EBOOK: LA LUPETTA romanzo di Don Massimo Lapponi

(questo romanzo è stato ultimato il 12 gennaio 2015)

Lettera d’amore

“Caro Paul, amore mio,
ti scrivo dal campo dei lupetti, dove mi sono precipitata appena sono ricaduta in terra dopo un salto di gioia di tre metri quando, scrutando con apprensione i quadri degli esami, ho appreso con estremo sbalordimento di essere stata promossa. Dopo qualche pizzico per accertarmi che ero sveglia, ho ringraziato tutti i santi del paradiso e mi sono detta: non so come ne sono uscita viva – non dal salto, perché in verità forse non era di tre metri, ma di tre centimetri, bensì dalla fornace ardente degli esami – ma, viva o morta, per qualche giorno non ne voglio sapere più di questa Babilonia! Accetto di partire domani stesso per fare da Akela al campo dei lupetti!
“Così, insieme ad un’altra belva chiamata Bagheera – al secolo Lucia – mi sono trasferita in un paese non lontano dalla capitale dove, con l’aiuto saltuario di Baloo, un orso clericale tremendamente feroce, ci siamo avventate con le fauci spalancate su un branco di cuccioli di lupo, i quali, però, non sembra che si facciano troppo intimidire dalla nostra fame ferina e, nonostante i nostri richiami all’obbedienza, continuano a fare il comodo loro.
“Come sono cambiati i tempi! Quando ero lupetta io!.. Meglio non parlarne!.. Ma, insomma, mentre Margaret, impaziente a dir poco come me, sta facendo il conto alla rovescia in attesa dello storico incontro al vertice di Reading, dove non vedo l’ora di riabbracciarti – o anzi, di abbracciarti, perché non mi sembra di averlo fatto ancora – intanto io mi godo la meritata faticadi fare da balia asciutta a un branco di scalmanati che credono di non aver nessun bisogno della balia – e forse hanno ragione!
“Veramente non vedo l’ora di rincontrarti, amore mio! Aspetto sempre con ansia tue notizie. Fammi sapere che cosa avete deciso per l’università. Io confermo la mia scelta – e quando lo dico tutti mi guardano con gli occhi spalancati dallo stupore -: Veterinaria – anche se dovrò fare avanti e indietro tra Roma e Pisa, perché a Roma veterinaria non c’è. E se mi chiedono: perché? Rispondo: questi sono affari miei! Ma ciò non vale per l’amore mio, al quale spiegherò tutto a voce – aimé, tra quanti secoli ancora!
“Ma intanto, per far passare il tempo più in fretta, ti racconto dei miei lupetti.
“Una cosa che mi ha fatto piacere è di aver trovato tra di loro anche qualcuno che ha i miei stessi (attuali) gusti. Appena arrivati, questa mattina, ci si è presentato un cane abbandonato dai padroni – veri delinquenti! – e subito mi sono messa a consolarlo. Il cane – non saprei dire ora di che razza sia, ma è bellissimo: fulvo, alto e slanciato! – evidentemente abituato ad essere amico degli uomini, si è mostrato subito affettuoso e riconoscente, e non si sarebbe più staccato da me se una lupetta di nome Daniela, di dieci anni, intuendo subito dal collare che il cane era stato abbandonato, non si fosse gettata tutta piangente sulla povera bestia coprendola di baci e di carezze. Allora quell’ingrato, voltandomi le spalle, si è appiccicato alla bambina in modo tale che ho dovuto dare disposizioni draconiane di non portarlo a dormire nel dormitorio, perché alcune lupette – come è giusto – hanno paura dei cani. Ad ogni modo, ho acquistato un po’ di scatole di biscotti per cani e ho detto a Daniela che, quando vuole, può andare a prenderli in camera mia.
“Dimenticavo di dirti che siamo alloggiati nei locali di una scuola elementare, messici a disposizione dal comune, con brandine da campo per letti sistemate nelle aule – un’aula per i lupetti e un’aula per le lupette. Ovviamente queste ultime mi danno molto più da pensare dei maschietti, che sono assai più ingenui. Ma almeno, con un po’ di spirito autoritario, sono riuscita ad ottenere che tutti, comprese le lupette, lasciassero ai loro genitori i cellulari. Almeno al campo si devono distaccare da questi aggeggi infernali, in modo che possano godersi un po’ di natura senza essere continuamente distratti dalle loro stupide conversazioni o da altre nuove diavolerie di cui preferisco non sapere niente.
“Tra le lupette ce n’è una, Sara, anche lei di dieci anni, a cui i genitori hanno lasciato parecchi soldi. La cosa non mi piace molto, ma devo dire che è una bambina molto generosa con i compagni. Perciò ho preferito lasciare andare.
“Una bambina che mi preoccupa un po’ è Patrizia, di nove anni. Sembra un po’ complessata e credo che a volte sia un po’ invidiosa delle altre lupette, perché in tante cose riescono meglio di lei. Se ho ben capito, ha una situazione familiare piuttosto confusa.
“Tra i lupetti il più simpatico è Carlo, di undici anni. Non si dà delle arie, ma ha l’istinto del capo e tutti lo seguono spontaneamente quando fa qualche proposta o prende qualche decisione. E’ il capo-sestiglia dei falchi.
“Ma temo di essere stata un po’ noiosa con tutte queste chiacchiere! Era un po’ una scusa per stare più a lungo con te.
“Ora, amore mio, ti devo lasciare. Anzi, no! Non ti lascio, perché ti penso sempre, notte e giorno!
“Anche tu non-ti-scordar-di-me, e prega sempre per la tua
innamoratissima Vittoria!”

Il canto della buona notte

Finito che ebbe di scrivere la lettera, Vittoria la mise in una busta, vi scrisse sopra l’indirizzo e la ripose in un cassetto. Poi uscì dalla sua stanza e raggiunse il branco dei lupetti e delle lupette che stavano ultimando la cena sotto la sorveglianza di Bagheera, cioè di Lucia.
La sorveglianza non sembrava molto efficace, dato il vivace vociare dei bambini che rimbombava rumorosamente nell’aula adibita a refettorio.
Akela-Vittoria, più autorevole dell’amica, subito riportò un po’ di moderazione nel tono delle voci e si sedette poi accanto a Lucia in attesa che tutti finissero di mangiare.
“Credo che questa sera siano tutti piuttosto stanchi” le disse l’amica. “Dopo quella camminata che hanno fatto sotto il sole!.. E poi i giochi!.. E’ meglio che vadano a letto presto. Domani mattina verrà Baloo per la messa”.
“Va bene!” disse Vittoria. “Ora, mentre io, Sara e Ludovica mettiamo a posto e laviamo i piatti, tu falli sedere in circolo qua fuori e fa fare loro qualche gioco tranquillo. Poi diremo le preghiere e li mandiamo a letto”.
“D’accordo! Ma domani lavo io i piatti!”
“Oh! Domani è un altro giorno! Finito ragazzi? Bene! Ora Sara e Ludovica rimangono con me per mettere a posto e tutti gli altri vanno con Bagheera a sedersi in cerchio fuori. Poi noi vi raggiungiamo”.
I lupetti e le lupette si alzarono e seguirono Lucia fuori dell’edificio, mentre Vittoria, aiutata dalle due bambine, si occupava delle stoviglie.
Uscita all’aperto, Lucia fece sedere i lupetti e le lupette in circolo e disse loro:
“Ragazzi! Credo che siate tutti stanchi, quindi ora faremo un gioco restando seduti, poi, quando verrà Akela con Sara e Ludovica, diremo le preghiere, e poi andrete subito a dormire. Domani mattina bisogna alzarsi alle sei e mezzo. Dovete abituarvi perché i veri lupi sono mattinieri e non stanno nel letto a poltrire. Poi domani mattina presto verrà Baloo e, dopo che vi sarete lavati, dirà la messa qui all’aperto.
“Dunque adesso faremo il gioco del pensare… Daniela, sta’ attenta a quel cane! Potrebbe far male a qualcuno!”
Appena Daniela si era seduta nel cerchio il cane abbandonato dai suoi padroni le si era accovacciato accanto e la bambina lo aveva preso sotto braccio accarezzandolo affettuosamente.
“No, Bagheera!” protestò vivacemente Daniela. “Billy è un cane buonissimo! Non fa male a nessuno!”
“Va bene! Ma sai che alcuni bambini hanno paura dei cani!”
“Però la legge del branco dice che i lupetti devono amare gli animali, creature di Dio!”
“E va bene! Tieniti pure il tuo cane, ma sta’ attenta che non faccia danni!”
Daniela abbracciò il cane con tenerezza materna mormorando:
“Tu non fai danni, è vero Billy?”
“Allora!” esclamò Lucia rivolgendosi a tutto il branco. “Chi si offre a far da ‘pensatore’?”
“Io!” disse Carlo alzandosi in piedi.
“Bene! Allora dicci quando sei pronto”.
“Ecco! Sono pronto!”
“Ora procediamo con ordine. Comincia tu, Luigi, e poi proseguiamo di seguito in senso orario. Fa’ la prima domanda!”
Secondo le regole del gioco, il ‘pensatore’ deve pensare un oggetto, una persona o qualsiasi cosa, anche astratta, e gli altri, facendo domande sulle qualità della cosa pensata, devono indovinare cosa sia. Carlo, che era molto svelto, aveva pensato ‘l’alfabeto’, concetto piuttosto astratto e inconsueto, e le domande si susseguivano senza che i partecipanti al gioco si avvicinassero a capire di che si trattasse.
Dopo un tempo abbastanza lungo, si unirono al cerchio anche Vittoria, Sara e Ludovica, e finalmente quest’ultima, facendo domande più mirate, riuscì a risolvere l’enigma.
“Bene, ragazzi!” disse Vittoria alzandosi in piedi. “Ora diciamo la preghiera, e poi tutti a nanna!”
I lupetti e le lupette si alzarono rimanendo in cerchio e, guidate da Vittoria e Lucia recitarono le preghiere della sera, concludendo con il canto “Al cader della giornata”.
Poi in silenzio si recarono nelle rispettive camerate e si prepararono ad andare a dormire.
“Akela!” disse Patrizia guardando Vittoria con aria timida. “Devo dirti una cosa!”
Vittoria si avvicinò alla bambina e, prendendola affettuosamente sotto braccio, le chiese:
“Che cosa c’è?”
“Io… io voglio andare a casa!”
“Ma no, Patrizia! Che dici?! Lo sai che mamma ci tiene tanto che tu stia qui e faccia amicizia con le altre bambine!”
“Ma… ma io non mi trovo bene! Loro sanno fare tante cose, e io non so fare niente! E poi non sono stata mai fuori casa così!”
“Ma è appunto per questo che mamma vuole che tu impari ad andare fuori e a fare amicizie con altre bambine! E poi, perché dici che non sai fare niente! Sono certa che non è vero!”
“Ma io non ho fatto mai io giochi che fate voi, non so correre e perdo sempre!”
“Imparerai! Bisogna incominciare prima o poi! E non devi pensare che i lupetti imparino soltanto a correre e fare giochi! Ci sono tante specializzazioni in cui possono impratichirsi! Alcuni imparano a fare i nodi, altri a cantare, altri a disegnare, altri a fare le segnalazioni con le bandierine…”
“Le segnalazioni con le bandierine? Che vuol dire?”
“Per esempio, se tu ti trovi in cima ad una collina, con due bandierine, una in una mano e una nell’altra, mettendo le bandierine in diverse posizioni, puoi segnalare tutte le lettere dell’alfabeto, e così puoi inviare qualsiasi messaggio, anche a grande distanza. Immagina che qualcuno ti osservi da lontano con un binocolo! Capirebbe tutto, anche a grandissima distanza!”
Patrizia incominciò ad ascoltare con interesse.
“E come si fa a fare le lettere dell’alfabeto?” chiese.
“Bisogna imparare i segni delle varie lettere. Non è difficile! Se diventi segnalatrice, qui saresti l’unica, perché gli altri non lo sanno fare”.
“E poi chi capirebbe?”
“Oh! Se impari tu, vedrai che vorrà imparare anche qualcun altro! Ti piacerebbe?”
“Sì! Tanto!”
“Va bene! Allora da domani incomincerai ad imparare. Ora però mettiti a letto e dormi tranquilla!”
“Sì! Ma mi dai il bacio della buona notte?”
“Certo cara!”
Vittoria la fece distendere sulla brandina e la baciò. Patrizia si sentì un po’ riconfortata e si dispose ad addormentarsi.
Prima di uscire dal dormitorio, Vittoria si avvicinò a Daniela e le chiese sotto voce:
“Daniela, dove hai lasciato il cane?”
“L’ho messo sotto il portico, qua fuori. Gli ho dato un po’ di biscotti”.
“Non ha dato fastidio a nessuno?”
“Oh, no! Billy è buonissimo!”
“Ti piacciono proprio i cani! Ne hai uno tuo?”
“No! In città papà non me lo fa tenere. Ma quando andiamo in campagna, là ce ne sono due e mi diverto molto con loro”.
“Va bene! Ora però dormi! Domani dobbiamo alzarci presto!”
“Va bene, Akela! buona notte”.
“Buona notte cara!”
Vittoria uscì dal dormitorio delle bambine e, incontrando Lucia, le chiese:
“I lupetti stanno a posto?”
“Sì! Tutto tranquillo!”
“Allora prendi la chitarra e cantiamo il canto della buona notte!”
Lucia andò a prendere la chitarra, si pose, insieme a Vittoria, in un punto poco distante dall’ingresso dei due dormitori, e delicatamente si mise adeseguire qualche arpeggio. Poi, con voce dolce e sommessa, le due ragazze intonarono una ninna nanna irlandese, adattata alla lingua italiana e alla vita dei lupetti:

Ula, ula, ula
è sera e stanchi siam
Ula, ula, ula
doman lieti sarem
Ula, ula, ula
tra poco dormirem
per tutta la notte
tutti riposerem.

Ula, ula, ula
il branco dorme già
Ula, ula, ula
la giungla tacerà
Ula, ula, ula
Gesù benedirà
questa nostra tana
e ci sorriderà.

Ai lupetti e alle lupette, mentre, cullati dalla dolce melodia, piano piano si addormentavano, nel dormiveglia sembrava di essere come trasportati in un mondo diverso, in cui il sogno si apriva su un orizzonte di pace e di gioia celestiale.

Una campionessa in erba

Il suono ripetuto del fischietto risuonò bruscamente nelle orecchie dei lupetti e delle lupette risvegliandoli di soprassalto. Alzarono la testa dal cuscino, si guardarono intorno smarriti, ricordando sì e no dove si trovavano, indugiarono un attimo e subito si rimisero distesi per continuare il sonno interrotto. Ma niente da fare! Pochi istanti dopo il fischietto riprese a suonare ostinatamente!
Dunque non era un sogno! Bisognava proprio alzarsi! E così presto!
Akela e Bagheera entrarono nei dormitori per esortare i sonnolenti e organizzare le varie operazioni della prima mattina.
Dopo che tutti si furono lavati e vestiti, le due ragazze condussero i lupetti e le lupette all’aperto, dove Don Franco, detto Baloo, venuto poco prima da Roma, stava allestendo un altare da campo per la celebrazione della messa.
Era ancora presto e il sole era basso sull’orizzonte, ma non faceva freddo e alle luci della prima mattina la pineta antistante la scuola in cui era alloggiato il branco e la collina verdeggiante che sorgeva poco distante risplendevano allegramente di vivaci colori campestri. Dalle case del paese, alle spalle della scuola, risuonavano le prime voci della nuova giornata.
Don Franco celebrò la messa e, nella breve omelia, esortò i lupetti e le lupette a vivere le giornate del campo in piena armonia e fraternità, perdonandosi a vicenda eventuali torti ricevuti.
Finita la celebrazione, tutti rientrarono nella scuola per la colazione, vociando allegramente nella prospettiva di una giornata piena di attività interessanti e divertenti.
Accomodatisi nell’aula adibita a refettorio, i bambini e le bambine, non si fecero pregare a consumare con famelico appetito, sollecitato dalle attività del giorno precedente, il caffè e latte e i biscotti serviti da Vittoria e Lucia con l’aiuto dei più grandicelli.
Quando i lupetti e le lupette ebbero finito di mangiare, Vittoria batté le mani esclamando: “Ragazzi! Attenzione! Ascoltate un momento!” e con un po’ di fatica riuscì ad ottenere il silenzio.
“Questa mattina” disse quando le grida e le risate dei lupetti e delle lupette si furono acquietate “abbiamo un programma interessante. Tra poco andremo qui vicino, in paese, dove c’è una pista di pattinaggio. Ci sono anche alcuni istruttori che saranno a vostra disposizione per insegnarvi a pattinare. Non so se qualcuno di voi lo ha mai fatto…”
Subito Daniela si alzò in piedi sorridendo e alzando la mano e, piena di entusiasmo, esclamò:
“Akela! Io so pattinare!”
“Sai pattinare? Brava! Ma, ad ogni modo, tutti possono provare e imparare. E’ uno sport molto divertente e certamente con l’aiuto degli istruttori potrete incominciare a fare pratica e passerete una mattinata interessante”.
Subito i lupetti e le lupette incominciarono a gridare e a fare domande tutti insieme e ne nacque una gran confusione.
Mentre Vittoria e Lucia cercavano di riportare l’ordine e il silenzio, Daniela si avvicinò a Vittoria e le disse saltellando per l’entusiasmo:
“Mio padre è un campione di pattinaggio artistico e mi ha insegnato fin da piccola a pattinare! So anche danzare con i pattini, e a Natale abbiamo fatto un saggio…”
“Va bene! Va bene! Poi ci farai vedere! Ma ora, per favore, fate silenzio e aiutate tutti a mettere in ordine il refettorio!”
Ellettrizzati dalla prospettiva del pattinaggio, di cui soltanto Daniela era già esperta, i lupetti e le lupette aiutarono alacremente a sistemare il refettorio e poi si disposero a seguire Vittoria e Lucia.
Le due guide capo li fecero schierare in ordine fuori della scuola, divisi per sestiglie, dettero loro alcune raccomandazioni, e poi li condussero all’interno del paese, fino ad un grande fabbricato in cui sorgeva la pista di pattinaggio.
I ragazzi entrarono ordinatamente all’interno dell’edificio e rimasero a bocca aperta alla vista di una sorta di palestra dalle vaste proporzioni, bene illuminata e con il pavimento rivestito di un materiale sintetico, adatto per il pattinaggio, e fornito dell’adeguata segnaletica orizzontale.
Furono accolti con grande cordialità dal gestore della pista e da quattro istruttori. Vittoria pagò la quota richiesta per il servizio e invitò i bambini a indossare i pattini messi a disposizione dall’ente con l’aiuto degli istruttori. Ma Daniela estrasse dal suo zaino un paio di pattini e li mostrò a Vittoria dicendo:
“Io ho i miei! Li porto sempre con me!”
“Va bene! Brava! Poi ci farai vedere, ma segui anche tu le direttive degli istruttori”.
Quando tutti i bambini ebbero indossato i pattini, gli istruttori incominciarono a dare loro gli addestramenti iniziali. Poi li fecero allineare e li esortarono a fare, con prudenza, i loro primi passi sulla pista.
A questo punto, sotto gli sguardi prima apprensivi e poi ammirati degli istruttori, Daniela partì con eleganza lungo la pista e, volteggiando prima su un piede e poi sull’altro, percorse con disinvoltura tutto lo spazio, per ritornare con spontanea leggerezza al punto di partenza.
“Ehi, bambina!” esclamarono gli istruttori. “Sei un fenomeno! Dove hai imparato?”
“Me l’ha insegnato mio padre!” rispose Daniela sorridendo compiaciuta, ma senza arroganza.
“Davvero?! E chi è tuo padre?”
“Mio padre è un pattinatore artistico. Si chiama Davide Alessandrini”.
“Davide Alessandrini! Ma è un campione! E tu sei sua figlia?!”
“Sì! Mi ha insegnato lui, fin da piccola”.
“Perché, ora sei grande!? Senti! Facciamo così: visto che tu sai già pattinare bene, aiutaci anche tu a istruire gli altri, che sono ancora alle prime armi. Lei lo permette, vero, signorina Akela?”
“Va bene!” disse Vittoria. “Però tu, Daniela, non darti delle arie! Come scout sei al servizio degli altri!”
“Certo, Akela!” rispose Daniela con convinzione. “Anche i miei genitori me lo dicono sempre!”
“Bene!” riprese il capo degli istruttori. “Dunque ora, ragazzi, disponetevi in fila e cercate di eseguire quanto vi diciamo”.
I lupetti e le lupette presero il loro posto e si impegnarono alacremente ad imparare uno sport che li appassionava e di cui avevano visto con ammirazione una bella dimostrazione da parte di Daniela.
La più incapace e impacciata nei movimenti era Patrizia, che avanzava in modo goffo e incerto e ad ogni momento rischiava di cadere per terra. Sia gli istruttori, sia Vittoria e Lucia, vedendo che si sentiva umiliata a confronto degli altri, cercavano in tutti i modi di incoraggiarla. Ma la bambina appariva sempre più confusa e intimidita.
Infine un istruttore, credendo così di smuoverla dalla sua insicurezza, le disse:
“Su! Ora io ti lascio e tu prova a scorrere da sola in avanti, tenendo i piedi uno vicino all’altro. E poi, quando vedi che rallenti, frena leggermente con il piede destro”.
La bambina si aggrappò impaurita all’istruttore, ma lui si liberò dalla presa e le sussurrò:
“Su! Coraggio! Vai!”
Patrizia provò a scorrere inavanti, ma, sentendosi priva di appoggio, si impaurì, frenò bruscamente con tutti e due i piedi, perse l’equilibrio e cadde a terra con un grido.
La caduta era stata morbida ed era evidente che non si era fatta male. Accanto a lei in quel momento c’era Daniela, la quale, mentre gli istruttori accorrevano per rialzare ed incoraggiare la bambina, scoppiò a ridere dicendo:
“Sembri un sacco di patate!”
Patrizia si inviperì e, guardando Daniela con rabbia e invidia, le gridò:
“Tu ti dai tante arie! Ma se non fosse per tuo padre non saresti buona a niente!”
Punta sul vivo, Daniela le rispose per le rime:
“Dici così perché sei invidiosa! Perché tu il padre neanche ce l’hai!”
Patrizia impallidì e si gettò su Daniela come una furia e la prese per i capelli piangendo e gridando:
“Cattiva! Tu sei cattiva! Io voglio andare via! Voglio andare da mamma, perché tu sei cattiva!”
“Lasciami! Sacco di patate!” gridava a sua volta Daniela dibattendosi.
Subito accorsero Vittoria, Lucia e gli istruttori e separarono le due bambine. Patrizia continuava a piangere e a gridare, mentre Daniela, voltandole le spalle si guardava intorno piena di rabbia.
“Allora, bambine!” esclamò Vittoria con tono severo. “E’ questo il modo di essere lupette?! Che cosa vi ha detto questa mattina Baloo nella predica?”
“Io voglio andare via!” continuava a gridare Patrizia piagnucolando. “Voglio andare da mamma! Daniela è cattiva!”
“Su! Fa’ la brava!” le disse Lucia abbracciandola. “Ora dovete fare pace!”
“No! Perché lei è cattiva!”
Mentre Lucia, aiutata da due istruttori cercava di far calmare Patrizia, Vittoria si rivolse severamente a Daniela.
“Daniela!” le disse. “Sai che Patrizia è tanto timida e complessata! Non devi prenderla in giro!”
“Ma lei mi ha insultato!”
“Daniela! Sta’ a sentire! Quando una bambina soffre per la situazione della sua famiglia, non bisogna in nessun modo rinfacciarle le sue difficoltà familiari! E’ una cosa crudele!”
Daniela alzò le spalle mantenendo il broncio.
“Ad ogni modo!” disse Vittoria. “Oggi tutte e due state in punizione e non parteciperete ai giochi del pomeriggio. E questa sera, prima di dormire, esigo che facciate pace! Ora in silenzio prepariamoci e torniamo al campo”.
I lupetti e le lupette, intimorite dal tono severo di Vittoria, raccolsero le loro cose e si misero in fila per sestiglie in perfetto silenzio. Vittoria si scusò con gli istruttori e, insieme a Lucia, si avviò verso la scuola seguita dal branco. Lungo la strada sbirciava preoccupata le due bambine che camminavano ognuna al suo posto con i visini alterati dalle rispettive emozioni: Patrizia triste e piangente e Daniela dura e imbronciata.

Una tragedia familiare

Nel pomeriggio Daniela, esclusa dai giochi del branco, si consolò giocando con Billy. Si divertiva a lanciare una palletta, che il cane correva a raccogliere e a riportare indietro, e ad accarezzarlo.
“Tu sei il mio solo amico!” gli diceva, ancora rattristata ed amareggiata per la scenata della mattina. “Quella Patrizia è soltanto una peste viziata!”
Dopo aver lanciato più volte la palletta ed essersi fermata a lungo ad abbracciare il cane, le venne in mente che Billy a quell’ora doveva avere fame.
“Ora sta’ buono qui!” gli disse. “Vado a prenderti un po’ di biscotti!”
Gli dette un’ultima carezza e si avviò all’interno della scuola diretta verso la stanza di Vittoria.
Arrivata lì, cercò la scatola dei biscotti per il cane, che era riposta in un grande armadio in un angolo della stanza.
Mentre rimetteva a posto la scatola dopo aver preso i biscotti, sentì i passi di qualcuno che si avvicinava.
“E’ Akela!” pensò. “Non voglio incontrarla! E non voglio farmi vedere che prendo i biscotti!”
Ma, non potendo uscire dalla stanza senza essere vista, si ranicchiò in un angolo dell’armadio e chiuse lo sportello.
“Mi dispiace di averla chiamata” stava dicendo Vittoria a una persona che era entrata nella stanza insieme a lei. “Ma lei sa quanti problemi ha Patrizia e ora, dopo questo episodio, continua a dire che vuole tornare a casa da lei. Io so che lei ci tiene che stia per questi giorni con le altre bambine, perché è sempre sola ed è troppo chiusa. Per questo vorrei che la convincesse”.
La persona che era entrata nella stanza insieme a Vittoria – che evidentemente era la madre di Patrizia – scoppiò a piangere.
“Oh! Signorina!” esclamò tra le lacrime. “Lei non sa quanto soffro per questa mia bambina! So anche che è colpa mia se lei è diversa dalle altre ed è infelice! Per questo desideravo tanto che stesse con le altre lupette perché facesse amicizia e diventasse più aperta e sicura di sé! E invece, ecco che per un nulla siamo di nuovo da capo!”
“Purtroppo l’atra bambina, colta sul vivo, è stata imprudente e ha tirato fuori il fatto che Patrizia non ha il padre. L’ho rimproverata severamente per aver offeso e ferito Patrizia. Ma sa come sono le bambine quando si impuntano!”
“Ed è colpa sua se non ha il padre?! Povera bambina! No! La colpa è tutta mia! Ma lei non sa quanto ne ho sofferto e quanto ne soffro ancora anch’io! Quando lei mi ha accennato al telefono il fatto, ho pensato che, venendo qui, sarebbe stato bene che le raccontassi tutta la nostra triste storia.
“Purtroppo anch’io sono stata una bambina non solo senza padre, ma anche senza madre. Mia madre fuggì di casa con il suo compagno e per un po’ di tempo sembrò che stesse bene con lui. Scrisse una lettera a sua sorella dicendo che aspettava una bambina – che sarei io – e che era felicissima. Ma poi successe una tragedia. Mentre mio padre e mia madre andavano in automobile, vi fu un incidente e i medici dissero a mio padre che mia madre sarebbe rimasta paralizzata. Mio padre rimase così spaventato dalla prospettiva di dover assistere una paralitica, che decise di andarsene via, e da allora non si è saputo più niente di lui.
“Quando mia madre si riebbe e le fecero capire delicatamente la situazione, cadde nella più nera disperazione. Intanto gli esami avevano accertato che io non avevo subito danni, ma mia madre, spinta dal risentimento verso mio padre, non volle più saperne di me. Però non poteva interrompere la gravidanza, perché erano passate troppe settimane e la legge non lo consentiva. Allora scrisse a sua sorella invitandola a prendersi la bambina, perché lei non voleva saperne.
“Contro le previsioni dei medici, mia madre non divenne paralitica e si riprese completamente. Il parto andò bene, ma lei non volle neanche vedermi. Mia zia mi prese con sé e io crebbi in casa sua. Ma sentivo che lei non era mia madre e non ero felice. Per questo, quando compii diciott’anni, cercai l’indirizzo di residenza della mia vera madre e le scrissi implorandola di prendermi con sé e ricordandole la bella lettera che ella aveva scritto quando aveva saputo che aspettava una bambina e ne era così felice. Mi ripose con una lettera gelida: il passato – diceva – per me non esiste più, e non permetto che nessuno si intrometta nella mia vita personale e pretenda di interpretare i miei sentimenti. Aggiungeva che non avrebbe risposto più ad altre lettere, anche perché, come non voleva che altri entrassero nella sua vita, così non aveva interesse ad entrare nella vita degli altri.
“Dopo aver ricevuto quella risposta, caddi in una profonda depressione. E fu allora che, quasi per stordirmi, mi misi a frequentare discoteche e incontri di giovani poco raccomandabili. In quelle riunioni, in cui si beveva e a volte ci si drogava – ma questo io non lo ho fatto mai – rimasi incinta di Patrizia. Il padre lo incontrai solo in quella occasione. Poi non ne ho più saputo nulla. Mia zia, quando se ne accorse, andò su tutte le furie e mi rese la vita difficile. Da allora non mi ha mai perdonata, cosicché dalla mia vita scomparve anche quel poco di affetto che avevo avuto da lei e da suo marito. Poi ho preso casa da sola, ma quanto ho patito e patisco ancora la solitudine!
“In queste tristi circostanze è vissuta Patrizia: sempre sola con me, sempre rincantucciata in casa, sempre incapace di fare amicizia con le altre bambine! Io tante volte le ho detto che non siamo sole, che lei ha una nonna, che sua nonna era tanto felice quando mi aspettava! Le ho anche letto tante volte la lettera in cui mia madre diceva che mi aspettava con tanta gioia! Non le ho mai detto che la nonna non vuole saperne di me. Ho cercato delle scuse per spiegarle che per ora non possiamo incontrarla. Ma quando sarà più grande dovrò dirle la verità.
“Ora, signorina, io le ho portato qui le due lettere: la prima, in cui mia madre esprime la sua felicità nel sapere che aspetta una bambina, e la seconda, in cui dice di non volerne sapere di me. Le legga con calma, e cerchi di capire il mio dolore e le ragioni che possono spiegare, se non scusare, la mia situazione. Ma ora la prego! Io parlerò con la bambina e cercherò di convincerla a restare al campo, ma lei abbia un occhio di riguardo per Patrizia e cerchi di far capire anche alle altre bambine che devono trattarla con delicatezza ed incoraggiarla a fare amicizia con loro!”
“Cara signora!” le rispose Vittoria. “La sua storia è molto triste e capisco benissimo tutte le sue difficoltà. Sono perfettamente d’accordo con lei. Ora andiamo a parlare con la bambina e questa sera farò un discorsetto alle altre – e soprattutto a Daniela – e vedrà che poi andrà tutto meglio!”
“Grazie signorina! Sì! Andiamo subito a parlare con Patrizia!”

Ravvedimento

Appena le due donne si furon allontanate, Daniela uscì silenziosamente dall’armadio. Vide che sul tavolo vi erano le due lettere lasciate dalla madre di Patrizia e rimase alungo a contemplarle.
“E’ vero!” pensò. “Sono stata cattiva con Patrizia! Perdonami, Signore! Ho fatto piangere Patrizia e sono stata tanto cattiva! Ma ora voglio riparare! Voglio fare una cosa buona per Patrizia! Voglio fare una cosa tanto, tanto buona per lei! Per riparare e per farmi perdonare!”
Prese le lettere dal tavolo, furtivamente uscì dalla stanza e corse nel dormitorio delle lupette. Lì preparò il suo zaino. Poi prese un pezzo di carta, vi scrisse alcune frasi e lo lasciò sul letto di Patrizia.
Rimase un po’ di tempo soprappensiero. Poi uscì dal dormitorio e andò in cerca delle altre lupette.
Le trovò che si stavano lavando dopo i giochi che avevano fatto all’aperto. Con loro non c’erano né Vittoria, né Lucia.
Si avvicinò a Sara e le disse:
“Mi presti un po’ di soldi?”
“Certo!” rispose la lupetta prontamente. “Quanto vuoi?”
“Non so! Quanto mi puoi dare?”
“Ti bastano cinquanta?”
“Sì! Penso di sì!”
Sara le dette i soldi e Daniela, dopo averla caldamente ringraziata, se ne tornò nel dormitorio.
Prese lo zaino e si avviò all’esterno.
“Billy!” chiamò, e subito il cane accorse da lei.
“Dobbiamo fare un lungo viaggio! Vieni con me!”
Ciò dicendo si avviò verso il paese seguita da Billy.
La sua prima tappa fu la parrucchiera.
In quel momento non c’erano clienti e la parrucchiera era intenta a leggere un giornale. Daniela entrò con il cane e la salutò.
“Che fai qui sola, bambina!” le chiese la signora. “Dov’è tua madre?”
“Sono qui con i lupetti” rispose Daniela. “Dobbiamo fare un gioco e io devo traverstirmi da maschietto. Mi puoi tagliare e tingere i capelli?”
“Ma che giochi fate voi lupetti?! Sei così carina! Perché vuoi tagliartii capelli?!”
“E’ un gioco! Ed è molto importante!” esclamò Daniela con molta convinzione.
La parrucchiera la guardò perplessa.
“Ma…” disse.
“Ce l’ho i soldi per pagare!” aggiunse Daniela.
La parrucchiera sorrise e disse:
“Oh, no! Da te non voglio niente! Su! Sbrigati! Ma se questi sono i giochi dei lupetti, mio figlio non ce lo mando davvero!”
Ciò detto si mise al lavoro e in poco tempo Daniela fu trasformata in un perfetto lupetto.
“Farai un figurone!” le disse la parrucchiera soddisfatta del suo lavoro.
La bambina ringraziò contenta e se ne andò seguita dal suo cane.
Doveva percorrere un bel tratto per raggiungere la stazione ferroviaria e già il pomeriggio era inoltrato.
La bambina guardò l’orologio e si avviò lungo la strada. Quanto conforto le dava la compagnia di Billy!
“Sei il cane più bravo del mondo, Billy!’” disse, e si chinò ad accarezzarlo.“Ora dobbiamo camminare un po’. Ma vedrai che poi staremo comodi!”
La strada declinava in discesa ed era più lunga di quanto pensasse Daniela. Le auto sfrecciavano indifferenti lungo la carreggiata.
“Mamma mia! Non si arriva mai!” disse. “Per fortuna ci sei tu, Billy!”
Intanto si stava facendo sera e Daniela tornava spesso a guardare l’orologio.
“A quest’ora” pensò “stanno per andare a cena! Che diranno?”
Sentì nel suo cuore un po’ di tristezza e di nostalgia. Quanto sarebbe stato bello trovarsi a cena insieme alle altre lupette! Era un po’ triste stare lì a camminare da sola per la strada solitaria! Ma era stata cattiva e doveva riparare al male che aveva fatto a Patrizia!
“Avanti, Billy! Tra poco raggiungeremo la stazione!”
Infatti dopo un po’ vide la ferrovia perdersi in lontananza a destra e a sinistra e la grande costruzione della stazione stagliarsi in fondo alla strada.
“Si saranno accorte della mia mancanza?” pensò.

Angoscia e trepidazione

Sì! Il campo dei lupetti era già tutto in subbuglio per la scomparsa di Daniela. Vittoria e Lucia non si davano pace e non sapevano né cosa pensare né cosa fare. Se la bambina non spuntava fuori entro l’ora di cena, bisognava necessariamente avvisare i genitori e la polizia. Era una pesante responsabilità per le due ragazze!
Vittoria interrogò tutti i lupetti e le lupette, ma l’unica cosa che venne a sapere era che Daniela si era fatta prestare cinquanta euro da Sara. A cosa le servivano cinquanta euro? E dove voleva andare?
All’ora stabilita la ragazza suonò il fischietto e tutti si radunarono nel refettorio.
“Allora, ragazzi” disse Vittoria agitatissima. “Non avete trovato nessuna traccia di Daniela?”
“Io” disse Patrizia avanzandosi timidamente “ho trovato questo sul mio letto!” e porse a Vittoria un foglio piegato in due.
La ragazza lo prese e lesse:
“Cara Patrizia,
Perdonami! Oggi sono stata molto cattiva con te! Ma ti voglio bene e per farmi perdonare voglio fare una cosa molto buona per te, una cosa che ti farà molto felice.
A presto!
La tua amica Daniela”
Vittoria rilesse il foglio più volte chiedendosi che cosa potesse significare. Evidentemente Daniela si era allontanata di sua spontanea volontà con l’intenzione di fare chissà quale opera buona a Patrizia per farsi perdonare il cattivo comportamento che aveva tenuto verso di lei. Ma che cosa voleva fare e dove se ne era andata? In ogni caso bisognava ormai avvertire i genitori e la polizia. L’unica cosa positiva era che certamente non si trattava di un rapimento. Ma come ritrovare la bambina?
“Patrizia!” disse Vittoria dopo essere stata per qualche istante soprappensiero. “Ora dovremo avvertire i genitori di Daniela, e anche la polizia. Fortunatamente sappiamo che non è stata rapita e che ha intenzione di tornare presto. Ma almeno vorrei che tu mi dicessi che le hai perdonato e che pregherai per lei perché non le succeda niente di male”.
Patrizia abbassò la testa con aria afflitta e triste e disse:
“Sì, Akela! Io le ho perdonato e questa sera pregherò Gesù per lei!”
“Pregheremo tutti, vero?” chiese Lucia rivolta al branco.
Tutti in coro i lupetti e le lupette gridarono:
“Sì!”
“Ora, purtroppo” disse Vittoria, “devo telefonare ai genitori di Daniela, e poi dovremo avvertire la polizia. Non sarà una telefonata piacevole!”
Mentre Vittoria andava in camera sua per telefonare, Lucia disse:
“Ragazzi! E’ un brutto momento per tutti, soprattutto per i genitori di Daniela, ma anche per Akela e per me. Non so come la prenderanno i genitori di Daniela. Vogliamo dire insieme un Padre Nostro perché la telefonata di Akela vada bene?”
“Sì!”
“Bene ragazzi! Allora ora state in piedi e preghiamo insieme!”
I lupetti e le lupette si misero sull’attenti e tutti insieme recitarono il Padre Nostro.
“Ora possiamo incominciare a cenare” disse Lucia. “Ludovica, Sara e Carlo! Aiutate a servire in tavola!”
I lupetti e le lupette si accomodarono e in breve tempo fu servita la cena.
La conversazione si svolgeva con voce insolitamente sommessa, e tutti aspettavano nervosamente di sapere l’esito della telefonata di Vittoria.
Passò un tempo piuttosto lungo prima che quest’ultima si presentasse in refettorio. Appena la videro entrare, tutti si voltarono verso di lei guardandola con aria interrogativa.
“Allora!” disse Lucia. “Come è andata?”
“Per fortuna” rispose Vittoria “i genitori di Daniela si sono mostrati comprensivi. Sapere che certamente la bambina non è stata rapita, ma si è allontanata di sua spontanea volontà e che ha portato con sé il cane è stato per loro un sollievo. Hanno detto che conoscono bene Daniela e che è il tipo da fare queste uscite; e che è testarda, ma anche generosa e coraggiosa. Naturalmente sono molto preoccupati e abbiamo subito avvertito sia la polizia di qui, sia quella di Roma. Subito si avvieranno le ricerche e speriamo di trovarla al più presto. Intanto a noi non rimane che pregare. Ma chissà ora dove sarà quella benedetta figliola!”

Viaggio notturno

In quel momento Daniela stava scendendo dal treno alla stazione di Orte. Quando si era presentata alla biglietteria e aveva chiesto un biglietto per Milano, l’impiegato l’aveva guardata con stupore e le aveva chiesto:
“Ma dove vai così da solo?”
“Sono un lupetto” aveva risposto Daniela, “e noi scout siamo abituati a viaggiare da soli. Domani abbiamo un incontro importante a Milano e devo andare lì”.
“Voi scout siete proprio strani! Io, se fossi tuo padre, non ti lascerei andare in giro da solo! Ad ogni modo, non c’è da qui un treno per Milano. Devi cambiare a Orte, e a Orte devi aspettare quasi due ore. E poi i treni che passano da Orte sono lenti. Ci metterai molte ore ad arrivare a Milano. Non è meglio che te ne torni a casa?”
“Noi lupetti siamo abituati a queste cose! Dobbiamo recarci tutti a Milano. Anche questo fa parte del gioco”.
“Mah! Va bene! Se è una cosa vostra i biglietti te li faccio. Ma se fossi in te me ne tornerei a casa!”
Daniela non aveva aggiunto altro e aveva mostrato i soldi pronti per i biglietti.
Scuotendo il capo, l’impiegato le aveva dato i biglietti, raccomandandole di convalidarli. Poi le aveva dato tutte le indicazioni relative agli orari e ai binari.
Così ora la bambina era arrivata alla stazione di Orte, dove avrebbe dovuto trascorrere quasi due ore di attesa.
“Vieni Billy!” disse al cane, che la seguiva fedelmente. “Andiamo a comprare qualche cosa da mangiare e poi andiamo nella sala di attesa”.
Entrarono nel bar e Daniela comprò un panino e un’aranciata per sé e dei biscotti per il cane. Poi andò a sedersi nella sala di attesa.
Le poche persone che si trovavano lì la guardarono per qualche attimo con curiosità, poi si richiusero nella loro indifferenza.
Daniela mangiò il panino e bevve l’aranciata, mentre Billy divorava i suoi biscotti.
“Vieni!” disse poi Daniela al cane. “Ti porto a bere!”
Lo condusse presso un rubinetto e gli diede da bere. Poi tornò nella sala di attesa, che nel frattempo si era vuotata.
La bambina si accoccolò su un banco e fece salire Billy accanto a sé stringendolo tra le braccia.
Si sentiva tanto sola e triste e ripensava alla sera precedente e al canto che aveva cullato il loro sonno. Quanto avrebbe desiderato, in quel momento, trovarsi sulla brandina del campo insieme alle altre lupette e addormentarsi tranquilla al canto della buona notte!
“Per fortuna ci sei tu!” disse a Billy abbracciandolo e baciandolo. “E’ brutto esse così sola in questo posto! Com’era il canto ieri sera? Ah, sì! Ula, ula, ula! E’ sera e stanchi siam!…”
Le venne da piangere.
“Ma no! Non devo piangere!” pensò. “Sto facendo un’opera buona! E poi c’è Billy con me! Billy! Diciamo la preghiera della sera?”
Billy, anche se non capì, strofinò affettuosamente il suo muso umido sul viso di Daniela e a Daniela sembrò che avesse risposto positivamente. Recitò un Padre Nostro, un’Ave Maria e un Angelo di Dio e si mise pazientemente ad aspettare l’ora del treno per Milano abbracciata al collo di Billy.
Il tempo passò lentamente, ma finalmente l’altoparlante annunciò il treno per Milano al terzo binario.
Daniela si alzò con il cane e si avviò al binario servendosi del sottopassaggio. Raggiunto il marciapiede, si mise ad aspettare il treno.
Insieme a lei c’era poca gente e nessuno le badava.
Il treno arrivò e, con una rumorosa frenata, si fermò. Era molto lungo e piuttosto malandato, ma non era molto affollato. Daniela salì con il cane e andò a sedersi in una scompartimento vuoto.
“Ora, Billy” disse, “ci aspetta un viaggio molto lungo. Cerchiamo di dormire e speriamo che il tempo passi presto”.
Il cane appoggiò il muso sul petto della sua padroncina e ambedue si disposero ad affrontare il lungo viaggio per Milano.
Il treno ripartì tra scosse e cigolii e Daniela si sentì sempre più sola e sperduta in un mondo immensamente più grande di lei. Si era imbarcata in quell’avventura senza rendersi conto di ciò a cui andava incontro. Ora il treno che si inoltrava nel buio della notte e che sembrava dovesse essere inghiottito per un tempo interminabile in un’oscurità fredda e anonima la riempiva di sgomento e di paura.
La sua immaginazione le presentava mille pericoli che la insidiavano su quel treno squallido, in cui ella era sola e indifesa. E cosa avrebbe fatto per tutto quel tempo? Dormire poteva essere rischioso. Qualcuno avrebbe potuto approfittare del suo sonno per rapirla e portarla via, o anche per ucciderla! Doveva cercare di tenere gli occhi aperti, nonostante la stanchezza.
“Billy!” disse accarezzando il cane. “Cerchiamo di star svegli! Il viaggio è lungo, ma dobbiamo farcela! Prima o poi arriveremo!”
Si strinse il cane al petto e si preparò ad affrontare una notte insonne, piena di noia e di paura.
Ma a poco a poco la stanchezza la vinse, ed ella cadde addormentata abbracciata al collo di Billy.
Intanto il treno proseguiva la sua corsa non molto rapida e punteggiata da frequenti fermate. I viaggiatori notturni erano scarsi e la bambina rimase a lungo sola nel suo scompartimento. Dormiva un sonno agitato, con sogni angosciosi, dai quali ogni tanto riemergeva riacquistando per qualche attimo una confusa coscienza della sua situazione, per ripiombare subito dopo in un sopore inquieto.
Le sembrava di avanzare nel buio attraverso una galleria interminabile, con la sensazione di essere inseguita da un misterioso essere ostile che voleva attentare alla sua vita. Cercava di correre, ma le gambe si rifiutavano di obbedirle. Avrebbe voluto gridare, ma le mancava la voce.
Poi la visione si confondeva e lei si trovava in un’immensa città sconosciuta senza sapere dove andare. Voleva chiedere informazioni, ma la gente le passava accanto senza badare a lei, come se non la vedesse. “Via Negroli!” cercava di gridare. “Dov’è Via Negroli?!” ma le parole le morivano in gola e la gente continuava a camminare intorno a lei senza guardarla.
Allora pensava ai soldi che aveva in tasca e avrebbe voluto offrirli alla gente per avere informazioni. Ma i soldi erano spariti ed ella si guardava intorno terrorizzata: ora non poteva più tornare a casa e doveva vagare senza sosta per la città sconosciuta, fino a morire di esaurimento, mentre nessuno badava a lei.
Le rimaneva il cane. Ma dov’era il cane? Eccolo! Ma come era spaventato! E ora abbaiava!
Daniela si svegliò di soprassalto. Il cane abbaiava contro qualcuno. Un uomo era entrato nello scompartimento e guardava la bambina con uno sguardo torbido. Aveva un aspetto poco raccomandabile e sembrava avere cattive intenzioni. Ma Billy si era interposto tra lui e Daniela mostrando i denti e abbaiando furiosamente.
Daniela accorse accanto al cane e lo cinse al collo con un braccio. Billy cessò di abbaiare, ma continuò a digrignare i denti.
“Cosa vuoi!” gridò la bambina allo sconosciuto. “Vattene via!”
“Trattieni quel tuo cagnaccio!” mormorò l’uomo in tono minaccioso. “Cosa vai girando a quest’ora da solo!”
“Cosa importa a te?! Vattene via!”
“Sarà meglio che vieni con me!” disse lo sconosciuto facendo un passo in avanti. Ma subito il cane riprese ad abbaiare, mentre Daniela a fatica lo tratteneva per il collare.
“Se non te ne vai lo lascio andare!” esclamò la bambina.
“Attento piccolo! Potresti passare dei guai!”
Daniela non rispose nulla, ma continuò a fissare lo sconosciuto pronta a lasciare che il cane si avventasse contro di lui.
Billy intanto continuava ad abbaiare e alcune persone, risvegliate dal fracasso, accorsero a vedere che cosa stava succedendo.
Vedendo accorrere gente, lo sconosciuto pensò bene di allontanarsi, non senza aver prima fatto un gesto minaccioso all’indirizzo di Daniela. Intanto erano sopraggiunti tre uomini che, vedendo la bambina abbracciata al cane con aria spaventata, subito entrarono nello scompartimento chiedendo che cosa fosse successo.
“E’ venuto un uomo cattivo” disse Daniela, “e voleva portarmi via! Ma il cane gli ha abbaiato contro e lui è fuggito!”
“Meno male che hai questo cane con te!” disse uno degli uomini che erano accorsi. “Non hai paura ad andare così in giro di notte da solo?”
“No!” rispose Daniela cercando di mostrarsi coraggiosa. “Noi scout non dobbiamo avere paura!”
“Ma cosa fai qui da solo a quest’ora? Dove sono gli altri del tuo gruppo?”
“Abbiamo un incontro a Milano e io devo raggiungerli lì!”
“I capi di questo scout sono proprio degli incoscienti!” esclamò un altro dei signori accorsi nello scompartimento di Daniela. “Mandare un bambino da solo in viaggio di notte per un incontro! Potevate almeno viaggiare in gruppo!”
“Sono io che ho fatto ritardo, ed ora devo raggiungere gli altri”.
“Va bene!” disse il primo che aveva parlato. “A me sembra che i vostri capi dovrebbero essere un po’ più prudenti e attenti ad organizzare meglio le vostre attività. Ma, se non ti dispiace, vorrei fermarmi qui con te fino a Milano insieme a questi amici. Non mi sembra bene che tu rimanga da solo in questo scompartimento. Che ne dite, amici?”
“Certo! Certo!” esclamarono gli altri due. “Andiamo a prendere i bagagli e ci trasferiamo qua. Non ti dispiace, vero, ragazzo? Ti assicuriamo che non vogliamo portarti via!”
“Oh, no! Non mi dispiace! Lo vedo che voi siete buoni! Ma l’altro era un uomo cattivo! Per fortuna che avevo con me Billy! Non è un cane meraviglioso?!”
Ciò dicendo si chinò ad abbracciare e baciare Billy, il quale strofinò affettuosamente il muso sulla sua faccia.
“Veramente, è proprio un bel cane!” dissero i tre passeggeri. E, dopo aver trasferito i propri bagagli, si accomodarono nello scompartimento insieme a Daniela.
Il resto del viaggio passò senza incidenti. I passeggeri parlarono cordialmente con Daniela chiedendole informazioni sul suo branco e sulle attività dei lupetti. Daniela rispose a tutte le domande facendo attenzione a non dimenticare di essere un lupetto e non una lupetta e si sentì confortata per la presenza di persone piene di attenzioni verso di lei.
Così il tempo passò rapidamente e nelle primissime ore del mattino il treno entrò nella stazione centrale di Milano.

Per le vie di Milano

Scesi dal treno insieme a Daniela, i tre passeggeri le chiesero se aveva ancora bisogno di loro. Ma lei rispose di no, che andava tutto bene e che doveva soltanto aspettare che gli altri lupetti venissero a prenderla.
I signori si congedarono dopo averle fatto mille raccomandazioni e aver lodato la sua intelligenza e il suo coraggio.
Daniela, rimasta sola, si guardò intorno smarrita nella grande stazione affollata di gente. Andò a cercare un servizio per l’igiene mattutina e poi fece colazione, insieme a Billy, in un bar della stazione.
Le angosce della notte erano passate, ma ora si sentiva smarrita in quell’immenso fabbricato e si chiedeva come avrebbe fatto a raggiungere la meta stabilita.
Guardò l’orologio: era ancora presto. Bisognava aspettare che si facesse giorno. Visto che nessuno badava a lei, decise di restare seduta al tavolo del bar in attesa che passasse il tempo. Recitò le preghiere mattutine e poi si rilassò accarezzando amorosamente Billy.
Il tempo passava e la bambina cadde in un lieve sopore, finché un cameriere del bar la risvegliò.
“Ei, bambino! Che fai qui solo? Da quanto tempo stai qui? Il tavolo serve!”
“Ah! Scusa cameriere!” disse Daniela svegliandosi. “Devo incontrarmi con gli altri scout. Che ore sono?”
“Sono le otto e sta arrivando un mucchio di gente!”
“Le otto?! Vado via subito! Grazie cameriere!”
Daniela si alzò e, seguita da Billy, si avviò alla ricerca dell’uscita della stazione. Il riposo, la luce del giorno e la grande attività mattutina delle persone intorno a lei le avevano infuso un senso di gioiosa alacrità, e tutto ora le sembrava più facile.
Avrebbe chiesto a qualcuno come raggiungere via Negroli e poi… E poi come sarebbe andata? Era molto difficile saperlo, ma la questione poteva essere rimandata al momento opportuno.
Cercando di orientarsi e chiedendo informazioni, finalmente aveva raggiunto la grande scalinata che conduce all’esterno. Scese in Piazza Duca d’Aosta e si guardò intorno cercando la persona adatta a cui chiedere informazioni. Poco discosto vide un taxi. Si avvicinò e chiese all’autista:
“Come posso arrivare a Via Negroli?”
“Vuoi che ti ci porti io?” chiese a sua volta l’autista.
“No! No! Grazie!” rispose Daniela pensando alle sue scarse finanze. “Vado con i mezzi. Ma mi puoi dire che mezzo devo prendere?”
L’autista la guardò con curiosità e simpatia. Poi consultò un fascicolo fornito di tutte le informazioni necessarie e disse:
“Devi andare in quella direzione e raggiungere Piazza Luigi di Savoia. Li prendi il 90 e fai dodici fermate. Alla dodicesima scendi, tra Viale Campania e Viale Corsica. Poi chiedi, perché devi fare un bel pezzo a piedi”.
“Grazie autista!” disse Daniela. E si avviò nella direzione indicata.
Il tempo era buono e la città le sembrava bella e ridente, con tanta gente che correva indaffarata per i marciapiedi e il rumoroso traffico cittadino. Aveva un’aria diversa dalla capitale, che al confronto ora le sembrava un po’ sonnolenta.
In breve raggiunse Piazza Luigi di Savoia e, comprato il biglietto, salì sul 90.
Il percorso era piuttosto lungo e dovette fare attenzione per non perdere il conto delle fermate. Infine, assicuratasi di aver raggiunto Viale Campania e Viale Corsica e di essere arrivata alla fermata indicatale dall’autista del taxi, scese dal mezzo guardandosi intorno perplessa.
Doveva fare un bel pezzo di strada a piedi. Ma non sapeva in che direzione andare e perciò doveva chiedere informazioni.
Vide una signora che camminava sul marciapiede vicino a lei e le chiese:
“Per favore, dov’è Via Negroli?”
“Via Negroli, lupetto?” rispose gentilmente la signora sorridendole. “Devi andare in quella direzione. Ma c’è da camminare un po’. Se mai poi chiedi ancora!”
“Grazie signora!” disse Daniela, e si incamminò nella direzione indicata.
Finalmente, dopo aver chiesto ancora indicazioni ai passanti, arrivò in Via Negroli.
Estrasse dallo zaino le due lettere che aveva preso dal tavolo nella stanza di Vittoria e lesse l’indirizzo del mittente:
“Enrica Guarducci, via Negroli 17, scala B, int. 5”.
Poi si avviò osservando attentamente i numeri civici.
“Ecco il 17!” pensò con un tonfo al cuore. “E ora?”
Entrò nell’edificio. Non c’era nessuno in portineria e dall’ingresso si accedeva in un vasto cortile. A destra e a sinistra dell’ingresso vi erano rispettivamente gli atri delle scale A e B.
Con il cuore in gola Daniela si avventurò verso la scala B e incominciò a salire la prima rampa. Al primo piano vi erano i numeri 1, 2 e 3. Salì al secondo piano, ed ecco davanti a lei il numero 5 con il nome dell’inquilina: Enrica Guarducci.
Ebbe un fremito e sentì il cuore batterle furiosamente nel petto.
“Mamma mia! Che cosa faccio ora?! Se suono, poi che le dico?”
Aveva ripetuto mille volte dentro di sé il discorso che aveva preparato, ma ora le sembrava che le parole le morissero in gola. No! Non era proprio il caso che si presentasse così, come una sconosciuta, con un discorso che non sarebbe stata capace neanche di balbettare! Che fare allora? Era arrivata fino là per che cosa? Ora le sembrava di essere stata un’illusa! Una persona che per tanti anni non aveva voluto sapere niente di sua figlia e di sua nipote e che aveva pure scritto che non voleva che altri entrassero nella sua vita e che non aveva interesse ad entrare nella vita degli altri, perché avrebbe dovuto ascoltare proprio lei? No! Non poteva proprio suonare a quella porta! Era meglio rinunciare! Ma dopo tutto quel viaggio, non era un peccato?
Perplessa e confusa, Daniela ridiscese le scale e si fermò all’ingresso dell’immobile fissando indecisa il cortile interno.
“Che faccio? Me ne vado?” si chiedeva.

La signora del secondo piano

All’improvviso si udì il rumore di una finestra che si apriva. Daniela fece qualche passo all’interno del cortile e vide una vecchia signora dall’aria piuttosto arcigna che si affacciava da una finestra del secondo piano. La bambina fece mente locale e calcolò che la finestra doveva appartenere, senza alcun dubbio, all’interno numero 5 della scala B. Quella signora era certamente Enrica Guarducci!
Daniela rimase per qualche istante a scrutarla indecisa sul da farsi, quando improvvisamente le venne un’idea geniale. Dette un’occhiata al cortile: era sgombero e molto spazioso, e il lastricato era ben levigato. Sarebbe stato un’ottima pista di pattinaggio! Chissà se, vedendola eseguire una bella prestazione artistica, la signora non si sarebbe interessata di lei!
Immediatamente estrasse i suoi pattini dallo zaino e li indossò. Aveva uno stereo con la registrazione di alcuni ballabili adatti ad accompagnare un esercizio di pattinaggio artistico.
Accese lo stereo e avviò un ballabile ad alto volume.Poi partì scorrendo con eleganza all’interno del cortile.
Seguendo il ritmo del ballabile, volteggiò sulla sola gamba sinistra tenendo l’altra in posizione orizzontale. Poi la sollevò in perpendicolare chinando il busto fin quasi a toccare il pavimento. Si risollevò con una piroetta e ricadde con leggerezza sull’altra gamba. Ripetè la stessa evoluzione volteggiando questa volta sulla gamba destra e, dopo la piroetta conclusiva, ricadde con ambedue i piedi a terra e roteò a lungo intorno al cortile con leggerezza ed eleganza, accompagnata dalla soave melodia del ballabile. Quando la melodia giunse alla conclusione, Daniela volteggiò al centro del cortile e, sull’ultima nota, eseguì con ammirevole scioltezza la riverenza finale al pubblico – costituito, per l’occasione, dalla sola vecchia signora, che la guardava dal secondo pano dell’immobile.
Un battito di mani accompagnò la conclusione della danza sui pattini e la signora esclamò:
“Complimenti, ragazzino! Sei un fenomeno! Chi ti ha insegnato?!”
“Oh! Ho imparato da bambino!” rispose Daniela. “Mio padre è un esperto pattinatore!”
“E che ci fai qui?!”
“Abbiamo un incontro di lupetti oggi e io sono arrivato in anticipo. Ora devo aspettare per qualche ora che arrivino gli altri”.
“Per qualche ora? E come fai per il pranzo?”
“Mah! Non lo so! Prenderò qualche cosa in un bar”.
“Perché non vieni in casa mia? Puoi aspettare e mangiare qui da me! Ti preparerò un bel pranzetto!”
“Magari! Ma non vorrei disturbare!’
“Oh! Per carità! Nessun disturbo! Sali al secondo piano della scala B, all’interno numero 5. Ti aspetto!”
Daniela si tolse il pattini e li rimise nello zaino insieme allo stereo.
“Miracolo!” pensò piena di gioia e di emozione. “Ce l’abbiamo fatta!”
Salì di corsa le scale insieme a Billy e trovò la signora che la aspettava davanti alla porta dell’appartamento aperta.
“Allora!” le disse. “Di nuovo tanti complimenti! Come ti chiami?”
“Mi chiamo Franco” rispose Daniela.
“Bene! Vieni pure dentro e accomodati. Se hai bisogno del bagno, è lì”.
“Grazie signora! Approfitto volentieri. Non ti disturba il mio cane, vero?”
“No! No! Purché non sporchi!”
“Oh! Non ti preoccupare! Ci starò attento!”
Daniela entrò nel bagno con il cane, mentre la signora scuoteva il capo sorridendo.
“Che bel bambino!” pensava. “E quanto è bravo! E’ veramente eccezionale!”
Poco dopo la bambina uscì dal bagno e la signora la invitò ad accomodarsi nel salotto.
Daniela ringraziò e, entrata nel salotto, si sedette su una poltrona. La signora la seguì e si accomodò a sua volta accanto alla sua piccola ospite.
“Allora!” le chiese. “Che cos’è questo incontro di lupetti?”
“Lo facciamo ogni anno. E’ un’incontro di tutti i lupetti d’Italia”.
“Ah! E tu di dove sei?”
“Vengo da Roma”.
“E dove vi incontrate?”
Daniela si sentì smarrita, ma subito si riprese e disse:
“L’appuntamento sarebbe alla stazione. Ma io sono in anticipo e ho voluto fare un giro per la città”.
“E sei venuto da solo?”
“Hem… veramente no, ma ho lasciato gli altri perché volevo vedere un po’ Milano. E’ la prima volta che ci vengo”.
“Ho capito! Senti! Ora aspettami qui. Vado prenderti un po’ di biscotti e a preparare le cose necessarie per il pranzo. Che cosa gradisci?”
“Oh, quello che vuoi, signora! Per me va bene tutto!”
“Benissimo! Voglio farti un pranzetto con i fiocchi!”
Daniela sorrise.
“Grazie signora!” esclamò.
La signora si allontanò e Daniela rimase sola a pensare quale potesse essere la sua prossima mossa.
Trascorse un tempo abbastanza lungo. Poi la signora si affacciò sulla soglia del salotto. Aveva uno sguardo severo e fissava Daniela con ostilità.
“Tu mi hai ingannata!” disse con voce fredda. “Tu non sei un lupetto! Sei Una bambina!”
Daniela impallidì e guardò spaventata la signora con gli occhi spalancati.

Il dramma di un’anima irrigidita

“Ho visto il telegiornale!” continuò la signora fissando Daniela con uno sguardo irritato. “Tu sei fuggita dalla provincia di Roma travestita da lupetto e accompagnata da un cane! Che cosa sei venuta a fare qua?! Ora avverto immediatamente la polizia!”
Daniela saltò in piedi e balbettò congiungendo le mani:
“No, signora! Non chiamare la polizia! Io… io… ti spiegherò tutto! Ti dirò perché sono venuta qua!”
“Non mi interessa! Non voglio responsabilità! Ora chiamo la polizia e tu te ne ritorni a casa tua!”
Fece per muoversi, ma Daniela le si mise davanti e la prese per le mani.
“Ascoltami, signora! Ti devo dire una cosa importante! Io sono venuta qui per parlarti!”
La signora spalancò gli occhi e fissò Daniela sbalordita.
“Per parlarmi?!” esclamò incredula.
“Oh, sì! Ascoltami ti prego! Io stavo al campo dei lupetti e con me c’era una bambina di nome Patrizia. Era la tua nipotina e io, senza sapere niente, sono stata cattiva con lei e l’ho insultata dicendole che lei non ha neanche un padre. Patrizia si è messa a piangere, e io ho saputo poi che lei soffre tanto perché non ha un padre, e anche perché la nonna non vuole saperne di lei e ha scritto pure una lettera in cui dice alla mamma che non vuole neanche vederla, e che non vuole niente da nessuno. Ma io so che Patrizia è sola e soffre perché neanche la nonna vuole vederla. E soffre anche la mamma di Patrizia perché tu le hai scritto quella lettera e le hai detto che non vuoi sapere niente di lei. E io mi sono pentita di avere insultato Patrizia e le ho scritto che le chiedevo perdono e che avrei fatto una cosa buona per lei per farmi perdonare. Per questo sono venuta: per dirti che non devi essere cattiva con Patrizia e con sua madre, perché loro soffrono molto, e tu devi fare pace con loro e devi andare da loro e dire che vuoi bene a Patrizia e alla sua mamma e che non è vero che non ti importa niente di nessuno!..”
La signora la ascoltava con gli occhi sbarrati e con un’espressione quasi di terrore sul viso.
Quando Daniela ebbe finito, rimase silenziosa e immobile. Dentro di sé una voce segreta, che ella non avrebbe voluto ascoltare, sembrava dirle: “Non saresti stata felice di avere una nipotina buona e ingenua come questa bambina che ora ti sta parlando?”
“Ma io” pensò rimanendo immobile e silenziosa, senza addolcire l’espressione severa del suo viso “non posso umiliarmi davanti a mia figlia e davanti alla mia nipotina! La mia dignità non me lo permette! Io, abbassarmi a riconoscerle come parte della mia vita?! Non sia mai! La mia vita è mia! Soltanto mia! E nessuno deve metterci piede! Io, umiliarmi ad ammettere loro nella via privacy! Abbassarmi a riconoscere… già! A riconoscere di avere sbagliato! A chiedere scusa! Ah! Questo no! Mai!”
Vedendo che non rispondeva nulla, Daniela le strinse le mani con più forza ed esclamò con un tono caldo e fiducioso:
“Ora andiamo subito insieme a Roma, vero? E tu dirai a Patrizia e alla sua mamma che tu sei contenta di fare pace con loro! Che vuoi vivere con loro perché sei troppo triste a stare da sola! E che vuoi loro bene, e che sarai felice con loro!”
L’espressione della signora divenne più cupa ed ella pensò:
“Io, affermare che sono infelice da sola?! Che sarei più felice con loro?! Mai e poi mai! Ora dirò a questa peste: ti consegno subito alla polizia!”
Ma dalle sue labbra uscirono invece parole molto diverse, pronunciate con voce affettuosa, mentre il suo sguardo si addolciva e due lacrime spuntavano nei suoi occhi:
“Sì, cara! Andiamo subito alla stazione! Andiamo a raggiungere al più presto Gloria e Patrizia! Per troppo tempo siamo state lontane!Per troppo tempo siamo state infelici!”