Il compito che ci attende. Risposta ad una provocazione costruttiva

1. Tra i molti commenti che sono seguiti al risultato elettorale del Popolo della Famiglia, uno dei più interessanti è stato l’articolo dell’amico Silvio Brachetta, apparso su “Vita Nuova – Settimanale Cattolico di Trieste” il 5 marzo 2018, “Sull’inconsistenza politica dei cattolici”. Si può leggere tramite questo link:

http://www.vitanuovatrieste.it/sullinconsistenza-politica-dei-cattolici/

L’autore non fa parte del Popolo della Famiglia e quindi interviene come osservatore esterno. Come lui stesso dice nella presentazione del suo articolo su facebook, egli non intende giudicare negativamente la scelta di creare un partito ispirato alla dottrina sociale della Chiesa – tra l’altro egli fa parte dell’Osservatorio Cardinale Van Thuan – ma vuole contribuire a fare chiarezza per una più responsabile azione dei cattolici.
Il testo dell’articolo è breve, ma essenziale. «Non è prudente ignorare la storia» afferma l’autore. «Da Mario Fani al Partito Popolare italiano è passato più di mezzo secolo. Dalla fondazione, cioè, dell’Azione Cattolica (1867) alla fondazione di un partito cattolico ispirato alla dottrina sociale della Chiesa (1919) è passato un fiume di tempo, per la formazione effettiva dell’elettorato cattolico».
Esporre «la propria idea sacrosanta su vita e famiglia», dunque, non basta per ottenere risultati elettorali. A monte vi deve essere una formazione culturale che non si può ottenere in pochi mesi.
Alle elezioni del 16 novembre 1919 il Partito Popolare ottenne il 20,5 %, ma fu un risultato che richiese cinquant’anni di preparazione. «E furono cinquant’anni di formazione, di cultura, di Opera dei congressi, di Comitati cattolici, di nascita della dottrina sociale come disciplina con nome e cognome, di formazione dei sindacati, dei Toniolo, degli Acquaderni, dei Salviati, dei Grosoli».
Qual è la situazione culturale generale di oggi, a cinquant’anni del ’68? «Una realtà fatta di ateismo, ribellione, faciloneria». Se questa è la base culturale – dunque tutt’altro che inesistente! – del Movimento 5 Stelle, rimane confermato che «niente cultura sotto i piedi, niente storia tormentata alle spalle, niente risultato elettorale».
Come ho detto, l’articolo, se pure apparentemente critico, non vuole affatto essere disfattista. Al contrario, esso invita a guardare con sano realismo la situazione degradata a cui ci hanno condotto cinquant’anni di dissoluzione e a reagire attraverso «un cammino decennale di riformazione di qualcosa che è andato distrutto».
Come meritava, l’articolo ha riscosso una lunga serie di commenti positivi e integrativi, nei quali conviene soprattutto sottolineare l’osservazione, più volte ripetuta, che nello stesso mondo cattolico si è assistito ad uno sfaldamento ideale di dimensioni incalcolabili, tanto che le statistiche parlano dell’80 % dei cattolici dichiarati che non conoscono né la Bibbia né le dottrine cristiane più elementari.
Il breve articolo, dunque, costituisce un contributo costruttivo importantissimo, del quale dobbiamo essere sinceramente grati all’autore. Ma esso constituisce anche una sfida, che non possiamo non raccogliere. E in quello che segue vorrei provare a dare una prima risposta alla provocazione di Silvio, e così anche a lanciare una proposta che possa servire a raccogliere le forze in vista di un progetto comune.

2. Se la dissoluzione culturale di cui si è detto estende i suoi tentacoli nello stesso mondo cattolico, ciò vuol dire che la crisi riguarda, in modo particolare, quelli che della formazione cattolica sono i primi responsabili: i sacerdoti. Che sia così lo domostra, tra l’altro, il fatto che la stessa parola “sacerdote” è stata in qualche misura delegittimata, preferendosi ad essa l’espressione “presbitero”, in quanto apparentemente più biblica e meno legata ad una funzione sacrale. Contemporaneamente si è invece immensamente sottolineato il “sacredozio dei fedeli”, e questo in un periodo in cui sempre più si perdeva, nel sentire comune, il senso del sacro. Ricordo ancora lo smarrimento che avvertii in un Giovedì Santo di tanti anni fa, quando, durante la messa crismale, il vescovo affermò più volte che si stava celebrando il sacerdozio di tutti i fedeli.
Che il “sacerdote” non sia che un “pastore”, o ministro della Parola, e che il sacerdozio sia, in ultima analisi, soprattutto una prerogativa di tutti i fedeli non è certamente una dottrina nuova, ma fino a poco tempo fa essa era propria di comunità non propriamente cattoliche!
Nella dottrina cattolica, secondo una tradizione che risale almeno a San Clemente Romano, gli apostoli e i loro discendenti hanno ereditato, ampliandolo a tutto il mondo, il ruolo che nell’Antico Testamento era proprio del sacerdozio levitico. Quanto viene detto su questo punto nella Lettera ai Corinzi di San Clemente – ai nn. 40-44 – lo troviamo ampiamente sviluppato nei “Sermons on the Subjects of the Day” nn. 14 e 15 di John Henry Newman – disponibili tramite i seguenti link:

http://www.newmanreader.org/works/subjects/sermon14.html
http://www.newmanreader.org/works/subjects/sermon15.html

Clemente, dopo aver ricordato le norme per le offerte liturgiche dell’Antico Testamento, presentandole come sempre attuali, scrive:
«A1 gran sacerdote sono conferiti particolari uffici liturgici, ai sacerdoti è stato assegnato un incarico specifico e ai leviti incombono propri servizi. I1 laico è legato ai precetti laici» (Cor. N. 40).
E nel paragrafo successivo aggiunge:
«Ciascuno, o fratelli, nel suo posto piaccia a Dio, agendo in buona coscienza e dignità, senza infrangere la norma stabilita per il suo compito».
E, ricordando le pene severe riservate a chi trasgredisce gli ordinamenti rituali divini, conclude:
«Vedete, fratelli, quanto maggiore è la scienza di cui fummo degnati, tanto maggiore il pericolo cui siamo esposti» (Cor. N. 41).
Da parte sua Newman scrive:
«Apprendiamo dalle storie di Nadb e Abiu, di Kore, Datan e Abiram, e di Uzzà, che nessuno poteva usurpare l’ufficio sacerdotrale o ribellarsi contro il sacerdote senza la più tremenda responsabilità. Quella che era stata la norma della legge è anche la norma del Vangelo, come San Giuda insegna espressamente. Egli, infatti, parla degli oppositori all’autorità della Chiesa nel suo tempo come di coloro che “sono periti nella ribellione di Kore” (Gd 11)» (Sermone n. 15).
E aggiunge:
«Il tempio giudaico è abolito, perché il vero tempio spirituale, la comunione dei santi, è stato stabilito da Cristo. Tuttavia, anche se il modello è tolto, il precetto rimane. Devono essere costruiti templi in onore del Signore sotto il Vangelo, e devono essere consacrati e trattati come sue dimore, e per quanto possibile conformati al modello di quell’antica costruzione che un tempo era stata ordinata» (Ibid).
E ancora:
«A conferma di quanto detto aggiungerò che come altri profeti, così specialmente Malachia, l’ultimo di loro, in cui, appunto in quanto ultimo, ci aspetteremmo chiare indicazioni sulla distruzione degli antichi ordinamenti alla venuta di Cristo, se essi dovevano essere distrutti, quando profetizza sui tempi del Vangelo e parla della necessria preparazione ad essi, rafforza, anziché distruggerlo, il sistema rituale (…) E, quanto al sacerdozio, lungi dall’abolirlo, Cristo doveva purificarlo e raffinarlo. “Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento” (Ml 3, 3). Né doveva abolire il sacrificio, poiché il profeta prosegue: “li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia” (Ibid)» (Ibid).
Da Clemente Romano a Newman, dunque, vediamo affermato il risorgere, ad un livello superiore, della funzione sacerdotale levitica nel sacerdozio cattolico.
Ciò suggerisce una serie di riflessioni che ci porteranno molto lontano.

3. Recentemente c’è stato il caso di un sacerdote che ha scelto di abbandonare il sacerdozio, non per amore di una donna, come spesso succede, ma per impegnarsi nella politica. Il fatto è emblematico: indica che nella coscienza di molti cattolici, e dello stesso clero, si è insinuata l’idea che la funzione sacrale del sacerdozio serva a poco e che ad essa va preferita, in quanto più efficace per il bene degli uomini, l’attività sociale e politica.
Non andiamo a ricercare, ora, le cause remote di questa idea, ma vediamo, piuttosto, come essa presupponga l’offuscarsi, nella coscienza umana, delle sorgenti più vere e profonde dei destini del mondo.
Per meglio comprendere questo punto, interroghiamo la Parola di Dio.
Nella Bibbia, il sacerdozio è strettamente legato al tempio e il tempio, a sua volta, costituisce l’attrattiva suprema del popolo dei fedeli: la “casa di Dio”, verso la quale sospira il cuore del pellegrino e del devoto israelita.

«Quanto sono amabili le tue dimore,
Signore degli eserciti! – canta il slamista –
L’anima mia languisce
e brama gli atri del Signore.
Il mio cuore e la mia carne
esultano nel Dio vivente.
Anche il passero trova la casa,
la rondine il nido,
dove porre i suoi piccoli,
presso i tuoi altari,
Signore degli eserciti, mio re e mio Dio.
Beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi!» (Sl 83, 2-5).

Chi abita nella casa del Signore, se non il sacerdote? E abitare nella casa del Signore implica una forma di vita diversa da quella che si conduce nella società secolare. L’espressione: «sempre canta le tue lodi» implica una consacrazione del cuore e dell’anima che non può non investire lo stesso modo di vivere quotidiano.
E questa vita che si vive nella casa del Signore non è sentita, dai fedeli, come qualche cosa di lontano o di estraneo, ma, al contrario, quale oggetto di desiderio e di santa invidia:

«Per me un giorno nei tuoi atri
è più che mille altrove,
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende degli empi» (Sl 83, 11).

Il devoto israelita desidera partecipare, per quanto gli è possibile, alla vita che si svolge nella casa di Dio e di riceverne di riflesso una benedizione per la sua stessa vita.

4. Più volte è stato sottolineato che il monachesimo è, o fu all’origine, un movimento laicale e non clericale, e in tempi recenti si è anche giudicato come fatto negativo che esso si sia “clericalizzato”. La critica è interessante e, anche se penso che vada ridimensionata e meglio inquadrata, può offrire preziosi spunti di riflessione.
Recentemente il mio cofratello Don Giulio Meiattini ha osservato che in pressoché tutti i trattati di ecclesiologia degli ultimi cinquant’anni si parla pochissimo e in modo assolutamente riduttivo e inadeguato della vita consacrata, quasi che essa non faccia parte, propriamente, del mistero della Chiesa. Non so se, in ultima analisi, questa assenza potrebbe avere, almeno remotamente, la stessa causa della scelta “politica” del sacerdote di cui ho parlato all’inizio. In ogni caso, quello che sembra sempre maggiormente imporsi è la trascuratezza per la santificazione della vita quotidiana, personale e comunitaria, e il prevalere da una parte dell’impegno sociale pubblico, e quindi anche politico, e dall’altra delle attività professionali, tra le quali finisce per essere inquadrato anche lo stesso sacredozio.
A mio giudizio siamo qui giunti al cuore della crisi cuturale e di costume che ha investito tanto la Chiesa cattolica quanto il mondo secolare, e dalle correzioni sostanziali che ora proporrò si capirà anche quale è la natura della deviazione che a poco a poco si è inavvertitamente introdotta.
Un’osservazione fondamentale da fare è che la vita consacrata non è affatto marginale nel mistero della Chiesa. Al contrario, essa è al centro stesso della sua vita. Il fatto che fosse, originariamente, un movimento laicale dimostra in che misura essa investa le aspirazioni più profonde dei semplici fedeli – e, di là da essi, di tutti gli uomini – mentre il fatto che risponda meglio di qualsiasi altra forma di vita all’esclamazione del salmo: «Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi!» dimostra quanto profondamente essa sia legata al sacerdozio.
Se, infatti, il sacerdote è, per sua natura, legato alla “casa di Dio” e alla vita santificata che in essa si conduce, anche la vita consacrata è legata alla “casa di Dio”. Nella Regola di San Benedetto, che è il prototipo di tutta la vita consacrata occidentale, il monastero non viene più volte definito: “casa di Dio”? Dunque la “casa di Dio” è il tempio sacerdotale o il monastero? L’uno e l’altro, se la vita monastica nasce proprio dal desiderio di conferire una forma santa, quale essa è richiesta da chi abita nella “casa del Signore”, alla vita quotidiana.
In questo senso la vita monastica si pone da una parte come modello della vita sacerdotale, quale si dovrebbe vivere nel tempio del Signore, e dall’altra come modello di una vita laicale che voglia rispecchiare, nel mondo secolare, un riflesso della vita che si ammira nella “casa del Signore”.
Dunque togliete la vita consacrata dal mistero della Chiesa e tutto si offusca. Si offusca il sacerdozio, che perde il suo modello di vita nella “casa di Dio”, e si offusca la vita laicale, che non riceve più il riflesso delle «amabili dimore» del «Signore degli eserciti».
Se «l’anima languisce», dunque, ora non è più per una presenza, ma per una tragica assenza, che l’attivismo sociale o professionale non possono né sostituire né colmare. Al fondo di tanta agitazione rimane un vuoto di vera consistenza umana, dal quale non può che derivare un abbassamento di livello in tutto il costume morale – e quindi non certo quei benefici civili che il sacerdote implicato in politica si sogna!

5. Osserviamo ancora che il nuovo tempio è infiniamente superiore all’antico. Se il “Sanctum Sanctorum” del tempio di Gerusalemme conteneva l’Arca dell’Alleanza, il “Sancum Sanctorum” del tempio cristiano contiene la presenza stessa di Cristo nell’eucarestia. E questa presenza, se da una parte conferma la promessa di Cristo: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20), dall’altra esige di irradiarsi nella vita sacerdotale e consacrata che si svolgono quotidianamente nella “casa di Dio”. È quella vita a cui l’anima che ha ricevuto la sublime chiamata aspira:

«Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario» (Sl 26, 4).

E questa vita si esprime per prima cosa con un canto che non può essere degradato, ma celestiale:

«Beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi!»

E, oltre a cantare le lodi del Signore, l’anima non cesserà di ammirare il suo santuario, in cui ogni immagine, ogni ornamento, ogni gesto, ogni parola saranno un riflesso di quella vita celeste che Cristo è venuto a portare sulla terra e che la testimonianza dei secoli non ha cessato di arricchire.
Infatti «in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1, 4), ma «la vita si è fatta visibile» (1Gv 1, 2). Come? Per mezzo della generazione umana nel grembo di Maria. Così la generazione umana, che fin dall’origine era destinata a generare il Figlio di Dio nel mondo – perché era a sua volta immagine della generazione eterna del Figlio di Dio nel seno del Padre – appare come la realtà più sacra e inviolabile. E se essa oggi è così spaventosamente violata, non sarà il primo passo per una ricostruzione della cultura e del costume cristiano l’impegno a riconsacrare il mistero della generazione umana? E come parlare di “Popolo della Famiglia” se, contestualmente, non si opera efficacemente per riconsacrare la vita della famiglia moderna, così tragicamente profanata?
Ma come si farà questa riconsacrazione, se non alla luce della Vita che «si è fatta visibile» tra le braccia della Vergine santa? E, dunque, alla luce della vita che si svolge nella casa di Dio, tra la presenza di Cristo nell’Eucarestia, inseparabile dalla presenza di Maria, e la presenza dell’amore verginale sacerdotale e dell’amore verginale della vita consacrata. Come, infatti, dall’amore verginale di Cristo e di Maria, così dall’amore verginale della vita sacerdotale e consacrata scaturisce sulle nozze umane il vino nuovo di quell’amore più alto che era venuto a mancare.
Il Vangelo si apre con questa consacrazione delle nozze umane, e ciò dimostra come essa fosse al centro della purificazione operata da Cristo e da Maria e deve essere al centro della purificazione di quanti alimentano nel tempio del Signore la fiamma dell’amore verginale, accesa per sempre dallo Sposo celeste e dalla benedetta fra le donne.
Dunque la rinnovata catechesi che si richede non è una catechesi soltanto teorica e intellettuale, ma è per prima cosa una catechesi rivolta a dare una forma “divina” alla vita quotidiana delle famiglie, proprio come San Benedetto, con la sua Regola, ha voluto dare una forma “divina” alla vita quotidiana che si svolge nella “casa di Dio”.
Ma per ottenere questa catechesi dobbiamo rinnovare la formazione sacerdotale. Anch’essa non deve essere puramente teorica e intellettuale, ma deve essere rivolta a dare una forma “divina” alla vita quotidiana che si svolge nel tempio del Signore e a rendere, così, il tempio del Signore tanto amabile che l’anima dei fedeli «languisce e brama» di dimorarvi per poterne imitare la dolcezza nella propria casa.
Ma la casa di San Benedetto è anche una scuola: la “scuola del servizio divino”, che dovrà sostituire la scuola puramente intellettuale dello stato, come anche in gran parte la scuola, anch’essa troppo unilaterlmente intellettuale, del seminario. E quale lezione porterà a questa scuola una vita consacrata che sappia rinnovare, nelle presenti drammatiche circostanze, la sua funzione apostolica – certamente più socialmente efficace dell’agitazione del sacerdote politicante!
Poche pagine per delineare un programma. Ma per attuarlo «servirà «un cammino decennale di riformazione di qualcosa che è andato distrutto». Vogliamo congiungere le forze per realizzarlo?

di Don Massimo Lapponi

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