EBOOK: IL GRANELLO DI SENAPE romanzo di Don Massimo Lapponi

(ultimato il 15 gennaio 2014)
dedica: ad Alessandra

L’ospite di Oak Farm

“Sì, Dorothy! In questi giorni mi sono trovata molto bene, anche se all’inizio ho avuto un po’ di difficoltà ad ambientarmi”.
Ciò dicendo, Kitty rivolse a Dorothy uno sorriso cordiale, che non poteva però nascondere completamente una velata espressione di sofferenza.
Le due ragazze erano sedute su due poltrone nel salotto della casa padronale di Oak Farm e Dorothy ascoltava Kitty con simpatia ed attenzione.
“Quando sei arrivata” disse “eri l’ombra di te stessa! Ma ora hai preso un po’ di colorito e mi sembri più serena. Forse adesso te la senti di raccontarmi un po’ meglio quello che ti è successo”.
“Veramente” riprese Kitty “mi sembra ancora tutto irreale! Ricordo come un incubo quella mattina in cui ho incontrato Edith. Tutta la notte eravamo stati ad impazzare in discoteca, quando ho scoperto che Jack, il mio ragazzo, con i suoi amici, dietro le mie spalle spacciava droga.
“Questa è una cosa troppo grave per me, e non posso perdonagliela! Sono sempre stata contraria alla droga e lui mi aveva assicurato che era d’accordo con me e che non ne avrebbe mai fatto uso. Altro che farne uso! Ci guadagnava sopra! Ne è nato un bisticcio tremendo e alla fine l’ho mollato e me ne sono andata.
“Ormai era mattina e molti ragazzi e ragazze giacevano per terra sulla strada completamente distrutti dagli eccessi della nottata. Intorno a loro c’erano infermiere e assistenti sociali, che non sapevano come soccorrere un numero così alto di giovani messi fuori gioco dalla droga o dall’alcool.
“Era uno spettacolo a cui ero abituata, ma ora mi sembrava più tragico del solito, al pensiero che di mezzo c’era anche Jack. Sarei voluta andar via di corsa, anche per non rischiare di ricontrarlo, ma mi ha preso una tale angoscia che non ce la facevo a muovermi.
“Mi sono seduta su un muretto e sono rimasta lì come un’ebete a guardarmi intorno. Non sapevo cosa fare.
“E’ stato allora che Edith mi si è avvicinata e mi ha chiesto se mi sentivo male e se avevo bisogno di qualche cosa. Abbiamo incominciato a parlare e lei mi ha raccontato la storia di sua sorella e mi ha detto che da un po’ di tempo lavorava come assistente sociale per soccorre i giovani che uscivano distrutti dalla vita notturna.
“Ho provato subito una grande simpatia per lei e le ho raccontato tutto quello che mi era successo. Alla fine mi ha invitato a casa sua per riposare un po’ e riprendere fiato. Ci sono andata volentieri. Da lì abbiamo telefonato ai miei genitori per dire loro che non si preoccupassero e che in giornata sarei tornata a casa. Anche quando sono tornata a casa, però, sono rimasta in contatto con Edith, sia perché avevamo fatto amicizia, sia perché avevo mille problemi. Tra l’altro Jack non mi lasciava in pace: mi telefonava in continuazione e minacciava di venirmi a prendere, tanto che avevo paura di uscire di casa da sola.
“Allora Edith mi ha parlato di Oak Farm e della possibilità di passare qui un tempo più o meno lungo per stare lontana dai pericoli e per riflettere un po’ sulla mia vita. All’inizio ero molto incerta: era un’idea così diversa da tutto quello a cui ero abituata, che mi sembrava poco adatta per me. Ma poi il grande malessere che sentivo dentro, e che sembrava crescere anziché diminuire, mi ha fatto decidere. Così ho fatto i bagagli e sono venuta. E’ stato un po’ come andare allo sbaraglio. Ma tanto ormai tutta la mia vita mi sembrava uno sbaraglio!”
Dorothy la guardò con simpatia.
“Come ti capisco!” disse dopo un attimo di silenzio. “Non credere che io sia cresciuta qui in campagna, lontana dai locali notturni. Tutt’altro! Sono stata una ragazza esattamente come te!”
“Ah, sì?!” esclamò Kitty sorpresa. “Non l’avrei mai detto!”
“Anzi: tutti qui abbiamo alle spalle un’esperienza simile alla tua, tranne la Signora Baker”.
“Di questo Edith non mi aveva detto nulla!”
“Bene! Adesso che lo sai, ti troverai più a tuo agio con noi!”
“Sì, certamente. Ma a dire il vero, dopo un primo momento di smarrimento, qui mi sono trovata molto bene. Sarebbe una cosa ottima se anche altri ragazzi e ragazze potessero fare questa esperienza. Mi ha detto Edith che è proprio questo il vostro progetto, anche se siete soltanto all’inizio. Sì! Approvo in pieno!”
“Purtroppo non possiamo ospitare più di due persone alla volta, e poi penso che non sia facile convincerli a venire. Ma per quel poco che possiamo fare…”
“Sì, veramente! Ce ne vorrebbero tanti di luoghi come questo! Chissà se un giorno non possa collaborare anch’io! Mi piacerebbe tanto!”
“Chissà! Può darsi che qualche cosa venga fuori. Ma senti: non ti piacerebbe fare una passeggiata? Il tempo è buono e finora sei uscita soltanto qualche volta da sola!”
“Sì, certo! Mi sembra una buona idea! La campagna qui è bellissima! Dove possiamo andare?”
“Mi piacerebbe portarti alla cappella sulla collina. Fa parte della proprietà di Oak Farm”.
“Una cappella? L’idea non mi attrae molto”.
“E’ un posto molto bello, sai? E poi è lì che mi sono sposata”.
“Ah! Allora ci vengo volentieri!”
“Bene! Vatti a cambiare, così andiamo subito! Ti aspetto nell’atrio”.
Le due ragazze uscirono dal salotto e Kitty andò a cambiarsi nell’appartamento che le era stato riservato.
Dorothy si avviò verso l’ingresso dell’abitazione.
Lì trovò la Signora Baker che parlava con un operaio. Era un uomo robusto, sulla cinquantina, con i capelli neri e una folta barba che gli arrivava fino al petto. Portava la divisa degli addetti ai lavori stradali.
Non volendo interrompere la conversazione, Dorothy rimase discretamente in un angolo, aspettando che Kitty la raggiungesse per uscire con lei.
Mentre la Signora Baker parlava con l’operaio, Dorothy ripensava alla conversazione avuta poco prima con Kitty.
“Veramente” pensò “ci sarebbe tanto da fare per questi giovani e quello che possiamo fare noi è così poco! Ma chissà! Intanto incominciamo col poco, poi si vedrà. Da cosa nasce cosa, come si dice!”
Dopo pochi minuti la raggiunse Kitty, pronta per la passeggiata.

Maria

“Dunque, Signora Baker” stava dicendo l’operaio, “per un po’ di giorni saremo in zona per la sistemazione delle strade. Ci vedrà spesso, perché ora dovremo rifare l’asfaltatura e la segnaletica della strada qui di fronte e di quelle adiacenti. Spero che non daremo troppo disturbo. Raccomandi a tutti, quando escono in automobile, di essere prudenti e di andare adagio. Ma in ogni caso ci siamo noi per regolare il traffico”.
“Grazie, Signor Francis” rispose la Signora Baker. “Ha fatto bene ad avvertirci. Faremo attenzione”.
“Le lascio il numero del mio cellulare” riprese l’operaio. “Così, per qualsiasi cosa, mi può sempre chiamare”
“Grazie! E’ molto gentile! Ad ogni modo, spero di non doverla disturbare”.
“Oh, per carità! Nessun disturbo! Ma ora devo andare, e mi scusi se le ho fatto perdere tempo”.
Ciò detto Francis salutò la Signora Baker, si voltò un attimo verso Dorothy e Kitty, che sostavano in silenzio in un angolo dell’atrio, le guardò sorridendo, fece anche a loro un gesto di saluto e si avviò verso l’uscita.
Quando si fu allontanato, Dorothy disse alla Signora Baker:
“Signora! Ora con Kitty andiamo a fare una passeggiata. Vorrei portarla alla cappella”.
“Benissimo!” disse la Signora Baker sorridendo a Kitty. “Come va? Spero che si trovi bene ad Oak Farm”.
“Oh, sì, Signora! Benissimo! E poi Dorothy è sempre così disponibile!”
“Bene! Siate puntuali per il pranzo, mi raccomando!’
“Non dubiti!” disse Dorothy.
Le due ragazze si avviarono verso l’uscita.
“Senti un po’!” disse Kitty mentre uscivano nel prato di fronte alla casa padronale. “Quell’operaio mi sembra un po’ sospetto”.
“Sospetto!?” rispose Dorothy. “A me sembra un operaio come tutti gli altri!”
“Non so! Le poche volte che sono uscita l’ho visto sempre nei pressi della fattoria e mi ha dato l’impressione che stesse curiosando”.
“Mah! Che vuoi che ti dica! Penso che sia normale che giri da queste parti, se devono fare i lavori!”
“Sarà! Forse sono io che ancora sono turbata e vedo pericoli dappertutto!”
Intanto le due ragazze avevano raggiunto il cancello d’ingresso della fattoria e si erano inoltrate per il vialetto che conduceva alla strada principale.
“Vedrai che la cappella ti piacerà” disse Dorothy. “C’è tutta una storia dietro!”
“La cosa più importante è che ti ci sei sposata tu! Ma certo è strano per me di trovarmi qui, tra un’appassionata di libri e una cappella!”
“Perché? Che cosa c’è di strano?”
“Vedi, Dorothy, una delle cose che ha condizionato la mia vita è stata una certa propaganda che ho spontaneamente assimilato e verso la quale forse invece avrei dovuto essere un po’ critica. O almeno così mi sembra ora, anche se non ne sono del tutto convinta”.
“Che propaganda?”
“Una volta – ero molto giovane – vidi in televisione un programma in cui intervistavano una ragazza molto brillante e estroversa. Diceva che a lei piaceva la vita, che le piaceva essere sempre in attività, uscire, divertirsi, viaggiare, stare in compagnia, andare a ballare nei locali notturni. «Questa è vita!» esclamava con convinzione contagiosa. «Questo significa essere giovani!» Allora l’intervistatore le chiese: «Dunque tu non frequenti chiese e biblioteche!?» Mi ricordo che tutti i presenti scoppiarono in una grande risata. Anch’io risi, e certamente fui molto suggestionata da quell’intervista. Spontaneamente decisi che chiese e biblioteche erano il simbolo della morte, e che viaggi, baldoria tra amici e divertimenti notturni erano il segno della vita!
“Per questo ti dicevo che mi sembra strano trovarmi ora con te, che tieni tanto alla biblioteca di Oak Farm e che ora mi porti a vedere una cappella!”
“Vedi, Kitty” rispose Dorothy dopo un attimo di riflessione silenziosa, “come ti dicevo, anch’io sono stata per un certo tempo una patita della baldoria giovanile e della vita notturna. Non sempre però. Prima di passare alle scuole superiori, ho avuto un’insegnante di inglese che mi ha trasmesso la sua passione per la letteratura – soprattutto per la letteratura inglese, ma non solo. Devo dire che questa è stata veramente la mia salvezza. Infatti, anche se poi per qualche anno ho messo da parte queste cose e mi sono buttata anima e corpo nella vita di gruppo dei miei compagni di scuola, il ricordo delle emozioni profonde provate durante le lunghe ore che avevo dedicato alla lettura dei libri consigliatimi dalla mia professoressa non mi si è mai cancellato.
“E quando la vita mi ha mostrato il suo volto più tragico, quelle emozioni e quei sentimenti si sono potentemente risvegliati dentro di me, mi hanno salvato dalla disperazione e mi hanno aiutato a ricominciare da capo e a rifarmi un’altra vita. Per questo ora tengo tanto alla nostra biblioteca e cerco sempre di arricchirla”.
“Forse hai ragione. Eppure non sono del tutto convinta. Quella propaganda di cui ti dicevo mi risuona ancora dentro e mi chiedo: andare tanto appresso ai libri e alla lettura, non ci porta fuori della realtà? Mi sembra quasi che le persone dedite alla letteratura siano come uomini a metà, che vivono un’ombra di vita, mentre i giovani di oggi vogliono essere sempre in attività. Naturalmente non parlo ora degli eccessi dell’alcool o della droga, che sono la prima a condannare”.
“Certamente” rispose Dorothy “molti cultori di letteratura sono, come tu dici, uomini a metà. Ma devo dire che per me non è stato così. Ecco, a me sembra che invece l’espressione del pensiero e del sentimento che troviamo negli scrittori e nei poeti migliori arricchisca il nostro proprio pensiero e sentimento, e questo non ci porta fuori della vita e non ci fa essere uomini a metà. Anzi, l’arricchimento del nostro sentimento e del nostro pensiero si trasfonde in tutto ciò che siamo e che facciamo: nelle nostre scelte, nel nostro modo di parlare e di agire, in tutta la nostra vita. E non ti sembra, invece, che proprio la baldoria giovanile, e non solo la droga e l’alcool, non sia, in larga misura, che una fuga dalla realtà, una continua ricerca di illusione, di distrazione e di stordimento?”
Kitty rimase per un po’ in silenzio soprappensiero.
“Quello che hai detto” disse infine “mi scombussola completamente. Non capisco più niente! A prima vista mi sembrano cose strane e poco credibili, ma se ci rifletto sopra devo dire che non hai tutti i torti”.
Nel frattempo erano arrivate alla cappella in cima alla collina.
“Ecco” disse Dorothy: “questa è la cappella di San Giacomo, che da un paio di secoli appartiene alla famiglia Baker – anche se recentemente è stata quasi completamente ricostruita”.
“E tu ti sei sposata qui! Certo, è un posto bellissimo! E che vista meravigliosa si gode! Insomma, sembra proprio che chiese e biblioteche, che avevo io escluso, vogliano rientrare con prepotenza nella mia vita!”
Dorothy rise.
“Be’ ” disse, “con prepotenza non direi!”
“Hai ragione! Mi sono espressa male! Avrei dovuto dire, piuttosto, che una specie di provvidenza mi ha condotta a riconsiderarle con un occhio diverso. Almeno questo vale per le biblioteche. Per le chiese non lo so, anche se questa cappella, in questo posto così bello, è proprio suggestiva!”
“Ti dico una cosa che non sai. Ma prima promettimi di non prenderla a male”.
“Promesso! Sono certa che è una cosa buona”.
“Sai che, prima ancora che tu arrivassi qua, il tuo nome e qualche notizia su di te aveva già raggiunto una comunità di monache, in Italia, che ora stanno pregando per te?”
Kitty la guardò sbalordita.
“Davvero?!” esclamò. “Anziché prenderla a male, devo dire che mi fa molto piacere, anche se non posso proprio dire di essere una credente. E chi sono queste monache? E come ha fatto il mio nome ad arrivare fino a loro?”
“Si tratta di una comunità di benedettine, che, tramite persone amiche, da un po’ di tempo si è messa in contatto con noi. La fattoria di Oak Farm, anche se la proprietaria è figlia e discendente di pastori della Chiesa del Galles, è nata come iniziativa totalmente laica. Ma varie circostanze ci stanno convincendo ad accogliere anche una prospettiva religiosa, almeno per chi è disponibile ad accettarla. E’ chiaro che se qualche ragazzo o ragazza ospite non l’accetta, per noi va bene lo stesso”.
“Certo, mi fa piacere sapere che quelle monache stanno pregando per me già da qualche giorno. Però di aprire un discorso religioso non me la sento proprio, almeno per il momento. Forse sarà ancora la suggestione della propaganda di cui ti ho parlato contro le chiese e le biblioteche!”
“Non ti preoccupare! Sei libera di fare come credi. Ma vieni a vedere l’interno della cappella!”
Ciò dicendo Dorothy prese la chiave del sacro edificio, che aveva portato con sé, e aprì il portone d’ingresso.
Le due ragazze entrarono e Kitty si guardò intorno sorpresa di sentire dentro di sé un’emozione nuova, quasi un desiderio di silenzio e di meditazione.
“Che bello!” disse. “Manca solo il suono dell’organo!”
“Oh, l’organo c’è” rispose Dorothy, “anche se nessuno di noi lo sa suonare. Veramente è un peccato! Spero che qualcuno dei nostri bambini lo impari!”
“Mi piace come parli dei «nostri bambini»! Sembra che li consideri tutti tuoi figli!”
Dorothy rise.
“Un po’ è vero!” rispose. “Per ora non ho bambini miei, e molto tempo lo dedico a raccontare le storie che conosco ai più piccoli. I più grandicelli cerco di iniziarli alla lettura”.
“Insomma, sei proprio una bibliotecaria nata!”
Dorothy rise ancora. Poi aggiunse:
“Ma facciamo un giro all’interno della cappella. Poi è meglio che ci avviamo per non arrivare in ritardo a pranzo”.
Prese Kitty per mano e la guidò lungo la navata della cappella illustrandole le lapidi e le suppellettili di culto e parlandole della giornata del suo matrimonio, del rito celebrato dal pastore venuto da Cardiff e delle varie avventure della giornata.
“Insomma è stata una giornata movimentata!” commentò Kitty. “E io che credevo che a Oak Farm non succedesse mai niente!”
Conclusa la visita, mentre discendevano dalla collina, Kitty disse:
“Ma vorrei riprendere il discorso sulla letteratura. Per me rimane il dubbio che poesie, romanzi e altre creazioni letterarie presentino la vita in maniera irrealistica. Mi ricordo che una volta, dopo aver visto un film ispirato ad un romanzo d’altri tempi, una signora anziana mi disse: «Questi sono i film che ci hanno rovinato! Ci hanno fatto credere che la vita fosse una cosa bella e romantica!» Secondo me aveva ragione!”
“In parte sì, lo ammetto” rispose Dorothy. “ Ma io penso che si può considerare la cosa in modo diverso. Quando un libro ti fa vedere la vita in una luce bella e attraente, se si tratta di un libro realmente profondo, non credo che si possa dire che falsifichi la realtà. Anche quel sentimento di ammirazione che ti suscita è una realtà”.
“Non so se si può dire così”.
“Secondo me sì. Quando un sentimento bello e profondo ci conquista, e quando ci aiuta a leggere nella vita un aspetto che ci incanta, di là dai tanti mali che certamente ci sono, io credo che saremmo pronti a difendere quella realtà luminosa che abbiamo scoperto contro tutte le negazioni e contro tutte le obiezioni più ciniche. Dunque anche le nostre azioni, il nostro modo di vivere, il nostro destino saranno segnati dalla convinzione indistruttibile che è sorta in noi che, dietro le apparenze, la vita nasconde un segreto affascinante e benefico”.
“E’ bello quello che tu dici! Quasi mi convinci! E forse questo pensiero potrebbe aiutarmi a capire meglio il discorso sulla religione”.
“Lo credo anch’io! Anche per me non è stato facile entrare in questo discorso. Ma le mie letture mi hanno molto aiutato. Ti faccio un esempio. Una delle cose che mi ha colpito, senza che al momento me ne rendessi conto, ma che mi è rivenuta fuori molto tempo dopo, è stata la canzone «Maria», di «West Side Story». Tra l’altro è un dramma musicale giovanile e moderno, che certamente non voleva avere alcuna ispirazione religiosa.
“Quando Tony incontra Maria e si innamora di lei, canta una canzone molto bella, e anche molto famosa. Potrebbe sembrare strano per un dramma musicale ambientato tra giovani moderni di due bande rivali in una periferia urbana, eppure in questa canzone ci sono queste parole:

«Maria!
Ho incontrato ora una ragazza chiamata Maria,
e improvvisamente quel nome
non sarà più lo stesso
per me.

«Maria!
Ho baciato ora una ragazza chiamata Maria,
e improvvisamente ho scoperto
che suono meraviglioso
può essere.

«Maria!
pronuncialo forte, ed ecco è una musica che risuona –
pronuncialo piano, ed è quasi come una preghiera».”

“Che bello!” esclamò Kitty. “Magari fosse così! Ma oggi mi sembra che non ci sia altro che alcool, droga e prostituzione!”
“Eppure io credo che, se qualcuno, grazie anche alla poesia, scopre la bellezza di questi sentimenti, sarebbe capace di credere in essi nonostante la corruzione dilagante e di lottare in tutti i modi per difenderli e per promuoverli. E secondo me proprio «West Side Story» ne è una prova. Certamente è una storia che va a finir male, nella quale trionfa la violenza. L’amore tra Tony e Maria finisce con la morte di lui, ucciso da un ragazzo della banda rivale. Però la dolcezza del loro amore si impone, di là dalla morte, nel sentimento del pubblico. E questa è la più grande vittoria! Chi ha assistito al dramma musicale, forse senza accorgersene, da quel momento sentirà e vivrà l’amore in un modo più profondo e più vero”.
“Che cose belle mi dici! Mi fai scoprire un mondo che non conoscevo! Nessuno me ne aveva mai parlato!”

Che fare?

Le due ragazze scesero dalla collina e si avviarono verso la strada carrozzabile. Alcuni operai stavano lavorando all’asfaltatura con le loro macchine operative.
Appena furono arrivate sul bordo della strada, Kitty si arrestò e disse:
“Stavo riflettendo a quello che hai detto. Certamente è molto bello. E tuttavia c’è qualche cosa che non mi convince. Mi sembra che ci sia un problema enorme da affrontare, una situazione che, come la vedo ora, mi sembra da incubo, anche se prima non me ne rendevo conto pienamente…”
Mentre ancora parlava, un’automobile bianca, superata una curva della strada, avanzò a velocità moderata, rallentando la marcia in prossimità delle due ragazze.
In quel momento Francis, l’operaio della strada, si interpose tra loro e l’automobile facendo cenno al guidatore di proseguire. L’automobile riprese velocità, mentre Francis, con un gesto della mano, invitava un altro autoveicolo, che proveniva in senso contrario, a continuare la marcia.
Poi l’operaio si voltò verso le due ragazze, sorrise loro e, con un segno di saluto cordiale, si allontanò.
“Ti eri accorta di lui?” chiese Kitty.
“Veramente non l’avevo proprio visto” rispose Dorothy. “E’ sbucato fuori all’improvviso”.
“Te l’avevo detto che è un impiccione!”
“Su, andiamo! Sei esagerata! Sta soltanto facendo il suo mestiere!”
“Sarà!” disse Kitty poco convinta.
Poi le due ragazze attraversarono la strada e si avviarono verso il viale d’ingresso della fattoria.
Durante il pranzo, a cui, insieme alla Signora Baker, era presente anche John, il marito di Dorothy, le due ragazze raccontarono la loro passeggiata alla cappella sulla collina e accennarono alla loro conversazione. Kitty si riprometteva di riprendere il discorso con Dorothy più tardi.
Dopo il pranzo e un po’ di riposo, Dorothy andò a lavorare per un po’ nella fattoria, nella quale era addetta principalmente alla mungitura e alla lavorazione dei prodotti del latte.
Kitty andò a farle compagnia, cercando anche, per quanto la sua inesperienza glielo permetteva, di dare una mano.
Insieme a loro c’era anche Deborah – la più grande dei bambini di Oak Farm – che da pochi giorni aveva compiuto nove anni. Stava spesso insieme a Dorothy, alla quale era molto affezionata, e si faceva consigliare da lei nella scelta delle sue letture.
“Vieni!” disse Dorothy a Kitty quando il lavoro fu terminato. “Prendiamo il tè e poi ti faccio vedere qualche cosa del monastero italiano di cui ti ho parlato”.
“Posso venire anch’io?” chiese Deborah saltellando intorno alle due ragazze.
“Sai che fino a una certa età” rispose Dorothy con un’espressione che voleva essere severa “dovete stare un po’ lontani dagli strumenti elettronici, e poi dovete incominciare ad usarli con moderazione. Ma per questa volta vieni pure. E’ una cosa bella, che certamente ti piacerà”.
Rientrarono nel salotto della casa padronale e, dopo aver preso il tè, si sedettero di fronte al computer. Dorothy lo avviò e poco dopo apparve il sito del monastero di Acquafredda.
Si videro diverse immagini della comunità, della chiesa, del chiostro e della natura circostante. Infine un video mostrò le monache che entravano in processione in coro e, con semplici ed espressivi gesti rituali, intonavano l’ufficio corale.
“Bellissimo!” esclamò Kitty. “Deve essere un posto meraviglioso!”
“Ci andiamo?” chiese Deborah saltellando sulla sedia.
Dorothy rise e, spegnendo il computer, disse:
“Non è mica dietro l’angolo! Ma ora va’ a fare i compiti. Poi ne riparleremo”.
“Va bene!” rispose Deborah in tono rassegnato. “Poi però vieni a raccontarci qualche bella storia!”
“Vedremo! Se sarete buoni! Ora va’, presto!”
Deborah dette un bacio alle due ragazze e se ne andò un po’ dispiaciuta.
“Che bella bambina!” esclamò Kitty. “E’ lei che ha avuto quell’avventura la notte prima del tuo matrimonio, vero?”
“Sì! Proprio lei! Spero di avere presto una bambina, e vorrei che fosse come Deborah!”
“Io penso che sarebbe meglio un maschietto. Altrimenti Deborah si ingelosisce!”
“Hai ragione! Sarà come Dio vorrà!”
“Ma senti!” riprese Kitty dopo un attimo di silenzio. “Vorrei riprendere il discorso di stamattina. Ora poi che ho visto il sito del monastero le idee mi si accavallano sempre di più.
“E’ molto tempo ormai che frequento i giovani e partecipo alle loro attività, ai loro divertimenti e alla loro vita notturna. Mi era successo, anche in passato, di chiedermi, con una certa preoccupazione, se dietro tutto questo non ci fosse un gran vuoto e un’enorme illusione. Ma avevo sempre messo da parte il pensiero. Ora, dopo quello che è successo con Jack e dopo l’esperienza di questi giorni a Oak Farm, mi sembra di vedere il problema con una lucidità nuova.
“Effettivamente adesso, anche in seguito alle tue osservazioni, ho l’impressione che tra i giovani – almeno tra quelli che ho frequentato, e tra i moltissimi che seguono la stessa strada – ci sia un gigantesco fenomeno di estraneazione dalla realtà e da ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Penso anche che probabilmente c’è dietro uno smisurato giro d’affari, che ha interesse a favorire il più possibile questa situazione.
“Quello che ho vissuto in questi giorni, i discorsi che abbiamo fatto, le immagini del monastero… Tutte queste cose mi hanno svelato una dimensione della vita totalmente nuova per me. All’inizio mi era sembrata una cosa irreale, una specie di cibo speciale per uno sparuto gruppetto di aristocratici che potevano permetterselo. Ma ora mi sembra di incominciare a capire che non è così. La pace del cuore, l’amore profondo, i momenti di silenzio e di riflessione, la gioia di un lavoro sano e fruttuoso, la bellezza della natura, e poi i misteri della vita dell’anima, dell’unione profonda dei cuori, della preghiera… No! Non sono un cibo speciale per aristocratici! Capisco ora che sono una necessità per tutti. E i giovani di oggi avrebbero diritto a queste cose come e più di tutti gli altri. Sono sicura, anzi, che, senza saperlo, ne sentano vivamente il bisogno e soffrano immensamente per esserne stati privati.
“Ma ora io mi chiedo: folle incalcolabili di giovani vengono fagocitate dai divertimenti di massa, dai locali notturni, dalla valanga dei siti internet creati apposta per loro, dalla facilità degli incontri virtuali e dei messaggi elettronici di ogni tipo. C’è un’industria gigantesca del divertimento giovanile che dispone di capitali enormi. Cosa possono fare piccole realtà come Oak Farm o come Acquafredda, con i loro mezzi così limitati, di fronte a una propaganda così potente? Sarebbe come se si volesse combattere la bomba atomica con la fionda!”
“Quello che dici è verissimo!” disse Dorothy. “E non saprei proprio che cosa risponderti”.
Dopo un attimo di silenzio, riprese:
“Senti: ho un’idea! Scriviamo un messaggio alla madre abbadessa di Acquafredda e poniamo a lei il problema. Vediamo che cosa risponde!”
Kitty sorrise.
“Ma se sta in monastero” disse, “come può comprendere questi problemi?!”
“Oh, non credere che Madre Lioba sia stata sempre in monastero! E’ ancora abbastanza giovane, ma ha avuto anche lei il tempo di vivere la vita degli adolescenti di oggi. Ho saputo che, prima di scoprire la sua vocazione, ha fatto esperienze molto dolorose. A quanto sembra è giunta sull’orlo del suicidio!”
“Davvero!? Allora potrebbe essere la persona adatta. Ma che cosa possiamo scriverle?”
“Pensiamoci un momento. Facciamo così: stiamo per un po’ in silenzio, ognuna per conto suo. Poi tra un’oretta ci incontriamo di nuovo qui e vediamo se riusciamo a scrivere il messagio. Che ne pensi?”
“Benissimo! Ho incominciato ad apprezzare molto i momenti di silenzio e di riflessione!”
Le due ragazze uscirono dal salotto e si separarono. Dorothy si ritirò nel suo appartamento e Kitty andò a prepararsi per una passeggiata.

La domanda

Uscita dal cancello, Kitty si inoltrò lungo il vialetto di accesso alla fattoria e raggiunse la strada carrozzabile. Poco lontano Francis era intento ai lavori stradali. Appena l’operaio la vide, le fece un gesto di saluto sorridendole cordialmente. Kitty rispose al saluto, ma dentro di sé pensò:
“Sì, è normale che stia lì a lavorare. Ma sembra che sia sempre pronto ad osservare quando Dorothy e io passiamo. Mah! Lasciamolo stare!”
Attraversò la strada e si avviò verso la collina.
Lungo il viale che conduceva alla cappella, si sedette su una panchina e rimase in silenzio a riflettere sul messaggio da scrivere all’abbadessa. Il suo sguardo vagava tra gli alberi che la circondavano e la campagna gallese sovrastata dal cielo azzurro dei primi giorni di giugno.
“Gli spazi della natura sono immensi” si disse, “mentre le discoteche al confronto sono una cosa insignificante. Eppure i giovani si raccolgono in folla là dentro, lasciando la campagna in abbandono. E credono di aver trovato la vita! «Dunque tu non frequenti chiese e biblioteche!?» Ahahahah!!! Poteva aggiungere: «E neanche campagne e boschi!» Quanto siamo idioti!”
Rimase a lungo in silenzio. Poi, vedendo che si avvicinava l’ora dell’appuntamento, si avviò per rientrare.
Trovò Dorothy che l’aspettava, con il computer già acceso.
Si sedette accanto a lei e, dopo un breve scambio di idee, insieme elaborarono un messaggio da inviare a Madre Lioba.
Il messaggio era così formulato:

«Rev.ma Madre Abbadessa,
«Le scrivo per sottoporle un problema che ogni giorno mi appare sempre più urgente e angoscioso.
«Lei ha abbastanza esperienza della vita per sapere come i giovani di oggi siano attirati in massa verso divertimenti rumorosi e spesso privi di ogni limite. L’esempio più vistoso di questo costume giovanile sono le discoteche. Ma in molti altri modi i ragazzi di oggi sono attirati da luci seducenti che promettono loro la felicità a costo zero. Come lei sa, l’elettronica permette ai giovani, già dalla più tenera età, un’infinità di rapporti virtuali a tutte le ore del giorno e della notte. Inoltre, tramite internet si può accedere a innumerevoli siti, tra cui abbondano quelli pericolosi, o anche pericolosissimi. Ma anche i siti che si mantengono lontani da eccessi di immoralità contribuiscono ad estraniare i giovani dalla realtà della vita, da rapporti umani concreti, dal contatto con la natura. Così la loro immaginazione è ricolma di virtualità che superano ogni limite di dimensione umana in tutte le direzioni accessibili alla fantasia, spesso purtroppo in un modo o nell’altro pervertita. Ma è evidente che in questa situazione il concetto stesso di perversione per loro non ha senso.
«Tutto questo mondo artificioso, a cominciare dalle discoteche, dispone di una ricchezza di mezzi incalcolabile, con la quale facilmente riesce a far breccia nell’animo inesperto e ingenuo dei giovani e dei giovanissimi.
«Ora io mi chiedo: è vero che esistono realtà come Oak Farm e come Acquafredda, in cui si trovano ancora dimensioni di vita sane e benefiche, le quali potrebbero, se conosciute e seguite, apportare ai giovani quella felicità che essi invano cercano disperatamente negli eccessi di una vita artificiosamente gonfiata. Ma, di fronte alla smisurata potenza della moderna industria del divertimento di massa, che cosa si potrebbe fare per far penetrare tra i giovani in modo efficace un ritmo di vita più regolare, un contatto con la natura e con le altre persone più vero e profondo, una letteratura e una musica più ispirate al linguaggio profondo dell’anima?
«Qui ad Oak Farm per il momento possiamo ospitare soltanto al massimo due persone alla volta. Voi certamente di più. Ma che cos’è questo di fronte ad un oceano di gioventù che ci sfugge? E’ una goccia nel mare! E’ vero che, come dice Margaret, il mare è fatto di gocce. Ma come fare in modo che le poche gocce con cui noi possiamo innaffiare il deserto di questo mondo possano trasformarlo in un giardino?
«Mi scusi, Madre, se mi sono permessa di disturbarla, ma il problema mi angoscia profondamente e, come può credere, aspetto con ansia la sua risposta.
Sinceramente
sua Dorothy»

“Che ne pensi?” chiese Dorothy dopo averlo riletto attentamente.
“Mi sembra che vada bene” rispose Kitty.
“A pensarci bene però mi sembra che manchi qualche cosa”.
“Cioè?”
“Non sarebbe bene spiegare alla madre, che sai che stai qua e che conosce la tua storia, che il problema l’hai posto tu?”
“Non so quanto sia importante, ma certamente mi farebbe piacere che aggiungessi i miei saluti e i miei ringraziamenti per le loro preghiere. Anzi, già che ci siamo, potresti anche dirle che ho apprezzato moltissimo ciò che ho visto del loro monastero nel loro sito e che non vedo l’ora, se mai sarà possibile, di andarle a trovare”.
“Bene! Allora aggiungo un post scriptum così:

«Questo messaggio lo abbiamo scritto insieme, Kitty ed io, dopo aver discusso e riflettuto sulle sue esperienze a Londra con i suoi amici e sulle impressioni che ha avuto qui a Oak Farm. Mi incarica di dirvi che vi è sinceramente riconoscente per le vostre preghiere e che ha apprezzato molto quello che ha visto sul vostro sito. Spera che un giorno possa venire a trovarvi».”

Le due ragazze rilessero insieme il messaggio e decisero che poteva andare. Dorothy lo spedì e disse:
“Ora dobbiamo aspettare un po’ per avere una risposta. Io veramente sono molto impaziente di leggerla”
“Anch’io non vedo l’ora!”
“Ma senti: ora si è fatto tardi e penso che devo andare dai bambini. Generalmente a quest’ora mi aspettano perché vogliono che racconti loro qualche storia”.
“Posso venire anch’io?”
“Se vuoi! Ma ho paura che ti annoi, e poi mi metti soggezione!”
“Ma su, che dici!”
“Va bene. Allora andiamo”.
Le due ragazze uscirono dalla casa padronale e si avviarono verso un edificio dove, in un locale sufficientemente spazioso, si radunavano i bambini per giocare o per altre attività comuni.
Era ormai pomeriggio inoltrato e il sole stava calando verso occidente.
Quando entrarono nella sala, i bambini si affollarono intorno a Dorothy pieni di gioia rumorosa.
Erano una dozzina, alcuni molto piccoli, altri un po’ più grandicelli. Deborah, che era la più grande, faceva un po’ da capetto e un po’ da mammina. Con loro in quel momento c’era anche Jane, la mamma di Deborah, incaricata di sorvegliarli
“Dorothy!” esclamò la bambina andando incontro alla sua giovane amica. “Allora, che cosa ci racconti oggi?”
“Sedetevi tutti in circolo” rispose Dorothy “e vedremo quello che posso raccontarvi. Ma prima ditemi: avete fatto tutti i compiti?”
“Sì!” gridarono i più grandicelli.
“E siete stati buoni?”
“Sì!” gridarono tutti insieme.
“Veramente” intervenne Jane sorridendo “su questo punto non dovrebbero essere loro a rispondere”.
“Ecco!” disse Dorothy. “Allora adesso lo chiedo a Jane. Se mi dice che non siete stati buoni, niente racconto!”
“No!” protestarono i bambini pestando i piedi.
“Be’ ” disse Jane fingendo di assumere un tono severo, “veramente proprio buoni non potrei dire che sono stati. David ha fatto il prepotente con Julie e Catherine ha litigato con Barbara”.
“Ah, ah, ah!” esclamò Dorothy guardando in giro con sguardo minaccioso, mentre i bambini abbassavano gli occhi vergognosi. “Mi sa che allora questa sera il racconto salta! Ma ditemi: almeno avete fatto pace?”
“Sì, sì, sì!” gridarono tutti in coro, mentre David prendeva sotto braccio Julie e Catherine dava la mano a Barbara.
“E ditemi un po’: perché David ha fatto il prepotente con Julie?”
“Mamma ci ha dato una cioccolata per ciascuno” disse Julie facendosi avanti, “e David ha preso anche la mia!”
“Però poi gliel’ho ridata!” gridò David
“Dopo che Jane ti ha sgridato!” ribatté Julie.
“Adesso” intervenne Dorothy “non ricominciate a litigare dopo che avete fatto pace! David, ti piacerebbe che tua sorella mangiasse anche la tua cioccolata?”
“No!” disse David abbassando gli occhi vergognoso
“Dunque neanche tu devi mangiare la cioccolata di Julie!”
“Ma io prometto che non gliela prendo più!”
“Bravo! Mi raccomando! Ma ora ditemi: perché Catherine ha litigato con Barbara?”
“Perché Barbara mi dice sempre che parlo male!” esclamò Catherine.
“Non è che parli male” disse Dorothy. “Soltanto che tu sei scozzese e in Scozia si parla in modo un po’ diverso! Tu, Barbara, non devi portarla in giro per questo e tu Catherine non te la devi prendere!
“Però” disse Barbara “ora abbiamo fatto pace!”
“Va bene! Dunque niente più prepotenze?”
“No!!!!” gridarono i bambini tutti in coro.
“E niente più litigi?”
“No!!!!”
“Ci posso contare?”
“Sì!!!!”
“Va bene! Per questa volta vi perdono. Ma non succeda più! Chiaro?”
“Sì!!!!”
“Allora, volete una storia?”
“Sì!!!!”
“Vi racconterò la storia di Johnny. Adesso sedetevi tutti, fate silenzio e ascoltate.

Johnny

“Si avvicinavano le feste di Natale” esordì Dorothy con voce nello stesso tempo semplice ed espressiva. “I bambini nella scuola di Newcastle si preparavano a tornare a casa dopo aver passato il pomeriggio a fare i loro compiti e ad adornare le aule scolastiche per la festa. Mentre indossavano le giacche e i soprabiti per ripararsi dal freddo, Pamela, che era molto vanitosa, alzò su il naso con aria di importanza e disse:
«Io a mamma regalerò per Natale un profumo francese!»
«E io» intervenne Fred «le regalerò un High Pad!»
«E tu» riprese Pamela guardando Johnny con aria maliziosa «che cosa regalerai a tua madre per Natale?»
“Johnny era un bambino molto timido, la sua famiglia era povera e non aveva mai soldi a disposizione per fare regali. Dopo un momento di esitazione rispose
«Io farò a mamma un regalo così bello che non ve lo posso dire!”
«E su, va’, diccelo!” esclamò Fred dando a Johnny una botta sulla spalla.
«No, non posso!” rispose Johnny incominciando ad agitarsi.
«Sai perché non lo vuole dire?» intervenne Pamela con aria da saputella. «Perché non ha nessun regalo da fare alla mamma!»
«Non è vero!» esclamò Johnny scoppiando a piangere. «Io alla mamma farò un regalo molto più bello del vostro!»
“A questo punto la maestra, che da lontano aveva ascoltato tutta la conversazione, si avvicinò e disse:
«Allora, ragazzi! Basta così! Niente litigi! Preparatevi ad andare a casa! E tu Johnny, su, non piangere! Che uomo sei?! Ma ora aspetta un momento prima di uscire!»
Quando gli altri bambini furono usciti, la maestra chiese a Johnny:
«A me lo puoi dire: che regalo vuoi fare a tua madre?»
“Johnny si mise di nuovo a piangere ed esclamò:
«Ma io non ho soldi! Non posso fare nessun regalo a mia madre! Ho detto così soltanto perché se no gli altri mi prendono in giro!»
«Su, non piangere!» gli disse la maestra. «Vieni con me!»
“Lo condusse sulla terrazza della scuola. Era già buio e nel cielo incominciavano ad apparire le stelle.
«Ascolta, Johnny» gli disse la maestra. «Vedi le stelle in cielo?»
«Sì, certo!»
«Ti piacciono?»
«Oh, sì, tanto!»
«Perché non ne regali una a tua madre per Natale?»
“Johnny la guardò sbalordito.
«Non sto scherzando» disse la maestra. «Una stella è il regalo più bello che potresti fare a tua madre per Natale!»
«E come faccio a regalarle una stella!»
«Vedi Johnny, ognuno di noi ha una stella dentro il cuore. Purtroppo però, per colpa nostra, molto spesso la facciamo così oscurare che alla fine non si vede più. Quando tu sei pigro, la stella si intorpidisce. Quando sei egoista, la stella si appesantisce e va giù giù dove nessuno la può vedere. Quando sei goloso, impallidisce. Quando sei prepotente, diventa tutta nera. Se poi sei bugiardo, o prendi le cose che non ti appartengono, o sei invidioso, o parli male dietro le spalle, allora la stella si spegne del tutto. Ma al contrario, se sei pronto a fare sempre i tuoi doveri, se sei generoso, moderato nel mangiare dolci, buono con tutti, sincero, amico fedele e pronto a fare del bene a tutti, allora la stella diventa sempre più splendente e tutti possono vederla, specialmente tua madre.
«Dunque adesso fa’ come ti dico: cerca di far risplendere la tua stella ogni giorno di più, e vedrai che per Natale alla mamma farai il regalo più bello».
«Certo, maestra» rispose Johnny, «mi piacerebbe molto fare un regalo così bello a mia madre. Ma è tanto difficile!»
«Però ora non puoi dire che ti mancano i soldi!»
«No, certo!»
«Che cosa ti manca allora?»
«Mi manca… No, maestra, non mi manca niente! Certo! Alla mamma regalerò la stella! E sarà il regalo più bello!»
“Così Johnny si decise a impegnarsi per ripulire e per far risplendere la sua stella sempre di più. Incominciò ad alzarsi presto e prontamente la mattina, senza lasciarsi prendere dalla poltroneria; si mise di impegno non solo a fare bene i suoi compiti di scuola, ma anche ad aiutare la mamma nelle faccende domestiche; non rispose più male ai compagni, anche quando gli facevano i dispetti; non disse più bugie, neanche per evitare punizioni a casa e a scuola.
“Veramente all’inizio gli riuscì tutto molto difficile e credeva proprio di non farcela. Quanto era caldo il letto la mattina! E che fatica rifarsi il letto e lavare i piatti! E poi, che pazienza sopportare tutte le smorfie di Pamela o tutte le prepotenze di Fred senza rispondere male! Ma dopo un po’ che si sforzava si accorse che dal suo cuore incominciava ad uscire una luce nuova, che non aveva mai visto, e incominciò a sentire nel petto un calore, una forza, una gioia che non aveva mai provato prima. Era la stella, che piano piano si stava ravvivando e riacquistava luce e calore.
“Anche la mamma di Johnny dopo un po’ si accorse che da suo figlio usciva una luce nuova, che splendeva sempre di più e rallegrava tutta la casa. Senza dire niente, incominciò a guardare il suo bambino con un sorriso sempre più gioioso e contento. Johnny se ne accorse e capì che stava facendo alla madre un regalo di Natale meraviglioso.
“Così, tutto contento, si impegnò sempre di più, tanto che la notte di Natale, quando tutta la famiglia di Johnny si trovò raccolta insieme per la festa, tutti si accorsero che da Johnny usciva una luce misteriosa, tanto che il bambino non sembrava più lo stesso.
“Tutti si stupirono. Ma Johnny non disse niente. Però, in silenzio, scambiò con la mamma uno sguardo di intesa, che sembrava dire: sei contenta del mio regalo di Natale? E lo sguardo della mamma silenziosamente gli rispondeva: nessun altro regalo avrebbe potuto farmi più contenta!
“Passate le feste, la mamma di Johnny si incontrò con la mamma di Pamela e con la mamma di Fred. Si misero a conversare, e la mamma di Pamela disse:
«Mia figlia per Natale mi ha regalato un profumo francese!»
“La madre di Fred disse:
«A me mio figlio ha regalato un High Pad!»
“Allora la madre di Johhnny disse, con aria misteriosa:
«A me mio figlio ha fatto un regalo così bello che non ve lo posso dire!»

La risposta

Quando Dorothy ebbe finito di raccontare la storia, tutti i bambini applaudirono e incominciarono a saltellare e a gridare:
“Che bella! Che bella! Ce ne racconti un’altra?”
Anche Kitty e Jane fecero il loro sinceri complimenti a Dorothy, e Jane aggiunse:
“Te l’ho detto che, se continui così, ci rubi il cuore dei nostri figli!”
“Oh, no!” rispose Dorothy ridendo. “Non vorrei mai!”
“Bisogna proprio che impari anch’io a raccontare storie!” esclamò Jane ridendo anche lei. “Altrimenti Deborah mi ripudia!”
“Oh, non c’è pericolo!” la rassicurò Dorothy. “Ti ricordi come ti si era appiccicata quando è scappata da quei delinquenti? Non si sarebbe staccata mai da te!”
Jane, al ricordo delle angosce di quei momenti, prese Deborah tra le braccia e la strinse a lungo sospirando, mentre Deborah ricambiava l’abbraccio della madre con uguale affetto.
“Ragazzi!” disse infine Dorothy. “Anziché chiedere un’altra storia, dovreste imparare bene la lezione della storia che vi ho raccontato. Anche voi avete una stella dentro il cuore e dovete impegnarvi a renderla sempre più luminosa. Avete capito come si fa?”
“Sì! Non dobbiamo dire più bugie! Ma Doris ieri ha detto una bugia!”
“Basta! Ognuno pensi per sé. E ora andate a prepararvi per la cena!”
Tutti uscirono dalla sala e le ragazze rientrarono nella casa padronale.
Durante la cena vi fu una conversazione piuttosto animata tra Dorothy, Kitty, la Signora Baker e John sui problemi di cui le due ragazze avevano discusso in giornata e sul messaggio spedito alla Madre Lioba.
“Sono proprio impaziente di leggere la risposta!” disse a un certo punto Kitty a Dorothy. “Chissà se dopo cena la troveremo!”
Ma, con loro grande delusione, quando, prima di andare a riposare controllarono la posta elettronica, non c’era nessun messaggio dall’Italia.
“Va bene!” disse Dorothy. “Ora andiamo a dormire e speriamo che domani mattina arrivi qualche cosa”.
Così, deluse e impazienti, le due ragazze si ritirarono nei rispettivi appartamenti.
La mattina dopo, appena finita la colazione, Dorothy e Kitty si precipitarono a controllare la posta elettronica e, con loro grande gioia, trovarono un lungo messaggio delle monache di Acquafredda. Per leggerlo meglio e per conservarlo lo stamparono e subito si immersero nella lettura.
Questo era il testo del messaggio:

«Carissima Dorothy,
«la madre abbadessa, dopo che ne abbiamo discusso insieme, ha incaricato me di rispondere al tuo messaggio, dato che, essendo irlandese, non ho problemi con la lingua inglese.
«Ma prima di rispondere a domande così importanti e impegnative, anche se la Madre Lioba già mi aveva suggerito i concetti principali, ho chiesto al Signore la luce dello Spirito Santo.
«La prima cosa che vorrei dire è che il fatto che la richiesta venisse dall’Inghilterra ci ha ricordato un episodio molto importante e molto celebre della storia della conversione del popolo inglese al cristianesimo – un episodio, tra l’altro, legato alla storia monastica.
«Nel 597 il papa San Gregorio Magno inviò, ad evangelizzare l’isola, un gruppo di monaci del monastero di S. Andrea al Celio – da lui stesso fondato e in cui era stato monaco prima di divenire sommo pontefice – sotto la guida del priore Agostino. I frutti di questa missione furono straordinari, tanto sul piano religioso quanto su quello civile.
«I monaci inviati da San Gregorio Magno fondarono, in Inghilterra, molti monasteri e ben presto tutti i sette regni in cui era diviso il territorio si convertirono al cristianesimo. Questa conversione non ebbe un’importanza esclusivamente religiosa, perché i monasteri influenzarono profondamente la società inglese anche dal punto di vista culturale. Basta pensare che, appena un secolo dopo la missione di Agostino, il monaco inglese San Beda il Venerabile acquisì il doppio titolo di dottore della Chiesa e di fondatore della storiografia – e in un certo senso anche della letteratura – inglese.
«Proprio San Beda, nella sua “Storia ecclesiastica del popolo inglese”, racconta questo episodio, relativo al futuro pontefice Gregorio Magno:
«Gregorio “vide messi in vendita” a Roma “giovani di carnagione molto chiara, di bell’aspetto e con bei capelli. Osservandoli, domandò da quale terra fossero stati portati. Gli fu detto che provenivano dall’isola della Britannia, i cui abitanti erano di tale aspetto… ‘Ohimé, che dolore’ disse, ‘che il Signore delle tenebre possegga tali uomini di volto così luminoso, e che tanta grazia di apparenza esterna ospiti un’anima priva della grazia interiore!’ Poi chiese di nuovo come si chiamasse la loro gente. Gli fu risposto che si chiamavano Angli. Ed egli disse: ‘Giusto, infatti hanno volto angelico e tali conviene che siano i coeredi degli angeli nei cieli’ (…) Andò allora dal pontefice della sede apostolica – non era stato ancora eletto egli stesso pontefice – e lo pregò di mandare qualche missionario in Britannia”.
«Fu questo, secondo Beda, il motivo per cui, divenuto papa, Gregorio decise di inviare la missione monastica in Inghilterra.
«Ora, insieme alla madre abbadessa, abbiamo pensato che questo racconto si potrebbe applicare anche ai giovani di cui tu ci parli, che bruciano il loro tempo migliore tra divertimenti notturni, alcool, droga ed altri eccessi. Vedendo questa bella gioventù, viene veramente da esclamare: “Non Angli, sed Angeli! Che dolore che il Signore delle tenebre possegga persone dal volto così luminoso, e che tanta grazia di apparenza esterna ospiti un’anima priva della grazia interiore!” Quanto vorremmo, come Gregorio Magno, inviare monaci missionari in tutto il mondo per convertire alla fede e alla civiltà questi nuovi infedeli!
«Ma oggi la situazione è diversa. Allora i monasteri erano centri che attiravano i popoli e diffondevano la fede e l’osservanza di sane regole di vita e di cultura. Monaci e monache erano numerosi e attivi e riuscivano ad influenzare le masse. Basta pensare alla straordinaria missione che il giovane monachesimo anglosassone, poco più di un secolo dopo la conversione dell’Inghilterra, intraprese in Germania ad opera di San Bonifacio e di altri benedettini dell’uno e dell’altro sesso.
«Oggi non è più così: le comunità monastiche hanno spesso pochi elementi, devono salvaguardare con molto rigore la vita interna dall’influenza disgregatrice dei cattivi costumi della società, mentre la maggior parte delle persone del mondo, anziché ammirare e cercare di imitare le virtù monastiche, sono per lo più indifferenti e critiche verso i monasteri, che considerano un inutile relitto del passato.
«Cosa fare dunque?
«Dopo aver riflettuto e pregato, abbiamo pensato ad un progetto che ci sembra realizzabile e che potrebbe essere efficace.
«Il fatto che almeno alcuni giovani, come voi, si dimostrino sensibili ai mali di tanta gioventù e si rivolgano a noi per un consiglio, ci suggerisce che forse si potrebbe creare un gruppo di giovani amici del monastero disposti seriamente ad impegnarsi per il bene dei loro coetanei. Questo gruppo all’inizio potrebbe essere anche molto piccolo, ma, se il progetto è valido, pensiamo che ben presto il numero dei suoi componenti si moltiplicherebbe.
«Sappiamo che oggi ci sono tanti, anche nelle file del clero, che cercano di attirare i giovani confondendosi con loro e imitando, almeno fino ad un certo punto, il loro modo di vivere, di sentire e di esprimersi. Per quanto ciò possa essere a suo modo efficace e lodevole, non è questo ciò che noi proponiamo. La nostra tradizione monastica ci invita a muoverci in un’altra direzione.
«I nostri giovani amici dovrebbero per prima cosa elaborare, con la riflessione e la preghiera, un progetto culturale adatto ad attirare i giovani verso modi di vita diversi da quelli oggi universalmente diffusi, trovando i mezzi efficaci per incidere sull’animo dei loro coetanei. In questo l’esempio della vita monastica potrebbe offrire loro preziose ispirazioni.
«I monasteri perseguono un modo di vita che oggi appare fortemente alternativo rispetto ai costumi più diffusi. Questa diversità di fondo si manifesta per prima cosa nell’organizzazione rigorosa della giornata, segnata da ritmi ben precisi e dalla gerarchia di attività che, in misura della loro importanza, esigono la dedizione dei religiosi e delle religiose secondo tempi ben determinati. Questa organizzazione non è un fatto puramente esteriore, ma è fondata sulla coscienza della qualità di ciò in cui investiamo la nostra vita e sull’impegno costante a migliorare noi stessi.
«Cerchiamo ora di applicare i principi che ispirano una comunità monastica ai bisogni dei giovani di oggi. Come organizzare i tempi preziosi della giornata in modo da sottrarli alla dissipazione e all’improvvisazione? In quali attività vale la pena di investire le proprie forze giovanili perché la vita sia degna di essere vissuta? Come attuare un costante miglioramento di se stessi, in modo da condizionare positivamente tutto il proprio futuro? Questo impegno di miglioramento non passa necessariamente attraverso regole di comportamento che impongono moderazione al nostro desiderio di godere e di affermarci sugli altri? Il vero amore, in tutte le sue forme, non richiede imperiosamente una vittoria costante sul proprio egoismo e l’acquisizione di uno spirito di autolimitazione e di servizio? Ma ciò che maggiormente influisce in modo determinante sul nostro sentimento della vita, e perciò sulle nostre convinzioni profonde e sul nostro modo di essere e di agire, oltre agli esempi che abbiamo intorno a noi, è il linguaggio che ascoltiamo e che usiamo e la cultura che si esprime attraverso le arti della parola, della musica, dell’immagine, della costruzione e della decorazione degli ambienti di vita.
«Ora proprio il linguaggio e l’espressione culturale e artistica oggi determinano negativamente il sentimento della vita della gioventù. Per questo è necessario che il nostro gruppo di amici elabori un linguaggio nuovo, una nuova espressione del sentimento attraverso l’arte e la cultura, capace di coinvolgere la gioventù e di attirarla verso una diversa e più profonda qualità della vita.
«Per ottenere questo a noi sembra necessario che i nostri amici frequentino assiduamente il monastero – ovvero la fattoria di Oak Farm, o ambienti simili – dove, ispirati dalla vita della comunità ed eventualmente aiutati dal consiglio di chi la vive, nel silenzio, nella riflessione e nella preghiera, elaborino i modi di vita, le attività, i linguaggi, le espressioni della musica, dell’arte, della cultura capaci di attirare i loro coetanei e di incidere su di loro per un cambiamento sostanziale del loro sentimento e quindi del loro comportamento e del loro futuro.
«Questa è in breve la nostra proposta. Si tratta ora di verificarne la validità e, eventualmente, di precisare con quali modalità essa si potrebbe realizzare.
«Mi fermo qui, con la speranza che quanto sono stata in grado di esprimere con il consiglio della madre abbadessa e con quel poco che ho potuto mettervi di mio, possa essere di vostra utilità.
«Ma sappiamo bene che, senza l’aiuto di Dio, tutti i nostri sforzi sono vani. Per questo da parte della nostra comunità vi assicuriamo la nostra costante preghiera e invitiamo anche voi ad accompagnare con la preghiera questo vostro lodevole impegno a favore della gioventù.
“Non Angli, sed Angeli!”
«Il Signore vi benedica e vi dia pace.
«Con sincera amicizia
«Suor M. Bridget O.S.B.»

La provvidenza

Quando ebbero finito di leggere la lettera di Suor Bridget le due ragazze si scambiarono un’occhiata piena di stupore e di meraviglia.
“Non ti sembra straordinario?” chiese Kitty dopo un momento di esitazione.
“Sì, veramente! Qui c’è molto da riflettere e da lavorare!” rispose Dorothy.
“Non mi sembra vero!” disse Kitty allargando le braccia e alzando gli occhi al cielo. “Chi l’avrebbe mai detto che, venendo qua, mi si aprissero delle strade così nuove e così inaspettate!”
“E pensi di poter fare qualche cosa?”
“A tutti i costi sì!”
“Il problema è di trovare giovani disponibili a collaborare!”
“Intanto c’è sicuramente Edith. E poi piano piano troveremo anche altri. Mi sembra quasi che la provvidenza ci stia guidando… Ma senti che cosa sto dicendo! Oh, Dorothy! Non mi sembra vero! E’ possibile realmente che vi sia una provvidenza? Che vi sia qualcuno che mi sta portando per mano, che mi ha sempre portato per mano? E io non lo sapevo!”
Ciò dicendo Kitty si gettò tra le braccia di Dorothy e incominciò a singhiozzare.
“Oh, Dorothy!” esclamò “Scusami! Mi viene da piangere! Mi sembra tutto così impossibile! Non mi sembra vero! Che cosa mi succede?! Quale luce misteriosa e meravigliosa c’è nella nostra vita?!”
Dorothy l’abbracciò con affetto e le disse:
“Di che cosa ti devi scusare? Non sai come ti capisco! Anche a me è successo lo stesso quando sono venuta per la prima volta ad Oak Farm”.
“Senti, Dorothy: io ho bisogno di raccogliermi un momento e di… Non so cosa dire! Forse di… sì, di pregare!”
“Vuoi che andiamo alla cappella?”
“Oh, sì, sì! Andiamo subito!”
“Va bene! Allora va’ a prepararti. Ti aspetto all’ingresso”.
Kitty si asciugò gli occhi sorridendo a Dorothy e andò nel suo appartamento a cambiarsi.
Dorothy rimase per qualche istante soprappensiero.
“Mamma mia!” pensò. “Che cose incredibili ci succedono! Chi l’avrebbe detto che tutta una serie di circostanze provvidenziali ci avrebbero portate a questo punto! Ma speriamo di riuscire veramente a realizzare qualche cosa di buono per i giovani. Non è questo il giuramento che abbiamo fatto con Margaret e con Vittoria?”
Rimase ancora per qualche attimo in silenzio, poi si diresse nell’atrio dell’abitazione dove poco dopo la raggiunse Kitty.
Le due ragazze uscirono e percorsero il vialetto di accesso alla fattoria. La giornata era molto gradevole: l’aria era fresca e il cielo sereno.
Giunte sul bordo della strada carrozzabile, Dorothy esclamò:
“Queste prime giornate di giugno sono bellissime! Niente di meglio per una passeggiata…”
In quel momento un’automobile bianca si accostò a loro e si fermò. Si aprì una delle portiere laterali e ne uscì un giovane pieno di tatuaggi, vestito con i jeans e con la camicia aperta sul petto. Si avventò su Kitty, la afferrò e la trascinò verso la vettura.
Ma improvvisamente due mani agguantarono il giovane per le braccia con una morsa di acciaio. Il giovane gridò per il dolore e lasciò la presa. Kitty, in preda al panico, si gettò tra le braccia di Dorothy, la quale fissava terrorizzata Francis che, afferrato il giovane, lo trascinava verso il bordo della strada. Ma dalla macchina uscì un altro giovane, il quale si avventò su Francis colpendolo violentemente alla testa. Francis cadde a terra tramortito e i due giovani, dopo aver gettato un’occhiata piena di collera alle due ragazze, vedendo che gli altri operai stavano accorrendo, risalirono velocemente in automobile, avviarono il motore e ripartirono in gran fretta.
Gli operai, giunti sul posto, si accalcarono intorno a Francis gridando e agitandosi senza sapere che cosa fare.
Dorothy ricuperò subito il suo sangue freddo. Fece distendere Kitty, che era mezzo morta dallo spavento, sull’erba accanto alla strada e si fece largo tra gli operai.
“Chiamate subito un’ambulanza!” disse. Poi si chinò sul corpo tramortito di Francis che giaceva sull’asfalto.
Avendo una buona pratica di pronto soccorso, si mise subito all’opera. Slacciò la camicia dell’operaio e chiese che le venisse portata una bottiglia d’acqua.
Tastò il polso di Francis e, sentendo che batteva molto debolmente, si chinò ad ascoltare il cuore. La situazione le sembrava preoccupante. Evidentemente il colpo che aveva ricevuto in testa era stato molto forte. C’era il pericolo di qualche seria lesione cerebrale.
La ragazza si augurò che arrivasse presto l’ambulanza.
Intanto gli altri operai vociavano intorno a lei chiedendo notizie sulla situazione del loro compagno.
“Vi prego!” esclamò Dorothy. “Meno fate confusione, meglio è. Non posso dire niente ora. Bisogna aspettare i medici. Ma se fate silenzio posso attendere meglio ai primi soccorsi”.
Intanto un operaio le aveva portato una bottiglia d’acqua.
Dorothy inumidì un fazzoletto e incominciò a massaggiare il petto di Francis. Poi gli distese le braccia lungo il corpo e gli sbottonò completamente la camicia.
Si chinò nuovamente per ascoltare il cuore e scosse la testa con aria preoccupata.
Gli altri operai la guardavano in silenzio con il fiato sospeso.
La ragazza inumidì ancora il fazzoletto e incominciò a massaggiare il viso e la fronte di Francis.
Mentre gli raccoglieva i capelli sopra la fronte e gli sistemava delicatamente la barba, all’improvviso si irrigidì e fissò il viso dell’operaio con gli occhi spalancati.
“Ma!..” esclamò. “No! Non è possibile!”
Poi si gettò al collo di Francis singhiozzando.
“Papà! Papà!” gridò. “Perché non ti sei fatto riconoscere?!”

Messaggio

«Cara Vittoria,
«Dorothy se l’è vista brutta. Ma fortunatamente ora il padre è fuori pericolo e tra qualche giorno uscirà dall’ospedale. Lei sta lì e lo assiste giorno e notte, e Kitty le fa compagnia. Anche lei se l’è vista brutta! Quei giovani erano stati mandati da Jack, il suo ex-ragazzo. Aveva scoperto che era ad Oak Farm e li aveva incaricati di rapirla e di riportarla a Londra da lui.
«Ti puoi immaginare lo spavento che ha preso! Ora è così riconoscente al Signor Murray che non vuole lasciarlo finché non esce dall’ospedale e non è sicura che stia bene.
«E’ stata una vera provvidenza che il padre di Dorothy si trovasse lì in quel momento. Già da molto tempo desiderava rivedere sua figlia, ma si vergognava di farsi riconoscere da lei per averla abbandonata quando Dorothy aveva solo sette anni.
«Dopo molte ricerche, finalmente aveva scoperto che si trovava ad Oak Farm e, avendo saputo che quella ditta doveva fare dei lavori di manutenzione stradale nei pressi della fattoria, era riuscito a farsi assumere, in modo da poter vedere Dorothy e stare, almeno per un po’ di tempo, vicino a lei. Si era fatto crescere la barba per non farsi riconoscere.
«Mentre era lì, aveva osservato quell’automobile bianca che da diversi giorni girava da quelle parti, e si era insospettito. Allora aveva deciso di sorvegliare da vicino le ragazze, pronto per ogni evenienza.
«L’altra mattina, appena quel giovane è uscito dall’automobile e ha afferrato Kitty per rapirla, il Signor Murray, che si trovava, come sempre, a pochi passi da loro, si è subito avventato sul ragazzo e lo ha costretto ad abbandonare la sua preda. Purtroppo però c’era l’altro ragazzo sulla macchina, il quale è immediatamente corso in aiuto del compagno e ha dato un forte colpo sulla testa del Signor Murray, il quale è caduto a terra tramortito. Poi i due giovani sono fuggiti.
«Ma uno degli operai ha fatto in tempo a prendere il numero della targa e subito è stata avvertita la polizia. Così poco dopo i due sono stati rintracciati e arrestati. Ora Jack se la passerà male. Ma se l’è andata a cercare!
«All’ospedale i medici hanno diagnosticato una commozione cerebrale, ma senza lesioni irreversibili. Hanno dovuto sottoporre il paziente a cure intensive e per ventiquattr’ore hanno lasciato in sospeso la prognosi.
«Puoi immaginare che momenti di ansietà hanno passato Dorothy e Kitty! Poi finalmente i medici hanno dato la bella notizia che le cure avevano avuto effetto e che il paziente si era risvegliato ed era fuori pericolo.
«Quando Dorothy e Kitty finalmente hanno potuto vederlo e hanno potuto parlare con lui, c’è stato un incontro molto commovente. Mi hanno raccontato che tutti e tre sono scoppiati a piangere. Dorothy ha protestato perché il padre non si era fatto riconoscere. “Non lo capisci che tu sei sempre mio padre!” gli ha detto. “Non avrei avuto il cuore di rinfacciarti nulla! E adesso poi sei stato la nostra salvezza!” Kitty non la finiva di scusarsi per aver pensato male di lui e gli ha detto che ormai lo considerava come un suo secondo padre.
«Tra tutte queste vicende intanto non si è interrotto il filo del discorso sui progetti che Dorothy e Kitty stanno escogitando insieme a Madre Lioba e a Suor Bridget.
«Secondo me dovremmo essere un po’ gelose, perché il giuramento di lavorare per la felicità dei giovani per prime lo abbiamo fatto noi, e ora loro ci stanno passando avanti! Ahahahah! Magari ci passassero avanti in mille anziché in due!
«Come è ovvio, già hanno coinvolto Edith e prevedono, appena il Signor Murray uscirà dall’ospedale, di incontrarsi insieme a Londra per parlare del progetto. Mi informeranno in tempo, perché naturalmente hanno coinvolto anche me e mi hanno invitato ad essere presente all’incontro. Poi ti farò sapere.
«Insomma, sembra che la cosa stia andando avanti e che da un piccolo seme si stia sviluppando una grande pianta. Almeno possiamo sperarlo!
«Intanto Dorothy e Kitty sono sempre in contatto con Suor Bridget.
E la sai l’ultima? Dicono che quest’estate vogliono venire in Italia, insieme a Edith, per far visita al monastero di Acquafredda! Anche il Signor Murray vuole venire, e ha promesso che pagherà lui le spese per tutti.
«Che ne pensi? Verranno veramente?
«Ma, ad ogni modo, una cosa è certa: se ci andranno, immancabilmente ci saremo anche noi!
«Tanti carissimi saluti!
«A presto!
«Sinceramente
«tua Margaret».

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