I maltusiani

Una pagina attuale del socialista-federalista Pierre-Joseph Proudhon
di Don Massimo Lapponi

La pagina che proponiamo presenta dei caratteri molto singolari. Mentre la causa di cui si fa paladina appare straordinariamente attuale, i bersagli contro cui si scaglia non corrispondono più al panorama di oggi. Sono tratti caratteristici di Proudhon da una parte il fatto di non ascoltare o leggere con attenzione quanto viene espresso dagli altri, perché troppo concentrato sul proprio pensiero, e dall’altra la sua propensione alla collera spontanea e cordiale, che facilmente travalica la misura ragionevole. Ciò costituisce anche il suo fascino di persona schietta e immediata, ma può anche facilmente sviare alcuni suoi giudizi, che del resto non sono sempre coerenti.
Se egli annovera tra gli antimaltusiani i socialisti, i rivoluzionari, i repubblicani e tra i maltusiani i monarchici e la Chiesa, egli tuttavia distingue una Chiesa antimaltusiana, composta dai semplici parroci e dalle comari, e una Chiesa che, tradendo se stessa, «per un’ultima trasformazione, si è fatta maltusiana». Che poi quest’ultima ai suoi occhi sia rappresentata da Lacordaire, potrebbe dipendere dal fatto che probabilmente del grande restauratore dell’Ordine Domenicano in Francia Proudhon conosceva soltanto quella frase infelice che gli rinfaccia. E, d’altra parte, già al suo tempo egli doveva sapere, per esperienza diretta, che il movimento socialista non era affatto unitario e che al suo socialismo, che noi oggi potremmo legittimamente definire “cattolico”, si opponeva in modo irriducibile un socialismo estremista, rappresentato soprattutto da Marx, con il quale egli si era già clamorosamente scontrato.
Ad ogni modo, è certo che, nel panorama di oggi, tra i maltusiani non andrebbero annoverati tanto i re – di cui almeno il re del Belgio in anni recenti si è dimostrato coraggiosamente antimaltusiano contro i repubblicani e i socialisti del suo paese – e meno ancora la Chiesa – sebbene una Chiesa che «per un’ultima trasformazione, si è fatta maltusiana» esista eccome, e alzi facilmente la sua testa arrogante in determinati contesti – quanto proprio quei socialisti, quei repubblicani, quei rivoluzionari, quegli anarchici, quegli “atei” che ai suoi occhi rappresentavano la voce vera del popolo.
Al contrario, proprio la voce della Chiesa autentica si trova allineata sul suo principio antimaltusiano, per il quale la proprietà, come fondamento di ogni dignità e libertà, non è da abolire, ma, al contrario, da diffondere il più possibile. E stranamente, ma non tanto, un autore che assomiglia in modo eccezionale a Proudhon è nientemeno che Chesterton, anch’egli impegnato in una lotta senza quartiere al maltusianesimo.
Non pensiamo, dunque, di essere nel torto definendo il socialismo di Proudhon un socialismo inconsapevolmente “cattolico” e riproponendo, perciò, questa sua pagina, vibrante di una protesta a favore della vita che non ha perso nulla della sua attualità.

I maltusiani (1849)
di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865)

Il Dottor Malthus, un economista, in inglese, ha scritto esattamente queste parole:

«Un uomo che nasce in un mondo già occupato, se la sua famiglia non ha il mezzo per nutrirlo, o se la società non ha bisogno del suo lavoro, quest’uomo, io dico, non ha il minimo diritto di reclamare una porzione qualsiasi di nutrimento: egli è realmente di troppo sulla terra. Al grande banchetto della natura non vi è alcun coperto pronto per lui. La natura gli comanda di andarsene, e non tarderà a mettere lei stessa questo ordine in esecuzione».

In conseguenza di questo grande principio, Malthus raccomanda, sotto le più terribili minacce, ad ogni uomo che non ha per vivere né lavoro né rendita, di “andarsene”, soprattutto di non fare bambini. La famiglia, cioè l’amore, come il pane, sono proibiti, da Malthus, a quell’uomo.
Il Dottor Malthus era, nella sua vita, ministro del santo Vangelo, dai costumi dolci, filantropo, buon marito, buon padre, buon borghese, credente in Dio tanto quanto un francese. Egli è morto – che il cielo gli dia pace! – nel 1854. Si può dire che egli per primo, senza rendersene conto, ha ridotto all’assurdo tutta l’economia politica e ha posto la grande questione rivoluzionaria, la questione tra il lavoro e il capitale.
Da noi, dove la fede nella Provvidenza è restata viva, nonostante l’indifferenza del secolo, il popolo dice, a modo di proverbio – ed è in questo che ci distinguiamo dagli inglesi -: “Bisogna che tutti vivano!”. E il nostro popolo, dicendo questo, crede anche di essere buon cristiano, tanto conservatore dei buoni costumi e della famiglia quanto il compianto Malthus.
Ora, quello che il popolo dice in Francia, gli economisti lo negano, i giuristi e i letterati lo negano, la Chiesa, che pretende di essere cristiana, e per di più gallicana, lo nega, la stampa lo nega, l’alta borghesia lo nega, il governo, che si sforza di rappresentarla, lo nega.
La stampa, il governo, la Chiesa, la letteratura, gli economisti, la grande proprietà, tutto, in Francia, è divenuto inglese, tutto è maltusiano. È in nome di Dio e della sua Provvidenza, in nome della morale, in nome degli interessi sacri della famiglia, che si sostiene che non c’è posto, nella nazione, per tutti i figli della nazione e che si suggerisce alle nostre donne di essere meno feconde. In Francia, nonostante il desiderio del popolo, nonostante la credenza nazionale, il bere e il mangiare sono reputati privilegio, il lavoro privilegio, la famiglia privilegio, la patria privilegio.
Il signor Antony Thouret diceva l’altro giorno che la proprietà, senza la quale non vi è né patria, né famiglia, né moralità, sarebbe irreprensibile il giorno in cui cessasse di essere un privilegio. È come dire, con sufficiente chiarezza, che per abolire tutti i privilegi, che, per così dire, mettono fuori della legge, fuori dell’umanità, una piccola parte del popolo, bisognerebbe, prima di tutto, sopprimere il privilegio fondamentale e cambiare lo statuto della proprietà.
Il signor Antony Thouret si esprimeva, in questo, come noi stessi, come il popolo. Lo stato, la stampa, l’economia politica non la pensano così: essi si accordano a volere che la proprietà, senza la quale, al dire del signor Thouret, non vi è né lavoro, né famiglia, né repubblica, rimanga ciò che essa è sempre stata: un privilegio.
Tutto ciò che si fa, si dice, si stampa oggi e già da vent’anni a questa parte, si fa, si dice e si stampa in conseguenza della teoria di Malthus.
La teoria di Malthus è la teoria dell’assassinio politico, dell’assassinio per filantropia, per amor di Dio. Vi sono troppe persone al mondo: ecco il primo articolo di fede di tutti quelli che, in qusto momento, a nome del popolo, regnano e governano. È per questo che essi lavorano al loro meglio per diminuire il numero delle persone. Quelli che assolvono al meglio questo compito, che praticano con devozione, coraggio e fraternità le massime di Malthus, sono i buoni cittadini, gli uomini religiosi; quelli che protestano sono degli anarchici, dei socialisti, degli atei.
Il crimine inespiabile della rivoluzione di febbraio è di essere stato il prodotto di questa protesta. Così, si insegnerà a vivere a quella rivoluzione che prometteva di far vivere tutti. La macchia originale, indelebile della repubblica, è di essere stata proclamata dal popolo, antimaltusiano. È per questo che la repubblica è così particolarmente odiosa a quelli che furono e che vogliono ridiventare i compiacenti e i complici dei re, “grandi mangiatori di uomini”, diceva Catone. Si monarchizzerà la vostra repubblica, le si farà divorare i suoi bambini!
È qui tutto il segreto delle sofferenze, delle agitazioni e delle contraddizioni del nostro paese!
Tra noi gli economisti per primi hanno eretto, con un’inconcepibile bestemmia, a dogma della Provvidenza la teoria di Malthus. Io non li accuso più di quanto li calunni. Gli economisti sono, in questo, perfettamente in buona fede e hanno le migliori intenzioni del mondo. Essi non chiederebbero di meglio che fare la felicità del genere umano; ma essi non concepiscono come, senza una qualche organizzazione dell’omicidio, possa esistere l’equilibrio tra la popolazione e i mezzi di sussistenza.
Domandate all’Accademia di Scienze Morali. Uno dei suoi membri più onorevoli, che non nominerò, sebbene egli si glori delle sue opinioni, come deve fare ogni onest’uomo, essendo prefetto di non so quale dipartimento, si azzardò, un giorno, in una proclamazione, di raccomandare ai suoi amministratori di non far fare più tanti bambini alle loro mogli. Grande scandalo tra i parroci e le comari, che trattarono questa morale accademica da morale di porci! Il sapiente di cui parlo non era meno, per questo, come tutti i suoi confratelli, un difensore zelante della famiglia e della morale. Ma, egli osservava, con Malthus: al banchetto della natura non c’è posto per tutti.
Il signor Thiers, anche lui membro dell’Accademia di Scienze Morali, diceva recentemente al comitato delle finanze che, se egli fosse ministro, si limiterebbe a “traversare coraggiosamente, stoicamente la crisi”, contenendosi nelle spese del suo “budget”, facendo rispettare l’ordine e guardandosi con cura da ogni innovazione finanziaria, da ogni idea socialista, in particolare dal diritto al lavoro, come da ogni espediente rivoluzionario. E tutto il comitato ad applaudire.
Nel riferire questa dichiarazione del celebre storico e uomo di stato, non desidero affatto, sia ben chiaro, incriminare la sue intenzioni. Nella disposizione attuale degli spiriti, non riuscirei che a servire l’ambizione del signor Thiers, se gliene restasse qualche cosa. Ciò che voglio far rimarcare è che il signor Thiers, esprimendosi in tal modo, testimoniava, forse senza pensarci, la sua fede maltusiana.
Capite bene questo, vi prego. Vi sono due milioni, quattro milioni di uomini che periranno di miseria e di fame, se non si trova il mezzo di farli lavorare. È una grande sventura, certamente, e noi ne piangiamo per primi, vi dicono i maltusiani; ma che farci? È meglio che quattro milioni periscano che compromettere il privilegio; non è colpa del capitale se il lavoro langue: al banchetto del credito, non c’è posto per tutti.
Sono coraggiosi, sono stoici gli uomini di stato della scuola di Malthus, quando si tratta di sacrificare i lavoratori a milioni. Tu hai assassinato il povero, diceva il profeta Elia al re d’Israele, e poi ti sei impadronito della sua eredità. “Occidisti et possedisti”. Oggi bisogna capovolgere la frase e dire a quelli che possiedono e che governano: Voi avete il privilegio del lavoro, il privilegio del credito, il privilegio della proprietà, come dice il signor Thouret; ed è perché non volete rinunciarvi che voi gettate via la vita del povero: “Possedisti et occidisti”!
Il popolo, sotto la pressione delle baionette, si consuma lentamente, muore senza sospirare e senza mormorare: il sacrificio si compie nel silenzio. Coraggio, lavoratori! Sostenetevi gli uni con gli altri: la Provvidenza finirà per vincere la fatalità. Coraggio! I vostri padri, i soldati della repubblica, erano più mal combinati di voi nell’assedio di Genova e di Magonza.
Il signor Léon Faucher, combattendo per il cauzionamento dei giornali, per il mantenimento delle dogane sulla stampa, anche lui ragionava come Malthus. Il giornale serio – egli diceva – il giornale che merita considerazione e stima, è quello che si stabilisce con un capitale dai 4 ai 5 mila franchi. Il giornalista che non ha che la sua penna è come l’operaio che non ha che le sue braccia. Se egli non trova il mezzo di far acquistare i suoi servizi o di attirare credito alla sua iniziativa, è segno che l’opinione lo condanna; non ha il minimo diritto a prendere la parola davanti alla nazione: al banchetto della pubblica opinione non c’è posto per tutti.
Ascoltate Lacordaire, questo luminare della Chiesa, questo vaso d’elezione del cattolicesimo. Vi dirà che il socialismo è l’Anticristo. E perché il socialismo è l’Anticristo? Perché il socialismo è il nemico di Malthus e il cattolicesimo, per un’ultima trasformazione, si è fatto maltusiano.
Il vangelo ci dice – scrive il tonsurato – che ci saranno sempre dei poveri: “Pauperes semper habebitis vobiscum”; e che, per conseguenza, la proprietà, in quanto è un privilegio e produce dei poveri, è sacra. Il povero è necessario all’esercizio della carità evangelica: al banchetto di quaggiù, non potrebbe esserci posto per tutti.
L’infedele finge di ignorare che “povertà”, nel linguaggio biblico, significa ogni specie di afflizione e di sofferenza, e non disoccupazione e proletariato. E come avrebbe potuto intenderla diversamente colui che andava per tutta la Giudea gridando: “Guai ai ricchi!”? Guai ai ricchi! Nel pensiero di Gesù Cristo valeva come: Guai ai maltusiani!
Se Cristo vivesse ai nostri giorni, direbbe a Lacordaire e consorti: “Voi siete della razza di quelli che in tutti i tempi hanno versato il sangue dei giusti, da Abele fino a Zaccaria. La vostra legge non è la mia legge; il vostro Dio non è il mio Dio!..” E i Lacordaire crocifiggerebbero Cristo come sedizioso e come ateo.
Il giornalismo è quasi interamente infettato dalle stesse idee. Che il “National”, per esempio, ci dica se non ha sempre creduto, se non crede ancora che il pauperismo, nella civiltà, è eterno; che l’asservimento di una parte dell’umanità è necessario alla gloria dell’altra; che quelli che pretendono il contrario sono dei pericolosi sognatori che meritano di essere fucilati; che questa è la ragion di stato? Perché, se non è questo il pensiero segreto del “National”, se il “National” vuole sinceramente, risolutamente l’emancipazione dei lavoratoti, perché quegli anatemi, perché quella collera contro i socialisti puri, contro quelli che, da dieci e venti anni, domandano quella emancipazione?
Che essi si degnino, perché il popolo li conosca, di fare la loro professione di fede economica, questi “bohemiens” della letteratura, oggi sbirri del giornalismo, calunniatori a prezzo fisso, corteggiatori di tutti i privilegi, panegiristi di tutti i vizi, parassiti viventi a spese di altri parassiti, che non parlano tanto di Dio se non per dissimulare il loro materialismo, della famiglia se non per coprire i loro adulteri, e che si vedrebbero, per disgusto del matrimonio, accarezzare le scimmiette qualora non trovassero più maltusiani.
“Fate delle figlie, le amiamo”, cantano quegli infami, parodiando il poeta. Ma astenetevi dal fare dei ragazzi: al banchetto della voluttà non c’è posto per tutti.
Il governo era ispirato da Malthus quando, avendo cento mila operai disponibili a cui dava un salario gratuito, si rifiutava di impegnarli in lavori utili, e quando poi, dopo la guerra civile, domandava per loro una legge di trasferimento. Con le spese dei pretesi stabilimenti nazionali, con le spese di guerra, di procedura, di prigione, di trasporto, si poteva dare agli insorti lavoro per sei mesi e cambiare tutto il nostro regime economico. Ma il lavoro è un monopolio; ma non si voleva che l’industria rivoluzionaria facesse concorrenza all’industria del privilegio: al cantiere della nazione non c’è posto per tutti.
La grande industria non lascia fare nulla alla piccola: è la legge del capitale, è Malthus.
Il commercio all’ingrosso si impadronisce a poco a poco del commercio al minuto: è Malthus.
La grande proprietà invade, si agglomera le porzioni più povere: è Malthus.
Ben presto una metà del popolo dirà all’altra: la terra e i suoi prodotti sono mia proprietà; l’industria e i suoi prodotti sono mia proprietà; il commercio e i trasporti sono mia proprietà; lo stato è mia proprietà.
Voi che non possedete né riserva né proprietà, che non siete funzionari pubblici e di cui il lavoro ci è inutile, ANDATEVENE! Siete realmente di troppo sulla terra: al sole della repubblica non c’è posto per tutti.
Chi verrà a dirmi che il diritto di lavorare e di vivere non è tutta la rivoluzione?
Chi verrà a dirmi che il principio di Malthus non è tutta la contro-rivoluzione?
Ed è per avere pubblicato tali cose, per aver energicamente segnalato il male e cercato in buona fede il rimedio, che la parola mi è stata tolta per ordine del governo, del governo che rappresenta la rivoluzione!
È per questo che ho visto passare su di me, muto, il diluvio delle calunnie, dei tradimenti, delle viltà, delle ipocrisie, degli oltraggi, delle diserzioni e degli abbandoni di tutti quelli che odiavano o che amavano il popolo! È per questo che, per un mese intero, sono stato dato in pasto agli sciacalli della stampa e ai gatti fischianti della tribuna! Mai uomo, né in passato né al presente, è stato oggetto di tanta esecrazione quanto lo sono stato io, per il solo fatto di aver fatto guerra agli antropofagi.
Calunniare chi non poteva rispondere era come fucilare un prigioniero. Carnivori di Malthus, in questo vi riconosco! Proseguite, dunque; abbiamo più di un conto da regolare ancora. E se la calunnia non vi basta, usate il ferro e il piombo. Potete uccidermi: nessuno può evitare la sua sorte, e io sono a vostra discrezione. Ma voi non mi vincerete: voi non persuaderete il popolo, finché vivrò, finché terrò in mano una penna, che, fuori di voi, vi sia qualcun altro di troppo sulla terra. Lo giuro davanti al popolo e davanti alla repubblica!