Ero forestiero e mi avete accolto

(pubblicato su Il legno storto il 20 novembre 2010)

La crisi che ha attraversato il monachesimo negli ultimi decenni, e che già covava sotto la cenere da molto tempo, si potrebbe probabilmente ricondurre alla difficoltà, da molti avvertita, di conciliare la vita benedettina con quell’aspetto fondamentale dell’insegnamento di Cristo che trova espressione specialmente nel cap. 25 del Vangelo di Matteo (il giudizio finale) e nel cap. 10 del Vangelo di Luca (il buon Samaritano). Proprio su quest’ultimo si fondò, alla fine degli anni ’60, un benedettino ormai anziano – il quale in anni lontani, dopo la sua conversione, aveva dato una commossa testimonianza di fede negli ideali religiosi tradizionali – per esprimere con grande efficacia il suo tardivo dissenso dalla tradizione monastica, dissenso che ben riassume la crisi che orami apertamente travagliava le antiche istituzioni monacali: di fronte al malcapitato lasciato mezzo morto sulla strada dai briganti, prima che giunga a soccorrerlo il buon Samaritano, il sacerdote e il levita passano oltre, ma il monaco non esce neanche dalla sua casa! E come conciliare, dunque, la carità cristiana – “ciò che avete fatto a uno di questi piccoli lo avete fatto a me” – con la separazione claustrale monastica?
Il disagio causato dal suddetto confronto doveva portare molti monaci ad abbandonare il monastero, ovvero doveva azzerare il valore delle pratiche ascetiche tradizionali e sostituirle con la sola carità verso i bisognosi, o, meglio ancora, con l’azione politica volta a creare una società “più giusta.” Sennonché, mentre è stato facile eliminare le pratiche ascetiche e diffondere così la ricerca del benessere personale, non altrettanto facile è stato dedicarsi, nell’ambito della vita monastica, alla carità verso i bisognosi o all’azione politica. Infatti queste due ultime cose sono presto andate in disuso, mentre l’imborghesimento ha fatto mirabili progressi.
Non si può dubitare che l’interpretazione dei due suddetti passi del Vangelo diffusa in quegli anni fosse fortemente influenzata dal clima politico-sindacale e culturale del momento e dall’affrettato accostamento delle dottrine evangeliche con la prevalente mentalità social-marxista.
E’ lecito, tuttavia, pensare che forse per comprendere nel suo vero senso il Vangelo non basta una lettura superficiale, soprattutto se condizionata da un clima culturale ad esso estraneo o contrario, ma richiede riflessione, esperienza e santità di vita. Si legge che i Padri del deserto, prima di rispondere a chi chiedeva loro spiegazioni sulla Sacra Scrittura, passavano lunghi giorni nella preghiera e nel digiuno. Non so se questa è la pratica dei moderni esegeti!
Ad ogni modo, una cosa è certa: S. Benedetto conosceva come noi, se non meglio, i brani evangelici sopra citati. Come pensare che non ne abbia tenuto conto nella sua Regola? Non potremmo essere noi a non averli ben capiti?
Vediamo dunque in quali contesti S. Benedetto si richiama al brano di Matteo sul giudizio finale.
Nel capitolo trentunesimo così egli scrive del cellerario, cioè dell’economo della comunità:
“Degli infermi, dei fanciulli, degli ospiti e dei poveri si prenda cura con somma diligenza, sapendo con ogni certezza che per tutti questi dovrà rendere conto nel giorno del giudizio:”
Da questo testo risulta che, se per S. Benedetto la carità va esercitata in primo luogo verso i membri della comunità monastica infermi o bisognosi di assistenza per la loro età, essa si estende ugualmente ai poveri e a quanti chiedono ospitalità.
Sul primo punto si possono richiamare anche i capitoli trentaseiesimo (“Dei fratelli infermi”) e trentasettesimo (“Dei vecchi e dei fanciulli”), nei quali si dice che “degli infermi si deve aver cura prima di tutto e a preferenza di ogni altra cosa, sicché davvero si serva a loro come a Cristo in persona: infatti egli disse: ‘Fui infermo e mi vistaste’; ed anche: ‘Quel che avete fatto ad uno di questi piccoli, l’avete fatto a me’ ”; e quanto ai vecchi e ai fanciulli, egli scrive: “si tenga sempre conto della loro debolezza, e non si applichi affatto per essi la severità della Regola riguardo agli alimenti; siano piuttosto oggetto di un’amorevole indulgenza e anticipino sulle ore regolari della refezione.”
Questo primo aspetto potrebbe servire di richiamo a quanti, impegnati nel lavoro sociale o politico fuori casa, sono poi trascurati o intolleranti verso i membri della propria famiglia o della propria comunità. Non c’è dubbio che la giovane assistente sociale che non sopporta gli anziani di casa o il religioso servo dei poveri che fa gravare tutta la gestione della sua esistenza sui confratelli senza l’ombra di collaborazione, o almeno di riconoscenza, fanno sorgere forti perplessità sulla qualità della loro opera caritativa. Che Gesù Cristo, quando insegnava ad assistere gli affamati, gli assetati, gli infermi, gli ignudi e i senza tetto, escludesse da ciò i propri familiari, è un’esegesi un po’ strana, contraddetta formalmente dalla prima lettera a Timoteo, che recita: “Se poi qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele.” Ma quanti giovani, laici o religiosi, “contestatori del sistema”, sfruttano la propria famiglia o la propria comunità, ricambiando poi i servizi ricevuti con insulti e disprezzo? Bel modo di applicare i testi evangelici!
Non prova ciò che la tanto disprezzata ascesi tradizionale è assolutamente indispensabile per un “lavoro sociale” fondato realmente sulla rinuncia al proprio egoismo e sulla carità praticata – e non solo predicata – e che la relativa pratica va esercitata per prima cosa verso quanti vivono con noi e ci servono dalla mattina alla sera?
Ma, come abbiamo visto, S. Benedetto si preoccupa anche della carità all’esterno del monastero, e in particolare dei poveri e degli ospiti. Quanto ai primi, era già tradizione degli antichi Padri del deserto, sia eremiti sia cenobiti, di assistere i poveri con il ricavato del loro lavoro, e in ciò i monasteri fedeli alla Regola benedettina hanno sempre, attraverso i secoli, seguito il loro esempio. Questa azione caritativa dei monaci ha assunto, nel tempo, le più svariate forme, mantenendo però sempre la caratteristica di essere opera delle comunità assai più che dei singoli.
Particolarmente importante, nella Regola, è l’accoglienza degli ospiti, che avuto un forte rilievo in passato, anche se stranamente si è manifestata a volte, anche in tempi recenti, una sorta di insensibilità al riguardo in certi ambienti benedettini, maschili e femminili. Eppure la Regola è eloquentissima su questo punto e bisogna avere veramente forti pregiudizi per non vederlo. Leggendo con attenzione il capitolo cinquantatreesimo (“Come debbano essere accolti gli ospiti”) viene anzi da pensare che, nella scia di quanto è stato fatto in passato, oggi i monasteri potrebbero e dovrebbero immensamente ampliare le prospettive dell’accoglienza suggerite dalla Regola e dalla tradizione benedettina.
Ma leggiamo il testo di S. Benedetto:
“Tutti gli ospiti che sopraggiungono, siano ricevuti come Cristo, perché egli dirà: ‘Ero forestiero e mi avete accolto;’ e a tutti si renda il conveniente onore, specialmente poi a quanti ci sono familiari secondo la fede, ed ai pellegrini.
“Appena dunque è stato annunziato un ospite, il superiore o i fratelli gli vadano incontro con ogni dimostrazione di carità…
“Ricevuti dunque gli ospiti, siano condotti all’orazione, e dopo si sieda con loro il superiore o un fratello da lui incaricato. Si legga dinanzi all’ospite la legge divina per edificarlo, e poi gli si offra ogni segno di premurosa benevolenza.
“Il superiore per riguardo all’ospite rompa pure il digiuno, purché non si tratti d’uno speciale giorno di digiuno che non possa essere violato; i fratelli invece seguano i consueti digiuni. L’acqua alle mani la versi agli ospiti l’abate; i piedi a tutti gli ospiti li lavino sia l’abate sia tutta la comunità…
“I poveri e i pellegrini siano accolti con particolari cure ed attenzioni, perché specialmente in loro si riceve Cristo, mentre ai ricchi si porta rispetto per la stessa soggezione che incutono.
“La cucina dell’abate e degli ospiti sia a parte, di modo che in qualunque ora vengano all’improvviso gli ospiti, che nel monastero non mancano mai, i fratelli non ne siano disturbati…
“Similmente la foresteria sia affidata ad un fratello che abbia l’anima posseduta dal timor di Dio; in essa vi sia un numero sufficiente di letti arredati, e la casa di Dio sia amministrata da saggi e saggiamente.
“Nessuno poi, se non ne ha ricevuto l’incombenza, si accompagni o parli con gli ospiti; ma se li incontra o li vede, li saluti umilmente, come abbiamo detto, e chiesta la benedizione passi oltre, dicendo che non gli è permesso di parlare con l’ospite.”
La prima osservazione da fare è che la Regola non trascura certamente le parole di Cristo: “Ero forestiero e mi avete accolto.” Si può poi aggiungere che per accogliere i forestieri bisogna avere una casa dove accoglierli e che non si può offrire loro una degna accoglienza se questa casa non è una “casa di Dio amministrata da saggi e saggiamente.” Dunque tutto l’impegno di S. Benedetto a regolare il comportamento dei monaci all’interno del monastero non è affatto estraneo alla carità verso gli esterni.
Il fatto che il singolo monaco senza il permesso non debba parlare agli ospiti non significa una estraneità verso questi ultimi da parte della comunità, ma soltanto che – come si è detto – la carità deve essere operata in primo luogo non tanto dal singolo quanto dal monastero. Del resto vi è il monaco incaricato dall’abate di occuparsi dell’ospite, che deve offrigli, come l’abate stesso, “ogni segno di premurosa benevolenza”, e tutta la comunità lo accoglie e gli lava i piedi.
Ma due punti meritano attenzione, perché possono suggerire, anche ai nostri giorni, grandi sviluppi.
Prima di tutto notiamo l’attenzione ai poveri, e poi la cura di portare gli ospiti alla preghiera e all’ascolto della Parola di Dio.
Per quanto riguarda il primo punto, ricordiamo la tradizionale critica fatta dai vecchi socialisti alla Chiesa, che la carità cristiana avrebbe portato soltanto un rimedio transitorio all’indigenza senza combatterne le cause, e che perciò non avrebbe fatto altro che favorire il persistere indefinito dei mali. Dal punto di vista storico la critica è fondata soltanto per forme di elemosina mal gestite, che certamente sono esistite, ma che non costituiscono la prassi caritativa raccomandata e praticata dai Padri e dagli eroi della carità. Questi infatti – a parte i casi, per nulla considerati dalla critica socialista tradizionale, in cui l’unica cosa possibile e necessaria è l’alleviamento o la consolazione immediata di mali irreparabili – hanno sempre mirato ad aiutare i poveri a risollevarsi dalle loro situazioni di indigenza risvegliando le loro energie intorpidite e offrendo loro occasioni di reinserimento nella vita sociale. Ora questo significa propriamente combattere le cause della povertà, che non sono, almeno in prima istanza, di natura socio-politica, ma di natura spirituale. Infatti i più favoriti dalla fortuna non metteranno mai i propri beni esteriori e interiori a servizio del bene comune se non hanno le virtù morali della temperanza, della giustizia e della benevolenza e la virtù cristiana della carità, e i meno favoriti dalla fortuna non potranno mai risollevarsi dalle loro condizioni di povertà se non hanno anch’essi le virtù della temperanza, della laboriosità, della mutua assistenza.
Ma non sono proprio queste le virtù che si coltivano nel monastero, dove la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, il rinnegamento dell’egoismo attraverso l’obbedienza, la povertà volontaria, la mortificazione dei sensi, la dedizione amorosa all’umile fatica per il bene dei fratelli ad imitazione di Cristo e la gioiosa speranza delle ricompense eterne dispongono meravigliosamente i monaci alla più vera fraternità e socialità? E la famiglia monastica – in cui, raccomanda S. Benedetto, “le cose che devono darsi e chiedersi, si diano e si chiedano al tempo conveniente, perché nella casa di Dio nessuno si turbi e si rattristi” – non costituisce un modello per le famiglie naturali e per le altre aggregazioni sociali? “Exempla trahunt!” Ciò vale, naturalmente, soprattutto per quelli che la frequentano, cioè gli ospiti, i quali non cercano soltanto l’immediato sollievo delle afflizioni di corpo o di spirito, ma qualcosa di più: l’apprendimento delle virtù necessarie alla vita, per risollevarsi dalla miseria materiale e morale a cui hanno ceduto; ancor più, per prevenire l’abisso della rovina che incombe minaccioso sulla propria casa e sulla propria esistenza. La prevenzione è opera di carità meno meritoria della terapia? O non lo è forse di più? Quante volte la terapia è inefficace per l’indisponibilità degli assistiti, vittime di vizi ormai incurabili! Se i mali si fossero prevenuti, non si sarebbe esercitata una più efficace beneficenza?
Se dunque i monaci aprissero più calorosamente le proprie porte, non per uscire dai chiostri, ma per accogliere quelli che bussano ai loro monasteri, non farebbero altro che progredire immensamente nell’osservanza della Regola, senza affatto tradire lo spirito di S. Benedetto. Egli infatti raccomanda verso i poveri che bussano al monastero la carità che più conta: quella di condividere con loro l’orazione e il pane della Parola di Dio. Non si avanzi qui la vana accusa di spiritualismo: ciò che si domanda ai monaci è di trasmettere agli ospiti la presenza di quel Dio che dimora tra loro come nell’Arca santa, presenza che ricolma delle vere ricchezze: le virtù umane e soprannaturali e la gioia del dono di sé. Ricchezze spirituali, sì, ma che sono le vere profonde sorgenti di ogni ricchezza, anche economica.
In questi tragici tempi, in cui la diffusione epidemica della degenerazione fisica, psichica e morale minaccia dovunque rovina e dissoluzione in tutti gli ambiti, non escluso quello economico, non dovrebbero i monasteri più che in passato accogliere amorosamente gli ospiti desiderosi di imparare le arti della “vita buona” da loro gelosamente conservate nella luce della preghiera liturgica e della fraterna abnegazione? Solo da quelle arti si diffonderanno poi nel mondo i benefattori dei loro fratelli, i samaritani e gli apostoli della carità.
Che i monasteri nei secoli siano stati il rifugio dell’orazione, dell’innocenza, della musica decorosa, delle arti belle, della cultura, del lavoro e dello studio assiduo nessuno lo nega. Ma è giunto forse uno di quei momenti della storia in cui le famiglie e i singoli dovranno di nuovo e più di prima bussare alle porte della casa di S. Benedetto per riappropriarsi di queste ricchezze, immensamente feconde di bene, che colpe ed errori di là da ogni misura, a cui nessuno è esente, hanno loro sottratto. E sarebbe grave colpa se i figli e le figlie di S. Benedetto, insensibili al clima spirituale dei tempi, con il pretesto di salvaguardare una clausura che nessuno chiede loro di violare, non aprissero o troppo poco aprissero la porta al forestiero che bussa.
“Le cornacchie gracchiano e svolazzano migrando verso la città” scriveva Nietzsche con spirito profetico più di cent’anni fa, “presto nevicherà, guai a chi non avrà una patria”, a chi sarà, pure nella sua casa e nella sua città, come un pellegrino bisognoso di asilo. Ma chi gli offrirà l’asilo?

di D. Massimo Lapponi

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