Il dilemma delle unioni civili

In tempi, aimé, ormai lontani, nelle scuole si insegnava la logica. Essendo questa disciplina andata in disuso, a quanto pare non soltanto come materia scolastica, sembra opportuno richiamarne alcune nozioni.
Tra le figure della logica, vi era il cosiddetto “dilemma cornuto”. La figura era costituita da due posizioni antitetiche, dette “i corni del dilemma”. I due corni si escludevano a vicenda, nel senso che una posizione era alternativa rispetto all’altra e non vi era altra possibilità di scelta: o si optava per uno dei corni, ovvero per l’altro. Non era, dunque, possibile né accettarli entrambi, né optare per una terza possibilità. Ma ecco il punto cruciale: sia l’una sia l’altra alternativa portavano a una conclusione analoga, positiva, o più spesso negativa, per chi faceva la sua scelta, ed era costretto a farla.
Come esempio di conclusione positiva si può ricordare il dilemma di Socrate: o con la morte si va verso un sonno tranquillo, ovvero si va verso una vita beata; dunque, in ogni caso, non bisogna aver paura della morte.
Come esempio di dilemma negativo – il più frequente e caratteristico – si può portare l’esempio della dichiarazione erronea: o chi l’ha fatta non conosceva ciò di cui parlava, e allora non doveva parlare; ovvero conosceva ciò di cui parlava, e allora ha detto coscientemente il falso; dunque in ogni caso è in colpa.
Ora, si può ragionevolmente sostenere che a monte delle discussioni sulle unioni civili vi sia un dilemma cornuto.
Se si accetta il primo corno del dilemma, la coppia di omosessuali si considera, appunto, una coppia, esattamente come una coppia uomo-donna che decide di vivere stabilmente insieme e di generare figli. In tal caso, i due ipotetici omosessuali che optano per questo modello di convivenza prenderanno uno il carattere e il nome di “marito” e l’altro il carattere e il nome di “moglie”, e ai minori che, in un modo o nell’altro, venissero legalmente loro assegnati come facenti parte integrante della loro convivenza, sarà data la qualifica di “figli”. Forse si potrà evitare di usare i titoli di “marito” e “moglie”; ma, in ogni caso, si userà la qualifica, rispetto ai “figli”, di “genitore 1” e “genitore 2”.
Secondo questo primo corno del dilemma, dunque, la coppia di omosessuali con figli non farebbe altro che riprodurre il modello della coppia naturale uomo-donna, copiandone i ruoli e la relativa terminologia. In tal caso risulta evidente che, di fatto, viene confermato, come naturale e normativo, lo stato matrimoniale tradizionale, derivante dalla struttura bio-psichica complementare maschile/femminile della coppia uomo-donna. Risulterebbe, cioè, che il fondamento bio-psichico bipolare dei sessi non è affatto una convenzione socio-culturale, rispetto alla quale esisterebbero tanti altri possibili modelli per l’umana sessualità, ma che esso è, al contrario, naturale e normativo, ad esclusione di ogni altro modello. Infatti la stessa coppia omosessuale non fa che adeguarsi ad esso. Ma, ovviamente, nei confronti del modello essa non sarebbe, necessariamente, che un’imitazione imperfetta e innaturale: una sorta di “coppia di serie B”, realizzata attraverso una o più forzature.
Accettando, invece, il secondo corno del dilemma – che necessariamente esclude il primo – si deve rifiutare ogni riferimento al matrimonio tradizionale, fondato sulla differenza bio-psichica bipolare dei sessi naturali, rispetto al quale la convivenza tra omosessuali sarebbe una “coppia di serie B”, che non farebbe che imitare, con una o più forzature, la coppia bipolare tradizionale.
In tal caso bisogna postulare, con assoluta coerenza di principi e di conclusioni, che la coppia bio-psichica tradizionale non sia che una convenzione socioculturale, la quale dovrebbe, perciò, abbandonare ogni pretesa di “statuto privilegiato” o di “modello orientativo” rispetto a tutti i possibili modelli che la società potesse e dovesse, di volta in volta, approvare.
Ma bisogna avere ben chiaro che le realtà, i termini e le istituzioni corrispondenti, costituiti dalla “coppia”, dalla “genitorialità”, dall’impegno di “fedeltà reciproca” richiesto da un piano divino, o, ad ogni modo, “iscritto nella natura” e necessario per salvaguardare i “diritti della prole”, e dall’obbligo di assicurare a quest’ultima “figure parentali” derivanti, come tali, dalla generazione naturale, sono tutte realtà e termini fondati esclusivamente sul modello matrimoniale tradizionale, considerato quale naturale e normativo. Una volta che detto “modello” venga dichiarato, invece, artificiale e convenzionale – “stereotipo e pregiudizio da decostruire” – e in nessun modo “naturale” e “normativo” od “esemplare”, tutte quelle realtà e i relativi termini perdono ogni fondamento e, per necessaria consequenzialità, devono essere eliminati.
Si potrebbe dire che la “coppia” non si fonda soltanto sulla “presunta complementarietà bio-psichica”, ma sulla tendenza dell’amore a orientarsi verso una persona particolare. Ma di fatto sappiamo che sono esistite, ed esistono ancora, largamente diffuse, poligamia e promiscuità, come anche che si vanno affermando esplicite richieste di riconoscimento di convivenze tra più persone. Ad ogni modo, se pure si volesse mantenere un generale orientamento prevalente all’“amore tra due persone”, esso non potrebbe pretendere di essere normativo per tutti, e, in ogni caso, ad esso non potrebbero essere annessi termini e realtà istituzionali quali “obbligo di fedeltà reciproca”, “generazione della prole”, “genitorialità e doveri annessi” senza ricadere nell’imitazione del modello matrimoniale tradizionale e senza, perciò, ritornare, contraddittoriamente, al primo corno del dilemma.
L’accettazione coerente del secondo corno del dilemma richiede, dunque, necessariamente, che ogni genere di convivenza sia considerato sullo stesso livello di “convenzione socioculturale”, senza alcun privilegio rispetto agli altri, e che, quindi, la generazione dei figli non abbia alcun riferimento istituzionale con il matrimonio tradizionale. Pertanto l’allevamento e l’educazione dei minori non dovranno essere affidati, quasi fosse un “fatto naturale”, a “genitori”, reali o – tanto meno – presunti, ma regolati dalle leggi dello stato.
In tal modo, una volta escluso, per rigorosa coerenza, il riferimento alla “prole”, le aggregazioni e le convivenze fondate su relazioni sessuali differenziate potranno e dovranno adeguarsi alle sempre nuove necessità ed esigenze dei cittadini, escludendo ogni riferimento al modello tradizionale e alle relative terminologie e istituzioni. In questa prospettiva – che è la sola coerente con il secondo corno del dilemma – sarà certamente ragionevole parlare di “diciotto conviventi”, ma non sarà né ragionevole né accettabile parlare di “diciotto genitori”, come ha fatto qualcuno.
Ecco dunque il risultato del dilemma: o si rimane fedeli alle realtà istituzionali tradizionali, e allora le unioni regolarizzate tra due omosessuali, quali coniugi con minori a carico in qualità di “figli”, saranno necessariamente “coppie di serie B”, che confermano il matrimonio tradizionale quale modello normativo fondato sulla complementarità bio-psichica dei sessi naturali e cercano di imitarlo con una o più forzature; ovvero si rifiutano le realtà istituzionali tradizionali come modelli normativi fondati in natura, e allora, per coerenza, si dovrà abolire, nella regolamentazione delle convivenze di natura sessuale, ogni riferimento terminologico e istituzionale alla famiglia tradizionale.

di Don Massimo Lapponi

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