Il senso della vita e la poesia della religione

«Oh, eccovi!» esclamò, guardando Valjean. «Sono lieto di vedervi. Ma come? V’avevo regalato anche i candelieri che sono d’argento come il resto e dai quali potrete ben ricavare duecento franchi; perché non li avete portati con voi, insieme alle vostre posate?»
Jean Valjean alzò gli occhi e fissò il venerabile vescovo con un’espressione che nessuna lingua umana potrebbe esprimere.
«Allora, monsignore,» disse il brigadiere «sarebbe vero quello che ci ha detto quest’uomo? L’abbiamo incontrato mentre se ne andava come uno che ha molta fretta e l’abbiamo fermato per vedere. Aveva questa argenteria…»
«E v’avrà detto,» interruppe il vescovo sorridendo «che gliel’aveva regalata un vecchio prete dabbene presso il quale aveva passato la notte. Vedo come stanno le cose. E voi l’avete ricondotto qui? È un equivoco.»
«Se la cosa sta così,» riprese il brigadiere «possiamo lasciarlo andare?»
«Ma certo,» rispose il vescovo.
I gendarmi lasciarono libero Valjean, che indietreggiò.
«È proprio vero che mi lasciano andare?» disse con voce quasi inarticolata, come se parlasse nel sonno.
«Sì, ti lasciamo in libertà: non hai sentito?» disse un gendarme.
«Amico mio,» rispose il vescovo «prima d’andarvene, ecco i vostri candelieri: prendeteli».
Andò verso il camino, prese i due candelieri d’argento e li portò a Valjean. Le due donne lo guardavano fare senza una parola, un gesto, uno sguardo che potesse disturbare il vescovo. Jean Valjean tremava tutto; prese macchinalmente i due candelieri, con aria smarrita.
«Ed ora,» disse il vescovo «andatevene in pace. A proposito: quando tornerete, amico mio, sarà inutile che passiate dal giardino. Potrete sempre entrare ed uscire dalla porta della strada, che è chiusa giorno e notte solo col saliscendi».
Poi, volgendosi verso i gendarmi, disse loro:
«Signori gendarmi, potete andare.»
Jean Valjean pareva stesse per svenire. Il vescovo gli si avvicinò e gli disse a bassa voce:
«Non dimenticate, non dimenticate mai che m’avete promesso di impiegare questo denaro per diventare un uomo onesto».
A proposito di questa celebre pagina de I miserabili di Victor Hugo, qualcuno ha osservato che il successivo ravvedimento, se pure non immediato, di Jean Valjean appare più una fantasia poetica che un fatto verosimile. Può darsi che sia così. Ma quello che è certo è che la forza poetica di questa pagina si è impressa in modo indelebile nel cuore di un numero incalcolabile di lettori, e se tra questi lettori c’è stato anche un Dostoievski, possiamo ben dire che l’influenza di questa pagina sul destino umano sfugge ad ogni possibile valutazione.
È questa la proprietà della poesia e dell’arte: che la loro risonanza nella vita del mondo è troppo immensa e profonda non solo per essere calcolata, ma anche per essere avvertita da uno sguardo profano. Il risultato è che spesso i più grandi artisti muoiono di fame e che quelli che si ritengono benefattori del genere umano altrettanto spesso disprezzano come inutile il loro lavoro. A ciò si deve aggiungere che, non da oggi, si è diffusa l’idea che l’arte è un cibo delicato per i ricchi e che perciò chi ama i poveri deve disprezzarla come fonte di disuguaglianza e di evasione dai problemi sociali.
Nell’autobiografia del celebre abate Franzoni, di recente pubblicazione, tra le molte altre perle, ce n’è anche una che, in questo contesto, conviene citare.
L’autore ricorda come da giovane fosse affascinato dalle belle celebrazioni gregoriane eseguite dai benedettini del collegio internazionale di Sant’Anselmo all’Aventino.
«E per me che ero cresciuto a Firenze» egli scrive, «dove la tendenza al bello era coltivata, le liturgie di Sant’Anselmo significavano molto» (p. 32).
Egli però aggiunge:
«Certo, dopo tanti anni questo estetismo l’ho abbandonato perché in Comunità non c’è grande spazio per l’estetica» (ibid.).
Così nel prosieguo della sua narrazione, in piena coerenza con la sua scelta “proletaria”, egli a un certo punto scrive:
«Nei quartieri bisognosi la Chiesa non deve invadere spazio prezioso con edifici dedicati al culto quando può bastare un locale ampio e decoroso che può essere utilizzato anche per le assemblee di quartiere» (p. 102).
Si vede che l’illustre autore ama così tanto i suoi poveri che li vuole escludere totalmente da quella bellezza che, a Firenze e all’Aventino, egli aveva tanto apprezzato! L’unica bellezza che concede loro non deve discostarsi troppo da quella di un’assemblea di quartiere!
Eh, sì! Effettivamente l’arte è una cosa per ricchi, strumento di diseguaglianza e di evasione dalla cruda realtà proletaria!
Strano, però, che i cicli della pittura ecclesiastica erano chiamati, ed erano effetivamente, “Biblia pauperum”! Ed è esperienza universale, di oggi come di ieri, che il buon popolo trovi le sue gioie più grandi nei bei santuari adorni di splendide pitture, sculture, urne e ricordi storici della santità e della devozione e rallegrati da sublimi canti sacri.
E mentre l’abate Franzoni vorrebbe, con un ghigno invidioso, sottrarre ai poveri queste gioie innocenti, una donna altrettanto impegnata per il bene della classe operaia, Elisabeth Gnauck-Kühne, scriveva più di cent’anni fa:
«Chi comprende l’operaia, chi si cura del suo bene? Diciamolo schietto: alta fra tutti e inarrivata sta la Chiesa cattolica. Quando essa chiama alla messa solenne, si adorna e si fa bella, come una madre amorosa per i suoi figli: nessun ornamento terrestre ella schiva per la sua bellezza. Se l’operaia stringe la mano di questa madre, almeno una volta in sette giorni ella ha un’impressione di grandezza; c’è anche per lei un’ora serena e s’arresta un momento la sua ruota di Issione. I suoi sensi affaticati dallo strepito, dalla polvere, dalla sozzura si ricreano e la sua anima s’invola per un momento dall’esilio e ritorna alla sua patria, a Dio. Il mondo ha escluso l’operaia da ogni bellezza di natura o d’arte: la Chiesa cattolica commuove anche quella misera nuda vita di bestia da soma con un alito di bellezza, d’infinita poesia. Ella non saprà rendersene conto, ma ne sentirà tutta la dolcezza».
“Evasione! Evasione dalla realtà! Religione alienante e consolatrice!” griderà subito il nostro abate.
Be’, quanto alla religione consolatrice, possiamo ricordare che San Paolo scriveva:
«Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio» (2Cor 1, 3-4).
Ed è celebre l’inizio del cosiddetto Deutero-Isaia, chiamato, appunto, “Libro della consolazione”:
«Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio» (Is 40, 1).
Certamente, un popolo che si senta così consolato c’è il pericolo che non partecipi con sufficiente rabbia alle assemblee di quartiere! Ma potrebbe forse recarvi una non del tutto inopportuna parola di pacificazione. Come scriveva nei bei tempi andati Edmund Burke:
«La politica e il pulpito sono termini che male si accordano tra loro. Nella chiesa non si dovrebbero udire altri suoni se non la voce guaritrice della carità cristiana. La causa della libertà e del governo civile guadagna tanto poco quanto la religione dalla confusione dei doveri. Quelli che abbandonano il proprio carattere per acquisire quello che non appartiene loro sono, per lo più, ignoranti sia di quello che abbandonano sia di quello che assumono. Del tutto ignari di quel mondo in cui sono così desiderosi di immischiarsi e inesperti di tutte le questioni su cui si pronunciano con tanta sicurezza, essi della politica non hanno altro se non le passioni che eccitano. Certamente la chiesa è un posto in cui la tregua di un giorno dovrebbe essere concessa ai contrasti e alle animosità del genere umano».
Ma, a parte questo, è ben certo che soltanto una miope invidia vorrebbe sottrarre al popolo la gioia e la consolazione delle sublimi ispirazioni dell’arte. Sentire nel più profondo del cuore che la propria vita non è semplicemente il brandello di un’assemblea di quartiere, ma è invece nota ineffabile di un poema eterno, preziosa esistenza e oggetto privilegiato dell’amore dello Sposo divino, erede dei doni celesti profusi in sovrabbondanza alla fidanzata dell’Agnello, non costituisce certamente un’evasione dalla realtà! Al contrario, su questo è fondato il risveglio dell’anima e il senso inalienabile della propria dignità. Da questa sublime esperienza sgorgherà l’intuizione del senso vero e profondo della propria vita, senso che non mancherà di accompagnare chi lo possiede anche nell’assemblea di quartiere.
Se è vero, dunque, come è vero, che uno dei mali della nostra epoca, quello che più di tanti altri spinge al suicidio eserciti di giovani e di meno giovani, è la perdita del senso, del significato, del fine vero e profondo della propria vita, dobbiamo ben dire che chi vuole privare il popolo della consolazione che sgorga dalla poesia della religione, e soltanto da essa, non è poi tanto amico del popolo come proclama di essere!

di Don Massimo Lapponi

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