Inquietante attualità delle ammonizioni di Friedrich Wilhelm Förster

(inedito)

Lo scarso successo che generalmente accompagna le poche intrusioni che provo a fare in ambito più propriamente politico, costituisce sempre per me una lezione e un richiamo a prendere coscienza sia della mia scarsa informazione, sia del diverso piano, che non sia quello specificamente politico, su cui è per me lecito e opportuno un eventuale intervento.
Recentemente una persona amica mi ha inviato un testo divulgativo estremamente ironico e polemico nei confronti di un noto personaggio politico, nettamente schierato nello scacchiere dei partiti italiani. Questa circostanza mi ha fornito l’occasione per chiarire, sia alla persona amica , sia a me stesso, i limiti insuperabili che devo necessariamente impormi. Per far questo ho risposto riportando il seguente testo, tratto dalle “Reflections on the Revolution in France” di Edmund Burke:

«La politica e il pulpito sono termini che non si accordano bene. Nella chiesa non si dovrebbe udire alcun suono che non sia la voce della cristiana carità. Tanto la causa della libertà e del governo civile quanto la causa delle religione ugualmente poco guadagnano da questa confusione di doveri. Quelli che lasciano il proprio carattere per assumere quello che non appartiene loro, per lo più sono ignoranti sia del carattere che lasciano sia di quello che assumono. Del tutto inesperti del mondo, in cui sono così desiderosi di immischiarsi, e impreparati per tutte le relative questioni, sulle quali si pronunciano con tanta sicurezza, essi della politica non hanno se non le passioni che eccitano. Certamente la chiesa è il posto in cui la tregua di un giorno dovrebbe essere concessa ai dissensi e alle animosità del genere umano».

Alla citazione ho aggiunto il seguente commento:

L’appartenenza a un gruppo non porta con sé automaticamente innocenza, ovvero colpevolezza. Si è innocenti o colpevoli soltanto se si segue o meno con rettitudine la propria coscienza. Il ministro di Dio, il cui dovere è di formare le coscienze, non deve perciò parteggiare per l’uno o per l’altro gruppo, ma deve tutti richiamare a seguire rettamente la propria coscienza e a collaborare pacificamente con tutti quelli che agiscono allo stesso modo, di qualsiasi gruppo siano, e a tenersi lontani da quelli che agiscono diversamente, di qualsiasi gruppo siano.

Il fatto però di doversi tenere al di fuori e al di sopra delle questioni specifiche che sono oggetto di controversia, non vuol dire che il ministro di Dio non possa e non debba richiamare tutti a quei principi che sono alla base di ogni umana convivenza e la cui salvaguardia è, in ultima istanza, più importante della specifica soluzione dei problemi contingenti particolari.
In questa prospettiva mi sembra che la situazione attuale, che qualcuno ha definito di guerra civile latente – esattamente “cette drôle de guerre” – mi suggerisce l’opportunità di riportare ancora una volta alcuni testi di Friedrich Wilhelm Förster risalenti al 1917 e relativi alle cause profonde della prima guerra mondiale.

«La guerra» egli scrive «ci ha messo davanti, come in uno specchio, il nostro vero stato: l’umanità civile ingannata dal miraggio dell’ordine e della pace esteriore non vedeva la vulcanica violenza pronta a scoppiare dalla nostra vita ancora troppo materializzata. Che nessuno volesse la guerra pareva indiscutibile a tutti noi, che chiudevamo gli occhi alle malvagie passioni che ci ossessionavano gli uni contro gli altri, né ci accorgevamo di quanto il nostro quotidiano commercio fosse penetrato dallo spirito miope di egoistica e brutale difesa, né come esso dovesse penetrare inevitabilmente anche i rapporti tra i popoli, fino ad esplodere in una spaventevole manifestazione. La pace non era se non uno degli aspetti esteriori ed artificiali dello stato d’animo generale: unica risoluzione logica di questo stato, e suo castigo nello stesso tempo, la guerra. Una pace duratura tra i popoli richiederebbe che l’ammansamento della violenza naturalmente insita nell’animo umano s’intraprendesse con ben altra serietà che quella usata finora, e che si comprendesse finalmente come una civiltà non suppone soltanto dei progressi tecnici e delle lotte di interessi egoistici, ma l’elevazione delle forze spirituali, richiamate in fiore, se non vogliamo che il demone furibondo della distruzione rada tutto al suolo».

Il fatto che i politici snobbino con tanta sufficienza ogni discorso che faccia appello al mondo morale e spirituale, di fronte a queste riflessioni appare un fatto molto inquietante. Si sono fatti molti rilievi critici sul governo “tecnico”. Non vi è però altrettanta coscienza che tutta la politica sembra essere ora inglobata in una visione “tecnica”, in cui non vi è posto per interessi, stimoli, finalità che vengano dal mondo superiore della coscienza morale e spirituale dell’uomo.
In una siffatta prospettiva è molto facile che si attribuiscano tutte le responsabilità dei mali presenti ad una opzione “politica”, o magari ad una persona particolare. Infatti, una volta messa da parte la più intima responsabilità morale, tutto sembrerà ruotare intorno alle scelte tecnico-operative, o anche e più alle scelte di campo.
Non potrebbe cadere perciò più opportuno il richiamo della seguente ammonizione del Förster, che dopo un secolo non ha perduto nulla della sua attualità:

«Chi di fronte alla catastrofe mondiale, non ha subito capito che essa non era da attribuire ad una sola razza dannata, quale essa si fosse, ma piuttosto al brutale egoismo impenitente di ciascuno e di tutti, egoismo che nella guerra trovò la sola sua espressione naturale e coerente, – chi non ha capito ciò non è certamente andato a fondo dell’avvenimento terribile di cui siamo stati testimoni. Credette l’umanità di poter godere indefinitamente dei benefici inesauribili del lavoro e degli scambi pur restando schiava dell’antica brutalità dell’orgoglio e della forza: ma la chimera di sviluppare all’estremo le relazioni reciproche pur rimanendo intimamente antisociali, nella pretesa che la violenza sferrata dall’orgoglio si bilanciasse coll’impaurirsi a vicenda, minaccia contro minaccia, – questa chimera fu portata dalla realtà ad un assurdo spaventoso: – assurdo inevitabile, ahimé, giacché ciò che ingannava e corrompeva la civiltà moderna era appunto l’illusione che a quest’epoca, in cui gli interessi materiali erano diventati decisivi sopra tutti gli altri interessi della vita, fosse riservato il maggior trionfo sulla natura, l’elevazione e l’assicurazione della vita umana e la riunione di tutte le forze dell’economia mondiale».

Nella visione del Förster – convertito da una concezione laica ad una concezione religiosa della vita proprio attraverso la sofferta riflessione sull’esperienza di un mondo che andava verso il suo disfacimento a causa della mancanza di solide basi spirituali – la pace sociale non poteva essere sostanzialmente l’effetto di sole strategie tecnico-politiche, ma poteva trovare il suo essenziale fondamento esclusivamente sulla purificazione profonda degli animi:

«Questa solidità brillante ed apparente degli ordinamenti umani, questa precisione quasi automatica negli ingranaggi delle funzioni, era precisamente quella che aveva portato la moderna empietà, lo scetticismo sulla realtà della legge morale: essa e non Nietzsche, Darwin o Häckel. Ed infatti, a che pro credere in un mondo superiore, ed alla necessità di questo mondo invisibile per l’esistenza di quello visibile? A che pro il sacrificio, l’amore, l’abnegazione, se lo scambio e la concorrenza, la scienza e la tecnica, l’organizzazione militare e finanziaria garantivano completamente la sicurezza delle cose terrene? Ed ora, che tutto ciò fosse una mera parvenza, durata così a lungo solo per il concorso di tutta una tradizione morale passata, – che la società umana non potesse reggersi sopra questi fondamenti tutti materiali od intellettualistici: – ecco la tremenda lezione della guerra mondiale».

Qualche anno fa così valutavo le successive parole dell’illustre autore:

Ma la conclusione del Förster suona tragicamente inattuale: quel risveglio delle energie spirituali dell’uomo che egli vedeva manifestarsi in seguito alla tragedia della guerra sembra oggi del tutto assente:
«Attraverso a questa sanguinosa esperienza l’umanità ritorna irresistibilmente ai fondamenti invisibili della vita; la società umana, che non pareva più altro che un problema di organizzazione politica ed economica, riprende ad essere un problema religioso-morale e torna a capire che senza risolvere quest’ultimo, tutta la tecnica organizzatrice esteriore non potrà mai stabilire vincoli duraturi».

Possiamo ora chiederci: c’è qualche cosa da modificare oggi sul mio giudizio di allora? Se la risposta dovesse essere negativa, le prospettive sarebbero certamente molto inquietanti.

di D. Massimo Lapponi

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2 thoughts on “Inquietante attualità delle ammonizioni di Friedrich Wilhelm Förster

  1. Io penso che l’Uomo sia un centauro: metà uomo e metà animale. Metà ragione e metà primordiale. La nostra origine ed evoluzione non mentono. L’Uomo è capace di governare sistemi complicatissimi ed intelligenti ma anche di uccidere la propria preda del momento. Tra barbarie e civiltà il confine è labilissimo, fino a confondersi. Noi dobbiamo dunque ingaggiare una lotta perenne e profondissima verso noi stessi e i nostri simili per fare prevalere la civiltà sulla barbarie, la quale, rimane sempre latente alla propria indole, ma che possiamo solo contenerla ma non eliminarla. Le storie millenarie del mondo, religiose o secolari che siano, lo dimostrano giorno per giorno. Noi, d’altronde, dobbiamo “bere e mangiare il sangue e il corpo del Cristo”, per redimerci. Sacro e profano, redenzione e salvezza si rincorrono indissolubilmente in una corsa infinita.
    Nicola Capozza

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