EBOOK: Lo scrigno delle meraviglie

Romanzo di Don Massimo Lapponi
Ultimato il 23 marzo 2015

In attesa di ospiti

“Cara Dorothy,
sì, come ti ha detto Margaret, è stata proprio un’avventura! Ma la conclusione è stata del tutto impensata, e molto bella!
“Il giorno dopo che la bambina era scomparsa, mentre eravamo tutti angosciati e fuori di noi per l’agitazione e per la stanchezza di una notte insonne e in una tensione continua per tenere buoni lupetti e lupette, più agitati di noi, mi arriva una telefonata del padre di Daniela che mi dice di stare tranquilla perché è tutto a posto: Daniela sta tornando da Milano accompagnata dalla nonna di Patrizia – la bambina che si era bisticciata con Daniela! ‘Dalla nonna di Patrizia?!’ esclamo. ‘Sì! Anzi, mi dia il numero di telefono della mamma di Patrizia perché devo comunicare urgentemente con lei!’ ‘Certo, certo! Ma che mistero!’ ‘Poi verremo e le spiegherò tutto!’
“Corro subito da Patrizia: ‘Patrizia! Daniela sta bene e sta tornando da Milano insieme a tua nonna!’ La bambina mi guarda smarrita con la bocca aperta. Poi arriva la telefonata della madre di Patrizia: ‘Signorina Akela! Ha sentito?! Quella Daniela è andata a dire a mia madre di venire a fare la pace con me e con Patrizia, ed è riuscita a convincerla! E’ incredibile! Stanno venendo insieme da Milano! Ora andiamo con i genitori di Daniela a prenderle alla stazione. Poi verremo lì!’
“Per farla breve, in serata arrivano tutti al campo: Daniela con i suoi genitori, la mamma e la nonna di Patrizia – e naturalmente Billy! Una festa che non ti dico! Lupetti e lupette tutti intorno a Daniela e al cane, e Patrizia che saltava da tutte le parti intorno alla mamma e alla nonna. La nonna poi aveva gli occhi gonfi e non riusciva neanche a parlare per la commozione.
“Poi, come Dio volle, i genitori delle bambine e la nonna di Patrizia se ne sono andati, dicendo che d’ora in poi si considerano un’unica famiglia, e hanno lasciato le bambine a proseguire il campo insieme agli altri lupetti e lupette. Da quel momento Patrizia si è appiccicata a Daniela per tutto il campeggio – e penso anche dopo.
“E così, insomma, tutto è finito bene!
“Ma ormai, dopo la trepidazione degli esami e lo ‘svago’ del campo dei lupetti, finalmente ci stiamo preparando al nostro viaggio storico nel Regno Unito, dove, se i miei progetti andranno in porto, metteremo insieme l’Inghilterra, la Scozia e il Galles! Infatti, come sai, dalla Scozia verranno a Reading i gemelli Mac Lean e, se tutto va bene, vorremmo fare un viaggetto anche nel Galles, per riabbracciarvi e per far conoscere Oak Farm ai nostri genitori e ai gemelli. Naturalmente non dovete preoccuparvi per noi: andremo in un albergo vicino e ci fermeremo soltanto un paio di giorni.
“Per le date, ancora non so dirti nulla di preciso, ma non vedo l’ora di riabbracciarti, e potremmo essere lì molto presto, perché prevediamo di partire da qui domani nelle prime ore della mattina, se troviamo un volo conveniente. Ad ogni modo, ti informerò per tempo.
“Trasmetti i miei più cari saluti a John e alla Signora Baker, e dà un bacetto da parte mia a Richard.
“A presto!
Tua
Vittoria”

Dorothy rilesse più volte la lettera, poi sollevò Richard dalla culla, lo tenne in braccio, rispondendo con un sorriso al suo sorriso radioso, e lo baciò mormorando:
“Da parte di Vittoria!”
In quel momento entrò nel soggiorno John, si avvicinò alla moglie e le accarezzò i capelli sorridendo anche lui al bambino.
“E’ incredibile quanto è bello!” esclamò. Poi aggiunse:
“Ti ricordi Elliot, quel ragazzo di Ramsgate?”
“Sì, certo!” rispose Dorothy.
“Purtroppo sta attraversando un brutto momento e penso di invitarlo qui per qualche giorno”.
“Va bene! Ricordati che oggi viene anche Horace, quel ragazzo che è stato ospite di Erika House. Sai che a settembre dovrà entrare in seminario, e ha chiesto di poter passare qui qualche giorno di riflessione”.
“Bene! Così Elliot si sentirà meno solo. Ma temo che non sarà facile fargli riacquistare un po’ di serenità”.
“Gli è successo qualche cosa?”
“Purtroppo sì! Greta, la sua ragazza, lo ha lasciato e lui è disperato”.
“E’ una brutta storia!”
“Soprattutto per lui, che si era attaccato a lei in modo quasi esagerato! E’ un ragazzo timido, e a Londra si sentiva emarginato in mezzo agli altri, che non avevano tanti scrupoli. Quando ha incontrato Greta e lei ha accettato di mettersi con lui, gli è sembrato di toccare il cielo con un dito. E ora… Non posso pensarci!”
“Quando pensi che verrà?”
“Spero che possa venire domani stesso”.
“Bene! Allora informerò anche Horace, quando verrà, raccomandandogli di stargli vicino. Forse una parola sulla religione, detta con discrezione, potrebbe essere opportuna”.
John scosse il capo tristemente.
“Mah! Non so!” disse. “Elliot è lontano mille miglia da questi pensieri. Ma ora devo andare a organizzare il lavoro per i bambini. Non ti dico come sono felici, ora che è finita la scuola, di lavorare nella fattoria! Spero che presto tocchi anche a Dick! E’ una cosa meravigliosa vedere come, con questo genere di vita, crescano pieni di gioia e di salute!”
“Sì, ma non correre troppo! E’ così piccolo ancora!”
“Lo so, lo so! Ogni cosa a suo tempo!”
In quel momento un ragazzo si affacciò alla porta del soggiorno e disse:
“John! Dorothy! E’ arrivato Horace!”

Il seminarista

“Benvenuto Horace!” disse Dorothy andando incontro all’ospite insieme a John nell’atrio della casa padronale.
“Grazie!” rispose Horace posando in terra la sua borsa da viaggio. “Immagino che tu sia Dorothy, e tu John!”
“Naturalmente!” rispose John. “Siamo felici che tu sia qui. Edith ci ha parlato molto di te”.
“So che devo ringraziare Dorothy per aver pensato ad invitarmi qui. Non sono venuto subito perché avevo bisogno di stare un po’ di tempo con Padre White per prepararmi alla mia nuova vita. Ma ora sento veramente il bisogno di un po’ di tranquillità. E sono certo che questo sia il posto giusto”.
“Spero proprio che tu non rimanga deluso!” disse Dorothy. “Gradisci una tazza di tè?”
“Volentieri, grazie!”
“Vieni!”
“Io vi saluto!” disse John. “Devo correre dai bambini. A più tardi, Horace!”
“A più tardi!”
“Ah, senti!” aggiunse Dorothy. “Per favore, mandami qua Deborah!”
“Va bene! Scappo!”
John uscì di corsa e Horace prese la sua borsa da viaggio e seguì Dorothy nel soggiorno.
“Così” disse Dorothy mentre serviva a Horace una tazza di tè, “a settembre entri in seminario!?”
“Sì! Chi l’avrebbe mai detto!?”
“Edith mi ha detto che hai fatto un percorso molto personale, ma ha aggiunto che non poteva spiegarmi i particolari”.
“Edith è veramente una persona eccezionale! Ho verso di lei un debito incalcolabile!”
“Ti ha parlato di Acquafredda?”
“Naturalmente! E non vedo l’ora di andare a conoscere quelle suore! Intanto Padre White mi ha messo in contatto con una comunità di benedettine di Londra. Fino a poco tempo fa non avrei mai pensato che mi sarei tanto interessato alla loro vita! E’ un’esperienza sconvolgente!”
“A chi lo dici! Sono stata anch’io ad Acquafredda l’anno scorso. Se ci vai, sono certa che rimarrai incantato… Ma stanno suonando alla porta. Penso che sia Deborah. Aspettami qua un momento”.
Ciò detto Dorothy andò ad aprire e poco dopo rientrò nel soggiorno in compagnia di Deborah.
“Questo è Horace” disse. “E questa è Deborah, la nostra bambina più grande”.
“Piacere!”
“Piacere! Quanti anni hai, Deborah?”
“Dieci”.
Horace sorrise, deliziato dall’aspetto grazioso e dall’aria innocente della bambina.
“Senti Deborah” disse Dorothy. “Tra poco devo andare al lavoro. Va’ a chiamare la Signora Baker di sopra e chiedile se può stare un po’ con Richard. Ora io accompagno Horace nella sua stanza. Potresti poi portarlo a fare un giro nella fattoria e alla cappella? Ti darò le chiavi”.
“Va bene! Vado subito a chiamare la signora!”
Deborah si avviò al piano superiore, mentre Dorothy accompagnava Horace in una delle stanze per gli ospiti.
Poco dopo la Signora Baker entrò nel soggiorno insieme a Deborah e ambedue si avvicinarono alla culla del bambino, che subito, riconoscendole, incominciò a guadarle sorridendo.
Deborah gli accarezzò la testa esclamando:
“Dick! Sei sveglio? Ora devo uscire, ma poi vengo a prenderti in braccio!”
“Allora!” disse la Signora Baker. “Te lo fa mamma il regalo che le hai chiesto?”
“L’ho chiesto anche a papà! Ma poi non mi hanno detto più niente”.
“Vedrai che te lo diranno al momento giusto!”
In quel momento Dorothy e Horace rientrarono nel soggiorno.
“Horace, questa è la Signora Baker, la zia di John”.
“Piacere! Horace”.
“Piacere!”
“Le dispiace, signora” disse Dorothy, “tenere per un po’ il bambino, mentre Deborah fa vedere a Horace la fattoria? Io devo andare al lavoro”.
“Volentieri! Andate pure!”
“Grazie, signora! Allora, Deborah! Mi raccomando! Fa’ fare un bel giro a Horace!”
“Va bene!” disse la bambina, e tutti e tre si avviarono verso l’atrio e uscirono dall’abitazione.
Quando Dorothy si fu allontanata, Deborah prese per mano Horace e gli disse:
“Vieni! Ti faccio vedere Oak Farm!”
“Grazie cara!” rispose Horace sorridendo. E i due percorsero lo spazio verde antistante la casa padronale.
“In quell’edificio abitiamo noi!” disse Deborah indicando un grande fabbricato alla sua destra.
“Bello! Siete molti?”
“Sì! Siamo sette famiglie, e, ora che è finita la scuola, noi bambini lavoriamo nella fattoria come i grandi! Io aiuto Dorothy a mungere le mucche e a fare il burro. Però, insieme a Doris e a Barbara aiuto anche Robert a custodire il gregge. Abbiamo tre agnellini bellissimi!”
“Siete proprio brave! E gli altri edifici a che servono?”
“Quello lungo a sinistra serve da stalla per gli animali… Ah! Sai che per il mio compleanno mamma mi ha regalato un pony?!”
“Un pony?! Che bello! E tu sai cavalcare?”
“Certo! Fin da quando avevo sette anni! Anche due amichette mie del maneggio hanno avuto un pony in regalo per il compleanno. Mi hanno promesso che uno di questi giorni verranno a trovarmi ad Oak Farm con i loro pony, e così potremo fare un giro insieme!”
“E come si chiama il tuo pony?”
“White!”
“Ah! Lo sai che anche il sacerdote che mi segue si chiama Padre White?!”
“Ah, sì?! Il mio pony si chiama White perché è tutto bianco. Invece i pony di Anne e di Christine sono bianchi pezzati di nero. Si chiamano Tempest e Duchess”.
“Che altri animali avete?
“Abbiamo buoi, maiali, cani, galline, conigli e il gregge di pecore”.
“E quelle costruzioni a destra, dopo la vostra casa, sono magazzini?”
“Sì! In quello più vicino raccogliamo i prodotti e fabbrichiamo il burro e il formaggio. Poi c’è il fienile e poi il mulino. Sai che, quando giochiamo a nascondino, io mi nascondo nel fienile? E qualche volta ci vado anche per stare un po’ di tempo lì, perché mi piace l’odore del fieno e il silenzio”.
“Che bello! Una volta vorrei venire anch’io!”
“Va bene! Ti ci porto!”
“Ma dove sono ora gli altri bambini?”
“Sono andati nel campo, insieme a John e a Joseph. Devono raccogliere la frutta. Ma ora vieni: ti porto a vedere la cappella!”

Due luoghi incantati

“Ecco!” disse Deborah quando giunse, insieme a Horace, in cima alla collina. “Questa è la cappella di San Giacomo! Qui si sono sposati Dorothy e John. Ma io non c’ero al matrimonio, perché durante la notte avevo avuto una bruttissima avventura e mi ero ammalata”.
“Davvero!? Mi dispiace!”
“Oh! Ma poi è andato tutto bene! Poi ti faccio vedere le fotografie del matrimonio”.
“E’ molto bello questo posto! Potrò venire qui a pregare in questi giorni?”
“Sì, certo! Fatti dare la chiave della cappella da Dorothy! Ma adesso ce l’ho io! Vieni! Entriamo!”
Deborah aprì la porta della cappella ed entrò, seguita da Horace.
La cappella era immersa nel silenzio e nella penombra e Horace rimase colpito dall’atmosfera sacra del luogo.
“Ti dispiace” chiese “se mi fermo un po’ a pregare?”
“No! No! Mi fermo anch’io a pregare! Mi piace molto stare in silenzio, qui nella cappella come nel fienile! E anche nella biblioteca, quando vado a leggere i libri che mi consiglia Dorothy”.
“Ah! Avete una biblioteca?”
“Sì! L’ha voluta Dorothy! Cioè, già c’era qualche cosa, ma è stata lei ad arricchirla. E’ un posto bellissimo! Poi ti ci porto, e se chiedi a Dorothy, certamente di darà la chiave”.
“Gliela chiederò di sicuro! Ma ora stiamo un po’ in silenzio!”
“Va bene!”
Tutti e due si sedettero in un banco e Horace estrasse dalla tasca la corona del rosario. Deborah lo guardò con curiosità ripromettendosi di chiedergli spiegazioni.
Rimasero per qualche minuto in silenzio. Horace avrebbe volentieri prolungato a lungo la sua preghiera silenziosa, ma, temendo di annoiare Deborah, dopo un po’ ripose la corona del rosario, si alzò dal banco e chiese alla bambina di spiegargli qualche cosa della cappella. Deborah gli raccontò la storia della famiglia Baker e gli fece fare un giro all’interno dell’edificio mostrandogli le lapidi commemorative.
Usciti all’aperto, mentre Horace contemplava il panorama della campagna gallese, Deborah gli chiese:
“Che cos’era quel filo di perle che tenevi in mano?”
Horace sorrise ed estrasse di tasca la corona del rosario.
“Questa?” chiese.
“Sì! Che cos’è?”
“Ti piace?”
“Sì! E’ bellissima!”
“Si chiama corona del rosario. E’ una preghiera che ho imparato a recitare da poco tempo e mi piace molto. I cattolici hanno molta devozione a Maria, la madre di Gesù, e il rosario è una preghiera che si recita soprattutto a lei. Però anche a Gesù e al Padre celeste”.
“E come si fa?”
“Vedi questi grani? Sono dieci. Poi ce n’è un altro, e poi altri dieci. Per ogni grano dei dieci si recita una preghiera a Maria, e per i grani che stanno tra una decina e l’altra si recita un Padre Nostro”.
“Che bello! Ma la possono recitare soltanto i cattolici?”
“Oh, no! La può recitare chiunque!”
“Allora poi me la insegni?”
“Certamente! Ma, ora che scendiamo giù, potresti farmi vedere la biblioteca?”
“Sì, certo! Io quando ho finito i compiti o il lavoro della fattoria, mi ci chiudo dentro e rimango lì per tanto tempo! Adesso però un po’ meno, perché devo stare con Richard”.
“Chi è Richard?”
“E’ il figlio di Dorothy! E’ il bambino più bello del mondo!”
Horace rise.
“Davvero?!” chiese.
“Sì, certo! Però io spero che mamma ora mi regali un fratellino bello come Richard!”
“Sarebbe proprio un bellissimo regalo!”
Nel frattempo erano scesi dalla collina. Percorsero il sentiero fino alla strada carrozzabile e rientrarono nella fattoria.
Deborah condusse Horace nell’edificio in cui alloggiavano le famiglie. Aveva le stesse caratteristiche estetiche della casa padronale ed era ammobiliato con semplicità ed eleganza. Il portone d’ingresso dava su un vasto atrio, dal quale si accedeva, a destra e a sinistra, in due corridoi su cui si aprivano spazi abitativi e stanze di soggiorno, mentre da una scalinata di fronte al portone si saliva al piano superiore.
Una stanza nel corridoio di destra era adibita a biblioteca. Vi si accedeva da una porta in legno massiccio di bella fattura artigiana.
Deborah aprì la porta e condusse Horace all’interno.
Horace si guardò intorno deliziato dall’aspetto invitante dei due tavoli di lettura al centro e degli eleganti scaffali di legno disposti lungo le pareti e ripieni di volumi di diversi colori e dimensioni.
“Che meraviglia!” esclamò. “Credo che qui passerò delle ore indimenticabili!”
“Oh, sì! Certamente! Anche per me è un sogno quando posso stare qui da sola a leggere!”
“E che libri ci sono?”
“Oh, ci sono tantissime storie che non mi stanco mai di leggere e di rileggere. E’ stata Dorothy a sceglierle!”
“Credo proprio che Dorothy meriti un premio soltanto per questo!”
“Sì! Veramente! E quando Richard sarà più grande, gli insegnerò a leggere e gli consiglierò i libri più belli!”
“A questo forse penserà sua madre! Ma tu, invece, potresti occupati del tuo fratellino!”
Deborah allargò le braccia con un sospiro.
“Speriamo che mamma mi accontenti!” disse.

Le chiavi del paradiso

Nel pomeriggio, finito il pranzo, Horace non mise tempo in mezzo e andò subito a chiudersi nella biblioteca. Infatti ne era rimasto così affascinato che non vedeva l’ora di andarvi a trascorrere ore di tranquilla lettura e meditazione. Volentieri Dorothy gli aveva dato le chiavi sia della biblioteca sia della cappella – e a Horace sembrava quasi di aver ricevuto le chiavi del paradiso.
Entrato nella biblioteca, subito ne assaporò l’atmosfera suggestiva, che, con l’esposizione degli innumerevoli volumi negli scaffali, sembrava invitare al raccoglimento estatico della lettura.
Dopo essere rimasto per un po’ di tempo immobile a guardarsi intorno con una sorta di timore reverenziale, quasi che, prima di osare di avventurarsi nel regno dello spirito, dovesse rendersene degno raccogliendo i pensieri e scacciando le vane distrazioni, si accostò agli scaffali e incominciò ad esaminare i titoli dei volumi in essi collocati.
Vi erano moltissimi classici della letteratura inglese e traduzioni inglesi di classici stranieri. Ovviamente Shakespeare aveva un posto d’onore, con numerose edizioni arricchite da note testuali e commenti. Vi erano poi, in una sorta di gloriosa processione, Beowulf e i più famosi testi medievali, e poi gli autori elisabettiani, poi Milton, Bunyan, Dryden, Pope, De Foe, Fielding, Smollet, Jane Austen, Scott, i poeti romantici, Dickens, Marryat, George Eliot, Thackeray, Poe, Hawthorne, Melville, Mark Twain, Kipling, Conan Doyle, traduzioni inglesi di Omero, di Virgilio, di Dante, dei poemi indiani Mahabharata e Ramayana, di Victor Hugo, di Tolstoi, di Dostoievsky… Un tesoro inesauribile!
Ma l’attenzione di Horace fu attirata soprattutto dalla vastissima sezione dei libri per ragazzi. Essa spaziava dai classici di Lewis Carroll, di George Macdonald, di Edtith Nesbit, di Louisa May Alcott, di Verne, di Salgari, di Frances Hodgson Burnett, ai più recenti romanzi di C.S. Lewis, di Tolkien, di Enid Blyton, di Anne Digby, di Philippa Pearce, di Harriet Graham, di Anne Isaacs…
C’era veramente un pascolo inesauribile!
Horace scelse, con mano quasi tremante, alcuni volumi della sezione per ragazzi, si accomodò su una sedia accanto a uno dei due tavoli che erano al centro della stanza e si immerse nella lettura.
La sua mente varcò la porta d’ingresso del regno incantato dello spirito e lì si perse, o si ritrovò, fuori dalle misure cronologiche di questo mondo.
Quanto tempo vi rimase? Neanche lui avrebbe potuto dirlo quando finalmente chiuse il volume che aveva davanti e lo poggiò sul tavolo.
Rimase come in estasi per qualche minuto, guardando gli scaffali intorno a sé, ma intravvedendo un altro mondo di là da essi.
Infine si alzò, ripose i libri al loro posto, uscì dalla biblioteca e si avviò verso l’atrio, restando però raccolto, in compagnia delle straordinarie sensazioni che ancora popolavano la sua mente.
Uscì dall’edificio, attraversò il prato antistante, percorse il vialetto centrale e raggiunse il cancello d’ingresso.
Si guardò intorno, assaporando la quiete della campagna allietata dal canto degli uccelli, dal profumo dei fiori e dagli echi delle esclamazioni dei bambini impegnati nei lavori campestri.
Dopo una breve sosta, uscì sulla strada e si avviò verso la cappella. Desiderava raccogliersi in preghiera e riflettere sui sentimenti e sui pensieri suggeritigli dalle pagine che aveva letto nella biblioteca.
Gli sembrava di intuire qualche cosa di importante, che meritava di essere approfondito. Per questo erano necessarie preghiera e meditazione.
Salì lungo la collina vagando con lo sguardo per la boscaglia che circondava il sentiero. Sostò per qualche minuto presso la fonte, poi raggiunse la cappella, aprì la porta ed entrò.
“Questa cappella ha qualche cosa di particolare!” pensò. “E’ come se i personaggi storici di cui mi ha parlato Deborah fossero ancora qui presenti e silenziosamente invitassero i fedeli al raccoglimento!”
Avanzò nella penombra suggestiva dell’edificio sacro e si sedette in un banco. Estrasse di tasca la corona e la rigirò per qualche istante nelle mani. Poi incominciò la recita del rosario.
Mentre pronunciava a bassa voce le parole del Padre Nostro e poi proseguiva con la meditazione dei misteri del giorno, un pensiero nuovo, ancora embrionale, incominciò ad affacciarsi alla sua coscienza. Doveva rifletterci a lungo, e soprattutto pregare. Da quando aveva incominciato a recitare il rosario, aveva fatto l’esperienza che, mentre lo recitava, spesso gli venivano come suggerite intuizioni inaspettate. E proprio questo ora gli stava accadendo. Ciò era favorito anche dall’atmosfera particolare della cappella e dal ricordo del tempo che aveva trascorso in lettura nella straordinaria biblioteca di Oak Farm. Quanti tesori vi erano custoditi! Veramente Dorothy aveva dimostrato un gusto squisito nella scelta dei volumi!
Finita la recita del rosario, Horace rimase per un po’ in silenzio a gustare la pace della solitaria cappella immersa nella penombra. Poi uscì all’aperto, camminò intorno al fabbricato, fino a raggiungere il piccolo cimitero sul retro, dove giacevano le salme dei pastori della famiglia Baker e dei loro congiunti. Rimase per qualche minuto in meditazione, poi tornò sui suoi passi, verso l’ingresso della cappella, e sostò a lungo a contemplare il panorama che si godeva dalla cima della collina.
Era ormai sera e addensamenti di nuvole ad occidente nascondevamo parzialmente il disco solare, i cui bagliori color d’arancio irraggiavano, attraverso le nubi, le verdi colline del Galles.
Horace rimase a lungo immobile, perduto nei suoi pensieri. Quando incominciò ad imbrunire, si decise a scendere dalla collina per rientrare in casa prima che facesse buio.


Elliot

La mattina dopo, quando John uscì dalla casa padronale per organizzare il lavoro dei bambini, vide un’automobile entrare dal cancello d’ingresso e parcheggiare poco lontano da lui. Ne uscì un giovane con una borsa da viaggio in mano.
“Elliot!” gridò John. “Come sono contento di vederti!”
Elliot gli si avvicinò e, senza dire niente, si gettò tra le sue braccia e scoppiò in un pianto dirotto.
“Elliot!” esclamò John. “Coraggio! Non abbatterti! Vedrai che qui ti troverai bene!”
“Oh, John! Non volevo neanche venire! Che ci sto a fare qui? O in un altro posto? E’ lo stesso! Non posso più vivere senza Greta! Che ci sto a fare al mondo!”
“Ma cosa dici? Su! Cerca di essere forte! Qui sarai tra amici! Tutti ti vogliamo bene!”
“Oh, no, John! Dentro di me c’è un vuoto che non si colmerà mai! Cerco sempre lei! Soltanto lei! Del resto non mi importa niente!”
“Avanti su! Ora calmati! Vieni in casa e bevi una tazza di tè!”
Scuotendo il capo Elliot seguì John ed entrambi entrarono nella casa padronale.
“Dorothy!” chiamò John. “Vieni! E’ arrivato Elliot!”
Dorothy si affacciò sulla porta del soggiorno.
“Elliot!” esclamò. “Da quanto tempo non ci vediamo!”
Elliot scosse il capo senza parlare.
“Su! Vieni! Ti preparo una tazza di tè!”
“Grazie!” mormorò Elliot, e seguì Dorothy e John nel soggiorno.
“Tu non puoi capire!” disse Elliot con voce afflitta quando si fu accomodato su una poltrona accanto a John. “Non puoi capire che cosa ho provato e provo ancora per quello che è successo! Quando quella sera sono rientrato in casa e ho trovato il biglietto di addio di Greta, mi ha preso come una vertigine e mi sembrava di precipitare in un baratro. Credo che sia stata l’unica volta in vita mia in cui ho pregato! ‘No, Signore!’ ho detto. ‘Fa’ che non sia vero! Fa’ che sia soltanto un sogno!’ Ma a che serve pregare!? Altro che sogno! Era fin troppo vero! Se avessi avuto una pistola, mi sarei sparato all’istante! Ma c’è sempre tempo per farlo!”
“Senti! Adesso piantala con queste idiozie! Hai tutta la vita davanti a te…”
“Tutta la vita?! E che vita?! E’ meglio morire che vivere così!”
In quel momento entrò Dorothy con il tè.
“Avanti!” disse. “Ora prendi questo e cerca di calmarti! Per guarire dalle ferite ci vuole il suo tempo, ma poi vedrai che tutto passerà!”
Elliot scosse il capo e si versò il tè in silenzio.
“Ascolta!” disse John. “Qui è come se stessi a casa tua. Ora Dorothy ti accompagnerà nella tua stanza. C’è anche un altro ospite. E’ un bravo giovane che certamente sarà felice di farti compagnia…”
“Oh! Io non voglio la compagnia di nessuno! Vorrei una sola compagnia! E senza di lei tutto il resto non mi serve a niente!”
“Adesso non farmi inquietare! Nessuna disavventura ti dà il diritto di disprezzare gli altri!”
“Scusami, John!” disse Elliot con aria sinceramente afflitta. “Mi sono espresso male! Non intendevo dire che disprezzo gli altri! Volevo soltanto dire che sto così male che tutto mi riesce di peso. Soltanto alzarmi la mattina dal letto per me è un incubo! Vorrei continuare a dormire per sempre e dimenticare tutto! In questo stato d’animo, con tutta la buona volontà, non riesco a stare ad ascoltare altre persone!”
“Però” intervenne Dorothy “non devi lasciarti andare a questo stato d’animo senza reagire! Nella vita ci sono tante sventure più grandi della tua! Pensa a chi ha perso un figlio, o a chi scopre di avere una malattia incurabile! Ci sono persone che, con tutte le loro afflizioni, anche gravissime, si fanno forza di non venir meno ai loro doveri e di rendersi utili agli altri!”
Elliot rimase in silenzio per qualche istante a riflettere, poi disse:
“Hai ragione, Dorothy! Capisco che sono un egoista e che non sono buono a nulla! Nei giorni che passerò qui ti prometto che cercherò di migliorare. Ma cerca di capire che io non sono un eroe e che per me è enormemente difficile uscire dal mio stato d’animo!”
“Lo capisco, povero Elliot! Ma qui tutti ti aiuteremo! Pensa che qui ci sono tanti bambini che lavorano nella fattoria e che tu potresti…”
Improvvisamente i lineamenti di Elliot si irrigidirono ed egli esclamò con accento angosciato:
“Bambini?! No, non voglio avere a che fare con i bambini!”
“Elliot!” esclamò Dorothy con aria di rimprovero. “Come sarebbe che non vuoi avere a che fare con i bambini!”
“Ah, lasciamo stare! Sono affari miei! No! Preferisco se mai stare in compagnia con l’altro vostro ospite!”
Dorothy e John rimasero molto perplessi, ma, capendo che Elliot aveva qualche cruccio segreto di cui preferiva non parlare, non insistettero.
“Allora” disse infine John, “se vuoi, ti facciamo conoscere Horace, il nostro ospite: è un giovane molto simpatico”.
“Va bene! E prometto che sarò gentile con lui e che cercherò di non fargli pesare troppo il mio stato d’animo”.
“Ora vado a chiamarlo” disse Dorothy, e si allontanò dal soggiorno.
“Dunque” disse John rivolgendosi a Elliot con tono affettuoso, “ora non pensare troppo alle cose negative. Come ti abbiamo detto, qui tutti ti vogliamo bene e siamo a tua disposizione. Con Horace puoi parlare liberamente. E’ un bravo giovane e si prepara ad entrare in seminario, quindi ha le migliori disposizioni per essere vicino ai sofferenti”.
Elliot guardò John con un’espressione di sorpresa.
“Si prepara ad entrare in seminario?” disse. “E’ una cosa rara oggi!”
“Sì, infatti! Soprattutto all’età sua! Non ha neanche vent’anni!”
“Che decisione strana!”
“Deve essergli successo qualche cosa di speciale. Non so di che cosa si tratti, ma deve avere sofferto molto. Tu però cerca di essere riservato: se te lo dice spontaneamente, bene. Altrimenti non fargli domande”.
“Sì, certamente! Ma devo dire che mi incuriosisce un po’, anche se nello stesso tempo temo che incominci a farmi qualche predica, che non ho nessuna voglia di stare a sentire!”
“Oh, no! Horace è molto discreto! E poi la sua è una vocazione recente e quasi improvvisa. Non viene da una famiglia cattolica e nessuno se l’aspettava”.
“Mi incuriosisce sempre di più!”
In quel momento rientrò nel soggiorno Dorothy accompagnata da Horace.
“Ecco l’altro nostro ospite!” disse.
Horace salutò Elliot.
“Piacere, Horace!”
“Piacere, Elliot!”
“Staremo insieme per qualche giorno!”
“Ora io devo andare dai bambini!” intervenne John. “Ci vediamo più tardi. Vuoi che ti mandi Deborah, cara?”
“Oh, sì! Grazie!” rispose Dorothy. “Mandala subito!”
John uscì e Dorothy si offrì di accompagnare Elliot nella sua stanza.
“Poi, quando ti sarai sistemato” disse, “ti consiglio di uscire con Horace per una passeggiata”.
“Sì!” rispose Elliot con aria pensosa. “Credo che sia meglio! Sento che rimanere chiuso in casa da solo non mi farebbe bene! Mi puoi aspettare qualche minuto, Horace?”
“Senz’altro! Fa’ pure con comodo! Ti aspetto qui”.
Elliot seguì Dorothy fuori del soggiorno e Horace rimase per qualche minuto soprappensiero. John e Dorothy gli avevano parlato di Elliot e dei suoi problemi e, ora che lo aveva conosciuto e aveva osservato l’espressione angustiata del suo viso, si domandava in che modo avrebbe potuto dargli un po’ di conforto.
Il suono del campanello della porta d’ingresso lo riscosse dai suoi pensieri. Andò ad aprire e sulla soglia apparve Deborah, la quale, vedendolo, gli si fece subito incontro esclamando:
“Horace! Ho una bellissima notizia da darti! Mi ha promesso mamma che per Pasqua dell’anno prossimo mi regalerà un fratellino!”
Horace sorrise, divertito dall’ingenuità della bambina.
“Veramente è proprio una bella notizia!” disse. “Dunque avrai un fratellino tutto per te!”
“Sì! Non vedo l’ora che venga Pasqua!”
“E hai pensato a che nome mettergli?”
“Se mamma è d’accordo, vorrei chiamarlo Curdie!”
“Curdie?”
“Sì! E’ un personaggio dei libri di George MacDonald!”
Horace rise.
“Insomma, i libri di Dorothy ti hanno proprio incantata!”
“Oh, sì! Sono bellissimi!”
“Hai ragione! Piacciono molto anche a me!”
In quel momento rientrarono nell’atrio Dorothy e Elliot. Appena Elliot vide Deborah, il suo viso si contrasse e la guardò con aria quasi ostile. Poi si voltò e andò a mettersi in disparte.
Dorothy e Horace si guardarono perplessi e Dorothy allargò le braccia con un gesto di rassegnazione.
Anche Deborah si accorse dell’atteggiamento ostile di Elliot verso di lei e subito lo ricambiò con uno sguardo di antipatia.
“Vieni con me, Deborah!” disse Dorothy per rompere l’’atmosfera di imbarazzo che si era creata. “Vorrei che badassi a Richard mentre io vado a lavorare”.
Subito il viso di Deborah si rischiarò ed ella rispose a Dorothy sorridendo:
“Vengo subito! Lo sai, Dorothy, che mamma a Pasqua mi regalerà un fratellino?”
All’udire quelle parole Elliot abbassò il viso con un’espressione di acuta sofferenza.
“Che bella notizia!” esclamò Dorothy. “Ma ora vieni! Elliot, ti lascio con Horace. Mi raccomando!”
Elliot annuì senza dire nulla e Horace gli sorrise e lo invitò con un gesto cordiale a seguirlo all’esterno dell’abitazi0ne.

Confidenze

“Non è bellissima questa fattoria?” chiese Horace mentre, insieme a Elliot, passeggiava per il prato nel recinto di Oak Farm.
“Sì! Veramente! Ma forse tu sai già che io non sono qui per ammirare la bellezza di Oak Farm!”
“Sì! John e Dorothy mi hanno accennato alla tua situazione”.
“Temo che non sarò per te una compagnia piacevole! Purtroppo ho un’afflizione dentro che non mi dà pace!”
“Ti capisco! Anch’io l’ho provata!”
Elliot si arrestò e fissò Horace sorpreso.
“Vuoi dire che hai deciso di entrare in seminario per un dispiacere di amore?”
Horace sorrise.
“No! Non proprio!” disse. “Veramente un dispiacere d’amore l’ho avuto. Ma non è stato quello che mi ha spinto ad entrare in seminario”.
“Naturalmente non voglio essere indiscreto. Ma credo che l’unico sollievo per me sarebbe di parlare a cuore aperto con uno che abbia provato la mia stessa sofferenza”.
“Capisco! Con me puoi parlare liberamente, e non mi dispiacerà, da parte mia, confidarti quello che è successo a me. Ma ora usciamo! Vorrei portarti a vedere un posto particolarmente bello”.
“Va bene! Andiamo! Poi sarei curioso di sapere di te. Ma forse è giusto che sia io a incominciare e che ti racconti la mia storia – sempre che non ti annoi!”
“Non mi annoi affatto!”
Intanto erano usciti dal cancello e Horace si avviò, seguito da Elliot, verso la collina.
“Circa due anni fa” incominciò Elliot, “sono arrivato a Londra da Ramsgate. Avevo trovato un lavoro presso lo studio di un architetto. Andai ad alloggiare in un appartamento insieme ad altri due giovani di Ramsgate. Furono loro a farmi conoscere altri ragazzi, tra cui John. Veramente non mi trovavo bene con loro, perché erano quasi tutti sfacciati e secondo me anche molto egoisti. Non parlo di John, che era diverso dagli altri. Vedeva che ero timido e riservato e che soffrivo per la prepotenza degli altri e cercava di starmi vicino. Fu lui che mi fece conoscere Greta. Era una ragazza svedese che studiava a Londra. Ma non era la solita svedese leggera e incosciente. Oltre al fatto che era bellissima – ma soltanto a dirlo ora mi vengono le lacrime agli occhi! – era anche seriamente impegnata nei suoi studi di economia
“Forse John aveva avuto in un primo momento qualche pensiero su di lei, ma, quando si accorse che io ne ero innamorato, si tirò in disparte e, anzi, mi aiutò a vincere la mia timidezza e a dichiararmi. All’inizio Greta era un po’ perplessa. Poi, però, incominciò a provare simpatia per me, anche perché mi vedeva diverso dagli altri e non brutale come molti di loro. Così qualche mese fa andammo a vivere insieme, e sembrava che nulla ci potesse dividere.
“Ma poi è successo qualcosa che l’ha allontanata da me…”
Elliot scosse il capo e sospirò, mentre due lacrime gli spuntavano negli occhi.
“Forse” chiese timidamente Horace “c’è stato un altro uomo?”
“No! Non credo! Almeno all’inizio non credo che sia stato questo. E’ stato un grave errore da parte mia, di cui preferisco non parlare…”
“Capisco! Non voglio essere indiscreto! Ma insomma, alla fine Greta ti ha lasciato?!”
Elliot abbassò il capo ed emise una gemito.
“Sì! Purtroppo! La settimana scorsa tornando a casa ho trovato un suo biglietto in cui mi diceva addio! Avrei voluto morire fulminato!”
“Ti capisco! Sono esperienze veramente terribili! Ma non pensi che possa cambiare idea?”
“No! Non ho più speranza! Capisco ora che io non valgo niente, mentre lei è una persona qualificata. Per me deve avere avuto soltanto compassione per la mia timidezza. Ma non si può costruire una vita insieme sulla compassione!”
“Non devi squalificarti così! Sono certo che invece Greta ti ha apprezzato sinceramente. Deve esse successo qualche cosa di grave. Ma hai già detto che non vuoi parlarne e non intendo farti domande indiscrete”.
“Ti ringrazio! Sei un amico!”
Nel frattempo erano giunti in cima alla collina e Horace aprì la porta della cappella e vi introdusse Elliot.
“Hai ragione!” esclamò Elliot. “Questo posto è veramente bello!”
“Sai cosa penso?” disse Horace. “Che una cosa soltanto può consolare chi ha un’afflizione per la quale non trova sollievo: la bellezza! Cioè la bellezza di un posto come questo, di una poesia, di una musica…”
Elliot rifletté in silenzio.
“E’ un pensiero interessante il tuo! Magari fosse vero!”
“Ma sediamo un momento, e ti racconterò di me”.
“Va bene!”
Si sedettero su un banco e Horace incominciò:
“Anch’io ho avuto un dispiacere simile al tuo. Per molti mesi ho alloggiato in una casa per studenti a Londra. Ti confesso che all’inizio ci sono andato molto mal volentieri. A Londra avrei voluto divertirmi liberamente con i miei amici e con le ragazze, ma la casa per studenti che mi avevano trovato i miei genitori ha delle regole molto rigide ed è diretta da una ragazza un po’ particolare. Si chiama Edith e ha da poco compiuto vent’anni. Quando vi sono andato io non li aveva ancora compiuti. Ma era successo, l’anno precedente, che sua sorella, Erika, era morta in una discoteca, a causa di una droga avariata. Edith, d’accordo con i suoi genitori e con alcuni amici, aveva deciso, allora, di creare questa casa per studenti proprio per tenerli lontano dai pericoli degli eccessi giovanili. Hanno chiamato la casa Erika House.
“Una notte sono voluto uscire di nascosto per andare in discoteca con gli amici, con la prospettiva di avere un’avventura con una cubista. Ma è successo che alcuni giovani teppisti mi hanno affrontato, all’uscire dalla metropolitana, e non so come sarebbe andata a finire se uno dei gestori di Erika House, un giovane italiano di nome Luca, non si fosse accorto delle mie intenzioni e non mi avesse seguito di nascosto. Visto il pericolo in cui mi trovavo, ha affrontato i teppisti e così mi ha permesso di fuggire. Per fortuna lì vicino c’erano i miei amici, i quali sono subito accorsi in suo aiuto e hanno messo in fuga i teppisti. Ma intanto Luca era stato malmenato da loro e giaceva in terra in un mare di sangue.
“Non ti dico l’angoscia e il rimorso che ho provato! Fortunatamente c’era lì un medico che ha fatto portare subito Luca al pronto soccorso. Ci sono andato anch’io, e da lì ho telefonato a Edith. E’ venuta subito ed è stata molto comprensiva con me, che ero agitatissimo pensando che Luca potesse morire o avere gravi conseguenze. Edith mi ha esortato anche a pregare Dio – ciò che allora mi sembrava una cosa dell’altro mondo. Però lo feci, e poco dopo ci dissero che Luca era fuori pericolo e che si sarebbe rimesso completamente.
“Da quel momento sono totalmente cambiato. Ho capito l’importanza dell’opera che Edith stava portando avanti e ho incominciato ad apprezzarla sempre di più. Così ho finito per innamorarmi di lei, e non ti dico quanti sogni ho fatto pensando alla vita che avremmo vissuto insieme lavorando per il bene dei giovani! Ero sicuro che Edith avrebbe accettato con gioia la mia proposta, e già avevo fatto tutti i miei progetti!
“Un giorno mi sono deciso e le ho parlato, esprimendole il mio desiderio di fidanzarmi con lei. Ma quando lei ha capito la mia intenzione, subito mi ha interrotto e mi dato una notizia che mi ha raggelato: mi ha detto che si era consacrata a Dio con un voto di perpetua verginità! Che ne capivo io allora di queste cose! Ho protestato vivacemente, ma non c’è stato nulla da fare. Allora sono caduto in uno stato di depressione che non ti posso descrivere! Quanto prima ero stato pieno di sogni e di speranze, altrettanto ora ero invece ridotto alla disperazione!
“Me ne sono andato da Erika House pensando di non tornarci mai più. Sono tornato a casa in uno stato pietoso! Per questo ora comprendo il tuo stato d’animo!”
Elliot annuì sospirando.
“E cosa è successo poi?”
“Non riuscivo a trovare pace e non sapevo spiegarmi il senso di un voto di verginità. Pensavo che la Chiesa Cattolica fosse crudele per avere inventato una cosa simile”.
“Lo penso anch’io!”
“Ti capisco, certamente. Ma poi io ho cambiato idea!”
“Ah, sì?! E come mai?!”
“Non trovando sollievo, ho pensato che l’unico che potesse darmi qualche spiegazione potesse essere un sacerdote cattolico. Allora sono andato a trovare un certo Padre White, che vive in una chiesa non lontana da casa mia. Veramente non lo conoscevo personalmente. Sapevo soltanto che c’era un sacerdote cattolico in quella chiesa. Sono andato lì e gli ho accennato al mio problema. E’ stato così gentile e comprensivo con me che subito mi sono confidato con lui. Allora mi ha invitato a restare con lui per un paio di giorni e abbiamo parlato a lungo. Così a poco a poco, grazie alla sua pazienza e alle sue spiegazioni, mi si è aperto il cuore e ho incominciato a capire il senso dei voti religiosi. E non solo li ho capiti, ma alla fine mi sono entusiasmato per la consacrazione a Dio e ho deciso di seguire anch’io l’esempio di Edith e di Padre White e di diventare sacerdote nella Chiesa Cattolica!”
Elliot rimase a lungo in silenzio con lo sguardo fisso in terra. Infine disse con voce triste:
“Per ora non me la sento di chiederti spiegazioni sul senso dei voti religiosi. Sono felice per te, che hai trovato la pace nella tua vocazione, ma per me non è la stessa cosa! Vedo soltanto un grande buio che avvolge la mia anima e niente può darmi conforto! Però ti ringrazio per questo scambio di confidenze. Poter parlare con qualcuno che ti capisce è già qualche cosa. Forse, anzi, è molto!
“Ma penso che sia ora di tornare alla fattoria. Tra poco sarà ora del pranzo. Oggi pomeriggio vorrei restare un po’ a riposare. Il sonno è l’unico sollievo per me. Ci rivedremo per cena. Intanto rifletterò su quello che mi hai detto”.
“Va bene! Torniamo ad Oak Farm. Ma cerca di reagire al tuo stato di depressione!”
Elliot sospirò senza rispondere e ambedue si alzarono dal banco e uscirono dalla cappella.

Ispirazioni

Nel pomeriggio Horace ritornò in biblioteca e vi rimase a lungo immerso nella lettura. Quella stanza era per lui un luogo incantato, una sorta di santuario in cui erano custoditi meravigliosi tesori, tra i quali brillavano soprattutto i libri per ragazzi. Le profonde intuizioni che essi gli avevano suggerito continuavano ad agitarsi nel suo animo ed egli le portò con sé nella cappella sulla collina, dove, dopo aver trascorso qualche ora in biblioteca, andò a recitare il rosario.
Mentre si trovava lì, seduto in un banco in preghiera e in meditazione, si aprì la porta della cappella e apparve sulla soglia Deborah.
La bambina guardò timidamente all’interno e, scorgendo Horace, gli sorrise facendogli un gesto di saluto con la mano. Poi gli si accostò e gli disse:
“Ho chiesto a mamma se potevo venire a cercarti nella cappella. Volevo chiederti di insegnarmi a dire il rosario”.
Horace sorrise, sorpreso e divertito.
“Certamente! Se ti fa piacere, siediti pure qui e te lo insegno. Anzi: ho una corona in più e, se ti fa piacere, posso regalartela”.
“Davvero?!” esclamò Deborah sorpresa e piena di gioia.
“Certamente! La vuoi?”
“Oh! Magari!”
Horace estrasse di tasca una corona del rosario racchiusa in un elegante cofanetto e la diede a Deborah. La bambina prese con trepidazione il cofanetto e lo aprì guardando con gli occhi spalancati che le brillavano dalla meraviglia le perline colorate della coroncina.
Rimasero a lungo seduti nel banco, e Horace, dopo averle spiegato come si usa la corona del rosario, le comunicò con parole semplici, ma efficaci, i pensieri che erano sorti nel suo animo nel tempo che aveva trascorso in biblioteca e nella cappella.
Deborah lo ascoltò con animo attento, ingenuamente incantata dalle intuizioni poetiche che Horace esprimeva, senza che egli si rendesse pienamente conto dell’effetto straordinario che le sue parole causavano nell’animo innocente della bambina.
Quando scesero per rientrare nella fattoria, si stava facendo scuro e, appena furono giunti ad Oak Farm, Deborah, dopo aver calorosamente salutato e ringraziato Horace, si affrettò a raggiungere la mamma in casa.
“Quanto tempo sei stata fuori!” le disse Jane. “Incominciavo ad essere preoccupata!”
“Guarda che mi ha regalato Horace!” esclamò Deborah mostrando alla mamma la coroncina.
“Che bella! A che cosa serve?”
“E una corona del rosario e serve a pregare Maria, Gesù e il Padre celeste!”
“Davvero? E hai imparato come si fa?”
“Sì! Me l’ha spiegato Horace! E mi ha detto tante cose belle!”
“Che cosa ti ha detto?”
“Mi ha detto che, attraverso l’amore di Maria, Gesù ha sentito l’amore del Padre celeste, e che ha voluto che tutti sentissero l’amore del Padre celeste. Per questo attraverso l’amore della mamma noi tutti sentiamo di essere figli, e non solo figli del padre e della madre, ma anche figli di Dio. Però purtroppo molti, quando crescono, dimenticano di esser figli. E mi ha detto: ‘Mi raccomando! Tu non dimenticare mai di essere figlia! Sarai sempre una figlia di Dio!’ Io gli ho promesso che non lo dimenticherò mai! Mi ha detto che Caino ha ucciso suo fratello perché aveva dimenticato che erano tutti e due figli, e che gli uomini sono cattivi l’uno con l’altro perché dimenticano di essere figli e fratelli, e che l’amore del padre per la madre deve ricordare sempre all’uomo che la cosa più grande e più bella per lui è di essere padre e di custodire i figli insieme alla loro madre, e di custodire tutti gli uomini perché tutti sono figli, e che prima di Gesù gli uomini facilmente lo dimenticavano, e per questo facevano il male l’uno all’altro, e che anche oggi tante volte se lo dimenticano, e non ricordano più di essere figli, e di essere figli di Dio, e tutti fratelli, e allora si fanno del male! E che Dio si serve del padre e della madre per curare gli uomini e per farsi conoscere, e che gli uomini non lo conoscono più perché si dimenticano di essere figli…”
“Mamma mia! Quante cose belle ti ha detto! E te le ricordi tutte?!”
“Oh, sì! Me le voglio ripetere tutte le sere, prima di dormire! E voglio dire anche il rosario!”
Jane la prese tra le braccia e se la strinse al cuore.
“Bambina mia!” disse, mentre gli occhi le si inumidivano. “Io prego Dio che tu rimanga sempre così! E che insegni anche al tuo fratellino, quando nascerà, ad essere così!”
“Oh, mamma! Non vedo l’ora che nasca il mio fratellino! Ho detto a Horace che vorrei che si chiamasse Curdie!”
“Curdie?”
“Sì! Come il ragazzo di The Princess and the Goblin!”
Jane rise tra le lacrime.
“Se papà è d’accordo, lo chiameremo Curdie!”
In quel momento rientrò anche Joseph e Deborah, svincolatasi dalle braccia della madre, gli corse incontro.
“Papà!” esclamò. “Guarda la corona del rosario che mi ha regalato Horace!”
“E’ bellissima!” disse Joseph sorridendo e prendendo la corona in mano per esaminarla. “E sai come si usa?”
“Sì! Me l’ha insegnato Horace!”
“Allora lo insegnerai anche a noi!”
“Oh, sì! Certo! E poi ho chiesto a mamma se il fratellino che nascerà possiamo chiamarlo Curdie!”
“Curdie? E come ti è venuto in mente?!”
“E’ il piccolo minatore di The Princess and the Goblin!”
“Che ne pensi, Jane?”
“Penso che non mi dispiace affatto!”
“E io credo che per Deborah dobbiamo fare questo ed altro! Dunque è deciso: si chiamerà Curdie!”

Altri ospiti in arrivo

Quando la mattina dopo Dorothy si svegliò, ancora prima di prendere piena coscienza, sentì dentro di sé un fremito di gioiosa aspettazione.
“Perché?” si chiese nel dormiveglia. “Ah, già! Oggi verranno Vittoria e Margaret con i fidanzati e i familiari! Non vedo l’ora di riabbracciarle! Sarà una giornata indimenticabile!”
Si alzò in fretta facendo attenzione a non svegliare John e, dopo essersi lavata e vestita e aver accudito al bambino, si mise alacremente al lavoro in cucina.
Poco più tardi il marito, la zia Elizabeth e i due ospiti si riunirono nella sala da pranzo e Dorothy, sorridente e loquace, servì loro un’abbondante colazione.
“Sono proprio felice di rivedere Vittoria e Margaret” disse la Signora Baker. “Tra l’altro ho bisogno di parlare un po’ con Vittoria”.
“E io non vedo l’ora” aggiunse Dorothy “di conoscere i loro genitori e i loro fidanzati, e anche Charles ed Emma!”
John rise.
“E poi” disse, “dovete parlare della vostra associazione segreta!”
“Associazione segreta?!” chiese stupito Horace.
“Non dar retta!” disse Dorothy sorridendo. “John scherza! Semplicemente con Vittoria, Margaret, Edith, Kitty e altre ragazze vogliamo impegnarci a vivere diversamente da come generalmente vivono le ragazze di oggi. Ma è una cosa che non si può spiegare in due parole!”
“Scopro sempre nuovi retroscena!” esclamò Horace. “Edith non mi ha parlato di questa cosa! Ma forse perché non ce ne è stato il tempo. Mi piacerebbe avere maggiori dettagli!”
“Hai ragione!” disse Dorothy. “Poi ti spiegherò meglio. Chissà che non possa darci una mano, quando sarai sacerdote!”
“Mi raccomando! Aspetto con ansia di saperne di più!”
“Qual è il programma della giornata?” intervenne la Signora Baker.
“Verso mezzogiorno” rispose Dorothy “dovrebbero arrivare la famiglia Temple e la famiglia Castelli con i gemelli Mac Lean. Staranno a pranzo qui con noi. Quindi questa mattina sarò molto impegnata in cucina. Poi nel pomeriggio vorrei organizzare con loro una gita alla torre di Saint Andrew”.
“Cos’è la torre di Saint Andrew?” chiese Horace.
“E’ uno dei posti più belli di questa parte del Galles” rispose John. “Accanto al fiume c’è un bosco con una radura nel centro, nella quale sorge un’antica costruzione, risalente al XII secolo, in parte in rovina. Ma tra gli edifici ancora intatti vi è una torre perfettamente conservata. Si può salire sulla cima e da lì si vede un panorama meraviglioso”.
“Mi fai venire la voglia di venire anch’io!” esclamò Horace.
“Certamente!” intervenne Dorothy. “Siete tutti invitati! Anche tu Elliot! Verrai, è vero?!”
Elliot, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, come se fosse mentalmente assente, si riscosse e guardò Dorothy con aria imbarazzata. Dopo un momento di esitazione, rispose:
“Eh…, sì!.. Sì, penso che… sì, certamente! Verrò volentieri!”
“Sono contenta! Vedrai che ti piacerà! E’ un posto bellissimo!”
“E come vogliamo organizzarci?” chiese John.
“Direi che Horace e Elliot possono venire con l’automobile di Elliot” rispose Dorothy. “Noi due possiamo portare la Signora Baker e Deborah. I Temple e i Castelli possono venire con le loro automobili”.
“Quante automobili hanno?” chiese la Signora Baker.
“Due: una è l’automobile della famiglia Temple” rispose Dorothy, “e i gemelli Mac Lean hanno portato un pulmino dalla Scozia”.
“Sarà proprio un’allegra comitiva!” esclamò la Signora Baker.
“E poi” aggiunse Dorothy “ci pensa che ci sono tre coppie di fidanzati?!”
Ma il sorriso le si irrigidì sul viso e subito si pentì della sua battuta, vedendo, dall’espressione del viso di Elliot, la reazione dolorosa che essa gli aveva provocato.
Accortosi della situazione imbarazzante, subito John intervenne, e, per cambiare discorso e sdrammatizzare, disse:
“Ti sei accordata con Jane per il lavoro nella latteria?”
“Naturalmente!” rispose Dorothy, contenta che il marito avesse introdotto un nuovo argomento. “Penseranno a tutto Jane e Ann, aiutate da Deborah e da altri bambini”.
“Non vi dico” disse John “con quale gioia i bambini si impegnano nel lavoro della fattoria! Vedere Doris e Barbara che tengono in braccio gli agnellini è uno spettacolo indescrivibile!”
Intanto scrutava il viso di Elliot, sperando di vederlo rasserenarsi. Ma invece il giovane si incupiva sempre di più. Pensò allora che fosse meglio alzarsi da tavola. Guardò l’orologio e disse:
“Si è fatto tardi! Devo correre ad organizzare il lavoro dei bambini per questa mattina! Hai bisogno di aiuto, cara?”
“No!” rispose Dorothy. “Penso che, con l’aiuto della Signora Baker, posso cavarmela”.
“Sì” intervenne la Signora Baker. “Va’ pure tranquillo! Penso io ad aiutare Dorothy”.
John si alzò da tavola, imitato dagli altri commensali, e un po’ alla volta tutti si avviarono alle loro occupazioni.
Horace invitò Elliot a uscire con lui per una passeggiata e il giovane lo seguì volentieri.
Per il resto della mattinata Dorothy e la Signora Baker furono impegnatissime a preparare il pranzo per gli ospiti attesi.
Il tempo trascorse in fretta e verso mezzogiorno l’automobile della famiglia Temple e il pulmino del gemelli Mac Lean entrarono nel recinto della fattoria.

Commensali allegri e tristi

Gli ospiti italiani, inglesi e scozzesi furono accolti con la più calorosa cordialità. Dorothy, John e la Signora Baker furono felicissimi di conoscere i genitori e i fidanzati di Vittoria e di Margaret, come anche Charles ed Emma, e, da parte loro, quelli che ancora non erano stati ad Oak Farm non cessavano di ammirare la bella fattoria con le sue eleganti costruzioni e i suoi estesi possedimenti campestri accuratamente coltivati.
Peter e Paul soltanto da una giornata si trovavano in compagnia della famiglie di Vittoria e di Margaret, ma erano stati subito accolti con simpatia e si erano già perfettamente amalgamati con i loro futuri congiunti.
Vittoria e Margaret non stavano in sé dalla gioia di ritrovarsi finalmente con i due gemelli, con i quali fino ad allora erano state fidanzate soltanto per corrispondenza. Il ricordo delle giornate indimenticabili trascorse con loro in Scozia non le aveva mai abbandonate e aveva fatto loro ardentemente desiderare questo incontro. La loro gioia era ancora cresciuta nell’occasione di far conoscere ai due gemelli e ai loro cari la fattoria di Oak Farm, che aveva segnato in modo così straordinario la loro giovane vita.
Dopo i saluti e le presentazioni, John aveva brevemente illustrato agli ospiti la storia e la struttura della fattoria, promettendo loro di condurli, in un altro momento, a visitare la cappella di San Giacomo.
Poi la Signora Baker aveva chiamato in tavola e tutti erano entrati nella casa padronale e avevano preso posto nella sala da pranzo.
Dorothy osservò compiaciuta la simpatica compagnia e in particolare le figure caratteristiche dei due gemelli, vestiti allo stesso modo e riconoscibili soltanto per la statura leggermente diversa, seduti accanto a Vittoria e a Margaret con un’espressione di timida allegrezza sul viso.
Il pranzo si svolse in un’atmosfera di calorosa amicizia e suscitò indimenticabili emozioni, in tutti, escluso un solo: Elliot.
Il giovane rimase per tutto il tempo appartato e silenzioso osservando con tristezza e invidia i gesti e gli sguardi affettuosi che si scambiavano Vittoria e Paul, Margaret e Peter, Charles ed Emma.
Invano Horace cercò di distrarlo dai suoi tristi pensieri provando ad intavolare una conversazione con lui. Elliot gli rispondeva a monosillabi e subito si rinchiudeva nel suo mutismo. Gli altri non mancarono di accorgersi del suo atteggiamento scontroso e ne soffrirono, pur senza darlo a vedere. John e Dorothy, in particolare, lo sorvegliavano attentamente e avrebbero voluto fare qualche cosa per riscuoterlo dal suo stato di depressione, ma dovettero rassegnarsi ad accettarlo così com’era.
“Povero ragazzo!” pensava Dorothy. “Speriamo che nel pomeriggio la gita a Saint Andrew serva a distrarlo e a sollevarlo un po’!”
Finito il pranzo, mentre gli altri, accordatisi di ritrovarsi insieme sul prato dopo una mezz’ora per la partenza, si disperdevano in varie direzioni, Vittoria e Paul andarono con la Signora Baker a dare uno sguardo al terreno retrostante la casa padronale.
“E’ bellissimo questo posto, Signora Baker!” disse Paul. “Complimenti per il restauro! So che è tutto merito suo!”
La Signora Baker sorrise compiaciuta guardando con simpatia il fidanzato di Vittoria.
“Grazie caro!” disse. “Ma vediamo un attimo il terreno. L’idea di Vittoria è bellissima e da parte mia non ci sono problemi. Si tratta ora di trovare i mezzi e di fare un bel progetto”.
“Si immagina che bella residenza si potrebbe realizzare?!” esclamò Vittoria piena di entusiasmo. “E anche molto ampia! Lo spazio c’è e le famiglie potrebbero essere ospitate per periodi abbastanza lunghi. Così potrebbero frequentare la scuola che vogliamo organizzare per loro!”
“Ho letto il vostro programma, scritto, mi sembra, da quella vostra amica… come si chiama?”
“Susanna! Ma non l’ha fatto da sola!”
“E poi la cosa importante è che sia stato approvato da Edith! L’idea è partita da lei!”
“Oh, sì! E’ stato proprio emozionante a Natale, quando ne ha parlato la prima volta durante la messa di mezzanotte. Non puoi immaginare, Paul, che impressione, quando, del tutto inaspettatamente, abbiamo saputo che anche lei sarebbe entrata nella Chiesa Cattolica!”
“Lo immagino!” disse Paul. “Mi dispiace molto non essere stato presente. Questa Edith deve essere una persona straordinaria! Non vedo l’ora di conoscerla!”
“E poi, quando ha spiegato che voleva fondare un gruppo di ragazze impegnate per la salvezza dei giovani! Susanna, che frequentava la chiesa da poco tempo, è stata la prima ad aderire all’idea. Per questo poi abbiamo lasciato a lei la maggiore responsabilità della redazione dello statuto del gruppo”.
“Vittoria” disse Paul alla Signora Baker “mi ha convinto a studiare architettura, perché vuole che io progetti la nuova costruzione e che poi insegni alle famiglie che frequenteranno la scuola a ripensare le loro abitazioni. Ma ci vorrà un po’ di tempo prima che sia in grado di farlo!”
La Signora Baker rise.
“Vittoria è un vulcano! Ma facciamo le cose con calma! Intanto noi pensiamo a raccogliere i fondi e a studiare bene la realizzabilità del progetto. Gli insegnamenti che vorreste impartire sono tanti! Capisco che sono tutti importanti, ma devo anche parlarne con John e Dorothy, e, penso, anche con gli altri. Non credo che avranno difficoltà ad accettare l’idea, ma bisogna pensarla bene ed entrare anche nei dettagli. Ma venite! Voglio mostrarvi tutto il fondo!”
Ciò detto si avviò lungo il vialetto che attraversava il prato sul retro della casa padronale seguita da Vittoria e da Paul.
I tre camminarono a lungo per il terreno, discutendo della nuova costruzione da realizzare, finché Deborah non corse loro incontro gridando che tutti erano pronti per la partenza e che li stavano aspettando con le macchine di fronte all’abitazione.

La torre di Saint Andrew

Le automobili e il pulmino percorsero le colline della campagna gallese, punteggiata di casolari dispersi tra boschi, coltivazioni e pascoli. La giornata era serena, irradiata e riscaldata da un sole splendente.
Dopo circa venti minuti di strada, i veicoli si inoltrarono per una stradina che attraversava un bosco e poco dopo raggiunsero una radura che costeggiava la sponda di un fiume. Al centro della radura si levavano i resti di un castello medievale, tra i quali campeggiava un’alta torre circondata da alcuni edifici restaurati.
Le automobili e il pulmino si arrestarono e tutti scesero ad ammirare l’incantevole scena campestre, dominata dalla suggestiva torre medievale.
“Ecco!” disse John. “Questa è la torre di Saint Andrew! Qui si svolse una famosa battaglia nel medioevo. Gli assediati si difesero come leoni e riuscirono a respingere le truppe inglesi”.
“Ma ora siamo tornati all’attacco!” disse Charles ridendo.
“Oh, non è necessario! E’ tutto aperto e si può accedere alla torre senza bisogno di fare l’assedio!”
“Che aspettiamo, allora?!” esclamò Vittoria.
“Venite! Entriamo!” disse John. Fece strada e tutti lo seguirono all’interno dell’edificio.
Passato un portico antistante la costruzione centrale, dopo aver attraversato una grade sala con ampie finestre gotiche, il gruppo si inoltrò lungo i gradini di una scalinata di pietra a chiocciola che conduceva in cima alla torre.
Giunsero così su una terrazza circolare, protetta tutto intorno da un muretto con una merlatura gotica che sembrava richiamare il clima dell’assedio medievale. Da quell’altezza lo sguardo spaziava sulla campagna circostante a perdita d’occhio e tutti si affacciarono al parapetto dando in esclamazioni di meraviglia.
“Che bello!” disse Deborah. “Voglio tornarci con Richard e poi, quando nascerà, con il mio fratellino!”
Voltandosi per cercare Dorothy il suo sguardo si posò su Elliot. La bambina fremette: Elliot la stava guardando con uno sguardo strano, ostile, quasi di odio.
“Elliot è un uomo cattivo!” si disse la bambina spaventata. E corse a cercare Dorothy quasi a mettersi sotto la sua protezione.
Elliot ritrasse lo sguardo dalla bambina e si sporse dal parapetto, guardando in direzione del sole pomeridiano che splendeva in lontananza.
Cosa gli ricordava quella vista? Non molto tempo prima aveva fatto con Greta una gita a Cambridge e da lì erano andati a visitare la cattedrale di Ely. Erano rimasti incantati dell’architettura dell’antica chiesa e si erano fermati a lungo ad ammirarla. Poi erano saliti sulla magnifica torre occidentale, insieme ad altri turisti, e lì era successo un fatto increscioso, che certamente aveva infine determinato Greta a lasciarlo.
Tra loro c’era stato sempre un certo disaccordo, perché Elliot, troppo geloso dell’amore esclusivo di Greta, non voleva accettare l’idea di avere bambini da lei. A Greta questa cosa dispiaceva molto, ma sembrava che ci si fosse rassegnata. Quel pomeriggio, mentre dalla cima della torre, librata nel cielo a sessantacinque metri di altezza, ammiravano il meraviglioso panorama del Fenland, irraggiato da un sole splendente e attraversato dal fiume Great Ouse, si erano avvicinati a loro alcuni bambini e bambine, che ridevano e giocavano pieni di gioia e di vivacità.
Greta aveva avuto un fremito e si era voltata verso Elliot con un’espressione quasi supplichevole.
“Elliot!” gli aveva detto. “Perché anche noi non possiamo avere dei bambini? Non sono meravigliosi?!”
Ma Elliot si era sentito quasi tradito nella sua gelosia e aveva reagito male, rivoltandosi con esclamazioni di insofferenza vero i bambini, i quali, sentendosi trattati con ostilità, si erano subito allontanati. Greta era rimasta di stucco, e da quel momento per tutta la serata non aveva più parlato.
Elliot si era reso conto che il suo comportamento non le era stato gradito, ma sperava che con il tempo sarebbe tornata tra loro la concordia e la pace. Invece non erano passati molti giorni che Greta se n’era andata, lasciandogli un laconico biglietto di addio.
Da allora il sentimento che i bambini erano stati l’ostacolo che si era interposto tra lui e Greta gli aveva causato una crescente intolleranza verso di loro, e trovarsi ora Deborah vicina proprio sulla cima della torre di Saint Andrew, che gli risvegliava l’angoscioso ricordo della scena svoltasi presso la cattedrale di Ely, lo aveva reso furioso.
Gli altri del gruppo, tutti presi dall’ammirazione per il panorama che si godeva dalla terrazza della torre, non avevano fatto caso alla scena, e Deborah non ne aveva parlato con nessuno. Cosicché la cosa era rimasta un segreto tra loro.
Elliot si era chiuso nel suo mutismo e aveva cercato di ignorare Deborah. Il suo sguardo si perdeva nell’immensità dello spazio, mentre la nostalgia di Greta gli straziava il cuore. Ma inavvertitamente un nuovo sentimento incominciava a farsi strada nel suo animo. Sentiva un disagio interiore a cui non sapeva dare un nome. A un certo punto si guardò intorno e per un attimo i suoi occhi si incontrarono con quelli di Deborah. La bambina lo guardava con un’espressione quasi spaventata. Improvvisamente Elliot capì quale sentimento si stava impadronendo del suo cuore: era un sentimento di vergogna!
Sì! Egli si vergognava! Si vergognava di se stesso! Come poteva aver condotto una creatura innocente come Deborah ad aver paura di lui? Era stato il suo egoismo, lo stesso che aveva portato Greta ad abbandonarlo! Ora lo capiva! In fondo non era altro che un bambino viziato! Greta alla fine lo aveva compreso! Come avrebbe potuto convivere, lei, donna matura e culturalmente preparata, con un bambino viziato? Soltanto per compassione? No! Non era possibile! Ormai più che compassione egli doveva suscitare ribrezzo! A Greta come a Deborah, come anche a se stesso!
Quando finalmente tutti discesero dalla torre e si dispersero per la radura ridendo e facendo commenti sulla bellezza del posto, Elliot prese posto nella sua automobile e rimase in silenzio in attesa di ripartire insieme a Horace. Non aveva voglia di parlare con nessuno, neanche con Horace, anche se verso di lui sentiva stima e amicizia.
Infine tutti risalirono sulle macchine e il gruppo si mosse per tornare ad Oak Farm. Horace, accorgendosi che Elliot era più cupo e taciturno del solito, più volte provò ad intavolare una conversazione con lui, ma Elliot rispondeva a monosillabi, e infine chiese gentilmente a Horace di non disturbarlo, perché aveva bisogno di rimanere in silenzio a riflettere.
Quella notte Elliot trascorse lunghe ore di insonnia, rimuginando pensieri di disperazione, e, quando finalmente riuscì a prendere sonno, i suoi sogni furono infestati da incubi e da funesti presentimenti.
Quando la mattina dopo si alzò, aveva preso la sua decisione.

Un animo disperato

“Come promesso” disse Dorothy agli ospiti, quando si ritrovarono tutti dopo la colazione, “questa mattina vi portiamo a vedere la cappella di San Giacomo, dove John ed io ci siamo sposati!”
“E’ un posto bellissimo!” esclamò Margaret, riecheggiata da Vittoria.
“Chi vuole venire?” chiese Dorothy.
Oltre i Temple, i Castelli e i gemelli Mac Lean, anche Horace chiese di essere del gruppo.
“E Deborah?” domandò Margaret.
“Deborah” rispose Dorothy “questa mattina aspetta le sue amichette. Vogliono fare una cavalcata con i loro pony!”
“Vuoi venire?” chiese Horace ad Elliot. Ma questi si scusò dicendo che aveva dormito male e che non si sentiva bene.
Dorothy e Horace si scambiarono un’occhiata preoccupata, ma non insistettero.
Poco dopo tutto il gruppo si avviò allegramente verso l’uscita della fattoria per la visita alla cappella.
Elliot li accompagnò fino al cancello d’ingresso. Attese qualche minuto; poi uscì sulla strada e camminò nervosamente su e giù. Poco dopo vide due bambine che venivano lungo la strada a cavallo di due pony bianchi pezzati di nero. Le bambine entrarono nel cancello e scomparvero all’interno della fattoria.
Elliot rimase pensieroso per qualche minuto. Poi si mosse e rientrò nel recinto. Poco lontano scorse Deborah con il suo pony bianco in compagnia delle sue amichette. Le lanciò una rapida occhiata turbata e si avviò verso la casa padronale.
Deborah lo guardò con ostilità e con sospetto.
Che cosa stava macchiando quell’uomo cattivo? Certamente nulla di buono! Era meglio sorvegliarlo!
Disse alle amiche che aveva una cosa urgente da fare e lo seguì cercando di non farsi vedere da lui.
Il portone della casa padronale era rimasto aperto e Deborah seguì Elliot all’interno. Lo vide entrare nel soggiorno e poi proseguire verso la parte abitativa. La bambina si nascose in un angolo del corridoio dal quale poteva osservarlo senza essere vista.
Elliot si avvicinò alla porta delle stanze di abitazione di John e Dorothy. Sostò per qualche istante. Poi estrasse una busta dalla tasca e la depose in terra di fronte alla porta. Dopo un altro momento di esitazione, si voltò e tornò sui suoi passi.
Non si accorse della presenza di Deborah, ben nascosta nel suo angolo, e, attraversato il soggiorno e l’atrio, uscì dall’edificio.
“Chissà che cosa cattiva ha scritto a Dorothy e a John!” pensò Deborah.
Si avvicinò alla porta dell’appartamento dei due coniugi e prese la busta di Elliot. La aprì, ne estrasse una lettera e lesse:

“Caro John e cara Dorothy,
sono disperato! Ora capisco tutto il male che ho fatto a Greta e come abbia pienamente meritato di essere abbandonato da lei. Negare a una donna la maternità è una cosa crudele e intollerabile, e questo io l’ho fatto a causa del mio egoismo e della mia gelosia. Merito soltanto disprezzo, e il primo a disprezzarmi sono io stesso. Io non odio i bambini, ma per il mio egoismo e per la mia gelosia non ho voluto averne da Greta. Per questo ella mi ha lasciato, ed è per questo che la vista dei bambini mi suscita un dolore vivissimo. I bambini se ne accorgono e mi odiano! Sì! Deborah è una bambina adorabile, ma io non sono stato capace di affezionarmi a lei per il dispiacere che provavo. Ora anche lei mi odia, e io lo merito!
“Essere odiato da Greta, da Deborah, da tutti, ed esser odiato giustamente, per colpa mia, è una cosa che non posso più sopportare! Sulla torre della cattedrale Ely è incominciata la mia tragedia, quando a Greta che mi supplicava di donarle dei figli ho risposto con intolleranza e con rabbia. Ora andrò su un’altra torre, la torre di Saint Andrew, e da lì mi getterò giù. Chiedo perdono a tutti voi, a voi due che mi avete voluto bene, a Horace che mi è stato vicino con tanta amicizia e carità, a Deborah, a cui non ho saputo mostrare altro che malumore! Spero che con la mia morte possa riparare al male che ho fatto per il mio egoismo, e spero che infine qualcuno abbia pietà di me, e che Greta, Deborah e tutti voi versiate qualche lacrima su questo povero disperato, che non è stato buono a nulla, ma che non ha mai odiato nessuno!
Addio!
Elliot”

Deborah lesse e rilesse la lettera. Sentiva un brivido lungo la schiena e un sudore freddo per tutto il corpo. Dunque Elliot non era cattivo, ma soltanto infelice! Diceva di essere stato egoista e di aver fatto soffrire Greta. Certo, in questo non era stato buono! Ma non le aveva insegnato Horace che i bambini che vivono felici, protetti dall’amore dei loro genitori, sono come gli apostoli raccolti nel cenacolo insieme a Maria, in attesa che scenda su di loro lo Spirito Santo, e che, al momento opportuno, come gli apostoli, devono uscire dal cenacolo della loro casa per soccorrere quelli che sono fuori e che non hanno un cenacolo, né genitori o amici che li accolgano e li amino? Ecco: ora lo Spirito Santo stava scendendo su di lei, ed ella doveva uscire dal cenacolo e accorrere in aiuto di chi era in pericolo, di chi non aveva nessuno che lo amava!
Deborah si riscosse, mise in tasca la lettera di Elliot e corse fuori della casa padronale.
Nel frattempo Elliot, montato in auto, era uscito dal cancello e si era diretto verso la torre di Saint Andrew. Ricordava bene la strada percorsa il giorno prima e non gli fu difficile raggiungere, in poco tempo, la radura in cui sorgeva l’antica costruzione.
Parcheggiò l’automobile, discese e lentamente si avviò verso il portale d’ingresso. Sostò per qualche minuto nella grande sala al pianterreno. Poi si avviò lungo la scala a chiocciola e salì fino alla cima della torre.
La giornata era serena, con poche nuvole sparse, e il sole estivo illuminava e riscaldava le fiorenti colline del Galles.
Elliot si avvicinò al parapetto e si sporse nello spazio tra due merli. Sotto di lui vi era uno strapiombo di una ventina di metri.
“La torre di Ely era molto più alta!” si disse. “Ma ora per me è come se stessi lì! E’ come se qui, accanto a me, vi fosse Greta, e mi implorasse di donarle dei figli! E che le risponderei? Oh, sì, Greta! Avremo tanti bei figli, e una bambina come Deborah! Perché non le ho risposto così quel giorno?! Perché sono stato così idiota e insensibile?! Ma ora è troppo tardi! Greta avrà figli da un altro! Ma forse, quando saprà della mia morte, verserà per me una lacrima di compassione!
“Dunque, che cosa aspetti? Gettati giù…”
In quel momento sentì un rumore proveniente dal bosco. Che cos’era? Sembrava lo scalpitio di cavalli al galoppo.
Pochi istanti dopo apparvero nella radura tre pony montati da tre bambine. Era Deborah con le sue amichette che arrivavano al galoppo sotto la torre.
Le tre bambine tirarono le briglie e i pony, con un’elegante impennata delle zampe anteriori, si arrestarono.
Deborah e le sue amichette smontarono dalle loro cavalcature, guardarono verso la cima della torre e incominciarono a gridare:
“Elliot! Elliot! Noi ti vogliamo bene! Noi ti vogliamo bene!..”
E continuarono a ripetere le stesse parole senza arrestarsi, mentre, nello stesso tempo, agitavano le loro manine verso Elliot in segno di saluto.
Elliot rimase impietrito. Sudava freddo e due lacrime gli spuntarono negli occhi.
“Posso gettarmi giù di fronte a queste innocenti?! No! Mai! Non posso! Non posso!”
Si sporse dal parapetto e gridò a sua volta:
“Deborah! Bambine! Anch’io vi voglio bene! Anch’io vi voglio bene!”
Le bambine continuavano a ripetere:
“Elliot! Noi ti vogliamo bene!”
Elliot si ritrasse dal parapetto, raggiunse la scala a chiocciola e discese quasi correndo. Attraversò la sala d’ingresso, uscì nella radura e corse verso le bambine. Deborah gli si gettò al collo ripetendo:
“Elliot! Io ti voglio bene!”
Elliot la strinse al cuore piangendo dirottamente.
“Sì, bambina mia! Sì! Anch’io ti voglio bene! Anch’io ti voglio bene!”

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