Il nemico invincibile: il mistero del primo maggio

(Pubblicato su Il legno storto il 1 maggio 2010)

“Il nemico invincibile”: così scrisse di Maria Massimo Gorki a Lenin dall’Italia, colpito dalla devozione verso la Madre di Dio manifestata dal buon popolo meridionale in occasione di una processione. Umanamente parlando non vi è essere più fragile di Maria, che, oltre ad essere donna, è scomparsa dalla vita terrena già da due millenni, rimane legata a schemi “antiquati” oggi rifiutati dal femminismo imperante, viene snobbata dalla corrente avanguardista dei teologi – e anzi già a suo tempo un teologo per il resto assai ragguardevole come Barth aveva definito la mariologia “un tumore nella teologia cattolica” – e la devozione verso di lei è comunemente oggetto di disprezzo, come residuo preistorico mantenuto in vita dalle vecchiette ignoranti, ovvero di interpretazioni dissacranti da parte di cervellotici psicanalisti e antropologi.
Nonostante ciò il poeta russo – forse più illuminato dei nostri grandi intellettuali – vide in lei il più pericoloso avversario, addirittura il nemico invincibile della rivoluzione atea. Stranamente poi la storia registra curiose coincidenze. Così l’attentato a Giovanni Paolo II, certamente senza che i mandanti se ne avvedessero, oltre a precedere di poche ore il referendum sull’aborto – e i parlamentari pronti ad attaccare il papa nei loro discorsi si trovarono costretti invece, come già un tempo Balaam con il popolo di Israele, a dichiarargli la loro solidarietà – avvenne il 13 maggio, anniversario della prima di quelle apparizioni della Madonna a Fatima durante le quali ella chiedeva preghiere per la conversione della Russia, perché questa nazione non diffondesse i suoi errori in tutto il mondo.
Oggi però è interessante notare un’altra coincidenza: la festa dei lavoratori, sentita quasi come simbolo del movimento operaio moderno, coincide con l’inizio del mese di maggio, tradizionalmente consacrato alla Madre di Dio. Ma cosa può dire alle schiere dei lavoratori in marcia con le bandiere rosse la fragile fanciulla di Nazareth? Può ricordare che l’opera più alta, lo scopo e il fine di ogni lavoro è la trasmissione della vita. Se giustamente il giovane Marx parlava di “alienazione” è perché nella sua opera l’uomo esprime se stesso, e se dalle sue mani non esce altro che un frammento di qualcosa che egli non vedrà mai completa, di cui spesso non sa esattamente che cosa sia, per cui non ha alcun interesse e che gli viene sottratta dall’interesse del mercato, è una parte di lui che viene soppressa e il lavoro viene così degradato da gioia creativa a funzione meccanica e materiale.
Ma la gioia creativa dell’artigiano che lavora in proprio non è un riflesso di un’altra gioia creativa, di quella cioè del Creatore, che al compimento della sua opera vide che essa era molto buona? Questo ci suggerisce che la creazione non è ancora l’opera più grande, perché in essa il Creatore non ha realizzato in pieno la somiglianza di sé, neanche nell’uomo. Vi è un’opera più sublime ed è la generazione, quella per cui il Padre dall’eternità genera il Figlio, immagine perfetta di se stesso. Così anche l’uomo esprime se stesso perfettamente, ad imitazione del suo Creatore, soltanto nella generazione di un’altra vita umana. E tutto il lavoro che compie non ha altro scopo se non quello di nutrire, perfezionare, rallegrare, esaltare la vita da lui generata. In questa prospettiva la più sublime cooperatrice dell’uomo nella sua opera è la donna, non come ingegnere o avvocato, ma come sposa e madre. E’ lei, come sposa e madre, a ricondurre tutto il lavoro dell’uomo al suo vero sublime fine di esaltare la vita creata a immagine e somiglianza di Dio.
In una ineguagliabile pagina sulla Madre di Dio scritta novant’anni fa Friedrich Wilhelm Förster osservava:
“Manca a tutto il nostro pensiero e lavoro moderno, in ogni campo, qualcosa che non si lascia esprimere a parole; persino le nostre donne moderne non l’hanno, son diventate troppo terrene, manca a noi l’anima rivolta totalmente in alto, ci manca appunto la donna, che l’angelo salutò, che ha portato il Salvatore del mondo, sofferto la sua passione, vissuta la sua risurrezione e che ora è diventata perciò in cielo la mediatrice della terra. Il nostro pensiero economico ha di nuovo bisogno – e più che prima – dell’altissima e devotissima disposizione a ricevere il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, per non corrompersi nello spirito della terra; solo dall’alto ci viene la forza ordinatrice, di cui abbiamo bisogno per far sì che tutta l’economia diventi serva della vera vita umana e per assoggettare il bene terreno a quello eterno. Questa sola è la ‘vittoria sul capitalismo’.”

di Don Massimo Lapponi