Giuseppe Montesano, “Come diventare vivi. Un vademecum per lettori selvaggi” (Bompiani, 2017)

Mi sono imbattuta quasi per caso in
un libriccino dal titolo apparentemente
pretenzioso (“Come diventare
vivi. Vademecum per lettori selvaggi”)
che in una sorta d’introduzione-prologo recita:
“Quando non ci sentiamo vivi ci visita
l’orrendo incubo di essere asserviti a potenti
immaginari che sono analfabeti emotivi e
mentali, spettri presuntuosi che sanno leggere
solo i propri tweet” – e ho continuato
a leggerlo solo per capire se l’autore fosse
davvero convinto dell’illusorietà di un simile
asservimento, visto che a me molto spesso
sembra reale. L’ho letto fino in fondo e sono
grata a chi l’ha scritto, al punto d’arrivare a
consigliarlo ad altri, anzi ad elencarlo nella
lista dei possibili viatici librari per il nuovo
anno.
È un libro che ci ricorda la potenza emancipatrice
della grande letteratura e della
grande arte: la capacità ch’esse hanno di
trarci a forza dalla prigione delle nostre vite
(ognuna con la propria ignoranza, la propria
meschinità, i propri compromessi), di liberarci
dalle convenzioni del tempo e dello
spazio, per trasportarci nella vivente comunione
del senza tempo, dove vivi e morti
in dialogo rompono finalmente la nostra
solitudine. Un libro che ci ricorda, con una
perentorietà per fortuna molto poco politicamente
corretta, che o torniamo a nutrirci
della verità e della bellezza “che ci sono in
Platone, Mozart, Leopardi, Van Gogh, Einstein,
Bob Dylan”, o “saremo grassi di bugie
come oche da sgozzare nelle cucine del futuro”.
Si tratta del resto di un libriccino di lettura
abbastanza agevole, il prontuario di un ben
più ponderoso volume (“Lettori selvaggi”,
uscito lo scorso anno, contava ben 1920
pagine) il cui autore, Giuseppe Montesano,
è un apprezzato romanziere e docente di filosofia
nei licei. Questi prende le mosse da
alcune considerazioni, perfino banali per un
insegnante, sul decadere della lettura profonda
e della capacità di comprensione di
testi complessi in buona parte degli studenti
contemporanei, ma non lo fa dando sfogo
a pompose lamentazioni da umanista vecchio
stampo, bensì avvalendosi (anche) di
studi di neurolinguisti cognitivi e docenti
del Massachussets Institute of Technology.
In essi emerge che “la lettura capace di analizzare,
dedurre e generare nuovi pensieri si
forma solo in anni di lavoro da deep readers,
lettori in profondità e, data la struttura del
cervello, il modo della lettura è influenzato
sia dal testo sia dal mezzo usato: è per
questo che un eccesso di informazione
immediatamente digitalizzata, che richiede
un minore esercizio intellettuale, fa rapidamente
decadere la capacità, anche in
lettori già formati, di riflettere sui possibili
livelli di significato di ciò che leggono: per
cominciare, quei lettori saranno incapaci di
leggere romanzi come ‘Il gioco delle perle
di vetro’ o ‘I fratelli Karamazov’ (…), ma con
il tempo saranno incapaci di leggere opere
anche meno complesse”. Epperò con il
decadere della lettura profonda è il nostro
linguaggio che si impoverisce, è la nostra
capacità di concentrazione che decade. È
la nostra intelligenza che si logora. L’uomo
è anche, è soprattutto linguaggio. Un uomo
che non trovi parole per le cose non è soltanto
uno sprovveduto che arrancherà in un
mercato del lavoro ipercompetitivo, è un
disgraziato che non sa chiarire per primo a
se stesso i propri sentimenti, le proprie idee
– un fantoccio che non sa dire cosa ama e
cosa odia, che dunque non ha ragioni per
obbedire o dissentire.
La condanna dei nuovi modelli di apprendimento
sembra qui senza appello, così come la loro funzionalità
alla formazione di individui del tutto privi di pensiero critico,
capaci solo di compulsare quantità abnormi di notizie
e stimoli visivi senza comprenderli e senza approfondirli:
“gli studenti (…) stanno perdendo la capacità di riassumere
le informazioni con selezione intelligente, e si sentono
disturbati dalle domande perché le
domande li distraggono dallo stenografare
sul tablet.(…) sono deconcentrati e disattenti
perché, nelle pause di stenografia totale
e mentre sembrano seguire la lezione,
sui loro tablet e pc comprano su internet,
rispondono a Instagram e si collegano a Facebook”.
“Nelle analisi sul decadere della
mente legato al decadere della lettura profonda,
questi studiosi sostengono che nel
nuovo metodo digitale di apprendimento
di svariate tipologie di classroom – in cui si
ammassano informazioni semplificate sulla
cellula o sul dna saltando da una clip su youtube
a un articolo su wikipedia a un disegnino su
instagram a un suntino su un sito educational
– viene capovolta la logica scientifica che
guida il cervello e insegna attraverso
lo sforzo a decifrare la complessità e che questo
pseudo-metodo è solo una delle facili vie che
portano al decadimento cognitivo”.
Non si pensi del resto che l’opera in questione sia un saggio
ad uso e consumo d’insegnanti o altro
genere d’educatori: è soprattutto un godibilissimo
inno alla lettura, all’ascolto, alla
contemplazione di opere d’arte assolute. Un
elogio della bellezza: la bellezza della difficoltà.
Tutto questo, in un’epoca di faciloneria
e appiattimento in cui ciò che non è pop
è giocoforza intollerabilmente snob; ciò che
non si legge in mezz’ora, che non si può ridurre
in slide o in fumetti o in emoticon è
degno solo d’essere ignorato, quando non
deriso e oltraggiato. Non certo discusso,
visto che mancano i fondamenti per argomentare
anche solo il proprio gusto, e ancor
prima per formarsene uno. Cosa c’è di più
difficile che scalare le vette dell’armonia
dissonante nel Coltrane di Ascension o nelle
pagine di Anna Karenina? Eppure è solo dalle
cime che si vedono orizzonti sterminati
e che si gode un panorama impagabile. È
ancora l’irruzione di una bellezza imprevista
a vivificare le nostre esistenze ragionieristiche,
come la passante della poesia di Baudelaire
(“Un lampo… e poi la notte! Bellezza
fuggitiva, / il cui sguardo mi ha fatto rinascere
di colpo, /non ti rivedrò più fino all’eternità?/
Lontano, via di qui! Troppo tardi, o
mai!/ Dove fuggi, non so; tu non sai dove
vado./Ma avrei potuto amarti e tu, tu lo sapevi!”),
come l’amore che fa danzare il sangue
nelle orecchie di Saffo, e poi accende
il nostro animo a forti imprese. Il pensiero,
la poesia, la bellezza squadernano ancora di
fronte a noi il regno della possibilità quando
tutto sembra necessità e prigione. Essi sono
ossigeno puro in quest’aria fatta irrespirabile:
“Cosa diceva Platone agli schiavi incatenati
dalle ombre dello spettacolo? Volta la
testa dall’altra parte, e lo spettacolo crollerà
dalle fondamenta. (…)
Bisogna (…) sabotare l’idea che economia
e politica siano come la pioggia che cade
regolata da leggi necessarie. Non lo sono,
e non sono regolate da leggi necessarie le
maniere di vivere: quando Gesù impedì alla
folla di violentatori di lapidare l’adultera e
disse ‘chi è senza peccato scagli la prima
pietra’, in quel momento fu sabotata un’intera
idea di esistenza che prima era creduta
necessaria: e dalla necessità che portava al
massacro della donna si passò alla possibilità
in cui essa fu salva. Per millenni gli uomini
hanno pensato nella falsità che i sacrifici
umani fossero indispensabili alla costruzione
di una società funzionale, e che sacrificare
nella morte i capri espiatori innocenti
ristabilisse l’ordine. Ma il cristianesimo ha
spezzato per sempre il patto che legava la
comunità in un gruppo di sacrificatori pronti
a unirsi tra loro a spese del diverso: dicendo
a chi ha orecchie per intendere che dove c’è
la necessità c’è la sventura della vita falsa
e dove appare la possibilità c’è la promessa
della vita vera”. Dunque i libri salvano?
La cultura, la letteratura salva? Sia detto
chiaramente: no. Ma non dimentichiamo la
parola e non revochiamone l’importanza. È
uno strumento di resistenza imprescindibile.
Viviamo l’epoca dei numeri e dei bit, degli
algoritmi e dell’immagine, eppure in noi abita
l’urgenza della parola. “In principio era il
Logos (…) e senza di Lui nulla è stato fatto di
ciò che esiste”. Illudiamoci di poterne fare a
meno e avremo tradito noi stessi.

di Elisabetta Cipriani