Il lascito di Cristo al mondo

Riflessioni sulla festa dell’Ascensione
di Don Massimo Lapponi

In occasione della festa dell’Ascensione, possiamo chiederci: che cosa ha lasciato Cristo sulla terra salendo al cielo? Quale è il suo proprio dono, la sua eredità? Ha ristabilito il regno di Israele? Ha fondato una scuola filosofica nuova? Un istituto di studi superiori? Un esercito? Una banca? O dobbiamo dire che, come prima cosa, ha lasciato la sua parola, o il dono dell’eucarestia? Certamente il Vangelo e l’eucarestia sono grandi doni di Cristo, ma essi sono in qualche modo ricompresi nel primo e più tangibile lascito di Gesù al mondo: egli ha lasciato una comunità.
Cosa sarebbe il Vengelo, cosa sarebbe la stessa eucarestia, cosa sarebbe la predicazione apostolica, se non vi fosse nel mondo questa tangibile realtà nuova che è la comunità cristiana? Gli Atti degli apostoli ci testimoniano la forza sconvolgente di questa realtà, che, apparentemente modesta e senza grandi mezzi umani, si appresta a rivoluzionare tutte la società civili.
Uno dei segni più inquietanti che caratterizzano il cristianesimo moderno, e non da oggi, è la sua tendenza a presentarsi più come un’esperienza spirituale personale, o magari come una sorta di filosofia orginale, che come la presenza di una comunità animata, nella sua vita quotidiana, dallo spirito di Cristo. La stessa predicazione da molto tempo tende più ad ottenere la conversione e la riforma della vita del singolo che a formare comunità viventi nella luce del Vangelo.
La storia monastica antica ci presenta questo fenomeno: la vita della Chiesa primitiva di Gerusalemme, quale è presentata dagli Atti degli apostoli, era guardata con nostalgia da molti cristiani, i quali vedevano che, nella comune vita civile, facilmente l’esempio di quella prima comunità veniva annacquato. Fu questa una delle molteplici cause del nascere del monachesimo. Insoddisfatti di una vita cristiana che scendeva a troppi compromessi con il mondo, molti si ritiravano in solitudine per seguire Cristo senza ostacoli, e ben presto nacquero, accanto agli eremitaggi, delle comunità, che intendevano ridare vita alla primitiva Chiesa di Gerusalemme.
Come nell’Apocalisse la donna si rifugia nel deserto perché è perseguitata dal dragone infernale (Ap 12, 6), analogamente l’ispirazione della comunità di Cristo, perseguitata dallo spirito mondano, si rifugiò nel deserto con le comunità di vita ascetica, le quali, osservando che la zizzania veniva mescolata al buon grano soprattutto grazie alle tre più grandi passioni degli uomini – l’amore, il possesso dei beni terreni e l’affermazione di se stessi – che sono i maggiori doni di Dio agli uomini, ma anche le sue più grandi tentazioni all’abuso, fissarono i fondamenti della loro professione sui voti di castità, di povertà e di obbedienza.
Si può fondare una comunità umana, anche se ha la pretesa di essere illuminata dallo spirito di Cristo, sulla rinuncia all’amore coniugale, al possesso e alla libertà? Sì, se si interpreta correttamente il senso dei voti religiosi e si vede che essi non sono in realtà una rinuncia, bensì una purificazione dei grandi doni di Dio all’uomo. Come con il voto di verginità si riporta l’amore alla sua genuina sorgente spirituale, che è Dio stesso, così con il voto di povertà ci si rende disponibili a donare ogni cosa al mondo intero, e con il dono di obbedienza la volontà e la libertà si mettono a perfetta disposizione del volere divino: quale maggiore libertà di chi, come Cristo inchiodato sulla croce, aderisce senza deviazioni alla volontà salvifica del Padre?
Il movimento monastico non ha avuto sempre lucida coscienza della sua missione di essere esempio e modello, per tutta la Chiesa, per ricreare incessantemente quella comunità che Cristo lasciò sulla terra come sua personale eredità. Ma oggi questa coscienza deve essere risvegliata, sia nei consacrati, sia nel popolo di Dio.
L’erede e il sistematore geniale di tutto il monachesimo antico, San Benedetto, che cosa ha fatto, se non riprendere e sviluppare, dalla dottrina degli apostoli illuminata dall’esperienza monastica, l’idea di una comunità cristiana che adempisse fedelmente il mandato lasciato da Cristo? Non si può vivere bene la propria vita cristiana se non la si vive insieme agli altri, come insegnano le lettere apostoliche. Dunque non basta catechizzare il singolo: bisogna dare le direttive perché quanti vivono insieme siano regolati, nella vita di tutti i giorni, dalla luce del Vangelo.
È quello che sembra maggiormente mancare ai nostri giorni, nelle famiglie come nelle parrocchie. Dove è quello spirito di plasmazione della vita delle comunità che dovrebbe creare realmente il popolo di Dio? Non ci si accontenta troppo facilmente, quando lo si fa, di una formazione strettamente individuale?
Proprio la festa dell’Ascensione dovrebbe scuoterci e ricordarci che Gesù non ci ha lasciato semplicemente dei sacramenti per uso personale, ma ci ha lasciato il dono più bello: la vita di una comunità in cui possiamo realmente seguirlo con il sostegno di tutti i nostri fratelli.
Certamente tutti sappiamo che Cristo ha fondato la Chiesa, che è il suo corpo. Ma non c’è il pericolo che questa Chiesa finisca per essere un’etichetta senza contenuto, se noi non siamo in grado, non di elaborare grandi sintesi teologiche o catechetiche, ma di plasmare, nella vita di tutti i giorni, comunità che rendano presente Cristo in ogni loro azione?
Per fare questo è necessario avere una “regola della vita comunitaria cristiana”: è questa la ricchezza che gli apostoli hanno lasciato, come dono più prezioso, alla Chiesa, e senza la quale la stessa eucarestia e la parola di Dio risultano mortificate. Questa regola di vita la Chiesa la custodisce, oltre che negli Atti e nelle lettere degli apostoli, soprattutto nella regola monastica, che trova la sua formulazione classica nella Regola di San Benedetto.
San Benedetto probabilmente non ne aveva piena coscienza, e pensava di legiferare soltanto per il piccolo gruppo dei suoi monaci, ma invece la portata della sua Regola di vita comune è universale. Come la comunità cristiana primitiva si è ritirata nel deserto per sfuggire alle insidie dello spirito del mondo, così ora, che lo spirito del mondo sta portando agli estremi la sua devastazione, essa dal deserto deve riversare la sua luce sulle comunità familiari e parrocchiali e insegnare al popolo di Dio, disorientato e confuso, come riplasmare tutta l’esistenza quotidiana che si vive insieme nelle famiglie e nelle parrocchie, non secondo lo spirito disgregatore del mondo, ma secondo lo spirito edificatore che Gesù, ascendendo al cielo, ci ha lasciato come sua eredità.
Certamente a tutte le famiglie e comunità cristiane dovrebbe essere rivolto l’ammonimento finale di San Benedetto:
«I fratelli si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore; sopportino con grandissima pazienza le rispettive miserie fisiche e morali; gareggino nell’obbedirsi scambievolmente; nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma piuttosto ciò che giudica utile per gli altri; si portino a vicenda un amore fraterno e scevro da ogni egoismo; temano filialmente Dio; amino il loro abate con sincera e umile carità; non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna».