Il liberalismo laico e l’evoluzione morale

(inedito)

Niente di più comune oggi della rivendicazione di “diritti”: diritti delle donne, diritti delle minoranze, diritti degli omosessuali etc. Del resto fa parte della cultura democratica il rispetto per i diritti di ciascuno, e la tradizione del liberalismo si fonda sul principio che ogni persona ha il diritto di esercitare la propria libertà, nella sfera privata e pubblica, civile economica e religiosa, nella misura in cui non interferisce nello stesso diritto degli altri.
Se questi principi fossero una cosa ovvia, ci si dovrebbe chiedere perché di fatto per tanti secoli essi non sono stati riconosciuti e perché, ancora oggi, in tanta parte del mondo non si riconoscono, o almeno non si rispettano. E se fossero principi realmente chiari, ben comprensibili e ben compresi, ci si dovrebbe chiedere perché, a giudizio di molti, anche quelli che si pregiano di applicarli e di difenderli di fatto spesso li applicano soltanto in modo parziale – per non dire partigiano.
Il fatto è che il principio secondo il quale tutti gli uomini sono degni di rispetto e soggetti di diritti, e perciò la loro libertà è in qualche modo “sacra”, come suggerisce quest’ultimo aggettivo, ha un fondamento religioso. Questo fondamento è nello stesso tempo metafisico e storico: esso cioè scaturisce da una concezione spirituale dell’essere umano e nello stesso tempo è il risultato di una storia, e di una storia religiosa e cristiana.
L’obiezione che sempre si fa contro questa affermazione è che storicamente la Chiesa e il cristianesimo troppo spesso hanno osteggiato la libertà umana e hanno violato i diritti delle persone. Ma, come si è detto, si parla qui di un fondamento che non è soltanto teorico, bensì anche storico. Ciò significa che tutte le conseguenze che scaturiscono dal principio metafisico che considera l’uomo un essere spirituale, creato a immagine di Dio e oggetto eminente del suo amore creatore e redentore, per manifestarsi interamente hanno avuto bisogno di una lunga e sofferta storia.
La religione, appunto perché attinge le più profonde sorgenti della coscienza e della libertà, si presta ad essere un movente formidabile dell’impegno umano, tanto nel bene quanto anche nel male. Essa cioè, come l’esperienza insegna, può creare i più grandi eroi e i più grandi fanatici. Ciò è inevitabile: se l’uomo non avesse la libertà non potrebbe amare, agire, creare, ma la liberà gli dà anche la terribile possibilità di abusarne. Allo stesso modo senza la religione non è possibile muovere le corde più profonde del cuore umano, ma queste corde possono muoversi per il bene e per il male.
Qualche cosa di analogo avviene, per esempio, per la scienza: senza di essa l’uomo non potrebbe conseguire gli altissimi traguardi di conoscenza e di civiltà che conosciamo, ma chi potrebbe enumerare gli spaventosi abusi a cui la scienza si è prestata e si presta?
Come però la scienza, come tale, nonostante gli abusi, appare in una luce splendidamente positiva, allo stesso modo la religione, nonostante gli abusi, rimane in se stessa la più grande risorsa spirituale dell’umanità.
Nel caso particolare di cui qui si parla, cioè il rispetto per la dignità dell’uomo e per la sua libertà, non c’è dubbio che il suo fondamento religioso abbia lavorato come un fermento nella storia del mondo, facendo a poco a poco lievitare la pasta di una nuova umanità anche di là dalle frontiere della Chiesa visibile e del cristianesimo.
Se spesso anche i laici parlano di “sacralità” della persona, della coscienza, della libertà personale, ciò è dovuto al fatto che anch’essi hanno ereditato il sentimento dell’inviolabilità dei diritti di ogni persona dalla tradizione cristiana. Non solo da essa, naturalmente. Ma anche gli altri apporti – ad esempio del diritto romano o dello stoicismo – sono stati fecondati dal cristianesimo.
Se la Chiesa, e anche le comunità separate, hanno perseguitato ferocemente i dissenzienti, ciò non avveniva per la convinzione di possedere la verità, come scioccamente oggi si ripete fino alla noia, ma per una commistione di ignoranza, fanatismo e basse passioni di orgoglio, crudeltà e sete di potere. Tanto è vero che l’accusa sempre fatta alla Chiesa su questo punto si fonda sulla denuncia della contraddizione tra una dottrina che predica la dignità dell’uomo, il rispetto e l’amore – anche degli stessi nemici – e un comportamento che viola questi medesimi principi.
Di là dagli abusi, la verità che il cristianesimo ha difeso e diffuso nel mondo consiste proprio nell’affermare, contro ogni negazione, la dignità di ogni uomo: una dignità esigente, che richiede rispetto sia dall’interlocutore, sia – e ancor più – dal soggetto. Rispetto al primo essa è fonte di diritti, rispetto al secondo essa è fonte di doveri. E’ contraddittorio pretendere i primi e rifiutare i secondi, come è contraddittorio esigere i secondi senza accordare i primi.
Spesso la Chiesa è caduta nella seconda contraddizione. Non sempre però. Anzi, nell’evoluzione del senso morale, religioso e civile, il lievito della coscienza cristiana, anche grazie alla gerarchia cattolica, è stato un elemento fondamentale per l’affermazione della libertà umana. Gli storici riconoscono che la prima formidabile affermazione della libertà umana nei confronti del potere politico risale alla gregoriana lotta delle investiture. Fu allora, tra l’altro, che incominciò a delinearsi la dottrina dell’origine puramente contrattuale del potere civile.
Se in seguito fu piuttosto il puritanesimo anglosassone a rivendicare la libertà della persona nei confronti del potere politico, bisogna però aggiungere che il protestantesimo, per la sua costituzionale rinuncia ad una vera e propria gerarchia religiosa, si trovò infine indebolito di fronte all’autorità secolare, mentre la gerarchia cattolica è sempre stata, anche nell’età dell’assolutismo, e lo è ancora, il più formidabile osso duro per il potere politico, in tutte le sue espressioni.
Se ora la cultura laica pretende di rivendicare come “sacri” alcuni suoi diritti, ma nello stesso tempo non vuole riconoscere i corrispondenti doveri, cade necessariamente in contraddizione – contraddizione ben visibile nella partigianeria delle sue scelte, per la quale si rivendicano i diritti della propria persona o del proprio gruppo sociale, mentre si calpestano spudoratamente i più sacri diritti di altri soggetti o di altri gruppi sociali.
Quando si pretende di far risalire l’oppressione della libertà alla convinzione, da parte della Chiesa o di altre realtà sociali, di possedere la verità e si proclama perciò che il “relativismo” è la filosofia propria della democrazia e del liberalismo, si commette un doppio errore: storico e filosofico. Storicamente non è affatto vero che i diritti siano stati rivendicati in base a dottrine relativiste: al contrario, tutti gli eroi del diritto, religiosi o laici, si sono sempre appellati ad una verità luminosa, la verità appunto della dignità spirituale dell’essere umano proclamata dal cristianesimo. E filosoficamente non è sostenibile che una dottrina, o piuttosto una mentalità relativista possa costituire un coerente fondamento per i diritti e la libertà umana.
Se le realtà non visibili – quali sono dignità e diritto – scompaiono dalla coscienza degli uomini perché messe in forse e perciò rese inoperanti nella vita sociale, necessariamente prevarranno sugli animi le realtà visibili: queste nessuno le metterà mai in dubbio, né per esse esisterà mai alcun relativismo. Denaro, sesso e potere impereranno senza rivali in una società relativista, e se qualche autorità potrà imporsi ad essi, essa non potrà essere che un’autorità puramente politica, svincolata da ogni rispetto per la dignità spirituale umana – dignità che è già di fatto contraddetta dalla mentalità “relativista” (ma relativista soltanto riguardo alle realtà spirituali) e dal materialismo imperante che necessariamente ad essa consegue.
Una volta che la Chiesa, dopo una lunga esperienza storica, ha ormai acquisito nella sua dottrina ufficiale come nella sua prassi, il rispetto per la dignità e la libertà di tutti gli uomini, conseguente alla loro natura spirituale di figli di Dio, oggetti del suo amore creatore e redentore, il fatto che essa esiga, come necessaria conseguenza di questo stesso rispetto, che essi siano i primi a rispettare la propria dignità spirituale e che perciò riconoscano i propri doveri prima ancora che i propri diritti, non si oppone minimamente all’ispirazione più profonda della morale liberale.
E’ vero che il liberalismo, per le circostanze storiche in cui si è sviluppato, si trova attualmente legato ad una mentalità laica. Ma questo legame rischia di condurlo ad un vicolo cieco e ad una insanabile contraddizione, e conseguentemente all’impossibilità di opporre una resistenza efficace alle forze disgregatrici della vera libertà umana.
Si è parlato della storia. Dobbiamo prendere atto che, nonostante certe affermazioni in contrario, la storia non è finita. Se la libertà umana si è sviluppata, nella società occidentale e poi nel resto del mondo, attraverso un contrasto dialettico tra potere religioso, potere civile, autorità della scienza e coscienza individuale, non è affatto scontato che l’attuale confusa coscienza civile sia l’ultimo stadio dell’evoluzione morale della società: al contrario, è evidente che essa deve fare ancora molti passi essenziali e che perciò non è cosa ragionevole addormentarsi sugli allori del laicismo liberale, il quale non costituisce l’ultima parola della moralità umana.
La dialettica delle forze in campo non ha ultimato il suo compito: solo da un rinnovato senso religioso, politico, scientifico e civile possiamo sperare la salvezza contro le terribili minacce di tirannia mondiale che si affacciano all’orizzonte.

di D. Massimo Lapponi

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