EBOOK: LA NOTTE DI SANTO STEFANO romanzo di Don Massimo Lapponi

(ultimato il 24 0tt0bre 2013)

Deborah

“Ma quando Godfrey e Nancy invitarono Eppie ad andare a vivere con loro, la ragazza rifiutò, perché, anche se Godfrey era stato suo padre, il vero padre per lei era Silas Marner, che l’aveva accolta lattante nella sua casa e l’aveva allevata e amata come una figlia. Ella perciò decise di rimanere a vivere con Silas nella semplicità della sua casa, piuttosto che andare nella casa del ricco Godfrey, che le avrebbe offerto di condividere la sua ricchezza e di diventare sua erede. Pieno di gioia Silas strinse al cuore la sua figliola e i due continuarono la loro vita felice nella loro casa.
“Poi andarono a fare un viaggio, di cui ora non ti dirò i particolari, e infine Ebbie sposò Aaron Winthrop, il quale andò anch’egli a vivere nella casa di Silas, che Godfrey generosamente aveva fatto restaurare. Così Silas, Ebbie e Aaron vissero una vita felice, non ricca di lusso e di denaro, ma ricca di amore”.
Quando Dorothy ebbe finito di raccontare la storia di Silas Marner la piccola Deborah, che la fissava con gli occhioni spalancati, esclamò battendo le mani:
“Che bella storia, Dorothy! Anch’io, sai, preferirei vivere qui a Oak Farm con papà e mamma anziché andare a vivere con un altro, anche se mi desse tanti regali e tanti soldi!”
“Certo! Qui a Oak Farm non ci sono né lusso né ricchezze, ma siamo tutti più felici”.
“Sai Dorothy che sono contentissima che tu e John siete venuti a vivere qui? E non vedo l’ora che si celebri il vostro matrimonio! E’ vero che noi bambini faremo da valletti?”
“Certo, cara! E manca così poco!”
“E’ il giorno dopo Natale, vero?”
“Sì, proprio!”
“Che bello! E poi tu sai tante storie!”
“Una cosa che voglio fare è arricchire la biblioteca di Oak Farm. Così quando sarai più grande potrei leggere tu stessa tanti bei libri”.
In quel momento una delle giovani residenti ad Oak Farm si affacciò nel salone in cui si trovavano Dorothy e Deborah.
“Dorothy!” gridò. “Presto, vieni! Sono arrivare Vittoria e Margaret!”
“Vittoria e Margaret! Vengo subito!” rispose Dorothy alzandosi in fretta. Poi aggiunse, rivolta a Deborah: “Vieni anche tu! Ti farò conoscere due carissime amiche mie, che non ho mai visto in vita mia!”
La bambina la guardò perplessa.
“Come?” domandò.
“Oh! Ti spiegherò dopo! Ora vieni!”
La prese per mano e si avviò in fretta incontro alle due ospiti.
Giunta sul grande prato su sui si apriva il cancello d’ingresso, vide due ragazze con le valigie ai loro piedi che salutavano cordialmente gli inquilini e le inquiline di Oak Farm.
Quando Dorothy e Deborah si avvicinarono, gli altri fecero loro ala e le presentarono:
“Ecco, questa è Dorothy, e questa è la più grande dei nostri bambini, Deborah, di otto anni. Dorothy, loro sono Vittoria e Margaret”.
Dorothy abbracciò prima l’una e poi l’altra ragazza esclamando:
“Carissime! Non sapete quanto sono felice di vedervi!”
“Siamo noi felicissime di vedere te! Non sai quanta gioia abbiamo avuto quando abbiamo saputo del vostro matrimonio! Allora si celebra dopodomani!?”
“Sì! E’ tutto pronto. Ma andate a chiamare John! Sono certo che sarà felicissimo di rivedervi!”
Qualcuno si incaricò di fare l’ambasciata, mentre gli altri presero i bagagli delle due ospiti e si avviarono verso la casa padronale.
“Mamma!” esclamò Deborah tendendo le braccia ad una giovane del gruppo. “Lo sai che Dorothy mi ha raccontato una storia lunghissima e bellissima? Si intitola Silas Marner”.
“Che bella storia!” rispose la madre prendendola in braccio. “Dorothy! Non ti smentisci mai!”
“Se vai avanti così” intervenne un’altra ragazza “tra poco ci ruberai il cuore di tutti i nostri bambini!”
Tutti risero e Dorothy rispose:
“Oh, no! Non me lo permetterei mai!”
Intanto avevano raggiunto la casa padronale e uno dei giovani del gruppo suonò il campanello. Poco dopo la porta si aprì e apparve sulla soglia la proprietaria della fattoria.
“Signora Baker!” esclamarono insieme Vittoria e Margaret, gettandosi nelle braccia della padrona di casa. “Siamo così felici di essere di nuovo qui! E per un evento così lieto!”
“Sì” rispose commossa la Signora Baker. “E’ proprio un evento felicissimo, ed è reso ancora più felice dalla vostra presenza! Ma venite dentro a prendere qualcosa!”
In quel momento giunse di corsa un giovane che esclamò ad alta voce
“Vittoria! Margaret!”
“John!” risposero le due ragazze tendendogli le braccia. “Che bello essere qui di nuovo! E per il tuo matrimonio! Hai trovato una sposa semplicemente fantastica!”
“Lo so! Lo so! Ed è tutto merito vostro!”
“Su!” disse la Signora Baker. “Ora venite in casa. Offro a tutti qualche cosa da bere”.
Mentre i componenti del gruppo si avviavano, un uomo si accostò alla madre di Deborah.
“Jane!” le disse a bassa voce. “C’è una faccenda molto sgradevole”.
“Che c’è!” esclamò Jane guardandolo preoccupata.
“C’è qui Archie che vuole parlare con te”.
“Archie! E che cosa vuole da me!?”
“Temo che voglia la bambina”.
“La bambina! Ma come gli viene in mente!?”
“Forse è meglio che vieni a parlare con lui”.
“Va bene, Joseph. Vengo subito. Ma ti prego, stammi vicino!”
“Me lo chiedi?! Andiamo, su!”
Jane affidò la bambina ad un’altra ragazza e seguì Joseph verso l’ingresso della fattoria.
Presso il cancello li aspettava un uomo dall’aspetto trasandato con un’espressione di sfida sul viso. Accanto a lui c’era una donna di mezza età, che aveva tutta l’aria di essere la sua compagna, e una altro uomo più giovane.
“Ciao Jane!” disse l’uomo con aria provocatoria. “Buon Natale!”
“Buon Natale, Archie. Mi ha detto Joseph che vuoi parlarmi”.
“Infatti! Sai che ho dal tribunale il permesso di prendere la bambina con me per qualche giorno ogni anno”.
“Veramente non l’hai mai presa! E penso che il permesso sia scaduto ormai”.
“E poi” intervenne Joseph “ormai la bambina risulta parte della nostra famiglia, essendo noi regolarmente sposati”.
“No, cari!” disse Joseph con aria spavalda tirando fuori di tasca alcuni fogli. “Ecco i documenti del tribunale. Archie Sidney, riconosciuto fin dalla nascita della bambina come padre naturale della medesima, ha ancora il diritto di tenerla per venti giorni all’anno. Il fatto di non aver esercitato finora questo diritto, non comporta la sua decadenza”.
Jane e Joseph si scambiarono un’occhiata angosciata.
“E che cosa pretenderesti ora?” chiese infine Joseph.
“Che mi si consegni ora la bambina per tenerla nei giorni dal 24 al 26 dicembre. Tutto qui!”
“Non… non credo proprio” disse Jane con voce tremante “ che Deborah accetterà di passare il Natale con te. Tra l’altro neanche ti conosce!”
“Oh! La tratterò come una regina! Non temete! Si troverà benissimo. E poi scaduto il termine la riconsegnerò sana e salva”.
“Un momento, Archie” disse Joseph. “Aspettaci qui. Dobbiamo parlarne un attimo tra noi”.
“Che sia un attimo, però! Non intendo stare qui in piedi tutta la mattina!”
“Un attimo, per favore!”
Joseph prese Jane sotto braccio e i due si avviarono angustiati e preoccupati verso la casa padronale.
“E’ terribile!” mormorò Joseph. “La bambina morrà dalla paura e dal dispiacere! Come faremo a dirglielo!”
“Mi ero ormai tranquillizzata, pensando che non si facesse più vedere!’
“Andiamo a parlarne con la Signore Baker. Forse potrà darci qualche consiglio”.
Raggiunta la casa padronale Joseph e Jane entrarono, mentre da lontano Archie e i due che lo accompagnavano si guardavano intorno sorridendo con aria beffarda.
Passarono circa venti minuti. Poi la porta della casa padronale si aprì e ne uscirono Joseph e Jane tenendo per mano la bambina, che aveva con sé una borsa da viaggio. Tutti e tre avevano sul viso un’espressione funerea.
Deborah non staccava gli occhi dalla mamma, la quale sembrava stesse sul punto di scoppiare in lacrime.
Giunti presso i tre che li aspettavano Joseph disse con voce tremante:
“Ecco la bambina. Siamo d’accordo che tra due giorni la riporterete”.
“Naturalmente!” disse Archie. “E tu bambina non aver timore. Starai benissimo con noi. Vedrai che bel Natale passerai!”
“Io non voglio venire con voi!” esclamò la bambina spaventata e angosciata. “Voglio passare il Natale con mamma e papà!”
“Ma sono io il tuo papà!” disse Archie sorridendo con aria baldanzosa.
“No! Il mio papà è lui, che è sempre stato con me, come Silas Marner!”
“Oh! Che cultura!” eclamò Archie con voce ironica. “Su, bambina! Vedrai che non ti pentirai di essere venuta con noi!”
Deborah scoppiò in pianto.
“No! Con voi non ci voglio venire!”
La mamma la prese in braccio e le mormorò all’orecchio:
“Su, bambina mia! Coraggio! Va’ pure con questo signore. Vedrai che ti farà divertire. E poi ogni giorno ti telefoneremo. Va bene?”
“No! Non ci voglio andare!”
“Deborah!” disse Joseph. “Vedrai che questo signore ti porterà dai cavalli e ti farà divertire. E’ vero, Archie?”
“Verissimo! Sarà un Natale con i fiocchi! Vedrai cara!”
“Mi prometti” aggiunse Jane rivolta ad Archie “che ogni giorno mi ci farai parlare per telefono?”
“Certamente!”
“Allora, Deborah! Su! Fatti coraggio e va’ tranquilla!”
Con un sospiro Deborah si staccò dalla madre asciugandosi gli occhi e la compagna di Archie la prese per mano.
“Una cosa!” aggiunse Jane. “Ho dato alla bambina una piccola torcia elettrica perché la notte ha paura del buio. Mi raccomando! Non toglietegliela!”
“OK! Nessun problema! Allora, arrivederci! E ancora: buon Natale!”

Il maneggio

“Allora, Deborah!” disse Archie allegramente avviandosi verso un’automobile parcheggiata vicino all’ingresso di Oak Farm. “Papà ha avuto una bella idea! Ora ti porteremo dai cavalli. Sai cavalcare?”
Deborah annuì con il viso triste.
“Ma intanto presentiamoci” riprese Archie. “Io sono Archie. Dovresti chiamarmi papà, ma se preferisci chiamami pure Archie. Lei è Janet. Vedi? Si chiama quasi come tua madre! E lui è Jimmy. Siamo una compagnia molto allegra e desideriamo passare un Natale divertente insieme a te. Che ne dici?”
Deborah non rispose e Janet intervenne accarezzandole i capelli:
“Su! Lasciala in pace, povera bambina! Coraggio, Deborah! A me piacciono i bambini e vedrai che diventeremo amiche!”
Deborah annuì in silenzio guardando preoccupata la donna che la teneva per mano.
Intanto erano giunti presso l’automobile. Si accomodarono all’interno, Archie alla guida con accanto Janet, che teneva la bambina in braccio, e Jimmy sul sedile posteriore.”
“Dunque” disse Archie. “Manteniamo subito la promessa e andiamo a cercare i cavalli. Sapete dove sono?”
“Sono vicino a dove hanno messo le giostre!” esclamò Deborah.
“Bene! Tutto sta a sapere dove sono le giostre. Ma avviamoci verso il centro abitato e per strada domanderemo”.
L’automobile si avviò. Deborah, in parte distratta dal suo dispiacere dal pensiero del divertimento che l’aspettava, guardava silenziosamente fuori dal finestrino.
“Scommetto, Deborah” le disse dopo un po’ Janet “che vai spesso a cavalcare”.
“Sì! E lì ci sono tanti bambini!”
“Allora forse incontrerai qualche bambino che conosci?!”
“Sì! Ne conosco tanti!”
“Vedi che ti vogliamo bene e che vogliamo farti divertire? Passerai un Natale indimenticabile”.
La bambina annuì in silenzio.
“Ehi, signore!” gridò a un certo punto Archie ad un passante in prossimità del più vicino centro abitato. “Mi sa dire dove sono lo giostre?”
“E’ facile. Andate da quella parte e girate intorno alla città. Le troverete dalla parte opposta. Si vedono bene perché sono in mezzo a un grande prato”.
“Grazie! E lì c’è anche il maneggio?”
“Sì, certo! Non potete sbagliare”.
Archie si avviò nella direzione indicata e fece tutto il giro intorno alla cittadina. Dopo pochi minuti apparvero, al centro di un grande spazio verde, i capannoni delle giostre, tutti adorni delle luminarie e delle decorazioni natalizie. A vedere i segni della festa e molti Babbi Natale che giravano tra i padiglioni la bambina sorrise contenta. In fondo ora non le dispiaceva essere andata con Archie!
“Adesso” disse Archie “indicaci tu dove sono i cavalli”.
“Di là! Di là! Dietro quel capannone!” esclamò Deborah indicando un grande tendaggio sulla parte destra del piazzale.
Archie diresse l’automobile da quella parte, girò intorno al capannone e si trovò di fronte a un fabbricato basso al cui esterno erano allineati diversi cavalli con il personale che li accudiva e numerosi clienti, grandi e piccoli. Deborah batté le mani contenta.
“Posso andare a cavallo, vero?”
“Certamente!” rispose Archie. “E può darsi che ci sia anche qualche tuo amichetto!”
L’automobile si arrestò e tutti scesero sul prato. Janet prese la bambina per mano e la condusse presso il maneggio, pagò il biglietto e la affidò a un giovane che accudiva i cavalli. Il giovane riconobbe Deborah e disse:
“Ecco una delle nostre migliori clienti! Ha una forza di braccia non comune e sa tenere bene in riga il suo cavallo! Guarda Deborah, ci sono là anche Anne e David!”
Deborah sorrise contenta e ben presto fu tutta presa dal suo sport preferito. Più volte percorse la pista facendo a gara con i suoi amichetti e con gli altri fantini. Anche gli adulti non sdegnavano di misurarsi con lei, data l’abilità con cui ella conduceva il cavallo e il vigore con cui lo padroneggiava.
Finalmente venne l’ora del pranzo. Janet prese Deborah per mano e insieme si avviarono verso i due uomini, che le guardavano sorridendo.
“Allora” disse Archie. “Ti sei divertita?”
“Sì! tantissimo! E ho incontrato anche Anne e David!”
“Bene, cara! Ora andiamo a mangiare qualcosa”.
Allontanatisi dal maneggio, i quattro girarono per la giostra in cerca di un locale per mangiare. Ben presto ne trovarono uno molto invitante, sia per l’esposizione di sandwich, salcicce e varie altre cibarie, sia per le luminarie e le diverse decorazioni natalizie. A servire vi erano uomini e donne vestiti da Babbo Natale.
“Che cosa prendi?” chiese Janet a Deborah.
La bambina fece le sue scelte. Poi tutti e quattro si accomodarono a un tavolo e condivisero il pranzo allegramente.
“Dopo il pranzo che cosa vuoi fare?” chiese Archie a Deborah.
“Voglio tornare dai cavalli!”
“Non ti sei stancata?”
“No! Per niente”
“Ma ci sono anche altri divertimenti qui!”
“No! No! Voglio tornare dai cavalli!”
“E va bene!” disse Archie assumendo un’aria rassegnata. “Vuol dire che passerai un Natale a cavallo!”
La bambina sorrise contenta.
“Beata te, che ti accontenti di così poco!” esclamò Jimmy.
“Non è tanto poco” commentò Janet. “Già se ne sono andate diverse sterline!”
“Quanto sei venale!” disse Archie in tono ironico. “L’importante è che Deborah si diverta!”
“Certo, certo!” rispose Janet, anche lei con un accento un po’ ironico a cui Deborah non fece alcun caso.
“Però prima di tornare dai cavalli” disse Archie quando ebbe pagato il conto “facciamo una passeggiata per vedere tutte le attrattive della giostra. Va bene?”
La bambina batté le mani.
“Sì! Sì!” disse. “Mi piace vedere anche le montagne russe e le automobili a scontro. Ma poi torniamo dai cavalli!”
“Ok, Deborah. Andiamo!”
I quattro fecero una lunga passeggiata tra i padiglioni della giostra, mentre Deborah guardava estatica i vari divertimenti.
“Dopo i cavalli” disse “ possiamo anche andare sulle macchine? E sulle montagne russe?”
“Vedremo!” rispose Janet. “Una cosa per volta”.
Dopo che ebbero completato il giro ed ebbero preso il tè in un altro locale della giostra, si ritrovarono di nuovo presso il maneggio e Deborah passò gran parte del pomeriggio a cavalcare il cavallo a cui era più affezionata, suscitando l’ammirazione di molti presenti per la sua non comune bravura.
Quando l’oscurità aumentò Janet fece scendere la bambina dal cavallo e la condusse a mangiare qualcosa. Poi le fecero fare un giro sulle montagne russe.
“Ora è tardi” disse Janet dopo che la bambina fu scesa dalla giostra “e dobbiamo andare a casa a dormire. Hai visto che bella vigilia di Natale hai passato?”
La bambina annuì. Ma la stanchezza aveva risvegliato in lei la nostalgia per il papà e la mamma.
“A casa” disse “possiamo telefonare alla mamma?”
“Certamente!” disse Archie mentre insieme agli altri rientrava nell’automobile. “Lo abbiamo promesso! Ma pensa che domani potrai ancora divertirti”.
Deborah annuì, ma rimase silenziosa per tutto il viaggio verso casa.
L’automobile entrò nella cittadina e si diresse verso il centro dell’abitato.
Ben presto giunsero alla villetta che Archie e i suoi compagni avevano preso in affitto. Archie azionò il telecomando elettronico e il cancello si aprì. L’automobile entrò in uno spiazzo alla cui sinistra si apriva la porta del garage. Poco più avanti vi era la casa di abitazione. Era un fabbricato con un pianterreno e un primo piano, che si stagliava contro il cielo oscuro della sera.
Janet, Deborah e Jimmy scesero sul piazzale, mentre Archie conduceva l’automobile nel garage.
Chiuso il garage, i quattro si avviarono verso il portone d’ingresso ed entrarono in casa.
“Telefoniamo alla mamma ora?” chiese Deborah.
“Dimmi il numero” rispose Janet, “e la chiamiamo subito”.

La notte di Natale

“Pronto, mamma? Sono Deborah! Sì, mi sono divertita! Sono stata a cavalcare tutto il giorno e ho visto anche Anne e David. Poi sono stata sulle montagne russe… Sì Archie e Janet sono stati buoni, e anche Jimmy. Ma io voglio stare con te!.. Mamma, è brutto il Natale senza di te!.. Lo so, ma ci vuole tanto tempo fino a dopodomani!.. Non lo so che cosa facciamo domani. Forse torniamo dai cavalli. Ma se dico ad Archie di portarmi da te, mi ci porta?.. Poi glielo dico!.. Mamma! Mi viene da piangere pensando che oggi è Natale e che tu non stai con me!.. Va bene!.. Un bacio forte forte!.. Ciao, papà!.. Sì, Archie, Janet e Jimmy sono buoni… Mi hanno portato a cavalcare, e anche sulle montagne russe… Però io a Natale voglio stare con te e con mamma!.. Domani dico ad Archie di riportarmi da voi!.. Sì, domani!.. un bacio forte forte!.. Buona notte!.. Buon Natale, papà! Buon Natale anche a mamma!.. Ciao!..”
Con il viso triste Deborah riconsegnò il telefono a Janet.
“Su!” le disse Janet dolcemente. “Non essere triste! Solo poco tempo e poi starai sempre con papà e mamma! Hai visto che anche noi ti vogliamo bene!?”
La bambina annuì e rimase silenziosa.
“Via!” aggiunse Janet. “Adesso vieni a letto a dormire”.
Prese la bambina per mano e la condusse in una stanzetta al piano superiore.
La stanzetta era ammobiliata con gusto ed era molto confortevole. Janet aiutò Deborah a prepararsi per andare a dormire e a spogliarsi e poi la mise a letto.
“Ora fa’ la buona e dormi. Se hai paura del buio, accendi pure la torcia elettrica. Va bene? E chiama se hai bisogno di qualche cosa. Buona notte, cara!”
“Buona notte!”
Deborah si distese sotto le coperte e si accinse ad addormentarsi. Ma la nostalgia della mamma nella solitudine della stanzetta si faceva sempre più forte. La bambina cominciò a piangere silenziosamente e il sonno scomparve completamente dai suoi occhi. Si sentiva tanto sola e tanto triste! Era vero che si era divertita e che Archie, Janet e Jimmy erano stati buoni con lei. Ma ora che aveva sentito la mamma e il papà al telefono le riusciva insopportabile il pensiero che essi fossero lontani da lei.
Si rigirò a lungo nel letto. Poi finalmente prese una decisione.
“Vado da Archie e gli dico che mi porti subito da papà e mamma!”
Si alzò dal letto e uscì dalla sua stanzetta.
“Certamente staranno a dormire in una di questa stanze” pensò.
Si avvicinò alla porta più vicina e bussò. Nessuno rispose.
Bussò ancora alla porta accanto e poi alla terza. Nessuno.
“Forse saranno ancora alzati!”
Si avviò verso le scale e incominciò a scendere la rampa con un po’ di apprensione. Avrebbero accettato di riportarla subito dalla mamma?
Era anche spaventata per il fatto che nessuno aveva risposto nelle stanze di sopra e per la semioscurità che regnava sulla rampa della scale. L’unica luce era una lampada al pianterreno.
Giunta in fondo alle scale, sentì una voce che proveniva dal soggiorno.
“Ecco! Sono là!” si disse. “Ora gli dico di riportarmi a casa da mamma e da papà!”
Si avvicinò alla porta del soggiorno. Appena fu arrivata accanto alla porta socchiusa udì la voce di Archie che diceva:
“E così la faremo finita con Oak Farm!”
La bambina non capì bene il senso della frase, ma istintivamente sentì che era una frase cattiva, e, invece di farsi avanti, si nascose dietro la porta e stette ad ascoltare.
“Sei sicuro che non troveranno nessun indizio?” stava chiedendo Jimmy.
“Sicurissimo, caro” rispose la voce di Archie. “Entreremo nella fattoria mentre tutti saranno alla cappella per il matrimonio. Non sarà difficile aprire le porte della casa padronale e dei vari locali. In ogni locale metteremo una bomba incendiaria, accenderemo le micce e avremo tutto il tempo di allontanarci. Queste bombe incendiarie non lasciano traccia perché il liquido infiammabile non fa che scagliare in tutte le direzioni il materiale combustibile. Tutto l’ambiente andrà a fuoco e anche il materiale e il liquido infiammabile saranno consumati. Potrà sembrare un incidente, e ad ogni modo non troveranno nessun indizio”.
“Mi piacerebbe vedere le loro facce quando torneranno dal matrimonio e troveranno Oak Farm completamente distrutta” esclamò Janet con una risata sguaiata.
“Rimarranno tutti senza casa e senza lavoro” aggiunse Archie. “Vedrai che saranno costretti a chiederci di tenere la bambina con noi, almeno per un bel po’ di tempo. A quel punto troveremo anche il modo di non ridargliela più!”
“Che faccia farà quella scema di Jane!” esclamò ancora Janet.
Dopo una fragorosa risata generale, ripresero la conversazione.
Ma Deborah non stette più a sentire. Quello che aveva udito era anche troppo chiaro. Dunque Archie, Janet e Jimmy non erano buoni, ma fingevano soltanto di esserlo! Erano cattivi e volevano distruggere Oak Farm e portarsi via lei! Mamma mia, che persone cattive erano! Bisognava avvertire subito la polizia!
Deborah si ricordava di aver visto una stazione di polizia poco lontana dalla villetta. Se avesse potuto raggiungerla avrebbe fatto in tempo a fermare quelle persone cattive e a farle arrestare!
Tutta tremante e con il cuore che le batteva furiosamente nel petto, la bambina si avvicinò al portone d’ingresso della casa cercando di evitare il minimo rumore.
Giunta presso la porta, la aprì, ma rimase spaventatissima nell’udire lo scatto della serratura. Restò immobile. Sentiva le voci dei tre che discutevano nel soggiorno. Nessuno si mosse. Non avevano sentito niente. Ma era meglio lasciare il portone aperto per non far rumore.
La bambina uscì all’aperto. Era freddissimo e lei aveva indosso soltanto un pigiamino.
“Non fa niente!” pensò. “L’importante è che avverta la polizia!”
Si avviò verso il cancello facendosi luce con la sua piccola torcia elettrica.
Ma giunta presso il cancello l’attendeva un’amara delusione: il cancello elettronico era bloccato e senza il telecomando era impossibile aprirlo. Neanche le era possibile scavalcarlo, o scavalcare il muro di cinta del giardino. Che cosa poteva fare? Niente! L’unica cosa era rientrare in casa e aspettare che le si offrisse qualche opportunità di scappare, o di avvertire la polizia o il papà e la mamma. Per il momento doveva rimettersi al letto e fingere di essere tranquilla. Questa sarebbe stata la cosa più difficile. Ma doveva farlo ad ogni costo! L’unica possibilità di salvezza per Oak Farm e per lei era che loro non sospettassero minimamente che lei sapeva tutto. Per questo invece di piangere doveva mostrarsi allegra e contenta. Ci sarebbe riuscita? Un pensiero le venne in mente:
“Oggi è Natale! Devo chiedere a Dio di aiutarmi! Sì! Dio mi deve aiutare contro questi cattivi! E’ questo il regalo che gli chiedo per Natale!”
In parte confortata da questo pensiero, lentamente ritornò sui suoi passi, spinse con cautela il portone, entrò e lo richiuse cercando di non far rumore. Dal soggiorno si udivano ancora le voci dei due uomini e della donna.
Silenziosamente la bambina risalì la rampa della scala e rientrò nella sua stanzetta chiudendosi la porta alle spalle.
Grazie al cielo nessuno si era accorto di niente! Ora doveva mettersi a letto e cercare di dormire, perché il giorno dopo avrebbe dovuto trovare il modo di mettersi in contatto con la polizia o con il papà e la mamma.
Mettersi al letto fu facile. Non altrettanto addormentarsi.
La bambina si rigirava di qua e di là nel letto e sempre nella sua mente spaventata ritornava il ricordo della conversazione che aveva udito. E cosa poteva fare lei, così piccola, contro tre adulti cattivi, che avevano tutti i mezzi per operare il male che avevano in mente di fare? Se la polizia fosse stata informata, allora li avrebbero presi e messi in prigione. Ma da sola lei si sentiva incapace di fronteggiarli.
Rimase a lungo sveglia, sudando freddo per l’angoscia e per la paura. Soltanto di prima mattina il sonno prevalse sulla sua agitazione. Ma fu un sonno disturbato da incubi spaventosi di Oak Farm in fiamme e di lei che veniva trascinata via da Archie e da Janet.
Finalmente, verso le otto del mattino, Janet venne a svegliarla sfoderando il suo più bel sorriso.

Una giornata di angoscia

“Allora” chiese Janet a Deborah mentre la bambina faceva colazione. “Sei contenta di stare con noi?”
Vincendo se stessa Deborah si sforzò di sorridere e rispose:
“Sì! Certo!”
“Veramente mi sembri tanto pallida! Non ti senti bene?”.
“No, no! Sto bene! Solo che ho dormito un po’ male”.
“Perché hai dormito male? Sentivi la mancanza della tua mamma?”
“Un po’ sì. Un po’ pensavo al Natale e alle belle cose che avrei voluto vedere in città oggi”.
“Allora non vuoi tornare sui cavalli?”
“No. Questa notte pensavo che oggi la città sarà piena di Babbi Natale e che i locali saranno pieni di luci e di belle cose”.
“Allora vorresti fare un giro in città?”
“Oh, sì! Tanto!”
“Va bene! Dopo che hai fatto colazione vatti a preparare. Così andremo a fare una passeggiata in città. Ma copriti bene, perché fa freddo”.
La bambina annuì cercando di nascondere la sua ansietà.
Girando per la città sperava di trovare l’occasione di scappare dalla sorveglianza di Janet e di correre alla stazione della polizia. Ma voleva far vedere che era allegra e contenta per non suscitare alcun sospetto sulle sue intenzioni.
Ultimata la colazione, salì nella sua stanza e poco dopo discese, pronta per la passeggiata.
“Ti sei coperta bene?” chiese Janet. “OK. Allora andiamo.
“Archie, con Deborah andiamo a fare una passeggiata in città. Ti serve niente?”
“No, grazie! Cercate di tornare presto, così poi andremo a mangiare fuori”.
“Va bene. Ma c’è tempo per l’ora di pranzo”.
“OK. A più tardi”.
Janet e Deborah uscirono nello spiazzo di fronte alla casa e si avviarono verso il cancello. Mentre Janet prendeva dalla borsa il telecomando, Deborah guardò con attenzione il garage alla sua destra. Certamente le bombe incendiarie dovevano stare là dentro. Ma come entrare nel garage? La porta ribaltabile era chiusa a chiave e c’era soltanto una finestra chiusa sulla parete che guardava in direzione della casa. La parete opposta del garage dava sulla strada.
Janet aprì il cancello e, presa Deborah per mano, uscì in strada.
Deborah osservò attentamente e vide che nel muro del garage che dava sulla strada vi era una finestra con due sbarre verticali.
Cercando di nascondere la sua agitazione, la bambina seguì Janet facendo finta di entusiasmarsi per le decorazioni e per le luminarie natalizie che adornavano strade, negozi, locali e case. In una diversa circostanza certamente il clima festivo che si respirava nelle strade l’avrebbe enormemente eccitata. Ma, dato il suo stato d’animo, tutto le era indifferente. L’unica cosa a cui pensava, con la più grande ansietà, era la possibilità di scappare dalle mani della sua accompagnatrice.
Cammin facendo passarono per una piccola piazza in cui vi era un posto di polizia.
Deborah ebbe un fremito. Ecco! Ora sarebbe stato il momento di scappare da Janet e correre dalla polizia per rivelare le cose cattive che quelle persone volevano fare. Ma Janet la teneva fermamente per mano e sembrava ben decisa a non mollarla neanche un istante. Che avesse indovinato le sue intenzioni? O era soltanto la sua malcelata cattiveria che le faceva tenere stretta la sua preda?
Con l’angoscia nel cuore Deborah vide allontanarsi sempre più la stazione di polizia. Ma, per timore di destare dei sospetti, fece finta di interessarsi alle luminarie della festa.
“Ecco un Babbo Natale!” gridò a un certo punto, cercando di mostrare un entusiasmo che non provava affatto. “Andiamo a chiedergli un regalo di Natale?”
“Va bene! Andiamo”
Si avvicinarono al Babbo Natale e Janet chiese il prezzo di una delle bambole che egli portava nella sua sacca. Pagò e diede la bambola alla bambina.
Deborah ringraziò e si sforzò di ridere allegramente, come se fosse contentissima del bel regalo.
Poco più avanti c’era un altro Babbo Natale con tanto di slitta e con delle renne fantoccio con le zampe anteriori alzate che mostravano di trainare il veicolo.
“Che bello!” gridò Deborah cercando di svincolarsi dalla presa di Janet, quasi volesse correre a far festa al babbo Natale e alle sua renne. Ma Janet la teneva saldamente e non la lasciò andare.
“Sta’ buona!” le disse. “Non c’è bisogno che ti metti a correre! Ti ci porto io da Babbo Natale!’
Si avvicinarono alla slitta e Janet esclamò:
“Signor Babbo Natale, con tutto questo lusso ci strappate di mano i nostri bambini!”
L’uomo rise scuotendo la sua bella barba bianca.
“Vieni, bambina!” disse. “Sali pure sulla slitta. Non c’è pericolo che le mie renne ti portino via!”
“Magari!” pensò Deborah. E si sporse in avanti come se volesse salire sulla slitta.
“No, sta’ buona! Poi se cadi ti fai male! Grazie Babbo Natale! Sarà per un’altra volta!”
Non c’era proprio niente da fare! Sembrava che Janet le avesse letto nel pensiero e che fosse decisa a non lasciarla neanche un istante.
Più il tempo passava e più la bambina diventava inquieta e ansiosa e faceva fatica a nasconderlo. Dunque non sarebbe riuscita a fuggire, né ad andare a avvertire la polizia! Come poteva fare?
Janet si avvide che la bambina era insolitamente seria e preoccupata.
“Che cosa ti succede?” chiese. “Stai pensando alla mamma?”
“Sì!” rispose Deborah.
In quel momento vide qualcosa che, a differenza della decorazioni delle strade, attrasse realmente la sua attenzione.
“Oggi è Natale” disse. “Voglio entrare in quella cappella a pregare !”
Janet rimase interdetta. Non aveva affatto preso in considerazione l’aspetto religioso della festa. Era normale che per la bambina questo fosse un aspetto importante, anche se i divertimenti del giorno prima gliel’avevano fatto dimenticare.
“Va bene!” disse infine. “Entriamo pure in cappella. Però appena un attimo, perché non dobbiamo fare aspettare Archie”.
Attraversarono la strada ed entrarono per il portale classicheggiante della piccola cappella, che si trovava a metà dell’isolato.
All’interno non c’era nessuno. Al centro della navata, presso l’altare, una grande Bibbia, posta su un leggio, era aperta alle pagine evangeliche che narravano la nascita di Gesù.
Janet accompagnò Deborah fino al leggio e la bambina si alzò sulla punta dei piedi per leggere la Bibbia. Poi si sedettero su un banco e Deborah nascose il viso tra le mani.
“Gesù!” mormorò “Fammi scappare da queste persone cattive e fammi arrivare fino alla polizia per farle arrestare!”
In quel momento Janet non la teneva per mano e sembrava piuttosto interessata all’architettura della cappella.
Deborah incominciò a sudare freddo. Ora poteva scappare! Ma sarebbe riuscita? Janet le era così vicina che l’avrebbe acchiappata subito. E così avrebbe capito che lei sapeva tutto. Che fare? Forse Gesù l’avrebbe aiutata a correre più velocemente di Janet. Se avesse perso quella occasione, forse non se ne sarebbe più presentata un’altra.
Con il cuore che le batteva da scoppiare, la bambina si irrigidì preparandosi a scappare. Ma proprio allora si aprì la porta della cappella e alcune persone entrarono fermandosi sulla soglia. Se fosse scappata in quel momento non avrebbe potuto neanche raggiungere la strada, perché quelle persone ingombravano il passaggio. Con grande delusione Deborah capì che per il momento doveva rinunciare a fuggire.
“Allora!” disse Janet. “Hai finito di pregare? Su, che dobbiamo andare!”
Deborah si alzò e Janet la prese per mano per condurla in strada.
Uscendo passarono accanto alle persone che erano entrate nella cappella. Deborah pensò che avrebbe potuto gridare e chiedere aiuto, ma non ne ebbe il coraggio. Certamente non le avrebbero creduto e avrebbero pensato che era soltanto una bambina capricciosa. Si sa che così ragionano gli adulti!
“Ora dobbiamo tornare verso casa”. disse Janet.
Deborah annuì cercando di nascondere la sua grande tristezza.
“Che cosa hai detto a Gesù?” le chiese Janet.
“Che domani mi faccia tornare da mamma!”
“Oh, per questo non devi preoccuparti. Siamo già d’accordo. Ma ora cerca di stare allegra. Vedrai che oggi pomeriggio Archie ti porterà a divertirti. Se vuoi potrai tornare dai cavalli”.
Deborah annuì cercando di sorridere. Veramente non aveva nessuna intenzione di tornare dai cavalli, ma non sapeva neanche lei che cosa sarebbe stato meglio fare, ed era necessario che nascondesse la sua agitazione.
Le venne un’idea. Se avesse chiesto di uscire con l’automobile, forse sarebbe riuscita ad entrare nel garage. Così avrebbe visto se veramente là dentro c’erano le bombe incendiarie.
“Nel pomeriggio” disse “vorrei fare una passeggiata con la macchina”.
“Buona idea! Speriamo che Archie non sia impegnato. Se può, certamente ti accontenterà. Vedi, Deborah, che ti vogliamo bene? Non devi fare quella faccia scontenta!”
“Oh, sì, lo so che mi volete bene! Non sono scontenta. Forse è perché ieri mi sono stancata troppo con i cavalli”.
“Sei tu che hai voluto divertirti con i cavalli quasi tutto il giorno! Ma ora andiamo a casa, così poi con Archie e Jimmy possiamo andare fuori a mangiare. Poi, se Archie ha tempo, ti porterà fuori con la macchina. Sei contenta?”
“Sì! Tanto!”
Arrivati a casa, Janet informò Archie del desiderio della bambina.
“Per Deborah questo ed altro!” esclamò Archie accarezzando la bambina sui capelli.
“Grazie, Archie!” disse Deborah cercando di nascondere con un sorriso l’angoscia che cresceva sempre più nel suo cuore.
“Ma ora” disse Archie “andiamo tutti a mangiare qualche cosa!”
Uscirono a piedi in strada e si avviarono verso un vicino locale.
Deborah era sempre sul chi va là, pronta ad approfittare di ogni occasione per scappare. Ma l’impresa si rivelò impossibile. I tre adulti, pur fingendo la massima naturalezza, la sorvegliavano attentamente, non perché sospettassero qualche cosa, ma per un’istintivo senso di geloso possesso verso la loro malcapitata preda.
A un certo punto Deborah chiese di andare in bagno, sperando che le permettessero di andare da sola: così sarebbe potuta scappare facilmente. Ma Janet non mancò anche in questo caso di accompagnarla senza allentare mai la sua sorveglianza.
Tornati a casa, Deborah rinnovò la richiesta di fare un giro con l’automobile.
“Ok!” disse Archie. “Jimmy, tu puoi rimanere in casa. Tu Janet vieni, così farai compagnia alla bambina”.
Deborah si sentiva sempre più tenuta stretta dalle grinfie di Janet, ma, come ormai era decisa a fare, si sforzò di mostrarsi allegra e contenta.
Quando Archie aprì il garage, la bambina, sfuggendo miracolosamente per un attimo al controllo di Janet, lo seguì all’interno senza che Archie se ne accorgesse. Fece a tempo a dare un’occhiata al locale. Poi, per non destare sospetti, subito uscì.
Aveva visto che lungo la parete di fondo del garage c’erano delle scatole di cartone marroncino. Certamente dovevano essere lì le bombe incendiarie. Sulla parete destra c’era la finestra che dava verso la casa e sulla parete sinistra c’era la finestra con le sbarre che dava sulla strada. Che cosa avrebbe potuto fare?
Intanto Archie aveva portato l’automobile nel piazzale e aveva chiuso il garage.
“Siete pronte! Su, andiamo!”
Janet con Deborah in braccio si accomodarono accanto ad Archie, si aprì il cancello e l’automobile uscì in strada.
“Allora, Deborah!” chiese Archie. “Vuoi tornare dai cavalli?”
“No! Mi piace andare in giro con la macchina senza scendere”.
“Va bene! Allora facciamo un giro fuori città e poi torniamo a casa. OK?”
“Sì, va bene”.
Archie guidò l’automobile vero la periferia della cittadina e poi girò un po’ per la campagna, evitando però di avvicinarsi a Oak Farm.
“Guarda quel gregge di pecore!” disse a un certo punto Janet. “Ti piacciono?”
“Sì, tanto!”
“Vuoi scendere per vederle meglio? Forse c’è qualche agnellino”.
“No, non voglio scendere dalla macchina”.
“Va bene! Come vuoi”.
Passato un po’ di tempo, quando incominciava a farsi scuro, Archie disse:
“Ora forse è meglio che torniamo verso casa”.
“Sì!” rispose Deborah cercando in tutti i modi di nascondere l’ansietà che con il passar del tempo e il venir meno di ogni possibilità di fuga cresceva in lei sempre di più.
Era già tardi quando rientrarono nella villetta.
Deborah faceva finta di essere allegra, ma in cuor suo sentiva un’invincibile tristezza.
Durante il viaggio di ritorno nella sua mente infantile si era andato delineado un piano che sempre più le appariva l’unica via di uscita dalla sua situazione. Ma per metterlo in atto doveva a tutti i costi riuscire ad entrare nel garage, mentre Archie riponeva l’automobile, e aprire la maniglia della finestra che guardava verso la casa senza farsene accorgere. Come avrebbe potuto fare? Aveva sempre Janet alle costole ed era stato un caso veramente fortunato se prima era riuscita per un istante ad entrare nel garage.
Ebbe un’idea. Mentre l’automobile passava attraverso il cancello, lasciò cadere sul pavimento della macchina la sua piccola torcia elettrica. Quando lei e Janet furono scese dall’automobile e Archie ebbe condotto il veicolo all’interno del garage, la bambina esclamò:
“Oh! Ho lasciato la torcia elettrica nella macchia!” e senza lasciare a Janet il tempo di reagire si infilò di corsa nel garage dietro l’automobile. Janet si riprese subito e la seguì di corsa. ma la bambina aveva avuto il tempo di aprire la maniglia della finestra che guardava verso la casa senza farsene accorgere. Poi si era rapidamente avvicinata ad Archie, che stava uscendo dall’automobile, gridando:
“Archie! Archie! Mi è caduta la torcia elettrica sul pavimento della macchina!”
“Piano! Piano! Te la prendo subito!”
Intanto, mentre Archie si allungava all’interno del veicolo per recuperare la torcia, Janet aveva raggiunto di corsa Deborah e l’aveva agguantata per la mano esclamando:
“Ma dove corri?! Mi hai fatto prendere uno spavento! Bastava dirlo a me! Te la prendevo io la torcia”.
Deborah annuì con aria mortificata e, per cambiare subito argomento, disse:
“Ora telefoniamo alla mamma?”
“Va bene!” disse Archie mentre tutti e tre uscivano dal garage. “Ma cerca di stare un po’ quieta per favore!”
Entrati in casa, Deborah cercò di recitare la sua parte nel modo migliore.
Quando Janet le passò il telefono, lo prese in mano sorridendo, come se fosse la bambina più tranquilla del mondo.
“Ciao, mamma! Oggi siamo andati a spasso e poi siamo andati anche in macchina!.. Sai che questa mattina sono stata in chiesa?.. Ho chiesto a Gesù che domani mi faccia tornare con te… Sì Janet e Archie sono buoni, ma io voglio stare con te. Loro mi hanno promesso che domani mi riportano da te… Sì, siamo stati fuori a mangiare e adesso Janet prepara qualche cosa e poi andiamo a letto… Certo mamma! Un bacio forte forte… Ciao papà!.. Lo sai che sono stata in chiesa?.. Sì, ho pregato che Gesù domani mi fa ritornare da voi… Janet e Archie sono buoni e mi hanno promesso che domani mi riportano a casa!.. Un bacio forte forte papà!.. Prega anche tu Gesù!.. Sì, domani ci rivediamo! Ciao!..”
“Ecco!” disse Janet riprendendo in mano il telefono. “Sei contenta? Pensa che domani a quest’ora sarai a casa con papà e mamma!”
Deborah le sorrise con la maggiore naturalezza possibile. Anche Janet sorrise, tranquillizzata nel vedere la bambina contenta.
“Ora preparo qualche cosa da mangiare e poi andiamo a nanna. Va bene?”
“Sì, Janet. Ho tanto sonno!”

Una notte di angoscia

Dopo cena Deborah si affrettò ad andare a letto. Era riuscita nell’intento di non destare sospetti. A tutti era sembrata tranquilla e piuttosto stanca e desiderosa di riposo. Ora però incominciava la parte più difficile per lei.
Per fermare quei cattivi ci sarebbe voluta la forza della polizia. Ma c’era qualche cosa che anche lei, pur così piccola, poteva fare: bastava far bruciare nel garage le bombe incendiarie e tutto il piano di quei cattivi sarebbe andato in fumo.
Per far questo doveva aspettare che tutti dormissero. Poi sarebbe entrata nel garage dalla finestra di cui aveva aperto la maniglia. Una volta dentro, usando la sua piccola torcia per farsi luce, avrebbe dovuto preparare le micce delle bombe, dare loro fuoco con un fiammifero e allontanarsi per non restare bruciata. Ma non poteva ritornare in casa. L’avrebbero scoperta e quei cattivi l’avrebbero uccisa. Allora, prima di dare fuoco alle bombe, bisognava riuscire a togliere almeno una delle sbarre dell’altra finestra. Poi poteva accendere le micce e uscire sulla strada. Da lì avrebbe raggiunto la stazione della polizia e avrebbe raccontato tutto agli agenti. Così loro sarebbero andati subito ad arrestare quei cattivi e poi l’avrebbero riportata sana e salva dal papà e dalla mamma.
Certamente però l’impresa non era facile e Deborah tremava tutta per lo spavento mentre, con la luce spenta, restava in silenzio sul letto aspettando che i cattivi andassero a dormire. Doveva aspettare a lungo per essere certa che dormissero, ma non troppo a lungo, altrimenti non avrebbe avuto il tempo sufficiente per togliere la sbarra. Era quello il lavoro più difficile e temeva tanto di non farcela.
“Ma ce la devo fare!” si diceva. “Ce la devo fare! Basta una sbarra sola. Sono piccola e ci passo. Vorrei essere ancora più piccola, così non dovrei neanche togliere quella! Per toglierla devo prendere un coltello in cucina e poi qualche arnese pesante. Spero di trovarlo!”
Mentre faceva queste considerazioni il tempo lentamente passava, ma non le sembrava mai che fosse venuto il momento di mettere in pratica il suo piano. Doveva essere certa che gli altri dormissero. Non aveva neanche un orologio per regolarsi!
Fu un’attesa lunga e angosciosa. Sembrava ancora più terribile del momento dell’azione. A un certo punto il sonno prese il sopravvento sull’ansietà e la bambina si assopì.
Quando si risvegliò ebbe un sussulto di spavento. Forse era troppo tardi! Il sonno le aveva fatto un brutto scherzo! Ma, guardando fuori dalla finestra e vedendo che era ancora notte fonda, si tranquillizzò.
Ora però non doveva più aspettare, altrimenti avrebbe rischiato di addormentarsi ancora e di far passare il tempo utile per mettere in atto il suo piano.
Si alzò dal letto e, cercando di evitare ogni minimo rumore, aprì la porta della sua piccola stanza. Tutto era buio e silenzioso.
Lentamente la bambina avanzò facendosi luce con la sua torcia elettrica. Raggiunse la cima delle scale e piano piano incominciò a scenderle.
Il cuore le batteva all’impazzata e sentiva un sudore freddo e un tremito di spavento per tutto il corpo. A un certo punto udì un rumore e subito spense la lampada tascabile. Rimase immobile, quasi senza respirare, ma non si udì più nulla.
Senza riaccendere la torcia, riprese a scendere la rampa della scala.
Arrivata in fondo, riaccese la lampada e si avviò verso la porta della cucina. Per fortuna non era chiusa a chiave. Aprì cercando di non far rumore, entrò e incominciò a cercare tra gli utensili quelli che potevano esserle più utili. Infine scelse un grosso coltello appuntito e una specie di martello per battere la carne.
Tornò sui suoi passi e, dopo aver illuminato il percorso per un attimo, spense la luce della torcia. Respirò profondamente per calmare la tensione interna e poi lentamente si avviò verso il portone d’ingresso. Lo raggiunse e si arrestò di nuovo tendendo l’orecchio. Non si udiva alcun rumore.
Aprì il portone con la massima cautela, ma non potè evitare lo scatto della serratura, che risuonò con una certa sonorità nel silenzio della casa. Si fermò di nuovo sudando freddo, con il cuore in tumulto. Tutto taceva.
Rincuorata, aprì il portone e uscì nel buio e nel freddo della notte invernale.
“E’ meglio che non chiuda il portone” si disse. “Così non faccio rumore e poi se ho bisogno di altri strumenti, posso tornare in cucina”.
Veramente quell’idea non le sorrideva affatto.
Ora che era fuori dall’abitazione, si sentiva un po’ più sicura: più difficilmente avrebbero potuto sentirla se avesse fatto qualche rumore.
Procedè con molta cautela, accendendo ogni tanto la torcia per farsi strada.
Giunse così sotto la finestra del garage. Non era tanto alta e, se qualcuno non l’aveva chiusa, doveva essere rimasta con la maniglia aperta.
Si sollevò sulla punta dei piedi e provò a spingere il battente. Sentì che resisteva. Ebbe un fremito di paura.
“Devo cercare qualcosa per sollevarmi, altrimenti non ci arrivo bene” pensò.
Si fece luce intorno e poco discosto vide un tubo dell’acqua avvolto intorno a un rotolo di legno. Andò a prenderlo e, con un po’ di fatica, riuscì ad accostarlo alla finestra del garage.
Salì sul cilindro di legno e spinse i battenti della finestra con tutta la forza della sue piccole braccia. Questa volta i battenti cedettero e la finestra si aprì.
Bene! Il primo passo era fatto! Ora doveva calarsi all’interno e cercare le bombe incendiarie con le loro micce.
Prima di muoversi tese ancora l’orecchio. Nessun rumore, tranne qualche automobile che sfrecciava lungo la strada.
Deborah scavalcò il davanzale della finestra, fece luce davanti a sé e con un piccolo salto andò a posarsi sul pavimento del garage.
Avanzò verso il fondo del locale. Erano lì le scatole allineate che aveva già visto il giorno precedente. Con molta cautela ne aprì una e con un po’ di fatica tirò fuori un cilindro cartaceo. Ecco! Quella doveva essere una bomba incendiaria! Ora bisognava trovare la miccia.
Guardò con attenzione nella scatola e subito trovò una specie di spago incerato. Ecco! Certamente quella era la miccia. Ma come andava attaccata alla bomba? Esaminò attentamente il cilindro. Lungo il bordo inferiore c’era un’apertura con una grappetta all’esterno. Certamente bisognava inserire lo spago incerato nell’apertura e poi fermarlo con la grappetta. Poi bisognava svolgerlo in modo da avere il tempo di allontanarsi, appena accesa la miccia, prima che la bomba si incendiasse.
Bastava preparare una bomba sola: una volta che quella avesse preso fuoco, avrebbe fatto incendiare anche le altre.
La bambina allontanò la scatola da cui aveva estratto la bomba e accostò il cilindro alle altre scatole chiuse. Poi sistemò la miccia fermandola con la grappetta e svolse lo spago per tutta la sua lunghezza.
Anche questo era fatto. Ma ora mancava la parte più difficile: doveva svellere una delle due sbarre della finestra che dava sulla strada.
Deborah si accostò ad essa: era abbastanza alta. Guardandosi intorno vide un piccolo tavolo e una sedia. Con un notevole sforzo riuscì ad accostare il tavolo alla finestra e vi salì sopra. Ora ci arrivava bene.
Prese gli arnesi che aveva trovato in cucina e incominciò ad esaminare le sbarre della finestra.
Il lavoro non era facile. I mattoni erano intonacati e saldamente connessi. Oltre tutto doveva evitare il più possibile di fare rumore. E’ vero che si trovava a qualche distanza dall’abitazione, ma un martellio sonoro da lì si sarebbe sentito ugualmente.
Forse era meglio provare a scalfire prima l’intonaco e poi lavorare sulla cementazione dei mattoni intorno a una delle sbarre.
Incominciò ad usare il coltello puntandolo contro l’intonaco e cercando di fare pressione con le braccia. Ma la sua forza non era sufficiente e non si vedeva nessun risultato. No! Doveva usare il martello, ma cercando di non far rumore.
Puntò ancora il coltello contro l’intonaco e battè il martello sull’impugnatura del coltello. Qualche risultato si vide: l’intonaco si scrostava. Incoraggiata proseguì per un bel pezzo a martellare il davanzale della finestra. Sudava freddo per il timore di essere udita. Per questo cercava di non dare colpi troppo forti, mentre nello stesso tempo si sforzava di impiegare la necessaria energia per ottenere qualche risultato.
Fu una grande fatica che durò a lungo e la stancò molto. Alla fine però l’intonaco venne via completamente.
Ma ora bisognava smuovere i mattoni, che erano ben cementati. Come fare?
Provò a far penetrare il coltello tra i due mattoni più vicini ad una delle sbarre, ma non vi riuscì. Di nuovo doveva ricorrere al martello.
Sempre impaurita per il rischio di far troppo rumore, incominciò a battere di nuovo con il martello. Si aprì così un piccolo foro tra i due mattoni.
“Ora” pensò “è meglio che non usi il martello. Potrebbero sentirmi!”
Cercò di infilare il coltello nel foro che aveva praticato e vi si appoggiò con tutte le forze scuotendolo a destra e a sinistra. Sembrava che i mattoni non si muovessero affatto.
Non volendo usare il martello, si impegnò a lungo a smuovere il coltello con la forza della mani, delle braccia e di tutto il corpo. Dopo un tempo abbastanza lungo si accorse che nelle sue mani erano apparse delle dolorose vesciche.
Che guaio! Adesso il lavoro sarebbe stato più difficile! E intanto i mattoni non si erano mossi! No! Doveva di nuovo usare il martello!
Riprese a battere, ma la paura di essere udita le impediva di metterci tutta la forza che avrebbe voluto. Interrompendosi ogni tanto per ascoltare se per caso si sentisse qualche rumore sospetto, continuò a lungo a martellare.
Finalmente si accorse che i mattoni si muovevano e che il foro si era notevolmente approfondito e ampliato.
Incoraggiata dal risultato, fece penetrare il coltello nel foro con una martellata abbastanza decisa e, senza badare al dolore alle vesciche, afferrò il coltello con le mani e fece forza conrto di esso con tutto il corpo. Per fortuna l’esercizio di equitazione le aveva dato un vigore muscolare non comune per la sua età.
Lo sforzo durò molto a lungo e più volte dovette interromperlo per il dolore alle vesciche.
“Non ci riuscirò mai!” si disse a un certo punto. “Intanto il tempo passa e tra poco verrà il giorno! Se si alzano prima che abbia finito, mi scoprono e mi ammazzano! Devo mettercela tutta!”
Con uno sforzo per lei sovrumano si gettò sul manico del coltello scuotendolo con tutte le forze del suo corpicino. Quando stava ormai per rinunciare avvertì un cedimento nel davanzale: il coltello era penetrato più a fondo e i mattoni si erano smossi.
“Oh, Signore! Ce la sto facendo!”
Incoraggiata, continuò a smuovere il coltello con quanta forza aveva, finché i due mattoni tra i quali era impiantata la sbarra si staccarono completamente dal cemento.
Tremando per l’emozione, la bambina prese i mattoni con le sue piccole mani piagate e liberò completamente la base della sbarra. Ecco! La parte più importante del lavoro era fatta!
Ma quando provò a svellere la sbarra, si accorse che essa resisteva ad ogni suo tentativo. Dunque bisognava smuovere i mattoni anche in alto! Ma come arrivarci. L’unica era mettere la sedia sul tavolo e salirvi sopra.
Mentre prendeva la sedia e la sollevava, si accorse che il cielo si stava rischiarando.
“Mamma mia!” pensò impaurita. “Si sta facendo giorno e io ancora non ho finito! Devo fare presto, altrimenti rimango intrappolata qui e quei cattivi mi uccidono!”
Mise la sedia sul tavolo e, arrampicandosi con un po’ di fatica, ci salì sopra.
In alto il lavoro era molto più difficile. L’unica cosa che poteva fare era martellare i mattoni per scuoterli. Ma il rumore avrebbe potuto svegliare i cattivi. Per di più le rimaneva poco tempo e anche la luce della sua torcia si era indebolita: tra poco si sarebbe spenta del tutto. In un certo senso, dunque, era anche una fortuna che incominciasse a spuntare la luce del giorno.
“Vediamo!” pensò. “Provo a colpire e poi a tirare la sbarra!”
Dette un colpo abbastanza forte sui mattini in cui era impiantata la parte superiore della sbarra. Poi si afferrò alla sbarra e la tirò con tutte le forze. Niente!
Sudava freddo e tremava tutta. La paura, la stanchezza e le piaghe alle mani le causavano una terribile angoscia.
Un altro colpo sui mattoni. Mamma mia che rumore! Ora potevano averla sentita! Doveva affrettarsi prima che venissero a ucciderla!
Afferrò di nuovo la sbarra e, invocando nel suo cuore l’aiuto di Dio, la tirò a sé con tutte le forze.
Improvvisamente la sbarra cedette e la bambina perse l’equilibrio e cadde in terra con tutta la sedia portandosi appresso la sbarra di ferro.
Sentì un fortissimo dolore a una gamba.
“Oh, mamma mia! Se mi sono rotta la gamba come faccio?! E che rumore! Ora verranno qui ad uccidermi!”
Rimase a lungo a terra terrorizzata, guardando la villetta attraverso la finestra da cui era entrata nel garage.
Al primo piano si accese una luce e poco dopo una persona si affacciò alla finestra.
Deborah guardava con gli occhi spalancati, piena di terrore. Ora sarebbero scesi nel garage, l’avrebbero scoperta e l’avrebbero ammazzata!
La persona rimase alla finestra per un tempo che alla bambina sembrò interminabile. Poi infine si ritirò e la luce si spense.
“Grazie Gesù!” pensò la bambina tirando un sospiro di sollievo. “Non mi hanno scoperto!”
Provò ad alzarsi in piedi. La gamba destra le faceva molto male, ma poteva muoverla, se pure con fatica. Evidentemente l’osso non si era rotto. Tastando sotto il ginocchio sentì del sangue che usciva da una ferita. Ma l’importante era che poteva camminare, anche se per il dolore doveva muoversi con una certa lentezza.
Era tempo di agire. Non poteva tardare più un minuto!
Ormai la sua torcia si era spenta, ma grazie alla prima luce del giorno trovò facilmente l’estremità della miccia. Accese un fiammifero e, dopo aver mormorato una breve preghiera, le dette fuoco. Poi, con la maggiore velocità che il dolore alla gamba le consentiva, salì sul tavolo, scavalcò il davanzale della finestra e si lasciò cadere sul terreno sottostante.
Giungendo a terra provò un dolore lancinante alla gamba. Ma doveva allontanarsi subito al più presto, sia per il pericolo di essere investita dalla fiammata delle bombe incendiarie, sia per sfuggire all’ira di quelle persone cattive, che certamente si sarebbero vendicate. Inoltre doveva avvertire subito la polizia. Se faceva presto quei cattivi sarebbero stati arrestati, perché le fiamme senza dubbio avrebbero distrutto anche la macchina e così essi non potevano allontanarsi facilmente dalla casa.
Zoppicando per il dolore alla gamba, si allontanò dalla parete del garage e si incamminò verso la piazza dove era la stazione della polizia.

Una bambina al posto di polizia

Dopo che ebbe percorso una decina di metri, improvvisamente si udì un boato assordante e dalla finestra da cui ella era scappata fuoriuscì un’enorme fiammata, mentre lo spostamento d’aria causato dall’esplosione fece tremare dalle fondamenta tutto l’abitato.
Fuori di sé dallo spavento, la bambina cercò di affrettare il passo, per quanto glielo consentiva la ferita alla gamba. Fortunatamente la sua meta non era molto lontana.
Erano le prime luci del giorno e le strade erano deserte.
Impiegò meno di dieci minuti a raggiungere il posto di polizia. La porta a vetri d’ingresso era illuminata e, entrando, Deborah vide un agente che leggeva il giornale seduto a un tavolo.
“Poliziotto! Poliziotto!” esclamò mentre entrava zoppicando. “Presto! Presto! Bisogna arrestare dei cattivi che volevano incendiare Oak Farm! Ma io ho fatto scoppiare tutte le loro bombe! Ma ora bisogna andare subito ad arrestarli!”
Il poliziotto sollevò la testa dal giornale e la guardò stupefatto.
“Bambina” disse, “che fai qui a quest’ora? Dov’è tua madre?”
“Mia madre è a Oak Farm. Ma ora bisogna andare subito ad arrestare quei cattivi!”
“Ma cosa stai dicendo?! Quali cattivi?!”
“Archie, Janet e Jimmy! Volevano bruciare Oak Farm, ma io ho fatto incendiare tutte le bombe, e anche la macchina, così non possono scappare!”
“Ma si può sapere che cosa stai dicendo?! Fammi parlare con tua madre! Dov’è tua madre?”
“Ti ho detto che è a Oak Farm! Possiamo telefonarle! Ma prima bisogna arrestare quei cattivi prima che fuggano!”
“Senti, scusa! Aspetta qui che vado a chiamare il comandante!”
L’agente si alzò ed entrò in un ufficio alle sue spalle.
Il comandante si era alzato da poco e stava sistemando alcune carte sulla scrivania.
“Comandante” disse l’agente, “c’è un fatto molto strano. E’ arrivata qui in stazione una bambina molto piccola, dicendo che vi sono delle persone ‘cattive’, come dice lei, che avevano intenzione di dar fuoco ad una fattoria chiamata Oak Farm e che lei glielo ha impedito dando fuoco alle loro bombe incendiarie e alla loro automobile. Sembra molto eccitata e dice che dobbiamo andare subito ad arrestarli prima che scappino. Che dobbiamo fare?”
Il comandante lo guardò sorpreso e per un attimo rimase in silenzio disorientato.
“E’ meglio che venga di là a sentire” disse infine. “E’ molto strano che una bambina vada in giro a quest’ora a raccontare una storia come questa! Non ha dei genitori?”
“Mi ha detto che la mamma è a Oak Farm e che le si può telefonare”.
“Una telefonata alla mamma sarebbe la cosa migliore. Ma vengo subito a sentire cosa dice la bambina”.
Ciò detto seguì l’agente nell’atrio della stazione, dove Deborah si era seduta su una sedia e stava esaminando preoccupata la ferita sotto il suo ginocchio destro e le piaghe alle mani.
“Bambina!” disse il comandante. “Che ti sei fatta al ginocchio?”
“Quando ho tolto la sbarra della finestra del garage” rispose animatamente Deborah “sono caduta e mi sono fatta male. Ma poi sono riuscita ad accendere la miccia delle bombe e a scappare dalla finestra. Ora bisogna andare subito ad arrestare Archie, Janet e Jimmy. Sono dei cattivi!”
“Senti un po’: sai dirmi dov’è questo garage in cui hai dato fuoco alle bombe? O vuoi venire tu stessa a farcelo vedere?”
“No! Io non vengo!” esclamò spaventata la bambina. “Se mi vedono si vogliono vendicare e mi uccidono!”
“Oh, non ti preoccupare: ti difendiamo noi! Ma insomma, dov’è questo garage?”
La bambina dette qualche indicazione molto approssimativa e aggiunse:
“Ma si riconosce perché dalla finestra sono uscite tutte le fiamme!”
“Agente!” disse il comandante. “Prenda una pattuglia e vada immediatamente a cercare questo garage. Se trova questi famosi Archie, Janet e Jimmy li porti qui e li metta al sicuro. C’è qualche imbroglio sotto”.
L’agente salutò e subito si avviò ad eseguire l’ordine.
“Ora bambina” disse il comandante, “dimmi per bene come ti chiami e come si chiamano i tuoi genitori”.
“Io mi chiamo Deborah. Mia madre si chiama Jane Lindsay e mio padre si chiama Joseph Hoggart”.
“Abitano a Oak Farm, vero?” chiese il comandante mentre prendeva appunti.
“Sì!”
“E tu che cosa ci facevi con Archie, Janet e Jimmy?”
“E’ stato Archie che è venuto a prendermi per tenermi fino a oggi. Diceva che era mio padre, ma non era vero!”
“Senti un po’: possiamo telefonare a tua madre ora?”
“Sì, certo! Ti posso dare il numero!”
“Brava! Dammi il numero” disse il comandante prendendo in mano il telefono.
Sotto la dettatura di Deborah compose il numero e poco dopo gli rispose la voce assonnata di Jane.
“Pronto? E’ la signora Jane Lindsay di Oak Farm? Qui è la stazione di polizia di ***. Mi scusi se la disturbo a quest’ora signora, ma c’è una faccenda molto grave. C’è qui una bambina che dice di essere sua figlia… Sì, si chiama Deborah… No, no sta bene, a parte una ferita a un ginocchio, ma niente di grave… Sì, ha ragione: gliela faremo medicare al più presto. Ma c’è una faccenda molto più grave. La bambina dice che un certo Archie, insieme ad altri due, volevano dare fuoco ad Oak Farm e che lei ha fatto saltare le bombe incendiarie nel garage di quel tale e poi è scappata qui ferendosi il ginocchio. Pensa che dobbiamo crederle?.. Ma perché la bambina era con Archie?.. Ah! Ho capito!.. Dunque la faccenda è seria!.. Sì! Venite qui subito a prenderla!.. State tranquilli: la sorvegliamo noi!.. Merita un premio!.. Certo!.. Vi aspettiamo! Fate presto!”
Il comandante riagganciò il telefono e, sorridendo, disse a Deborah:
“Coraggio, piccola sabotatrice! Tra poco tua mamma sarà qui a prenderti!’
Deborah batté le mani contenta.
“Che bello! Viene mamma a prendermi! Sono stata tanto male con quei cattivi e poi non sai quanta paura ho avuto questa notte!”
“Lo credo bene! Ma sei stata bravissima! Ora però guardiamo bene questo ginocchio”.
Il comandante esaminò la ferita. Non era molto grave, ma lo stato generale della bambina, a causa della stanchezza e della commozione di una nottata così drammatica, era abbastanza preoccupante.
Il comandate prese di nuovo il telefono e compose un numero.
“Signora Morgan?” disse. “Per favore venga immediatamente qui al posto di guardia. C’è una bambina che ha urgente bisogno di assistenza… Sì, porti del disinfettante. Ha una ferita a un ginocchio… E mi sembra che abbia anche delle piaghe alle mani… Bene. Venga immediatamente!”
Il comandante riattaccò il telefono. Poi disse a Deborah:
“Intanto distenditi su quel divano e cerca di riposare un po’”.
In quel momento entrò l’agente e disse:
“Comandante! Abbiamo trovato la casa con il garage. Le bombe hanno distrutto l’automobile e tutto quello che c’era nel locale. Anche le mura sono state danneggiate. Non sembra che vi siano danni rilevanti alla casa. Abbiamo anche trovato quei signori. Erano in giardino e non sapevano che cosa fare. Li abbiamo portati qui sotto custodia per accertamenti. Hanno chiesto della bambina. Naturalmente non ho detto loro nulla. Non credo che sia il caso di farli incontrare con lei”.
“Assolutamente no!” rispose il comandante. “Ma teneteli in stato di fermo. Dobbiamo accertare tutto fino in fondo. Intanto le dichiarazioni della bambina sono sufficienti per giustificare l’arresto cautelare. Poi interrogheremo la madre, che tra poco dovrebbe essere qui. Oh, ecco! Signora Morgan” disse rivolgendosi ad una signora di mezza età che stava entrando in quel momento nel posto di guardia. “Questa è la bambina che le dicevo! La curi bene! Lo merita!”
La Signora Morgan aveva un aspetto molto materno. Si avvicinò a Deborah e le si sedette accanto.
“Allora, piccola!” le disse. “Come stai!”
“Sono tanto stanca e mi fa male il ginocchio”.
“Vediamo subito!”
La donna esaminò la ferita, la lavò, la disinfettò e la avvolse delicatamente con una fasciatura. Poi le osservò le vesciche alle mani e gliele spalmò con una pomata.
“Non è niente! Ma tu sei stanchissima! Hai bisogno di dormire!”
“Prima voglio vedere mamma! Sta venendo a prendermi!”
“Oh, se ti viene a prendere mamma siamo a posto! Ma intanto distenditi qui sul divano e cerca di riposare”.
Debora si distese sul divano e poco dopo si addormentò.
“Comandante” disse la Signora Morgan a bassa voce. “La bambina ha la febbre alta. Non credo che sia per la ferita. Non è infetta. Ma cosa le è successo questa notte?”
Il comandante in breve raccontò alla Signora Morgan quello che sapeva dell’avventura di Deborah.
“Lo credo bene che ha la febbre, povera piccola! Secondo me bisognerebbe assegnarle la medaglia d’oro!”
“Ha ragione, e non credo che non si possa fare! Intanto, dopo che avrò parlato con la madre della bambina, voglio sentire un po’ questi farabutti!”
In quel momento la porta a vetri del posto di guardia si aprì e il papà e la mamma di Deborah si precipitarono al’interno.
“Deborah! Deborah! Bambina mia!” gridò Jane vedendo la bambina distesa sul divano con il visino pallido. “Cosa è successo, comandante!”
Intanto Deborah, udendo la voce della madre, si era svegliata.
“Mamma, mamma!” gridò abbracciandola. “Quei cattivi volevano bruciare Oak Farm e poi portarmi via da te!”
“Oh, bambina mia! Che dici!? Ma tu hai la febbre! Stai male!”
La Signora Morgan le si apprestò e le disse:
“Niente di grave, signora. La bambina si è fatta una ferita sotto il ginocchio, ma non è infetta. Ha anche qualche vescica alle mani. Ma non è niente di grave. La febbre è causata dalla forte emozione di questa notte e dalla stanchezza”.
“Oh, santo cielo! Che cosa le è successo questa notte?!”
Mentre Deborah passava a turno dalle braccia della madre a quelle del padre, il capitano raccontò quello che sapeva e aggiunse:
“Quando poi la bambina starà meglio, certamente le racconterà lei stessa con più precisione tutta la storia. Anzi, prenda nota di tutto perché senza dubbio ci servirà per mettere bene in chiaro le responsabilità di quei mascalzoni. Intanto, prima di andar via, abbia la pazienza di darmi maggiori informazioni su questo Archie e sulle ragioni per cui si è fatto consegnare la bambina da lei.
Jane spiegò al comandante tutta la situazione. Poi, dopo aver salutato e ringraziato il comandante e la Signora Morgan, prese in braccio la bambina e, insieme a Joseph, si avviò all’uscita.
“Andate pure a casa ora” disse il comandante, “e curate per bene la bambina. Penso che tra qualche giorno avremo di nuovo bisogno della vostra testimonianza”.
“Senz’altro, comandante” rispose Jane.
“Io Archie non lo voglio più vedere!” esclamò debolmente Deborah.
“Non ti preoccupare, piccola” disse il comandante sorridendo. “Credo proprio che Archie, Janet e Jimmy per un bel po’ di tempo non si faranno vedere in giro!”

La cerimonia nella cappella

La mattina dopo un corteo molto festoso saliva la collina presso Oak Farm per raggiungere la cappella di San Giacomo. In prima fila naturalmente vi erano Dorothy e John vestiti da sposi. Dorothy aveva scelto un abito di un colore giallo tenue, mentre John indossava un elegantissimo smoking. L’uno e l’altra, ognuno a suo modo, apparivano singolarmente belli.
Nel viso di John si notava una contenuta emozione, mentre il suo sguardo non cessava di contemplare la sposa con un’espressione di umile stupore. Dorothy, con il leggero velo giallo sul capo, era di una bellezza sorprendente. I suoi occhi erano raggianti e commossi ed esprimevano una profonda gratitudine verso lo sposo, la zia Elizabeth e tutti coloro che la circondavano con il loro affetto.
La Signora Baker teneva lo sposo per mano, mentre Joseph dava il braccio alla sposa. Dietro di loro venivano Vittoria e Margaret seguite da tutti gli inquilini di Oak Farm e da molti amici di John e di Dorothy. Tra gli altri vi erano anche i genitori e la sorella dell’amica di Dorothy, Erika, morta tragicamente circa tre mesi prima.
Intorno agli sposi vi era un nutrito gruppo di bambini piccoli, vestiti da valletti e da vallette. Mancava però Deborah.
“Mi dispiace molto che Deborah non ci sia” disse Dorothy a Joseph. “Quel tale poteva riportarla qui in tempo per la cerimonia!”
“Veramente” le rispose Joseph “Deborah è tornata ad Oak Farm, ma non può venire al matrimonio perché ha la febbre. Vedi che non c’è neanche Jane?!”
“Già!” esclamò Dorothy guardandosi intorno. “Con tutto il trambusto di questa mattina non ci avevo fatto caso!”
“E’ dovuta rimanere a casa ad assistere Deborah”.
“Che peccato! E’ un avvenimento che capita una volta sola nella vita, e proprio loro dovevano mancare!”
“Pazienza! Faremo una ripresa filmata e molte fotografie, così potranno vederla anche loro”.
“Non sai quanto sono felice! Sono certa che sarà una cerimonia indimenticabile!”
“La cosa che mi commuove di più è vedere quale amore hanno per te John e sua zia”.
“Sì! E se è commovente per te puoi immaginare quanto lo sia per me! Mi sembra un sogno! Pensare che per tutta la vita non ho mai avuto una famiglia che mi volesse bene! E l’unica amica che ho avuto, Erika, purtroppo poco tempo fa se n’è andata!”
“Ma ci sono qui i suoi genitori e sua sorella!”
“Sì! Anche questo è molto commovente. Invece di avercela con me perché sono stata con lei a Londra, mi sono rimasti affezionati, perché hanno capito bene che non ero stata io a trascinarla là, ma al contrario era stata lei a trascinare me. Oh! Quanto vorrei che Erika fosse qui a gioire con me! Ma sono certa che in realtà c’è anche lei insieme a noi!”
In preda ad una forte emozione Dorothy si voltò verso Vittoria e Margaret ed esclamò:
“Tutta la mia felicità la devo a voi! Vorrei abbracciarvi e riempirvi di baci!”
“Ora ci fai piangere se continui così” le rispose Vittoria.
“E poi” aggiunse Margaret sorridendole affettuosamente, “noi abbiamo fatto ben poco. E’ Dio che devi ringraziare”.
“Su questo John ed io abbiamo ancora molto da imparare. Ma certamente per quello che so fare non manco di ringraziarlo per la felicità inaspettata che mi sta donando.”
“Forse” aggiunse Joseph “potresti moderare il tuo entusiasmo pensando a quanti ragazzi e ragazze come te ancora soffrono smarriti per le strade del mondo”.
Dorothy divenne pensierosa e triste.
“Sì! Hai ragione!” disse. “Capisco che devo moderare la mia gioia e pensare a chi sta male”.
“Dorothy!” intervenne Margaret. “Ti vuoi associare con noi due? Lo sai che abbiamo fatto il giuramento di impegnarci il più possibile per portare i giovani verso la vera felicità, lontano dagli inganni di questo mondo?”
“Sì? Davvero avete fatto questo giuramento?”
“Certo! Un giuramento solenne!”
Dorothy strinse nelle sue le mani di Vittoria e di Margaret:
“Sì!” esclamò “Mi impegnerò anch’io insieme a voi per questo bellissimo scopo! Giurato!”
“Eh!” Esclamò Joseph ridendo. “Quanti giuramenti vuoi fare oggi!?”
Tutti risero.
Intanto erano giunti in cima alla collina e il pastore, un uomo piuttosto anziano venuto per l’occasione da Cardiff, accolse gli sposi sulla soglia della cappella prendendoli per mano.
Poi John e Dorothy entrarono nel sacro edificio tra gi accordi solenni dell’organo, mentre gli invitati facevano loro ala intorno.
La cappella si riempì e gli sposi presero posto nel banco preparato per loro presso l’altare. Accanto a loro, come testimoni, vi erano Joseph, un altro giovane di Oak Farm, Vittoria e Margaret.
La Signora Baker si sedette in prima fila visibilmente commossa.
La cerimonia fu molto raccolta e fu seguita da tutti i presenti con molta partecipazione. Il pastore fece un’omelia piena di saggezza e animata da un sentimento sincero che commosse gli animi di tutti.
Al momento del giuramento sembrò che lo sposo stesse sul punto di scoppiare in lacrime, mentre la sposa lo guardava con un’espressione di stupore, timida e quasi ammirata. Chi li guardava in quel momento pensò che non erano mai apparsi così belli.
Prima che si concludesse la cerimonia il padre di Erika chiese la parola.
“Cara Dorothy e caro John” disse con la voce un po’ tremante, “quando Dorothy ci ha informati del vostro matrimonio lo ha fatto con molta timidezza, quasi vergognandosi di darci una notizia così lieta poco tempo dopo la scomparsa della nostra Erika. Ma proprio il modo delicato con cui ci ha parlato e il racconto di quanto era successo prima e dopo la morte di Erika ce l’ha resa ancora più cara. Sì, cara Dorothy, sia io, sia Virginia, sia Edith sappiamo bene che tu non hai nessuna colpa per quanto è successo alla nostra indimenticabile Erika, e sappiamo anzi che tu le sei stata vicina fino alla fine. Per questo venire qui al tuo matrimonio è per noi tanto doveroso e tanto gioioso quanto lo sarebbe stato partecipare al matrimonio di Erika. Sì, noi ti sentiamo vicina, cara Erika, e vogliamo dirti che se amiamo Dorothy ciò è soprattutto perché per noi voi due siete sempre unite in un’amicizia che neanche la morte ha potuto separare…”
Giunto a questo punto il padre di Erika non potè più trattenere le lacrime e scoppiò in un pianto dirotto. Subito Dorothy si alzò dal banco degli sposi e lo abbracciò affettuosamente, mentre anche la Signora Virginia e la figlia Edith accorrevano piangenti per consolarlo.
Il pastore si fece avanti e disse:
“Ringraziamo la famiglia di Erika per la loro presenza e per questa bella loro testimonianza. Ma ora cerchiamo di sollevare l’animo alla speranza e facciamo agli sposi il regalo di una giornata di gioia”.
Il padre di Erika, che ormai si era ricomposto, diede la mano al pastore e lo ringraziò calorosamente.
A questo punto Joseph si alzò e chiese anche lui la parola.
“Cari sposi e cari amici” disse. “Non ho detto nulla finora per non turbare questa bellissima cerimonia. Ma è venuto il momento di farvi sapere che questa giornata, che è incominciata con un evento così lieto e che grazie al cielo continuerà con la gioia di tutti noi, avrebbe potuto invece trasformarsi in una giornata di grande disgrazia e di disperazione.
“No, calma! Non vi allarmate! Tutto è finito bene e non c’è più alcun pericolo. Ma dovete sapere che contro la mia famiglia e contro tutta la comunità – chiamiamola così – di Oak Farm qualcuno aveva ordito un complotto criminale. Sapete che la mia bambina, Deborah, era stata chiesta per due giorni, con il pretesto di una decisione del tribunale che gli concedeva questo diritto, dal padre naturale della piccola. In realtà quell’uomo, di nome Archie, con l’aiuto della sua compagna e di un complice, aveva tutto preordinato perché, mentre tutti noi eravamo qui per il matrimonio di John e di Dorothy, essi potessero penetrare nella fattoria con lo scopo di collocare bombe incendiarie nei vari ambienti e così distruggere completamente Oak Farm. Ciò, tra l’altro, gli avrebbe dato l’opportunità di chiedere di tenere con sé Deborah almeno per il tempo in cui, a causa dell’incendio, noi non avremmo avuto né una casa sicura né un lavoro – ma con l’intenzione effettiva di non restituirla più.
“A mandare a monte questo piano infernale è stata una persona che merita tutta la nostra gratitudine. Si tratta della nostra carissima Deborah che, con il coraggio di un’eroina, questa notte è riuscita ad entrare nel garage dove quelle persone tenevano pronte le bombe incendiarie, a dare fuoco alle bombe, a fuggire da una finestra e ad avvertire la polizia. Per far questo la bambina si è piagata le manine e si è fatta una ferita alla gamba, e ora è a letto con la febbre per la stanchezza e per l’emozione provata. Intanto però quelle persone sono state fermate dalla polizia, il matrimonio di John e di Dorothy si è svolto senza incidenti e ora, senza incidenti, tutti andremo a Oak Farm per un allegro rinfresco e per festeggiare, oltre agli sposi, anche la nostra piccola grande eroina!”
Il discorso fu accolto da un boato di stupore e di orrore.
Dorothy si alzò dal suo posto chiedendo in tono concitato a Joseph:
“Come sta Deborah! E’ grave? Perché non mi hai detto niente?!”
“Non vi preoccupate!” esclamò ad alta voce Joseph. “La bambina non è grave. Come vi ho detto, la febbre è causata soltanto dalla stanchezza e dall’emozione. La cura affettuosa della mamma e di tutti noi la farà guarire molto presto”.
“Che bambina!” esclamò la Signora Baker. “Merita veramente un premio!”
Piano piano, tra esclamazioni e commenti, tutti uscirono dalla cappella e si avviarono lungo la discesa e verso Oak Farm ansiosi di avere notizie di Deborah e di esprimerle tutta la loro riconoscenza e ammirazione.
Ad Oak Farm trovarono una sorpresa: Debora si era alzata e insieme a Jane li aspettava sul prato d’ingresso della fattoria.
Tutti circondarono la bambina, tenuta per mano dalla mamma, si informarono della sua salute, la elogiarono a non finire e le fecero mille domande sulla sua drammatica avventura.
Poi Dorothy la prese in braccio e volle fare insieme a lei, al papà e alla mamma, a John, alla Signora Baker, a Vittoria e a Margaret, molte fotografie ricordo.
Infine prese per mano Vittoria e Margaret, le trasse in disparte e disse loro:
“Dicevo sul serio: mi impegno solennemente insieme a voi a dedicare la mia vita ad aiutare i giovani, e anche i bambini come Deborah, a trovare la via della vera felicità!”

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