Elaborato sulla tradizione culturale europea. Capitolo 3

Vi è, nelle riflessioni di Eliot su questi aspetti della cultura europea, una nota pessimistica. Egli, infatti, in più punti mostra la sua preoccupazione per il deteriorarsi della cultira e della lingua a causa del distacco sia dalle tradizioni nazionali dei diversi popoli dell’Europa, sia dalle comuni fonti greche, latine e giudaico-cristiane. Più volte egli richiama l’attenzione sulla tendenza, che gli appariva sempre più marcata, delle giovani generazioni a trascurare la cultura e i suoi compiti, non solo a causa dei grandi rivolgimenti politici e ideali del secolo XX, ma anche per i rapidi cambiamenti generati dal progresso tecnico e dal suo impatto sulla vita di tutti i giorni.
A questo certamente si riferiscono le sue parole sopra riportate:
«Our way of life changes, under the pressure of material changes in our environment in all sorts of ways».
Ma proprio su questo punto dobbiamo ora richiamare l’attenzione su un fenomeno paradossale, che Eliot non aveva affatto previsto e che, se opportunamente valorizzato, potrebbe totalmente rovesciare le prospettive pessimistiche che emergono dalle sue pagine.
Anticipo in sintesi ciò che mi impegnerò poi a spiegare più dettagliatamente: paradossalmente, proprio i rivoluzionari progressi tecnici degli ultimi decenni, insieme alle nuove opportunità derivanti dalla stretta collaborazione tra le nazioni d’Europa e tre le diverse realtà associative in essa presenti, anziché alienarci dalla cultura e dalle sue fonti, ci offrono invece un’occasione unica e straordinaria per suscitare, nelle giovani generazioni, una stagione culturale all’altezza delle grandi tradizioni spirituali europee.
Incomincio con un’esperienza personale.
Nel 1976 andai per la prima volta a Torino e per qualche giorno fui ospitato nel Santuario della Consolata, patrona della città. Non ho affatto un bel ricordo di quei giorni. La città mi sembrò cupa, pesante, quasi gravasse sull’anima degli abitanti con la mole delle sue case dall’intonaco scrostato e in stato di grande trascuratezza. Lo stesso Santuario della Consolata mi sembrò buio e disadorno, per di più collocato in un quartiere estremamente degradato e fatiscente. Ricordo che non vedevo l’ora di scappar via e che per molto tempo ho pensato che Torino fosse la città più brutta d’Italia.
Ma, tornato a Torino nel 2009, trovai una città completamente trasformata. Non più intonaci scrostati e edifici squallidi e trascurati. Tutto era stato restaurato con grande maestria e rimesso a nuovo. Il quartiere attorno alla Consolata era stato totalmente rigenerato e il Santuario, che ebbi la fortuna di vedere nel giorno stesso della sua festa principale, il 20 giugno, era uno splendore di ricchezze artistiche e di ricordi storici riportati alla loro dignità primitiva.
In questo straordinario cambiamento avevano giocato due fattori: per prima cosa le nuove possibilità di restauro offerte dalle tecniche sempre più perfezionate, e poi una nuova sensibilità verso il patrimonio artistico e artigianale che a poco a poco si stava diffondendo, dopo un periodo di indifferenza e di inconoclastica infatuazione per i facili ammodernamenti di cattivo gusto ed estranei alla dimensione umana.
Che questa nuova sensibilità non sia ristretta ad episodi particolari, lo dimostra il fenomeno, largamente diffuso, di stranieri del Nord Europa e del Nord America che, abbandonate le allucinanti moderne metropoli di cemento e di vetro, vengono a rilevare le antiche case, troppo spesso abbandonate dagli italiani, in Toscana, in Umbria, in Abruzzo e in altre regioni, le restaurano e vi si stabiliscono alla ricerca di una vita più umana.
Nel 1976 la scrittrice inglese Harriet Graham pubblicò un gradevole romanzo per adolescenti dal titolo “The Street That Disappeared”. Vi si racconta di una strada della vecchia Londra che il municipio ha deciso di distruggere per costruire delle case popolari. Una bambina che, fin da piccola, amava giocare in quella strada, rimane profondamente addolorata di questa decisione e, in un primo tempo quasi da sola e in seguito appoggiata anche da qualche adulto, decide di fare opposizione. Ma l’unica cosa che riuscirà ad ottenere sarà una revisione del progetto delle case popolari che includerà anche uno spazio per i giochi dei ragazzi, che in un primo tempo non era stato previsto.
Non era ciò che la bambina voleva e, tra l’altro, lo sbancamento della vecchia strada e delle case adiacenti causerà indirettamente la morte di un’anziana signora russa che vi risiedeva da molto tempo. Il romanzo si conclude con una nota di amarezza, per la constatazione della quasi fatale incombenza di una modernità che sembra inarrestabile.
Ma si può pensare che, se il romanzo fosse stato scritto qualche decennio più tardi, la conclusione sarebbe stata diversa. Infatti, negli anni Settanta del Novecento ancora vigeva incontrastato il mito dello sviluppo tecnico incondizionato, che tanti danni aveva già apportato all’urbanistica delle città europee – danni tanto più rilevanti in Italia per la presenza in essa del più ricco patrimonio al mondo di edifici e opere artistiche testimonianti una civiltà ancora a misura d’uomo (1). Ma pochi anni più tardi il clima culturale incominciò a cambiare e si cominciò a diffondere sempre più l’apprezzamento per gli ambienti di vita creati dai nostri antenati e per il loro armonioso inserimento nell’ambiente naturale – per il quale, come è noto, oggi vi è un diffuso interesse. Da qui si è sviluppata una nuova coscienza del loro ruolo insostituibile, non soltanto per il loro valore artistico o turistico, ma anche per lo stesso benessere psico-fisico dell’uomo moderno.
Che a questa tendenza non sia affatto estranea la gioventù lo dimostrano molti segni evidenti, come, ad esempio, il recente film “Ostwind – Aufbruch nach Ora” (“Windstorm – Ritorno alle origini”, 2017) – film tedesco, ma che si svolge quasi tutto in Andalusia, quasi a sottolineare lo spirito di collaborazione nell’ambito dell’Unione Europea e il comune intresse europeo per i temi trattati.
L’argomento del film è analogo al romanzo di Harriet Graham: la minaccia di distruzione dell’ambiente storico umano e naturale da parte di un incontrollato sviluppo industriale. Ma la conclusione non ha più alcuna ambiuguità: l’interesse per la salvaguardia della dimensione umana, incarnata nei luoghi, nell’armonioso rapporto con la natura e nelle tradizioni culturali viene riconosciuto e affermato non solo da persone nostalgiche e romantiche, ma anche da giovani intraprendenti, e dalle stesse autorità statali.
In base a questa nuova sensibilità, si è sviluppata sempre maggiormente la tendenza a conservare e a restaurare in modo intelligente e rispettoso, anche con l’ausilio di tecniche sempre più perfezionate, l’immenso patrimonio storico d’Europa.
Quello che è avvenuto nel campo dell’architettura e dell’arte, in modo analogo è avvenuto nel campo letterario e musicale, e in quel terreno d’incontro tra poesia e musica costituito dal teatro lirico, soprattutto, ma non solo, italiano, tedesco e francese.
Infatti, sebbene dobbiamo registrare il fatto scandaloso che proprio in Italia – e ciò non da poco tempo, ma per una tradizione ormai secolare – nella cui lingua è stato scritto, da musicisti italiani e stranieri, forse l’ottanta per cento del patrimonio lirico mondiale, nelle scuole non si fa parola di questa ricchezza incalcolabile, di fatto lo sforzo congiunto di ricercatori ed esecutori appassionati, della collaborazione nell’ambito dell’unione Europea e delle nuove straordinarie tecniche di comunicazione ha messo a disposizione di un pubblico immenso, infinitamente più ampio di quanto sia mai stato in passato e senza distinzione di classe, di nazione o di razza, un’incacolabile quantità di creazioni letterarie e musicali, sia quanto a testi disponibili per lettori ed esecutori, sia quanto a riproduzioni audio e video delle migliori realizzazioni, anche eseguite da grandi artisti dei tempi passati.
E bisogna aggiungere che, già a partire dal secondo dopoguerra e poi in modo sempre più massiccio, sono state rispolverate e tratte dall’oblio una quantità di creazioni letterarie e musicali che per moltissimo tempo erano state dimenticate e perciò escluse dai comuni repertori. Anzi, diverse opere importanti che non non erano state mai eseguite, hanno finalmente visto la luce grazie a questo enorme sforzo congiunto di impegno artistico, collaborazione internazionale e moderna tecnologia. In seguito a questo si è parlato di un “Donizetti revival”, di un “Vivaldi revival” e di simili fenomeni di riscoperta del patrimonio artistico passato.

(1) Vedi il bel volume di ALESSANDRA MOTTOLA MOLFINO, L’etica dei musei, Allemandi, Torino, 2004. «A Berlino» scrive tra le altre cose la Mottola Molfino «si spendono montagne di soldi per ricostruire un quartiere falso-medievale che immancabilmente già somiglia a Disneyland, da noi le città medievali esistono ancora a centinaia. E se saremo durissimi, severissimi, incorruttibili nel conservarle (…) allora, fra pochi anni, le nostre città e cittadine antiche saranno le uniche vere e reali rimaste. Diamoci un compito più grande: essere il luogo della mediazione tra passato e futuro, un ruolo che le stesse grandiose nostre rovine ci impongono. Il nostro compito nell’Unione Europea potrebbe dunque essere quello di raccontare il passato alle nuove generazioni, di conservarlo, di resistere sull’orlo dell’irrealtà tecnologica con la forza della storia, di aiutare tutti gli europei a conservare (e tramandare) i concetti di tempo, di storia, di realtà fisica, di patrimonio culturale, di bellezza» (p. 115).

di Don Massimo Lapponi

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