Gay ipocriti, legislatori retrogradi

(inedito)

Per quel poco che ne so, i ricorrenti “Gay pride” non sono sfilate di morigerate coppiette omosessuali, ma piuttosto ostentazioni orgiastiche di oscenità e trasgressioni. Questo del resto è perfettamente in linea con l’evoluzione del costume, nel quale si va facendo sempre più evidente il venir meno, se non teorico almeno pratico, dell’istituto matrimoniale. A prova di ciò basta richiamare il fatto che le parole “marito” e “moglie” stanno scomparendo dal vocabolario, sostituite dalle ormai massicciamente prevalenti parole alternative “compagno” e “compagna”.
La spiegazione di questo cambiamento linguistico è semplice: il concetto di “marito” e “moglie” implica la volontà espressa e formalizzata di una convivenza stabile, mentre si può essere compagno e compagna senza alcun impegno. Due accompagnati possono stare insieme qualche anno, qualche mese, qualche giorno, o anche una sola notte. E proprio questa libertà da ogni vincolo è la tendenza che sempre più ampiamente si afferma.
Perché, del resto, voler ancora difendere l’istituto matrimoniale quando si sa che, almeno nelle grandi metropoli, più del novanta per cento delle coppie sposate sono separate? E se non lo sono, è ormai pacifico per tutti che la fedeltà è un mito di altri tempi.
Su questo vi è un continuo martellamento in rete, dove ogni giorno ci viene ripetuto che “tradire non è più peccato” e, con perfetta consequenzialità, ci si offrono siti specializzati in adulteri.
Se poi la polizia è impegnata a scovare i siti pedofili, non ha nulla da ridire invece su altri generi di pratiche, che evidentemente non infrangono la legge. Così capita di leggere inviti propagandistici di questo genere:
«I dati statistici parlano chiaro. Sempre più persone cercano una fuga dalla routine quotidiana. Perché vergognarsi? Riproporsi, rimettersi in gioco, anche solo per una volta, non sono situazioni da guardarsi con diffidenza. La vita è una sola e merita di essere vissuta al meglio! I pregiudizi lasciamoli ai bigotti. Ognuno è libero di esprimere il suo desiderio sessuale come meglio ritiene opportuno».
E che tutto ciò sia perfettamente legale lo dimostra il fatto che la legislazione attuale dà libero spazio ai sexy shops, dove certamente non si fa propaganda di fedeltà coniugale, ma piuttosto si promuovono i più diversi generi di rapporti sessuali: etero, gay, sesso di gruppo, scambi di coppia, sado-maso etc.
Che in questo clima i gay tengano tanto al riconoscimento del matrimonio omosessuale suona piuttosto strano, e i legislatori che si affannano ad accontentarli con uno zelo degno di miglior causa sembrano decisamente anacronistici.
Si dirà che ciò che è in gioco è la possibilità di adozioni. Ma, fino a prova contraria, l’adozione si fa per il bene dell’adottato, non per il bene dell’adottante, e quindi non ha senso parlare di “diritto di adottare”. Se mai si dovrà parlare di “diritto del bambino ad essere adottato”, diritto che necessariamente comporta precise e puntuali garanzie. Infatti i tribunali hanno il compito di accertare l’idoneità della famiglia adottante a provvedere convenientemente all’adottato, e non l’idoneità dell’adottato a soddisfare gli sfizi della famiglia adottante. Ora nel caso di famiglie etero le condizioni per soddisfare le esigenze dell’adottato sono sufficientemente chiare, e tra esse vi è naturalmente la garanzia della stabilità. Ma quali saranno le condizioni da richiedere ad una coppia gay? Si potrà mai definirlo con chiarezza?
Del resto mi sembra che, anche nel caso di famiglie etero, le attuali tendenze della società non vadano proprio nel senso della stabilità. Figuriamoci dunque se – a parte ogni altra considerazione – possono andare in questa direzione le coppie gay, che per una necessaria logica interna, non possono non appoggiare la libertà sessuale – infatti nel loro caso non si può proprio parlare di sessualità orientata per sua natura alla generazione e coordinata ai conseguenti doveri, ovvero di sublimazione della sessualità in esseri umani che si completano per la loro differente e complementare finalità spirituale. E le proteste di fedeltà di singoli casi non dovrebbero influenzare il legislatore, che ha l’obbligo di considerare la generalità e la coerenza interna dei principi a cui il movimento gay si ispira, e non i casi particolari.
Evidentemente però garantire una famiglia stabile ai nascituri non rientra nelle preoccupazioni di governi e di sudditi! Siamo ormai abituati a bambini che non hanno riferimenti parentali precisi, e il prossimo futuro, secondo previsioni molto realistiche, promette un rapidissimo ulteriore deterioramento della residua stabilità delle coppie – e in questa tendenza “a fortiori” rientreranno le coppie omosessuali. Dunque dei legislatori realistici e “up-to-date”, anziché garantire un anacronistico istituto matrimoniale ai gay, dovrebbero considerare l’opportunità di nuove strategie per la cura dell’infanzia, proponendo ad esempio che i fortunati che riescono a superare i vari sbarramenti pre e post concezione, lasciando liberi i genitori di continuare indisturbati i propri scambi di coppia, etero o gay che siano, vengano allevati da istituti statali – naturalmente secondo programmi di educazione adeguati al “progresso” dei tempi e della cultura.
A chi poi vedesse in questo lo spettro di scenari orwelliani, si potrebbe ricordare che Orwell è ormai scomparso da più di sessant’anni e che quindi non vale la pena di ricordarlo – tanto più che nel suo romanzo “1984” il protagonista, invitato a fare un brindisi, osa brindare nientemeno che “al passato”! Roba da chiodi!

di D. Massimo Lapponi

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