«Il tuo volto, Signore, io cerco»

Nella crocifissione di Cristo si svela pienamente il mistero dell’amore e il senso dei voti monastici
di Don Massimo Lapponi

Abbiamo già avuto modo di osservare che una teologia, la quale, come purtroppo oggi accade facilmente, finisca per distogliere più o meno totalmente l’attenzione da Dio per rivolgersi esclusivamente a questioni umane, ovvero addirittura dissolva la personalità divina in una vaga forma di larvato o esplicito panteismo, porta ad un inevitabile nichilismo, nel quale, infine, viene travolto anche l’uomo, che si pretendeva di valorizzare.
Infatti, come dice il salmo:

«Se nascondi il tuo volto, vengono meno,
togli loro il respiro, muoiono
e ritornano nella loro polvere» (Salmi 103, 29).

Queste parole della Sacra Scrittura suggeriscono che è essenziale per la vita del mondo che l’uomo si incontri con Dio e giunga a vedere il suo volto, perché perdere la visione di Dio significa incamminarsi verso la morte. Per questo il salmista esclama:

«Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”;
il tuo volto, Signore, io cerco» (Salmi 26, 8).

Ma come si rivelerà il volto di Dio all’uomo? Contemplando le opere della creazione, l’uomo esclama:

«Signore, mio Dio, quanto sei grande!
Rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto» (Salmi 103, 1-2).

Eppure tutti gli splendori del creato non giungono a rivelare pienamente il volto di Dio. Ma ecco che agli occhi stupiti dell’uomo appare una nuova creatura, la donna, che, mentre sembra raccogliere in se stessa la bellezza del cielo, del mare, delle stelle, del monti, dei campi e dei fiori, possiede ciò che ad essi mancano: una coscienza che può rispondere alla voce dell’uomo con una voce umana. Così l’uomo e la donna, nel loro mutuo amore, scoprono quel “tu” che fa loro intuire la Persona stessa di Dio e il mistero di amore che, inseparabilmente dalla potenza e dalla sapienza creatrice, ne costituisce l’essenza.
Ma il peccato originale, come offusca l’amore dell’uomo e della donna tra loro, così, nello stesso tempo, necessariamente nasconde ai loro occhi il volto di Dio, cosicché nella loro vita si introduce un principio di morte.
«Per la durezza del vostro cuore» testimonierà il Salvatore del mondo «Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così» (Mt 19, 8).
Quella la durezza del cuore, che aveva infranto il patto di amore tra l’uomo e la donna, aveva anche riempito il mondo di violenza e di distruzione. Infatti l’uomo, una volta distolto lo sguardo dal volto di Dio, quale esso gli si mostrava nel volto della donna, si era gettato avidamente nella conquista del mondo e nell’orgogliosa affermazione di se stesso, mentre la donna, a sua volta, per vendicarsi della umiliaizone subita, aveva cercato di rivalizzare con l’uomo, facendo leva sul suo proprio fascino carnale.
Ma Dio, nella sua infinita misericordia, aveva in serbo, fin dall’eternità, il rimedio a questa tragica degenerazione.

«Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra» (Salmi 103, 30).

Se il peccato aveva offuscato la visione del volto di Dio, il dono dello Spirito lo avrebbe di nuovo rivelato e avrebbe così sconfitto la morte e fatto trionfare la vita.
Ciò, però, richiedeva che fosse ristabilito il patto di amore originario tra l’uomo e la donna, e che, conseguentemente, quella mortifera «durezza del vostro cuore» fosse infine disciolta e si adempisse l’antica profezia: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26).
Ogni cosa doveva tornare al suo posto perché fosse esaudita l’invocazione: «Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto» (Salmi 4, 7), e la gerarchia dei valori fosse ristabilita: l’amore tra l’uomo e la donna, e l’amore filiale e fratreno che ne derivano, al primo posto, e ad esso subordinati e ancillari il dominio sapiente del mondo e l’affermazione di se stessi.
Il mistero della crocifissione doveva essere il simbolo supremo di questo immenso riscatto del genere umano: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32).
Nel momento più solenne del suo Vangelo, Giovanni raccoglie in pochi versetti il suo sublime messaggio. Ogni parola qui ha delle risonanze infinite.
«Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco» (Gv 19, 20).
La regalità di Cristo viene annunciata nelle lingue dei tre popoli che rappresentano tutto il genere umano e la sua storia. L’ebraico rappresenta la sinagoga, cioè la Sposa di Dio del “Cantico dei Cantici”; il latino rappresenta il dominio sul mondo dell’ultimo e più potente e duraturo impero dell’antichità, che sarà anche il modello di tutti gli imperi futuri – la parola Kaiser e la parola Zar non sono la germanizzazione e la slavizzazione della parola Caesar? -; il greco rappresenta la più alta cultura della mente e l’affermazione suprema della ragione e della libertà umana.
Sulla croce di Cristo, come l’ebraico occupa il primo posto rispetto al latino e al greco, così la potenza e la libertà umana sono subordinate all’amore.
Cosa avrebbe pensato Ponzio Pilato se qualcuno gli avesse detto che un giorno quel povero crocifisso avrebbe assunto il potere supremo in quella Roma che ora, tramite il suo rappresentante, lo condannava a morte? Che i suoi palazzi, il suo potere universale, le sue leggi, la sua lingua avrebbero servito l’impero di quell’uomo – che aveva asserito davanti a lui: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18, 36) – volto a trasformare in tutto il mondo il cuore di pietra degli uomini in un cuore di carne? Che un giorno tutta la sapienza dei greci avrebbe umilmente servito le parole, ancora non scritte, che quel povero condannato a morte aveva gettato al vento nei campi della Galilea, annunciando l’avvento di una “civiltà dell’amore”?
Ma questa nuova civiltà dell’amore doveva necessariamente passare attraverso un rinnovamento dell’amore tra l’uomo e la donna che risanasse l’antico peccato e spargesse nel mondo nuovi vincoli di fraternità tra gli uomini. Le parole stesse di Cristo indicano che il primo luogo in cui si manifesta la «durezza del cuore» degli uomini è nel rapporto, inquinato dal peccato, tra l’uomo e la donna.
Per questo vi è una gerarchia tra le tre purificazioni, quali sono rappresentate dalla passione di Cristo e dai tre voti monastici, e, nella loro essenzialità, sulla croce.
Se l’amore sensuale ed egoistico è stato purificato dalla flagellazione e, in prospettiva, dal voto di verginità, il mistero del vero amore, in modo eminente dell’amore tra l’uomo e la donna, trova la sua divina infinita realizzazione nella donazione della vita di Cristo sulla croce.
Subordinatamente, il peccaminoso dominio del mondo, purificato dalla corona di spine e dal voto di povertà, lo è ora, in modo più sublime, dall’elevazione sulla croce del Re del mondo, incoronato al cospetto dell’universo; e l’orgogliosa e falsa affermazione della libertà umana, purificata dalla condanna a morte di Cristo e dal voto di obbedienza, lo è ora in modo più sublime dalla crocifissione, che inchioda indissolubilmente la persona di Cristo alla volontà di salvezza del Padre.
All’amore oblativo di Cristo risponde l’amore della donna santificata, che non è più la rivale dell’uomo, bensì ciò che Dio aveva voluto fin dall’origine: la rivelatrice del volto amoroso di Dio e la «madre di tutti i viventi» (Gn 3, 20).
«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 25, 27).
In un momento così solenne queste parole necessariamente assumono un senso sublime e universale. Il Vangelo presenta qui la glorificazione della donna santificata e della sua missione divina, di sposa e di madre, paradossalmente realizzata in modo eminente dall’amore verginale di Cristo e di Maria e, sul loro esempio, dalle anime ad esso consacrate.
Ma ogni donna, in questo momento sublime, viene rigenerata e resa madre della nuova umanità.
«Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19, 32-34).
In questa ferita del costato di Cristo giustamente i Padri hanno visto la perfetta realizzazione di quanto era stato adombrato nella narrazione della Genesi:
«Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo» (Gn 2, 21-22).
Come Eva era stata tratta dal costato di Adamo, così la donna rinnovata e rigenerata è tratta dal costato di Cristo. Solo con questa rigenerazione di ogni donna, santificata sul modello di Maria, potrà nascere la nuova civiltà dell’amore.
È vero che i Padri vedevano nella trafittura del costato di Cristo la nascita della Chiesa, della nuova Sinagoga, della nuova Sposa del “Canti dei cantici”. Ma, se la Chiesa non è un’astrazione, essa è composta da uomini e donne, dei quali i primi esprimono il mistero di Cristo e le altre il mistero della Chiesa, sua sposa e madre della nuova umanità. Concretamente, sono le donne chiamate a dar vita a quella nuova generazione che dovrà costruire la civiltà dell’amore.
L’uomo, come sacerdote, rappresenta e rinnova la conversione dell’uomo alla sua vera missione: di subordinare potere e libertà all’amore. L’uomo, come lavoratore, è sempre tentato di ritornare al suo antico disordine, ed è missione della donna richiamarlo a quella vita di amore a cui Cristo lo ha ricondotto.
Non è una caso, dunque, che nelle chiese, oltre ai sacerdoti e religiosi, vi sia una prevalente presenza di donne, mentre facilmente gli uomini si fanno trascinare dall’attrattiva del lavoro di dominio del mondo. Ma se le donne, dimenticando anch’esse la loro missione, tornassero a voler essere rivali dell’uomo nella conquista del mondo, e in modo più determinato che in passato, che cosa avverrebbe?
Dopo aver letto un articolo sulla mistero della musica, dal titolo “Che farò senza Euridice” – vedi: https://massimolapponi.wordpress.com/che-faro-senza-euridice/ – una mia amica fece alcune osservazioni degne di nota. Per prima cosa scrisse: «In quelle parole del Vangelo: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8) risuona la domanda più angosciosa che abbia attraversato i secoli». Richesta di spiegarsi meglio, ella aggiunse: «La Chiesa è Euridice!»

Annunci