom, e le dette il frammento senza farsi vedere da James.
Prima che questi arrivasse, Margaret scappò via, mentre Tom andava incontro all’avversario.
“Togliti dai piedi!” esclamò James. “Non mi ci metto con te! Margaret! Fifona! Torna indietro”.
“Non ti ci metti o hai paura?” disse Tom apposta per provocare James.
Il trucco riuscì.
“Io paura di te!? Adesso ti faccio vedere quanto ho paura!”
“Invece di fare lo spaccone con i più piccoli, battiti con me!” si udì gridare alle loro spalle.
James si voltò irritato e vide Vittoria che si avvicinava a gran passi.
“Eccoti finalmente!” esclamò James.”Lo so che hai tu il frammento! Sei fritta!”
“Non cantare vittoria troppo presto” disse la ragazza, e si predispose al combattimento.
Mentre Tom si ritraeva e li guardava spaventato e ansioso, i due incominciarono ad affrontarsi. Vittoria si accorse subito che James era mancino. Questo era un grande vantaggio per lui, perché l’altro combattente non era abituato a un avversario mancino. Inoltre era alto di statura e robusto e i suoi movimenti erano rapidissimi.
James mosse di scatto il braccio sinistro come per aggirare il braccio destro di Vittoria e la ragazza istintivamente spostò il suo braccio verso l’esterno per parare il colpo. Ma con una mossa improvviso James deviò la traiettoria del proprio sinistro e lo infilò tra il braccio destro sollevato e il fianco della ragazza. Soltanto facendo un balzo indietro Vittoria riuscì per miracolo a salvare lo scalpo.
Intanto però aveva capito la tattica dell’avversario. Comprese che doveva tenere sempre il braccio destro aderente al corpo per non lasciare mai lo spazio libero esposto all’affondo del sinistro di James. La cosa non era facile, perché lo scatto del braccio di James provocava istintivamente, come movimento di difesa, lo scatto del braccio destro dell’avversario verso l’esterno.
Vittoria mise tutta la sua concentrazione a evitare questo movimento istintivo. Nello stesso tempo spiava attentamente gli scatti del braccio sinistro di James in attesa del momento opportuno. Ben presto questo si presentò: James come al solito scattò con il braccio sinistro verso l’esterno, credendo di provocare un movimento simile nella ragazza. Ma questa volta il suo scatto verso l’esterno risultò più ampio del solito, forse perché con i movimenti precedenti non aveva ottenuto l’effetto desiderato. Immediatamente Vittoria si gettò in avanti con tutto il corpo e infilò il proprio braccio destro nello spazio tra il sinistro e il fianco di James. Le sue dita afferrarono lo scalpo dell’avversario e con la preda trionfalmente in mano la ragazza andò a rotolare con una capriola nell’erba.
“Scalpato!” gridò piena di gioia.
“Brava!” gridarono a loro volta Tom e James insieme.
“Sei un fenomeno!” disse James sorridendo. “Ecco il frammento!”
Le porse il foglio e si allontanò scuotendo la testa e ridendo a crepapelle.
“Presto!” disse Tom. “Margaret ti aspetta alla fontana. Ha in mano l’altro frammento!”
“Accidenti! Allora abbiamo vinto!”
“Ancora no! Ora dobbiamo decifrare il messaggio e trovare il documento”.
“Bene! Il più è fatto! Ma non cantiamo ancora vittoria”.
E di corsa i due si avviarono verso la fontana. 

La cappella sulla collina

La fontana si trovava lungo la strada principale, a un centinaio di metri dalla cappella. Da un tubo metallico l’acqua fresca scorreva senza interruzione in una grande vasca di pietra, sulla quale qua e là vi erano ampie macchie di muschio. Sopra la fontana si allungavano i rami degli alberi vicini.
Quando Tom e Vittoria arrivarono in prossimità della fonte non videro nessuno.
“Dove sarà Margaret?!” chiese Vittoria.
“Eccomi! Eccomi!” si udì gridare, e Margaret spuntò fuori da un cespuglio accanto alla fontana.
“Mi ero nascosta qui per evitare brutte sorprese!” disse.
“Presto! Presto” esclamò Vittoria. “Abbiamo tutti i frammenti e dobbiamo decifrare il messaggio prima che arrivino altri!”
“Davvero?! Poi mi racconti. Dunque vediamo!”
Presero i frammenti e li accostarono. Il puzzle, di soli quattro elementi, era molto facile da ricomporre, ma il testo che ne risultava non dava alcun senso. Ai margini dei quattro frammenti vi era spiegata, in quattro parti distinte, la chiave di lettura. Ricomponendola si leggeva:
“Cinque lettere in più per ogni lettera”.
“Che cosa significa?” chiese Vittoria.
“E’ facile” rispose Tom. “Se per esempio vi è una A, per trovare la lettera giusta bisogna contare cinque lettere in ordine alfabetico. Dunque: dopo la A si conta: B, C, D, E, F. Ogni A in realtà è una F. E così per le altre lettere”.
“Bene!” disse Margaret. “Dunque facciamo presto!”
Applicando la chiave di lettura, venne fuori il seguente testo:
“Dove sarà l’antico documento? Presso la fonte non c’è una gabbia per gli uccelli?”
“Io non vedo uccelli!” esclamò Vittoria.
“Non c’è scritto che debbono esserci degli uccelli” disse Tom riflettendo attentamente sul testo del messaggio. “Parla di una gabbia per gli uccelli. Anche se non ci sono uccelli, dovrebbe esserci la gabbia”.
“Certo!” intervenne Margaret. “Eccola lì!” e indicò una piccola gabbia vuota che pendeva dal ramo di un albero.
“Vado io!” disse Tom, e rapidamente si arrampicò come uno scoiattolo sull’albero. Raggiunse la gabbia, la aprì e frugò nell’interno finché trovò alcuni fogli artificialmente ingialliti al fuoco.
“Ecco! Ecco il documento” esclamò.
“Zitto!” gridò Vittoria. “Non farti sentire”.
Troppo tardi! Un ragazzo e una ragazza di un gruppo rivale si stavano avvicinando e appena sentirono il grido di Tom si misero a correre verso la fontana.
Tom recuperò subito il suo sangue freddo.
“Presto Vittoria” disse, porgendole i fogli dall’albero. “Corri verso la cappella, mentre noi tratteniamo gli avversari!”
Vittoria afferrò il documento e partì di corsa in direzione della cappella. Intanto però i due giovani del gruppo rivale erano arrivati presso la fontana e, mentre Tom era ancora sull’albero e Margaret affrontava il ragazzo sopravvenuto, la ragazza si mise a rincorrere Vittoria lungo la salita.
Vittoria si accorse di essere inseguita e raddoppiò la corsa, ma era stanca e sentiva la ragazza avversaria guadagnare terreno dietro di lei. Cercò di mettercela tutta. Arrivata ormai a pochi metri dalla cappella sentì dietro di sé un grido di trionfo:
“Scalpata!”
Impallidì e si voltò portandosi la mano alla schiena.
Con un sospiro di sollievo verificò che il suo scalpo era ancora al suo posto, mentre a un metro di distanza Margaret brandiva trionfalmente lo scalpo della ragazza avversaria, che si era voltata allargando le braccia in segno di sconfitta. Tom, infatti, era sceso subito dall’albero e aveva liberato Margaret dal combattente dell’altro gruppo, cosicché la ragazza era potuta correre immediatamente in aiuto di Vittoria.
“Presto! Presto!” gridò Margaret. “Alla campana!”
A fianco della porta d’ingresso della cappella vi era una corda che pendeva dal soffitto. Vittoria percorse i pochi metri che ancora la separavano dalla meta e afferrò la corda tirandola con tutte le forze.
La campana era pesante e tirare la corda richiedeva uno sforzo notevole, ma era anche molto sonora, e ben presto per tutta la campagna intorno si diffuse il suo suono festoso.
A poco a poco tutti gli scout si radunarono attorno alla cappella e poco dopo giunsero anche George e William.
“Brava Vittoria!” disse George. “Hai trovato il documento?! Ora basta: hai suonato abbastanza! Allora, ragazzi! Raccogliamoci tutti in ordine nella cappella e il gruppo vincitore ci farà conoscere la sua storia”.
I ragazzi entrarono nel sacro edificio e si disposero nei banchi chiacchierando tra loro animatamente.
“Silenzio!” Disse William stando in piedi nel presbiterio rivolto verso il pubblico. “Spetta a Julian, il capo del gruppo vincitore, leggere la storia della cappella e della fattoria di Oak Farm. Julian, fatti dare il documento da Vittoria e vieni qui. Vieni anche tu, Vittoria”.
I due giovani raggiunsero il presbiterio con il viso raggiante per la gioia della vittoria.
“Un applauso a Vittoria!” esclamò William, e tutti applaudirono calorosamente, mentre la ragazza, rossa in viso e sorridente, si inchinava in segno di ringraziamento.
“Ora in silenzio” proseguì William “ascoltiamo la lettura del documento”.
Junian aprì i fogli e lesse:
“La fondazione della cappella di San Giacomo e della fattoria di Oak Farm risale al 1791, quando il pastore della Chiesa del Galles Richard Baker volle investire tutto il suo patrimonio per creare un centro di preghiera e di vita cristiana in questa regione.
“Dopo aver superato molti ostacoli da parte della sua famiglia e dei proprietari terrieri della zona, riuscì finalmente ad acquistare un ampio terreno sovrastato da un collina boscosa. Con l’aiuto di un suo parente, valido architetto, nello spazio di alcuni anni realizzò un edificio di residenza nella pianura e una cappella, dedicate all’apostolo San Giacomo, in cima alla collina.
“Ben presto la residenza divenne una prospera fattoria, nella quale molti giovani del posto trovarono lavoro. Nello stesso tempo Richard Baker svolgeva con zelo la sua missione di pastore, attirando alla fede e alla preghiera le popolazioni locali. La sua affabilità, il trattamento rispettoso e cordiale nei confronti dei dipendenti della fattoria, la sua sollecitudine instancabile verso i poveri e i sofferenti e la sua disponibilità per i problemi di tutti gli attirarono l’universale benevolenza e ciò servì a consolidare la fede e la pratica della vita cristiana tra la gente del posto.
“Quando egli morì, nel 1817, gli succedettero nel ministero e nella proprietà della fattoria e della cappella i suoi due figli James e John. Emuli del padre, i due giovani pastori consolidarono il frutto del lavoro paterno. Ma dopo alcuni anni John, il più giovane dei due fratelli, sentendosi superfluo nell’amministrazione della fattoria e nel lavoro pastorale, decise di portare il contributo della sua attività nelle colonie britanniche.
“Nel 1825 si imbarcò per l’isola di Ceylon, dove gli fu affidata una parrocchia nella zona di Kandy. Il ricordo del pastore John Baker rimarrà sempre impresso nella memoria dei coltivatori silonesi delle piantagioni di caffè, e più tardi di tè, del territorio della sua parrocchia. Egli infatti si rese subito conto della gravissima ingiustizia che la legislazione britannica stava perpetrando ai danni della popolazione locale e cercò di intervenire.
“Richiamandosi a norme di diritto europeo, del tutto estranee alle tradizioni del posto, il governo britannico esigeva che le proprietà delle coltivazioni, tramandate da tempo immemorabile nelle famiglie del posto, fossero attestate da documenti scritti. In mancanza della documentazione richiesta, il governo riteneva suo diritto espropriare i terreni e riconvertirli in piantagioni di proprietà della corona, ovvero rivenderli a ricchi colonizzatori del Regno Unito.
“Di fronte a questa palese ingiustizia, John Baker protestò vivamente presso il governo locale, senza però ottenere alcun risultato. Dopo aver invano insistito per anni nella sua lotta, si decise finalmente a tornare in patria per affrontare direttamente gli esponenti del governo centrale.
Giunto a Londra dopo un viaggio avventuroso, nel quale rischiò di perdere la vita, con difficoltà riuscì ad ottenere un incontro con il ministro incaricato delle questioni coloniali. Il colloquio dorò a lungo e il ministro cercò di far capire a John Baker che la politica coloniale Britannica non poteva essere sconvolta dalle proteste di un pastore. Ma John non si fece intimidire e, tra suppliche, rimproveri e richiami alla coscienza cristiana del suo interlocutore, riuscì finalmente ad ottenere che almeno nel territorio della sua parrocchia l’esproprio non fosse applicato. Avrebbe voluto ottenere molto di più, ma capì che con ulteriore insistenza avrebbe rischiato di perdere anche quel poco che gli era stato concesso.
“Dopo una visita molto cordiale a suo fratello James, John ripartì per l’isola di Ceylon, dove fu accolto trionfalmente dai coltivatori della sua parrocchia, che già erano stati informati del successo della sua missione. Una lapide, che potete leggere sulla parete alla vostra sinistra, ricorda ancora l’opera meritoria di John Baker.
“Dopo la morte dei due fratelli – James morì nel 1851 e John nel 1859 – la proprietà della fattoria passò ai loro discendenti, i quali, memori delle virtù dei loro antenati, esercitarono quasi tutti lodevolmente l’ufficio pastorale fino agli anni settanta del secolo scorso. Più tardi, la fattoria, rimasta sempre proprietà della famiglia Baker, fu riorganizzata secondo criteri di coltivazione ecologica e data in gestione a un gruppo di giovani che vi risiedono stabilmente, mentre l’attività religiosa della cappella viene oggi curata da pastori inviati direttamente dalla Chiesa di Cardiff”.
Quando Julian ebbe finito di leggere il documento, William prese di nuovo la parola.
“Bene” disse. “Bisogna aggiungere che la cappella è anche un gioiello di architettura. Ora dunque, senza far confusione, potete alzarvi e girare per l’edificio, all’interno e all’esterno, in modo da poter meglio apprezzare l’opera dei nostri bravi pastori”.
I ragazzi si alzarono commentando animatamente la narrazione letta da Julian.
“Bisognava andare a cercare queste informazioni nei mari del sud!?”
“Il colonialismo! Quante brutte storie!”
“Una storia abbastanza banale! Io mi aspettavo chissà che cosa!”
“Io al posto di John Baker me ne sarei andato a vivere a Londra!”
Margaret aveva raggiunto subito Vittoria e le due ragazze, dopo aver chiesto altre informazioni a William, incominciarono a girare per la cappella per meglio apprezzare la sua struttura architettonica.
Effettivamente era un bell’edificio. La sua stessa posizione sulla cima della collina ricca di vegetazione era deliziosa. Uscendo dalla porta della chiesa lo sguardo spaziava su un panorama incantevole, tra boschi, campi, pascoli e casolari sparsi per la campagna gallese. La boscaglia saliva su per la collina fino a incorniciare la cappella di una corona di alberi di alto fusto, che ombreggiavano l’ingresso del sacro edificio e tutto il terreno circostante.
All’interno della cappella l’architettura era molo gradevole. Lesene marmoree scendevano lungo le pareti a distanza regolare l’una dall’altra e al centro di ogni spazio vi era una lapide che ricordava episodi memorabili e personaggi importanti della famiglia Baker. I banchi erano costruiti con arte in legno di quercia ed occupavano l’unica navata dell’edificio fino al presbiterio, dominato da un artistico leggio e da un altare di marmo bianco. A destra dell’altare facevano bella mostra le canne di un piccolo organo.
Margaret e Vittoria percorsero tutto il perimetro della chiesa osservando le rifiniture delle pareti e delle lesene e leggendo con interesse le lapidi.
“Senti un po’ ”, disse a un certo punto Vittoria. “Ma questa cappella non dovrebbe essere antica?”
“Certamente. Così risulta dalla narrazione”.
“Ma a me non sembra che sia antica. Guarda quella lapide, che ricorda John Baker. Il linguaggio è antico, ma il marmo sembra recente. E così tutto il resto”
“E’ vero! Non ci avevo fatto caso!”
“Veramente ho sentito parlare di restauri, almeno giù alla fattoria. Ma non credevo che avessero rifatto tutto nuovo! Si vede che si sono sforzati di fare un lavoro accurato e di riprodurre l’antichità. Però guardando bene si vede che non è originale”.
“Chissà! Proviamo a chiedere a William”.
Le due ragazze andarono in cerca di William e lo trovarono all’ingresso della cappella.
“Come si spiega” chiese Vittoria “che la cappella sembra rifatta nuova di recente?”
“Rifatta nuova?” chiese William stupito.
“Sì! Guardi bene. Quei marmi non sono antichi”.
William guardò in giro con attenzione.
“Effettivamente è vero. Sapevo che erano stati fatti dei restauri, ma non credevo fino a questo punto”
“A chi possiamo chiedere per saperne di più?” domandò Vittoria incuriosita.
“L’unica persona a cui chiedere è la proprietaria di Oak Farm”.
“E dov’è?”
“A Oak Farm, naturalmente”.
“Ma non ci sono i ragazzi là?”
“Nelle dipendenze. Ma nella casa padronale c’è la proprietaria, la Signora Baker”.
“Pensa che possiamo andare a trovarla per farle qualche domanda?”
“Penso di sì. Perché no?!”
“Ci andiamo questa sera?” chiese Vittoria a Margaret.
“Naturalmente!”

La Signora Baker

Nel pomeriggio inoltrato di quello stesso giorno Margaret e Vittoria entravano nel prato di ingresso di Oak Farm. Due ragazzi stavano lavorando presso un magazzino.
“Buona sera!” disse uno di loro. “Avete bisogno di qualche cosa?”
“Vorremmo parlare con la Signora Baker, se è possibile” rispose Margaret.
“Avete un appuntamento?”
“Veramente no”.
“Vediamo un po’. Venite con me”.
Il giovane si avviò verso la casa padronale seguito dalle due ragazze.
Giunto davanti al portone di ingresso il giovane suonò il campanello e poco dopo la porta si aprì e apparve sulla soglia una signora sulla cinquantina dall’aspetto molto distinto.
“Buona sera Mark” disse. “Chi sono queste signorine?”
“Buona sera. Sono due ragazze degli scout di Reading. Vorrebbero parlare con lei”.
“Prego, ragazze. Accomodatevi pure”.
“Non vorremmo disturbare” disse Margaret.
“Oh, non c’è alcun problema. Mi fa piacere parlare con qualcuno. Sono sempre sola!”
Mark fece un cenno di saluto e si allontanò, mentre le ragazze si accomodavano nel salotto della casa padronale.
La casa era molto bella: i mobili erano scelti con gusto e abbondavano ornamenti tradizionali e ricordi di famiglia.
“Prego, ragazze. Accomodatevi su quelle poltrone. Vi raggiungo subito” disse la signora, e si allontanò per tornare dopo pochi minuti con alcune tazze e una teiera.
“Gradite?”
“Grazie, signora”, risposero le due ragazze.
“Ma” aggiunse Margaret. “è bene che ci presentiamo. Io sono Margaret Temple e lei è Vittoria Castelli. Viene dall’Italia, ma parla bene l’inglese”
“Piacere” disse la signora sorridendo. “Quanto mi piacerebbe visitare l’Italia! Venezia! E’ vero che è la città più bella del mondo!”
“Veramente non lo so!” rispose Vittoria ridendo.
“Ma lasciamo stare” riprese la Signora. “A che debbo la vostra gradita visita?”
“Questa mattina” rispose Margaret “siamo state alla cappella di San Giacomo e lì ci hanno raccontato tutta la storia di Oak Farm. Ma, visitando meglio il luogo, ci siamo accorte che l’edificio è stato rifatto di recente. Allora ci è venuta la curiosità di sapere per quale ragione è stata ricostruita la cappella. Naturalmente non vogliamo essere indiscrete. Ma ci hanno detto che lei avrebbe potuto darci tutte le necessarie informazioni”.
Il viso della signora si irrigidì e nei suoi occhi apparve un’espressione di tristezza. Rimase per qualche minuto in silenzio, poi disse:
“E’ una storia lunga e dolorosa, che non racconto mai ad estranei. Ma voi mi ispirate fiducia e mi sento invogliata a raccontarvi tutto, se avete pazienza di ascoltarmi”.
“Signora” intervenne Vittoria. “Non vogliamo in alcun modo intrometterci nei suoi affari privati!”
“Non preoccuparti, cara!” disse la signora sorridendole amabilmente. “Vedo che siete brave ragazze e non mi sento di considerarvi estranee. Avete la pazienza di starmi a sentire?”
“Certamente!”
“Dunque ascoltate.
“Mio padre è stato l’ultimo pastore della famiglia Baker. Lui e mia madre avrebbero voluto che mio fratello continuasse questa tradizione, ma purtroppo le cose andarono diversamente. Mio fratello Richard – il nome doveva essere un programma! – fin da ragazzo si rivelò un carattere ribelle e insofferente. La cosa peggiorò quando, verso i diciott’anni, si mise con un complesso musicale giovanile e finì così per allontanarsi sempre più dai sentimenti della famiglia.
“Dopo la morte di mio padre la situazione andò rapidamente deteriorandosi. Mio fratello conduceva una vita molto disordinata e dava molti dispiaceri a mia madre, la quale pregava sempre per lui e cercava di fargli avere dei messaggi per richiamarlo sulla buona strada. Sperava che si avverasse per lui la parabola del figliol prodigo. Ma non fu così.
“Richard si faceva vedere in casa soltanto per chiedere soldi e ben presto sapemmo che si drogava. Mia madre cadde in una fortissima depressione. Era disperata, e non sapeva più che cosa fare. Io cercavo in tutti i modi di sostenerla e di infonderle fiducia, ma non approdavo a nulla. Finché un giorno avvenne la tragedia.
“Io non ero in casa, quando mio fratello si presentò con una decina di amici armati di spranghe di ferro. Dovevano essere tutti ubriachi. Quando mia madre vide entrare nella sua casa quella squadra quasi morì per lo spavento. Incominciò a supplicare Richard di mandar via i suoi amici, gli disse di tornare in sé, di ravvedersi. Non sapeva quanto soffriva e quanto pregava per lui?
“A sentir parlare di preghiera Richard perse il lume della ragione. Incominciò ad inveire contro la madre e contro l’ipocrisia della sua religione. Poi dichiarò apertamente che lui e i suoi amici erano venuti per far giustizia di una tradizione familiare di cui si vergognava e, sotto gli occhi terrorizzati di mia madre, con le spranghe di ferro sfasciarono tutta la casa: mobili, quadri, vetri, ricordi di famiglia… fu una strage, che poco dopo si ripeté nella cappella sulla collina. Lì anzi fecero peggio: non risparmiarono neanche le mura.
“Dopo aver compiuto questa bravata, vuotarono le bottiglie di liquore che trovarono in casa e se ne andarono allegri e soddisfatti, lasciando mia madre mezzo morta dallo spavento e dallo strazio di vedere ogni cosa a lei più cara ferocemente distrutta dal suo stesso figlio.
“Quando tornai a casa trovai la completa desolazione e mia madre distesa in terra quasi agonizzante. Mi precipitai a soccorrerla cercando di infonderle coraggio, ma lei neanche mi rispondeva. Quando le parlai di Dio, ella scosse il capo tristemente e disse: no, non credo più in Dio! Tutto mi è stato tolto! Tutto quello che avevo di più caro! Muoio disperata! Abbandonata da tutti e da tutto!
“Mamma, le dissi, perché sei così ingrata?! Come puoi dire che ti è stato tolto tutto? Non ci sono io con te? Il Signore non ti ha lasciato me? Non ti sono cara? Non valgo io per te più di tutti i beni terreni?
“Mia madre scoppiò in pianto ed esclamò tra i singhiozzi: sì, Elizabeth, sì! Ci sei tu e tu sei tutto per me! Perdonami! Perdonami Signore per le mie bestemmie! Sì, è vero, mi hai lasciato mia figlia e io sono un’ingrata! Io credo, Signore, e non mi permetterò mai più di rinnegarti!
“Mamma, le dissi, coraggio! Ti prometto che, con l’aiuto di Dio, rimetterò tutto a posto. Dedicherò tutta la mia vita a ricostruire il nostro patrimonio distrutto. E un giorno tu vedrai tutto come prima, meglio di prima!
“Grazie, Elizabeth, mi rispose. So che tu farai quanto hai promesso, ma io non lo vedrò. La mia vita ormai è finita. Sento che il mio cuore non regge. Ma muoio contenta sapendo che ci sei tu e che questa cara proprietà, che ha visto tanti santi pastori con le loro famiglie, sarà restaurata.
“Feci ricoverare immediatamente mia madre in ospedale e mi dedicai a lei anima e corpo. Ma non ci fu nulla da fare. Dopo pochi giorni mia madre morì. Grazie al cielo, la sua fu una morte serena, allietata dal pensiero che un giorno Oak Farm e la sua cappella sarebbero risorte dalla rovina.
“Richard non si degnò neanche di venire al funerale di mamma. Ma io mi detti da fare perché lui e i suoi amici non avessero guai con la giustizia. Trattandosi di una proprietà privata, con qualche difficoltà si riuscì a far sì che se la cavassero con poco. Poi per molto tempo non seppi più nulla di lui, finché mi giunse la notizia che era malato di AIDS e che era ricoverato moribondo in una casa di cura di Chelsea…”
“Malato di AIDS!?” esclamò Vittoria interrompendo la narrazione della signora. “Per caso suo fratello ha un figlio che si chiama John?”
“Sì! Infatti. Come lo sai?”
“Ho incontrato in questi giorni un ragazzo con questo nome, il quale mi ha detto che suo padre è morto di AIDS”.
“Sarà lui, senz’altro. Ma allora io non sapevo nulla della sua esistenza. La vita personale di mio fratello era un mistero per me.
“Quando seppi che stava morendo, andai subito a trovarlo a Chelsea. Ma appena mi vide incominciò ad insultarmi dicendomi di andar via e di lasciarlo in pace.
“Lo so che mi odi, diceva. Ma non me ne importa niente.
“Non ti odio affatto, gli dissi. Tu sei mio fratello e io prego sempre per te.
“Appena gli parlai di preghiera, divenne una belva. Vattene! gridava. Vattene!
“Cercai di farlo ragionare, ma, vedendo che non c’era niente da fare, alla fine mi avviai alla porta.
“Quando stavo per uscire mi sentii chiamare: Elizabeth! La sua voce era diventata debole e fioca. Sembrava che lo sforzo lo avesse sfinito. Lo guardai e vidi il suo viso cadaverico, ridotto a pelle e ossa, che mi guardava con espressione quasi supplichevole. Addio! mormorò. Addio Richard! gli dissi con affetto. Da allora non l’ho più rivisto. Pochi giorni dopo mi giunse la notizia della sua morte.
“Intanto mi stavo dando da fare per restaurare la proprietà. Dedicai a quest’opera gli anni migliori della mia vita. Rinunciai anche a sposarmi per poter adempiere più liberamente la mia missione. Chiesi aiuto allo stato, alla Chiesa, a istituzioni pubbliche e private. Andai anche più volte in America per cercare aiuti finanziari. Mi laureai in architettura per poter seguire personalmente i lavori.
“Fu una lotta estenuante, ma alla fine riuscii a mantenere la promessa fatto a mia madre morente. Oak Farm fu totalmente restaurata e la cappella di San Giacomo fu ricostruita esattamente come era prima.
“Ma a questo punto ci fu una novità del tutto imprevista. Quando tutto era ormai finito e io mi chiedevo come gestire da sola la casa con il terreno, mi si presentò un giovane che disse di essere mio nipote. Non mi risulta di avere nipoti, gli dissi. Mi raccontò allora che mio fratello Richard aveva avuto un figlio da una ragazza incontrata per caso in un locale notturno.
“I genitori praticamente lo avevano abbandonato ed egli era cresciuto con i nonni materni. Ma con loro non si era mai creata una vera affezione. Mi disse che per un po’ di tempo aveva seguito l’esempio di suo padre, senza però giungere alla droga o all’eccesso di alcool. Ma recentemente era stato conquistato dal pensiero ecologico e dal desiderio di tornare alla natura. Per questo aveva formulato il progetto di impiantare un’azienda agricola ecologica nella proprietà di Oak Farm. Mi chiese che cosa ne pensavo.
“Rimasi molto perplessa e gli dissi che avevo bisogno di tempo per riflettere. Intanto però volevo mettere alcune cose in chiaro. Che non mi venisse a parlare della Dea Gaia o del misticismo della Natura, o di energie segrete, o di culti pseudo-orientali, perché altrimenti il discorso finiva lì.
“Si mise a ridere e mi disse che lui non voleva sentir parlare di misticismo, in nessuna forma, né occidentale né orientale, né antica né moderna, né teista né panteista. Il mio autore preferito, disse, è David Thoreau, il quale, al pastore che in punto di morte gli parlava della vita eterna, rispose: una vita per volta! Quindi su questo punto potevo stare tranquilla.
“Gli dissi che la risposta di Thoreau non mi sembrava particolarmente intelligente, ma che ad ogni modo quanto mi riferiva mi sembrava rassicurante.
“Rimanemmo d’accordo che ci saremmo rivisti dopo due giorni, perché io avessi il tempo per riflettere.
“Quando tornò gli feci un discorso molto chiaro. Non sono contraria, gli dissi, ad affidare Oak Farm a un gruppo di giovani con serie intenzioni di impiantare un’azienda agricola ecologica. Ma pongo un’esigenza inderogabile: i ragazzi e le ragazze che vogliono vivere qui devono essere regolarmente sposati. Non ammetto coppie transitorie, promiscuità, abiti e comportamenti immorali. Su questo non transigo. Se non ti va bene, non se ne fa niente.
“Rimase a lungo pensieroso. Poi disse che la cosa gli sembrava problematica, ma che non poteva ora dire l’ultima parola. Aveva bisogno di rifletterci e di parlare con i suoi amici. Ci demmo appuntamento per la settimana successiva. Quando venne mi disse che aveva parlato con i suoi amici. La maggior parte di loro non aveva neanche preso in considerazione l’ipotesi. Ma quattro di loro, dopo aver parlato a lungo con le loro ragazze, alla fine avevano deciso di accettare. Se per me andava bene, a una data da stabilire si sarebbero presentati con i relativi certificati di matrimonio e avrebbero garantito un comportamento morale e rispettoso, e naturalmente una gestione più che buona dell’azienda. Però, aggiunse, tra quei quattro non ci sono io. Per questo mi proponeva a sua volta una soluzione di compromesso. Quelli che come lui non se la sentivano di vivere un rapporto matrimoniale stabile, chiedevano il permesso di poter passare, come single, dei periodi più o meno lunghi di residenza a Oak Farm, impegnandosi a non recare disturbo alla moralità delle coppie residenti.
“Capii che dovevo cedere qualche cosa, e d’altra parte la sua richiesta mi sembrava ragionevole. Subito acconsentii, e così dopo pochi giorni incominciammo le pratiche per organizzare la nuova azienda.
“All’inizio facemmo un accordo sperimentale. Dopo un anno, vedendo che le cose procedevano bene e che le giovani famiglie erano tranquille e lavoravano con impegno, raggiungemmo un accordo definitivo. Sono ormai tre anni e mezzo da quando abbiamo sistemato tutto in modo stabile, e devo dire che sono molto soddisfatta. Sono venuti anche altri giovani e vedo che si trovano bene. Rimane il cruccio per mio nipote, che, nonostante abbia avuto lui l’idea, rimane al margine dell’attività e così rischia veramente di seguire gli esempi del padre”.
“Mi dispiace, povero ragazzo!” disse Vittoria. “La storia che ci ha raccontata è veramente molto tragica. Ma lei ha fatto un lavoro stupendo! Rimettere a posto un così vasto patrimonio con il sacrificio di tutta la vita! Però ne valeva la pena: è un posto stupendo! E alla fine è stato la salvezza per un bel gruppo di giovani”.
La signora la guardò sorridendo con aria nello stesso tempo fiera e modesta.
“Ho fatto del mio meglio” disse. “Era il mio dovere”.
“Grazie, signora, per le cose che ci ha detto e per il tempo che ci ha dedicato” disse Margaret. “Torneremo a trovarla prima di partire. Ma ora è meglio che andiamo. Non vorremmo arrivare troppo tardi al campo”.
“Mi dispiace che andiate via così presto” rispose la signora alzandosi per accompagnarle alla porta. “Spero che manteniate la promessa di tornare a trovarmi”.
“Ci può contare!” rispose Margaret.
Le due ragazze salutarono calorosamente la signora, uscirono dalla casa padronale e si avviarono in fretta verso il campo scout.

La vigilia

“Purtroppo siamo arrivate alla fine! Domani si riparte!” esclamò tristemente Vittoria uscendo dalla tenda.
Il pomeriggio era inoltrato e gli scout erano tutti indaffarati a impacchettare il materiale del campo e a preparare i bagagli per la partenza.
“Su, non essere triste!” disse Margaret cercando di farle coraggio. “Abbiamo ancora parecchie ora da stare insieme. E poi certamente ci rivedremo presto”.
“Che ci rivedremo è certo! Come faccio a stare senza di te? Ma che sia presto ne dubito! Tra poco incomincia la scuola. Ti immagini che allegria?! Quasi quasi me ne vengo a vivere a Oak Farm!”
“A proposito! Non abbiamo ancora mantenuto la parola di andare a trovare la Signora Baker!”
“Hai ragione, accidenti! Andiamo subito, altrimenti non c’è più tempo”.
Le due ragazze corsero da George a chiedere il permesso e poi si avviarono in fretta verso la fattoria.
“Sai che veramente mi piacerebbe vivere a Oak Farm?” disse Vittoria mentre percorrevano rapidamente il sentiero.
“Anche a me non dispiacerebbe. Ma abbiamo tempo per pensarci”.
“Ecco la fattoria! E’ proprio un posto bellissimo!”
Entrarono nel cancello e Vittoria ebbe un fremito.
“Guarda quel ragazzo laggiù!” esclamò. “E’ il nipote della Signore Baker!”
Margaret guardò con curiosità nella direzione indicata. John era sdraiato sull’erba sotto un albero e sembrava intento a contemplare il cielo.
“Vorrei andare a salutarlo” disse Vittoria.
“Sei sicura che sia il caso? Sii prudente!”
Vittoria la prese per mano e la guardò negli occhi.
“Margaret” disse. “Ricordi il giuramento che abbiamo fatto nell’autobus?”
Margaret arrossì e abbassò gli occhi confusa.
“Sì, hai ragione! Andiamo a salutarlo!”
Le due ragazze si avvicinarono a John, il quale appena le vide si alzò subito in piedi guardandole con sorpresa e con imbarazzo.
“Oh, Vittoria! Che sorpresa! Non credevo che ci saremmo rivisti!”
“Ciao, John! Ti presento la mia amica Margaret”.
“Piacere” disse John guardando Margaret con curiosità. “Come mai da queste parti?”
“Domani partiamo” rispose Vittoria, “e siamo venute a salutare la Signora Baker.
John la guardò perplesso.
“La conoscete?” chiese.
“Sì. L’altro giorno le abbiamo fatto una visita. E’ una persona molto in gamba!”
“Beh, sì, a modo suo ha i suoi numeri! Dunque domani ve ne andate!?”
“Sì. Veramente ci dispiace un po’ ”.
“Non dovrei dirlo, forse, ma… dispiace anche a me”.
“Chissà se un giorno ritorneremo! E’ un posto così bello! Perché invece di venirci ogni tanto non ti ci fermi stabilmente?”
“Sarebbe bello, vero?” rispose John con un sospiro, guardando Vittoria con uno sguardo enigmatico. “Ma è un privilegio che non è dato a tutti”.
“Perché?” intervenne Margaret. “Ci sono qui tanti giovani! Non ti troveresti bene con loro?”
“Mah! Non posso spiegare certi miei problemi personali! Ad ogni modo, grazie del consiglio: ci penserò. Intanto vi saluto e vi auguro buon viaggio. Spero che ritornerete qualche volta”.
“Magari!” rispose Vittoria. “Ma ora dobbiamo andare a salutare la Signora Baker. Poi passiamo di nuovo a salutarti”.
“Mah! Se mi trovate ancora qui, bene. Altrimenti ci salutiamo adesso”.
Vittoria gli porse la mano.
“Su, non fare lo stravagante! Aspettaci!”
John le strinse la mano e la guardò con imbarazzo.
“Davvero ci tieni?!
“Naturalmente!”
“Si vede che non mi conosci bene!”
“Oh, smettila! Vuoi proprio fare la parte dell’orco?”
Tutti e tre scoppiarono a ridere.
“Buona idea!” disse infine John. “Non mi dispiacerebbe divorare un po’ di cristianucci!”
“Però incomincia dopo che siamo partite noi!” disse Margaret ridendo.
“Va bene, va bene! Allora vi aspetto!”
Dopo un ultimo saluto le due ragazze lo lasciarono dirigendosi verso l’ingresso della casa padronale.
John le guardò allontanarsi con aria malinconica.
Quella ragazza italiana aveva qualche cosa di speciale che lo incantava. Aveva spesso pensato a lei dopo il loro primo incontro e ora gli si era presentata così inaspettatamente! Era stata gentile a venire a salutarlo e a insistere perché la aspettasse. Ma non doveva farsi illusioni: tra lui e lei c’era un abisso invalicabile.
Mise le mani in tasca e incominciò a passeggiare nel prato.
Sì, doveva riconoscerlo: si era proprio innamorato di lei! Ma doveva far finta di niente e tenersi tutto dentro.
Si voltò a guardare la casa padronale.
“Vittoria è lì! Così vicina! Ma per così poco tempo! Tra poco andrà via e non la rivedrò più! E neanche saprà mai quello che provo per lei! E se anche lo sapesse, che cosa gliene importerebbe? Anzi, scapperebbe via prima del tempo! Non c’è niente da fare! Mi devo tenere dentro la mia disperazione senza farlo vedere. Devono pensare che sia soltanto un orco, che non mi importi niente di niente! Così se penserà a me si farà una risata, e speriamo che almeno pensi: però come orco non è antipatico!
“E’ stata gentile a venirmi a salutare! Oh, mamma mia! Perché devo farmi tante illusioni! A una borghesuccia come lei che gliene importa di uno sregolato come me? No, l’abisso non si può attraversare! Come lei non accetta il mio modo di vivere, così io non accetterei mai il suo! Mai! Per nessuna cosa al mondo! Neanche per amore!”
Rimase a lungo pensieroso con lo sguardo fisso in terra.
“Se almeno lo sapesse! Ma a che servirebbe? Forse qualche volta mi penserebbe! Forse direbbe una preghiera per me! Ma che sto dicendo! Sono impazzito?! Una preghiera per me! Che me ne faccio! No! E’ meglio che non dica niente! A me non gioverebbe e a lei potrebbe far male. No! Non voglio farle del male! Anche se sembro un orco! No! Non sono un orco! Non voglio fare del male! E non voglio fare del male a lei!
“Forse è meglio che me ne vada! Incontrarla ancora sarebbe troppo doloroso, e anche pericoloso. Potrei dire cose che non devo dire. Potrei farla soffrire. Non voglio farla soffrire!
“Sì! Me ne vado. Penseranno che ho avuto un contrattempo e tutto finirà lì. Che gliene importa a loro di me?
“Mi sembra la soluzione migliore. Se non la rivedo è meglio. Domani già non ci penserò più”.
Si avviò verso il cancello di ingresso. Ma in quel momento si aprì la porta della casa padronale e si udirono le voci squillanti delle due ragazze che salutavano la Signora Baker.
“Arrivederci! Grazie! Speriamo di venire a trovarla ancora!”
“Grazie ragazze! Sono stata felicissima di conoscervi. Vi auguro un buon viaggio e spero di rivedervi presto!”
Il portone si chiuse e si udì risuonare il riso gioioso di Vittoria, che esclamava:
“Dove se ne è andato John?!”
Il giovane si voltò e tornò sui suoi passi.
“Eccomi! Sono qui!”
Le ragazze gli corsero incontro.
“Simpaticissima tua zia!” esclamò Vittoria.
“Ah! Vi ha detto che è mia zia?”
“Sì. Che c’è di male!?”
“Niente, niente! Solo che siamo molto diversi e ognuno sta per conto suo”.
“Potresti venire più spesso a trovarla. E’ così buona!”
John guardò Vittoria con aria enigmatica e rimase a lungo in silenzio.
Vittoria si sentì turbata. Per superare l’imbarazzo disse:
“Dunque ora ci salutiamo!”
“Sì” rispose John con voce stranamente calma. “ Ma prima vorrei dirti una cosa. Non mi interessa se mi sente anche la tua amica.
“Vittoria… io… vorrei farti una promessa. Sì… veramente… ti prometto che penserò seriamente a quello che mi hai detto… Vedrò di fare in modo di venire a vivere stabilmente qui con mia zia. So che non sarà facile per me. Ma ci penserò seriamente. E farò questo perché mi sento cambiato. Non lo avrei fatto mai prima di conoscerti. Ma ora qualche cosa mi spinge a farlo. E ti prometto anche che cercherò di considerare la religione senza più rifiuti pregiudiziali, anche se per me è ancora tutto un mistero. Per questo ti chiedo… ti sembrerà strano da parte mia… ma ti chiedo di… di pregare per me, perché riesca a trovare il modo per venire a vivere qui. Voglio farlo… Ti prometto che mi sforzerò di farlo… Te lo prometto… Lo farò per… per te… per amor tuo!.. Ma scusami! Perdonami se ti dico queste cose! Non vorrei mai farti del male!”
Vittoria lo guardò commossa.
“No, John! Non mi fai del male! Ti auguro di tutto cuore di poter realizzare questo tuo progetto! E ti aiuterò con la mia preghiera! Vedrai che si aprirà per te una strada nuova, un destino a cui non avevi mai pensato prima. Anche Margaret pregherà per te. Non sai quanto siamo unite noi due!”
“Certo, John!” intervenne Margaret. “Ti saremo vicine e aspettiamo di avere presto la bella notizia di saperti sistemato a Oak Farm!”
“Grazie!” esclamò John stringendo le mani delle due ragazze. “Addio!”
“Non addio! Arrivederci!” rispose Vittoria sorridendo.
Dopo una lunga stretta di mano, le due ragazze si avviarono verso il campo scout facendo un ultimo segno di saluto.
John rimase a lungo a guardare le due giovani che si allontanavano. Poi si rivolse verso la casa padronale e, dopo un breve indugio, si avvicinò al portone di ingresso.
Suonò il campanello e poco dopo sulla soglia apparve la Signora Baker.
“John!” esclamò. “Come mai sei qui? Ma vieni, entra pure!”
“Grazie, zia. Ho bisogno di parlare con te”.
“Vieni, vieni, accomodati!”
Si accomodarono in salotto e John, dopo un attimo di silenzio, disse:
“Vorrei chiederti una cosa: se mi decidessi a sposarmi regolarmente, come hanno fatto i miei amici, mi accetteresti come ospite fisso a Oak Farm?”
“Me lo domandi? E’ proprio quello che desidero! Dunque hai finalmente trovato la persona che fa per te?”
“No, zia. Non ancora. Ma spero di trovarla in qualche modo”.
“Se la cerchi negli ambienti che frequenti tu, temo che non la troverai mai. Cercala in ambienti diversi, tra ragazze di buona famiglia…”
“No, zia, questo no! Una ragazza di buona famiglia non ne vorrebbe mai saperne di me. E sinceramente non mi attrae proprio. Preferisco cercarla nel mio ambiente. Lo so che è difficile, ma non è impossibile. Hai visto che i miei amici le hanno trovate, e proprio nella nostra cerchia. Non devi giudicare le persone dal tuo punto di vista. E’ questo che non sopporto della morale borghese! Chi l’ha detto che tra le ragazze del nostro ambiente non ve ne siano tante che sono alla ricerca di qualche cosa, di una vita migliore, di una felicità che non sanno dove trovare, e che forse troverebbero a Oak Farm?”
“Hai ragione, caro! A volte siamo degli ipocriti! Ma come mai ora hai preso questa decisione?”
“E’ una cosa mia personale, di cui preferisco non parlare con nessuno. Voglio aggiungere una cosa soltanto. Ho promesso che d’ora in poi non considererò più la religione con i miei soliti pregiudizi. Anche se ancora non la capisco, non voglio rifiutarla a priori. Per questo vorrei chiederti, anche se ti sembrerà strano, di pregare per me, perché possa presto trovare una ragazza della mia cerchia disposta a seguirmi qui alle condizioni da te stabilite”.
“Non sai con quale gioia pregherò per te e per questa tua intenzione!”
“Bene, zia! Grazie! Ora ti lascio. Ho bisogno di stare un po’ da solo, e domani partirò per Londra. Voglio incominciare subito la mia ricerca”
“Il Signore ti accompagni!” disse la Signora Baker alzandosi per accompagnare il nipote alla porta.
John si avviò all’uscita dell’abitazione, si fermò ancora una attimo sulla soglia per un ultimo saluto e poi scomparve nel buio della sera.
La Signora Baker chiuse il portone e rimase per qualche minuto immobile in silenzio. Poi si avviò verso le scale e salì al piano superiore. Entrò nella sua stanza da letto e si sedette su una poltrona.
Il suo sguardo si posò su una fotografia della madre illuminata dal chiarore di una lampada.
“Mamma!” pensò. “Chi lo avrebbe mai detto! Il Signore è grande! Richard non è stato il figliol prodigo che tu tanto avresti desiderato. Ma vedi che le tue preghiere non sono andate perdute! Guarda ora questo figliolo, che era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato!”

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