Il trionfo del dialogo : il seminario del 2009 a Farfa per giovani liceali

(pubblicato su Il legno storto il 12 settembre 2009)

Già da circa una settimana le allegre voci di una trentina di giovani liceali di ambo i sessi hanno cessato di risuonare per i chiostri dell’Abbazia di Farfa. E’ questa la terza volta che, poco prima della riapertura delle scuole, invitiamo un gruppo di giovani motivati a trascorrere qualche giorno presso la nostra Abbazia per una riflessione comune rivolta a “comprendere il proprio tempo”. L’iniziativa, nata timidamente e quasi per caso, anche se preparata da lunghi anni di studio, sembra ormai assai bene avviata. La prima idea nacque dalle conversazioni intrattenute con una poetessa di spirito molto indipendente e di singolare ingegno – la quale però doveva poi allontanarsi -, con un fratello già extraparlamentare di sinistra, con un’educatrice di grande valore, anche lei legata alla sinistra e alle famiglie Ingrao e Lombardo Radice, e con altre persone di varia estrazione. Tutti però eravamo animati da una stesso appassionato desiderio di penetrare i misteri del nostro problematico tempo e di risvegliare nella gioventù il senso critico e la libertà di spirito necessari per non soccombere alle insidie di cui esso è tanto prolifico e per trarre frutto dalle opportunità di cui, bisogna pur riconoscerlo, non è certamente avaro.
Data la composizione piuttosto eterogenea dello staff organizzativo, è evidente che l’iniziativa fin dall’inizio non è stata confessionale, sebbene un approfondimento dei problemi più drammatici della vita non possa non portare la riflessione anche su tematiche religiose – e d’altra parte la cornice monastica in cui si svolge il seminario favorisce questa spontanea apertura.
Il tema specifico di quest’anno ha un’origine remota. Nel lontano 1972 mi trovavo per il noviziato benedettino presso il monastero S. Giacomo Maggiore di Pontida, reduce di un impegnativo esame di inglese per il quale avevo studiato con passione uno straordinario testo di John Ruskin. Durante l’anno morì un parrocchiano di Pontida e lasciò tutti i suoi libri al monastero. Noi novizi fummo incaricati di metterli in ordine. Eseguendo il lavoro, mi venne tra le mani un volumetto dal titolo “Più gioia”, traduzione italiana (Roma, 1911) di un testo tedesco – “Mehr Freude” (1909) – opera del vescovo di Rottenburg Paul Wilhelm von Keppler. Sfogliandolo vi trovai con sorpresa molte citazioni di Ruskin. Un vescovo cattolico che cita un autore protestante, per di più indipendente e così originale e provocatorio! Appena ne ebbi il tempo divorai il volumetto e ne rimasi a dir poco entusiasta: che fotografia eccezionale della nostra società – sì, della nostra, anche se il volume risale a tanti decenni fa! Ma la cosa più interessante era che il Keppler si richiamava specialmente a due autori non cattolici – ma certamente più di tanti cattolici ispirati a leggere profeticamente l’anima del nostro tempo -: Ruskin, appunto, e un certo Friedrich Wilhelm Förster, il cui nome non mi era affatto nuovo, come spiegherò meglio tra poco.
Da allora questo volumetto è stato mio assiduo compagno e, tra l’altro, insieme ad altre favorevoli circostanze, mi ha guidato ad una conoscenza approfondita del Förster. Nel 1981 riuscii a farne ristampare mille copie, che con gli anni si esaurirono quasi completamente. Più tardi ne feci fare una registrazione su cassette molto ben riuscita – trasferita ora su CD. Ora, avvicinandosi il centesimo anniversario della sua pubblicazione, mi venne l’ispirazione di proporlo come testo base per il seminario del 2009. L’idea fu accettata anche dai “laici”, dati gli argomenti di universale interesse umano trattati dall’autore: l’allontanamento dell’uomo moderno dalla natura, il degrado degli ambienti urbani e dei divertimenti di massa, la diffusione dell’alcoolismo, lo stravolgimento del senso estetico etc. Ci si è così impegnati in una lunga e faticosa opera di preparazione e nel periodo dalla sera del 31 agosto al 4 settembre si è finalmente giunti alla realizzazione dell’evento.
Il seminario ha avuto momenti di grande coinvolgimento per gli organizzatori e per i ragazzi. Era prevista naturalmente una mattina dedicata a Ruskin – autore oggi fortemente rivalutato e che attirava l’appassionato interesse di religiosi e di laici -, ma purtroppo il Prof. Leoni di Bologna – laico – che era stato invitato, all’ultimo momento ha dovuto disdire per motivi molto seri. Se ne riparlerà l’anno prossimo. La lacuna è stata molto bene colmata dall’amico Giancarlo, che ha entusiasmato i ragazzi con le sue magnifiche diapositive sulle bellezze naturalistiche della provincia di Rieti, “che i vostri professori neanche conoscono”. I ragazzi infatti erano tutti provenienti da Rieti, dalla Sabina e dalla vicina zona tiberina e sono stati i grandi protagonisti: il seminario è riuscito bene in gran parte grazie al loro entusiasmo, alla loro intelligenza e preparazione e alla loro rettitudine di cuore. Cosa rara oggi, si dice, almeno nelle grandi metropoli. Ma ci conforta sperimentare che, se non altro nelle nostre province, le cose spesso sono migliori di quanto si creda. Una speranza per l’avvenire!
Tiziana – l’amica educatrice – ha avviato i giovani all’introspezione sul problema della gioia; Paolo – il fratello “di sinistra” (ma di sinistra “eretica”, dice lui) – ha proposto un più moderno e più “laico” approccio al tema del seminario, esponendo il pensiero provocatorio di Ivan Illich; la giovane Dottoressa Karin di Salisburgo ha illustrato la figura del Keppler e delle sue fonti coeve; l’amica storica dell’arte Elena ci ha accompagnati in una bella gita in un borgo medievale vicino; e la gita si è conclusa con una cena all’aperto nella casa di Paolo, ex-casa colonica nella campagna sabina, dove, quando si è fatto buio, il fisico Franco – altro ex-lotta continua – ha fatto una splendida lezione di astronomia a cielo aperto, e tra l’altro ha difeso con forti argomenti storici, assai meglio di tanti cattolici, il comportamento delle autorità ecclesiastiche nel caso Galilei!
Ma ci sono stati anche momenti di gioiosa ricreazione. La sera del 1 settembre si è riusciti – non dico come! – a realizzare un’operetta scritta da Don Massimo trent’anni fa, e da allora mai più eseguita, dal titolo “Violetta”, con il coinvolgimento di un coro professionale di Matelica (MC), di una graziosissima dodicenne di un paese vicino – nella parte appunto di Violetta – e con voci soliste della nostra zona. La cosa più esaltante però è stata la sera del giorno 2 settembre. L’amico Stefano – giovane sociologo (laico) di Milano, che fin dall’inizio partecipa ai nostri seminari – era venuto con la “compagna” e con due rampolli e aveva l’arduo compito di affrontare, da laico, una delle fonti principali del Keppler, il Förster, appunto, e in particolare il suo volume sull’etica e pedagogia sessuale. Immaginatevi! Per me era stata una vera scommessa: non temere di mettere in campo le ragioni più profonde del pensiero religioso su un terreno così infuocato. E naturalmente il fuoco non è mancato. Stefano è stato abbastanza moderato e ha anche saputo apprezzare alcune profonde prospettive del Förster, pur non entrando sempre in sintonia con lui. Tutt’altra è stata la reazione di Paolo , almeno all’inizio – “io è meglio che non parlo!” Piano piano però le angolosità si sono smussate ed è sembrato di intravedere una vicinanza di posizioni maggiore di quanto non si credesse. Ad ogni modo, dopo aver affrontato questo problema da diverse prospettive – “così io” diceva Stefano “non sono credente, come invece lo è la mia compagna” – “sapete, ragazzi” ho detto, “come finisce la giornata di oggi?” – infatti eravamo riusciti a tenere tutto nascosto, tranne a quei pochi ragazzi, presenti già l’anno passato, che erano stati incaricati di allestire la faccenda – “Con un matrimonio! Tra poco Stefano ed Eva si sposeranno qui nella chiesa di Farfa, e così Eva non sarà più la sua compagna, ma sarà sua moglie!” Applauso incontenibile!
Un’oretta dopo benedicevo il matrimonio nella chiesa di Farfa: due ragazzi e due docenti facevano da testimoni, un ragazzo suonava il violino, una ragazza all’ultimo momento esibiva la sua bella voce con il canto dell’ “Ave maris stella”. Nell’omelia dicevo che, credenti o non credenti, tutti cercavamo un senso più altro della vita di quello offerto dal “mercato globale”, e per me non c’erano dubbi che dall’amore vero, fonte delle vera gioia, prima o poi bisogna giungere alla fonte dell’amore, che a mio avviso non può essere impersonale. Infine raccontavo della mia vecchia zia Lidia, figlia di un focoso socialista anticlericale, che, ormai adulta e sposata, si era convertita ed era divenuta intima di Pio XII, al quale confidava che il padre, ardente laicista, se trovava un povero per la strada, si toglieva anche gli abiti di dosso per assisterlo. E il papa: “Non temere: ubi caritas, ibi Deus!”
Seguiva un rinfresco organizzato sempre dai ragazzi e tutto finiva tra canti e balli folkloristici – i ragazzi stessi avevano invitato un gruppo popolare della zona già presente l’anno passato.
L’ultimo giorno l’amico Salvatore – finalmente un cattolico! – faceva un resoconto conclusivo così splendido che all’unanimità gli è stato chiesto il testo dell’intervento.
Un’ultima osservazione ho voluto fare – che poi ho riferito anche a Paolo (non era presente in quel momento): “ma certamente sono problemi che vanno approfonditi” mi ha risposto -: mi sono ricordato che zia Lidia aveva una sorella, Clelia (erano di Montepulciano), che rimase per tutta la vita fedele all’insegnamento laico del padre. Ora il mio primo incontro con il Förster non fu la lettura di “Più gioia”, come ho accennato, ma fu, molti anni prima, il ritrovamento nella biblioteca paterna del suo volume “Alle soglie della maggiore età”, nell’edizione italiana del 1914. Allora non me ne ero molto interessato, ma naturalmente più tardi vi ritornai. E che cosa vi trovai scritto a penna sulla guardia? “Un libro buono. Ti ricordi la breve sosta poliziana nel maggio 1919. Clelia.” Dunque la laica Clelia non aveva trovato di meglio per il suo nipotino undicenne che un libro del Förster, aprendo così la strada di misteriosi destini! Segno che l’autore sapeva parlare per tutti il linguaggio eterno dell’anima.
Sarebbe bello se i discendenti ideali di Clelia mostrassero altrettanta disponibilità ad ascoltare lo straordinario messaggio del Förster, quale appare in alcune sue pagine che ancora attendono il loro momento storico.

D. Massimo Lapponi

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