EBOOK: IL GRANDE CONSESSO romanzo di Don Massimo Lapponi

ultimato il 7 luglio 2015

La prima arrivata

“O, Madre! Tra poche settimane incomincia l’ultimo anno di scuola! Poi finalmente potrò entrare in monastero!”
Francesca sedeva nel parlatorio di Acquafredda, con la valigia ancora chiusa appoggiata per terra accanto alla sedia, e, piena di emozione, si rivolgeva all’Abbadessa, Madre Lioba, che era scesa a salutarla.
L’Abbadessa sorrise dell’ingenuo entusiasmo della ragazza e le disse:
“Guarda che la vita monastica non è tutta rose e fiori! Dice, anzi, San Benedetto che possono entrare soltanto quelli che sanno sopportare le difficoltà e le umiliazioni con cui, quando si presentano, devono essere messi alla prova”.
“Oh, madre! Lo so che non dobbiamo aspettarci la felicità in questa vita, ma nell’altra! Lo disse anche la Madonna a Santa Bernadetta. Eppure io sento che nel monastero sarò felice!”
“Te lo auguro! Ma intanto devi dimostrare la tua buona volontà compiendo bene il tuo dovere scolastico. Dunque per ora pensa a far bene l’ultimo anno del liceo. Oltre tutto, in monastero una buona preparazione culturale è sempre molto utile”.
“Non dubiti! Per il monastero farò tutto quello che devo fare! Specialmente mi impegnerò con il latino! Da quando frequento Acquafredda ho incominciato ad appassionarmici. E poi, seguendo le lezioni e i suggerimenti di Suor Maura, mi sto impegnando molto nella musica e nel canto – anche se nella mia scuola questo serve poco”.
“A proposito! Quando vengono le tue amiche? So che dovete incontrarvi qui per discutere del vostro gruppo. Però mi raccomando: se vuoi diventare monaca di clausura, non devi farti coinvolgere in attività fuori del monastero”.
“Oh, no, madre! Ne abbiamo discusso a lungo! Ha spiegato Edith che la vocazione della clausura è preziosa per sostenere le persone impegnate nel mondo con la preghiera e con l’ospitalità. Oh, lo sa che Edith già da dicembre sta studiando l’italiano? So che ha fatto grandi progressi! Ha detto che quando verrà, questa volta, non vuole dire una sola parola in inglese! E ha detto che non è giusto che le monache di clausura non siano conosciute e che, se è vero che loro devono essere fedeli alla loro vocazione e non devono uscire dal monastero, i fedeli però devono frequentarle per imparare da loro a pregare e a vivere bene. Io non ho nessuna intenzione di vivere nel mondo, ma sarò ben felice se le ragazze del gruppo, o anche altri fedeli, verranno a partecipare alla nostra preghiera e alla nostra vita!”
“Edith è veramente ispirata! Credo che dovremo imparare molto da lei! Ma allora: quando verranno le tue amiche?”
“Dunque: Giulia, Susanna, Linda e Caterina verranno domani. Dopodomani dovrebbero venire insieme Edith, Vittoria e Margaret. Mancheranno Dorothy e Kitty. Dorothy deve accudire al bambino e Kitty deve restare a Erika House. Lo sa che si è fidanzata con Patrik?”
“Sì! Me lo ha detto Suor Bridget. Mi fa molto piacere!”
“Vittoria e Margaret sono state a Reading e poi a Oak Farm con i loro genitori e con i loro fidanzati. Sa che si sono fidanzate con due gemelli? E’ naturale! Sono inseparabili! Non potevano scegliere altro che due gemelli! Mi ha detto mia cugina che sono due bravissimi ragazzi, molto impegnati anche nella Chiesa. Poi da Oak Farm con il pulmino dei gemelli hanno accompagnato i genitori di Vittoria all’aeroporto e hanno proseguito per Erika House. Lì i gemelli le hanno lasciate per tornare in Scozia e loro si fermeranno per qualche giorno con Edith, Kitty e Patrick. Verranno direttamente da Erika House tutte e tre insieme”.
“Benissimo! Ora, dunque, tu entra pure in clausura. Puoi usare la tua solita stanza. Accoglieremo le tue amiche, come sempre, con la nostra ospitalità benedettina. Non è opportuno che stiano in clausura questa volta. Ma già ci conoscono e conoscono le nostre regole: quindi non ci saranno problemi. Tu potrai stare con loro nei tempi stabiliti. Per il resto conviene che tu stia con la comunità e che segua la nostra vita e i nostri ritmi”.
“Non desidero altro, madre!”
“Benissimo! Ora, dunque, va’ in chiesa. Rimani per qualche minuto in preghiera. Poi verrà Suor Maura a chiamarti. Puoi entrare direttamente dal coro”.
“Grazie, madre! Ancora un anno, e poi entrerò per non uscire più!”
Madre Lioba sorrise.
“D’accordo! Ma vogliamo cento e lode! Altrimenti rimani fuori!”
Francesca scoppiò a ridere.
“Per qualsiasi altra cosa non me ne importerebbe niente. Ma per poter entrare in monastero mi impegnerò anche a prendere cento e lode!”
“Va bene, cara! Ora va’ pure in chiesa!”
Francesca strinse con calore la mano dell’Abbadessa attraverso la grata e, uscita dal parlatorio, entrò in chiesa.
Come sempre le succedeva, la quiete e la fresca penombra della chiesa le ispirarono una grande pace ed ella si sedette in un banco e rimase in meditazione e in preghiera.
Com’era bello il coro di legno dietro la grata, con la sua forma armoniosa, perfettamente inserita nell’architettura dell’edificio sacro! Suggeriva l’immagine di una mistica cassa di risonanza, che riecheggiasse e amplificasse all’infinito le invocazioni degli uomini nella chiesa e nel mondo. Spesso, quando partecipava all’ufficio insieme alle monache, immaginava che il coro delle loro voci fuse nella salmodia risuonasse realmente, anche se ad una frequenza non avvertibile dall’orecchio umano, per le strade del mondo. E certamente non era soltanto una sua immaginazione!
Come diceva spesso Edith, sarebbe stato giusto che più numerose persone e più di frequente assistessero all’ufficio monastico. Suor Maura aveva istruito molto bene le monache e l’ufficio era recitato e cantato in modo ammirevole. Anche gli abiti e i movimenti rituali contribuivano a rendere la preghiera corale una presenza forte e visibile, che trascinava i cuori verso il cielo. Ma per quanto bello fosse assistere all’ufficio dai banchi della chiesa, era incomparabilmente più bello partecipare ad esso nel coro insieme alle monache. E ora che Francesca si stava perfezionando nel canto, tutto le sembrava trasfigurato. Vi erano momenti in cui le parole della salmodia, ravvivate dalla melodia, dal rito e dalle decorazioni sacre, la trascinavano in una sorta di estasi.
“Capisco bene” si disse “perché Giulia, dopo un po’ di incertezza, mentre facevamo le nostre scorribande insieme a Susanna alla scoperta di una ‘Roma diversa’ – pensando che poi dovremo scoprire anche un’‘Italia diversa’ – ha scelto di occuparsi del mobilio. E’ rimasta affascinata dai mobili delle chiese e dei monasteri, e soprattutto dai cori monastici e dalle loro decorazioni!”
In quel momento si udì un rumore e dietro la grata apparve Suor Maura. Era una monaca un po’ anziana, dall’aspetto austero, ma sorridente e gioviale. Fece un cenno di saluto a Francesca e aprì la grata del coro. La ragazza immediatamente si alzò dal suo posto, prese il suo bagaglio, e la raggiunse.
“Benvenuta!” le disse la suora abbracciandola.
“Grazie, Suor Maura! Sono così contenta di esser qua!”
“Ti sei esercitata nel canto?”
“Me lo chiede? Certamente!”
“Bene! Ora vieni! Ti accompagno nella tua stanza”.
La ragazza la seguì e ambedue scomparvero all’interno del monastero.


Colloquio privato

“Madre!” disse una suora affacciandosi nel soggiorno, dove l’Abbadessa si intratteneva con Francesca. “Sono arrivate le ragazza da Roma!”
“Benissimo! Dove sono?”
“In parlatorio, Madre!”
“Di’ che le raggiungiamo subito!”
La suora si ritirò e l’Abbadessa, alzandosi, prese Francesca per mano e le disse:
“Ora andiamo a salutare le tue amiche. Poi puoi accompagnarle in foresteria. Per questa volta, se vuoi, puoi pranzare con loro”.
“Magari, Madre!”
“Va bene! Allora andiamo a salutarle!”
Ciò detto, si avviò verso il parlatorio, seguita da Francesca.
Appena si presentarono dietro la grata, le quattro ragazze esplosero in un grido di gioia:
“Buon giorno, Madre Abbadessa! Ciao, Francesca! Siamo così felici di essere qui!”
“Benvenute, ragazze!” disse l’Abbadessa, mentre Francesca, contentissima, stringeva la mano alle amiche attraverso la grata aperta.
“Siete state un po’ in vacanza dopo l’ultimo summit ad Acquafredda?”
“Sì, Madre” risposero in coro le ragazze.
“Però” aggiunse timidamente Linda “abbiamo anche lavorato al nostro progetto. Anzi, appena possibile vorrei parlare con lei in privato”.
L’Abbadessa sorrise e rispose:
“Ora pensate a sistemarvi nelle stanze e a prepararvi per il pranzo. Poi, dopo l’ufficio di nona, sarò felice di incontrarti”.
“Anche noi” intervenne Susanna “abbiamo mille cose da dirle”.
“Va bene! Dopo che avrò parlato con Linda, ci incontreremo tutte insieme. E poi domani arriveranno anche Edith, Vittoria e Margaret dall’Inghilterra, e così potrete fare un vero simposio!”
“Ci sarà anche lei?” chiesero le ragazze.
“Oh! Non credo! Vi manderò Suor Bridget. Così vi sentirete più libere”.
“Grazie, Madre!” disse Susanna. “Poi le riferiremo”.
“Ma ora, presto! Andate con Francesca a sistemarvi nelle vostre stanze. Tra mezz’ora abbiamo l’ufficio in coro e poi c’è il pranzo”.
“Grazie, Madre!” esclamarono le ragazze tutte insieme.
Francesca le raggiunse e le accompagnò nella foresteria, dove, cinguettando allegramente, tutte si sistemarono nelle loro stanze.
“Ragazze!” disse Susanna. “La prima cosa da imparare, come nuove oblate, è la puntualità agli atti comuni. Andiamo subito in chiesa, e mi raccomando: silenzio e raccoglimento!”
“Sì, Madre Abbadessa!” riposero ridendo le amiche.
Anche Susanna rise e, prendendo, per mano Francesca guidò le “nuove oblate” al pian terreno e tutte entrarono in chiesa ordinatamente, fecero la genuflessione e si accostarono alla grata.
Le monache erano già in coro e Suor Bridget si affrettò ad aprire la grata e le fece entrare. Le ragazze presero posto, due da una parte, dopo le suore e Francesca, e due dall’altra. Si inginocchiarono e Suor Bridget diede loro i libri dell’ufficio.
L’Abbadessa suonò il campanello e tutte le suore e le ragazze si alzarono in piedi. Poi una monaca intonò il “Deus in adiutorium” e le altre proseguirono con l’inno e la salmodia dell’ora sesta.
Oltre Francesca, anche la altre avevano fatto un po’ di esercizio nel canto, seguendo le istruzioni di Suor Maura, e perciò le loro voci si adeguarono abbastanza bene al tono del coro delle monache.
Dopo la recita dell’ufficio, tutte si inginocchiarono e, dopo pochi istanti, al suono del campanello dell’Abbadessa, si alzarono e uscirono ordinatamente dal coro: le monache rientrarono in clausura e le ragazze, attraversata la chiesa, si recarono in parlatorio.
Lì trovarono la tavola accuratamente apparecchiata con tovaglia e salviette ricamate e un mazzo di fiori nel centro della tavola. Si accomodarono piene di gioia e di appetito e ripresero la loro conversazione in attesa che fosse servito il pranzo.
“Non vedo l’ora di riabbracciare Vittoria!” esclamò Giulia.
“Anch’io!” aggiunse Francesca stringendo calorosamente la mano all’amica. “Come è cambiata la nostra vita, grazie a lei!”
“Ricordate il Professor Mondelli?” chiese Susanna. “Mi ha detto la preside che negli Stati Uniti è stato apprezzato moltissimo, e ora ha un incarico importante in un’università americana”.
“Lo merita!” disse Francesca.
Linda annuì con un’espressione triste del viso.
In quel momento apparve una monaca dietro la grata, la aprì e servì il pranzo alle ragazze.
“Che buono!” esclamarono tutte in coro vedendo i bei piatti di fettuccine e sentendo il profumo del condimento.
La monaca sorrise.
“Meritate questo ed altro!” esclamò.
“Magari fosse vero!” risposero le ragazze. E in men che non si dica si servirono e si misero a consumare con giovanile appetito il pranzo – meritato o meno che fosse!
“E’ tornato Luca dall’Inghilterra?” chiese Susanna a Caterina.
“Sì, già da un po’ di tempo”.
“E come va?”
“Benissimo! Abbiamo deciso che ci sposeremo presto”.
“Ma” intervenne Linda, “e gli studi? E il lavoro?”
“Per il lavoro” rispose Caterina “non c’è problema. Luca ha fatto un’ottima esperienza in Inghilterra…”
“Allora farà il pizzaiolo!” esclamò Francesca scoppiando a ridere.
“No! Che dici! Oltre a fare le pizze, in Inghilterra ha fatto esperienza di lavoro sociale ed educativo con i giovani. Ora vuole fare lo stesso in Italia, e ha già trovato ottime possibilità. Anche i Salesiani gli hanno offerto un posto”.
“Ma tu non devi fare l’università?” chiese Giulia.
“Sì, certo! Ma siamo convinti che sia un pregiudizio che non si possa studiare quando si ha una famiglia. Chi vuole, può studiare benissimo, anche con i figli. L’importante è organizzarsi”.
Le altre la guardarono con aria dubbiosa.
“Anch’io prima credevo che non fosse possibile” aggiunse Caterina. “Ma poco tempo fa ho conosciuto una signora che mi ha fatto cambiare idea. Mi ha detto che lei si è sposata a vent’anni, e il marito ne aveva ventuno. Si sono detti: noi ci vogliamo bene e perché dovremmo aspettare? Siamo certi che riusciremo a laurearci e saremo molto più felici! E così è stato. Mi ha spiegato bene come è andata e mi ha perfettamente convinta. Anche Luca si è convinto. E così…”
“Quando?” chiesero le ragazze in coro piene di curiosità e di entusiasmo.
“Presto! Molto presto! Devo parlare con l’Abbadessa, perché naturalmente ci sposeremo qui!”
“Che bello!” esclamarono le altre battendo le mani.
“Sentite, ragazze!” disse Linda. “Dopo pranzo ci riposiamo un po’ e poi andiamo a nona con le monache. Poi, per favore, mi lasciate un po’ di tempo per parlare da sola con l’Abbadessa?”
“Va bene!” disse Susanna. “Quando avete finito, ci incontreremo tutte insieme con lei. Così le parleremo anche del matrimonio di Caterina!”

Mentre le ragazze, dopo il pranzo, si riposavano, incominciò a venir giù una pioggia torrenziale.
Linda si alzò dal letto e si affacciò alla finestra. La pioggia le metteva un po’ di malinconia, ma nello stesso tempo le dava un senso di pace e la disponeva alla meditazione.
“Non vedo l’ora di parlare con l’Abbadessa!” si disse. “Non so cosa fare! Ho bisogno del suo consiglio!”
Poco dopo suonò la campana e le quattro ragazze uscirono dalle loro stanze e scesero in chiesa per la recita dell’ufficio.
Entrate in coro, presero i loro posti dopo le suore e si inginocchiarono.
L’Abbadessa suonò la campanella, tutte si alzarono in piedi e l’ufficio incominciò.
Quando ebbero terminato e l’Abbadessa ebbe dato il segno del congedo, Linda andò verso il parlatorio e le altre ragazze, avendo nel frattempo smesso di piovere, si recarono in giardino insieme a Francesca.
Giunta in parlatorio, Linda rimase per un po’ in attesa e poco dopo apparve l’Abbadessa, che aprì la grata e, sorridendo, le porse la mano.
“Allora, Linda!” disse. “Cosa c’è?”
“Oh, Madre!” rispose Linda timidamente. “Le devo raccontare quello che è successo da quando ci siamo lasciate. Suor Scolastica mi ha messo in contatto con i vostri collaboratori, Marcello, Chiara, Carmela e Giovanni. Con loro sono andata più volte a Rebibbia, dove stanno facendo un lavoro splendido! Con il permesso della direzione della prigione, hanno proposto a un gruppo di carcerati di riorganizzare la loro vita all’interno del carcere. Pensi che vi erano dei carcerati così grassi e sformati che facevano spavento! Avevano perso ogni interesse nella vita, e per questo l’unica loro soddisfazione era il mangiare! Ma mi hanno detto che alcuni di questi, dopo che hanno accettato di seguire il progetto benedettino, a poco a poco sono cambiati, e si sono anche fisicamente ridimensionati! Si sono messi a studiare il modo di ammobiliare e decorare le loro celle secondo i modelli forniti loro dai vostri amici. Anch’io, da quando vado, sto collaborando! Insieme abbiamo cercato libri e illustrazioni sull’architettura degli ambienti, i mobili, i quadri! Poi abbiamo anche fornito loro testi di istruzione sulla pittura e l’intaglio del legno. Già qualcuno ha imparato a fare qualche cosa di bello. Uno di loro, un certo Guido, dopo aver studiato e fatto esercizio, ha fatto delle bellissime mensole da mettere al muro per appoggiare libri o altri oggetti. Sono piaciute tanto che anche altri carcerati glie ne hanno chieste per loro! Ora stiamo cercando di insegnare loro a cantare, sia per poter fare una bella preghiera insieme, sia per momenti di ricreazione. E ho trovato molti bei testi da leggere. Vogliamo che imparino, la sera, a riunirsi per leggere insieme! E già lo stanno facendo!”
“Sì! Conosco l’attività di Marcello e degli altri amici. Suor Scolastica me ne parla spesso. Spero che a poco a poco siano molti a interessarsi”.
“Sa che, vedendo quelli che già seguono il progetto, anche altri si sono invogliati? Ma ora devo dirle una cosa personale. Ho bisogno di un consiglio da lei!”
“Di’ pure, cara!”
“Tra i carcerati c’è un uomo di trentadue anni, condannato a sedici anni per omissione di soccorso – un anno lo ha già scontato. E’ una triste storia la sua. All’inizio non faceva parte del gruppo di quelli che ci seguono. Ma quando entravamo nella prigione e le guardie raccoglievano i prigionieri nella stanza dove facciamo le istruzioni, lui, insieme ad altri, stavano a guardare e a sentire da un’altra stanza, dove avevano il permesso di andare a fumare. Così un po’ per volta anche Lorenzo – si chiama così – ha incominciato a mostrare interesse. Ma era sempre triste e taciturno e, anche se veniva ad ascoltare le istruzioni, rimaneva in silenzio e come assorto nei suoi pensieri. Poi una volta mi si è avvicinato e, mentre gli altri erano occupati a fare i loro lavori, ha incominciato a parlare e mi ha raccontato la sua storia.
“Mi ha detto che gli piaceva guidare ad alta velocità e che una sera – aveva anche un po’ bevuto – commise un’imprudenza: non rispettò un semaforo e troppo tardi si accorse che un uomo stava attraversando la strada davanti a lui. Non fece in tempo a deviare, perché correva troppo, e lo investì. Ebbe tanta paura delle conseguenze che fuggì via e riuscì a dileguarsi e a evitare che fosse preso il suo numero di targa.
“Ma poi incominciò a sentire un terribile rimorso. Passò una notte d’inferno e il giorno dopo, non potendone più, andò a costituirsi. Purtroppo l’uomo investito era morto. Era padre di tre bambini. La moglie e gli altri parenti gli inviarono tutte le ingiurie e le maledizioni possibili e non vollero saperne di ascoltare le sue richieste di perdono. Alla fine il tribunale lo ha condannato a sedici anni, tenendo conto del fatto che si era costituito spontaneamente.
“Ma Lorenzo mi ha detto che è sempre tormentato da un rimorso che non gli dà pace, e non ha nessuno che pensi a lui. Io gli ho detto tante buone parole e da quel giorno spesso si è intrattenuto con me e… Madre! Si è tanto affezionato a me e soltanto da me riceve consolazione per il dolore che sta soffrendo! Mi ha fatto capire chiaramente che vorrebbe dirmi di più, ma che non osa farlo, anche perché non ha nulla da offrirmi, se non di chiedermi di aspettare quindici anni, prima che esca di prigione.
“Ma, Madre! Anche io devo scontare un grave peccato! Non sarà forse questo il modo che il Signore mi offre per espiarlo? Se accettassi di aspettare quindici anni, fedele a Lorenzo, e intanto gli dessi conforto con la mie visite frequenti, e inoltre la certezza che un giorno potrà rifarsi, con me, una vita felice?! Quando uscirà, lui avrà quarantasette anni e io trentatré. Certamente per me sarebbe un sacrificio aspettare tanto e sposare un uomo più vecchio di me, che non avrebbe nulla da offrirmi. Ma non sarebbe un’opera buona, che darebbe serenità a un’anima tormentata e forse compenserebbe il male che ho fatto? Madre, quando, con degli accenni inequivocabili, mi faceva comprendere questo suo desiderio, che egli ritiene impossibile, io non gli ho detto mai niente, anche se lo ho trattato sempre con tanta dolcezza! Che cosa devo fare?”
L’Abbadessa l’aveva ascoltata attentamente con aria seria e pensosa. Quando la ragazza ebbe finito, rimase per un po’ in silenzio. Poi le chiese:
“Ma tu, senti di amarlo, o il tuo è soltanto il desiderio di liberarti la coscienza?”
“Oh, Madre! Io sento di amarlo veramente! E’ così infelice e così buono!”
L’Abbadessa rimase ancora per un po’ in silenzio. Poi disse:
“Non ho l’autorità per risponderti. La decisione spetta a te. Ma giustamente tu chiedi un consiglio e una direttiva. Questo può farlo soltanto un ministro di Dio. Tra qualche giorno verrà qui il vicario del Vescovo per la conferenza settimanale alle suore. Così potrai parlare con lui. E’ bene che ti faccia guidare da un sacerdote in un affare così delicato. E Padre Giovanni è un sant’uomo ed è molto esperto nella guida delle anime. Fa’ come ti ho detto!”
Linda rimase un po’ soprappensiero. Sperava di uscire dal colloquio con l’Abbadessa con un’idea chiara sul da farsi, mentre invece rimaneva ancora con la sua perplessità. Ma l’idea di parlare con il vicario del Vescovo non le dispiaceva affatto, anche se doveva aspettare qualche giorno.
“Va bene, Madre!” disse infine chinando il capo. “Farò come mi dice lei!”
“Brava! Ora va’ a chiamare le tue amiche!”
“Sì, Madre! Subito!”
Linda uscì nel giardino e poco dopo tutte e cinque le ragazze rientrarono nel parlatorio, dove l’Abbadessa le attendeva sorridendo dietro la grata.

Le scelte e i progetti

Le ragazze si sedettero di fronte all’Abbadessa e Susanna esordì:
“Madre! Stiamo facendo molti progressi come nuove oblate! Io ho conosciuto una signora abbastanza giovane, laureata in architettura, che però non ha mai esercitato la professione di architetto. Quando aspettava il suo primo bambino, non voleva stare senza far niente, ma non poteva mettersi a fare lavori di architettura. Allora ha scelto di imparare la sartoria, ed è riuscita così bene che poi ha continuato, e moltissime ragazze vanno a scuola da lei. Mi ha detto che ha più lavoro lei dei suoi colleghi architetti!
“Quando me l’hanno presentata, ho pensato che fosse un dono del cielo! Era proprio quello che cercavo! Ora sto imparando, perché voglio trovare il modo di inventare nuovi modelli di abiti femminili, che non abbiano nulla da invidiare a quelli della belle époque! Sa che voglio ispirarmi anche ai vostri abiti?”
L’Abbadessa rise di cuore.
“Non farli troppo austeri!” disse. “Altrimenti non troverete mai marito!”
“Oh! Non c’è pericolo!” rispose Susanna ridendo a sua volta. “Faremo degli abiti tali che faranno a gara per sposarci!”
Tutte scoppiarono a ridere.
“Ma la cosa più bella” disse Giulia “è stata la scoperta della Roma ‘sacra’ – cioè la Roma della chiese, delle sagrestie e dei conventi! E’ incredibile quello che c’è di bello! E’ un tesoro inesauribile! Cose da mozzare il fiato! E quante storie ci sono dietro! Pensi che quasi ogni nazione del mondo, e anche ogni regione d’Italia, ha, a Roma, la sua chiesa e la sua storia, e quasi sempre è una storia inimmaginabile!”
“E’ vero!” intervenne Francesca. “E’ come un Vangelo vivente! Se la Roma metropoli moderna è una specie di inferno, la Roma delle chiese è un paradiso a portata di mano! Per istruirsi e crescere nella vita di fede, basta frequentarla e cercare di capire e di sentire! Non le dico quante emozioni incredibili! E’ veramente una Biblia pauperum! E penso che in tutta Italia vi sia un’altra Italia, dispersa e nascosta più o meno dovunque: una Biblia pauperum che quasi tutti ignorano! Le nuove oblate dovrebbero impegnarsi a conoscerla e a farla conoscere! Ma credo che Roma superi tutto!”
“Anche in altre città” disse l’Abbadessa “vi è grande ricchezza di chiese bellissime: a Venezia, a Verona, a Firenze, a Napoli…”
“Però” esclamò Francesca stringendo calorosamente la mano dell’Abbadessa attraverso la grata, “è più bello viverci nella casa di Dio! E ‘cantare le sue lodi’!”
“A proposito!” disse l’Abbadessa, sorridendo affettuosamente a Francesca. “Come va con il canto? Mi sembra che in coro ora siate un po’ più intonate”.
“In questo” rispose Susanna “la più brava è Francesca. Ma abbiamo fatto anche noi un po’ di esercizio insieme, seguendo le istruzioni che ci ha dato Suor Maura”.
“Vediamo, dunque” disse l’Abbadessa. “Susanna si dedica alla sartoria, Francesca al canto, Linda alla letteratura e alla poesia, e Giulia e Caterina?”
“Io” disse Giulia “ho deciso di occuparmi dei mobili e delle decorazioni. Le case moderne, confrontate con certe case di campagna, come la vostra foresteria, e soprattutto con le chiese, le sagrestie e i cori antichi, fanno inorridire! Possibile che nelle case di oggi non si pensi a creare un ambiente più bello, che trasmetta un’emozione, un’ispirazione, come è qui, nella vostra chiesa?”
“E’ un bel problema!” esclamò l’Abbadessa. “Bisognerebbe studiarlo a fondo!”
“E’ proprio quello sto facendo!”
“E tu, Caterina?”
“Io, Madre, penso che dovrò occuparmi di tutto, perché intendo sposarmi presto! Anzi! Ora devo chiederle una cosa?”
“Che cosa, cara?”
“Luca ed io vorremmo sposarci il prima possibile, e, se lei permette, vorremmo sposarci qui!”
L’Abbadessa scoppiò a ridere. Poi disse:
“Dovete sposarvi qui! Altrimenti mi offendo!”
“E quando? Quando?” intervennero tutte insieme le ragazze.
“Non lo so ancora con precisione. Per lei, Madre, va bene in qualsiasi momento?”
“Sì, certo! Ma dovete farmelo sapere per tempo. E, ora che ci penso, anche Emma e Charles vorrebbero sposarsi qui. Perché non vi accordate per fare una cerimonia insieme?”
“Che bell’idea!” esclamò Caterina. “Ma temo che loro vogliano aspettare ancora!”
“Prova a convincerli!” intervenne Francesca.
“Sentite!” disse Susanna piena di entusiasmo, come se fosse stata colta improvvisamente da un’idea geniale. “Perché non cerchiamo di organizzare un’unica cerimonia con cinque matrimoni: Caterina e Luca, Emma e Charles, Vittoria e Paul, Margaret e Peter, Giulia e Stefano!”
Giulia divenne tutta rossa, mentre le altre ragazze incominciarono ad esclamare tutte insieme:
“Stupendo! Che idea! Ma accetteranno?! Non correre troppo!”
“Ci sarebbero anche Kitty e Patrick!” disse Francesca.
“Piano, ragazze!” intervenne l’Abbadessa un po’ perplessa. “Non potete decidere per gli altri! Se Caterina e Luca pensano di sposarsi presto, probabilmente gli altri hanno altri progetti. Devono pensare allo studio, al lavoro e a tante altre cose!”
“Io” disse Giulia timidamente “penso che sia un po’ troppo presto per noi!”
“Vedete?” disse l’Abbadessa. “Ognuno ha i suoi problemi e deve decidere per sé. Ad ogni modo, per chi vuole, saremo ben felici di mettere a disposizione la nostra chiesa”.
“Va bene!” disse Susanna, un po’ delusa che la sua idea si rivelasse poco praticabile. “Però possiamo sempre fare la proposta! Domani verranno anche Vittoria e Margaret, insieme a Edith, e potremo chiedere a loro che cosa ne pensano”.
“Domani” aggiunse l’Abbadessa “potrete fare finalmente un Consiglio Plenario delle nuove oblate!”
“Veramente” disse Susanna “mancano Dorothy e Kitty. Ma l’importante è che ci sia Edith! Sarà una giornata storica!”
“E cosa pensate di decidere?”
“Credo che tocchi ad Edith darci delle direttive. Dobbiamo stabilire quali saranno i prossimi passi da fare. Intanto abbiamo uno statuto, e poi stiamo individuando i temi che dobbiamo approfondire per aiutare ragazzi e ragazze a realizzarsi e a creare famiglie felici. Ora penso che bisognerà incominciare a pensare a come operare concretamente per farci conoscere, coinvolgere altre ragazze e diffondere il progetto il più possibile!”
“Noi vi sosterremo con la nostra preghiera!”
“Non solo! Per noi Acquafredda sarà sempre il punto di riferimento! Se ce lo permette, verremo spesso a incontrarci qui e a pregare insieme a voi!”
“C’è bisogno di chiederlo? Anzi, credo che dovremo attrezzarci per ospitarvi più spesso e, nei limiti del possibile, per aiutarvi a realizzare meglio i vostri programmi”.
In quel momento si affacciò una monaca dalla porta della clausura e disse:
“Madre! C’è una telefonata per lei!”
“Vengo subito! Allora, ragazze! Continuate pure, e speriamo che domani, con Edith e le altre, facciate veramente un incontro storico!”

Arriva la presidente

“Sento tanta nostalgia dei giorni passati a Oak Farm e a Erika House!” disse Vittoria, mentre sedeva, accanto a Margaret, sul sedile posteriore dell’automobile di Loredana, l’amica delle suore di Acquafredda che era venuta a prendere loro ed Edith alla stazione per portarle al monastero. Edith sedeva sul sedile anteriore, accanto a Loredana. “Veramente!” disse Margaret. “Abbiamo passato momenti bellissimi! Anche se a Oak Farm c’è stato un po’ di disagio a causa di quel giovane. Come si chiamava?”
“Elliot!” disse Vittoria. “Povero ragazzo! Chissà che cosa gli era successo! Ma sono stata molto felice di vedere come, l’ultimo giorno, durante il pranzo, sedeva ridendo e scherzando accanto a Horace e a Deborah”.
“Spero che Peter e Paul siano stati bene a Erika House” intervenne Edith in un italiano ancora un po’ incerto. “Mi dispiace che si siano fermati soltanto poche ore!”
“Dispiace anche a noi!” disse Vittoria. “Dall’aeroporto, dove avevamo accompagnato i miei genitori, siamo venuti direttamente lì, e poi dopo pranzo loro sono dovuti ripartire. Ma come è bella Erika House! Paul, che studia architettura, ne è rimasto entusiasta”.
Margaret preferì non intervenire. Il ricordo del tempo, purtroppo tanto breve, trascorso con Peter nel giardino di Erika House, le provocava tanta nostalgia che avrebbe voluto piangere. Peter, durante le brevi vacanze trascorse insieme, era stato così delicato nell’esprimere i suoi sentimenti che ella ne era stata profondamente commossa e aveva cercato di ricambiare il suo affetto con tutta la premura possibile. Si era anche accorta che i suoi genitori li sbirciavano con una certa apprensione, considerandola ancora la loro bambina. E avevano ragione! Quanto si sentiva legata a loro e come l’idea di lasciarli la turbava! Ma nello stesso tempo era nato in lei un amore così grande per Peter che ella ne era immensamente riconoscente e ringraziava Dio senza fine per averle fatto incontrare un ragazzo così retto e così serio nei suoi sentimenti verso di lei. Dopo aver trascorso un po’ di tempo con Peter, anche i suoi genitori ne avevano riconosciuto il valore, e avevano fatto capire che erano ben felici che la loro bambina avesse trovato un fidanzato degno di lei e della loro piena fiducia.
Ma erano cose di cui ella preferiva non parlare con nessuno, tranne che con Vittoria quando stavano sole. Vittoria, da parte sua, era innamoratissima di Paul, che era più timido di Peter e manifestava il suo affetto per lei in modo molto discreto e anche un po’ impacciato, non tanto con le parole, quanto con toni di voce e sguardi che tradivano la più tenera ammirazione. Quando ne parlavano tra loro, Vittoria scherzava benevolmente sulla timidezza di Paul, e anche su quella di Margaret. E non trascurava di prenderla un po’ in giro, perché ella era tanto restia a manifestare i suoi sentimenti, mentre le si leggevano negli occhi. Da Vittoria Margaret accettava tutto, anche le battute un po’ provocanti, come quando le aveva detto:
“Io sono riuscita a prendere sotto braccio Paul, mentre eravamo nel giardino di Erika House, ma sono certa che Peter non è riuscito a prenderti sotto braccio!”
“Sei proprio pestifera!” aveva risposto Margaret ridendo.
In realtà era vero che, mentre passeggiavano per il giardino di Erika House, Peter, conoscendo la delicatezza di sentimento di Margaret, aveva evitato di prenderla sotto braccio. Ma che momento indimenticabile era stato! Avevano passeggiato a lungo tra le aiuole e sotto gli alberi, parlando, o meglio accennando, a quale sarebbe stato il loro futuro.
Peter aveva detto di essersi deciso per gli studi di storia e dei costumi popolari, perché voleva salvare tante tradizioni della Scozia e di altri popoli. Le aveva detto che era molto preoccupato per lo sradicamento dell’uomo moderno da quanto di bello e di sano era stato trasmesso dalle generazioni passate e che avrebbe voluto, insieme a lei, lottare non solo per il bene della loro famiglia e dei loro figli, ma anche per aiutare altre giovani famiglie a conservare, e più spesso a riscoprire, le cose più belle della vita, che oggi con tanta irresponsabilità si stanno buttando via.
Poi avevano rievocato la mattina del giorno precedente, quando erano stati, insieme agli altri, a vedere la cappella di San Giacomo ad Oak Farm. Che nostalgia per quel posto incantevole, con la sua veduta della campagna del Galles, il suggestivo edificio sacro, pieno di ricordi, e il piccolo cimitero sul retro!
Veramente nella vita di lei e di Vittoria vi era la presenza di luoghi “magici”, che avevano avuto un significato insondabile nel loro destino! Anche Acquafredda era uno di essi e Margaret si sentiva profondamente emozionata al pensiero che erano dirette lì e che presto vi sarebbero arrivate.
“Che bella idea la tua!” mormorò all’orecchi di Vittoria. “Ma chissà quando potremo realizzarla!”
Vittoria la guardò aggrottando la fronte in segno di disapprovazione e si mise l’indice sulle labbra per raccomandarle il silenzio. Margaret annuì sorridendo. Poi per cambiare discorso disse:
“Edith! Non ti dico come Peter e Paul sono stati contenti di conoscerti!”
“Anch’io sono stata felicissima di conoscere loro! Siete state fortunate a trovare due fidanzati come loro! Oggi è difficile trovare giovani così integri”.
“Più che fortunate” disse Vittoria, “siamo state guidate dalla mano di Dio!”
“Certo! E lo avete meritato!.. Ma guardate! Acquafredda!”
Ad una svolta della strada era apparso, sulla collina che sovrastava il piccolo borgo vicino, il monastero delle benedettine. Era quasi mezzogiorno, e la luce meridiana irradiava tutta la campagna circostante, sulla quale spiccava l’edificio monastico con le sue mura austere e la sua antica chiesa francescana dominata dalla mole del campanile.
“Ogni volta che lo vedo” esclamò Edith, “mi si allarga il cuore! Vorrei portarci fiumi di gente perché imparino a pregare dalle nostre care suore!”
“Ce le porteremo!” disse Vittoria. “Oggi, anzi, dobbiamo parlare anche di questo”.
“Sì! E avremo molte cose da discutere! Quella vostra amica, Susanna, è proprio un fenomeno! Quando a Natale si presentò, tutta entusiasta della mia proposta – e fu la prima a chiedere di far parte del gruppo – non sapevo se dovevo fidarmi di lei! A prima vista non mi sembrava proprio il tipo! Ma come mi sono sbagliata!!
“E’ incredibile, se si pensa che soltanto da pochissimo tempo frequentava la chiesa!”
“Vedi come sbagliamo a dare giudizi sui giovani di oggi?! Sono certa che ve ne sono innumerevoli che, se soltanto ne avessero l’occasione, si dimostrerebbero molto migliori di noi!”
“Non ne dubito!”
Intanto l’automobile aveva percorso la salita lungo il colle ed era entrata nel giardino del monastero, arrestandosi davanti alla porta della foresteria. Lì erano ad attenderle Francesca, Susanna, Giulia, Linda e Caterina.
Appena Edith, Vittoria, Margaret e Loredana uscirono dall’automobile, furono circondate dalle loro amiche che le abbracciarono con interminabili esclamazioni di gioia.
“Finalmente! Non vedevamo l’ora! Abbiamo una quantità di cose da dirvi! C’è una proposta in giro!”
“Bentrovate!” rispondevano le altre. “Calma! Calma! Abbiamo tutto il tempo per parlare delle nostre cose! Ora è meglio che pensiamo a sistemarci!”
“E’ vero!” disse Francesca. “Anche la madre Abbadessa ha raccomandato di portarvi subito nelle vostre stanze e di lasciarvi riposare! E ringraziamo Loredana, che è stata, come sempre così gentile!”
“Oh!” disse Loredana ridendo. “Non sapete che piacere è per me! Vorrei che veniste tutte più spesso!”
“Grazie, cara!” disse Edith abbracciandola. “Ora facciamo presto a sistemarci! Non voglio mancare alla preghiera in coro prima di pranzo!”

Un pranzo gioioso

Durante il pranzo, consumato gioiosamente nel parlatorio da tutte le ragazze, compresa Francesca, Susanna accennò alla sua idea di un “matrimonio collettivo” ad Acquafredda. Vittoria rise di gusto, dando una gomitata di intesa a Margaret, e disse:
“Veramente è un po’ presto per noi pensare al matrimonio!”
“Ma” osservò Susanna, “Caterina è decisa a sposarsi il prima possibile, e ha la vostra età!”
“Davvero?!” esclamò Vittoria guardando Caterina con gli occhi spalancati dallo stupore. “Come ti è venuto in mente? Vuoi rinunciare all’università?”
“No! Per niente!” rispose Caterina. “Ma mi sono convinta che è soltanto un pregiudizio che prima di sposarsi bisogna finire gli studi e tutto il resto!”
“Ma! Mi sembra che tu vaneggi!”
“Sta’ a sentire! Ho conosciuto una signora, che ora ha tre figli, la quale si è sposata a vent’anni, e il marito ne aveva ventuno. Tutti e due dovevano ancora finire l’università, ma hanno deciso che potevano benissimo farlo anche con famiglia e figli. Ed è stato proprio così! Si volevano bene, sono stati felicissimi e si sono laureati con i figli e tutto! Sono tutti pregiudizi!”
“Ma dici davvero?!” chiese Vittoria guardandola dubbiosa.
“Certo! Pensaci e vedrai che ho ragione!”
“Ma! Vedremo!” disse Vittoria scambiando un’occhiata significativa con Margaret. “Ad ogni modo, l’idea di un matrimonio collettivo ad Acquafredda potrebbe anche essere buona, ma non so se sarà possibile!”
“Ma anche Emma e Charles vogliono sposarsi ad Acquafredda!” esclamò Susanna.
“Lasciali perdere quei due!” disse Vittoria, voltandosi dall’altra parte con una smorfia comica. “Parliamo di cose serie!”
Tutte scoppiarono in una fragorosa risata.
“Mai conosciuta una più pestifera di te!” esclamò Caterina con le lacrime agli occhi per il gran ridere.
“Hai ragione!” esclamò Margaret, ridendo anche lei. “Ormai ho deciso: se non cambia una buona volta, non la guardo più in faccia!”
“Prometto che cambierò!” disse Vittoria, con finta aria contrita. “Ma non prima del prossimo 31 giugno!”
“Perché proprio il 31 giugno?!” chiese Margaret perplessa.
“Non l’hai capito?!” esclamò Caterina battendo le mani sul tavolo. “Perché il 31 giugno non esiste!”
Altra risata generale, mentre Margaret, ridendo a crepapelle, diceva:
“Basta! Ci rinuncio!”
In quel momento dietro la grata apparve l’Abbadessa, e tutte le ragazze cercarono di ricomporsi.
“Che succede, ragazze?” chiese l’Abbadessa con aria indulgente. “E’ una manifestazione dello stile delle nuove oblate?”
“Hem!” disse Susanna, mentre le altre cercavano di assumere un’aria austera. “Non proprio! Ma è anche vero che nello statuto si dice che le nuove oblate devono esprimere la gioia in tutta la loro vita”.
“Hai ragione, cara! Ma di che cosa stavate parlando?”
“Di varie strategie matrimoniali!” intervenne Vittoria, provocando un nuovo accesso di riso, che le ragazze invano cercarono di soffocare.
“Bene!” esclamò l’Abbadessa. “Dunque possiamo prevedere un matrimonio multiplo di sei coppie?”
“No! No!” gridarono agitando le braccia Giulia, Vittoria e Margaret, mentre le altre parlavano tutte insieme generando una gran confusione.
“Faccio una proposta!” disse infine Francesca. “Proviamo a far mettere d’accordo almeno Caterina e Emma. Così intanto programmiamo un matrimonio doppio. Poi se qualcuna si vuole aggregare…”
“Caterina, Emma, qualcuna…” esclamò l’Abbadessa ridendo. “Sembra che il parere degli sposi non conti nulla!”
“E già!” disse Vittoria. “Prima del matrimonio i fidanzati sembrano buoni buoni e obbediscono alle fidanzate. Poi però la situazione si rovescia!”
L’intervento fu accolto da un coro di proteste.
“Ma che dici! Sì, vedremo! Quando mai!”
“Basta, ragazze!” disse infine Caterina con aria seria. “L’unica cosa certa è che Luca ed io vogliamo sposarci al più presto. Dunque appena possibile faremo sapere all’Abbadessa la data scelta per il matrimonio, in modo che possa preparare tutto per tempo. Poi con Emma parlerò io. L’unica cosa che dovete fare è pregare per noi. E, naturalmente, siete tutte invitate!”
“Non parliamo soltanto di matrimoni!” disse Francesca. “Pensate pure che tra un anno entrerò in monastero!”
Edith, che le sedava accanto, la prese per mano e gliela strinse forte.
“Brava!” le disse a bassa voce, mentre le altre intervenivano tutte in una volta. “Ti invidio! Ma ricordati che anche io sono consacrata a Dio. Poi in privato ne riparleremo!”
Francesca ricambiò la stretta di mano e rivolse ad Edith un sorriso di intesa.
“Naturalmente” disse Susanna, “ti accompagneremo tutte”.
“Non mi sembra il caso, ragazze!” intervenne l’Abbadessa. “Sono cose che richiedono riservatezza e discrezione. Chi va in monastero cerca il silenzio e la solitudine con Dio. La troppa compagnia sarebbe fuori posto”.
“Però poi” disse Giulia, “potremo venire a trovarla?!”
“Sì, certamente! Ma dovete rispettare la sua nuova vita!”
“Sentite!” disse Vittoria con aria provocatoria. “Visto che i fidanzati sono tutti inaffidabili, perché non ci facciamo tutte monache?”
Tutte scoppiarono a ridere, mentre Margaret le dava dei colpi di protesta sulla spalla e Caterina esclamava:
“Attenta, madre Abbadessa! Acquafredda corre un grave pericolo!”
“Oh!” rispose l’Abbadessa. “Sono certa che Vittoria sarebbe una monaca perfetta, soprattutto se la facessimo subito abbadessa!”
Altra risata generale.
“A questa condizione” esclamò Vittoria, “accetto subito!”
“Allora, ragazze!” intervenne Edith. “Non basta, per essere nuove oblate, esprimere la gioia. Questo lo avete fatto molto bene, e spero che lo facciate sempre. Ma dobbiamo affrontare molti altri punti del nostro programma. Dunque, se l’Abbadessa è d’accordo, ci incontreremo insieme a lei, o a Suor Bridget, o a chi lei vorrà incaricare, nel soggiorno del monastero subito dopo nona!”

Confidenze tra amiche

Dopo il pranzo, in attesa della recita dell’ora nona e dell’incontro delle nuove oblate, le ragazze si dispersero qua e là: chi andò a riposare, chi andò in giardino, chi uscì per una passeggiata.
Edith e Francesca si sedettero su una panchina all’ombra di un albero nel giardino del monastero.
“Oh, Edith!” disse Francesca. “Per fortuna ci sei tu! Sono molto affezionata alle altre, ma comincio a sentirmi un po’ a disagio con loro! Mi piacerebbe parlare di altre cose o stare da sola in chiesa a pregare! Con te sento che ci capiamo perfettamente!”
“Hai ragione!” rispose Edith nel suo italiano ancora un po’ incerto. “Ma ora per un po’ devi ancora vivere nel mondo, e ci vuole pazienza. E poi è necessario che ci sia una relazione profonda tra il monastero e il mondo attraverso persone come le nostre amiche, che in fondo apprezzano la vita monastica e vogliono in parte anche imitarla. Altrimenti la vita del monastero rimane isolata, la gente non la conosce e non la capisce e il monastero non può esercitare quell’influenza benefica che deve esercitare, e di cui il mondo ha così grande bisogno!”
“Sì, questo è vero! Infatti, se non avessi conosciuto il monastero, per mezzo di Vittoria, degli scout e di Don Franco, starei ancora a crogiolarmi nel mio tormento, e non avrei mai neanche lontanamente avuto l’idea di farmi benedettina!”
“Anch’io devo ringraziare Vittoria e Margaret, che hanno avuto l’idea di mettere in contatto Acquafredda con Oak Farm. Pensa che all’inizio non sarei voluta neanche venire! Mi sembrava di perdere del tempo prezioso e di sottrarlo ai miei giovani! Come mi sbagliavo! Per fortuna Kitty e Dorothy mi hanno convinta a venire! Lo sai che Erika House è nata grazie a un sogno che ho avuto qui? Se ci penso, ancora mi vengono i brividi!”
“Mi sembra di avero sentito. Ma ricordamelo!”
“Ho sognato mia sorella Erika, e che uscivamo insieme in giardino. Ecco! Un po’ come stiamo noi qui ora! E mia sorella mi descriveva come sarebbe stata la casa per giovani da creare a Londra. Purtroppo poi il sogno è diventato un incubo: mia sorella ha incominciato a gridare e ho rivisto il suo viso sconvolto dal dolore, come quando la vidi sul letto di morte in ospedale! Povera Erika! Ma è un grande conforto poter pregare per lei!”
“Certo! Ma vedi quanti miracoli avvengono a Acquafredda? Anch’io qui sono stata guarita e illuminata, e la mia vita è cambiata completamente!”
“Sì, è vero! Mi ha detto Dorothy che la poesia, che sembra una cosa irreale, invece ha tanta realtà da cambiare la nostra vita, perché eleva i nostri pensieri e i nostri sentimenti, e quindi anche il nostro destino. Ma la poesia che c’è in un monastero come Acquafredda ha una potenza infinitamente superiore a quella che si trova nei libri! E’ una poesia che si è iscritta nelle mura attraverso i secoli, che aleggia per gli arredi e i dipinti della chiesa e della casa e che vive negli abiti, nei gesti, nelle parole e soprattutto nella preghiera delle monache! Quante vite potrebbe illuminare e cambiare se fosse più conosciuta!”
“Allora, Edith, diciamo così: io ho la missione di vivere e far vivere sempre più questa poesia, e tu di farla conoscere!”
Edith l’abbracciò commossa.
“Grazie, cara! Hai detto una cosa bellissima! Certamente tra noi c’è un’unione tutta particolare! Ma dobbiamo coinvolgere, nella nostra missione, anche le altre! Oh, non ti ho detto ancora che mi sto preparando alla velatio virginum! In autunno la farò nelle mani del vescovo!”
“Oh, sì?! Quanto verrei volentieri! Ma temo che sarò troppo occupata con la scuola! Sai che l’Abbadessa vuole che faccia un bell’esame!? Anzi, mi ha detto che esige il massimo dei voti! Anche se scherzava, non voglio deluderla!”
“Oh, non c’è bisogno che vieni! Sono così contenta! Poi potrò portare un abito che, in qualche modo, farà capire a tutti che sono consacrata a Dio”.
Mentre Edith e Francesca conversavano sulla panchina, Vittoria, Margaret e Caterina passeggiavano nei vialetti del giardino.
“Allora!” disse Vittoria. “Sei proprio certa che si possa fare senza problemi?”
“Ma certo!” esclamò con convinzione Caterina. “Sono tutti pregiudizi! E poi ormai la vita è cambiata! Non è più il tempo della laurea e del posto fisso statale! Bisogna adottare altre strategie! Rivalutare il lavoro in casa, risparmiare gli inutili spostamenti per andare a lavorare chissà dove…” “Ma un lavoro ci vuole!” disse Margaret.
“Sì, certo!” ribatté Caterina. “Ma per ‘lavoro’ non bisogna intendere ormai soltanto il lavoro professionale stipendiato! Anche se ti riaccomodi un lavandino da sola, senza pagare l’operaio, è un lavoro! E poi ricordiamoci che anche il progetto di cui oggi dobbiamo parlare è un grosso lavoro. E non è detto che non porti anche risparmi e guadagni, oltre a soddisfazioni!”
“Questo è vero!” disse Vittoria. “Ma la cosa più importante è accertare che ci si può sposare subito e intanto continuare gli studi o mettersi a lavorare senza difficoltà”.
“Ti dico che è possibilissimo! Pensa a tutto il tempo che sciupano studenti e studentesse universitari tra feste, divertimenti, appuntamenti e altre sciapate! In realtà non vogliono sposarsi, non perché devono studiare, ma perché vogliono continuare per qualche anno a fare la bella vita! E, se potessero, la prolungherebbero all’infinito! Poi, però, sono costretti a sistemarsi in qualche modo! Ma capisci che razza di matrimoni vengono fuori!?”
“Davvero! E dunque, secondo te, se a qualcuna piace più l’idea di stare in casa con marito e figli, anziché divertirsi, o far finta di divertirsi, giorno e notte, può farlo tranquillamente anche a diciotto o vent’anni, senza compromettere il suo avvenire di lavoro o di studio?”
“Non secondo me! E’ assolutamente verissimo!”
Vittoria e Margaret si guardarono negli occhi e non poterono trattenere un sorriso radioso.
“Allora…” disse infine Margaret a mezza voce. “Che… che ne dici?”
“Dico” esclamò Vittoria, “che se Peter e Paul sono dello stesso parere…”
In quel momento suonò la campana.
“Presto!” disse Caterina. “E’ ora dell’ufficio!”

Un incontro storico

Finita la recita dell’ora nona, l’Abbadessa si alzò in piedi e disse:
“Oggi accoglieremo le nostre carissime nuove oblate nel soggiorno del monastero, dove avranno un incontro molto importante. Vorrei chiedere a Suor Bridget, a Suor Maura e a Suor Scolastica di partecipare anche loro. Personalmente non interverrò, sia per lasciarvi più libere, sia perché oggi viene, inaspettatamente, il Vicario del Vescovo a parlare con me. Si fermerà fino a questa sera e parteciperà ai vespri insieme a noi. Ora, dunque, possiamo andare. Fate pure entrare le ragazze in clausura”.
Sentendo parlare della venuta del Vicario del Vescovo, Linda ebbe un sussulto e, passando accanto all’Abbadessa, le sussurrò con voce eccitata:
“Potrò parlare con Padre Giovanni?”
L’Abbadessa sorrise e annuì.
“Ti chiamerò io!” rispose a mezza voce.
La ragazza le lanciò un’occhiata di riconoscenza e seguì le altre in clausura.
Sedutesi intorno al tavolo del soggiorno, dopo aver recitato la preghiera, insieme a Suor Bridget, Suor Maura e Suor Scolastica, le ragazze si rivolsero verso Edith, che sedeva a capotavola, impazienti di ricevere da lei le direttive per la loro vita di nuove oblate.
Edith si guardò intorno con un po’ di timidezza e poi esordì:
“Carissime… a proposito, Suor Bridget, non dica una parola di inglese: oggi dobbiamo parlare soltanto in italiano!”
Suor Bridget annuì e tutte sorrisero, divertite dell’italiano un po’ incerto di Edith.
“Per prima cosa” proseguì Edith, “dobbiamo richiamare ciò che il nostro statuto dichiara fin dall’inizio: la nostra associazione «è aperta a tutte le giovani e meno giovani che non si accontentano di un’esistenza superficiale e godereccia, ma aspirano a trovare un senso più profondo della vita e sanno che la felicità è un bene troppo prezioso perché lo si possa acquistare a basso prezzo». E poco dopo si dice che la vera felicità si può trovare soltanto nell’amore, e che «l’amore vero non può essere che un amore profondo, senza incrinature, eterno», mentre oggi la maggior parte delle persone sembrano accontentarsi di un piacere a buon mercato, vano e passeggero.
“Per recuperare e difendere l’amore vero nella vita di oggi, non bastano le teorie, i libri e le conferenze. Bisogna che cambino i modi della vita quotidiana. Ma la vita quotidiana si vive insieme in casa, con i propri cari. Dunque bisogna che tutti insieme quelli che vivono nella stessa casa si accordino per cambiare le abitudini correnti e per collaborare ad un nuovo progetto di vita comune.
“Questo progetto riguarderà, come abbiamo detto, il modo di vestire, il modo di parlare, il modo di organizzare le ore della giornata, il modo di architettare, ammobiliare, decorare la propria casa, il modo e il tempo di pregare insieme, di lavorare, leggere, ascoltare ed eseguire musica insieme, e tante altre cose.
“Per questo dovremo prima imparare noi a fare bene tutte queste cose, e poi insegnarle agli altri, cercando di diffondere il più possibile il nostro progetto tra le ragazze che sono in grado di apprezzarlo.
“Ora vorrei sentire, con ordine, le vostre scelte e le vostre esperienze. So che ognuna di voi, o quasi, ha scelto una materia a cui dedicarsi in modo particolare.
“Sentiamo prima Susanna”.
“Io” disse Susanna ergendo il busto, ingenuamente un po’ compiaciuta del suo ruolo ufficioso – ma in fondo riconosciuto da tutte – di “segretaria” dell’associazione, “per prima cosa, devo ringraziare Edith, a nome di tutte noi, della sua bellissima iniziativa e delle direttive che già ci ha dato con la redazione definitiva e l’approvazione del nostro statuto. Tutte noi siamo fiere di essere nuove oblate e ci sentiamo felicissime per aver già incominciato a vivere in un modo nuovo.
“Come sapete, a me ha colpito molto quanto è stato detto, anche dalla professoressa Valentini, a proposito del vestito. E’ proprio vero che molto dipende da questo! Ma purtroppo c’è il pregiudizio che l’alternativa ad abiti indecenti siano soltanto abiti insignificanti. Non è assolutamente vero! Vi ho già detto, almeno ad alcune di voi, che ho incontrato una signora meravigliosa, la quale, pur essendo architetto, si dedica esclusivamente alla sartoria. Mi sono messa alla sua scuola e insieme a lei stiamo facendo uno studio sugli abiti più belli delle varie epoche e dei vari popoli. Ebbene, posso assicurarvi che vi sono infiniti esempi che dimostrano che la bellezza femminile viene letteralmente trasfigurata da abiti che non hanno nulla di indecente e che sono semplicemente stupendi! Certamente bisogna adattare al mondo moderno i costumi di altre epoche e di altre culture. Ed è quello che ci proponiamo di fare. Ma per ora siamo soltanto alla fase preliminare”.
“Bene!” disse Edith, sorridendo a Susanna con aria di approvazione. “Ora sentiamo Linda. Tu ti occupi di poesia, vero?”
Linda arrossì, confusa per essere improvvisamente diventata il centro dell’attenzione.
“Sì, anche!” disse abbassando gli occhi. “Con Suor Scolastica e un gruppo di amici mi sto occupando anche del progetto di insegnare a vivere in modo diverso ai poveri carcerati, nelle prigioni”.
Suor Scolastica – una monaca molto giovane, dall’aspetto un po’ sbarazzino – annuì sorridendo.
“E’ un’esperienza… molto… molto… coinvolgente!” riprese a dire Linda. “Vi sono persone che stanno riacquistando amore alla vita, vedendo che possono impiegare i loro anni di prigione in modo costruttivo, cioè non pensando semplicemente a quando usciranno, ma vivendo con soddisfazioni le ore trascorse in prigione.
“Una delle cose che sto cercando di fare, è di insegnare ai carcerati a dedicare del tempo, soprattutto la sera, prima del risposo, alla lettura insieme di bei libri di prosa o di poesia. Questo, secondo il nostro progetto, dovrebbero farlo tutte le famiglie. Ma intanto già stiamo riuscendo a farlo fare ai carcerati! Alcuni di loro, più dotati, stanno imparando a leggere bene. Per il momento leggono la prosa, ma presto saranno in grado di leggere anche i versi, con la giusta scansione. Intanto ho dovuto impararlo io!”
Dicendo così sorrise timidamente, mentre le altre sghignazzavano divertite.
“Rimpiango molto il Professor Mondelli, che in questo era bravissimo e, nel poco tempo che lo abbiamo avuto, ci ha dato insegnamenti preziosi. Ma anche la Sinceri mi ha dato dei buoni consigli, e soprattutto mi ha indicato un bel testo per imparare bene la metrica italiana.
“Vi è un carcerato, non tanto giovane, che è bravissimo a leggere. Credo che abbia studiato, e che abbia anche insegnato per un po’ nelle scuole. Ha imparato a leggere racconti e romanzi con tanta espressione, che gli altri lo ascoltano a bocca aperta. Mi hanno detto che alcuni di loro non vedono l’ora che arrivi la sera per potersi riunire tutti insieme ad ascoltare la lettura.
“Uno dei primi racconti che ho fatto leggere loro – me lo ha suggerito la Sinceri – è stato ‘Padrone e servitore’ di Tolstoi. Ho saputo che qualcuno si è messo a piangere quando la lettura è arrivata alla fine!
“E capisco sempre più quanto è efficace, per migliorare i propri sentimenti, migliorare la lingua e leggere cose belle. E’ molto importante anche leggere insieme, ad alta voce. L’espressione è indispensabile, e sono cose che vanno condivise! Per questo bisognerebbe farlo in famiglia!”
“Grazie, Linda!” disse Edith. “Andresti d’accordo con Dorothy! Spero che presto potrai conoscerla!”
“Lo spero tanto anch’io! Ne ho tanto sentito parlare!”
“Bene! Ora vorrei sentire Francesca”.
“Io” disse Francesca arrossendo “ho seguito i consigli di Suor Maura”.
Suor Maura, che sedeva accanto a lei, le dette una leggera gomitata di intesa sorridendole affettuosamente. Francesca ricambiò il sorriso e continuò:
“Ho incominciato a imparare a leggera la musica, sia sul pentagramma, sia sul tetragramma gregoriano. E poi mi esercito a cantare con l’aiuto di una tastiera. Mi piacerebbe molto anche imparare a suonare il flauto dolce, ma per ora non ne ho il tempo. Dicono che sia facile e che si possono fare dei bei complessi con più flauti di diversa qualità. Questo potrebbe andare bene per una famiglia. Ma anche per i carcerati! Non ti sembra?” chiese rivolta a Linda.
“Sì! Certo!” rispose quest’ultima. “Anche gli amici che già da prima lavoravano nella prigione ci avevano pensato. Ma per ora non abbiamo uno che lo suoni bene e che lo sappia insegnare”.
“Ecco! Io penso che questa sia una cosa da imparare! Se l’Abbadessa me lo consente, vorrei suonarlo anche in monastero!”
“Certamente te lo consentirà!” disse Suor Maura. “Così potrai insegnarlo anche a me e alle altre monache!”
“Io insegnare a lei, Suor Maura!?”
Tutte risero, e Susanna aggiunse:
“Se diventi brava, potrai insegnarlo a noi, e anche alle altre persone che verranno ospiti del monastero, e che vorranno imparare questo e tutte le altre cose!”
“Magari!” esclamò Francesca. “Ma volevo dirvi che anche la musica e il canto sono importanti per formare i sentimenti, e dovrebbero essere praticati insieme in famiglia! Mi ha detto Linda che i carcerati già lo stanno facendo!”
“Sì, certo!” disse Linda. “Per il momento insegnamo loro i canti popolari e qualche canto per la preghiera. Ma speriamo che presto troveremo persone più esperte di noi nella musica!”
“Vedete?” disse Suor Maura. “Non basta Francesca per la musica! Se lei, come speriamo, entrerà in monastero, bisognerà che anche qualcuna di voi altre impari la musica!”
“Voi due!” esclamò Caterina rivolta a Vittoria e Margaret. “Visto che ancora non avete scelto niente, perché non vi dedicate alla musica?!”
“Perché?!” rispose Vittoria con tono provocante, mentre Margaret arrossiva. “Tu forse hai scelto qualche cosa? Potresti farlo tu!”
“Piano, ragazze!” intervenne Edith. “Non alzate la voce! Qui stiamo semplicemente valutando le varie possibilità!”
“Non ti preoccupare, Edith!” disse Caterina ridendo. “Con Vittoria siamo abituate a far finta di litigare!”
Tutte scoppiarono a ridere.
“Ma, tutto sommato” aggiunse Caterina, “non mi dispiacerebbe imparare un po’ di musica!”
“Va bene!” disse Edith. “Voi tre, che ancora non avete una materia speciale a cui dedicarvi, potete pensarci ancora…”
“Veramente” la interruppe Vittoria, “io una materia la avrei: la veterinaria!”
Altra risata generale.
“Che c’è da ridere!” disse Vittoria. “In una casa la cura degli animali può essere un’ottima cosa per riunire tutti e per educare i piccoli! Non sapete come è stato importante Billy per riportare la pace, non dico in una famiglia, ma in due!”
“Vittoria ha ragione!” disse Edith. “E in Inghilterra gli animali domestici sono importantissimi! E forse Vittoria ha imparato ad amarli frequentando noi inglesi!”
“E’ vero!” esclamò Vittoria ridendo.
“Mi viene in mente ora” aggiunse Edith, “che forse i cagnolini potrebbero essere un mezzo efficace per riportare inglesi e americani a un po’ più di giudizio!”
Suor Bridget rise di cuore, e aggiunse:
“E speriamo anche gli irlandesi!”
Edith le sorrise e poi disse, rivolta a Giulia:
“Ora tocca a te!”
“Sapete” disse Giulia “che ora mi sto occupando del mobilio e delle decorazioni. Con Francesca e Susanna stiamo esplorando una ‘Roma diversa’, cioè la Roma delle chiese e delle sagrestie. L’idea c’è venuta proprio qui, ad Acquafredda, dopo l’ultimo incontro. Mentre guardavamo il coro delle monache attraverso la grata, ci siamo sentite come ispirate. Ci siamo dette: ma non ti sembra che vi sia una segreta armonia tra l’architettura della chiesa e la struttura del coro? Questa è una caratteristica delle chiese antiche! Perché non andiamo in giro per Roma a scoprirle? Così, appena tornate a Roma, ci siamo messe a girare per le chiese, e abbiamo trovato cose incredibili! E io sono rimasta colpita soprattutto dalla meravigliosa armonia che, in queste chiese e negli altri edifici sacri, si vedeva tra le varie parti e la struttura dei mobili e delle decorazioni. Banchi, inginocchiatoi, leggii, mobili di sagrestia, soprattutto cori!.. E naturalmente la parte pittorica e gli arredi liturgici! E allora ho pensato: ma perché nelle nostre case tutto deve essere così squallido e angoloso? Forse perché pensiamo più a quello che si vede attraverso gli schermi che a quello che ci circonda! Insomma ho deciso che voglio approfondire questo aspetto! Vorrei imparare ad arredare una casa in modo da sogno! Ma sempre seguendo le ispirazioni che abbiamo avuto nelle chiese!”
“Brava!” disse Edith. “Veramente è stata un’esperienza interessantissima la vostra! E mi sembra un’ottima scelta occuparsi del mobilio! Ma ecco: ora c’è rimasta solo Margaret. Non hai qualche interesse particolare?”
Margaret arrossì timidamente e disse con modestia:
“Veramente no! O, cioè, sì: a me interessa tutto! Vorrei fare proprio tutto e non saprei proprio a che cosa dare la preferenza. Naturalmente i miei studi mi portano piuttosto verso la letteratura e la poesia. Così potrei fare, per l’inglese, quello che Linda sta facendo per l’italiano”.
“Benissimo!” esclamò Edith. “Hai visto che anche tu hai fatto la tua scelta? E non ho bisogno di dirti che sei pienamente in linea con Dorothy!
“Ma ora, ragazze, penso che si sia fatto un po’ tardi. Che ne dite se continuiamo a parlare dei nostri progetti durante la cena?”

Il messaggio

Quando le ragazze si ritrovarono in parlatorio per la cena, trovarono una bellissima tavola imbandita con una tovaglia ricamata a mano, vasi di fiori e candeline accese. Vi era anche un biglietto scritto con scrittura artistica e decorato con pregevoli miniature, che diceva:
“Alle nostre care nuove oblate, con l’augurio che Dio benedica i loro meravigliosi progetti. L’Abbadessa e la comunità di Acquafredda”.
“Oh! Che bello! Che care! Che sorpresa!” gridarono tutte insieme.
“Ma dov’è Edith?” chiese Giulia.
“Viene subito!” spiegò Francesca. “Ha chiesto a Suor Bridget di poter controllare la posta elettronica. Ha promesso che farà prestissimo”.
“Intanto” disse Vittoria, “incominciamo ad accomodarci e a prendere l’aperitivo! Ho una sete!”
Cinguettando allegramente, tutte presero posto e si servirono l’aperitivo, in attesa di Edith – e soprattutto della cena, che si prevedeva all’altezza dell’allestimento della tavola.
“Dunque” disse Caterina “le nuove oblate stanno decollando in modo super!”
“Io farei una proposta!” disse Vittoria. “Che i mariti delle oblate diventino automaticamente membri dell’associazione – ma per statuto devono obbedire alle mogli!”
Mentre tutte scoppiavano a ridere, Margaret esclamò:
“Ma tu sei scema! Come ti vengono in mente queste scemenze!”
E Caterina, alzando le mani al cielo, esclamò:
“Povero Paul!”
In quel momento entrò Edith dicendo:
“Ehi, ragazze! Ascoltate! Ho una cosa importantissima da comunicarvi!”
Tutte fecero silenzio e si voltarono verso di lei.
“Scusate se ho fatto tardi” riprese Edith, sedendosi al suo posto con dei fogli in mano. “Ho controllato con Suor Bridget la posta elettronica e ho trovato un messaggio bellissimo! Suor Bridget l’ha tradotto e ora ve lo leggo. Lo ha scritto Horace! Sentite!
“Cara Edith,
devo raccontarti una storia straordinaria. Già sai che avevo deciso di trascorrere, prima di entrare in seminario, un po’ di tempo ad Oak Farm, con i tuoi amici John e Dorothy. Infatti sono stato là qualche giorno, e mi sono trovato molto bene. Il posto è bellissimo, vi è una biblioteca in cui ho passato ore indimenticabili e una cappella, in cima ad una collina, che veramente avvicina al cielo. John e Dorothy sono persone adorabili, come anche la zia Elizabeth, per non parlare del piccolo Dick e della loro amichetta Deborah. Ma lì ho conosciuto anche un giovane che è venuto poco dopo il mio arrivo e che stava attraversando una terribile crisi di depressione. Era disperato, perché era stato lasciato dalla sua ragazza, Greta.
“Il suo nome è Elliot, e ha ammesso onestamente che la colpa era tutta e soltanto sua, perché si era sempre rifiutato di avere figli da Greta, mentre lei li desiderava moltissimo. Questo però è venuto fuori soltanto dopo. All’inizio ha preferito non dare tante spiegazioni.
“Io ho subito cercato di fargli coraggio e di consolarlo, e abbiamo passato molto tempo insieme. Ma tre giorni fa è successo un fatto molto grave, che per fortuna è finito bene. Elliot era così disperato, che aveva deciso di gettarsi giù dalla torre di Saint Andrew, che sorge a una ventina di chilometri di distanza da Oak Farm. Eravamo stati lì tutti insieme il giorno prima e il posto gli aveva ricordato la torre della cattedrale di Ely, dove egli era stato recentemente con Greta e dove, in seguito al suo ennesimo rifiuto di avere figli, lei aveva deciso di lasciarlo.
“Prima di tornare a Saint Andrew per buttarsi giù, Elliot ha scritto una lettera di addio e l’ha lasciata davanti alla porta di Dorothy – tutti noi eravamo andati a vedere la cappella sulla collina. Per fortuna Deborah lo aveva seguito di nascosto e, quando egli si è allontanato, ha preso la lettera e l’ha letta. Prima aveva antipatia per lui, perché si era accorta che egli non amava i bambini. Ma quando ha letto la lettera, in cui egli diceva di volersi gettare dalla torre per disperazione e che si pentiva di non aver voluto figli da Greta e di non aver saputo mostrare amore per i bambini come Deborah, si è commossa e ha deciso di intervenire per salvarlo.
“Lei e due sue amichette sono salite sui loro pony e hanno galoppato fino alla torre di Saint Andrew. Quando sono arrivate, già Elliot stava sulla torre ed era in procinto di gettarsi giù. Allora le bambine sono scese dai pony e hanno incominciato a gridare: ‘Elliot, noi ti vogliamo bene!’ Sentendole, Elliot non ha avuto più il coraggio di gettarsi giù, è sceso dalla torre e le ha abbracciate piangendo.
“Poi sono tornati tutti ad Oak Farm, dove intanto eravamo tornati anche noi dalla cappella. Elliot era così commosso! Mi ha raccontato tutto e, durante il pranzo, ci siamo seduti vicini, Elliot, Deborah e io, e abbiamo parlato a cuore aperto per tutto il tempo.
“Poi gli ho detto: ‘Senti! Io ora penso di ritornare a casa. Perché non vieni con me? Sono certo che mia madre sarà felicissima di ospitarti! E poi voglio farti conoscere Padre White’ – infatti gli avevo parlato della storia della mia vocazione. ‘Ma sei sicuro che non disturbo?’ mi ha chiesto. Ma si vedeva che aveva una voglia a matta di venire. ‘Disturbare?! Ma neanche per sogno!’ E così dopo il pranzo, abbiamo salutato tutti, a cominciare da Deborah – alla quale abbiamo promesso che le scriveremo (lo sai che aspetta un fratellino per Pasqua?) – e, con la macchina di Elliot, siamo andati a casa mia. Siamo arrivati la sera, un po’ tardi, ma mamma – alla quale avevo telefonato per avvertirla – ci ha fatto un’ottima accoglienza.
“Elliot si è sentito come a casa sua, trattato come un figlio! Il giorno dopo siamo andati a trovare Padre White, e siamo tornati da lui anche il giorno dopo e anche oggi. E Elliot gli ha fatto mille domande, sugli atomi e sugli angeli, sui dinosauri e sul giudizio universale, sul diavolo e su Gesù Cristo, sulla droga e sul voto di verginità… Povero Padre White! Ma bisogna dire che se l’è cavata egregiamente, come al solito!
“Tanto egregiamente che, la sai l’ultima? A settembre in seminario entreremo in due: Elliot e io! E così per le nuove oblate ci sono in cantiere già due sacerdoti pronti a servirle!
“Tenevo molto a comunicarti questa storia!
“E visto che, come mi ha detto Dorothy, in questi giorni siete in riunione generale, ne approfitto per inviare i mie più cari saluti a tutte voi.
“Sinceramente vostro
Horace”.

La lettera

Al Signor Lorenzo Scappolini.
Carcere di Rebibbia.
Roma

Caro Lorenzo,
ho tardato un po’ a scriverti. Avrei voluto farlo prima, visto che per un po’ di giorni mi trovo lontano da Roma e non posso venire a fare il mio lavoro a Rebibbia. Ma prima ho voluto riflettere su cosa scriverti, e anche parlarne con un sacerdote.
Caro Lorenzo, io so quanto soffri, e quanto soffrite tutti, per i lunghi anni che dovete attendere prima della vostra liberazione. Noi stiamo lavorando perché voi vi abituiate a considerare la vostra vita attuale una occasione speciale per organizzare, nella stessa vostra prigione, un’esistenza gradevole e piena di senso. Ma so che per te, al dolore della reclusione, si assomma l’angoscia di non poter riparare al male commesso per incoscienza, se pure non proprio volontariamente. Inoltre tu sei solo al mondo e non hai nessuno che pensi a te e che ti faccia visita.
Ciò mi dispiace molto! E ho capito molto bene, dagli accenni che mi hai fatto, che ti stai molto affezionando a me e che vorresti che tra me e te vi fosse un vero legame di amore. Ma non hai coraggio di dirmelo, pensando che tra noi ci sia un abisso invalicabile. C’è la differenza di età, e poi che cosa potresti offrire tu a una ragazza, se non la prospettiva di quindici anni di attesa, prima che tu esca di prigione?
Povero Lorenzo! Capisco il tuo strazio, e in tutti i modi ho cercato di essere buona con te e di mostrarti la mia comprensione. Però fino ad ora non mi sono decisa a parlarti apertamente della possibilità di stringere con te un rapporto di mutua fedeltà, perché volevo essere certa di non sbagliare.
Anche io ho un grande rimorso nella mia vita, e per questo forse ti capisco e mi sono affezionata a te. Non ho fatto del male a qualcun altro, credo, ma lo ho fatto a me stessa. Te ne parlerò a voce, e spero che tu mi capisca e mi perdoni, come io capisco te e ti perdono tutto. Già da tempo qualcosa mi suggeriva, dentro il mio cuore che, avendo tutti e due una ferita nell’anima e un rimorso che ci fa soffrire, forse, visto che tu lo desideri, avremmo potuto aiutarci a vicenda, unendo la nostra vita in un solo destino davanti a Dio.
Ma i dubbi erano tanti! Aspettare quindici anni! E poi la differenza di età! Eppure sentivo di amarti, e che anche tu mi amavi, e che, se io non ti fossi rimasta vicina, saresti sprofondato nella disperazione.
In mezzo a queste gravi perplessità, ho pensato che soltanto un ministro di Dio potesse illuminarmi.
Soltanto ieri sera ho avuto la possibilità di parlare con un santo sacerdote. Gli ho parlato a lungo, cercando di metterlo al corrente di tutta la situazione. Il sacerdote mi ha ascoltata attentamente e poi è rimasto a lungo in silenzio.
Capivo che si stava assumendo una gravissima responsabilità. Come si può decidere per gli altri in una questione così grave?
Anch’io non sapevo che cosa pensare, che cosa fosse il meglio per me. ma in fondo temevo molto che mi dicesse: “No, cara figlia! Sarebbe un’azione generosa, ma non hai il diritto di sacrificare così la tua vita!”
Invece non è stato così!
Quando il Padre si è riscosso dal suo silenzio, mi ha sorriso e mi ha detto:
“Quello che vorresti fare è una cosa molto buona, che, se fatta con amore e non per liberarti da un rimorso, e se fatta con il necessario eroico spirito di sacrificio, ti avvicinerebbe immensamente a Gesù e ti darebbe molta più felicità di un matrimonio fatto allegramente con un giovane di belle speranze.
“Ma non tutti sono degni di fare un’azione simile, e di conquistare così una felicità tanto grande quanto è grande il sacrificio che essa richiede.
“Tu ne sei degna? No, certo, nessuno ne è degno! Ma, se tu senti che il Signore ti chiama a salire con lui questo Calvario, e se intravedi, come lui, la ricompensa celeste che ti attende sulla cima, mettiti nelle sue mani, prendi la tua croce e seguilo! Sarà lui a renderti degna di un onore e di una felicità così grandi!
“Se non ti sentissi in grado di rinunciare ad una felicità mediocre, sarebbe un segno che non sei chiamata. Ma mi avresti posto questa domanda se già non sentissi la chiamata di Dio? E chi sono io per allontanare da te il calice del Signore per ragioni di prudenza umana?
“Vedi, dunque, cara, che devi essere tu a decidere, e che da parte mia non posso dirti altro, se non che il ministro di Dio non deve porre ostacoli bassamente umani all’opera di una grazia che viene dal cielo. Ma hai tu il coraggio di seguire Cristo su vie che non sono umane? Se lo hai, fa’ come hai detto! Altrimenti, abbi l’umiltà di riconoscere che non sei in grado di sollevarti a tanta altezza”.
E io, senza aspettare neanche un istante, gli ho risposto:
“Sì, Padre! Io sento che, con l’aiuto di Dio, posso avere questo coraggio! Sento che posso salire il Calvario insieme a Gesù e che lassù mi attende una felicità che le comuni spose non conosceranno mai!”
Oh, Lorenzo! Ho scritto tutte queste cose senza aver prima una richesta formale da parte tua! Lo so che un matrimonio si decide in due e che non ho il diritto di decidere nulla senza prima consultarti. Ma io non credo di non averti prima consultato! Le tue parole, i tuoi accenni erano fin troppo espliciti! E inoltre nei tuoi occhi, nelle tue lacrime, nei tuoi affanni, ho letto già il tuo consenso, anzi il tuo immenso desiderio e la tua disperazione per non poterlo esprimere!
Oh, quanto desidero che questa mia lettera ti giunga al più presto, e che tutti i tuoi sospiri si trasformino in lacrime di gioia!
Allora questi quindici anni che dovremo attendere saranno per te un periodo di felicità, nel quale ti sarò sempre vicina. E passeranno anche troppo presto!
Oh, Lorenzo! Una volta dissi a me stessa: “Sono una vigliacca! mi faccio schifo!” Ora sento che, per la sola grazia di Dio e senza alcun mio merito, posso dire a me stessa: “No! Non sei una vigliacca! Non fai schifo! Il Signore ti ha portata con sé sul Calvario e ti ha trasmesso tutto il suo coraggio divino, tutta la sua immensa dignità di Figlio di Dio!”

Con tanto sincero affetto
Linda Giove