EBOOK: LA CASA DEL BIANCOSPINO romanzo di Don Massimo Lapponi

(ultimato il 7 ottobre 2013)

Messaggi

Cara Margaret,
appena messo mano al computer, non posso fare a meno di scriverti. Non so esprimerti quanto è stato triste il mio rientro in Italia! Il ricordo del nostro entusiasmante campo scout, della cordialità di tutti i tuoi cari e delle giornate meravigliose che ho passato insieme a te mi ha accompagnato per tutto il viaggio. E mi accompagna ancora, con tanta nostalgia! Perché non sei potuta venire con noi in Italia?! Quanto sarebbe stato bello passare con te questi ultimi giorni di vacanza! Ora, solo al pensiero che tra non molti giorni si riapriranno le scuole, mi sento raggelare.
Che bella famiglia hai! Tuo padre è tanto colto quanto saggio e tua madre è una persona dolcissima! Con me poi sono stati così affettuosi che mi hanno fatto sentire come se fossi una loro figlia. E mi hanno anche riempito di regali! Anche i tuoi fratelli sono simpaticissimi. Charles in particolare si è fatto in quattro per rendere piacevole la nostra residenza tra voi. Ho visto che ha fatto anche dei notevoli progressi nella lingua italiana. Chissà perché ?!!! Ma forse è meglio non indagare! Ahahahah!
Non dico niente poi di tuo nonno Philip! Veramente stravede per te! E ha finito per coinvolgere anche me nel suo affetto! Si vede che ti vuole un gran bene! Anch’io ho un nonno che mi è molto affezionato. Si chiama Giorgio ed è il padre di mio padre. Con lui, con lo zio e la zia paterni e con i relativi cuginetti e cuginette siamo abbastanza affiatati. Un po’ meno con quelli di Milano, cioè quelli dalla parte materna, sia perché sono più grandi, sia perché tra romani e milanesi non c’è buon sangue. A noi sembra che i milanesi abbiano sempre un po’ la puzza sotto il naso. Mamma fa eccezone, perché ormai è mezzo romana.
Ma ti dicevo di mio nonno. Fin da quando ero piccola mi dimostrava molta affezione, soprattutto perché porto il nome di sua moglie, che è morta di tumore quando non aveva ancora cinquant’anni. Veramente negli ultimi tempi ho cercato il più possible di evitarlo, perché il fatto di essere considerata quasi una riproduzione di mia nonna mi dava un po’ ai nervi. Ora però voglio cambiare, sia perché capisco che il mio comportamento è sbagliato, sia perché voglio anche io come te avere un nonno affezionato: così ti assomiglierò di più e ti sentirò più vicina. Lo so che sono scema a dire queste cose, ma ormai sento che fai parte della mia vita e che non ci possiamo più separare, anche se siamo lontane. Se ripenso alle serate passate insieme nella campagna del Galles! E quei canti degli scout intorno al fuoco! Hai saputo più niente di John e della Signora Baker? Se hai notizie, informami.
Avrò presto occasione di riavvicinarmi a mio nonno Giorgio. Infatti domani vado a trascorrere gli ultimi giorni di vacanza al paese della famiglia di mia nonna, Roccasinibalda, vicino a Rieti, sulla via Salaria. Lui sta tutta l’estate là, nella casa di nonna, sia perché ormai ha quasi ottant’anni e non se la sente di andare in giro, sia anche perché è sempre legatissimo ai ricordi di mia nonna. Viene a prendermi mia zia Concetta con la figlia Francesca, che ha quasi la mia età, e con i due gemelli di tredici anni, Marco e Federico. Sono delle vere pesti, ma sono anche simpaticissimi. Prendiamo una casa in affitto, perché la casa di nonna, anche se è spaziosa, è un po’ malandata, e poi non vogliamo dar fastidio a nonno, che non ama la confusione, come quella che faranno certamente Marco e Federico. Sono così uguali che chi non li conosce bene non è in grado di distinguerli. Me ne hanno fatti pochi di scherzi! Ma ormai non ci casco più perché ho imparato a distinguerli appena li vedo.
Veramente sono molto affezionata alla casa di nonna, proprio perché è antica e piena di ricordi. Nelle stanze ci si lava ancora con brocca e catino. E’ una meraviglia! Ma pazienza! Mi adatterò, e non mancherò di fare visita a nonno quando avrò tempo.
Tu come stai? Dimmi di te. Anche perché a Roccasinibalda non abbiamo il computer, e perciò per parecchi giorni non potremo comunicare.
Trasmetti anche tanti carissimi saluti ai tuoi genitori e a tuo nonno Philip. Saluti carissimi a Henry e a Charles, anche da parte di Emma (hem, hem!).
Un abbraccio forte forte dalla tua
Vittoria

Cara Vittoria,
anch’io sono stata molto triste dopo che siete partiti. Ormai eravamo tutti abituati a stare con voi e io in particolare ero stata felicissima dei bei giorni trascorsi insieme a te. Secondo me il mondo moderno è pieno di tristezza, perché apparentemente avvicina le persone con i suoi rapidi collegamenti, ma poi con la stessa rapidità le allontana e le divide. Il fatto di poter comunicare facilmente con i mezzi elettronici è una bella cosa, ma non può sostituire la presenza fisica. Quanto desidererei che potessimo vivere sempre vicine, senza dover attraversare mari e monti per incontrarci! Credo che, se tu non potrai venire a lavorare e a vivere in Inghilterra, mi deciderò a venire io in Italia. Non pensi che la nostra amicizia sia un dono del cielo che dobbiamo coltivare, e che ci suggerisce di trovare un modo per vivere sempre vicine? E stando vicine potremo meglio realizzare il nostro impegno di aiutare i giovani come noi a trovare la via della vera felicità. Che ne pensi?
Qui abbiamo ripreso la vita normale e anche per me si avvicina il tempo di riprendere la scuola. Però questo non mi dispiace. Mi trovo bene con le mie compagne e lo studio mi arricchisce molto. Ho saputo che un vostro santo è morto proprio a Reading: il Beato Domenico della Madre di Dio. Vorrei saperne di più. Forse a scuola potrò proporlo come argomento di una ricerca storica personale.
In famiglia non si parla che di voi. Papà è entusiasta di tuo padre Alessandro e non fa che elogiare le sue ricerche di psicologia. Non ti dico poi come mamma parla di tua madre Silvia! Quando la si nomina le brillano gli occhi. Sembra che tra loro due sia sorta la stessa amicizia che è sorta tra noi! Nonno Philip scherza sempre sulla nostra amicizia, ma sotto lo scherzo c’è la sua soddisfazione di vedere la sua cara nipotina apprezzata e valutata “come merita” – però quando usa questa espressione gli taglierei la lingua! Intanto vedo che si è affezionato a te più o meno come si è affezionato a me.
Dei miei fratelli non dico niente. Già mi sento imbarazzata per le tue allusioni un po’ malignette. Ma ti confesso che, se fosse vero, farei i salti mortali dalla gioia! Tua sorella è assolutamente straordinaria, anche se sembra proprio negata per le lingue.
Mi dispiace che per molti giorni non potremo comunicare. D’altra parte però penso che sia anche bello vivere un po’ di tempo in solitudine, lontano dai moderni mezzi di comunicazione, specialmente se si sta in un paesino antico come Roccasinibalda, sperduto nella vostra bella campagna. Forse ti ricorderà un po’ Oak Farm e la campagna del Galles.
I tuoi genitori hanno spiegato a lungo a mio padre il modo in cui, secondo i loro studi di psicologia, bisogna adoperare i moderni mezzi elettronici nel periodo di formazione dei bambini e dei giovani. So che a voi prima dei dodici anni non hanno permesso di usare né il computer, né il cellulare, e neanche la calcolatrice. E anche dopo i dodici anni hanno posto regole molto rigide nei tempi e nei modi del loro uso. Anche adesso so che non vogliono che abusiate dell’elettronica e fanno in modo che abbiate lunghi periodi di residenza in posti dove non potete usarli, mentre al contrario potete avere belle esperienze di contatti umani e di contatti con la natura. Mi sembra una cosa molto saggia, e perciò sono felice che tu stia un po’ di tempo a Roccasinibalda, anche se quando sarai lì non potrò contattarti.
Ma non mancare di ricordarti di me e del giuramento che abbiamo fatto.
Salutami caramente tutti i tuoi familiari e dì loro che qui non si parla altro che di loro.
Un saluto carissimo dalla tua
Margaret
che ricambia di cuore il tuo fraterno abbraccio.

Quando ebbe finito di leggere il messaggio di Margaret, Vittoria rimase a lungo pensierosa e un po’ triste per la lontananza dell’amica. Avrebbe voluto rispondere ancora, ma capiva che ormai era tardi e che bisognava andare a dormire. La mattina dopo doveva preparare i bagagli per i suoi ultimi giorni di vacanza prima che passase la zia a prenderla, e perciò doveva alzarsi presto.
Con un sospiro spense il computer, si alzò dalla sedia e, dopo aver messo a posto le sue cose, si dispose ad andare a riposare.
Quando si fu coricata, per qualche minuto rimase immobile a contemplare le ombre sul soffitto. Poi finalmente si decise a spegnere la luce e poco dopo si addormentò.

Un’allegra compagnia

“Vittoria! Vittoria! Dove sei? Scendi suibito! Mamma ti aspetta!”
I due gemelli, Marco e Federico, avevano fatto irruzione nell’appartamento di Vittoria e della sua famiglia e, correndo e ridendo, si svociavano per chiamarla e per invitarla a scendere con loro in strada e a reggiungere la zia Concetta e la cugina Francesca nella loro automobile.
“Buoni! Buoni!” Ripetevano invano Silvia e Emma. “Vittoria viene subito! Si sta preparando!”
“Uffa! Ancora non è pronta?! Vittoria! Vittoria! Vieni! Mamma ti aspetta!”
Finalmente Vittoria apparì con la sua borsa da viaggio in mano.
“Oh! Finalmente!” Esclamarono i due gemelli. “Su! Sbrigati! Mamma ti aspetta!”
“Vengo! Vengo! Su, andiamo!” rispose Vittoria, un po’ seccata e un po’ divertita per la vivacità incontenibile dei due cuginetti.
Poi tutti e tre abbracciarono affettuosamente Silvia e Emma, scesero di corsa le scale e raggiunsero l’automobile della zia Concetta. Dopo un bacio di saluto alla zia e alla cugina, Vittoria si sedette sul sedile anteriore, accanto alla guidatrice, mentre i gemelli si sistemarono dietro insieme alla sorella.
“Allora, Vittoria” disse la zia in tono allegro, mentre avviava il motore, “come è andata la vacanza in Inghilterra?”
“Una meraviglia! Veramente indimenticabile!”
“Ho saputo della tua amica Margaret. Me ne hanno parlato molto bene”.
“Oh, sì, zia! E’ una persona meravigliosa! Spero che presto possa conoscerla anche tu”.
“So che sei stata al campeggio scout insieme a lei”.
“Sì! Credo che sia stata l’esperienza più felice della mia vita. Siamo stati nel Galles, e il posto era bellissimo. Con gli scout inglesi abbiamo giocato, abbiamo fatto delle marce, abbiamo cantato, pregato… Non ti dico che cosa è stato! In cima a una collina c’era una cappella bellissima, ed è stato veramente emozionante il gioco che abbiamo fatto per giungere sulla cima e scoprire tutta la sua storia. E lo sai che sono stata proprio io a vincere il gioco e a trovare il manoscritto con la storia della cappella? Poi abbiamo anche conosciuto la proprietaria della casa padronale di Oak Farm. E’ una storia lunga, ma preferisco raccontartela in un altro momento, e soltanto a te”.
“Eh!” esclamò Marco. “Perché soltanto a lei!?”
“Vogliamo saperla anche noi!” rincalzò Federico.
“No! A voi no! Vietato ai minori di diciott’anni!”
“Ma tu ne hai sedici!”
“Oh, smettetela. La racconto a chi voglio”.
“A me però sì, vero?” intervenne Francesca.
“Vedremo! Se fai la brava e se te lo meriti”.
“Eh, sì! Come se tu fossi tanto brava!”
“Basta, ragazzi!” intervenne la zia con tono tra l’autoritario e il divertito. “Pensate piuttosto che tra pochi giorni ricomincia la scuola. Non siete contenti?”
“Eh! Sì! Proprio contenti! Che pizza! Potevi fare a meno di ricordarcelo! Ora ci hai rovinato tutta l’ultima vacanza!”
“Esagerati! Anche se non lo dicevo, lo sapevate già. E poi, come!? Non vi fa piacere tornare a scuola?”
“Neanche per niente!” esclamarono insieme i gemelli.
Francesca e Vittoria risero.
“A me tutto sommato non dispiace” disse la prima.
“Io preferirei tronare in Inghilterra” aggiunse Vittoria. “Credo, anzi, che, quando potrò, andrò a vivere là”.
“Spero proprio di no!” disse Concetta. “Mi dispiacerebbe troppo perderti!”
“Ma oggi è facile comunicare. E poi tornerei spesso a trovarvi”.
“Va bene. Si vedrà. Ma è meglio non parlarne ora. Mi fai venire la tristezza!”
“Mamma!” intervenne Federico. “Se Vittoria va in Inghilterra, la andiamo a trovare?”
“Prima aspettiamo che ci vada, e poi vedremo. Ma ora cambiamo argomento, per favore”.
Intanto l’automobile era giunta sulla via Salaria e la percorreva velocemente in direzione di Rieti. Dopo aver attraversato le colline della bassa Sabina, raggiunse quote più elevate, dove la strada era circondata da rilievi montuosi ricchi di fitte boscaglie.
Dopo più di un’ora di marcia, l’automobile voltò a destra, lasciandosi la via Salaria alle spalle, e percorse rapidamente i pochi chilometri che la separavano da Roccasinibalda.
La casa presa in affitto dalla zia Concetta si trovava lungo una strada in discesa poco dopo la piazza principale del paese.
Dopo aver parcheggiato l’automobile poco vicino al portone d’ingresso, tutti scesero dalla vettura e presero le valigie e le borse dal bagagliaio.
Concetta andò a cercare la proprietaria dell’abitazione, e poco dopo tornò con lei e con le chiavi della casa in mano.
“Ecco, signora” stava dicendo la proprietaria. “Dentro è tutto in ordine. Se ha bisogno di qualche cosa, me lo dica pure”.
“Grazie! Spero che non ci sia bisogno” rispose Concetta aprendo la porta e dirigendosi all’interno seguita dalla sua accompagnatrice.
I ragazzi entrarono di corsa dopo di loro con i bagagli in mano e incominciarono a girare per le stanze guardandosi intorno con curiosità”.
Vittoria osservò che, nonostante un evidente ammodernamento – fatto del resto con molto buon gusto – si trattava di una tipica casa paesana sabina, con il pavimento in cotto, il caminetto, i mobili antichi, le finestre e il balconcino aperti sulla valle e sui monti boscosi tra cui sorgeva la piccola cittadina.
Sentì dentro di sé una dolce commozione: era l’ambiente che piaceva a lei. Le ricordava tante emozioni provate fin dalla più tenera età nella casa dei nonni paterni.
Appena ne avrebbe avuto il tempo sarebbe andata a trovare nonno Glorgio, sia per adempiere il suo dovere e il suo desiderio di ricucire con lui un rapporto più intimo, sia per gustare ancora l’atmosfera domestica di cui l’abitazione presa in affitto le aveva risvegliato il ricordo.
Ma la vivacità dei suoi cuginetti non le permetteva in quel momento di rimanere in silenzio a meditare sulle sue emozioni.
“Vittoria! Tu dove ti metti?” gridavano a gran voce i gemelli. “Noi ci metiamo qui!”
“Vittoria e Francesca possono stare insieme in questa stanza” disse Concetta conducendo le due ragazze in una camera piuttosto ampia, ammobiliata con due letti, un grande armadio e varie suppellettili. Le due cugine entrarono e incominciarono a sistemare le loro cose.
Vittoria osservò che la finestra si apriva sulla valle sottostante e si affacciò a guardare con emozione tanti luoghi conosciuti fin dall’infanzia. Levando lo sguardo verso un luogo boscoso più elevato, intravide una casa colonica seminascosta tra gli alberi.
“Ci sarà ancora il mio amico rumeno?” si disse.
Quello era uno dei luoghi che amava di più per la sua bellezza, per il panorama che da lì si godeva e per avervi trascorso innumerevoli ore di svago e di silenziosa contemplazione. La chiamavano “la casa del biancospino”, a causa di una folta siepe di biancospino che sorgeva dietro l’abitazione e che sembrava avvolgerla come un mantello.
Vittoria aveva fatto amicizia anche con il vecchio rumeno che vi abitava da molti anni e che eseguiva delle meravigliose icone su vetro, nello stile tradizionale della sua patria. Dopo nonno Giorgio, avrebbe fatto visita anche a lui.
“Perché stai lì alla finestra?! Vieni ad aiutare mamma!” le gridò Francesca dalla porta della stanza.
Malvolentieri Vittoria si scostò dalla finestra e si mise a aiutare la zia e la cugina per sistemare l’abitazione.
“Nel pomeriggio, dopo aver salutato nonno, voglio, proprio andare dal mio amico rumeno!” pensò.

Un dramma all’orizzonte

La visita di Vittoria al nonno si rivelò un nulla di fatto, perché il nonno in quei giorni non era in paese. Perciò la ragazza, dopo essersi informata sul tempo in cui si prevedeva che sarebbe stato assente, si diresse fuori dell’abitato e si arrampicò lungo la costa boscosa per raggiungere la casa del vecchio rumeno.
Era il primo pomeriggio e la stagione era ancora calda, ma al riparo degli alberi della boscaglia si godeva una piacevole frescura. Vittoria percorse qualche centinaio di metri e ben presto raggiunse un prato pianeggiante al cui centro sorgeva una vecchia casa colonica piuttosto grande, che, con il trascorrere del tempo, sembrava essersi perfettamente amalgamata con l’ambiente campestre circostante.
Felice di ritrovare uno dei luoghi più cari alla sua fanciullezza, la ragazza si avvicinò alla porta d’ingresso dell’abitazione e bussò con forza alla porta aspettandosi una risposta cordiale dall’interno.
Fu grande la sua delusione e la sua preoccupazione quando invece le rispose una voce rabbiosa che urlava:
“Se è ancora il messo del comune, può pure andare a buttarsi al fiume! Io non gli apro!”
“Signor Dino! Signor Dino” esclamò Vittoria. “Sono io, Vittoria! Non sono il messo del commune!”
Subito la porta si aprì e apparve il viso turbato del vecchio rumeno. Era un uomo di media statura, piuttosto tozzo e con capelli e barba bianchi. Vedendo Vittoria le sorrise tristemente ed esclamò:
“Ah, sei tu! Non è quel mascalzone! Che piacere vederti! Mi dispiace accoglierti in queste tristi circostanze e scusami se sono stato sgarbato. Ma da qualche mese mi stanno massacrando”.
“Che cosa succede, signor Dino? Che cosa vogliono quelli del comune? Sa che mio nonno li conosce bene e se c’è bisogno può fare qualche cosa per lei”.
“No, no! Qui non è territorio di Roccasinibalda e tuo nonno non può fare niente”.
“Ma insomma, che cosa vogliono”.
“Vogliono togliermi la casa! Ecco che cosa vogliono!”
“Toglierle la casa?! E perché?!”
“Dicono che non ho nessun titolo di possesso – come se non l’avessi preservata dalla rovina in tutti questi anni – e che il commune per far soldi intende venderla ad uno straniero che vuole farci la sua villa”.
“Uno straniero che vuole farci la villa!? Impossibile! Ma un luogo così bello! Rovinarlo! Alterarlo! Non è possible!”
“Sembra che invece sia possible. Ma una cosa è certa: dovranno prima venire a portarmi via con la forza!”
“Non ci riusciranno: la difenderò io!”
Il vecchio sorrise e le accarezzò la testa.
“Tu sei una brava ragazza” disse. “Ma che cosa vuoi fare tu contro un ente pubblico munito di tutti i crismi della legalità”.
“Se ci fosse mio nonno, sono certo che troverebbe il modo di impedire una cosa così assurda! Ma mi hanno detto che mancherà ancora per qualche giorno. Forse però posso rintracciarlo per telefono e dirgli di tornare al più presto”.
“Oh, non credo che tuo nonno possa fare molto! Questi sono decisissimi a superare ogni ostacolo. Quando si tratta di soldi, si vendono pure l’anima al diavolo! L’altro giorno è venuto anche lo straniero che deve acquistare la casa con il terreno. Un pancione che non ti dico! Era con un ingegnere e con il capo di una ditta di edilizia. Già parlavano di gettare giù la casa e di sbancare il terreno”.
“Buttare giù la casa! Sbancare il terreno!” esclamò Vittoria inorridita! “Ma è pazzesco! E la Soprintendenza?”
“Con quella tutto in regola! Già mi sono informato”.
“L’Italia è un paese impossibile! Me ne andrò veramente a vivere in Inghilterra!”
“Allora mi abbandoni?”
“Oh, no, Signor Dino! Non parlavo del presente, ma di un futuro lontano. Intanto voglio assolutamente impedire che avvenga questo scempio”.
“E cosa vorresti fare?”
“Ci devo pensare. Per prima cosa devo rintracciare mio nonno. Poi si vedrà. Anzi, ora vado subito a casa per chiamarlo. Ho lasciato lì il cellulare. Poi – penso domani mattina – tornerò ad informarla. Ma stia certo che non mi darò pace finché non avrò risolto questo problema!”
“Povera ragazza!” esclamò tristemente il vecchio poggiandole le mani sulle spalle. “Non metterci troppa passione. Potresti avere un’amara delusione! Da parte mia la cosa è diversa. Io qui ci vivo. Ma non vorrei coinvolgerti nei miei guai”.
“Insomma voi adulti siete tutti uguali?! Non ci prendete mai sul serio e volete che a tutti i costi diventiamo indifferenti come i peggiori di voi!”
Il vechio scoppiò in una risata.
“Ma no, ma no! Cosa dici. Su: vieni a bere una tazza di tè. Poi ti faro vedere l’icona più bella che ho. Non te l’ho mia mostrata perché è preziosissima. La fece un mio antenato che era monaco in un monastero ortodosso. Sai che prima di fare questi lavori passavano lunghi giorni in digiuno e preghiera”.
“Davvero?! Che bello! Muoio dalla voglia di vederla!”
“Prima prendi una tazza di tè. Su! Vieni dentro”.
La ragazza entrò e si sedette a un tavolo nella grande sala da pranzo dell’abitazione. Dino andò in cucina e poco dopo portò una vecchia teiera di terracotta, due tazze e qualche dolcetto, e i due si servirono e passarono un po’ di tempo in amichevole conversazione.
Poi il vecchio si alzò da tavola dicendo alla ragazza di aspettarlo e salì le scale che portavano al piano superiore.
Poco dopo ridiscese portando un oggetto di forma quadrata avvolto in un telo leggero. Giunto presso la ragazza, svolse delicatamente il telo e mostrò a Vittoria un’icona dipinta su vetro.
L’icona rappresentava il busto della Madonna con il Bambino in braccio. Si trattava di un’opera d’arte eccezionalmente preziosa, nella quale i tradizionali caratteri rumeni del dipinto sacro su vetro assumevano toni di non commune forza espressiva. Il viso della Madonna, anche se stilizzato nella sua forma ieratica, spirava un sentimento di amorosa maternità che sembrava traboccare dal santo Bambino su chi contemplava il dipinto e sull’universo intero. A sua volta il Bambino, che teneva in mano lo scettro della regalità, componeva, nel suo sguardo solenne, la divina autorità del Creatore con l’infinita compassione del Redentore.
Vittoria guardò a lungo il dipinto senza parlare. Era veramente affascinata dalla sua bellezza.
“Oh, Signor Dino!” disse infine. “Perché non me l’hai mai mostrata prima? Credo che non mi sazierei mai di guardarla!”
“E’ un Tesoro troppo prezioso per mostrarlo a tutti e ne sono molto geloso. Ma poco fa ho avuto l’ispirazione di mostrartelo. Forse perché sento che la mia vita volge al tramonto e non vorrei che un Tesoro così prezioso andasse disperso o finisse in mani indegne”.
“Ma cosa dice, Signor Dino! Ha ancora tanto da vivere! Non si metta in testa certe cose!”
Il vecchio sorrise scuotendo la testa con aria malinconica.
“Grazie, figlia mia, delle tue affettuose parole. Mah! Vedremo un po’ quello che la Provvidenza tiene in serbo per noi! Ora però forse è meglio che ti avvii verso casa”.
“Sì. Anche perché ho bisogno di parlare con mio nonno il più presto possible”.
Mentre si avviavano verso la porta d’ingresso, il vecchio aggiunse:
“Mi raccomando: sii pronta anche a ricevere una delusione. Nella vita ne avrai tante, e se incominci a farne l’esperienza hai almeno il vantaggio di diventare più forte nel sopportarle”.
“Lei è sempre molto saggio, Signor Dino, ma preferisco rimandare questo esercizio di pazienza a un’altra occasione!”
Il vecchio sorrise e le aprì la porta dell’abitazione.
“Ora vai” disse. “Io chiudo subito la porta. Non vorrei che il messo comunale si intrufoli dentro all’improvviso”.
“Chiuda! Chiuda subito! A prestissimo!”
La raggaza uscì e il vecchio chiuse la porta alla sue spalle.
Vittoria fece alcuni passi. Poi si fermò e si guardò intorno colta da un’improvviso sentimento di malinconia.
Quanti ricordi in quel luogo! Fin da piccolina amava fermarsi a lungo sul prato a contemplare la vecchia casa che sembrava aver fatto una sorta di patto nuziale con l’erba verde e con la corona di siepi e di alberi che la circondava. A volte, dopo aver giocato tutto il pomeriggio, il vecchio rumeno la invitava a prendere il tè, proprio come aveva fatto quel giorno. Poi lei, invece di tornare subito a casa, si fermava sul limitare della radura, seduta su una piccola roccia che spuntava dal terreno, e guardava la vecchia dimora, i rami degli alberi, la siepe di biancospino, il prato fiorito, i lembi di nuvole che solcavano il cielo, e, rimanendo in silenzio, aspettava che la luce che avvolgeva tutte le cose con il cader del crepuscolo piano piano si attenuasse e assumesse le dolci tinte violacee dell’imbrunire. Quanto l’affascinavano quei colori! Quello era per lei il momento più bello della giornata, un momento magico, in cui sembrava che non ci fosse più separazione tra cielo e terra. Poi si alzava e tornava di corsa a casa, con l’ansia di arrivare prima che facesse buio.
E ora tutto quel piccolo mondo che aveva conosciuto i suoi più segreti pensieri era destinato ad essere abbattuto e sbancato dalla cinica ignoranza di un ricco straniero? No! Mai! Cascasse il mondo, ciò non doveva avvenire! Ma non doveva perdere tempo.
Guardò l’orologio e si diresse rapidamente verso casa.

Il convegno segreto

Appena giunta a casa, Vittoria prese subito il cellulare e fece il numero del nonno.
“Pronto? Nonno? Sono Vittoria… Ciao! Ho urgentissimo bisogno di vederti. Quando torni a Roccasiibalda?.. Non potresti venire prima?.. E’ una cosa urgentissima!.. Non posso dirti tutto per telefono… Si tratta della casa del biancospino. Vogliono venderla a un ricco straniero che vuole distruggerla e sbancare tutto il terreno per farsi una villa… Vogliono cacciare via anche il Signor Dino, che vi abita da tanti anni… Sì, certo, dobbiamo parlarne a voce. Ma tu che ne dici?.. Non puoi dirmi niente?.. Non prima di dopodomani?.. Va bene… Allora ti aspetto… Ciao, nonno! Vieni presto!.. Ciao!”
La ragazza chiuse il celluare con aria molto delusa.
“Gli adulti sono tutti uguali! Sembra che non si possa fare mai niente di buono a questo mondo! Eppure almeno nonno, con tutto quello che ha passato, dovrebbe essere diverso! Bisogna prima vedere bene di che si tratta, bisogna avere pazienza, non bisogna essere precipitosi, non bisogna farsi troppe illusioni, vi sono leggi, vi sono qui, vi sono lì… Nessuno pensa che c’è un povero vecchio a cui stanno togliendo la vita! E che c’è un posto meraviglioso che vogliono estirpare dalla faccia della terra!”
Inquieta e preoccupata, la ragazza si gettò distesa sul letto e vi rimase a lungo con la mani dietro la testa e lo sguardo fisso al soffitto.
Così la trovò un po’ più tardi Francesca.
“Beh, che fai! Prima sparisci e poi passi il tempo sul letto?! Ma che brutta faccia hai! Che cosa ti succede?”
“Non te lo posso dire”.
“E perché non me lo puoi dire? Anche questo è vietato ai minori di diciott’anni?”
“Sì, anche questo!”
“Avanti! Non fare la sciocca! Se hai un problema è meglio che ne parli, altrimenti ti rode dentro!”
Nonostante la sua apparente reticenza, in realtà Vittoria aveva una voglia matta di parlare con Francesca del pericolo che minacciava la casa del biancospino. Tutto sommato ne avrebbe volentieri parlato anche ai gemelli. Non invece alla zia Concetta. Ormai ne aveva abbastanza degli adulti!
Proprio in quel momento entrarono di corsa nella stanza Marco e Federico gridando:
“Francesca! Vittoria! Domani andiamo nel bosco?!”
“State un po’ buoni!” disse Vittoria mettemdosi a sedere sul letto. “Fermatevi un attimo e chiudete la porta. Ho un segreto da dirvi. Ma mi raccomando: acqua in bocca con tutti! Con tutti, dico. Anche con mamma”.
I due gemelli chiusero con un certo impeto la porta e si avvicinarono a Vittoria pieni di curiosità e di eccitazione.
“Che segreto? Che segreto? Diccelo!”
“Prima mi dovete promettere che non direte niente a nessuno”.
“Promesso, promesso! Ma ora dicci il segreto!”
“Anche tu devi promettere” disse ancora Vittoria rivolta a Francesca.
“Naturalmente!” rispose Francesca. “Che segreto sarebbe se no!?”
“Allora, statemi a sentire” incominciò Vittoria abbassando il tono della voce. “Conoscete la casa del biancospino?”
“Certo!”
“Sapete che da tanti anni vi abita il Signor Dino. Ebbene, ora il comune a cui appartiene la casa – che non è Roccasinibalda – ha deciso di mandar via il Signor Dino e di vendere tutto a un ricco straniero che vuole costruirci la sua villa, demolendo la casa del biancospino e sbancando tutto il terreno. Che ne pensate?”
“Che sono scemi!” gridarono insieme i gemelli.
“Non mi sembra una bella cosa!” disse Francesca perplessa.
“No che non è una bella cosa!” esclamò Vittoria. “Anzi, è una cosa orribile! Pensa a quel povero Signor Dino! E poi, un posto così bello, così ricco di ricordi!”
“Che cosa potremmo fare” chiese Francesca sopapprensiero.
“Io andrei dal sindaco di quel paese e gli farei un bello sgambetto!” disse uno dei gemelli, mentre l’altro manifestava la sua approvazione con un gesto che mimava il capitombolo del malcapitato sindaco”.
“Smettetela di dire sciocchezze!” intervenne Vittoria. “Però l’idea di andare a parlare con il sindaco non è male. Forse, se gli si presenta la cosa nel modo giusto, si potrebbe ottenere qualcosa”.
“Eh, sì!” disse Francesca. “Chi ci va a parlare con il sindaco? Ci vorrebbe un adulto!”
“Ci andiamo noi! Cioè noi due, non i gemelli”.
“E perché noi no?!” intervennero Marco e Federico all’unisono.
“Oh, piantatela! Già è tanto che il sindaco ascolti noi, volete che ascolti due tredicenni?!”
“Perché, che hanno i tredicenni?”
“Insomma basta! Facciamo così: domani mattina andremo fuori presto per la passeggiata, ma invece di andare a giocare nel bosco, andremo fino al municipio da cui dipende la casa del biancospino. Voi due resterete fuori, e noi andremno a parlare con il sindaco”.
“Hum! Le solite ingiustizie!”
“Su! Non prendetevela. Faremo presto e poi vi racconteremo tutto”.
“E va bene! Però poi dopo dobbiamo fare tutto insieme”.
“Va bene! Poi faremo tutto insieme. Allora, siamo d’accordo. Ma a zia diciamo soltanto che andiamo fuori per una passeggiata. Per arrivare lì ci vorrà forse più di mezz’ora a piedi”.
“Penso di sì” intervene Francesca. “Ma ora andiamo, che è ora di cena”.
Durante la cena, mentre Vittoria e Francesca ostentavano una tranquilla indifferenza, i due gemelli erano agitatissimi e sembrava che volessero far capire che nascondevano un segreto.
“Ma che cosa avete questa sera?” chiese a un certo punto Concetta. “Sembra che abbiate l’argento vivo addosso!”
“Ah!” intervenne con finta naturalezza Francesca. “Quello ce l’hanno sempre!”
“Stasera però mi sembra che esagerino un po’ troppo. Si può sapere che cosa vi succede?”
“Niente!” rispose Marco riecheggiato subito da Federico. “Stiamo pensando che domani andiamo a fare una passeggiata”.
“Se non la smettete di agitarvi, non vi ci mando”.
“No! No! Stiamo buoni!” esclamarono subito i gemelli, preoccupati di non poter partecipare a un’avventura così eccitante.
“Domani” disse Concetta alle due ragazze “tenete gli occhi aperti su questi due diavoli scatenati. State attente che non si allontanino e che non facciano guai”.
“Non ti preoccupare!” rispose Francesca. “Ormai li conosco bene!”
“Avete capito, ragazzi?!” rincalzò Concetta. “Domani obbedite a Francesca e a Vittoria e non vi allontanate da loro!”
“Noi non ci allontaniamo, sono loro che si allontanano da noi!”
Federico, che aveva detto questa frase imprudente, ricevette immediatamente un calcio sulla gamba sotto la tavola dalla sorella.
“Ma che dite!?” intervene Vittoria, facendo gli occhiacci a tutti e due i gemelli. “Se non la smettete di dire sciocchezze, non vi ci portiamo!”
“Mi sa proprio che non ce li mando!” disse con aria severa Concetta.
“No! No! Promettiamo di essere buoni e di stare sempre vicino a Francesca e Vittoria!”
“Mah! Va bene! Ma se Francesca e Vittoria mi dicono che vi siete comportati male, sono guai! Chiaro?”
“Sì, mamma!”
Finita la cena, dopo aver giocato un po’ a carte, i due gemelli e le due ragazze andarono a riposare impazienti di affrontare l’avventura in programma per il giorno dopo”.

Al municipio

La mattina dopo Vittoria, Francesca e i due gemelli, dopo un’abbondante colazione, divorata con grande appetito, si misero in marcia per raggiungere il paese confinante. La passeggiata si rivelò più lunga del previsto e i quattro arrivarono a destinazione soltanto verso le dieci.
Il municipio sorgeva nella piazza principale del paese e occupava una vecchia casa nobiliare con le finestre incorniciate da eleganti rilievi rinascimentali e il portone d’ingresso sormontato da un’architrave marmorea con sopra scolpito in caratteri cubitali il severo motto latino: “In labore fructus”.
“Ora” disse Vittoria ai gemelli “voi restate fuori. E mi raccomando: non allontanatevi!”
“Va bene, va bene!” risposero insieme i gemelli. “Ma voi spicciatevi!”
“Non dipende soltanto da noi”.
“Mentre aspettate” intervenne Francesca “state attenti se per caso vedete qualche cosa di insolito, o qualche persona che conoscete”.
“OK capo!”
“Su! Non scherzate! Adesso noi andiamo. A più tardi!”
Vittoria e Francesca entrarono nell’atrio del municipio e si diressero verso il portiere che stava leggendo un giornale seduto a un tavolo. Ma prima che potessero rivolgergli la parola, uscì da una porta una signora con l’aria arcigna e accigliata che, vedendole, le apostrofò in malo modo:
“Che fate voi qui, ragazzine!”
Vittoria si sentì raggelare e rispose intimidita:
“Noi vorremmo… vorremmo parlare con il sindaco”.
“Avete appuntamento? E poi oggi il sindaco non c’è”.
“Ma… forse c’è il vicesindaco, o qualcuno con cui parlare…”
“Sentite un po’: mandate qualche adulto a parlare con il sindaco! Questo non è posto per voi”.
Vittoria si sentì ribollire il sangue e, facendo fatica a trattenere un moto di collera, rispose con una certa aggressività:
“Noi siamo cittadini come gli altri e nessuna legge ci vieta di parlare con il sindaco”.
“Ah, sì?!” rispose la signora con tono autoritario e arrogante. “Allora, se lo volete sapere, io sono il vicesindaco e non ammetto che una ragazzina alzi la voce con me, né che una minorenne pretenda di trattare gli affari del comune! Perciò filate via immediatamente!”
Ciò dicendo indicò alle ragazze imperiosamente la porta d’ingresso.
Vittoria la guardò con aria di sfida. Poi le voltò le spalle e uscì incollerita dall’edificio seguita a ruota da Francesca, che era spaventata come un pulcino.
“Gliela faccio vedere io a quella strega!” esclamò Vittoria appena fuori dal portone.
“Andiamocene! Andiamocene!” piagnucolava Francesca spaventata.
“Andiamocene un corno! Siamo venute qui con un compito ben preciso e non ce ne andremo prima di averlo adempiuto!”
Intanto i gemelli si erano avvicinati.
“Allora? Che è successo?” chiesero quasi all’unisono.
“E’ successo che una vecchia megera ci ha sbattute fuori dalla porta. Ma non gliela daremo per vinta!”
“No! No! Non dargliela vinta! Se vuoi ti aiutiamo noi!”
“No! Per il momento è meglio che voi restiate fuori. Francesca! Vieni con me!”
“Mah…”
“Ho detto vieni, e basta!”
Ciò dicendo Vittoria si avviò con decisione di nuovo verso la porta del municipio seguita dall’impauritissima cugina.
Affacciatasi all’ingresso, Vittoria scrutò l’atrio per osservare se il nemico era ancora nelle vicinanze. Non vedendo nessuno, neanche il portiere, entrò di filato e si avviò per un corridoio a destra dell’atrio d’ingresso seguita da Francesca. Poco dopo le incrociò un ometto con gli occhiali dall’aria molto mite.
“Scusi, signore” chiese Vittoria con un sorriso angelico. “Ci sa dire qual è l’ufficio delle proprietà comunali?”
L’ometto la guardò un po’ imbarazzato.
“Ma… che volete?!” chiese con aria perplessa.
“Vorremmo avere delle informazioni sulle proprietà comunali”.
“Ehm… Dunque… Venite con me!”
Ciò dicendo si voltò e tornò sui suoi passi, seguito dalle ragazze che si scambiavano sorrisi di soddisfazione e occhiate di intesa.
Oltrepassate due porte, la loro guida entrò in un ufficio in cui un uomo molto grasso in maniche di camicia sedeva ad un tavolo pieno di scartoffie.
“Enrico” disse l’ometto. “Senti un po’ cosa vogliono queste due signorine”
L’uomo di nome Enrico sollevò la testa dalle carte che giacevano sul tavolo e dette un’occhiataccia alle due ragazze.
“Cosa volete?!” chiese loro in tono brusco.
“Vorremmo…” rispose Vittoria di nuovo intimidita “vorremmo sapere qualche cosa della casa del biancospino”.
“Uh! Pure voi vi ci mettete con la casa del biancospino!? Non basta quel maledetto rumeno!?.. A proposito! Visto che ci siete e che probabilmente lo conoscete, andategli a dire anche voi che domattina alle undici andrà là l’ufficiale giudiziaio per prendere possesso della casa. Che la faccia trovare libera da persone e cose e consegni immedatamente la chiave! Abbiamo mandato il messo a portargli l’avviso, ma quello neanche gli apre e potrebbe trovare la scusa di non essere stato avvertito!”
“Ma… noi…”
“Lo conoscete, sì o no?!”
“Beh… sì…”
“Allora per favore trasmettegli il messaggio che vi ho detto. E ora filate via, che ho da fare”.
Vittoria avrebbe voluto aggiungere qualche cosa, ma Francesca la tirò per la manica e con espressioni molto eloquenti del viso le fece capire che non era più disposta ad assecondarla.
Piena di rabbia e di sgomento, Vittoria seguì la cugina e presto le due ragazze si trovarono in strada ringraziando in cuor loro il cielo di non aver incontrato di nuovo il terribile vicesindaco.
“Accidenti!” esclamò Vittoria. “Siamo a questo punto! Già domani mattina andrà l’ufficiale giudiziario a prendere possesso della casa! Siamo rovinate! Che possiamo fare?!”
“Senti, Vittoria” disse Francesca. “Nonno Giorgio è avvocato. Prova a sentirlo di nuovo. Potrebbe avere qualche consiglio da darti”.
“Sì. Questa è una buona idea. Andiamo subito a casa. Subito dopo pranzo lo chiamo”.
I due gemelli, informati rapidamente dell’accaduto, incominciarono a saltare intorno alle due ragazze e ad escalmare:
“L’uficiale giudiziario! Ah ah! Gliela facciamo vedere noi all’ufficiale giudiziario! Tu da una parte e io dall’altra! Sai che divertimento?!”
“E piantatela voi due!”esclamò dopo un po’ Vittoria esasperata. “Qui si tratta di cose serie, non di scherzi!”
“Ora non ti innervosire troppo” la riprese Francesca. “ Piuttosto, affrettiamoci, in modo da poter sentire al più presto che cosa ci consiglia nonno Giorgio”.
“Hai ragione! Cerchiamo di arrivare a casa al più presto!”

Una passeggiata nel bosco

Nel primo pomeriggio dello stesso giorno Vittoria bussò alla porta d’ingresso della casa del biancospino. Poco dopo il vecchio rumeno, accertatosi che fosse la sua piccola amica, la fece entrare, contento di rivederla.
“Signor Dino” gli disse Vittoria in tono allarmato, “ha saputo che domani mattina verrà l’ufficiale giudiziario?”
“L’ho saputo! L’ho saputo!” rispose Dino scuotendo tristemente il capo.
“Ascolti” riprese la ragazza con voce eccitata. “Domani lei non deve farsi trovare in casa. Se, come è probabile, l’ufficiale verrà da solo, per entrare avrà bisogno di chiamare i carabinieri e il fabbro per forzare la porta. Ma questo richiederà tempo, e intanto facilmente si farà tardi. All’una dovrebbe scadere il suo orario di lavoro, e così si dovrà rimandare tutto a un altro giorno. Non è molto, ma intanto si guadagna tempo”.
“Chi ti ha detto tutte queste cose?”
“Mio nonno. La sa che è un avvocato!”.
“Ringrazia pure tuo nonno per il suo consiglio, ma io non ho nessuna intenzione di non farmi trovare in casa. Se proprio vogliono togliermela, dovranno trascinarmi fuori”.
“Ma, Signor Dino, se lei si fa trovare in casa, l’ufficiale giudiziario potrà ordinarle di uscire e lei non può fare opposizione a un pubblico ufficiale. E poi può darsi anche che porti con sé i carabinieri, i quali la porterebbero fuori con la forza”.
“Mi portino pure fuori! Almeno potrò sempre dire che cedo alla violenza”.
“Ma quella è una violenza autorizzata dalla legge!”
“Tante violenze sono autorizzate dalla legge! Almeno dalla legge degli uomini!”
“Oh, Signor Dino!” esclamò Vittoria con voce afflitta. “Ma allora la casa del biancospino è proprio destinata a scomparire?!”
“E se anche non mi facessi trovare, cambierebbe qualche cosa? Si rimanderebbe soltanto di qualche giorno”.
“Ma in qualche giorno potrebbero succedere tante cose!”
“E che cosa dovrebbe succedere?! No, cara! Grazie per il tuo interessamento così affettuoso, ma preferisco, se così deve essere, uscire dalla mia casa a testa alta”.
“Allora, Signor Dino, non c’è proprio più speranza?”
“Cara piccola mia!” esclamò il vecchio ponendole una mano sulla spalla. “Capisco il tuo dolore, ma, come ti ho già detto, non devi prendertela troppo. Ne vedrai di peggio nella vita e conviene che incominci presto a fare esercizio!”
“No, Signor Dino” disse Vittoria con gli occhi umidi di pianto. “Questo è un esercizio che per questa volta non accetto! Lo rimando alla prossima occasione! Allora le prometto che mi ricorderò della sue parole e che sarò pronta a tutto. Ma questa volta no! La cosa è troppo grave!”
“Troppo grave? E quando hanno distrutto città intere, con tutti gli abitanti dentro, la cosa non era troppo grave? Suvvia, cara! Non puoi stabilire tu quando la prova deve avvenire, o se bisogna rimandarla o no!”
“Lei parla con saggezza, e non so rispondere ai suoi argomenti. Ma dentro di me una voce mi dice che non è così, che questo non deve avvenire, che si incomincia con questa casa per arrivare poi a città e popoli interi!”
Dino rimase a lungo in silenzio. Poi disse lentamente, con voce sommessa:
“ ‘Dio ti ha dato il dono dell’anzianità’ è scritto nella Bibbia. Chi è che parla con saggezza? Non sarà vero che alla mia età io debba imparare da te? Sia come sia. Ad ogni modo la mia decisione è presa”.
“Oh, Signor Dino! E’ vero che gli anziani sono saggi. Ma sono anche ostinati, e questa non è una virtù!”
“No, cara! La mia non è ostinazione. Ma ora lasciamo stare e vieni a prenderti una tazza di tè”.
“No, Signor Dino! Non si offenda, ma oggi non me la sento. Preferisco uscire e fare una passeggiata nel bosco”.
“Come vuoi, figliola. Spero però di rivederti ancora”.
“Su questo ci può contare! Non dovrà affrontarlo da solo l’ufficiale giudiziario!”
Il vecchio scoppiò in una risata.
“Mamma mia! Che spirito battagliero! Non vorrei essere nei panni di quel povero ufficiale giudiziario!”
Vittoria non potè trattenere un sorriso.
“Arrivederci, Signor Dino” disse infine. “A domani!”
“A domani, cara!”
Dopo un ultimo cenno di saluto, Vittoria voltò le spalle all’abitazione e si diresse verso il bosco. Desiderava rimanere sola tra le voci misteriose della natura. Sentiva che, come tante volte le era successo in passato, soltanto là poteva trovare ascolto e consolazione.
Inboccò un sentiero che attraversava il bosco con una leggera pendenza in salita. Attorno a lei, tra i cespugli e i rami degli alberi si udivano i cinguettii degli uccelli e i fruscii di mille piccoli animali nascosti nella boscaglia. La luce del giorno era filtrata dal fogliame degli alberi e si avvertiva una piacevole frescura.
La ragazza percorse un lungo tratto di strada guardandosi intorno e ascoltando i mormorii del bosco. Infine il sentiero sboccò in un campo in cui un gruppo di contadini e contadine erano intenti alla raccolta del granturco. Vedere quegli uomini e quelle donne lavorare alacremente sotto il sole pomeridiano e i pittoreschi mucchi di pannocchie gialle e bianche spiccare vivacemente in mezzo al campo le dette un senso di pace e di speranza.
“Se la cosiddetta civiltà avanza apparentemente senza ostacoli” pensò, “mi sembra che la forza e la serenità dei lavoratori dei campi la vincano contro di essa. Mi piacerebbe aiutarli, ma capisco che non è conveniente intromettermi”.
Proseguì il suo cammino continuando ad ammirare l’opera dei bravi contadini. Poi imboccò un altro sentiero che la portò di nuovo nel folto della foresta, ma in un punto più elevato, dove i cespugli e gli alberi erano più alti e più fitti. La diminuzione della luce e l’aumento della frescura sembrò accrescere il mistero delle voci della natura. Quanta vita palpitava tra quelle fronde!
“Non soltanto l’aria e il cibo” pensò “sono custoditi per gli uomini dalla vegetazione, ma anche la consolazione nelle ore del dolore e l’ispirazione dei sentimenti e dei pensieri! Che delitto attentare a queste cose! Ma ora ho fiducia che tutto andrà bene, anche se non so proprio come!”
Questo pensiero, pur così poco razionale, la rasserenò un po’ e la ragazza incominciò a cercare un sentiero che la riconducesse verso casa.
Sebbene non avesse molto senso di orientamento, non le fu difficile indovinare la direzione giusta. Presto trovò una stradina sterrata che conduceva verso il paese.
Mentre la percorreva, nella sua mente, che la passeggiata nel bosco aveva rilassato e rallegrato, apparve con chiarezza un piano di azione che poteva essere di qualche utilità.
“Sì!” pensò. “L’idea è buona. Questa sera devo parlarne con Francesca e con i gemelli. E’ proprio vero che le camminate tra monti e boschi ravvivano lo spirito! Anche questo si impara dagli scout.”
E incominciò a canticchiare tra sé un vecchio canto che aveva imparato al reparto:

Madonna degli scout
ascolta t’invochiam:
concedi un forte cuore
a noi che ora partiam.

La strada è tanto lunga,
il freddo già ci assal:
respingi tu, o Regina,
lo spirito del mal.

Il ritmo dei passi ci accompagnerà:
là verso gli orizzonti lontani si va!

“Sì! Quando si cammina per i sentieri del bosco, come quando si segue nella vita una via che non abbiamo programmato noi, ma che ci viene donata, non si va verso le nostre mete meschine, ma verso orizzonti misteriosi e sconfinati!”

Due piccole pesti

Il giorno dopo, poco prima delle undici, Vittoria, Francesca e i due gemelli bussavano alla casa del biancospino. Vedendoli, il vecchio Dino li accolse con viva cordialità.
“Quanta gente oggi!” esclamò. “E’ raro che abbia così tanti ospiti!”
“Presto arriveranno anche gli altri” rispose Vittoria con una grinta piuttosto bellicosa.
“Li aspetto da un momento all’altro”.
“Bene! Allora dobbiamo preparare il combattimento”.
“Il combattimento?! Che vorresti fare?”
“Io niente. Ma mi dica, Signor Dino: qui al pianterreno quante stanza ci sono?”
“Da quella porta in fondo all’atrio si va nella sala da pranzo, come sai, e da lì si accede alla cucina. Poi in fondo alla cucina c’è un ripostiglio dal quale si può uscire nell’orto per una porticina di servizio. Tutto qui”.
“Bene! E quante stanze ci sono al piano superiore?”
“Sopra le scale c’è un pianerottolo sul quale si aprono le porte di tre stanze. In più c’è il bagno. Ma perché mi fai queste domande?”
“Così, tanto per sapere. Allora, ragazzi, fate presto! Federico, tu vai al piano superiore, e tu Marco entra nella sala da pranzo. Sbrigatevi e fate bene quello che dovete fare!”
“Sta’ tranquilla!” risposero in coro i gemelli sghignazzando. “Ce lo cuciniamo noi l’ufficiale giudiziario!” E i due ragazzini scomparvero, uno dietro la porta della cucina e l’altro in cima alle scale.
“Ma che diavolo state combinando?!” esclamò Dino allarmato.
“Non si preoccupi” rispose Vittoria in tono autorevole. “Lasci fare a noi! Non ho il dono dell’anzianità?”
“Ah! La mia linguaccia! Spero che non combinerete qualche guaio!?”
“Nessun guaio! Non abbia timore!”
In quel momento si udì bussare alla porta. Vittoria fece cenno a Dino di rimanere in disparte e andò ad aprire. Sulla soglia apparve l’ufficiale giudiziario accompagnato da un carabiniere. Il primo era un uomo piuttosto anziano, magro e alto. Portava gli occhiali e aveva un’espressione severa sul viso. L’altro era tozzo e un po’ panciuto. Era più giovane dell’ufficiale giudiziario e sembrava fosse molto infastidito del servizio assegnatogli.
“Siamo qui per operare il sequestro e sigillare la casa detta del biancospino. Il Signor Dino Dragu è invitato a lasciare immediatamente l’abitazione libera da persone e oggetti di sua proprietà”.
“Noi siamo ospiti del Signor Dino” rispose Vittoria, cercando di nascondere dietro un’apparente sfacciataggine la propria timidezza e il timore ispiratogli dal rappresentante della legge, “e non abbiamo intenzione di uscire da questa casa”.
“Signorina” la apostrofò l’ufficiale giudiziario in tono severo e autoritario, “l’ingiunzione vale per tutte le persone che si trovano nell’abitazione. Se non vuole passare dei guai esca immediatamente dalla casa. Altrimenti c’è qui il carabiniere pronto per far eseguire l’ordine”.
In quel momento Marco si affacciò dalla porta della sala da pranzo.
“Conoscete le barzellette sui carabinieri?” esclamò. “Se volete ve ne racconto una!”
L’ufficiale giudiziario si voltò verso di lui e gli gridò con rabbia:
“Ragazzino, vieni fuori e esci immadiatamente dalla casa!”
“Venite a prendermi!” rispose Marco, e rientrò nella sala da pranzo chiudendosi la porta alle spalle.
“Maresciallo!” disse con voce irritata l’ufficiale giudiziario. “Vada subito a prendere quel moccioso!”
Il maresciallo si avviò verso la sala da pranzo scuotendo la testa con aria seccata. Ma in quel momento Federico si affacciò in cima alle scale e gridò:
“Maresciallo, guardi che ha sbagliato strada! Io sono qui!”
Il maresciallo e l’ufficiale giudiziario guardarono stupiti il ragazzo.
“Come hai fatto ad arrivare là?” esclamò l’ufficiale giudiziario.
“Lo chieda al carabiniere! Loro sono così intelligenti!”
“Brutto mascalzone!” gridò il maresciallo. “Ora ti aggiusto io!”
Tornò sui suoi passi e si avviò verso le scale. Federico immediatamente scomparve in una delle stanze del piano superiore. Quando il maresciallo si trovò a circa la metà della rampa di scale, Marco si affacciò di nuovo dalla porta della sala da pranzo.
“Cuccù!” esclamò, facendo marameo con il palmo della mano. “Ha sbagliato direzione caporale!”
“Io lo faccio a fettine!” gridò il carabiniere inviperito precipitandosi per le scale. Ma nel frattempo Marco era sparito dietro la porta della sala da pranzo.
“Deve esserci una comunicazione tra la sala da pranzo e il primo piano” disse l’ufficiale giudiziario ostentando una sicurezza di sé e una freddezza professionale che in quel momento non aveva affatto. “Mentre lei lo insegue da quella parte, io vado al piano di sopra”.
In quel momento Marco si affacciò dall’esterno della porta d’ingresso della casa.
“Signori!” gridò. “Non vi scomodate: sono uscito di mia spontanea volontà”
Così dicendo sbatté la porta d’ingresso e, approfittando della circostanza che le chiavi erano inserite nella toppa, chiuse a chiave l’abitazione.
“Accidenti!” esclamò l’ufficiale giudiziario, che aveva ormai perduto ogni freddezza e dignità professionale. “Quel monello ci ha chiusi dentro!”
“Prego!” intervene Vittoria con aria ironica. “Lasciare libera l’abitazione da persone e cose!”
“E lei, signorina, badi come parla! Posso denunciarla per resistenza a pubblico ufficiale!”
“Io non resisto a nessuno! Come faccio a uscire se la porta è chiusa a chiave?!”
“Maresciallo! Veda di forzare la porta!”
Mentre il maresciallo si avviava verso la porta, Federico apparve di nuovo in cima alle scale.
“Ecco! Bene, caporale!” esclamò. “Apra la porta e se ne vada insieme al suo amico usciere!”
Dette queste parole scomparve di nuovo dietro una delle porte del piano superiore.
“Io divento matto!” urlò furioso il maresciallo.
“Signorina!” intervenne in tono imperioso l’ufficiale giudiziario, che sudava freddo. “Ordini a questo diavolo di ragazzino che ci apra immediatamente la porta!”
“Io rispondo soltanto alle domane fatte con gentilezza” replicò Vittoria.
L’ufficiale giudiziario si asciugò il sudore e, inghiottendo il rospo, si sforzò di parlare con calma.
“Signorina!” disse. “Lei saprà senz’altro che viviamo in un paese civile regolato da giuste leggi. Se ha qualche cosa da opporre a questo sequestro può farlo tramite i canali previsti dalla nostra legislazione democratica. Nel caso che abbia valide ragioni, io sarò il primo a rispettare e a far rispettare i suoi diritti. Ma ora la prego con la massima gentilezza: ci faccia aprire da quel ragazzino, altrimenti sarò costretto, mio malgrado, ad accusarla di sequestro di persona”.
“Gentile ufficiale giudiziario, io non credo affatto che noi viviamo in un paese civile, regolato da giuste leggi, e quanto al sequestro di persona non può certo accusare me…”
In quel momento si udì lo scatto della serratura e la porta d’ingresso dell’abitazione si spalancò.
“Ecco!” disse Vittoria. “Ora potete uscire: il sequestro di persona è finito!”
“Ce ne andiamo, signorina!” gridò furibondo l’ufficiale giudiziario. “Ma non finisce qui, glielo garantisco!”
“Per quale reato mi porteranno in gattabuia?” replicò Vittoria in tono ironico. “Per aver raccontato barzellette sui carabinieri?”
I due uomini la guardarono con gli occhi fuori dalle orbite e senza aggiungere una parola se ne andarono.

Procedura di appello

Il pomeriggio dello stesso giorno Vittoria bussava alla casa del nonno, situata nella piazza principale del paese, un po’ orgogliosa del successo ottenuto e un po’ preoccupata per quanto poteva accadere in seguito.
“Ciao, nonno!” esclamò abbracciandolo calorosamente, quando Giorgio le aprì la porta.
“Ciao, piccola! Allora, ho saputo delle tue prodezze!”
“Chi te lo ha detto?”
“Oh! Sai bene che nei paesi c’è sempre qualche pubblico informatore”.
“Pensi che ora si possano fare altri passi utili?”
“Ascoltami, bambina mia. Non voglio scoraggiarti e neanche voglio rimproverarti per quello che hai fatto. Ma devi renderti conto della situazione e non devi farti troppe illusioni. Intanto, se sei riuscita a far rinviare il sequestro, nello stesso tempo però ti sei fatta un nemico giurato. Da parte mia ammiro molto la tua inventiva e l’intelligenza di quei birichini, ma per l’avvenire ricordati dell’ammonimento dato da Bismark al Re di Prussia: il nemico con le spalle al muro è più pericoloso del nemico vincitore. Il Re di Prussia allora non volle ascoltare il consiglio del suo cancelliere, ma tutti ancora ne paghiamo le conseguenze. L’ufficiale giudiziario ora non avrà pace fino a che non si sarà vendicato. E infatti ha già ottenuto che il sequestro si faccia domattina stessa. Sarebbe stato meglio che il Signor Dino ascoltasse il mio consiglo e non si facesse trovare in casa. In tal caso probabilmente ci sarebbe stato un rinvio di parecchi giorni, o forse anche di settimane. Ma ormai la frittata è fatta!..”
“Ma nonno! Il Signor Dino non ne ha voluto sapere di non farsi trovare in casa!”
“Capisco, capisco! In tal caso certamente bisognava trovare qualche altro stratagemma, e tu sei stata molto furba. Resta il fatto però che ora ci troviamo al punto di partenza, e non vedo proprio che cosa si possa fare con così poco tempo”.
“Oh, nonno! Pensa a qualche altra cosa! Possibile che non ci sia qualche appiglio?! Per esempio qualche legge di tutela del paesaggio!”
“Sai già che le legittime autorità hanno dato tutti i permessi”.
“Ma come è possibile! Ci sono tanti vincoli!”
“Figlia mia! Lo sai com’è l’Italia! Ma ora ascoltami. Vedo che te la stai prendendo troppo per questa cosa, che certamente finirà in modo diverso da quello che tu vorresti. Questa tua passione non mi sembra una cosa buona. Te ne deriverà un’afflizione sproporzionata, che ti farà male all’anima e la corpo. Tra pochi giorni ricomincia la scuola, e tu devi affrontare il nuovo anno soclastico con serenità. Se ti affliggi troppo per questa storia, ti troverai svantaggiata fin dai primi giorni. Questo non è bene…”
“Oh, nonno! Allora è vero che voi adulti siete tutti uguali! Dite tutti le stesse cose!”
“Figlia mia! E’ perché noi conosciamo meglio la vita”.
“Ma nonno! Tu nella vita hai dovuto affrontare tanti ostacoli! Ti sei messo contro tutti per ottenere quello che ritenevi giusto!”
“Ma erano altri tempi e altre situazioni! Ora tu devi essere ragionevole…”
“No, nonno! Io sento in me una ribellione contro questa ingiustizia! Mi sento rivoltare dentro…”
Giorgio rimase per qualche istante silenzioso fissando la nipote negli occhi. Infine, prendendo la ragazza per la spalle e fissandola con uno sguardo enigmatico, esclamò: “Vittoria!”, mentre i suoi occhi si inumidivano.
“Vittoria!” proseguì. “Tu non sai quanto assomigli a tua nonna! Sì, figlia mia! Sei proprio il ritratto di lei! In un tempo molto lontano, mentre io pensavo a vivere tranquillamente la mia vita borghese, fu lei a riscuotermi e a farmi ritrovare la strada dell’impegno eroico per il trionfo della verità. Ora mi sembra quasi che ella mi parli di nuovo per bocca tua e di nuovo mi chieda di riscuotermi dalla mia mediocrità. Ascoltami, cara. Tu hai ragione! Non bisogna arrendersi né cedere alla tentazione dell’indifferenza per amore del proprio comodo. Però umanamente parlando in questa situazione non abbiamo alcuna via di uscita…”
“Dunque non possiamo fare niente?!”
“Non ho detto questo. Ho detto che ‘umanamente parlando’ non abbiamo via di uscita. Ma ascoltami. Tua nonna era una donna di grande fede: morì tra grandi sofferenze lodando il Signore per tutto il bene che aveva ricevuto nella sua vita. Pensa ora a questo: al di sopra del sindaco, al di sopra del ricco forestiero, al di sopra dell’ufficiale giudiziario e del carabiniere, al di sopra di te e di me vi è Qualcuno che comanda su tutti e al quale nessun riccone, nessuna Soprintendenza, nessun cancelliere o Re di Prussia può fare opposizione. Raccomandati a lui! Chiedi a tua nonna di darti la sua stessa fede, la sua stessa forza! Niente è impossibile a Dio! Chiedi che intervenga lui, se egli vuole, e rimettiti in tutto alla sua volontà”.
Negli occhi di Vittoria spuntarono alcune lacrime ed ella abbracciò il nonno affettuosamente.
“Grazie, nonno! No! Non è vero che tu sei come gli altri adulti! Farò come mi hai detto e mi rimetterò in tutto nelle mani di Dio!”
I due rimasero a lungo abbracciati in silenzio. Poi Giorgio disse alla nipote scostandola dolcemente da sé:
“Grazie, cara! Grazie di avermi ridato la stessa gioia di quando avevo poco più dell’età tua!”
“Grazie a te, nonno! Sai che ora mi sento tanto serena?!”
“Vieni! Ti accompagno alla porta”.
Raggiunto l’ingresso dell’abitazione, Vittoria uscì facendo un ultimo cenno di saluto al nonno. Poi scese sulla strada principale e si avviò fuori del paese, dove sorgeva la nuova chiesa parrochiale.
“Questa volta non mi ha infastidito” pensò “quando ha detto che assomiglio a nonna. No, non mi ha infastidito perché ho visto che in quel momento il suo animo stava cambiando e che improvvisamente i miei semtimenti diventavano importanti per lui, tanto che non poteva più liquidarli mettendo l’interesse della scuola al di sopra di tutto! E’ diventato un altro uomo! Ora anzi sento di volere un mondo di bene anche a mia nonna, di cui non mi sono mai occupata seriamente. Essere nonno e nonna, almeno quando lo si è in questo modo, non significa semplicemente essere anziani! Si può essere anziani senza essere nessuno, e deve essere molto, molto triste! Mi ricordo di quella ragazza alla stazione che abbracciava con tanto affetto il vecchio nonno che scendeva dal treno. Se fosse stato un estraneo non lo avrebbe neanche guardato!”
Nel frattempo aveva raggiunto la chiesa parrocchiale e, saliti i gradini d’ingresso, era entrata nel sacro edificio segnandosi con l’acqua benedetta.
Si inginocchiò in un banco e rimase a lungo immobile nel silenzio e nella solitudine della chiesa.
“Signore!” disse infine fra sé. “Tu puoi tutto! Come puoi fermare il braccio dell’assassino o l’esercito del Faraone, così puoi fermare anche questo sopruso, molto più insignificante. Ma nulla è insignificante ai tuoi occhi! Ti prego, Signore, ascoltami, come tanto tempo fa hai ascoltato la preghiera di mia nonna Vittoria. Lo so che devo aggiungere la conclusione che ha aggiunto Gesù nella sua preghiera. Tu non ti offendi, vero, se, come lui, anch’io la dico con un po’ di reticenza? ‘Ma sia fatta la tua, non la mia volontà’!”

A norma di legge

Quando la mattina dopo verso le dieci Vittoria bussò alla porta della casa del biancospino, nessuno le aprì. La ragazza si sentì venir meno e, non sapendo che cosa pensare né che cosa fare, si guardò intorno smarrita. Poco dopo vide una vecchia contadina che si avvicinava.
Quando fu presso la casa, la donna si rivolse a lei dicendole:
“E’ lei la signorina Vittoria Castelli?”
“Sì, sono io. Che cosa è successo al Signor Dino?!”
“Il Signor Dino ieri sera si è sentito male. Per fortuna in quel momento ero là io. Gli stavo consegnando delle uova. Abbiamo chiamato subito l’ambulanza e il Signor Dino è stato portato all’ospedale di Rieti”.
“Oh! Santo cielo! Che cosa ha avuto?! Saranno stati i dispiaceri di questi giorni!”
“Non lo so, signorina. E’ da tempo che non stava bene. Prima di andar via mi ha raccomandato di dirle di non preoccuparsi per lui e di non prendersela troppo per la faccenda della casa. Mi ha detto anche di riferirle che le chiavi dell’abitazione le ha portate con sé, così per aprire dovranno ricorrere a un fabbro. Ma si raccomanda vivamente che lei non si intrometta questa volta. Anzi, sarebbe meglio che non si facesse neanche vedere”.
“La ringrazio signora, ma l’ultima cosa non la accetto. Perché non dovrei farmi vedere? Non ho nulla di cui vergognarmi!”
“Come vuole, signorina. Ma cerchi di essere prudente”.
“Non mancherò. E grazie di cuore per il suo interessamento”.
“Ecco! Guardi! Stanno arrivando. Ora riferirò loro quanto è accaduto. Delle chiavi dirò che non ne so nulla. Faccia anche lei così, se glielo chiedono”.
“Senz’altro! Grazie!”
Un’automobile stava arrivando in quel momento, transitando per un ampio sentiero che conduceva sulla vicina via carrozzabile. Si arrestò poco lontano dalla casa e ne scesero l’ufficiale giudiziario con due carabinieri e un operaio. La contadina si avvicinò ai quattro uomini e in breve raccontò loro l’accaduto. Essi annuirono e, dopo aver rivolto uno sguardo assai poco amichevole a Vittoria, si diressero verso l’abitazione senza rivolgerle la parola.
“Appuntato” disse l’ufficiale giudiziario a uno dei due carabinieri. “Scriva pure nel verbale che il Signor Dragu è assente perché risulta essere stato ricoverato in ospedale e che non ha lasciato alcuna disposizione circa le chiavi dell’abitazione. In consegueza di ciò siamo autorizzati a forzare la serratura e ad aprire per effettuare il sequestro. Signor fabbro, prego! Proceda pure!”
L’operaio si avvicinò all’ingresso dell’abitazione e, presi da una borsa i necessari strumenti, si apprestò a forzare la porta per consentire l’accesso all’interno.
Intanto l’ufficiale giudiziario conversava con i due carabinieri mantenendo un cipiglio degno di Caronte. Vittoria capì che, anche se egli ostentava di ignorarla, l’espressione del suo viso, come le sue azioni e le sue parole, erano tutte studiate per lei.
“E’ proprio vero” si disse, sentendosi raggelare il cuore, “che il nemico con le spalle al muro è peggio del nemico vincitore! Ora sembra proprio di essere arrivati alla pace di Versailles!”
Intanto il fabbro aveva completato la sua opera e l’ufficiale giudiziario si avvicinò alla porta per entrare in casa.
“Lei, appuntato, rimanga fuori di guardia” disse a voce alta, con l’evidente intento di farsi sentire da Vittoria. “Noi facciamo un’ispezione per vedere che non ci siano persone o cose estranee e poi procederemo a sigillare l’abitazione”.
Ciò detto i tre uomini entrarono nella casa chiudendosi la porta alle spalle.
Vittoria restò tristemente a guardare. Avrebbe volute piangere, vedendo naufragare tutte le sue speranze, calpestate con arroganza e cinismo da parte delle pubbliche autorità. Ma si fece forza per non darla vinta al suo “nemico” almeno in questo.
“Voglio essere forte come Catone!” si disse. “Neanche una lacrima mi deve uscire dagli occhi, per quanto mi senta straziare il cuore!”
Dopo un tempo abbastanza lungo, i tre uomini uscirono dall’abitazione. In quel momento giunse un’altra automobile e ne uscì un uomo molto grasso di mezza età. Si avvicinò, sorridendo compiaciuto, all’ufficiale giudiziario e gli disse con accento straniero:
“Allora finalmente è tutto a posto? Quando potrò incominciare i lavori?”
“Ecco l’acquirente!” pensò Vittoria, guardando con disprezzo la mole non commune dell’uomo appena arrivato.
“Sarei ben felice di dirle: domani stesso” gli rispose l’ufficiale, badando sempre che le sue parole fossere sentite anche da Vittoria. “Ma ci sono alcune formalità da adempiere che richiedono alcuni giorni. Le assicuro che farò quanto è in mio potere perché tutto sia fatto al più presto possibile”.
“La ringrazio!” disse il forestiero stringendogli la mano. “Si vede che lei è un galantuomo!”
“Proprio!” pensò Vittoria fuori di sé dalla rabbia e dal dispiacere. “Oh, tutti i santi del cielo! Trattenete le mie lacrime!”
“Dunque” stava dicendo l’ufficiale giudiziario facendo un largo giro con la mano, quasi a rivolgersi ad un ampio pubblico, “ora possiamo procedere a sigillare la casa del biancospino. Lei appuntato scriva nel verbale che, avendo verificato che all’interno dell’abitazione non c’erano né persone né cose estranee…”
In quel momento un’altra automobile, percorrendo il sentiero d’ingresso, andò a parcheggiare nel prato. Tutti si voltarono incuriositi, quando improvvisamente si udì un grido appassionato:
“Papà!”
Vittoria corse incontro al padre che stava uscendo dall’automobile e si gettò piangendo tra le sue braccia.
“Papà! Sei tu! Quanto sono felice di rivederti! Ti prego! Non mi rimproverare! Non ho fatto nulla di male! Aiutami tu! Questi uomini vogliono sequestrare la casa del biancospino per venderla e distruggerla!”
“Coraggio, figli mia! Questi uomini non faranno proprio niente!”
A queste parole Vittoria si sentì rinascere. Spalancò gli occhi e gridò:
“Veramente, papa?! Veramente glielo impedirai?! Allora il Singore mi ha ascoltata! Ha esaudito la mia preghiera!”
“Coraggio, figlia mia! Sta’ tranquilla! Ma ora lasciami parlare con questa gente”.
Ciò detto il padre di Vittoria si avvicinò all’ufficiale giudiziario e si presentò.
“Lei è l’ufficiale giudiziario, vero? Piacere! Io sono Alessandro Castelli e sono qui per chiarire una faccenda riguardante la proprietà della casa del biancospino”.
“Non c’è nulla da chiarire, Dottor Castelli” gli rispose in tono arrogante l’ufficiale giudiziario. “Il comune, proprietario dell’immobile, ha già venduto il bene al qui presente Signor…”
“Mi scusi, dottore, le faccio presente che il comune ha fatto un involontario abuso, perché, contrariamente a quanto asserito nel catasto, il bene non gli apparteneva”.
“Come sarebbe a dire!? Il catasto è chiarissimo”.
“Lei mi insegna che il catasto non fa testo e che contiene molti errori”.
“Eventuali errori devono essere dimostrati. Fino a prova contraria ci si attiene a quanto risulta dal catasto”.
“Io sono qui appunto per dimostrare l’errore”.
“E come intende dimostrarlo?”
“Prego, dottore. Da documenti in possesso della mia famiglia risulta che il bene da tempo immemorabile denominato ‘casa del biancospino’ con terreno adiacente, nel 1903 fu venduto dall’allora proprietario Giulio Vitali al signor Antonio Palmieri, nonno di mia madre, Vittoria Guidi. Essendo in possesso del documento originale, questa mattina ho potuto ottenere, presso il notaio Petrucci di Rieti, un atto notarile attestante la compravendita. Ecco la fotocopia autenticata del documento originale e l’atto notarile relativo alla vendita dell’immobile. Non risultando da allora alcun mutamento giuridico, il bene deve essere considerato attualmente di proprietà degli eredi di Antonio Palmieri, che sono i figli di Vittoria Guidi, cioè Giuseppe, Concetta e il sottoscritto Alessandro Castelli”.
L’ufficiale giudiziario prese i documenti e li esaminò con aria molto imbarazzata e perplessa.
“La faccenda deve essere meglio chiarita. Non è possible farlo qui su un prato!” disse.
“Giustamente” replicò Alessandro. “Ma è evidente che, finché non sarà chiarita, in presenza di documenti così importanti, non si può né sigillare il bene, né tanto meno confermare la validità della vendita da parte del comune”.
“Sì” ammise obtorto collo l’ufficiale giudiziario. “Per il momento bisogna sospendere ogni operazione.”
Si rivolse poi al forestiero:
“Mi dispiace, ma la situazione della compravendita deve essere meglio chiarita prima di procedure ai lavori”.
“Ma come!” esclamò il forestiero inviperito. “E tutti i soldi che ho già investito per i progetti e i materiali…”
“Questo dovrà farlo presente al comune, responsabile della trattativa. Io non posso farci niente”
“Ma come! Io farò causa al comune!”
“Faccia pure! E’ suo diritto. Personalmente non posso far altro che attestarle tutta la mia comprensione per l’impiccio in cui si trova coinvolto per colpa di altri. Ne sono desolato, ma non posso farci niente!”
“La colpa è tutta di questo signore!” esclamò il forestiero rivolgendosi furibondo contro Alessandro.
“No!” intervenne autorevolmente l’ufficiale giudiziario. “Il signore non c’entra nulla. Non ha fatto che rivendicare i suoi giusti diritti. Dovrebbe soltanto ringraziarlo per averlo fatto prima che lei buttasse i suoi soldi in un bene che non le appartiene. E devo anzi ammonirla di non usare un linguaggio offensivo, perché il signore potrebbe giustamente quererarla per oltraggi gratuiti alla sua persona”.
Il forestiero strinse i pugni con collera e, dopo essersi guardato intorno con aspetto minaccioso, entrò nella sua automobile e si allontanò sgommando sgarbatamente per il prato a grande velocità. L’ufficiale giudiziario scosse il capo in segno di disapprovazione. Sentendo poi una mano che gli si poggiava sul braccio si voltò e rimase strabiliato nel vedere Vittoria che gli rivolgeva un sorriso radioso.
“Dottore! La ringrazio di vero cuore per aver difeso mio padre da quell’energumeno! Mi scusi per lo scherzo di ieri! Vogliamo fare pace?”
L’uomo la guardò con l’intenzione di mostrarsi offeso e accigliato, ma non poté resistere al sorriso ingenuo e affettuoso della ragazza. Le sorrise scuotendo il capo con aria bonaria e disse:
“Va’! Ti perdono. Ma non fare più quegli scherzi a chi vuole soltanto far rispettare la legge. Senza parzialità, come hai visto!”
“Grazie dottore! Glielo prometto!”
E, datagli una calorosa stertta di mano, corse ad abbracciare suo padre.
“Papà!” esclamò. “Come hai fatto a sapere quello che stava succedendo e come hai trovato quel documento?!”
“Ieri sera tuo nonno mi ha telefonato e mi ha raccontato tutto, insistendo sull’importanza che la faccenda aveva per te. Era molto preoccupato. E invece di raccomandarmi di distoglierti da questa storia, non la finiva di insistere perché trovassi il modo per aiutarti a risolverla secondo i tuoi desideri. All’inizio ero un po’ seccato, anche perché non avevo capito bene di che terreno e di che casa si trattava. Quando però tuo nonno mi ha ripetuto più volte che la faccenda riguardava la casa del biancospino, finalmente mi sono ricordato che, al tempo in cui studiavo i manoscritti dello zio Alessandro Bonich, avevo trovato tra le sue carte l’atto di acquisto del nonno di mia madre relativo proprio a quella casa. Chissà come era finito là in mezzo! Allora ero troppo giovane e troppo preso da altri interessi per dare importanza alla cosa, e poi non ci avevo più pensato e non ne avevo parlato con alcun altro. Per questo nessuno ne sapeva niente, neanche tuo nonno. Le sue insistenze ieri sera me lo hanno fatto ricordare. Cosicché questa mattina mi sono precipitato dal notaio di Rieti per vedere di mettere tutta la faccenda in chiaro e così togliere dall’angoscia la mia carissima figlioletta”.
Vittoria gli gettò le braccia al collo ed esclamò:
“Tu sei il papa più meraviglioso che esista al mondo! Lo sai che ieri sera sono stata a lungo in chiesa a pregare perché tutto si risolvesse per il meglio?! Ho pregato anche nonna Vittoria! Lo sai che nonno mi ha detto che le somiglio tanto?!”
“E’ vero, bambina mia! Anche per questo farei qualsiasi cosa per te! Ma perché non mi hai informato di tutto fin dall’inizio?”
“Oh, papa! Temevo che tu mi ordinassi di non occuparmi più della faccenda! Ma senti: c’è’ ancora una cosa da fare. Il Signor Dino ieri sera è stato ricoverato d’urgenza in ospedale. Bisognerebbe andare a trovarlo, sia per sapere come sta, sia per dirgli che tutto è finito bene. Sai quanto sarà contento!?”.
“In quale ospedale sta?”
“A Rieti”.
“Va bene. Adesso andiamo a mangiare qualche cosa e poi andremo subito a trovarlo”.
“Grazie papa! Non sai quanto ti voglio bene!”

Un riflesso del cielo

“E’ ricoverato qui il Signor Dino Dragu?” domandò Alessandro a un’infermiera del reparto indicatogli dalla portineria dell’ospedale.
L’infermiera rivolse uno sguardo enigmatico ad Alessandro e alla ragazza che lo accompagnava, e, dopo un attimo di silenzio imbarazzato, chiese:
“E’ lei la signorina Vittoria Castelli?”
“Sì, sono io” rispose Vittoria sentendosi improvvisamente raggelare da un triste presentimento. “E questo è mio padre”.
“Mi seguano, prego. Il primario vuole parlare con loro”.
Ciò dicendo l’infermiera si avviò all’interno del reparto seguita da Alessandro e da Vittoria.
Raggiunto lo studio del primario, l’infermiera li introdusse e li presentò:
“Professore, il Dottor Castelli e sua figlia Vittoria”.
“Prego, Dottor Castelli! Accomodatevi!” disse il primario alzandosi in piedi e porgendo la mano ad Alessandro. “Infermiera, porti un’altra sedia. Grazie. Ecco, accomodatevi pure!”
Quando tutti si furono seduti presso la scrivania del primario, questi si rivolse a Vittoria con un’espressione molto seria sul viso.
“Cara signorina, le debbo dare una triste notizia: tre ore fa il Signor Dragu è deceduto”.
Vittoria, che già si aspettava qualche brutta notizia, impallidì e due lacrime gli spuntarono negli occhi. Si coprì il viso con le mani ed esclamò:
“E’ colpa mia! Se avessi avvertito mio padre fin dall’inizio, tutto si sarebbe risolto subito e il Signor Dino non sarebbe morto dal dispiacere!”
“No, signorina, non dica così” replicò il primario. “Il Signor Dragu non è morto per il dispiacere. Già da tempo soffriva di una grave malattia e più volte è stato qui ricoverato. Lo conoscevo bene, e, anzi, mi meraviglio che sia durato così a lungo”.
“E poi” aggiunse Alessandro stringendo affettuosamente una mano della figlia “se tu mi avessi avvertito subito, probabilmente non mi sarei ricordato di quel documento. E’ stata l’insistenza di tuo nonno a farmici ripensare”.
“Grazie, dottore! Grazie, papa!” esclamò Vittoria tra le lacrime. “Ma io mi sento in colpa e non so darmi pace che il Signor Dino non abbia potuto sapere che tutto si è risolto per il meglio e che la sua casa non corre più alcun pericolo!”
“Signorina” riprese il primario in tono calmo e affettuoso, “ho una cosa molto importante da dirle. Poco prima di morire il Signor Dragu ha chiesto di parlare con me e mi ha raccomandato caldamente di dirle che non si angustiasse per la sua morte. Le chiedeva soltanto di ricordarsi della sua anima nelle sue preghiere…”
“Oh, sì! Certamente! Questo non mancherò di farlo!”
“E poi… mi ha dato un regalo per lei: un oggetto a lui molto caro, che le chiede di conservare con cura in suo ricordo”.
“Un regalo per me!” esclamò Vittoria sollevando il capo e spalancando gli occhi, mentre un sorriso le illuminava il viso. “Ma forse già so di che si tratta!”
“Un attimo che vado a prenderlo” disse il primario. E, alzatosi, si allontanò per tornare subito dopo con in mano un oggetto incartato di forma quadrangolare. Lo porse a Vittoria e disse:
“Ecco, signorina. Questo è per lei da parte del Signor Dragu”.
Vittoria prese l’oggetto con mano tremante per l’emozione e rapidamente lo liberò dall’involucro. Davanti agli occhi stupiti dei due uomini e della ragazza apparve l’icona dipinta su vetro che il Signor Dino aveva mostrato a Vittoria qualche giorno prima.
“Oh!” esclamò Vittoria. “Anche se mi aspettavo già che fosse questo il regalo, è sempre una meravigliosa sorpresa per me! Non è stupendo?!”
I due uomini confermarono che il dipinto possedeva una forza espressiva eccezionale e che i visi della Vergine e del Bambino evocavano in modo sublime e commovente il senso profondo dei misteri cristiani.
“Grazie, Signor Dino! Grazie!” mormorò Vittoria con gli occhi rivolti al cielo. “Papà, metterò questa icona nella mia stanza e ogni volta che la guarderò penserò al Signor Dino e dirò una preghiera per lui. Oh! Sono certa che non mi stancherò mai di guardarla!”
“Hai ragione, figliola! E’ proprio bellissima! Ma ora ringrazia il professore, che ha curato e assistito il Signror Dino fino all’ultimo ed è stato tanto gentile con te!”
“Grazie, professore! Grazie di cuore per tutto quello che ha fatto!”
“Oh, non ho fatto altro che il mio dovere!”
“Ma ora, papà, vorrei tornare a Roma al più presto. Non vedo l’ora di scrivere a Margaret. Ho mille cose da raccontarle!”

* * *

“Cara Vittoria,
ti ringrazio per il tuo lungo messaggio. Lo ho letto con grandissima emozione. Mi dispiace di non aver potuto vivere insieme a te le cose meravigliose che mi racconti, e mi dispiace molto anche per la morte del povero Signor Dino. Ma non devi fartene una colpa, sia perché era già affetto da malattia incurabile, sia perché dovresti invece rallegrarti di aver fatto tanto per lui.
La fotografia dell’icona che mi hai spedito è stupenda! La farò ingrandire e incorniciare e la metterò nella mia stanza. Anche questo contribuirà a tenerci unite, e ogni sera, guardando l’icona, penserò a te e al Signor Dino e dirò una preghiera per voi.
Non vedo l’ora di conoscere questa famosa casa del biancospino. Se è vero che è un posto bellissimo per la natura che lo circonda e per la sua antichità – e non ho alcun dubbio che lo sia – penso che sia ancora più bello per tutti i ricordi che conserva. E ora ai ricordi passati si aggiunge il ricordo di te, che vi hai trascorso momenti tanto drammatici e tanto felici – ma anche il ricordo dei tuoi pestiferi cuginetti!
Oh, cara Vittoria! Non vedo l’ora di rincontrarti! E’ vero che ora possiamo scambiarci messaggi ad ogni momento, ma la presenza fisica è un’altra cosa! Sono certa, però, che o in Italia, o in Inghilterra, o magari a metà strada, presto ci incontreremo ancora! E, come sempre, passeremo giorni immensamente felici!”

* * *

Penso anch’io che la presenza fisica sia un’altra cosa e che Vittoria e Margaret si rincontreranno presto. Non credete?

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