Il minimo comune multiplo

Cosa si intende con i termini “omofobia”, “transfobia” e simili? Non soltanto e non principalmente il “bullismo” o analoghi maltrattamenti contro persone che rientrano nelle categorie di “omosessuale” e “transessuale”. La parola magica che dovrebbe spiegare cosa sia questa “fobia” è: “discriminazione” – parola, invero, piuttosto ambigua, perché può indicare cose diverse.
Essa potrebbe, infatti, indicare l’ingiusta esclusione, a causa di una determinata condizione, da benefici o ruoli sociali che nulla hanno a che fare con quella condizione. Si può richiamare il caso di un avvocato a cui fu impedito di esercitare la sua professione perché omosessuale.
Ma “discriminazione” può anche indicare una scelta motivata, e doverosamente motivata – tanto che comunemente si biasima chi accetta persone per determinati ruoli di responsabilità “indiscriminatamente”. È, ad esempio, il caso di chi, per la cura dei suoi bambini piccoli, ritiene di non dover accettare un transessuale nel ruolo di “babysitter”.
E già questo secondo esempio scatenerà l’accusa di “transfobia”. Se, infatti, qualcuno osservasse che, per il ruolo di babysitter, non si può accettare “indiscriminatamente” chiunque, ma si hanno tutti i motivi legittimi per volere una ragazza che sia “naturalmente” donna, e non un uomo che “si sente donna” – che abbia o meno fatto interventi chirurgici per adattarsi al sesso preferito – la risposta scontata sarebbe che, così facendo, si “discrimina” il transessuale, perché si suppone che la sua condizione psichica, o psico-fisica, non sia “naturale”, esattamente allo stesso titolo della ragazza, la quale, a differenza dell’altro, sarebbe, invece, donna “naturalmente”.
Come si vede, dunque, il concetto di “omofobia” o “transfobia”, dal senso più ovvio di «maltrattamento o ingiusta esclusione da ruoli che niente hanno a che fare con dette condizioni», trapassa nel senso di: «considerazione della condizione omosessuale o transessuale come “innaturale”, e cioè non equivalente alla condizione di donna o uomo biologicamente fondata».
Secondo questo ultimo concetto di omofobia e di transfobia, dunque, la condizione bio-psichica maschile e femminile deve essere equiparata senza residui a quella omosessuale e transessuale, e questa equiparazione dovrebbe riguardare non solo i “diritti”, ma gli stessi “fatti” legati alla condizione maschile e femminile.
Prendiamo il caso più vistoso ed essenziale: la maternità. Essa consiste in un legame incomunicabile dei due generanti tra loro e con il generato e tra la madre e il frutto del suo apparato generativo, con tutte le implicazioni psichiche e spirituali che queste relazioni necessariamente implicano.
Ma perché chi si trova nella condizione omosessuale e transessuale possa essere equiparato senza residui a chi detiene la condizione bio-psichica maschile e femminile, e possa perciò svolgere “senza discriminazioni” il ruolo proprio della maternità, necessariamente il medesimo ruolo deve essere ridefinito. Soltanto così, infatti, esso potrà essere attribuito alle diverse situazioni conservando un significato univoco.
E qui interviene il concetto di “minimo comune multiplo”. Bisogna trovare un “minimum” che si adatti a tutte le situazioni e a tutti i casi, e questo “minimum” costituirà, di fronte alla legge, il proprio esclusivo della maternità. Ogni elemento aggiunto ad esso deve essere escluso dalla prospettiva della legge. E non solo della legge statale, ma anche del concetto e del linguaggio.
Se, infatti, qualcuno, in una determinata condizione, rivendicasse come “naturale” un elemento che manca ad altre condizioni, “ipso facto” mostrerebbe di considerare “innaturali” le altre condizioni, e quindi cadrebbe sotto l’accusa di “fobia”.
Dunque, il fatto che la donna concepisca i propri figli in seguito ad una fecondazione avvenuta per amplesso affettivo “naturale” nell’ambito del “matrimonio”, porti avanti la gestazione per nove mesi, dia alla luce un figlio, creando con lui un legame anche psichico-spirituale profondissimo, lo nutra e lo accompagni nella vita fin dai suoi primi vagiti – tutto ciò non rientra nel nuovo concetto di maternità, perché esula dal “minimo comune multiplo” che deve valere univocamente e senza residui per tutte le condizioni.
È ovvio, infatti, che un uomo che convive con un altro uomo, un uomo che si sente donna in un corpo machile – che sia stato o meno chirurgicamente modificato – una donna che non ha generato, ma che convive con un’altra donna che ha generato, non possono avere con un “figlio” nessuna delle relazioni che abbiamo sopra elencato. Eppure per la legge hanno il diritto di essere chiamati/e “madri” in senso univoco e senza residui, esattamente come le “madri” che invece hanno con i loro figli i suddetti rapporti.
Il concetto di “madre”, dunque, deve essere appiattito sul “minimo comune multiplo” che necessariamente deriva da questa equiparazione. Sarà, perciò, “madre” qualsiasi persona a cui la legge riconosce il diritto di allevare ed educare un minore che convive con la medesima e con il suo o la sua convivente – ovvero con i suoi o le sue conviventi – quale che sia il modo in cui si sia pervenuti all’affidamento del minore a detta convivenza.
Questa riduzione al minimo comune multiplo esclude che si possano considerare “naturali” tutte le relazioni che sono state prima descritte come proprie della “maternità” avvenuta in un tradizionale ambito “matrimoniale”.
Se la legge non riconosce il valore normativo di dette relazioni e delle realtà ad esse connesse, determinati ruoli non potranno avere alcuna tutela giuridica. Così, se il cosiddetto “utero in affitto” esclude la relazione tra genitrice e generato dopo la nascita, e quindi il nutrimento e l’accompagnamento fin dai primi vagiti, con tutte le connesse implicazioni psichiche e spirituali, in alcun modo si potrà invocare, contro detta pratica, l’intervento della legge, in quanto detti ruoli non sono considerati parte essenziale della maternità. La legge, dunque, tutelerà soltanto i ruoli degli “acquirenti”, in quanto inclusi nel “minimo comune multiplo”, mentre non tutelerà gli altri.
Un altro esempio di questa esclusione dei ruoli propri della donna, e dello stesso ruolo di “madre”, ci viene dalla Gran Bretagna. Nel Regno Unito, infatti, è giunta ai medici, dalla British Medical Association, la raccomandazione di non usare l’espressione “mamme in attesa”, perché un transessuale donna che si senta uomo, ma che non abbia subito ancora interventi chirurgici per cambiare sesso al fine di poter generare prima dell’intervento un figlio senza essere “madre”, resterebbe escluso dal concetto di “madre in attesa”. Bisognerà, anche qui, trovare un “minimo comune multiplo” che permetta di includere tutti nella stesso concetto di “in attesa”, in modo univoco e senza residui.
La stessa British Medical Association afferma chiaramente: «Benché una vasta maggioranza della gente incinta possa essere identificata come femminile, possiamo essere inclusivi nei confronti degli uomini intersessuali e dei transmen utilizzando l’espressione gente incinta anziché mamme in attesa».
Analogamente, per la stessa ragione, non si deve dire “allattamento al seno”, ma “allattamento al torace” – espressione che si può applicare non solo alla donna che si sente uomo, ma anche all’uomo che in qualche modo si adatta ad allattare il “suo” bambino al posto della madre “naturale”!
Dunque i ruoli di “madre”, in quanto generante, in quanto “allattante al seno”, non sono né riconosciuti né tutelati dalla legge.
Del resto, visto che determinati ruoli non sono riconosciuti come propri della maternità e vengono perciò estesi a figure che non intendono essere considerate “madri”, ormai si tende a sostituire le parole “madre” e “padre” con l’espressione “genitore 1” e “genitore 2” – ciò che, tuttavia, non risolve il problema linguistico, perché anche il concetto di “genitore” non si adatta a situazioni in cui gli affidatari del bambino non lo hanno di fatto generato. Per questo in alcuni luoghi si tende a parlare, con molto maggiore esattezza linguistca, di “responsabile 1” e “responsabile 2”.
Ovviamente non deve esserci alcuna differenza concettuale tra il/la “responsabile” a cui, in qualsiasi modo, è affidato il bambino in quanto “figlio” e la “madre” che ha generato il proprio. Infatti, se introducessimo un concetto che non sia compreso nel “minimo comune multiplo”, gli omosessuali e i transessuali verrebbero considerati non naturali e la loro relazione con i minori a loro carico sarebbe qualitativamente diversa e inferiore rispetto alla relazione tra i gentori generanti e i loro figli.
Ma a questo punto lo Stato, se, in seguito ad una assodata esperienza negativa o per altre ragioni, decidesse di non affidare più i minori ai gruppi di due, o eventualmente più, conviventi, e quindi sottraesse i bambini alle convivenze e li destinasse ad instituzioni educative statali, detta disposizione non potrebbe non riguardare indiscriminatamente tanto i minori affidati, quanto i figli generati. Ogni differenza di trattamento dovrebbe essere esclusa, poiché il concetto di “minore a carico” – non parliamo ormai più di “maternità” – come lo stesso concetto di “matrimonio”, è stato univocamente ristretto nei limiti del “minimo comune multiplo” applicabile, senza defferenze residuali, a tutti i casi.
Se da queste premesse torniamo a considerare i concetti di “discriminazione” e di “fobia”, vediamo che ora le parti si sono rovesciate: di fatto, non è l’omosessuale e il transessuale, bensì chi ha una condizione bio-psichica femminile – e maschile – e “naturalmente” materna, ad essere discriminato e ad essere considerato “innaturale”. Infatti, se la “discriminazione” è l’ingiustificata esclusione di una persona da un ruolo, è ingiustamente discriminata una donna, le cui funzioni di generante, allattante, accogliente, non sono né riconosciute né tutelate dalla legge, mentre è tutelato, a suo danno, il diritto di altri di assumere il ruolo materno, pur non potendo svolgere dette funzioni, ovvero è tutelato il diritto di attribuire dette funzioni a chi, per legge, non è considerato, né “madre” né “donna” e non a lei in quanto “madre e “donna”.
Analogamente una donna che non ha il diritto di essere chiamata “madre” e il cui seno non ha il diritto di esere chiamato “seno”, mentre chi pretende di non essere donna ha tutti i diritti di essere riconosciuto come “naturale” e “naturalmente” esercitante i ruoli che desidera, è discriminata – e il suo essere “donna” in quanto madre generante, allattante e accogliente viene considerato come “non naturale” e come tale viene trattato dalla legge.
Questa considerazione come “non naturale” della condizione bio-psichica femminile e della maternità includente le funzioni di nutrizione-accoglimento della vita è talmente reale, che in un futuro non lontano, sulla base del “minimo comune multiplo”, l’eventuale sottrazione dei minori dalle convivenze “matrimoniali” – essendo il concetto di matrimonio esteso univocamente a tutti i casi – considererebbe semplicemente “inesistente” un rapporto di presunta “naturale relazione” tra la madre e i figli da lei generati in un “matrimonio” monogamico tra un uomo e una donna, e quindi procederebbe alla sottrazione dei minori indiscriminatamente da tutte le convivenze.
In conclusione, se le donne, in quanto esseri bio-psichici ben determinati, non sono considerate “naturali”, se i ruoli da loro svolti in virtù della loro stessa condizione bio-psichica non sono considerati “naturali”, bensì “stereotipi”, “pregiudizi”, “concetti antropologici” di formazione puramente convenzionale e quindi da “decostruire”, se in quanto tali essi non sono né riconosciuti né tutelati dalla legge, mentre la qualifica di “naturali” per omosessuali e transessauli e il loro accesso ai ruoli artificiosamente appiattiti ad un “minimo comune multiplo” sono solennemente sanciti e tutelati dalla legge, siamo di fronte ad una vera scandalosa discriminazione della donna e ad una vera “GINECOFOBIA”, contro la quale è ormai tempo che un vasto movimento popolare reagisca portando la difesa dei veri e inalienabili diritti della donna in tutte le opportune sedi giuridiche, nazionali e internazionali.

di Don Massimo Lapponi