Il Padre Nostro, i misteri dolorosi e le prospettive politiche attuali

Quando il parlamento era occupato a discuere sulla legge Cirinnà, mentre la protesta popolare si stava estendendo sempre di più, fino a condurre alla grande mobilitazione del Circo Massimo, ricordo che mi venne da fare un confronto con l’episodio evangelico dell’avvertimento della moglie di Pilato al marito durante il processo a Gesù: «Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua» (Mt 27, 19). Sembra, infatti, che i politici non siano abituati ad ascoltare i consiogli delle madri di famiglia: come Pilato, nonostante il messaggio della moglie, mandò a morte Gesù, così il parlamernto italiano, nonostante le proteste delle famiglie italiane, ha approvato la legge Cirinnà.
Questo avvicinamento tra le due situazioni storiche mi torna spesso in mente, soprattutto durante la recita dei misteri dolorosi del rosario, e si fonde con altre considerazioni, che nell’attuale campagna elettorale, proprio per il suo carattere particolare, mi appaiono sorprendetemente attuali.
Mi succede spesso di pensare che nel Padre Nostro Gesù non abbia soltanto racchiuso tutte le domande essenziali di una preghiera, ma abbia delineato un programma perfetto di vita personale, familiare, sociale e politica, che meriterebbe di essere adottato da ogni corpo sociale che voglia conseguire una vita felice.

«Padre nostro che sei nei cieli».
Che Dio sia nostro Padre non è soltanto una metafora che ci ricorda di essere sue creature. Quando il Vangelo di Luca riferisce la serie delle generazioni, risalendo da Gesù fino ad Adamo, si esprime in questo modo:
«Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli (,,,) figlio di Adamo, figlio di Dio» (Lc 3, 23.38).
Ci possiamo chedere: Gesù era Figlio di Dio perché generato per opera dello Spirito Santo o per essere figlio di Adamo, il quale, come primo uomo creato, era figlio di Dio? Sembra che sia vera l’una e l’altra cosa: nella creazione del genere umano è già prefigurata la generazione del Figlio di Dio nella carne, perché la creazione non è che lo straripare, al di fuori dell’infinita vita divina, della generazione eterna del Figlio di Dio nel seno della Santissima Trinità. Come un ruscello esce dall’alveo di un fiume – secondo un’immagine adottata dai Santi Padri – così il mondo creato esce dal mistero dell’impetuosa corrente d’amore con cui il Padre nell’eternità riversa e rispecchia se stesso nel Figlio nella comunione dello Spirito Santo.
Ma se il mondo creato continua nel tempo il flusso della generazione divina che sussiste nell’eternità, necessariamente il flusso derivato rispecchia il flusso originario e tende ad assimilarsi ad esso il più possibile. Così alla causalità meccanica del mondo minerale succede la causalità biologica del mondo vegetale, e poi la causalità biologicamente complessa e interiorizzata del mondo animale e infine, come culmine di un’ascesa dall’imperfetto al perfetto, la causalità cosciente dell’essere umano.
Non c’è dubbio che all’apparire dell’uomo, tutto l’universo naturale ascende alla luce della coscienza. È avvenuto, infatti, un salto di qualità, per il quale il mondo creato ora rispecchia il mistero della Divinità e della sua vita intima in modo infinitamente più perfetto.
Se il Figlio eterno di Dio, procendente dal Padre, è chiamato Logos, ciò indica che la vita divina ha in sé la pienezza di «luce intellettual piena d’amore» (Paradiso, XXX, 40) e che questa luce, nella quale il Logos creatore procede dal Padre, è a fondamento di tutta la creazione. Per questo San Paolo dice che per mezzo di Cristo «sono state create tutte le cose» e che «tutte sussistono in lui» (Col 1, 16.17).
Quando, dunque, il mondo incosciente della natura, dopo essersi elevato dalla meccanicità minerale alla vita biologica vegetale e alla sensibilità animale, raggiunge, nella creatura umana, con un balzo qualitativo, la soglia della coscienza, ecco che la «luce intellettual piena d’amore» del Logos divino trova un suo corrispondente riflesso nel mondo creato. Con l’uomo cosciente, infatti, appare nel mondo l’immagine creata del Logos divino, e, possiamo aggiungere, il rappresentante e il vicario di essa: l’uomo, cosciente, è chiamato a condurre alla sua perfezione il mondo incosciente – e si potrebbe, perciò, affermare, con una certa audacia, che, se tutte le cose sussistono nel Logos creatore, esse, analogamente, sussistono anche nella coscienza dell’uomo, quale rappresentante e vicaria del Logos.
Ma come l’uomo adempirà il suo ruolo, se non come espressione del Logos creatore? E come potrà essere espressione del Logos se non entrando in comunione con esso, in modo di partecipare alla sua stessa luce? Ma questa comunione con la vita infinita del Logos è possibile a una creatura finita?
Lo è, perché il nucleo profondo dell’essere umano, l’“actus primus”, come direbbe Aristitele, sussite nel Logos divino. Se, infatti, «tutte le cose sussitono in lui», in modo qualitativamente superiore sussite nel Logos creatore la creatura che porta in se stessa una scintilla della divina «luce intellettual piena d’amore».
Come, dunque, potrà questa creatura privilegiata accostarsi al mistero del Logos divino, in cui il suo più intimo essere sussiste?
Il Logos creatore ha diffuso su tutta la creazione i tesori infiniti della sua luce divina e l’uomo ricerca tra tutte queste meravigliose ricchezze qualche cosa che lo conduca a scoprire il mistero del suo proprio essere, il mistero, cioè, di quella luce divina in cui egli sussiste. Per questo si dice che egli ricerca «un aiuto che gli sia simile» (Gn 2, 18), che, cioè, possieda nell’intimo del suo essere la stessa «luce intellettual piena d’amore» che egli sente risplendere nel miracolo della sua coscienza. E quando, infine, gli appare la meravigliosa creatura che il Logos ha posto accanto a lui, quasi come ultimo tocco di perfezione del mondo creato, egli escalma pieno di stupore: «Questa volta essa è carne della mia carne e ossa delle mie ossa!» (Gn 2, 23). Se io sono Ish (uomo), ella sarà Ishà (donna): ella raccoglie, nella sua bellezza, tutte le meraviglie del mondo creato e, ciò che ancora più conta, è simile a me, ha in sé la stessa luce della coscienza e, nell’amore che ci unisce, ci si rivela, suscitando in noi un fremito inesprimibile, il Logos divino, in cui «tutte le cose sussistono» e in cui, in modo meravigliosamente sublime, nell’intima comunione del nostro essere, straripante di «luce intellettual piena d’amore», noi sussistiamo!
Se in tal modo il Logo si rivela all’uomo e alla donna, a cui la fiamma dell’amore schiude l’adito alla pregustazione della vita divina, questo però non basta. Il Logos è creatore perché, generato dall’eternità, vuole proseguire, nel poema della creazione, il flusso della sua divina generazione. Dunque le creture che più gli assomigliano, che in modo eminente «in lui sussistono», che sono sue rappresentanti e vicarie nel mondo creato, non dovranno assomigliargli anche nella sua opera di creatore? Ma che diciamo! Se gli sono simili perché partecipano della sua «luce intellettual piena d’amore», più che proseguire la sua creazione, eleveranno quella che fino alla loro comparsa era soltanto “creazione” al rango di “generazione”. Infatti la «luce intellettual piena d’amore» che essi condividono nella loro più intima comunione possiede una fecondità che non è semplicemente biologica, né tanto meno meccanica, ma che è ineffabilmente simile a quella fecondità per cui il Padre genera il Figlio dall’eternità.
Il loro amore, dunque, è fecondo nella sua essenza, perché nell’intimo del loro essere cosciente, e nella comunione che li fonde in una vivente unità, essi, in modo qualitativamente superiore, «in lui sussistono», ed egli è il Logos generato, che ardentemente desidera di effondere la sua generazione: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12, 49).
Egli, infatti, non si accontenta di una generazione che rimanga soltanto nell’immagine, per quanto essa sia sublime e per quanto sia estesa all’infinito nel tempo: nel suo disegno eterno tutto il flusso del mondo creato deve rifluire sempre più in alto, fino a generare, nel tempo, lo stesso Figlio di Dio generatro nell’eternità. «Tutte le cose» infatti, e l’uomo e la donna in modo eminente, «sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1, 16).
Come fin dal primo palpito d’amore nel mondo creato queto mistero è stato presentito!
Per questo l’evangelista può scrivere: «Gesù (,,,) figlio di Adamo, figlio di Dio».
Dunque, «Padre nostro che sei nei cieli», non soltanto perché ci hai creati come le altre creature, ma perché, a somiglianza del Logos e in vista di lui, siamo stati generati nel flusso delle generazioni umane e, se nati da genitori assimilati a Cristo nel battesimo e la nostra generazione santa è stata poi ancora perfezionata a sua volta dal battesimo, per questa generazione, umana e divina insieme, siamo tui figli.

«Sia santificato il tuo nome».
Se la luce divina risplende nella creazione in modo eminente tramite l’uomo, vicario del Logos, il nome di Dio manifesterà la sua santità nel mondo attraverso l’opera di chi è chiamato a rappresentarlo. Ma noi sappiamo che quel flusso che avrebbe portato l’uomo, nella comunione intima con la donna, alla pregustazione della vita divina e all’imitazione della fecondità generatrice del Logos è stato interrotto dal peccato. La donna non è più voluta essere il tramite per aprirsi al mondo divino, ma ha scelto di essere punto terminale, come Dio stesso, e l’uomo l’ha seguita nel sogno di dettare legge sul bene e sul male (cf Gn 3, 5).
Interrotto, così, il flusso della luce divina, l’uomo è rimasto confinato nel compito di dominare un mondo in cui la donna sembrava avere un ruolo marginale e edonistico. Pur rimanendo, al fondo delle cose, invariato il piano divino sul matrimonio e sul suo fine sublime, questo piano doveva essere continuamente intralciato dal regresso dell’uomo a puro dominatore del mondo materiale e dalla conseguente relegazione della donna in una sfera di godimento privato. La donna, a sua volta, non accettando questo suo ruolo subordinato, avrebbe cercato di ribaltare la situazione sfruttando l’immenso potere della sua attrattiva sull’uomo.
In questa situazione, quale sarebbe stato il destino dell’amore che, quale manifestazione del divino soffio creatore, avrebbe dovuto legare l’uomo alla donna, ambedue ai loro figli e i figli e fratelli tra loro? Se «per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà» (Mt 24, 12), come potrà il cuore dell’uomo, divenuto gelido come pietra, santificare il nome di Dio nel mondo?
La santificazione del nome di Dio, predetta dal profeta, avverrà quando al gelo della pietra succederà il calore del cuore purificato.
«Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così» (Mt 19, 8).
E non sarà più così! Come nel piano originario di Dio l’amore tra l’uomo e la donna, dovendo svolgere il ruolo sublime di rivelazione del Logos divino che regge il mondo, era destinato ad aprirsi ad una felicità intramontabile, ed era perciò indissolubile, così ora, nel mondo rinnovato, il cuore purificato dell’uomo, grazie ad una comunione profonda degli animi estesa a tutta la famiglia umana, santificherà il nome di Dio in una società fondata sull’amore.
Così aveva predetto il profeta:
«Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore – parola del Signore Dio – quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (Ez 36, 23-28).

«Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra».
«In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 3).
I bambini, infatti, ancora avvertono il soffio del Logos e dello Spirito divino che, collaborando con la «luce inetellettual piena d’amore» dei genitori, ha dato loro la vita cosciente. Ovviamente questa percezione può essere più o meno grande, in proporzione della più o meno profonda interiorità dell’amore dei genitori. Da una generazione avvenuta per sola concupiscenza carnale, o addirittura per violenza – per non parlare della generazione ridotta a fatto meccanico, come nelle recenti inseminazioni artificiali – quale intuizione interiore dell’opera del Logos divino potrà derivare?
Ma, distogliendo ora lo sguardo da questi abissi tenebrosi, consideriamo come dall’intuizione di essere generati da un soffio divino scaturisca necessariamente il presentimento di essere figli di Dio. Così il battesimo viene a porre il suo sigillo a qualcosa che già era presentito da quanti «non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 13) – e sembra questo essere il vero senso del versetto giovanneo: hanno accolto il Logos venuto nel mondo quelli che già sentivano di essre generati da Dio (André Feuillet).
I bambini, dunque, portano nel mondo un riflesso della vita del cielo. Purtroppo essa presto si offusca a causa del peccato. Ma chi si converte e diventa «come i bambini», ritrova questo riflesso del cielo nella sua anima, e così tutta la sua vita sarà il compimento della missione affidatagli da Dio, di compiere la sua volontà «come in cielo così in terra», di far risplendere, cioè, nella vita del mondo la comunione di amore che unisce tra loro gli uomini, chiamati a diventare figli di Dio e cittadini del cielo (cf Fil 3, 20).

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano».
Dio ci dà il pane quotidiano col renderci suoi collaboratori nel procurarlo. Come il sacerdote si fa strumento di Dio e “alter Chritus” nel procurare il pane celeste, così il padre e la madre di famiglia si fanno strumenti di Dio e “alter Christus” nel procurare e distribuire il pane terrestre.
E come può essere procurato nel modo più efficace e più dolce questo pane, se non con una laboriosità generosa e costante e con una vita familiare e comunitaria armoniosa, fondata sulla condivisione delle responsabilità, sull’amoroso servizio reciproco, sulla sobrietà nel godimento dei beni terreni derivante dalla gioiosa partecipazione ai beni del cielo?

«Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori».
Se il regno di Dio sulla terra è un regno di amore e di comunione fraterna, come sarà possibile realizzarlo in un mondo imperfetto e pieno di peccato, e perciò di rivalità, di odio e di discordia? Solo attraverso il perdono sempre rinnovato di chi sa che a sua volta ha bisogno di essere perdonato.

«E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male».
Forse è più giusta la traduzione: «liberaci dal Maligno».
Quale sarà la più vera e sostanziale tentazione del Maligno se non di sconvolgere in forme sempre nuove, e tuttavia sempre antiche, il piano di Dio, e perciò di rinnovare tenacemente i suoi attacchi all’amore santo tra l’uomo e la donna e al dispiegarsi della luce che ne deriva su tutta la società? Così alla Città di Dio si oppone la Città di Satana e alla civiltà dell’amore la civiltà dell’odio.

È seducente il programma politico offerto dal Padre Nostro! Purificare e santificare l’amore tra l’uomo e la donna come fondamento non solo della famiglia, ma di tutta la società.
Ma l’autorità religiosa e politica non ne vollero sapere. Caifa da una parte e Pilato dall’altra preferirono crocifiggerlo con colui che veniva a portarlo sulla terra.
Eppure l’uno e l’altro, senza saperlo, gli avevano reso omaggio. Il primo, come sommo sacerdote, aveva profetizzato «che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11, 51-52). Il secondo, vedendolo apparire con le piaghe della flagellazione e con la corona di spine sul capo, aveva esclamato: «Ecco l’uomo!» (Gv 19, 5) e ancora, poco dopo: «Ecco il vostro re!» (Gv 19, 14).
Così dicendo anch’egli, come rappresentante della somma autorità civile, aveva profetizzato che Cristo era il vero uomo e il vero re. Egli era, infatti, l’uomo come Dio lo aveva voluto, non avido possessore del mondo e superbo assertore della sua indipendenza assoluta, ma umile elargitore di ogni cosa e di se stesso per l’amore dei suoi fratelli e filialmente ossequioso al volere del Padre.
Egli, che «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 7-8), ha lasciato l’esempio di quale sia la vera dignità dell’uomo, e, vero re del mondo, non esercita il suo dominio con la scienza e con la tecnica, ma con la filiale obbedienza alle intenzioni del Padre e con la piena partecipazione al mistero dell’amore che viene dal cielo.
Ma come parteciperà a questo amore? «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2, 18) vale anche e tanto più per il vero uomo Gesù Cristo. Anch’egli troverà in un aiuto che gli sia simile la soglia aperta sui misteri dell’amore celeste.
Ed ecco che, condannato dall’autorità religiosa e politica e sconfitto agli occhi di tutto il mondo, appare invece vittorioso: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32). Infatti «Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2, 9-11).
Nel momento più solenne l’evangelista sottolinea che l’iscrizione posta sopra il capo del Crocifisso, «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei» (Gv 19, 19), «era scritta in ebraico, in latino e in greco» (Gv 19, 20).
Non significa ciò che la Sinagoga, l’impero di Roma e la sapienza dei greci sarebbero state assoggettate al suo regno?
Per prima la Sinagoga, perché la più vera e sostanziale chiamata dell’uomo non è né il dominio del mondo, né il potere della sua intelligenza, bensì l’amore che unisce lo sposo alla sposa, il vero Sposo alla vera Sposa, alla sposa del “Cantico dei cantici”: la Sinagoga purificata e rinnovata, la Chiesa e chi in modo sublime la rappresenta, la Vergine Maria. Perciò nello stesso momento solenne Gesù dirà ad ogni discepolo che egli ama: «Ecco la tua madre!» (Gv 19, 27), e poco dopo dal suo fianco, come dal fianco di Adamo, sarà formata, nel sangue eucaristico e nell’acqua battesimale, la nuova Eva.
Ma né l’impero sul mondo né il potere dell’intelligenza saranno scartati. Essi saranno messi al servizio del mistero centrale, il mistero dell’amore.
Così quella Roma che, per bocca di Ponzio Pilato, lo ha condannato alla morte infame riservata ai delinquenti diverrà miracolosamente il centro glorioso del suo impero: un impero più immenso e sublime dell’impero romano, e i suoi palazzi, le sue leggi, la sua lingua diverranno i palazzi, le leggi, la lingua del delinquente crocifisso, come la sapienza della Grecia diverrà l’ancella della sua sublime sapienza, discesa con lui dal cielo in terra.
Pilato non avrebbe mai sognato che il suo nome sarebbe stato ripetuto per secoli tutte le domeniche in tutte le basiliche del mondo, non però a suo onore, ma a sua vergogna, come a vergogna di ogni potere terreno che applaudisce la rovina dei popoli e crocifigge la loro salvezza.
Non avverrà qualche cosa di analogo a chi ha seguito l’esempio di Pilato? E Cristo, di nuovo condannato e crocifisso, non attirerà ancora e sempre di più tutti a sé?
Forse, infatti, il suo programma politico contiene una forza segreta e invincibile. Una politica che vorrebbe che tutti siano “single” non può avere altre armi se non le armi convenzionali. Ma, se qualcuno ha detto che «non è bene che l’uomo sia solo», ciò è anche perché il mistero nuziale vissuto nella sua divina pienezza fornisce un’arma non convenzionale, davanti alla quale tutte le altre armi sono ridotte a zero: la fusione nucleare.

di Don Massimo Lapponi

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