Il mistero di Fatima

Massimo Lapponi, nato a Roma nel 1950, è sacerdote benedettino dell’Abbazia di Farfa. Professo nel 1973, ordinato sacerdote nel 1977, è stato docente di Etica e di Filosofia della religione presso il Pontificio Ateneo di ant’Anselmo a Roma. Oltre a varie pubblicazioni di carattere accademico, ha scritto anche opere di narrativa e composizioni musicali. Dal 2011 è occupato, per alcuni mesi all’anno, in una fondazione benedettina in Sri Lanka. In Italia è impegnato anche nella pastorale familiare e in attività formative dei giovani studenti. Il suo volume San Benedetto e la vita familiare, uscito in Italia nel 2009, presso la Libreria Editrice Fiorentina, è stato pubblicato in inglese, in francese, in portoghese e in spagnolo. Altre pubblicazioni: Giacinto Sigismondo Gerdil e la filosofia cristiana dell’età moderna (Spazio Tre, 1990); Sulla pupilla cerula (Spazio Tre, 1991); Il manoscritto del Dottor Bonich (Spazio Tre, 1995); Di generazione in generazione (Spazio Tre, 2000), La luce splende nelle tenebre (Aracne, 2014).

I. La testimonianza profetica di un’umile pastorella

E’ uscita recentemente, a cura del Carmelo di Coimbra in Portogallo, la biografia di Suor Lucia dos Santos – “Un cammino sotto lo sguardo di Maria”, Roma, Edizioni OCD, 2014 – la veggente di Fatima morta quasi centenaria nel 2005 – era nata nel 1907 – nello stesso arco di tempo in cui morirono Giovanni Paolo II, Mons. Giussani e Roger Schutz.
La lettura delle più di cinquecento pagine del volume ci trasporta in una dimensione inusuale: sembra quasi di rivivere gli avvenimenti dell’ultimo secolo della storia del mondo in una luce diversa. Da una parte – la nostra? – si vedeva l’ordito confuso del retro dell’arazzo, dall’altra – la sua? – il disegno appare sul davanti in tutta la sua chiarezza.
Per chi ha fede, la lettura della biografia di quest’umile pastorella, divenuta poi suora coadiutrice – cioè addetta ai soli lavori materiali più modesti – e infine carmelitana di clausura in una giovane comunità ancora in formazione, dà l’intuizione pacificante di un governo divino del mondo che, nascostamente ma efficacemente, ha guidato gli avvenimenti sconcertanti degli ultimi cent’anni. Per chi non ha fede, rimane il grande quesito di come sia possibile che una persona così semplice, senza ricchezza, posizione sociale o istruzione, abbia saputo leggere il senso della nostra storia meglio di qualsiasi filosofo, storico o sociologo, e che gli occhi di mezzo mondo si siano fissati su di lei, benché ella, una volta adempiuta la sua missione di riferire quanto asseriva esserle stato rivelato dall’alto, non cercasse altro che il più umile nascondimento.
In molti – anche cattolici – vi è, inoltre, il pregiudizio che gli ordini di clausura siano inutili e che oggi la Chiesa sia chiamata al solo impegno sociale, o addirittura politico e rivoluzionario. Come, dunque, spiegare che dall’intima esperienza di una religiosa tutta dedita alla preghiera, alla fatica quotidiana e all’apostolato spicciolo del catechismo, del consiglio e del buon esempio, scaturisse una luce capace di smuovere mezzo mondo?
Suor Lucia scrisse la sue “Memorie” in diversi momenti, tra il 1935 e il 1941, per ordine del Vescovo di Leira. L’umile suora coadiutrice, oltre a non avere alcuna formazione letteraria, dovette trovare con difficoltà il tempo di dedicarsi a questo lavoro tra le sue molte incombenze. Fu, dunque, un lavoro in parte ingrato, perché fatto per obbedienza e con fatica. Ma, certamente, fu anche una grande gioia per lei rievocare i momenti più significativi della sua infanzia e le figure indimenticabili dei suoi cuginetti Giacinta e Francesco. Il risultato fu un testo (Ora lo si può leggere in rete tramite il seguente link: http://www.pastorinhos.com/_wp/wp-content/uploads/MemoriasI_it.pdf) che, dal tempo della sua pubblicazione, ha fatto il giro del mondo, eguagliando il successo della “Storia di un’anima”, scritta anch’essa per obbedienza da un’altra suora carmelitana, Santa Teresa di Gesù Bambino, negli anni Novanta dell’Ottocento.
Come si spiega questo “spiritualismo storico”, per il quale le masse non si muovono per motivi economici, ma per la forza sovrumana che scaturisce da poche pagine – infiammate, però, da una fuoco che illumina oltre la nostra banale visione ordinaria? Forse perché ciò che viene messo in luce è il lato giusto dell’arazzo?

Di una vita che ci aveva accompagnato silenziosamente per decenni, ora la biografia ci mette davanti tutto lo svolgimento. Ed ecco che tante cose, solo parzialmente conosciute, prendono il loro giusto posto: la sofferenza di Lucia per il distacco dai luoghi della sua infanzia, la continua ricerca del nascondimento, le ripetute rinunce alla volontà propria nella vita religiosa, il contrasto tra la grandezza e la vastità di diffusione del suo messaggio e la semplicità della sua vita quotidiana, prima di suora dorotea e poi di carmelitana, l’improvviso risveglio di interesse per Fatima, per il “terzo segreto” e per Suor Lucia da parte di Giovanni Paolo II dopo l’attentato del 13 maggio 1981.
Ma in tutto questo risalta luminosamente la lettura fatta dall’umile pastorella, sotto la guida del cielo, dei tragici avvenimenti del nostro tempo.
In una lettera scritta al Santo Padre il 12 maggio 1982, Suor Lucia scrive:
«La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917).
«La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, ecc.”.
«Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, ecc. E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».
Il 13 luglio 1917 la Madonna aveva detto ai veggenti:
«Sacrificatevi per i peccatori, e dite molte volte, specialmente ogni volta che fate qualche sacrificio: O Gesù, è per amor vostro, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria (…) Avete visto l’inferno, dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarli Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato (…) La guerra sta per finire. Ma, se non smetteranno di offendere Dio, durante il pontificato di Pio XI ne comincerà un’altra peggiore (…) Per impedirla verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato, e la comunione riparatrice dei primi sabati. Se ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace. Se no, diffonderà i suoi errori nel mondo, suscitando guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo qualche tempo di pace».
Due elementi risaltano specialmente in questa rivelazione: l’insistenza sul Cuore Immacolato di Maria, sia come parte lesa dai peccati degli uomini, sia come rimedio supremo contro i mali del mondo, e la responsabilità della Russia, che «diffonderà i suoi errori nel mondo, suscitando guerre e persecuzioni alla Chiesa».
Sul secondo elemento c’è poco da dire, se non che nel luglio del 1917 nessuna persona al mondo avrebbe potuto prevedere che la Russia sarebbe stata il centro di diffusione dei più grandi errori, per la rovina del mondo intero.
Ma che relazione c’è tra questo elemento e il primo? E che cosa significa la insistita centralità del Cuore Immacolato di Maria, come parte offesa, come salvezza degli uomini e della Russia in particolare e come rimedio contro gli errori da essa diffusi in tutto il mondo?

Per capirlo dobbiamo riandare all’origine degli errori della Russia e, dunque, dalla teologia passare alla filosofia e alla politica.
Cosa c’era, infatti, dietro gli avvenimenti che di lì a pochi mesi avrebbero sconvolto quell’immensa nazione?
La Russia già da decenni era agitata da vari movimenti rivoluzionari, spesso contrastanti tra loro, ma tutti insofferenti del dispotismo zarista. Tra questi movimenti – ciò che ancora nei primi mesi del 1917 nessuno poteva prevedere – il piccolo partito dei Bolscevichi – il cui capo, Lenin, intendeva realizzare con ogni mezzo la rivoluzione comunista teorizzata da Marx – era destinato a prevalere sugli altri e ad annientarli.
Marx nel 1845 aveva scritto le sue celebri “Tesi su Feuerbach”, nelle quali, con geniale concisione, aveva raccolto in poche frasi il nucleo della sua filosofia. Per essa l’uomo «è l’insieme dei rapporti sociali», e solo nella piena realizzazione della sua socialità può trovare il proprio appagamento. Ma questa socialità non va intesa come “fraternità cristiana”, bensì come partecipazione di tutti ai beni materiali, perciò come dominio materiale del mondo realizzato in comune.
Secondo il filosofo di Treviri, dunque, l’uomo è infelice nella misura in cui non vede realizzata la sua compiuta socialità – cioè la partecipazione di tutti ai beni materiali – e cerca di compensare questa sua infelicità creandosi un paradiso immaginario, ovvero un ideale di amore fuori del mondo. Chi possiede privatamente i beni, sottraendoli all’universale socialità, ha tutto l’interesse a mantenere questa illusione, fingendo che l’amore familiare, fondato in realtà sulla egoistica proprietà privata e “santificato” dal sentimentalismo religioso, sia la vera felicità, e deviando così verso ricompense celesti immaginarie l’insoddisfazione degli esclusi. In questa prospettiva, tutti i concetti tradizionali che celebravano l’amore tra genitori e figli come fonte di educazione cristiana, e quindi di fraternità umana, non sarebbero che una «nauseante» ipocrisia di chi vuole tenere i beni materiali per sé, isolandosi dall’universale società degli uomini. Così «la religione rende l’uomo estraneo a se stesso e sdoppia il mondo in un mondo religioso immaginario, e in un mondo reale». Dunque, «il fatto stesso che la base mondana si distacca da se stessa e si stabilisce nelle nuvole come regno indipendente non si può spiegare se non colla dissociazione interna e colla contraddizione di questa base mondana con se stessa. Questa deve pertanto essere compresa prima di tutto nella sua contraddizione e poi, attraverso la rimozione della contraddizione, rivoluzionata praticamente».
Come, dunque, dovrà realizzarsi, secondo Marx, l’auspicata «rimozione della contraddizione, rivoluzionata praticamente»? Egli ce ne fornisce un esempio – e certamente la scelta non è casuale:
«Dopo che si è scoperto» egli scrive «che la famiglia terrena è il segreto della sacra famiglia, è la prima che deve essere criticata teoricamente e sovvertita nella pratica».
Certamente, secondo questa filosofia rivoluzionaria, che si apprestava a conquistare il mondo, non solo la famiglia, bensì tutto l’ordine “borghese”, con i suoi presunti “diritti della persona”, “libertà politica ed economica”, “proprietà privata” e tutto ciò che ad essa si riferisce, non sarebbe altro che un’ipocrita chiusura dell’interesse del singolo su se stesso, che intende così sottrarsi egoisticamente alla totalità della società e della storia. E la rivoluzione si incaricherà di distruggere questo ordine in tutti i suoi aspetti e di costringere con ogni mezzo gli uomini a rispettare le leggi della dialettica universale.
Ma ben pochi hanno visto lucidamente che tra le minacce all’“ordine borghese” avanzate dai promotori della rivoluzione, la più grave e quella che tutto governava e spiegava era proprio l’intenzione di distruggere la famiglia e il suo modello divino.
Come abbiamo visto, Marx, già nel 1845, aveva dichiarato esplicitamente il suo programma di sovvertire «nella pratica» «la famiglia terrena» per poter eliminare «la sacra famiglia».
Ora questa era una vera dichiarazione di guerra, che più volte riappare, accompagnata da espressioni di odio e di disprezzo, negli scritti marxisti.
Così egli scriveva nel 1848:
«Abolizione della famiglia! Anche i più estremisti si riscaldano parlando di questa ignominiosa intenzione dei comunisti. Su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la borghesia: ma essa ha il suo complemento nella coatta mancanza di famiglia del proletario e nella prostituzione pubblica. La famiglia del borghese cade naturalmente col cadere di questo suo complemento ed entrambi scompaiono con la scomparsa del capitale».
E nel 1884 Engels, rielaborando precedenti appunti di Marx, dichiara ancora apertamente quale sia il loro intento:
«L’eliminazione della famiglia monogamica in quanto unità economica» e «la reintroduzione dell’intero sesso femminile nella pubblica industria».
Dunque non la famiglia, ma l’industria doveva unire gli uomini, e poiché la famiglia era la forza più grande che allontanava gli uomini dall’industria, suscitando in loro la nostalgia per una felicità e una fraternità di tutt’altro genere, essa doveva essere distrutta. L’intero sesso femminile, emancipato da ogni relazione naturale e privilegiata con la funzione materna, doveva essere impiegato nel lavoro di conquista materiale del mondo, mentre, nello stesso tempo, ogni segno della sublimazione dell’amore familiare umano nell’amore divino doveva essere sommerso dal disprezzo, dall’ingiuria e dall’irrisione.
Ma come affermare che questo aspetto della rivoluzione – l’abolizione della famiglia – sia centrale rispetto agli altri e che esso tutti li spieghi e li governi? E l’abolizione della proprietà privata e della libertà politica ed economica? E la violazione programmatica della dignità umana? E gli assassini, i genocidi, le torture, le reclusioni inumane, i lavaggi del cervello, gli inganni, le menzogne, l’oppressione della libertà dei popoli, la propaganda spregiudicata diffusa in tutto il mondo?
Certamente l’immensità di questi delitti è tale che sfugge all’umana comprensione. Ma qual è la radice da cui tutti essi derivano?
Penso che proprio le rivelazioni di Fatima, mostrandoci il lato giusto dell’arazzo, ci aiutino a comprendere questo punto. Esse, infatti, potrebbero legittimamente essere interpretate come una risposta del cielo alla sfida di Marx e dei suoi seguaci.

II. Un conflitto insanabile

Se Marx, come abbiamo visto, attraverso la famiglia umana, prendeva di mira la Sacra Famiglia, in perfetta corrispondenza la Madonna presentava come parte principalmente lesa dai peccati degli uomini il modello dell’amore materno, e sulla sua riaffermazione fondava la salvezza del mondo e la conversione della Russia.
Nell’ultima apparizione ai tre pastorelli – quella del 13 ottobre 1917, accompagnata dal “miracolo del sole”, che poté essere visto da una folla sterminata – si sarebbe presentata l’intera famiglia di Nazaret – Gesù Bambino, Maria e Giuseppe – ma già l’attenzione insistita sul Cuore Immacolato di Maria ci porta al centro del mistero della Sacra Famiglia.
Parlando umanamente, infatti, la Sacra Famiglia ha origine da Maria. Ora ovviamente, non si tratta di un’origine puramente fisica, quasi che Maria fosse un semplice strumento necessario per la nascita del Figlio di Dio nel mondo e nulla più. Se Gesù è veramente e integralmente uomo, deve necessariamente aver ricevuto da Maria tutto ciò che un uomo riceve da una madre. Cosa? Possiamo ben dire che si tratta di una ricchezza così immensa, che per molti aspetti sfugge alla nostra comprensione.
Ma tra ciò che una madre ordinaria dona al proprio figlio e ciò che Maria donò a Gesù c’è una differenza sostanziale. Sappiamo bene, infatti, sia per esperienza umana, sia per quanto la fede ci insegna sulla nostra condizione di peccatori, quanto sia imperfetto l’amore con cui i genitori generano i loro figli. Perciò il salmista poteva esclamare: «Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre» (Sal 50, 7). Al contrario, l’amore materno di Maria doveva essere immune da ogni imperfezione. Per questo parliamo di “Cuore Immacolato” di Maria.
E tuttavia quest’ultimo, se pure elevato in modo così sublime rispetto ai nostri cuori, macchiati dal peccato, non si presenta come qualche cosa di inattingibile, bensì come la perfezione di fronte all’imperfezione, e perciò come il modello che tutte le donne sono chiamate ad imitare. Come, infatti, i loro figli, che Dio «da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli», così necessariamente le donne che li generano, per collaborare a renderli tali, dovranno essere conformi all’immagine di Maria, sua madre.
Gesù, durante la sua predicazione, sembra avere allontanato da sé sua madre. E’ celebre l’episodio: «Qualcuno gli disse: “Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti”. Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre”» (Mt 12, 47-50).
Ma non alludono, le parole di Cristo, ad una missione materna, che Maria ancora non ha compreso, la quale doveva prevalicare gli angusti limiti di una famiglia umana per estendersi a tutti gli uomini? Solo alla consumazione del suo sacrificio redentore Gesù lo svelerà pienamente a Maria: «Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”» (Gv 19, 26-27).
Così dalla Sacra Famiglia si irradia sulle famiglie umane la luce di un amore purificato, rinnovato ed esteso a tutti gli uomini, e da esso, a sua volta, è destinata a nascere una stirpe di «molti fratelli», di cui Cristo è «il primogenito».
Ma una fraternità che viene dal cielo non poteva essere accettata da una filosofia superba e arrogante, gelosa della propria assoluta indipendenza e autonomia. Essa, perciò, doveva essere distrutta, a costo di rinnegare, con la comunità familiare, quanto vi è di più umano nell’uomo.
Dunque il suo programma sarà, come abbiamo visto, «l’eliminazione della famiglia monogamica in quanto unità economica» e «la reintroduzione dell’intero sesso femminile nella pubblica industria».
L’unione – certamente auspicabile – tra gli uomini non si deve fondare se non sulle energie della natura, dominate e sfruttate in comune. Pertanto, se è il solo interesse materiale che deve unire gli uomini, tutto ciò che, derivando dalle affezioni familiari, li aliena da questo supremo interesse deve essere distrutto con ogni mezzo.
In questa prospettiva appare chiaro come proprio dal rifiuto dell’amore cristiano e della sua fondazione nella famiglia umana e nella Sacra Famiglia derivino tutte le altre negazioni dell’ordine “borghese”.

III. Le minacce dell’odio e la salvezza offerta dal Cuore Immacolato di Maria

Quali le conseguenze?
A quei comunisti che, “inquinati” dalla morale borghese, sostenevano che la violenza, per quanto a volte necessaria, dovesse essere ridotta al minimo indispensabile e che il nuovo ordine del mondo dovesse essere instaurato, per quanto possibile, con mezzi pacifici, Lenin rispondeva:
«Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che esiste; è l’atto con cui una parte della popolazione impone la sua volontà sull’altra per mezzo di fucili, baionette e cannoni – mezzi autoritari, se mai ve ne sono; e se il partito vittorioso non vuole aver combattuto invano, deve mantenere questo ruolo per mezzo del terrore che le sue armi ispirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un solo giorno, se non avesse fatto uso di questa autorità del popolo armato contro i borghesi? Non dovremmo, al contrario, rimproverarla per non averla usata con sufficiente libertà?»
E in un’altra occasione egli affermò:
«Che cosa importa se tre quarti del mondo periscono, purché il quarto restante sia comunista?»
Che questo programma sia naufragato non deve stupire. Come potrebbe l’interesse per il dominio materiale del mondo unire realmente gli uomini, se non con il braccio di ferro di una dittatura spietata?
Era iscritto nella necessità dei fatti che l’utopia materialista mostrasse, prima o poi, tutta la sua fallacia e che, con tempi e misure diverse, libertà politica ed economica e garanzie giuridiche fossero ristabilite.
Ma attenzione! Proprio quello che era il centro e il segreto motore della rivoluzione, cioè la distruzione della famiglia, con le necessarie conseguenze della degradazione dell’amore e dell’estraniazione degli uomini tra loro, proprio quello ha fatto breccia, non solo nelle società governate dal socialismo reale, ma anche nelle “libere” società occidentali! E la breccia, non che sanarsi, tende invece a sfaldarsi sempre di più.
Se dalla famiglia e dall’amore che la fonda, sublimato nella sponsalità, maternità, paternità, filialità e fraternità – realtà tutte illuminate dal Cuore Immacolato di Maria e dalla divino-umanità di Cristo – scaturisce la vera unione fraterna tra gli uomini, non vi è il rischio – o piuttosto la certezza – che, accettando del programma rivoluzionario anche soltanto il suo elemento centrale, cioè la distruzione della famiglia, l’utopia materialista di un’unione degli uomini tra loro fondata sul solo comune sfruttamento della natura rialzi il suo capo orgoglioso e riproduca gli stessi orrori, estesi a più largo raggio?
La Madonna ha detto «Finalmente il mio Cuore Immacolato trionferà». Ma, come ha ben spiegato Suor Lucia, questo non sarà un fatto automatico.
«Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».
Il cielo ci avverte di non continuare ad offendere Dio e a calpestare la dignità della donna, divinamente rappresentata dal Cuore Immacolato di Maria. Ma se noi continuiamo ad ignorare l’avvertimento del cielo, cosa avverrà?
«Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, ecc. E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo».
Oggi la Chiesa celebra la festa della Madonna Assunta in cielo in anima e corpo. E’ questo il segno più alto della dignità della donna. Non solo la sua anima, ma anche il suo corpo, nel disegno di Dio, è chiamato ad essere santo e strumento di salvezza.
Come si attua questo mistero? Attraverso il Cuore Immacolato di Maria, il quale insegna ad ogni uomo e ad ogni donna che l’amore vero, anche nella sua dimensione fisica, ha la sua sede non nella carne, ma nello spirito, e che questa sua essenziale sublimità spirituale è così immensa da poter redimere, se noi lo vogliamo, l’intero mondo da ogni colpa e da ogni male.


IV. L’Immacolata Concezione salvezza ed esaltazione della vita umana
(Dal volume di Don Massimo Lapponi “La luce splende nelle tenebre”, Aracne Editrice, 2014)

«L’avventura suprema è nascere. Così noi entriamo all’improvviso in una trappola splendida e allarmante. Così noi vediamo qualcosa che non abbiamo mai sognato prima. Nostro padre e nostra madre stanno acquattati in attesa e balzano su di noi, come briganti da un cespuglio. Nostro zio è una sorpresa. Nostra zia, secondo la bella espressione corrente, è come un fulmine a ciel sereno. Quando entriamo nella famiglia, con l’atto di nascita, entriamo in un mondo imprevedibile, un mondo che ha le sue strane leggi, un mondo che potrebbe fare a meno di noi, un mondo che non abbiamo creato. In altre parole, quando entriamo in una famiglia, entriamo in una favola».
Non so se Chesterton, scrivendo queste parole, pensava di essere un poeta. Ma, che lo pensasse o no, certamente lo era. E la sua poesia ne richiama un’altra, assai più famosa:
Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,

l’anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la trastulla.
(Purgatorio, XVI, 85-90)
Ma, se nascendo entriamo in una fiaba – «Ucci, ucci! Sento odor di cristianucci!» – come in tutte le fiabe che si rispettino, c’è sempre l’Orco in agguato, pronto a farci mettere nei guai con le nostre stesse mani. Per questo Dante aggiunge che l’ «anima semplicetta che sa nulla»
di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.
(Purgatorio, XVI, 91-93)
All’anima semplicetta sono dunque necessari guida e freno, appunto perché essa non sa nulla e quindi, come prudenza consiglia, è bene che ascolti docilmente chi ne sa più di lei. Se però, come è avvenuto fin dall’inizio nella fiaba della vita, essa non ascolta e vuol fare di testa sua, allora tutto il suo trastullo si trasforma in un tragico gioco di morte. Che l’Orco mangi i bambini non è solo un’immagine fiabesca!
Tuttavia, nonostante l’ombra bieca del serpente nel giardino e della Rupe Tarpea, l’anima semplicetta è sempre mossa da lieto Fattore e sempre aspira alla letizia e alla vita. A quale letizia? A quale vita? Questo essa non lo sa – tanto è vero che con troppa facilità si lascia ingannare.
Lo sapeva però un sapiente narratore di fiabe come Dante, il quale, come abbiamo visto, dice che l’anima semplicetta «volontier torna a ciò che la trastulla» perché è «mossa da lieto fattore».
Il lieto Fattore è il più meraviglioso narratore di fiabe, se con la Sua Parola ha dato vita al poema della creazione, che in modo ineffabile canta la Sua gloria e la Sua letizia.
Quando si parla di un poeta, a volte si dice che il poema da lui scritto è una sua “creazione”, a volte si dice che un suo “parto”. Sembra proprio che tra creazione e generazione ci sia una suggestiva analogia.
Uno scienziato evoluzionista, senza parlare di creazione, direbbe che, incominciando da una causalità meccanica, a poco a poco la materia si è evoluta, è nata la vita e si è passati alla causalità per generazione. Gli scienziati che vogliono mantenere un linguaggio rigorosamente descrittivo e non valutativo, pur facendo uso della parola “evoluzione”, eviteranno di dare ad essa il senso di un’ascesa ad un gradino più alto. Ma di fatto molti scienziati, spesso senza accorgersene, mostrano di intendere l’evoluzione dal mondo inorganico al mondo organico e alla vita cosciente come il passaggio a un modo superiore di essere.
Secondo la metafisica classica, vi è un primato di ciò che è superiore rispetto a ciò che è inferiore, per cui non è il superiore che deriva dall’inferiore, ma, al contrario, l’inferiore deriva dal superiore. In questo senso si può affermare che la causalità meccanica non è che un’immagine indebolita della causalità per generazione, qualche cosa, cioè, che da essa deriva per via di imitazione ad un livello inferiore.
Ma come potrebbe la causalità meccanica derivare, per imitazione, dalla generazione della vita, se questa cronologicamente viene dopo? La risposta è che anteriormente alla causalità che si manifesta nella creazione – prima in forma meccanica, poi in forma generativa – vi è una causalità eterna nel seno della Divinità, per la quale il Padre genera il Figlio nel vincolo di amore dello Spirito Santo. Questa eterna generazione è causa e modello di ogni causalità creaturale.
San Paolo, nella Lettera ai Colossesi, scrive che Cristo «è immagine del Dio invisibile, primogenito di ogni creatura, poiché tutte le cose sono state create in lui (…) per mezzo di lui e in vista di lui» (Cl 1, 15-16). Il grande esegeta André Feuillet, nel suo volume Le Christ Sagesse de Dieu d’après les épitres pauliniennes (Paris, 1966), dimostra che San Paolo, in questo testo, fa riferimento al capitolo VIII del Libro dei Proverbi, nel quale la divina Sapienza dice di se stessa:
«Il Signore mi ha generata all’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera (…) Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso; quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso; quando stabiliva al mare i suoi limiti, sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia; quando disponeva le fondamenta della terra, allora io ero con lui come architetto » (Pv 8, 22. 27-30).
Alla luce di questo riferimento, si comprende che Cristo non è presentato da San Paolo come una creatura tra le altre, ma piuttosto come il modello della creazione e di tutte le creature.
Giustamente perciò San Tommaso, in un testo straordinario, in cui sembra risuonare la sublime poesia che anima il poema stesso della creazione, richiamandosi anch’egli ai libri sapienziali della Bibbia, scrive:
«“Io, la Sapienza ho effuso dei fiumi” (Sir 24, 30). Per questi fiumi intendo il flusso dell’eterna processione, per la quale il Figlio dal Padre e lo Spirito Santo da ambedue procedono in modo ineffabile. Questi fiumi un tempo erano nascosti e come misteriosamente infusi, sia nelle creature, che sono similitudini che riflettono il loro Creatore, sia negli enigmi delle scritture (…) “Io, come un corso d’acqua immensamente abbondante uscito dal fiume” (Ibid.). In ciò viene espresso l’ordine e il modo della creazione. L’ordine perché, come un corso d’acqua deriva da un fiume, così il processo temporale delle creature deriva dal processo eterno delle Persone. Perciò è scritto (Sl 148, 5): “Disse e furono create”. Generò il Verbo, nel quale le creature dovevano essere create, come dice S. Agostino. Sempre, infatti, ciò che è primo e più perfetto in un determinato ordine è causa di ciò che è secondario e derivato nel medesimo ordine, secondo la dottrina di Aristotele. Quindi il primo ed eterno processo delle Persone Divine è causa e modello di ogni processo che ne deriva (…) poiché come il corso d’acqua esce fuori dall’alveo del fiume, allo stesso modo la creatura procede da Dio fuori dell’unità dell’essenza divina, nella quale è contenuto come in un alveo il flusso delle Persone» (Prologo al Commento al I Libro delle Sentenze).
Ma se «il primo ed eterno processo delle Persone Divine è causa e modello di ogni processo che ne deriva», il modo in cui «la creatura procede da Dio fuori dell’unità dell’essenza divina» può avere differenti gradualità di somiglianza con il modello divino da cui procede. Vista in questa luce, l’evoluzione si presenta come un passaggio da un modo più imperfetto a un modo più perfetto di rispecchiamento della generazione del Figlio eterno nel seno di Dio. Dalla causalità meccanica si passa alla generazione organica, e dalla generazione organica soltanto istintiva alla generazione attraverso un rapporto di conoscenza e di amore. E’ ovvio che la creazione che avviene attraverso questa più alta forma di generazione – che è la generazione umana – è qualitativamente superiore alle più elementari forme di creazione: vi è un vero “salto ontologico” tra la causalità meccanica, la causalità organica e la causalità cosciente – un po’ come, analogamente, vi è incommensurabilità, in geometria, tra le quantità ad una, a due e a tre dimensioni.
Quando, infatti, si tratta di generazione umana, non si parla di “creazione”, ma di “procreazione”, e ciò indica che il mistero della generazione umana rispecchia immensamente più da vicino il mistero della generazione eterna del Verbo di Dio. Tanto da vicino che, inconsapevolmente, aspira ad assimilarsi ad esso in modo per quanto possibile perfetto.
Scrive San Tommaso del testo sopra citato:
«Ciò che si addice alla Sapienza di Dio è la perfezione, per la quale le realtà create sono condotte e confermate nel loro proprio fine. Infatti, tolto il fine rimane la vanità, la quale è incompatibile con la Sapienza; perciò è scritto che “la Sapienza si estende da un fine all’altro e tutto dispone con forza e soavità” (Sp 8, 1). Di un qualsiasi individuo allora si dice che lo si dispone con soavità, quando esso è condotto al suo proprio fine, quello che egli naturalmente desidera. Anche ciò si addice in modo speciale al Figlio, il quale, essendo vero Figlio di Dio per natura, ci ha introdotti nella gloria dell’eredità del Padre».
Le parole di San Tommaso sono pregnanti di un senso che egli non esprime. Prima ci siamo chiesti: a quale letizia, a quale vita aspira l’anima semplicetta, mossa da lieto Fattore? Certamente alla letizia e alla vita del Fattore stesso. Ma se a questa gioiosa vita divina l’anima creata già in qualche misura partecipa, in quanto rispecchia, nell’umana generazione, l’ineffabile processione del Verbo nel gaudio dello Spirito Santo, non aspirerà essa a colmare la misura del proprio desiderio generando nella vita umana la pienezza della vita divina, cioè lo stesso Figlio di Dio umanato?
L’affermazione, dunque, che Cristo è «il primogenito di ogni creatura, poiché tutte le cose sono state create in lui (…) per mezzo di lui e in vista di lui» si esplicita nel senso che, se tutte le creature sono state create in Cristo, in modo più proprio e diretto ciò è vero di quelle creature ontologicamente superiori che sono state generate attraverso un rapporto di conoscenza e di amore, il quale da una parte rispecchia in modo eminente la generazione eterna del Figlio, mentre dall’altra si dispone a riceverlo e a donarlo come Figlio dell’uomo nell’Incarnazione: «in vista di lui».
Ciò mostra la suprema nobiltà del mistero del concepimento della vita umana. Infatti i figli che nascono dall’amore sponsale non sono creati come le altre creature, ma sono veramente “pro-creati”: l’uomo e la donna collaborano con il loro atto amoroso alla creazione divina, conferendo ai loro rampolli, insieme al miracolo dell’essere, la fiamma dell’amore che li accompagna. Per questo i figli da loro generati sanno istintivamente di essere sgorgati da un atto ineffabile, in cui si confonde l’amore del Creatore con l’amore dei pro-creatori.
Da ciò si comprende come la macchia del peccato, trasmesso nella stessa donazione della vita «a causa della concupiscenza» (2Pt 1, 4) – «ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre» (Sl 50, 7) – non sia altro che una generazione imperfetta, nella quale cioè l’amore dei genitori, offuscato dal prevalere della funzione carnale, non è in grado di offrire la sua piena co-operazione all’Amore del Creatore.
Ciò spiega come gli effetti del peccato siano tali da trasformare ciò che doveva essere strumento di vita e via regale dell’Incarnazione del Figlio di Dio e di diffusione della vita divina nel mondo, in strumento di violenza, di distruzione e di morte. Tanto è immensa l’aspirazione divina misteriosamente presente nella generazione della vita, altrettanto insondabile è la furia di distruzione che, a causa del peccato, da essa si diffonde nel mondo. Questa furia di distruzione giunge a rinnegare, con un demoniaco istinto di morte, i frutti di vita che spontaneamente scaturiscono dal mistero dell’amore cosciente. Se il creato tanto più rispecchia il Creatore quanto più coscientemente gioisce del concepimento della vita, niente appare più titanico del rifiuto stesso del concepimento.
Mentre oggi un popolo immenso celebra l’Immacolata Concezione, quanti invece celebrano un amore tanto meno immacolato quanto più repulsivo e ostile al concepimento della vita?
Certamente non soltanto i cattolici osservanti guardano con preoccupazione, e anche con sgomento, a un “amore” che di immacolato non ha più niente e che, scatenandosi nella ricerca dell’eccesso senza limiti nelle direzioni più inquietanti, dall’erotismo virtuale all’autoerotismo industrializzato, alla pedofilia, alla promiscuità, al sadomasochismo, è sempre più morbosamente “macchiato”. D’altra parte, diventa sempre più affannosa la corsa a sciogliere rigorosamente l’“amore macchiato” dal suo legame naturale con la “concezione”, volendosi rendere il godimento, ottenebrato dalla concupiscenza, sempre più inattaccabile da parte della “minaccia” della generazione della vita umana. E nello stesso tempo sembra che a molti stia particolarmente a cuore che la generazione della vita dalla sua relazione organica con il rapporto di conoscenza e di amore tra l’uomo e la donna regredisca verso un’imitazione il più possibile conforme al modello dell’incosciente causalità meccanica – causalità che non fa che divaricare sempre più immensamente l’abisso che la trasmissione del peccato originale, per il tramite delle sue conseguenze, ha spalancato tra l’Amore del Creatore che dona la vita e la co-operazione che l’amore della creatura umana sarebbe chiamato ad offrire. E ovviamente i frutti di una produzione della vita umana sempre più simile alla produzione meccanica e sempre più separata dall’amore pro-creativo non potranno non essere sempre più simili a «stranieri e ospiti» (Ef 2, 19) e sempre meno simili a figli recanti in se stessi la scintilla del Primo Amore.
Dunque, sullo sfondo delle attuali polemiche e strategie relative alle nuove forme di matrimonio e all’“evoluzione” della morale sessuale, non c’è di fatto un contrasto tra un vecchio moralismo d’altri tempi e una ragionevole modernizzazione; vi è invece la tragica realtà di un confitto che riguarda i misteri centrali della vita umana, del destino dei popoli e della loro relazione con il mondo divino.
Ma su questo scenario allucinante oggi risplende una sublime luce di salvezza. Se l’esasperazione titanica del peccato ci ha condotti a un’inondazione su scala mondiale della più tetra concupiscenza, alto sull’orizzonte appare un segno luminoso:
«una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle» (Ap 12, 1).
Il suo nome fu pronunciato da Lei stessa: «Io sono l’Immacolata Concezione». Un nome che da solo apre al nostro mondo la strada della speranza.
Alla concupiscenza tenebrosa esso oppone l’amore immacolato – che non è affatto un amore attenuato, ma, al contrario, è un amore tanto più immenso quanto più è senza macchia. Alla vita in provetta e agli uteri in affitto esso oppone una vita umana così santamente concepita ed amata da essere ormai pronta a portare a compimento l’aspirazione di ogni concepimento: la generazione nella carne umana dell’eterno Figlio di Dio.
Ho parlato di “amore immacolato”, mentre generalmente l’aggettivo si suole riferire non all’amore, bensì alla vita da esso generata. Ma, secondo la tradizione sopra richiamata, la trasmissione della macchia originale avviene attraverso la concupiscenza peccaminosa che intorbida l’amore umano. Dobbiamo dunque pensare che i genitori di Maria, ai quali una tradizione apocrifa ha dato il nome di Gioacchino ed Anna, debbono aver avuto tra loro un amore di una profondità insondabile.
E’ molto sciocca l’idea, universalmente diffusa, che Gioacchino ed Anna fossero due vecchietti poco sensibili, che quasi non si accorgessero di generare una creatura. Al contrario, il loro amore, misteriosamente immacolato, deve essere stato un’esperienza ineffabile, più sublime dell’amore di Dante e di Beatrice. Solo da un tale amore – che offriva una co-operazione perfetta all’Amore del Creatore – poteva scaturire l’Immacolata Concezione, e solo dalla rinascita di un tale amore il nostro mondo potrà trovare salvezza dall’oscuro destino di traviamento e di morte che lo minaccia.
Ma, ovviamente, l’idea della sua “rinascita” implica che questo amore, se pure offuscato, sia già presente nel mondo. E questo è senz’altro vero! Infatti la presenza misteriosa nella vita del mondo di colei che «tutte le generazioni chiameranno beata» si irradia sia nell’amore verginale delle anime consacrate, sia nell’amore spiritualmente rigenerato e umanamente fecondo degli sposi.
Il primo rispecchia la sovreminenza dell’amore di Maria – il quale mostra che l’essenza dell’amore non è nella carne, ma nello spirito, e in modo eminente nello Spirito Santo – mentre il secondo ne rispecchia la fecondità nella generazione e rigenerazione umana. Ora, l’amore verginale e l’amore sponsale collaborano per la diffusione e la rinascita nel mondo dell’amore immacolato e della sua fecondità ri-generante: l’amore verginale irradia nell’amore umano la luce dello Spirito Santo, nel quale è la sua vera essenza, mentre l’amore degli sposi offre all’amore verginale la facoltà di effondersi nelle nuove generazioni umane.
E’ certamente in grazia della fede e del battesimo che si può con piena verità affermare che i figli della nuova umanità «non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 13), ma l’opera della fede e del battesimo necessariamente deve essere accompagnata dall’amore immacolato che da Maria si effonde nell’amore verginale e nell’amore sponsale santificato. Infatti la divaricazione, di cui si è parlato, che, a causa della prevaricazione della funzione carnale – «il sangue, il volere di carne, il volere di uomo» di cui parla il testo giovanneo – allontana la collaborazione amorosa dei generanti dall’atto divino della creazione di una nuova vita, viene superata in misura sempre crescente attraverso l’opera rigeneratrice svolta, nel corso delle generazioni, dalla convergenza dell’amore verginale consacrato a Dio e dell’amore sponsale santificato dal sacramento, o, ad ogni modo, per altre vie, misteriose ma reali, irradiato dall’amore immacolato di Maria.
Se, dunque, soltanto la fede e il battesimo conferiscono la piena figliolanza divina e trionfano totalmente sul peccato originale, questo trionfo è però accompagnato dalla rigenerazione dell’amore umano e della sua fecondità.
Questa rigenerazione, dunque, costituisce la più certa speranza per il futuro del mondo.
Se questo è vero, quale via di salvezza per tutto il genere umano più appropriata di quella rivelata alla piccola Lucia il 13 giugno 1917 dalla stessa Madre di Dio? «Gesù vuole servirsi di te» ella disse «per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato».


V. La Marìofobia e la Corona di Dodici stelle

Si è parlato, con piena legittimità, di ginecofobia [vedi i seguenti articoli: http://lanostracampagna.org/2015/07/06/non-sara-luguaglianza-a-renderci-unici/, http://lanostracampagna.org/2015/03/30/spunti-di-riflessione-sul-gender/; http://www.lafedequotidiana.it/nasce-il-movimento-giuridico-femminile-contro-la-ginecofobia/%5D. Con completezza concettuale ancora maggiore si dovrebbe parlare di marìofobia, anche perché, con questo termine, si indica non propriamente un “reato” da introdurre nella legislazione, ma piuttosto un “peccato”, ovvero il peccato che la Madonna a Fatima ha indicato quale colpa più grave e propria dei nostri tempi. La Madonna, infatti, disse che Dio viene offeso soprattutto con i peccati contro il suo cuore immacolato. Cosa si intende con questa espressione, a prima vista sconcertante?
La Madonna stessa, in una rivelazione privata a Suor Lucia, dette una spiegazione dettagliata dell’espressione: offesa al Cuore Immacolato di Maria. Essa si manifesta principalmente in cinque forme:

1. Bestemmie contro l’Immacolata Concezione
2. Negazione della verginità di Maria
3. Negazione della maternità divina e universale di Maria
4. Pubblica diffusione nel cuore dei bambini dell’indifferenza, del disprezzo, dell’odio verso Maria Santissima
5. Offese dirette verso le immagini della Vergine

Agevolmente si può dimostrare che il senso pieno di queste offese consiste nel rifiuto della missione spirituale propria ed esclusiva della donna, che trova in Maria la sua perfetta realizzazione. Ora, non è proprio questo rifiuto che, dopo un periodo di semi-clandestina diffusione, viene oggi apertamente alla luce a livello planetario?
Consideriamo dettagliatamente i cinque punti elencati.

1. La bestemmia contro l’Immacolata Concezione non si riferisce, ovviamente, al turpiloquio delle persone ignoranti – che, tra l’altro, non hanno l’abitudine di prendersela esplicitamente con il titolo di Immacolata Concezione. A cosa si riferisce, dunque? Senza dubbio alla negazione del dogma dell’Immacolata, negazione che può essere fatta in forma scientifica dai teologi e in forma pratica da chiunque non ha alcun rispetto verso questo privilegio di Maria Santissima. Ma cosa implica, nel clima spirituale di oggi, il rifiuto teologico, ovvero pratico, del privilegio dell’Immacolata? Non certo che anche Maria abbia contratto il peccato originale, ma che ella non aveva necessità di alcun privilegio che la distinguesse dal resto del genere umano, perché gli uomini non hanno in se stessi alcuna macchia da cui una creatura perfettamente santa debba essere preservata. Secondo questo modo di vedere, ai nostri giorni ampiamente diffuso, la natura umana è sana e tutto ciò che tradizionalmente era considerato segno della sua infermità, causata dal peccato originale, va invece accettato come perfettamente normale e innocente.
Ovviamente la prima cosa a cui va tolto il marchio del peccato è quello che tradizionalmente veniva definito il disordine sessuale presente nell’uomo. L’esperienza umana di tutti i tempi ha sempre riconosciuto la realtà di questo disordine e la tradizione teologica cristiana, con voce pressoché unanime, se pure con interpretazioni a volte differenti, ha visto in esso uno dei segni più tangibili della «corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza» (2Pt 1,4). Ma ai nostri tempi si va sempre più diffondendo l’idea che questo presunto disordine sia soltanto una malsana fissazione dei nostri antenati e che nell’esercizio della sessualità umana non ci sia assolutamente nulla di peccaminoso o di dannoso, purché si rispettino certe elementari norme di igiene e di convenienza.
Da quale disordine doveva essere, dunque, preservata Maria? La sua concezione non ha bisogno di distinguersi in alcun modo da quella degli altri esseri umani!
Ma secondo la dottrina della Chiesa e una tradizione teologica autorevolissima – ribadita dal Catechismo della Chiesa Cattolica [n. 400 e n. 404] – la natura umana, che si trasmette per generazione destituita della sua rettitudine e della grazia divina a causa del peccato originale, porta in se stessa uno squilibrio, cioè una tendenza al prevalere dei moti carnali inferiori dell’uomo sulla sua parte spirituale. Ciò non vuol dire che la parte carnale dell’uomo sia cattiva in se stessa, e in particolare che il sesso sia, come tale, peccaminoso. Non è questa la dottrina della Chiesa! Il sesso e la generazione carnale sono cose buone, create da Dio per il bene dell’uomo. Non solo! Se tutta la creazione, anche visibile, riflette la bontà del Creatore, ciò vale in modo eminente per la generazione dei viventi, la quale è un’immagine della generazione eterna del Verbo divino dal Padre nel gaudio dello Spirito Santo.
«Sempre, infatti, ciò che è primo e più perfetto in un determinato ordine è causa di ciò che è secondario e derivato nel medesimo ordine, secondo la dottrina di Aristotele. Quindi il primo ed eterno processo delle Persone Divine è causa e modello di ogni processo che ne deriva» (San Tommaso d’Aquino, Prologo al Commento al Primo Libro delle Sentenze).
Ma, appunto perché immagine di una realtà superiore, dalla quale trae il suo vero significato e alla quale tende ad assimilarsi, se la generazione si chiude in se stessa eliminando ogni riferimento al mondo spirituale, decade ad una condizione di corruzione, nella quale un’insaziabile avidità di appagamento la travolge inutilmente nella dimensione carnale.
Dunque, un atto generativo che voglia realmente portare l’adeguato appagamento ai generanti umani, dovrebbe il più possibile assimilarsi alla generazione eterna del Verbo divino, dovrebbe, cioè, far risplendere la fiamma spirituale presente nell’uomo e nella donna nella stessa funzione fisica sessuale. Infatti, secondo il piano originario di Dio, la pro-creazione, rispetto alla creazione della natura incosciente, è una creazione di livello ontologico superiore, nella quale la con-causa umana collabora in modo eminente con l’opera divina, tanto che il venire all’esistenza della nuova creatura umana assomiglia più alla generazione eterna del Verbo dal Padre che ad una produzione puramente naturale o meccanica. Come nel seno della Trinità divina, così nella famiglia umana, il figlio generato è sostanzialmente e primariamente prodotto dalla “luce intellettual piena d’amore” (Paradiso 30, 40) che, nei genitori, rispecchia la luce del Verbo e dello Spirito Santo, e soltanto secondariamente della funzione naturale carnale – se pure essa sia buona e necessaria, come, nell’atto della conoscenza umana, l’esperienza sensibile è necessaria al realizzarsi della conoscenza intellettuale.
Questo era il piano della creazione divina, e così è stato nel mistero dell’Immacolata Concezione.
Nello stato di corruzione causato dal peccato originale, invece, la mancanza dell’integrità naturale e della grazia divina nell’uomo fa sì che la generazione avvenga senza una piena collaborazione dello spirito con la carne e che, perciò, nel generato si perpetui il medesimo stato di imperfezione: una causa manchevole non può che produrre un effetto manchevole. E tuttavia anche nello stato di peccato l’armoniosa integrazione della coscienza spirituale dei generanti con la funzione carnale nella luce del Verbo divino, sebbene inferma e diminuita, non scompare totalmente, e può essere più o meno operante in proporzione del grado di virtù dei genitori. Più, cioè, è operante la causa spirituale della pro-creazione, più il generato sperimenta di avere la sua misteriosa origine non solo nell’amore paterno e materno umano, ma anche nell’amore paterno e materno divino: sente, cioè, di essere, in qualche modo, figlio di Dio nella luce dello Spirito Santo; cosicché il battesimo viene, in un certo modo, a portare alla sua perfezione quanto era già presentito nel mistero della generazione umana – e ciò giustifica pienamente il conferimento del battesimo ai neonati.
Ma, al contrario, più la causalità spirituale si attenua, e cresce, in proporzione, la causalità carnale – e oggi addirittura meccanica – più questa coscienza filiale si indebolisce, e rischia anche di scomparire. E con la perdita del senso della filialità prevalgono, appunto, i sentimenti carnali e si viene così a perdere anche il fondamento sostanziale della fraternità e dell’amore tra gli uomini.
Se, poi, la pro-creazione è immagine della generazione del Verbo divino nel seno del Padre e se, perciò, ogni figlio dell’uomo sente di essere, in qualche modo, figlio di Dio, dato che ogni immagine tende a divenire il più possibile conforme al suo modello, ne consegue che, fin dall’origine del mondo, nella generazione, già in quella animale e incosciente, poi soprattutto in quella umana, nello stesso tempo carnale e cosciente, era presente l’aspirazione – reale, anche se non consapevole – a generare nella carne il Figlio stesso di Dio, perché il modello fosse perfettamente realizzato nell’immagine.
Il mistero della paternità e della maternità ha, dunque, una dignità veramente divina!
E da ciò consegue che vi è un’essenza meta-sessuale e meta-fisica differenziata dell’uomo e della donna, dalla quale scaturisce l’amore tra loro e nella quale la stessa funzione carnale trova il suo vero senso e la sua redenzione. Dunque, i ruoli umani distinti dell’uomo e della donna, lungi dall’essere “stereotipi e pregiudizi” artificiosamente imposti dalla cultura della società, scaturiscono da realtà spirituali differenti e complementari, preposte alla generazione della vita umana, le quali rispecchiano il mistero stesso di Dio: come il Padre genera il Figlio divino nel gaudio dello Spirito Santo, così l’uomo genera il figlio terreno in comunione di amore con la donna, sua sposa.
Ora, negare l’Immacolata Concezione di Maria, significa – nel clima culturale di oggi – considerare normale la situazione in cui, nella generazione umana, prevale sostanzialmente il fatto carnale. E, in questa prospettiva, è facile giungere a negare la realtà meta-sessuale e meta-fisica dell’essere proprio dell’uomo e della donna. Il sesso, infatti, ormai libero da ogni connotazione di squilibrio, e quindi di peccato, e non bisognoso di redenzione, diviene l’elemento fondamentale della distinzione tra l’uomo e la donna e della generazione, e finisce per essere considerato un valore a sé stante che non ha bisogno di essere ricondotto a una finalità spirituale superiore. E, se questa non esiste, conseguentemente non esiste un’essenza spirituale differenziata dell’uomo e della donna – in particolare non esiste la maternità come realtà metafisica ed essenzialmente spirituale e la missione, propria della donna, da essa derivante -: dunque i rispettivi ruoli possono agevolmente essere intercambiati.
Inoltre, col prevalere della funzione carnale sulla pro-creazione spirituale, anche il senso spirituale – cioè filiale e fraterno – della vita si attenua e viene meno, mentre si esalta l’egoismo materiale e il senso della vita come dominio tecnico del mondo. Ciò contribuisce a far sì che la funzione sponsale e materna della donna venga ulteriormente svalutata e sentita come umiliante e subordinata, cosicché nella donna si afferma sempre più il desiderio di partecipare in prima persona alla conquista materiale del mondo e di imitare, perciò, i ruoli cosiddetti “maschili” – come se il ruolo di “padre”, complementare a quello di “madre”, non fosse il ruolo maschile più vero e più nobile!

Abbiamo sviluppato maggiormente questo punto, perché era necessario mostrare quali fossero, nell’attuale clima culturale, le conseguenze delle “bestemmie contro l’Immacolata Concezione”.
Sarà ora più agevole comprendere gli altri punti.

2. La negazione della verginità di Maria vuol dire che la verginità non ha superiore dignità morale – se mai, anzi, è un difetto, perché il sesso vale per se stesso e non ha alcuna ombra di peccato, e, dunque, chi non lo esercita è uomo o donna di serie B! La dottrina tradizionale, invece, insegnava che la vera sede dell’amore e della fecondità non è nella carne, anche se la carne è in se stessa buona e necessaria alla trasmissione della vita, bensì nello spirito, e che quindi l’amore verginale è realmente fecondo, e nello stesso tempo è la vera salvaguardia contro la degenerazione del sesso. Se solo nel caso della Vergine Maria l’amore verginale è congiunto con la fecondità carnale, mentre nella vita del mondo i due ruoli sono distinti e complementari, ciò significa che la verginità feconda di Maria è un modello sublime sia per l’amore verginale delle persone consacrate, sia per la maternità fisica santificata dalla grazia divina.
Di nuovo, dunque, la negazione della verginità di Maria implica la riduzione della natura femminile a dimensioni puramente carnali e la conseguente negazione di un’essenza e di una missione femminile meta-fisica e spirituale.

3. E la stessa negazione è necessariamente contenuta nel rifiuto della maternità divina e universale di Maria. Cosa significa, infatti, che Maria è Madre di Dio e che è Madre di tutti gli uomini, se non che la maternità è un fatto essenzialmente meta-fisico e spirituale, e non semplicemente carnale? E’ assolutamente ovvio che il titolo di Madre nei confronti del Figlio divino, se ha un valore di dignità, non è inteso in senso puramente funzionale e carnale, ed è ancora più ovvio che Maria, se è Madre di tutti gli uomini, non può esserlo altrimenti che in senso spirituale. Dunque la maternità universale di Maria è la più alta e sublime affermazione della sostanzialità spirituale dell’essere femminile e della dignità meta-fisica della sua missione materna.

4. Se, poi, l’oscuramento della pro-creazione spirituale a vantaggio della causalità carnale e meccanica provoca l’attenuazione e la scomparsa, nei generati, del sentimento della filialità e della fraternità spirituale e divina e la corrispondente crescita del senso carnale ed egoistico della vita, questo sentimento non può non provocare, nel cuore dei bambini, l’indifferenza, il disprezzo, l’odio verso la dimensione spirituale della donna – come sposa e madre o come vergine consacrata a Dio – e perciò verso Maria Santissima, che di essa è il più sublime modello.

5. E chi ha sviluppato, già nell’infanzia, un sentimento puramente carnale della vita, non troverà nelle donne corrispondenti a questo suo sentimento e nelle immagini che le richiamano il suo pascolo preferito, e non proverà, perciò, disprezzo e rifiuto verso le immagini di Maria Santissima e verso le donne che ne riproducono i tratti spirituali?

Dunque, dietro la ginecofobia, cha abbiamo a suo luogo denunciato, vi è qualche cosa di più sostanziale: vi è la piena attuazione del peccato contro il cuore immacolato di Maria che la Madonna aveva indicato a Fatima come colpa principale del nostro tempo: colpa contro Dio, ma anche colpa contro l’uomo!
La Madonna ha promesso: Infine il mio cuore immacolato trionferà. Ma noi dobbiamo collaborare a questo trionfo! E per far ciò dobbiamo in tutti i modi sostenere le famiglie a coltivare il senso spirituale dell’amore, come quello che dà il suo vero senso anche alla dimensione carnale, e la devozione verso Maria Santissima, la sua missione e le sue immagini.
Proprio ora sta nascendo un’iniziativa di cui, per il momento, mi limito a fare un accenno.
La corona di dodici stelle è il nome di dodici insegnamenti con i quali si intende dare un aiuto concreto alle famiglie nella loro vita di tutti i giorni. A questo scopo si sta approntando un sito attraverso il quale i suddetti insegnamenti verranno messi online a disposizione di tutti gli interessati. Per ora diciamo soltanto che la Prima Stella riguarda la disposizione degli spazi e dei tempi, cioè l’Architettura. San Benedetto è il patrono degli architetti, perché ha architettato gli spazi e i tempi della vita comune. E’ dalla sua Regola, principalmente, che le Dodici Stelle prenderanno ispirazione, per aiutare le famiglie a far sì che le loro case diventino veramente case di Dio e porte del cielo, cenacoli, in cui i piccoli apostoli, sotto lo sguardo materno di Maria, si preparino a diffondere ovunque l’amore fraterno, quando lo Spirito Santo li spingerà a compiere la loro missione nel mondo (maggiori informazioni su questa iniziativa si possono trovare tramite il seguente link: http://www.abbaziadifarfa.it/news/2015/12/07/l-abbazia-di-farfa-propone-a-sostegno-di-tutte-le-famiglie-nuovi-incontri-e-una-scuola-di formazione/220.asp).
Tutte le cose esposte in questo testo, infatti, suggerite nel segreto, vanno ora predicate sui tetti!

VI. L’essenziale e l’accessorio nella vita del mondo

Più di un secolo fa Friedrich Wilhelm Förster denunciava il falso orientamento della nostra civiltà, affermando che in tutto l’indirizzo culturale della società moderna, e in particolare nella scuola, si mette al centro dell’attenzione l’accessorio e si trascura ciò che è essenziale. Mentre, infatti, con impegno appassionato, ci si dedica allo sviluppo intellettuale e tecnico, si registra una trascuratezza sempre maggiore nella formazione del cuore dell’uomo, dei suoi sentimenti, delle sue tendenze, delle sue aspirazioni.
Questo fatto – egli afferma – provoca una vera modifica – che oggi noi diremmo “antropologica” – del ruolo dell’intelligenza nella vita umana. Sintomo manifesto di questo falso orientamento è il fatto, fortemente inquietante, che i nostri più prestigiosi centri di studi superiori sono nello stesso tempo i maggiori centri di corruzione della gioventù.
Proprio quest’ultima circostanza può suggerirci un approfondimento e uno sviluppo di ciò che, già a suo tempo, rilevava il Förster.
Ma per prima cosa è necessario esporre più dettagliatamente il suo pensiero.

* * *

«Tu eri in me, ma io ero fuori di me!», è l’invocazione di Sant’Agostino a Dio che a giudizio del Förster esprime perfettamente la situazione dell’uomo moderno.
La cultura di oggi, infatti, rivolge tutta la sua attenzione al mondo esteriore, per conoscere e sottomettere a proprio vantaggio le energie della natura, ovvero si concentra sul solo sviluppo intellettuale, mentre trascura, come cosa secondaria, la formazione interiore dell’uomo – ciò che il Förster chiama “il carattere”. Mentre, in tal modo, aumenta, con rapidità vertiginosa, il potere esteriore dell’uomo, aumentano, in proporzione, anche le eccitazioni e le illusioni di un facile e smisurato appagamento, e, nello stesso tempo, diminuisce con altrettanta rapidità ogni salvaguardia, esteriore o interiore, contro le sempre più forti tentazioni ad ogni più irresponsabile abuso.
E mentre quando scriveva il Förster almeno la Chiesa coltivava, nell’educazione dei giovani e nella prassi dei fedeli, lo spirito di mortificazione, di rinuncia e di distacco dai beni terreni, oggi anche quest’ultima salvaguardia si può dire che sia scomparsa. Né, d’altra parte, la formazione esclusivamente intellettuale, anche nel campo degli studi umanistici, può in alcun modo sostituire l’educazione interiore e la formazione del carattere, che un tempo, con l’indispensabile concorso dell’ascesi religiosa, era coltivata quale principale fondamento di ogni cultura umana.
Specchio di questa situazione culturale e sociale è la scuola moderna, la quale, lasciando da parte come secondaria la formazione interiore, religiosa e morale, dei giovani, si concentra quasi esclusivamente sul loro sviluppo intellettuale, distraendoli, con un impegno rigorosissimo, proprio negli anni più preziosi del loro sviluppo umano, dalla formazione del carattere morale per esigere da loro soltanto una prestazione mentale, che, quale che sia l’ambito in cui venga esercitata, in ogni caso sempre si risolve nel mettere ciò che è secondario al centro e ciò che è essenziale al margine.
Un aspetto da sottolineare è che, quando il Förster denuncia il fatto che i nostri centri di studi superiori, a causa di questa stortura, sono nello stesso tempo anche i maggiori centri di corruzione della gioventù, ovviamente egli intende riferirsi specialmente alla corruzione prodotta dalla irresponsabile condotta sessuale dei nostri studenti.
Già cento anni fa il pericolo appariva ai suoi occhi gravissimo per l’intera società, e tra le sue opere va segnalata un’analisi di ineguagliato valore della tragica situazione della vita sessuale nella società moderna e del crescere esponenziale delle minacce epocali che ne derivano .
Per comprendere e valutare convenientemente il ruolo di questo triste fenomeno nella moderna società occidentale, è opportuno rilevare il segreto legame che, a giudizio del Förster, accomuna la tentazione all’abuso nell’ambito sessuale con analoghe tentazioni presenti negli altri ambiti in cui si manifestano le più travolgenti passioni degli uomini.
Egli osserva che dette passioni ci sono svelate, per contrasto, dalle tre rinunce radicali richieste dai voti religiosi nella vita consacrata: povertà, obbedienza e castità. Perché, infatti, la tradizione religiosa ha posto a fondamento di una vita di perfetta santità proprio l’esigenza di queste rinunce? Ovviamente perché le passioni a cui esse si oppongono, se da una parte corrispondono ai doni più preziosi della vita umana, sono però anche quelle che più facilmente travolgono gli uomini nella rovina e nella perdita di ogni umana dignità. Nessuno dubita, infatti, che la disponibilità delle ricchezze della natura e dell’intelligenza, la libera autodeterminazione e l’amore tra i sessi siano nello stesso tempo i maggiori titoli della dignità e della felicità degli uomini e l’occasione per i più gravi abusi e per i più feroci delitti.
Per questo il Förster dà grande rilievo ai voti religiosi e alla loro funzione per il bene dell’intera società. Essi, infatti, solo apparentemente costituiscono una rinuncia e una separazione dalla vita del mondo. In realtà il loro legame con gli ambiti fondamentali dell’esistenza umana non è spezzato, ma trasfigurato, avendo essi la sublime funzione, non di estinguere, bensì di purificare le più forti passioni degli uomini.
Come attraverso il voto di povertà si consegue una sovrana libertà dominatrice nei confronti dei beni terreni, così attraverso il voto di obbedienza la volontà si fortifica meravigliosamente nell’autodonazione per il servizio di Dio e per il bene di tutti gli uomini e di tutto il mondo, e attraverso il voto di castità lo slancio dell’amore si eleva al di sopra dei ristretti orizzonti carnali per trovare la sua vera ispirazione in quel mondo della santità divina e umana in cui è la sorgente e la salvaguardia di ogni amore, anche dell’amore erotico e coniugale.
La vita consacrata, dunque, a giudizio del Förster, era destinata, nei tempi di inaudita corruzione che già a suo tempo egli vedeva incombere sul prossimo avvenire della civiltà, ad irradiare la luce della libertà spirituale dal giogo delle passioni mondane sull’intera società
umana.
Queste profonde osservazioni del Förster meritano e sollecitano un approfondimento.

* * *

Partiamo dall’osservazione, già accennata, che, nei centri di studi superiori, la totale trascuratezza della formazione interiore, religiosa e morale, del carattere dei giovani e la concentrazione di tutte le loro forze, in rapida crescita, sull’impegno esclusivamente mentale per l’acquisizione del dominio sulla natura e sulle forze umane, si accompagna con il generale cedimento alle tentazioni sessuali, così facili in agglomerati di giovani di ambo i sessi liberi da vincoli di famiglia e di impegno lavorativo.
Il fatto che la più severa applicazione intellettuale della nostra scuola fallisca nel formare i giovani specialmente, anche se non esclusivamente, su questo punto e il rilievo che ciò avviene perché è stato messo al centro ciò che è secondario e al margine ciò che è sostanziale, suggerisce, senza tema di errore, che il rapporto di amore tra l’uomo e la donna fa parte di ciò che è essenziale nella vita umana e ne costituisce, anzi, l’aspetto fondamentale. Trascurarlo, dunque, e non metterlo al centro dell’educazione dei giovani costituisce una vero suicidio per la civiltà.
È vero, come abbiamo visto, che accanto all’amore tra i sessi vi sono, altrettanto importanti, il possesso e la disponibilità dei beni terreni e la libertà del volere. Ma possiamo configurare una sorta di gerarchia tra questi doni supremi dell’essere umano – e nello stesso tempo sue più tragiche tentazioni – e, in base ad essa, ipotizzare che l’amore tra i sessi costituisca, in un certo senso, la chiave di volta di tutto l’edificio della dignità umana.
A questo punto dobbiamo necessariamente ricorrere alla luce della parola di Dio e alla riflessione teologica.
Nelle prime pagine della Bibbia si legge che l’uomo, creato a immagine di Dio, ricevette il potere di governare, con la sua intelligenza, riflesso del Verbo creatore, tutta la terra. Ma il rapporto dell’uomo con il mondo si esplica, nel racconto biblico, alla luce di una sapiente dialettica.
Rileggiamo le parole del testo sacro, cercando di penetrarne il senso:

«Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile» (Gn 2, 18-20).

Nel linguaggio biblico l’atto di imporre il nome a qualche cosa indica il dominio che si esercita su di essa. L’uomo, dunque, con la sua intelligenza, diviene, sotto la guida della sapienza divina, sovrano del mondo. E tuttavia non è soddisfatto! Sembra che il Verbo creatore, riflettendosi nel verbo umano e delegando ad esso il dominio del mondo, non riesca a trovare un legame significativo con l’universo creato. Alla luce dei successivi sviluppi, potremmo dire che lo spirito umano cerchi invano di stringere un legame sponsale con il mondo inferiore, e, non riuscendovi, lo senta, in qualche misura, estraneo a se stesso.
In questa situazione il dominio dell’uomo sul mondo da una parte non soddisfa l’uomo, e dall’altra rischia di essere un dominio tirannico, un dominio, cioè, di un estraneo, che non sa amalgamarsi con i suoi sudditi.
Il seguito del testo biblico ci mostra come la sapienza divina ha operato perché questa estraneità tra lo spirito umano – ma possiamo dire, con qualche audacia, anche tra il Verbo creatore, che si riflette nello spirito umano! – e il mondo naturale potesse essere superata.

«Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:

“Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna (Isha)
perché dall’uomo (Ish) è stata tolta”».
(Gn 2, 21-23)

La donna appare sullo sfondo del mondo della natura, ma ha la stessa dignità dell’uomo. Questi le dà un nome – come lo aveva dato agli animali – che è, però, il suo stesso nome!
Così, proprio attraverso l’incontro dell’uomo con la donna e l’amore reciproco che da esso scaturisce, l’estraneità dello spirito umano al mondo viene superata: nella donna l’uomo trova il vero senso dell’universo, che ne aveva preparato la creazione e che si riflette in tutta la sua persona.
Scaturito dall’atto creatore del Verbo divino, come prolungamento, al di fuori dell’essenza divina, della generazione del Figlio dal Padre, il mondo aspira a riprodurre l’immagine della vita divina fino a rispecchiare, se pure in modo imperfetto, nell’amore tra l’uomo e la donna, la beatitudine delle Persone divine nel vincolo di amore dello Spirito Santo. Ma la felicità dell’amore cosciente dell’uomo e della donna non è appagante, poiché essa aspira a rispecchiare l’infinità del Verbo divino generato dal Padre, e perciò si riversa in un susseguirsi di innumerevoli generazioni in cui palpita il desiderio dell’infinito.
Dunque l’amore sponsale, materno e paterno, in cui trova il suo senso la vita dell’universo, è destinato ad estendersi senza confini a tutte le generazioni umane e a coinvolgere tutte le creature, attraverso i più alti titoli di dignità dell’uomo, quelli che, fondandosi nella luce dell’intelligenza, lo rendono riflesso del Verbo creatore: la disponibilità di tutti i beni creati e la libertà del volere.

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Di là da tutti questi sublimi doni – la ricchezza immensa del creato, l’intelligenza dominatrice, il reciproco amore che lo unisce alla donna – l’uomo era chiamato a riconoscere la divina fonte da cui essi provenivano e a sottomettersi ad essa.
Ma quando, con il peccato, l’uomo ha voluto essere «come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gn 3, 5), e cioè indipendente da Dio e padrone assoluto del proprio destino nello stabilire ciò che è bene e ciò che è male, la comunicazione tra i sublimi doni creati e la fonte divina da cui essi provengono si è interrotta e l’uomo e la donna sono piombati in una tragica oscurità.
La prima conseguenza di ciò è che la donna non appare più come il coronamento dei doni di Dio, il senso ultimo di tutto il creato e della vita umana, il miracolo che permette allo spirito umano di stabilire un patto nuziale con tutto il mondo della natura. Tra l’uomo e la donna, infatti, si crea un rapporto conflittuale, fondato sul dominio da parte dell’uomo, fisicamente più forte, e il risentimento vendicativo da parte della donna.
In questa situazione l’uomo regredisce: il suo rapporto con il mondo non è più mediato dall’unione sponsale con la donna, ma ritorna ad avere i caratteri dell’estraneità e del dispotismo. Ovviamente l’unione sponsale con la donna non scompare, ma i suoi caratteri sono indeboliti, tanto che essa non riesce più ad illuminare l’opera dello spirito umano nel mondo. L’uomo vuole dominare il mondo, e sente questo come il suo compito essenziale, mentre relega la donna in una sfera privata, che non influisce in modo determinante sulla sua opera di conquistatore.
Ma la donna intuisce che tra tutti i beni creati visibili nessuno può competere con lei nell’attrattiva sensibile che esercita sull’uomo. Così, forte di questa sua superiorità psicologica, cerca di ribaltare la sua condizione di sottomissione all’uomo e di sottometterlo a sua volta alla sua volontà.
Ecco, dunque, l’origine delle fortissime tentazioni, che l’uomo e la donna sperimentano, all’abuso sfrenato dei beni più alti che hanno ricevuti da Dio: a causa del peccato, che oscura, nella coscienza dell’uomo, la luce divina presente alla fonte stessa dei suoi doni, l’intelligenza, non più guidata dall’amore reciproco tra l’uomo, la donna e la loro discendenza, tende ad esercitare un dominio irriguardoso di ogni legge sui beni creati, usando della sua libertà per esaltarsi senza alcun limite. Così la disponibilità dei beni diventa tentazione all’avidità aggressiva, la libertà diventa tentazione all’orgoglio smisurato, l’attrattiva dell’amore diventa tentazione alla sensualità senza limiti, fino alla più degradante depravazione.
Due citazioni bibliche indicano, con ispirata lucidità, come, all’origine di tutti i mali del mondo, vi sia la forza travolgente di queste tentazioni, e, nello stesso tempo, suggeriscono il rimedio contro di esse, costituito dalla mortificazione delle passioni umane e dal ritorno a Dio.

«Fratelli miei, da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni. Gente infedele! Non sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio?
Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. O forse pensate che invano la Scrittura dichiari: “Fino alla gelosia ci ama lo Spirito, che egli ha fatto abitare in noi”? Anzi, ci concede la grazia più grande; per questo dice: Dio resiste ai superbi, agli umili invece dà la sua grazia.
«Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà lontano da voi. Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi. Peccatori, purificate le vostre mani; uomini dall’animo indeciso, santificate i vostri cuori. Riconoscete la vostra miseria, fate lutto e piangete; le vostre risa si cambino in lutto e la vostra allegria in tristezza. Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà».

(Gc 4, 1-10)

«Uomini e animali, grandi e piccoli, non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani».
(Gion 3, 7-8)

Da quanto si è detto risulta, però, che vi è una gerarchia nelle tentazioni fondamentali dell’uomo e che in essa il primo posto spetta al suo rapporto con la donna – e non è un caso che, nella Genesi, il peccato si consumi a partire dalla donna, la quale rinuncia al suo ruolo di senso ultimo del mondo nella luce di Dio. Tolto, infatti, come si è detto, il rapporto sponsale dello spirito umano – riflesso del Verbo divino – tramite la donna, con il mondo della natura, si ristabilisce l’estraneità dell’uomo e della sua intelligenza nei confronti del mondo da lui dominato, e degli stessi altri uomini, che vengono, in qualche modo, a farne parte. Da qui un’intelligenza rivolta ad appropriarsi dei beni terreni e di tutte le sue energie e potenzialità, non per progetti di amore, ma per progetti di potenza e di orgoglio smisurato.
Quale sarà, dunque, la via per ristabilire l’armonia nella vita dell’uomo e del mondo, se non il ristabilimento dell’armonia nell’amore tra l’uomo e le donna e la sua centralità nella vita del mondo? È chiaro, dunque, che la redenzione di questo rapporto costituirà l’interesse primario dell’uomo, il nucleo stesso e la parte essenziale della sua vita, dalla quale dipenderà anche la vittoria contro le altre sue fondamentali tentazioni.

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L’uomo, come abbiamo visto, a causa delle sue passioni, è sempre tentato di porre l’accessorio al centro della sua attenzione e l’essenziale al margine. Vi è una celebre pagina del Vangelo, in cui Gesù lo richiama, dalla dispersione nelle opere esteriori, all’unica cosa necessaria.

«Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”».

(Lc 10, 28-42)

Non è affatto casuale che la protagonista di questa pagina sia una donna. Come la prima donna aveva chiuso il suo cuore alla parola di Dio per ascoltare le parole lusinghiere del serpente, così ora, per contrasto, Maria di Betania chiude il cuore alle parole lusinghiere di chi vorrebbe distoglierla dall’essenziale per rivolgerla all’accessorio e apre totalmente il suo animo al Maestro divino, venuto a ristabilire l’armonia nel mondo. In questa sua conversione alla voce di Dio, Maria di Betania è la rappresentante della rinnovata dignità di ogni donna. È attraverso la donna rigenerata, infatti, che Gesù richiama l’uomo alla sua vocazione all’amore, come, per contrasto, attraverso la donna sedotta dal serpente l’uomo se ne era allontanato.
Quest’ultima affermazione potrebbe sembrare troppo audace. Vediamo, dunque, di spiegarla meglio.
Il fatto che il Maestro Divino abbia assunto la natura umana esclusivamente da una donna è un meraviglioso mistero, che merita di essere approfondito.
Nascendo nel mondo per mezzo di Maria, ad opera dello Spirito Santo, Gesù ha compiuto – possiamo dire – quell’unione sponsale del Verbo divino con il mondo della natura che lo spirito umano, ad essa delegato, non aveva saputo realizzare. Ed è assolutamente fondamentale sottolineare che in questa unione sponsale i due contraenti siano il Verbo divino che si fa uomo (vir) e una donna che, assumendo in sé il senso di tutta la natura creata, dona a lui la sua umanità. Così, attraverso il Verbo fatto uomo (vir), lo stesso spirito umano (virile) si riconcilia con la donna e, attraverso di lei, con tutto il mondo della natura, non più visto come teatro del proprio orgoglioso possesso, ma come luogo di incontro della famiglia umana riunita nell’amore.
In Cristo, infatti, ogni uomo ritrova la sua vera dignità e la sua vera missione: quella di mettere al servizio dell’amore e della vita i doni sublimi dell’intelligenza, del dominio del mondo e della libertà. Nello stesso tempo in Maria ogni donna ritrova la sua dignità di nobilitazione suprema di tutta la natura creata, di rivelazione all’uomo della sua vera vocazione, di tramite, insieme all’uomo, dell’unione sponsale del Verbo divino con il mondo e della manifestazione dell’infinità della generazione del Verbo attraverso l’intero corso delle generazioni umane.
Tutto il Vangelo è una proclamazione del nuovo corso che deve seguire il mondo:
«Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 19-20).
Contro questa nuova strada insorgono, con rinnovata aggressività, le antiche tentazioni. Come Cristo fu da esse tentato nel deserto, così da esse è nuovamente tentato l’uomo ad ogni generazione. Ma sarà sempre la forza invincibile della croce di Cristo a mostrare la via della vittoria contro le tentazioni infernali: il sacrificio supremo dell’orgoglio umano e la crocifissione delle sue passioni in vista della vera felicità e del vero appagamento dell’uomo.
Cristo – dice la Sacra Scrittura – «in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia» (Eb 12, 2). Qual era la «gioia» a cui egli aspirava? Essere «assiso alla destra del trono di Dio» (Ibid.), certamente. Ma esservi assiso non da solo, come Figlio eterno del Padre, ma, come uomo, nel vincolo d’amore supremamente gioioso con la nuova umanità, in cui tutti i discendenti non saranno più chiusi nelle loro passioni orgogliose, ma, avendole crocifisse insieme a lui nel sacrificio supremo, saranno, invece, aperti alla comunione di amore con il Padre e tra di loro attraverso la conseguita purificazione ed esaltazione del vincolo di amore sponsale, paterno, materno, filiale e fraterno esteso, in Cristo, a tutto il genere umano.
Alla realizzazione di questa nuova umanità darà il suo indispensabile contributo la nuova Eva, «Madre di tutti i viventi» (Gn 3, 20), nata sulla croce dal costato di Cristo: Maria, e con lei ogni donna, che in modo eminente rappresenta la Chiesa, nella quale la natura, con tutti i suoi doni, si eleva fino a rendersi consorte del Verbo divino. E nella Chiesa, come ogni donna rappresenta Maria, così ogni uomo rappresenta Cristo, lo Sposo divino, che ogni prerogativa dell’umana dignità pone al servizio della vita generata dall’amore.

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Se, da questa prospettiva biblica, torniamo a considerare la critica del Förster ai nostri studi superiori, che si concentrano, come Marta, sull’accessorio e trascurano l’essenziale, vediamo che la vera vocazione dell’uomo non è quella di dominare il mondo con la sua intelligenza per affermare orgogliosamente la propria superiorità, e con essa il proprio interesse materiale, ma quella di purificare se stesso per rendersi degno di una vera unione sponsale, attraverso la quale egli possa diffondere nel mondo il regno dell’amore e della pace, riflesso della beatitudine divina.
Ma se la scuola degli uomini va fuori strada e tralascia l’essenziale per l’accessorio, se, conseguentemente, gli uomini, nell’esercizio delle loro professioni, si concentrano sull’accessorio, chi si occuperà dell’essenziale?
Un tempo la maggior parte delle donne, emule di Maria di Betania, richiamavano gli uomini alla loro vera missione. Oggi sembra che molte di loro vi abbiano rinunciato. Tuttavia nel cuore della donna ci sarà sempre la segreta aspirazione a realizzare un destino diverso, insieme all’uomo, per la vita del mondo.
Se, però, la donna ha, per questa sua aspirazione e vocazione, un ruolo speciale nella Chiesa, se, anzi, ne esprime in modo eminente la natura materna, appassionatamente dedita all’amore per tutti i suoi figli, vi sono degli uomini che hanno per vocazione il compito di mettere l’essenziale al primo posto e di richiamare gli altri uomini a realizzare, come rappresentanti di Cristo, quell’unione sponsale dello spirito umano e del Verbo divino con il mondo creato che ogni uomo dovrebbe considerare quale suo compito precipuo.
Questi uomini sono da una parte i sacerdoti, chiamati ad amministrare i misteri della vita di Cristo nel mondo, e dall’altra i religiosi consacrati a Dio, i quali, in un rapporto di complementarità con le religiose consacrate, attraverso la pratica dei voti evangelici, contrastano, come Cristo nel Deserto, le tentazioni infernali delle passioni umane a beneficio di tutti gli uomini e mostrano, con le loro opere, come i doni divini di Cristo, trasmessi a tutti gli uomini dal sacerdozio, possano realizzare, nella vita del mondo, il fine di tutta la creazione: di manifestare compiutamente, a gloria di Dio Padre, il Verbo divino attraverso tutte le generazioni umane, irradiate dall’amore dello Spirito Santo.

VII. Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Nel “Padre Nostro” vi sono sette domande. Una di esse è relativa al “nostro pane quotidiano” – e ciò significa che il “nostro pane” ha una grandissima importanza, dal momento che esso è presente, nella preghiera del Signore, insieme a richieste come “venga il tuo regno” o “sia fatta la tua volontà”.
Si può pensare che, se la richiesta del pane ha un posto così nobile, la sua funzione non sia soltanto il semplice nutrimento fisico.
Osserviamo che la domanda non menziona semplicemente il “pane”, ma il “nostro pane”. La parola “nostro” potrebbe accennare a qualche cosa che abbia un particolare significato umano, di là dalla sua funzione fisica. Effettivamente la qualità dell’atto di nutrirsi cambia secondo le circostanze. È evidente che mangiare pane secco in una stalla è diverso dal mangiare un ricco pasto in un palazzo. Ma è evidente, anche, che è più felice una famiglia unita dall’amore che mangia pane secco in una stalla che non un tiranno che mangia un ricco pasto in un palazzo, circondato da cortigiani che lo odiano.
Infatti un pasto umano, oltre ad essere una necessità fisica, è un’esperienza gioiosa vissuta in comune. È importante, dunque, considerare ambedue gli elementi: l’esperienza gioiosa e il suo realizzarsi in comune.
L’esperienza gioiosa del mangiare non è separabile dall’entusiasmante esperienza della vita, profondamente radicata nello stupore della creatura umana di fronte al mistero dell’infinita bellezza e ricchezza dell’universo. Nel “Cantico dei tre fanciulli” (Dn 3, 52-90) si trova una delle più belle espressioni di questo sentimento originario e incancellabile dell’anima umana. È lo stesso sentimento che domina la narrazione della creazione nei primi due capitoli della Genesi.
La meraviglia dell’universo sembra riversarsi nel cibo al fine di essere più intimamente gustata dall’uomo.
Ma consideriamo ora un ulteriore sviluppo del creato, attraverso il quale esso raggiunge un più alto livello ontologico di mistero e di bellezza.
Dice la Bibbia che, dopo che Adamo ebbe ammirato e preso possesso della natura creata, ed ebbe dato un nome a tutti gli animali, «non trovò un aiuto che gli fosse simile» (Gn 2, 20). E la narrazione continua:
«Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna (Isha) perché dall’uomo (Ish) è stata tolta”» (Gn 2, 21-23).
L’uomo ha preso possesso del mondo naturale e, attraverso l’ammirazione della sua maestà, ha avuto un’intuizione della gloria di Dio. Ma egli prova una triste solitudine, e Dio stesso gli appare lontano e sconosciuto. Perciò Dio fa un passo ulteriore nell’opera della creazione: al di sopra del mondo naturale appare una creatura meravigliosa, che ha la stessa nobiltà spirituale dell’uomo. Così, quando l’uomo vede la donna, non la domina, come aveva fatto con gli altri esseri, ma le dà il suo stesso nome. Essi hanno la stessa natura spirituale e perciò l’uomo ora non è più solo e, attraverso l’amore che unisce lo sposo alla sposa, ambedue acquisiscono una conoscenza più profonda di Dio: Dio non è più il Signore misterioso e lontano della maestà del creato, ma è la sorgente dell’amore e della felicità.
Così la donna appare come il coronamento della creazione. L’intero universo coopera alla formazione del suo essere e della sua bellezza e attraverso il loro mutuo amore l’uomo e le donna hanno l’intuizione dell’infinita vita e felicità di Dio e aspirano a divenirne partecipi.
Il fatto misterioso che, attraverso il loro amore, l’uomo e la donna generano nuove vite sembra una sorta di risposta alla loro aspirazione ad una vita più alta. Essi aspirano a partecipare alla vita infinita di Dio e Dio dona loro una discendenza infinita. Non è questa discendenza una promessa – sebbene velata – che la vita infinita di Dio sarà un giorno generata nel mondo?
Ma ormai il modo di sentire la bellezza dell’universo è mutato. Come ogni elemento del mondo ha contribuito alla formazione della donna, così ogni ornamento del mondo contribuisce a celebrare la sua bellezza. Ciò significa che il cibo stesso ha ora un nuovo gusto. Ogni pasto comune di una famiglia umana è un banchetto nuziale, una celebrazione della dolcezza dei doni di Dio, maestosi per gli occhi, deliziosi per la bocca ed estasianti per il cuore.
Aggiungiamo ancora: noi non mangiamo i bambini, ma li baciamo, e questo significa gustare la dolcezza della creazione elevata ad un livello superiore per mezzo della donna. Vedremo come l’eucarestia sia il culmine di questa elevazione

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Quanto è stato scritto fin qui descrive quello che era il progetto di Dio. Ma sappiamo che questo meraviglioso progetto fu attraversato e rovinato dal peccato dell’uomo e della donna. Cedendo alla tentazione del maligno, la donna non volle perseverare nel suo ruolo di rivelazione di Dio all’uomo, e l’uomo accettò di essere alienato da Dio. Il risultato fu che l’uomo non considerò più quale suo fine più alto l’amore, la generazione e la cura della vita, insieme all’aspirazione ad essere partecipe della vita divina, ma regredì ad uno stato inferiore e considerò suo vero fine il dominio del mondo naturale. Perciò la donna fu relegata nella sfera privata ed ebbe un’influenza diminuita sull’uomo, essendo considerata più un piacere fisico che una compagna spirituale.
La donna, essendo fisicamente più debole, volle vendicare l’inferiorità alla quale era stata forzata cercando di prevalere sull’uomo per mezzo della sua attrattiva fisica e della sua superiorità psicologica. Così il legame nuziale, che ad ogni modo ancora esisteva, fu attraversato, per tutto il corso della storia umana, da un tragico conflitto. L’orgoglio, l’egoismo, la crudeltà e la ribellione a Dio furono parimenti condivisi, se pure in modi diversi, dall’uomo e dalla donna.
Cristo venne a porre fine a questa triste situazione ristabilendo il progetto originale di Dio. Per far ciò egli doveva distruggere la hybris dell’uomo e la hybris vendicativa della donna. Egli portò su di sé ogni peccato, per cancellarlo sulla croce, e insegnò all’uomo l’umiliazione del proprio orgoglio e la riacquisizione del suo vero fine: l’amore e la cura della vita e la partecipazione all’infinita vita di Dio.
Ma il solo modo per realizzare questo progetto di redenzione era di ristabilire il vincolo originale tra l’uomo e la donna. Perciò il primo frutto della redenzione fu il dono fatto al genere umano di una donna perfettamente santa, che avrebbe dato la vita umana a Cristo e sarebbe stata un modello per ogni donna e un richiamo al suo vero fine per ogni uomo. «Ecco la tua madre!» (Gv 19, 27) Gesù dice, nel momento più sacro della redenzione, a tutti i discepoli che egli ama.
Cristo ricevette il suo corpo e il suo sangue da Maria. Su di lei tutto l’universo riversò la sua ricchezza e a sua volta ella glorificò la maestà della creazione di Dio elevandola al regno dell’amore. Ogni donna, fin dall’origine, avrebbe dovuto far questo e ogni donna deve farlo ora, seguendo l’esempio di Maria. Ma Cristo insegnò all’uomo ad accostarsi al mistero dell’amore presente nella donna come al suo proprio fine e a scoprire, di là da esso, il mistero della vita e dell’amore di Dio, a cui l’uomo e la donna sono chiamati a partecipare. Per far ciò l’uomo deve rinunciare al suo falso orgoglio e seguire Cristo sulla croce per la salvezza del mondo. Così la missione dell’uomo di procurare il cibo – cf Gn 3, 17 – non sarà più la manifestazione del suo orgoglioso dominio sul mondo, ma sarà la realizzazione dell’autentica dignità virile, meravigliosamente simboleggiata dall’eucarestia: la donazione di se stesso per rendere sempre più santa, ricca e gioiosa la vita generata dall’amore. Il cibo eucaristico, che dà la vita eterna, diviene, dunque, il segno indicatore di tutta l’attività dell’uomo, che d’ora in poi deve essere consacrata al servizio dell’amore e della vita, e il sacerdote – l’alter Christus – che non si impegna in un lavoro rivolto a dominare il mondo, ma è totalmente e direttamente dedito alla sola promozione e celebrazione della vita rinnovata, è il modello della vocazione più vera e più profonda di ogni uomo e di ogni sposo.
Per questo Pilato – facendo uso, senza saperlo, della sua pubblica autorità – dichiara, indicando Gesù che porta la corona di spine, cioè il segno della sua regalità: «Ecco l’uomo!» (Gv 19, 5), «Ecco il nuovo, il vero Adamo, il vero re del creato, il vero sposo della nuova Eva!».
E come Maria e le pie donne, mentre gli apostoli fuggivano, seguirono Cristo fino al sepolcro con la loro fedeltà e il loro amore, così le nuove donne devono seguire il loro esempio nella fedeltà e nell’amore ai loro sposi e ad ogni uomo.
«E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5, 25-27).
Ma Cristo e Maria hanno insegnato anche un’altra via: la via dell’amore verginale e sacerdotale. Poiché il vero scopo e la sorgente dell’amore umano è l’amore divino, l’amore verginale è necessario per manifestare nel mondo la felicità soprannaturale a cui è chiamato il genere umano, e l’amore sacerdotale è la presenza di Cristo stesso, il vero Sposo, e del suo sacrificio purificatore. Il sacerdozio cristico, infatti, manifesta e realizza, in una dimensione superiore, l’amore sponsale purificato dell’uomo verso la donna, a sua volta purificata. Esso è, perciò, proprio dell’uomo, ma attraverso la purificazione del suo falso orgoglio e il ristabilimento della sua vera dignità, ristabilisce anche la donna nel suo ruolo di culmine della creazione. Così per mezzo di queste due forme di amore consacrato, l’uomo e la donna sono aiutati a santificare il loro amore e a vincere la tentazione di ricadere nella carnalità peccaminosa.

* * *

Se ogni pasto è un pasto nuziale, l’eucarestia è nello stesso tempo il sacrificio che purifica l’uomo e la donna dal loro orgoglio peccaminoso e dalla loro divisione e la celebrazione di un rinnovato banchetto nuziale.
Leggiamo nella Bibbia:
«Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli [Cristo] ne è divenuto partecipe» (Eb 2, 14).
Ma Cristo divenne partecipe della carne e del sangue per mezzo di Maria. Il suo corpo e il suo sangue sono il corpo e il sangue di Maria! Ciò significa che la bellezza e la dolcezza di tutto l’universo, che si sono riversate sulla donna più santa e sono state da lei glorificate, sono ora celebrate in questi preziosi elementi, per mezzo dei quali, nello stesso tempo, Cristo, spargendo il suo sangue sulla croce, ha purificato l’orgoglio umano, ha ravvivato l’amore santo della donna e ha ristabilito il vero fine dell’uomo e della donna nell’universo.
Così nel sacrificio eucaristico e nel banchetto nuziale noi gustiamo la dolcezza di tutta la creazione di Dio, glorificata per mezzo della donna più santa e consacrata alla vita umana e divina dal sacrificio di Cristo. L’amore rinnovato tra l’uomo e la donna, che dà il suo vero senso all’universo, è il frutto del sacrificio di Cristo, il quale ha umiliato l’orgoglio dell’uomo e, nello stesso tempo, insegnandogli a donare se stesso e tutto il suo operare come pane vivo per la vita del mondo, lo ha restituito alla sua autentica dignità e ha aperto il suo cuore all’amore e alla vera felicità, ha ristabilito la donna quale coronamento della creazione e ha fatto del mondo la dimora della vita divina partecipata da tutto il genere umano.

VIII. La donna più potente del mondo

Di fronte alla denunciata – e a ragione! – crisi di identità dell’occidente cristiano e democratico, è un segno confortante che a questa crisi sembra non partecipare minimamente la persona di Maria.
Poco tempo fa usciva un numero nientemeno che del “National Geographic” dedicato a Maria, con il titolo “Mary, the most powerful woman in the world”
[http://www.lifenews.com/2015/12/11/national-geographic-names-virgin-mary-most-powerful-woman-in-the-world/].
È interessante osservare che nella devozione a Maria convergono non soltanto i mussulmani, ma anche induisti e buddisti. In Sri Lanka, ad esempio, alla festa annuale del santuario mariano di Madhu partecipano molti buddisti, i quali sentono la mancanza di una figura femminile significativa nella loro religione.
Questo ci suggerisce il pensiero che l’influsso della Madre di Dio vada molto al di là dei confini delle chiese che ufficialmente ne riconoscono il culto, cioè la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa.
A ben guardare, credenti o non credenti, dobbiamo confessare che, stranamente, le straordinarie profezie relative a Maria Santissima si sono avverate puntualmente.
La più celebre e diretta la troviamo nel Vangelo di Luca, sulle labbra stesse di Maria:
«D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1, 48).
Si discute sulla datazione del Vangelo di Luca: chi lo anticipa all’inizio degli anni sessanta del primo secolo, chi lo posticipa alla metà degli anni ottanta. In ogni caso la profezia sarebbe sembrata a dir poco eccessivamente audace agli scettici di allora. Non so come spiegano il suo avverarsi gli scettici di oggi!
C’è anche da notare che la Madonna non limita le generazioni che la chiameranno beata a una porzione del mondo: ella parla di «tutte le generazioni», senza eccezioni!
Ma c’è un’altra profezia, che bisogna saper leggere con un po’ di attenzione, e che, tuttavia, non è meno reale.
Nel libro della Genesi, dopo il peccato dei progenitori, Dio dice al serpente:
«Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn 3, 15).
Il testo suggerisce che ci sia un’ostilità irriducibile tra il demonio e la donna. E infatti come potrebbe non esserci avversione implacabile tra una madre e l’assassino dei suoi figli? Se il diavolo odia la vita, la donna, al contrario, la genera, la nutre, la protegge, la ama appassionatamente. Per questo il diavolo, tentandola al peccato, fa di tutto per portarla dalla sua parte. E, nella luce sinistra degli avvenimenti, sembra in gran parte esserci riuscito.
Eva è stata definita «la madre di tutti i viventi» (Gn 3, 20), non perché li abbia tutti personalmente generati, ma perché tutte le donne ne hanno seguito il modello. E giustamente noi ci diciamo «esuli figli di Eva, gementi e piangenti in questa valle di lacrime», perché troppo spesso la vocazione materna della donna e la corrispondente vocazione paterna dell’uomo è stata tradita.
Ma i grandi vati dell’oriente e dell’occidente hanno saputo leggere nel profondo dell’animo femminile l’aspirazione ad un amore invincibile verso l’uomo, affidato da Dio alla sua cura. Antigone in occidente e Sita in oriente sembrano incarnare un misterioso presentimento di salvezza, che passa attraverso l’amore della donna.
È nel Vangelo di Giovanni che questa aspirazione del genere umano trova la sua realizzazione e la sua infallibile profezia.
Nel momento solenne della crocifissione Giovanni pone gli eventi centrali e risolutivi della sua narrazione.
«Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32).
Così nella narrazione giovannea campeggia Cristo crocifisso, che apre le braccia a tutto il genere umano, sormontato da una scritta eloquente, posta dalla suprema autorità, annunciante la sua regalità nelle lingue che ufficialmente simboleggiano la riunione di tutti i popoli: ebraico, greco e latino.
In questo momento sublime viene registrato un altro avvenimento, che ovviamente possiede la stessa cruciale importanza per tutto il genere umano.
«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19, 25-27).
Il discepolo che Gesù amava non era soltanto Giovanni: ogni fedele lo è, e ogni uomo è chiamato ad esserlo. Dunque Maria appare qui come la nuova «Madre di tutti i viventi». Come Eva, ella non è tale perché generi personalmente tutti gli uomini, ma perché costituisce il modello della nuova maternità per ogni donna.
E questo fatto sembra confermato da quanto poco dopo scrive l’evangelista.
I soldati si avvicinano a Gesù, «e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19, 33-34).
Giustamente i Padri hanno visto adombrato in questi versetti un richiamo alla narrazione della creazione della donna:
«Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo» (Gn 2, 21-22).
Come la prima donna fu tratta dal fianco dell’uomo addormentato, così la nuova donna scaturì dal fianco di Cristo addormentato nella morte. I Padri identificano la nuova donna con la Chiesa, ma è certamente lecito vedere in Maria una figura eminente della Chiesa. E se ella è «Madre di tutti i viventi» perché modello di ogni madre nel nuovo mondo che sta per nascere, possiamo ben dire che dal fianco di Cristo scaturisce una nuova maternità, purificata dal peccato e perciò totalmente consacrata al servizio della vita.
Dunque la profezia cantata da Maria nel “Magnificat”: «di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono» (Lc 1, 50) dovrà adempiersi in modo paradigmatico attraverso la maternità santificata che genererà, non solo fisicamente, la vita delle nuove generazioni nel segno dell’amore misericordioso.
Non possiamo certamente negare che anche questa profezia si sia adempiuta. Cerchiamo di rintracciarne alcune luminose tracce – che, come vedremo, vanno ben al di là dei confini del mondo cattolico, o anche del mondo dei credenti.
Un fenomeno a cui non sempre si dà la dovuta attenzione è la grande quantità e l’alta qualità di scrittrici che si è manifestata soprattutto nell’ambito di lingua inglese. In Inghilterra e in America, infatti, è stata più precoce l’emancipazione della donna da ruoli rigidamente determinati dai doveri domestici. Ma assai poco è stato osservato l’incalcolabile influsso che le scrittrici, soprattutto di lingua inglese, hanno avuto nel diffondere nel genere umano sentimenti di umana compassione verso l’umanità sofferente. Che fossero credenti, come la Jane Austen e Harriet Beecher Stowe o (apparentemente) non credenti, come George Eliot e Ouida, non c’è dubbio che dalle loro pagine si è riversato sul genere umano un santo istinto di maternità che soltanto da un cuore femminile poteva scaturire. Solo una donna poteva scrivere “La capanna dello zio Tom” o “Il mulino sulla Floss”. E non c’è dubbio che un segreto influsso mariano ha condotto sia la Beecher Stowe a piangere sulla sorte degli schiavi negri, sia la Eliot a glorificare l’abnegazione sublime di Meg – che ben poche ragazze credenti saprebbero oggi imitare – contro l’irriguardosa brutalità virile di Tom e di Stephen.
Se nel mondo cattolico apparentemente l’emancipazione delle qualità femminili si è fatta più attendere, e se perciò si può in qualche misura dar ragione a Ruskin quando afferma che, con tutto il rispetto e la riconoscenza verso le suore di carità, esse hanno avuto l’inconveniente di sottrarre le energie migliori del cuore femminile alla società civile, rimane però il fatto che la relativa scarsità di scrittrici o eroine laiche nei paesi cattolici è stata abbondantemente compensata dalla quantità incalcolabile e dalla qualità sublime delle religiose e delle sante che hanno costellato la storia della Chiesa negli ultimi due secoli – e ovviamente anche prima. E quale sia stato l’influsso sulla sensibilità morale di tutto il genere umano di personalità come Bernadette Soubirous, Teresa di Lisieux, Maria Goretti o Madre Teresa di Calcutta – tanto per fare qualche nome – non si potrà mai valutare. E in questo caso il modello mariano è assolutamente evidente ed esplicito.
È anche questa un’identità che stiamo perdendo?
Certamente, come era stato annunziato, alla stirpe della donna – e tanto più della Nuova Donna – si oppone la stirpe del serpente, il quale, con implacabile rabbia, non cessa di insidiarle il calcagno. E non c’è dubbio che apparentemente si deve registrare il suo strepitoso successo nel generare una stirpe di donne – e di uomini – che anziché amare la vita, la odiano. Ma ci consola ricordare la profezia rivolta fin dall’inizio al serpente: tu insidierai il calcagno alla stirpe della donna, ma «questa ti schiaccerà la testa».

IX. L’Assunzione, l’Islam e le contraddizioni della civiltà occidentale
(Dal volume di Don Massimo Lapponi “La luce splende nelle tenebre”, Aracne Editrice, 2014)
Uno dei pregiudizi più radicati, e più esiziali, della moderna mentalità occidentale è che la sfera dell’amore tra i sessi sia un ambito di natura strettamente privata, che non ha rilevanza per gli interessi comuni e in cui perciò la pubblica autorità, non solo statale ma anche religiosa, non ha né motivo né diritto di intromettersi. Non si è ripetuto ad usura in questi ultimo tempi: “Ora uno non può neanche amare come gli pare e piace?”
Che questo sia un pregiudizio infondato lo dimostra la più elementare riflessione: forse che non dipende dall’amore tra i sessi e dal mistero della generazione umana tutta la vita del mondo e tutto il suo avvenire? Si può dunque lasciare all’arbitrio individuale la stessa fonte della vita dei popoli?
Uno sguardo un po’ approfondito sulla storia del mondo mostrerebbe che le civiltà e i loro destini si differenziano soprattutto per i costumi relativi all’amore tra i sessi e per la morale sessuale. Così nessuno potrebbe negare che questo è uno dei punti di maggior differenziazione, e di maggiore attrito, tra la nostra civiltà e la civiltà islamica. E tattandosi, nel caso dell’Islam, di una civiltà a carattere fortemente religioso, ci si può chiedere se la questione non andrebbe affrontata, se la si vuole affrontare rettamente, proprio sul piano teologico.
I costume sessuali dell’Islam hanno un fondamento teologico? Probabilmente sì, come lo hanno, almeno in prospettiva storica, i costumi sessuali occidental.
Vediamo se è possible dire qualche cosa su questo difficile argomento.
Non sarebbe errato affermare che l’Islam è fondamentalmente un’eresia cristologica, e propriamente l’ultima e la risolutiva eresia cristologica dell’oriente cristiano. Infatti le eresie cristologiche dei primi secoli, dall’antico docetismo all’arianesimo, al nestorianesimo, al monofisismo, al monoteletismo, fino all’iconoclastia – che è posteriore all’Islam e sintomaticamente ne subisce l’inflenza – non sono l’espressione del più o meno velato rifiuto, da parte dello spirito religioso orientale, del mistero dell’abbassamento della Divinità nell’umiliazione della carne mortale? Ora ecco che questa tendenza del cristianesimo orientale viene infine a trovare la sua esplicita e piena manifestazione in una religione che, se da una parte accoglie in pieno l’idea di una rivelazione particolare di Dio all’uomo, dall’altra rifiuta nella maniera più categorica il mistero dell’Incarnazione.
Ma la sconvolgente dottrina del Dio fatto uomo non è una sottigliezza scolastica riservata al mondo chiuso dei teologi accademici. Se infatti è vero che Dio ha scelto l’umana generazione per manifestare compiutamente se stesso nel tempo e nello spazio creati, ciò vuol dire che fin dall’inizio egli aveva iscritto nell’umana generazione carnale e in tutto ciò che la circonda un significato dalla profondità insondabile, che soltanto attraverso l’evento mirabile dell’Incarnazione doveva apparire in tutta la sua gloria.
Non è certamente senza una formidabile ripercussione sulle idee, sui sentimenti e sui costumi degli uomini in materia di amore tra i sessi che la Rivelazione del disegno di Dio in Cristo, divenuto partecipe della carne umana per mezzo di una donna, ha fatto la sua apparizione nel mondo. E, analogamente, non è certamente rimasto senza una corrispondente formidabile ripercussione sulle idee, sui sentimenti e sui costume dei popoli il rifiuto esplicito, fermo e deciso dell’Incarnazione.
L’odierna celebrazione dell’Assunzione di Maria in cielo, con il suo proprio corpo glorificato, non è certamente un’appendice devozionale del cristianesimo popolare. Al contrario, si può ben dire che ci troviamo qui proprio al centro della Rivelazione cristiana nel suo significato per la storia del mondo creato. Il corpo muliebre, nella sua funzione materna, con questo mistero viene glorificato nella stessa eternità beata, in modo da esplicitare definitivamente il significato spirituale della missione della donna nel mondo in vista della rigenerazione di tutte le cose in Cristo.
L’amore tra i sessi e la generazione carnale, dunque, lungi dall’essere un fatto puramente profano, materiale o addirittura demoniaco, ha in sé qualche cosa di divino, perché adombra il desiderio dell’unione di tutto il creato con la Divinità nella Persona del Figlio di Dio fatto uomo.
E’ del tutto normale, in questa prospettiva, che la Madre di Dio, glorificata nel suo stesso corpo, agisca nella storia come fermento di nobilitazione per ogni donna, alla cui missione l’uomo dovrà necessariamente collaborare in situazione di parità e di rispettoso amore.
Ed è del tutto normale che, posto il rifiuto dell’Incarnazione, la funzione della donna venga vista in una prospettiva solamente materiale e di subordinazione agli interessi “superiori” dell’uomo.
Di fronte alla sfida dell’inquieto mondo mussulmano l’Occidente dimostra qui tutta la sua ambiguità, da una parte rivendicando la propria superiore civiltà nel rispetto della donna, dall’altra rifiutando la radice teologica di questo rispetto e rischiando di recedere così a costumi che, per quanto riguarda il suddetto rispetto, giustamente meritano il disprezzo del religioso mondo dell’Islam.
Vi sono stati momenti nella storia in cui una sorta di ubriacatura generale sembra aver invaso popoli interi. In questi momenti di delirio collettivo sembra che la ragione non possa farsi valere: agli argomenti più persuasivi allora si risponde con l’ostinazione, l’arbitrio e la violenza, non solo verbale. Queste esaltazioni collettive creano per un certo tempo l’illusione che la società sia finalmente giunta ad una svolta definitiva, dopo la quale il mondo sarà del tutto trasfigurato. Passato poi, in tempi relativamente brevi, il momento di esaltazione, ci si accorge che ci si trova invece al punto di prima, e che, anzi, le distruzioni irragionevoli che sono state perpetrate nell’ebbrezza generale, hanno reso il panorama generale della civiltà immensamente più squallido.
Abbiamo visto questo fenomeno nel 68, e più di una voce ha sottolineato, già allora, che, nonostante i proclami in contrario, lo stato d’animo di esasperato rifiuto del confronto ragionevole e rispettoso non era che una riedizione dei modelli storici del fascismo e del nazismo.
C’è probabilmente il pericolo che stiamo ora attraversando un periodo di analoga esaltazione collettiva, che questa volta rifiuta ostinatamente di vedere nel corpo della donna il superiore progetto di Dio e, dopo averlo ridotto a puro strumento di commercio, vorrebbe ora farne un “optional”, oggetto di libera scelta, senza alcuna intrinseca finalità, se non quella attribuitagli dal capriccio individuale. E ovviamente in questa prospettiva lo stesso mistero dell’umana generazione viene ridotto a funzione dipendente meramente dal capriccio individuale, senza leggi e senza progetti né divini né umani.
Appellarsi alla ragione in vista del futuro destino dei popoli, nell’ubriacatura generale non sembra avere alcuna efficacia, come avveniva nei movimenti storici sopra ricordati.
Ma proprio la celebrazione della festa di Maria assunta in cielo nel suo vero corpo muliebre è la più forte riaffermazione della divina missione della donna e dell’amore tra i sessi e dell’umana generazione, ed è nello stesso tempo il fondamento più sicuro per un rivendicazione di superiore civiltà religiosa e umana nei confronti del mondo mussulmano.


X. L’era della donna
(Dal volume di Don Massimo Lapponi “La luce splende nelle tenebre”, Aracne Editrice, 2014)

Non so se è più di moda, ma qualche anno fa era uso comune definire il nostro tempo come “l’era della donna”.
La definizione era abbastanza ambigua. Infatti, da una parte l’attuale nuova valutazione della donna era legata all’emancipazione dai vincoli morali che avevano, per secoli, mortificato la sua vita sessuale, mentre, dall’altra, essa dipendeva dal fatto che ormai la donna, liberata dai ruoli tradizionalmente legati ai suoi caratteri sessuali, poteva finalmente abbracciare tutte le professioni che fino ad oggi erano state appannaggio dei maschi.
Così i simboli dell’“era della donna” erano sia l’avvenente star in veste semiadamitica, sia la professionista che attenuava il suo sex-appeal con un abito di stampo maschile e con un austero paio di occhiali.
Questa ambiguità ha segnato fin dall’inizio il movimento femminista, impegnato a rivendicare, contemporaneamente, la libertà sessuale e la libertà dal sesso, cioè a pretendere dagli uomini, nello stesso tempo, la capitolazione di fronte all’avvenenza della donna e la rinuncia a considerare oggetto di desiderio sessuale la loro collega di lavoro in ufficio, in ospedale, in parlamento o in tribunale – di fatto, a quanto sembra, molte avvocatesse si presentano in tribunale in veste tutt’altro che professionale, magari con il compito di difendere qualche loro congenere per “molestie sul posto di lavoro”!
Ma l’ambiguità si complica ancora maggiormente con la recente ideologia del gender.
Quest’ultima sostiene che le differenze di gender non hanno alcuna relazione reale con i caratteri fisico-biologici, ma sono soltanto costruzioni culturali e sociali. Ciò significa, ovviamente, che i ruoli tradizionalmente attribuiti a un gender sono soltanto un fatto socioculturale e, come tali, sono fenomeni di valore relativo, destinati a cambiare indefinitamente secondo le mutevoli esigenze della cultura e degli individui.
Ma se tutti i ruoli sociali non sono che costruzioni artificiali della cultura, indipendenti dai caratteri sessuali, non si vede perché si debba mantenere la tradizionale dualità della rappresentazione sociologica. La cultura, infatti, potrebbe inventare le più svariate forme di differenziazione sociale che, essendo indipendenti dalla biologia, non dovranno né avere il carattere della dualità, né tanto meno assumere la terminologia e i concetti di riferimento a ruoli in passato attribuiti all’uno o all’altro dei tradizionali gender, essendo stata, tale attribuzione, inscindibilmente legata al sesso biologico.
Sennonché assistiamo al fenomeno contraddittorio di chi pretende, da una parte, che vengano relativizzati i ruoli e, dall’altra, che ognuno possa scegliere uno dei due ruoli tradizionali, indipendentemente dal proprio sesso biologico, attribuendosi tutti i caratteri e tutti i “diritti” che la dualità biologico-culturale tradizionale attribuiva ai gender. In particolare, si osserva una prevalente tendenza da parte di chi ha un sesso biologico maschile a desiderare e a pretendere di assumere un ruolo tradizionale “femminile”, con tutti gli appannaggi fisici e culturali ad esso in passato collegati – e forse questa prevalenza per l’attrattiva del ruolo “femminile” è ancora un ricordo dell’“era della donna”!
Dunque, che cosa si vuole, la libertà da ogni carattere sociologico tradizionalmente legato ai due gender, o la libertà di scegliere uno dei due gender tradizionali?
La contraddizione è testimoniata anche dalle insolubili problematiche linguistiche che scaturiscono dall’imporsi a livello politico e nazionale dell’ideologia del gender.
Infatti, da una parte si vorrebbero attribuire a chi, avendo un sesso biologico maschile, ha scelto il ruolo fisico-sociale “femminile”, i titoli di “moglie”, “madre”, “genitrice”, e come tale gli/le si attribuiscono tutti i “diritti” che una cultura, che si considera tramontata, attribuiva alla “donna” moglie e madre – e, viceversa, si attribuiscono a chi ha un sesso biologico femminile, ma ha scelto il ruolo fisico-sociale “maschile”, i titoli e i relativi vecchi diritti di “marito”, “padre”, “genitore – mentre, dall’altra, si ribadisce che gli stereotipi “romantici” e passatisti di donna-madre e di uomo-padre vanno abbandonati.
Una tendenza, che vorrebbe essere conciliativa, opta per conferire alle nuove “coppie” i titoli di “genitore 1” e “genitore 2”, senza specificare il ruolo di padre e di madre. Ma rimane il fatto che, propriamente, o nessuno dei due è “genitore”, nel senso tradizionale del termine, o lo è soltanto uno dei due. E, d’altra parte, i ruoli tradizionali dei “genitori”, secondo questa teoria, non sono altro che costruzioni culturali artificiali – tanto che in Francia lo stato si è ufficialmente attribuito, tra le altre cose, il compito di sottrarre i giovani all’influenza che, nella cultura tradizionale, era diritto-dovere dei genitori. Non si vede, perciò, perché detti ruoli tradizionali dovrebbero costituire un “diritto inalienabile” di chi ha abbracciato la teoria dei gender.
Più coerentemente in Francia si è adottata la terminologia “responsabile 1” e “responsabile 2”, secondo la quale ognuno dei due può assumere il ruolo sociale che preferisce, e detto ruolo non ha alcun legame con i caratteri biologico-sessuali, e perciò non si vede perché dovrebbe essere legato ad una dualità, né tanto meno a quella determinata dualità. Nello stesso tempo, come si è visto, il rapporto con i minori non ha più i caratteri della tradizionale genitorialità-filialità – e infatti non si parla più di “genitori” – e quindi il rapporto tra minori e adulti “responsabili” non avrà più i caratteri tradizionali, ma assumerà di volta in volta i caratteri che le diverse esigenze culturali sociali e personali esigeranno. Ne risulta che non si vede perché la convivenza tra adulti dovrebbe ancora conservare il carattere della dualità, né perché in un prossimo futuro lo stato non potrebbe assumersi in proprio l’educazione dei minori, sottraendo questi ultimi alla convivenza con nuclei di adulti non più adeguati alle nuove esigenze culturali e sociali.
Il quadro potrebbe sembrare fantasioso, tuttavia non si può negare né che manchi di logica, né che se ne vedano già i primi segni di realizzazione.
Ma, in questa prospettiva, si può ancora parlare di “era della donna”? Mi sembra proprio che si dovrebbe parlare piuttosto della “fine dell’era della donna”. Così il sogno delle femministe sembra destinato a crollare sulle sue proprie ceneri.
Personalmente, invece, sono convinto che l’“era della donna” non sia affatto finita, ma che, anzi, essa sia destinata a riprendere vigore in modo del tutto nuovo, una volta che sia eliminata l’ambiguità che grava su certe forme di femminismo molto diffuse e che sia messo bene in chiaro il programma di quello che – se l’espressione non si prestasse ad equivoci – mi piacerebbe chiamare un vero, sano ed efficace femminismo. Lo chiamerò invece, per maggior chiarezza, la nuova era della donna.
E’ appunto il programma che cercherò di abbozzare nelle parti successive di questo articolo.
* * *
Mi sembra incontestabile che, se le donne vogliono farsi valere più di quanto non sia avvenuto in passato, devono farsi valere in quanto donne. Se per farsi valere devono cessare di essere donne, e per cessare di essere donne devono affermare che non c’è nessuna diversità essenziale tra l’uomo e la donna, a me sembra che in realtà ciò equivalga ad una capitolazione.
Se, poi, farsi valere significa semplicemente far valere il proprio fascino sessuale, ciò equivarrebbe a porre la qualità più materiale, e secondo un modo di sentire ancora molto diffuso, più bassa della donna al di sopra di tutte le altre. Che giustamente in tempi recenti, e ormai non più tanto recenti, il sesso sia stato opportunamente rivalutato come componente essenziale dell’esperienza umana, anche sul piano propriamente spirituale, ciò non toglie che la maggior parte delle persone civili non accetterebbero di porre il fascino sessuale al di sopra di tutte le altre qualità femminili e di considerarlo sganciato da un organico riferimento ad altri aspetti della femminilità che giustamente si considerano “superiori”.
A questo punto sento già la reazione di un vivace pubblico femminile che protesta contro la pretesa di rimettere su un piano superiore le vecchie categorie della sponsalità e della maternità.
Ma vorrei fare osservare che queste categorie e la stima per esse sono così poco vecchie che, a quanto pare, una numerosa schiera di uomini oggi le rivendica per sé, con tutti i doveri e i diritti che ad esse sono tradizionalmente connessi.
Non credo, però, che ci sia il pericolo che il posto abbandonato dalle donne, o piuttosto da quelle che hanno una particolare ideologia, venga massicciamente occupato dagli uomini. Infatti, a parte il gran rumore che fanno le propagandiste di un certo femminismo, la maggior parte delle donne desiderano ancora essere spose e madri.
Quello però che, frastornati dalla propaganda del vecchio femminismo, troppo facilmente si dimentica, è che le qualità femminili “superiori” non si manifestano, né si sono storicamente manifestate, soltanto nell’ambito della “felicità domestica” – non si sa perché questa espressione oggi viene spesso usata con ironia! Grandi opere sul piano storico-sociale sono state realizzate dal genio femminile, in ogni tempo, ma specialmente nella tanto deprecata “età romantica”.
Che l’autrice del celebre romanzo La capanna dello zio Tom fosse una donna, e che ciò sia chiarissimo per ogni lettore, non impedì a detto romanzo di provocare lo scoppio di una guerra per l’abolizione della schiavitù. E che la quacquera Elizabeth Fry fosse una donna con dieci figli, e che fosse animata da nobili sentimenti materni, non le impedì di essere l’apostola della riforma carceraria in Inghilterra e in altre parti di Europa. Che poi la persona storica di Florence Nightingale fosse ben diversa dalla figura angelicata cantata dal poeta Longfellow, e di cui è ancora diffusa la leggenda, ciò non le impedì di ispirarsi, per la creazione dell’infermieristica moderna, alle diaconesse del pastore Fliedner e alle suore cattoliche di Trinità de’ Monti. Lo stesso Henri Dunat, nell’ideazione della Croce Rossa, ebbe ben presenti le contadine che curavano amorosamente i feriti sparsi per la pianura insanguinata di Solferino.
Si potrebbe dire molto di più, ma ciò è sufficiente per mostrare che i sentimenti materni, che ad ogni modo nel loro posto normale meritano tutta la stima che ancora oggi pressoché tutte le persone civili – e non soltanto i gay – loro accordano, senza perdere nulla della loro “femminilità”, hanno la possibilità di aprirsi a vastissimi orizzonti di operosità storica e sociale.
E vorrei partire da qui per affermare che la nuova era della donna dovrebbe prendere coscienza che, in questo campo, è stato fatto assolutamente troppo poco, e che realmente i nostri tempi reclamano in ciò una trasformazione epocale, paragonabile al Cogito cartesiano o alla “rivoluzione copernicana” kantiana.
I paragoni non sono stati scelti a caso, e penso che sia giunto il tempo di rivedere completamente gli schemi in cui si è ormai fossilizzata la manualistica storico-filosofica e di riconsiderare sia le categorie di interpretazione dell’età moderna e contemporanea, sia le nuove prospettive e i nuovi compiti che la realtà di oggi ci pone di fronte.
Facendo, dunque, ora una digressione, proverò ad abbozzare, in forma senz’altro troppo breve e sintetica, una visione dell’età moderna e contemporanea, e delle sue “rivoluzioni” spirituali, notevolmente diversa da quella universalmente diffusa, ed a proporre poi, quasi in continuità con essa, la ulteriore “rivoluzione” spirituale a mio giudizio richiesta dai nuovi tempi.
* * *
Partiamo da un testo che magnificamente rappresenta la grande novità della filosofia moderna rispetto a quella classica e medievale – e notiamo che si tratta di un testo profondamente cristiano: la Scienza nuova di Giambattista Vico.
«La donna con le tempie alate che sovrasta al globo mondano, o sia al mondo della natura, è la metafisica, ché tanto suona il suo nome. Il triangolo luminoso con ivi dentro un occhio veggente egli è Iddio con l’aspetto della sua provvidenza, per lo qual aspetto la metafisica in atto di estatica il contempla sopra l’ordine delle cose naturali, per lo quale finora l’hanno contemplato i filosofi; perch’ella, in quest’opera, più in suso innalzandosi, contempla in Dio il mondo delle menti umane, ch’è ’l mondo metafisico, per dimostrarne la provvedenza nel mondo delle nazioni».
Così esordisce il filosofo napoletano nell’Idea dell’opera, nella quale illustra il significato dell’immagine posta sul frontespizio.
Da detto testo si desume che, come gli antichi avevano considerato Dio soprattutto quale autore della natura, e dell’uomo quale essere naturale, i moderni – e in questo Vico è anche lui cartesiano – lo considerano soprattutto come autore della mente umana, della sua libertà e quindi – e qui Vico si distacca da Cartesio e fa un grande passo in avanti rispetto a lui – della storia delle nazioni.
Giustamente il Croce ha visto nel pensiero del Vico anticipato l’idealismo tedesco – pur avendo commesso l’errore di voler distaccare Vico dalla metafisica cristiana – e questo ci permette di abbracciare con un unico sguardo il pensiero moderno e contemporaneo e di vedere in esso, non l’affermazione dell’uomo contro Dio, come recita una diffusa vulgata, che ormai dovrebbe essere per molti aspetti abbandonata, ma piuttosto una nuova coscienza religiosa e cristiana, che celebra l’incontro della libertà umana e della Provvidenza divina nella costruzione del destino storico dei popoli.
Questa “rivoluzione spirituale” moderna e i suoi successivi sviluppi costituiscono l’orizzonte supremo a cui potesse spingersi il pensiero umano? No! Un’altra rivoluzione spirituale era ancora in attesa di manifestarsi, non meno sconvolgente di quella precedente: la rivoluzione della nuova era della donna.
Le premesse di questa “rivoluzione” dobbiamo vederle nella crisi della ragione che si manifesta già in Kant, agli albori del Romanticismo.
Se l’età moderna aveva celebrato la ragione umana e l’Illuminismo ne aveva in qualche misura esasperato le rivendicazioni, esaltandola al di sopra di tutto, il filosofo di Königsberg, pur idolatrandola anch’egli, almeno in una certa misura, le aveva però poi posto limiti ben precisi, mettendo, in qualche modo, altre facoltà umane al di sopra della ragione stessa. Infatti, le realtà che maggiormente interessano l’uomo per la sua vita e per il suo destino – Dio, l’anima umana, la libertà – secondo Kant, non erano attingibili da parte della ragione, ma solo postulabili quali premesse indispensabili per la vita morale dell’uomo.
In qualsiasi modo si voglia interpretare il pensiero di Kant su questo punto, esso poneva le basi di una tendenza che, in vari modi, avrebbe condizionato tutto il pensiero successivo: se l’unico oggetto adeguato della ragione era la scienza fisico-matematica, tutto ciò che esulava da essa – e non si trattava certamente di realtà prive di importanza per la vita umana! – doveva essere raggiunto per vie diverse dalla ragione: l’azione, il senso morale, il senso estetico, il sentimento.
Questa insoddisfazione per la ragione viene espressa in modo altamente drammatico dall’opera che è stata da molti ritenuta la Divina Commedia del mondo moderno: il Faust di Goethe.
«Oimé» esordisce l’eroe del poema, «io ho oramai studiato filosofia, giurisprudenza, medicina, e, lasso! anche la grama teologia! e d’ogni cosa sono andato al fondo con cocente fatica. Ed ecco, povero pazzo! Ch’io ne so ora quanto innanzi. Mi chiamano maestro, chiamanmi anche dottore, e già da dieci anni io meno, di su e di giù, e per lungo e per traverso, i miei scolari pel naso; oh! veggo manifesto che noi sapremo mai nulla! Ahi, io ne avrò rapidamente consumato il cuore! Per verità io passo di dottrina tutti quanti i cianciatori, dottori, maestri, scrivani o preti, né io sono tormentato da dubbi o da scrupoli; né l’inferno, né il diavolo mi dà paura. Ma, e ogni gioia si è pure partita da me: non più presumo di conoscere alcuna cosa di vero; non più presumo d’insegnare alcuna cosa che mi valga a ravviare e condurre gli uomini al bene».
E nel suo celebre patto con il diavolo, che cosa egli chiede a Mefistofele?
«Il filo del pensiero è lacero, e da gran tempo ho a schifo ogni scienza (…) Io voglio l’ebbrezza, – la vertigine; voglio le voluttà che generano tormento; l’odio che germoglia dall’amore; gl’impedimenti che ne danno alacrità. Il mio petto, guarito oramai dalla febbre della scienza, dee stare aperto a tutti gli affanni».
E questo fino a che egli possa esclamare all’attimo fuggente: «Verweile doch: du bist so schön! – Fermati: sei così bello!»
Dunque all’avventura della ragione si contrappone, o meglio si aggiunge, un’altra avventura, che forse tutto il poema non riesce adeguatamente a precisare. Ma se in questa avventura alla ragione si impongono e si contrappongono l’emozione e il sentimento, non è certo un caso che in essa finisca per prevalere l’esperienza dell’amore, e quindi la donna.
Bene riassume perciò Boito, nel Mefistofele – certamente la migliore trasposizione musicale del poema di Goethe – la vicenda del suo eroe con le parole che, nell’epilogo, mette in bocca a Faust:

Ogni mortal mister gustai,
Il Real, l’Ideale,
L’Amore della vergine,
L’Amore della Dea . . . sì.
Ma il Real fu dolore
E l’Ideal fu sogno . . .

E nell’ultima scena del poema goethiano campeggiano la figura della Mater Gloriosa e delle peccatrici penitenti, le quali preparano le parole finali del Chorus Mysticus, inneggianti all’Eterno Femminino che ci trae in alto verso il cielo:

Das Ewig-Weibliche
Zieht uns hinan.

Senza volere ora entrare nelle reali intenzioni di un poema così complesso e così discusso, non c’è dubbio che la figura della donna e dell’amore, che in qualche modo in esso campeggia, ben rappresenta simbolicamente il tema centrale che ha dominato aspetti essenziali della cultura romantica e le loro propaggini fino ai nostri giorni.
* * *
E la riflessione ritorna, ora, proprio ai nostri giorni, nei quali si potrebbe auspicare che, quanto già preannunciato e in parte realizzato in un’età contemporanea che andrebbe totalmente ripensata, possa trovare finalmente la sua esplicita e travolgente affermazione.
Come Adamo non trova la via per realizzare se stesso se non quando il suo sguardo, dopo aver vagato per tutto l’universo creato, finalmente si posa su Eva ed esclama: «Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa» (Gn 2, 23), così l’uomo moderno, dopo aver vagato per cielo e terra per affermare con la ragione la sua supremazia, ammaestrato dall’amara esperienza dei frutti di morte scaturiti dall’aver relegato colei che doveva condividere la sua regalità sul mondo creato tra le anguste mura domestiche, dovrebbe ora comprendere che tutto il suo operare può trovare il suo senso soltanto se messo al servizio dell’amore e della vita che dall’amore nasce e sempre si rinnova.
Tra tutte le opere dell’uomo, infatti, la più sublime e quella che più lo rende simile a Dio è la generazione e la cura amorosa della vita. Ma se questa è la vera missione dell’uomo, soltanto la donna gliela manifesta e gli apre la strada luminosa per realizzarla.
Le femministe di un certo stampo protestano indignate quando si dice loro che la donna è soprattutto sposa e madre. Ma la loro indignazione si dimostra infondata, se alla suddetta affermazione si aggiunge l’affermazione corrispondente, che l’uomo è soprattutto sposo e padre.
La donna aspira a diventare ingegnere, soldato o governante, perché l’uomo finora ha preteso di manifestare la sua regalità sul mondo come ingegnere, soldato o governante, ma se finalmente si impone con la chiarezza della luce del giorno che la pubblica regalità dell’uomo sul mondo si degrada quando pretende di manifestarsi essenzialmente attraverso le sue qualità di ingegnere, soldato o governante, e invece si esalta quando si manifesta attraverso la sua più alta prerogativa, che è di essere sposo e padre, e di mettere al servizio dell’amore e della vita tutte le sue altre qualità, allora la donna non disdegnerà di mettere anche lei, come sposa e madre, al servizio dell’amore e della vita tutte le sue altre prerogative e qualità. E tra queste prerogative e qualità potranno ben prendere posto quelle di ingegnere, soldato e governante, una volta che l’amore e la cura paterna e materna per la vita siano state liberate dalla loro relegazione tra le sole anguste mura domestiche e siano divenute le forze spirituali trainanti di tutta una nuova civiltà.
Se poi il mistero dell’amore e della generazione della vita viene irradiato dal compimento del desiderio, che giace dell’inconscio del genere umano, di generare nella vita del mondo la stessa vita divina, nella persona del Figlio di Dio fatto uomo, e di diffondere a tutti gli uomini la figliolanza divina, si comprende allora come ogni essere umano che viene al mondo non è soltanto figlio della carne, e non è soltanto infusione di uno spirito creato da parte di Dio, ma è chiamato ad essere molto di più: figlio di Dio vivente nella vita della carne. E questo misterioso e mirabile destino irradia ogni paternità, ogni maternità, ogni filialità.
Par questo, ogni bambino amato e curato dai suoi genitori intuisce di avere un Padre più grande del padre terreno, e ogni padre e madre terreni si sentono investiti di una missione umano-divina che trova il suo unico vero modello in Cristo e nella Vergine Maria.
E se, con la Vergine Madre di Cristo e Madre di tutti gli uomini, è apparsa nel mondo una virginitas fecunda che ha irradiato di una luce divina e di una dimensione pubblica e universale ogni maternità, ciò vuol dire che la realtà umano-divina della generazione della vita umana non trova la sua vera essenza nella carne, ma nello spirito, che alla carne dà la sua impronta. Dunque, ogni virginitas fecunda, quella della vergine consacrata come quella del sacerdote, quella dell’artista, come quella di ogni persona che rinuncia al proprio focolare per un focolare grande quanto il mondo, mirabilmente esprime il carattere pubblico, universale, sociale, civile del mistero della generazione, dell’amore, della cura della vita umana – ciò di cui la donna si fa aralda nell’intero genere umano e ciò di cui dovrà farsi aralda la nuova era della donna.
Sarà dunque questa la vera era della donna, il tempo in cui ella uscirà dalla sua relegazione nella vita privata, non per essere rivale dell’uomo in un’amministrazione puramente tecnica dei beni terreni, ma per imprimere alla vita civile della nazioni il respiro dell’amore per ogni uomo, il quale è prima di ogni altra cosa figlio, figlio di un immenso amore perché figlio di colei che è stata posta accanto all’uomo per coronare nell’amore l’opera della creazione e della divinizzazione del genere umano?

La donna vestita di sole
(Dal volume di Don Massimo Lapponi “La luce splende nelle tenebre”, Aracne Editrice, 2014)

E’ considerato, giustamente, immodesto parlare delle proprie realizzazioni ben riuscite. Ma se, di fatto, la realizzazione di cui si tratta ha un po’ il carattere della “coralità”, cioè è opera della collaborazione di innumerevoli persone e di circostanze eccezionalmente favorevoli, parlarne potrebbe essere considerato meno immodesto e riprovevole.
La composizione della sacra rappresentazione La donna vestita di sole risale, originariamente, agli ultimissimi anni del secolo scorso. Essa fu ispirata da intuizioni personali e dal desiderio di realizzare un’opera in cui fosse degnamente glorificata la Madre di Dio e Madre nostra.
Vi fu un momento magico, in cui realtà apparentemente disparate – alcuni versetti dell’Apocalisse, circostanze di vita sociale attuali, motivi poetici e musicali etc. – trovarono la loro aggregazione unitaria. Seguì poi il duro lavoro della composizione vera e propria – tanto più duro perché eseguito senza la completa preparazione di un professionista.
Tanto lavoro però era destinato, per il momento, a rimanere nel cassetto. Si sa: è sempre questione di soldi!
Dopo qualche anno c’è una ricorrenza per la quale viene il desiderio di realizzare l’opera. Ma, chiesto il parere di professionisti, vengono segnalati diversi gravi difetti. Dunque si impone una revisione, per la quale non mancano preziosi consigli. Finalmente si affaccia la circostanza favorevole: c’è un finanziamento disponibile all’orizzonte.
Ecco allora che si prendono contatti con un gruppo corale bene addestrato e con il maestro che lo dirige. Quest’ultimo si entusiasma al lavoro e si incarica di trasformare lo spartito per pianoforte in partitura d’orchestra. E’ un grosso rimaneggiamento, nell’insieme ottimamente riuscito – a parte il prologo, che forse era migliore nella sua forma originaria più semplice, e qualche errore di lettura nel testo letterario (come Nocolatei invece di Nicolaiti).
Finalmente, la sera del 4 dicembre 2005, nella Basilica di Farfa, si esegue la sacra rappresentazione in forma di oratorio, alla presenza del Vescovo di Sabina-Poggio Mirteto, Mons. Lino Fumagalli, e di numeroso pubblico.
La cornice artistica della chiesa, lascito di tante generazioni passate, contribuisce al successo della realizzazione. Il pubblico applaude calorosamente.
Mio fratello si è incaricato di realizzare un video, mentre il direttore del gruppo corale provvede un cd. Non so spiegare come è avvenuto, ma allora il video non mi sembra soddisfacente e per molti anni preferisco ogni tanto riascoltare il cd. Più tardi la mia copia del cd si deteriora e non riesco ad averne un’altra. Così tutto passa un po’ in dimenticanza.
Pochi giorni fa una circostanza particolare mi fa ripescare la mia versione del prologo, più semplice di quella elaborata dal maestro concertatore. Mi piace, e mi viene in animo di rimettere insieme il materiale relativo all’opera. Mi metto in contatto con il maestro per avere una nuova copia dello spartito e della partitura, e anche per richiedere i manoscritti, che sono rimasti a lui in tutti questi anni. Stranamente proprio in questi stessi giorni una signora amica mi restituisce un dvd contenente il video, che non mi ricordavo neanche che fosse in suo possesso. Ricordando che non mi soddisfaceva, lo prendo un po’ perplesso. Ma quando vado ad aprirlo sul computer rimango strabiliato: ma è bellissimo! Come ho fatto a non apprezzarlo?!
Immediatamente sorge l’idea di metterlo online. In tutti questi anni, infatti, ho imparato ad apprezzare i youtube di musica lirica. Ma per questo, dopo qualche tentativo, capisco che devo rivolgermi a mio fratello. L’idea gli piace molto, ma mi dice subito che non sarà né facile né veloce. Qui in campagna le linee sono lentissime e c’è sempre il rischio di interruzioni di corrente o di comunicazione. Ad ogni modo, si mette al lavoro. Occorrono circa quattro giorni. Intanto le mie monachelle pregano perché non si interrompa la corrente. Infine, martedì grasso, alle tre del mattino, l’operazione si conclude felicemente: il youtube de La donna vestita di sole, realizzazione corale a cui ha posto mano cielo e terra, è disponibile per la gioia di tutti!

per leggere il libretto cliccare sul seguente link:
https://massimolapponi.wordpress.com/la-donna-vestita-di-sole-sacra-rappresentazione-di-don-massimo-lapponi/