Gioia e sentimento della natura

di Paul Wilhelm von Keppler (1852-1926), vescovo di Rottenburg
dal libro “Più gioia” (“Mehr Freude”), pubblicato nel 1909

Tutto anche dovrebbe contribuire a ridestar nuovamente nell’anima del popolo l’assopito sentimento della natura. Come vivo fervido era un tempo e insieme gentile! Come viveva potente nel canto popolare e con che effusione di giubilo ne prorompeva, rifondendo nuova vita e allegrezza in tutta la vita del popolo!
La civiltà moderna l’ha, se non ucciso, certo profondamente assopito. Il vivo ricambio con la natura, dice Anton Walter «è per l’uomo una necessità ben evidente». Dove la separazione ha luogo, la vita diventa innaturale e la sanità del corpo e dell’anima è minacciata da gravi pericoli. Questo estraniamento dalla natura è la conseguenza di una civiltà altamente raffinata, di una innaturale maniera di vita e di lavoro, e viceversa la separazione dalla natura non fa che promuovere questo sfavorevole sviluppo. Piaceri e attrattive artificiali subentrano ai piaceri e alle gioie naturali sane e innocenti. Nutrimento e ricreamento, tutto assume un carattere falso e perciò dannoso alla sanità.
L’uomo subisce alterazioni nel corpo e nello spirito che non sono certo a suo vantaggio. L’istinto sano che sa facilmente trovare il necessario alla salute e alla vita, quella forza originaria e potente che va sicura allo scopo, va ogni giorno più perdendosi. La personalità, l’armoniosa interezza dell’io cede sempre più il luogo ad una stirpe che ha perduto la salda base della propria coscienza ed è divenuta incerta e nervosa. Gli uomini sono ormai fuori dalle condizioni naturali della vita, luce, aria, sano moto, nutrimento regolato, libero sguardo nello splendore e nella ricchezza della creazione, e si fa strada invece la degenerazione del corpo e dello spirito, anche se insieme soglia andarle congiunto un parziale progresso intellettuale.
«Conseguenza fisica di abiezione spirituale» dice il Ruskin «la totale trascuratezza per la bellezza del cielo, la purezza delle correnti, la vita degli animali e delle piante». L’espressione è forse esagerata. Questa trascuratezza, che davvero s’è dilatata spaventosamente, non deriva da corruzione interiore ma da malsane condizioni esteriori, da un falso sistema di educazione.
Ma una cosa è vera: che la perdita del sentimento della natura diminuisce il valore psichico e spirituale dell’uomo, imbarbarisce e intristisce l’anima popolare, mentre il sano senso della natura ingentilisce e abbellisce la vita.
Ed è veramente doloroso, che una stupida cieca insensibilità renda al tutto estranei l’uomo e la natura, e che il popolo perda tutta la consolazione e il ricreamento che cela il materno suo grembo non solo in regioni di straordinaria bellezza, non solo in privilegiate stagioni, ma veramente in ogni tempo e in ogni luogo.
E perciò quel che importa soprattutto non è di far conoscere ai fanciulli e al popolo con parole o scritti o figure o con viaggi meravigliosi fenomeni e straordinarie bellezze della natura. Le sublimi scene naturali, le gigantesche catene di monti, le cateratte, i potenti fiumi, i vasti mari, danno certo un effetto di grandiosità, di commozione, di entusiasmo, se non sono godute in età immatura e troppo di frequente: altrimenti anche esse possono stancare ed intorpidire. Gli abituali paesaggi con il loro più o meno interessante alternarsi di colline e di valli, di boschi e di campi, di messi, di piani erbosi e di rivi mormoranti, più intimamente s’amicano all’uomo e possono acquistare per lui un valore più duraturo.
Anche qui il senso delle piccole cose e la facoltà di goderne è molto importante. Chi l’ha, trova dappertutto nella natura fiori di gioia «coi lattei steli e le campanule ricche di miele». Nelle piccole cose dobbiamo educare l’intelligenza del fanciullo al rispetto, al riguardo, alla pietà per la natura: nel fiore, nell’albero, nella fonte, nell’uccellino.
Poi gradatamente apriremo il piccolo occhio per le cose più grandi, per quelle che più immediatamente lo circondano, per il campo ricco di messe, il fiume, il bosco, la veneranda accolta degli alberi giganti, il prato fiorito, le linee dei monti: poi l’armoniosa fusione di tutti questi vari elementi nell’immagine del paesaggio: poi come questo quadro indicibilmente si colora e si avviva degli elementi che ogni giorno ed ogni ora si muovono sopra di noi; dove sul meraviglioso fondo azzurro, sole, luna e stelle e nuvole e venti offrono la festa inesauribile del loro movimento: poi le speciali bellezze che son proprie a ciascuno dei quattro temperamenti o età della sua vita, le quattro stagioni. Sol quando s’è così dischiuso il sentimento della natura, non con ammaestramenti intrusivi o pedanteschi, non con effusioni patetiche, ma con un accorto insegnamento intuitivo, con opportuni accenni che vengan dal cuore e dallo spirito, col bastone del pellegrino, che per la gioventù è una bacchetta magica, solo allora si dovrebbero condurre i giovani a più lontani viaggi, in regioni estranee, sulle alte montagne od al mare.
Specialmente elevato e inesauribilmente fruttuoso di gioie è il sentimento della natura, quando le sue radici penetrano sin nel fondo religioso dell’anima umana. Allora anche la creazione, come dice Albano Stolz, diventa come una grande sacra Scrittura, tutta piena d’immagini, di parabole, di similitudini, di frammenti di dottrina. L’Antico Testamento è tutto intessuto di religiosa contemplazione della natura: nel Testamento Nuovo il Salvatore stesso ve l’ha introdotta. Coltivarla ed usarla come sussidiaria all’insegnamento, spetta soprattutto al predicatore e al catechista.
Egli può bene imparare dal Salvatore la maniera più delicata di trarre quadri dalla vita della natura e del popolo per dare immagine del più alto e del più sublime e considerare che così gli è offerto anche un eccellente efficace mezzo per far penetrare nella coscienza del popolo i grandi vantaggi d’una vita nella natura e conforme a lei, strappandolo così alla morbosa tendenza verso la città, specialmente verso le grandi città, con le loro condizioni di vita così aliene, così contrarie alla natura.
Una sana religiosità volentieri stringerà alleanza con l’amore della natura, e un elevato sentimento di essa potrà dare al sentimento religioso molta vita e molto slancio. Per guarire una pietà malsana e triste dovrebbe prescriversi il contatto con la natura. Il Lombez vigorosamente assale i cristiani malinconici: «Come, mentre tutta la natura nell’aspettazione del suo Creatore prorompe in lieta esultanza; mentre i boschi ed i piani, le rupi ed i colli tripudiano di gioia; mentre i fiumi e i torrenti, che in rapida corsa con giocondo applauso fluiscono al luogo loro assegnato, esultano alla sua magnificenza (Salmo XCVII, 8) come voi, anime tristi, insensibili alla gioia di tutta la creazione, rimanete chiuse in un cupo e ingrato silenzio?». Un tale spirito è per lui un falso interprete della natura, poiché falsa, invece che esprimere, le vere sensazioni di lei. Il godimento religioso della natura ci difende da quegli eccessi moderni del sentimento di essa, che pullulano su dalla incredulità e dalla irreligiosità, ci difende dalla adorazione panteistica della natura, dai morbosi deliri d’entusiasmo per lei, dagl’ingenui tentativi di sostituire un culto della natura al culto religioso divino, sperando di trovarvi la medicina universale per tutti i mali. In quattro dense proposizioni (Romani, VIII, 19-22) l’apostolo Paolo ha tracciato con mano maestra le linee fondamentali di una filosofia naturale ed ha insieme posto nei giusti limiti il sentimento della natura. La natura nulla è di divino, nulla d’eterno, né di perfetto; l’anima umana non può mai trovare in lei il suo appagamento. Neppur essa è a sé sufficiente. Il suo stato presente ha qualche cosa d’anormale: essa è soggetta alla vanità, soffre anch’essa in conseguenza del peccato. Lo mostrano le contraddizioni e disarmonie, la malinconia, che è spesso la sua nota fondamentale, gli scoppi di dolore, i gridi di lamento e le querele che risuonano di terra in terra. «Tutta la creazione soffre nel dolore del parto sino ad ora».
Può la natura in tale stato esser per l’uomo qualche cosa e porgergli aiuto? Certamente: anche soltanto come compagna nel suo dolore essa deve essergli simpatica e può recargli conforto. Ma assai più, perché ella è anche compagna della sua speranza, del suo anelito e desiderio di trasfigurazione. Ella è piena di speranza, perciò, nonostante i dolori, ricca di gioia: i suoi lamenti sono ad un tempo gridi di desiderio, i suoi gemiti, gemiti di nascimento. Dalle sue alte montagne come da elevati baluardi, la natura tende lo sguardo spiando verso un migliore avvenire. Il muggire delle tempeste e l’ululato dei venti ha suono come di lamento, ma vi trema anche quasi una voce anelante di desiderio. Mari e acque correnti cantano quasi un lamento sul perduto paradiso, ma anche un Rorate coeli desuper, pieno di ardente implorazione, di potente speranza. Nell’accesa fiamma della sera tutta la natura sogna beata e fidente la futura trasfigurazione. Tutto quanto è rimasto ancora in lei nonostante il turbamento della colpa, di armonia, di amabilità, di grandezza e magnificenza, e non è poco davvero; tutto parla al cuore dell’uomo un duplice linguaggio, e nell’uno e nell’altro parla di gioia: ricordo della piena pace del paradiso perduta, eco di cessata armonia, riflesso di spento splendore, e ad un tempo profezia squillante di speranza che annunzia l’avvenire, il nuovo cielo e la terra nuova, la liberazione intera in cui sarà anche la risoluzione di tutti i suoi misteri, di tutte le sue contraddizioni, e disarmonie.
E’ questa la trama mistica del sentimento cristiano della natura; tale a noi appare nei santi e ne deriva quella loro meravigliosa confidenza con lei. Qui si fondono e interpretano insieme i più profondi arcani dell’anima umana e i misteri più profondi della natura.
«L’aspettazione della natura attende la rivelazione dei figli di Dio (…) Noi sappiamo che tutta la natura geme insieme con noi ed è nelle doglie del parto fino ad ora. Ma non essa soltanto, anche noi che abbiamo le primizie dello spirito, anche noi gemiamo aspettando l’adozione dei figli di Dio, la liberazione del corpo nostro in Cristo Gesù, nostro Signore».