Intervista di un giurista a un docente di filosofia

di Monica Boccardi

L’impegno di noi giuristi diventa giorno per giorno più arduo, non solo per la complessità e vastità della legislazione e le crescenti difficoltà nell’interpretazione, ma anche per il fenomeno, in continua espansione, dell’imprecisione concettuale delle norme, derivante spesso dall’introduzione di nuove figure a cui le nozioni giuridiche tradizionali non si possono adattare senza forzature e ambiguità.
È ovvio che, se c’è un’ambito in cui la precisione concettuale è essenziale, questo è proprio quello del diritto. Come si possono, infatti, tutelare correttamente i diritti delle persone se i criteri definitori sono ambigui e imprecisi, e si prestano a diverse e contrastanti interpretazioni? Per fare un esempio comprensibile, il “diritto di proprietà”, per poter essere tutelato adeguatamente, deve essere ben definito e distinto da altre figure, come ad esempio il possesso, la locazione, il comodato etc.
Ma la definizione dei concetti, se è essenziale per preservare il diritto dalla sua corruzione, a volte necessita della collaborazione di altre discipline, oltre la scienza giuridica, e in particolare della filosofia. Soprattutto quando si verifica la contaminazione del concetto pregiuridico sottostante da parte di ideologie che spingono per ottenere la modifica della normative a partire dalla loro interpretazione concettuale pregiuridica appunto, senza l’avallo del legislatore.
Ciò accade in maniera particolarmente significativa nel contesto della famiglia, dei rapporti sociali all’interno dei nuclei familiari e soprattutto della filiazione.
Sembra che ormai gli artt. 29, 30 e 31 della Costituzione abbiano perso la loro fondamentale rilevanza nel guidare gli interpreti e gli operatori del diritto, oltre che gli amministratori pubblici.
Per questo ho voluto rivolgere alcune domande a Don Massimo Lapponi, già docente difilosofia presso il Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo, al fine di chiarire alcuni dubbi che, non da oggi, sollecitano la nostra coscienza giuridica.

MB: Don Massimo, si va diffondendo, anche in Italia, l’uso, da parte della magistratura, ma anche delle amministrazioni pubbliche, di attribuire le qualifiche tradizionali di “famiglia”, “genitore”, “figlio” a figure che un tempo non rientravano nelle corrispondenti categorie. Questo genera notevoli perplessità, non solo tra i giuristi, ma soprattutto tra il pubblico. Vorrei chiederle: la filosofia potrebbe aiutarci a chiarire, anche dal punto di vista giuridico, come dobbiamo valutare questo nuovo uso dei termini e dei concetti pregiuridici confluiti nei corrispondenti concetti giuridici?

DM: Indubbiamente il fenomeno a cui lei fa riferimento, e che aveva già attirato la mia attenzione, merita un’attenta considerazione da parte del pensiero filosofico, e specialmente da parte di una disciplina filosofica oggi non particolarmente coltivata: la logica. Il declino delle facoltà logiche è, infatti, un fenomeno molto inquietante dei nostri tempi e se, come credo, esso incomincia ad interessare anche l’ambito del diritto, le conseguenze potrebbero essere molto gravi.
Per rispondere alla sua domanda, vorrei far riferimento ad un episodio preciso. Alcuni mesi fa il Tribunale di Firenze ha riconosciuto la validità, anche per l’Italia, dell’adozione di due bambini da parte di una coppia di connazionali omosessuali che vivono nel Regno Unito da anni. La Corte ha recepito e trascritto gli atti di adozione emessi dalla competente Corte Britannica: ai due bambini viene riconosciuto così lo status di figli e la nazionalità italiana.
«Si tratta di una vera e propria famiglia e di un rapporto di filiazione in piena regola che come tale va pienamente tutelato» scrivono i giudici in un passaggio della sentenza.
Ora dobbiamo chiederci: i concetti di “famiglia” e di “rapporto di filiazione”, in detta sentenza, sono usati in senso univoco, analogo o equivoco? E devo qui osservare che la domanda che ho ora posto e la relativa risposta si collocano a monte del diritto, rientrando a pieno titolo nella logica, e tuttavia il giurista non può in alcun modo ignorarle o prescindere da esse, poiché si tratta degli imprescindibili concetti pregiuridici su cui si fonda il riconoscimento dei diritti della “famiglia” contenuto nell’art. 29 della costituzione.
Ma vediamo di chiarire il senso della domanda.
Secondo la logica, un termine è usato in modo univoco quando, nei diversi casi in cui viene applicato, il suo contenuto è assolutamente identico. Così, ad esempio, quando dico che Santa Teresa e San Giovanni Bosco erano ambedue cattolici, il contenuto del concetto “cattolico” nell’uno e nell’altro caso è perfettamente uguale.
Quando, invece, uso la parola “cattolico” riferendola ai cosiddetti “vecchi cattolici” – cioè a quel gruppo che si separò dalla Chiesa di Roma dopo il Concilio Vaticano I perché non accettava il dogma dell’infallibilità pontificia, definito dal Concilio – evidentemente non uso il termine “cattolico” in modo univoco: infatti il credo del “cattolico romano” comprende qualche cosa in più rispetto al credo del “vecchio cattolico”. Dunque in questo caso il termine “cattolico” non ha esattamente lo stesso contenuto, essendo in parte uguale e in parte diverso.
In questi casi non parliamo di univocità, bensì di analogia. Un termine, cioè, è usato in senso analogo quando si applica a diverse realtà in modo non assolutamente identico, ma con gradi più o meno elevati di uguaglianza e di differenza. Ciò significa che nell’analogia vi sono diverse gradazioni. Così l’analogia dei “vecchi cattolici” con i “cattolici romani” è molto più stretta dell’analogia di chi continua a definirsi “cattolico” pur non accettando dogmi fondamentali della fede, come la presenza reale nell’eucarestia o l’indissolubilità del matrionio.
Vi è, poi, il caso di termini usati in modo equivoco. Ciò avviene quando lo stesso termine viene applicato a diverse realtà che non hanno nulla in comune. Ad esempio, vi è sulla riviera romagnola una cittadina chiamata “Cattolica”. Evidentemente questo nome non indica alcun contenuto presente nel concetto di “cattolica” usato per una Santa Teresa o una santa Caterina! Siamo in piena equivocità.
Come ho detto, il giurista non può ignorare queste distinzioni logiche, né può prescindere da esse, pena la corruzione del diritto a causa dell’uso di termini e concetti non esattamente definiti.

MB: Dunque secondo lei i giudici di Firenze avrebbero dovuto chiarire, dal punto di vista logico, se i termini da loro usati avevano un senso univoco, analogo o equivoco?

DM: Assolutamente sì! Quando, nel campo del diritto, si affrontano realtà o figure nuove, non si possono usare termini consacrati dalla tradizione nel loro significato senza addurre le necessarie precisazioni concettuali.

MB: E non pensa che i giudici, anche senza esprimerlo esplicitamente, abbiano presupposto un senso definito ai concetti di famiglia e di filiazione?

DM: Io penso che i giudici abbiano presupposto un senso ben definito a quei termini. Ma è grave che questo presupposto non sia stato né espresso, né giustificato. Il risultato è che il senso da loro attribuito a detti termini è passato come se si trattasse di un fatto scontato, che non abbisogni di un chiarimento, né di una giustificazione e nemmeno che se ne mettano in luce le necessarie conseguenze.

MB: Potrebbe chiarire meglio questo punto?

DM: Penso che possiamo subito escludere che i giudici abbiano usato i termini “famiglia” e “filiazione” in senso equivoco, perché, se così fosse, la sentenza non deciderebbe nulla di reale, ma si limiterebbe ad un fatto linguistico. Si potrebbe, dunque, ipotizzare che i giudici abbiano inteso i suddetti termini in senso analogo. In questo caso bisognerebbe sottintendere che, dato il primo analogato, cioè la famiglia naturale, accanto ad esso si possono legittimamente collocare altre forme di convivenza che assumono da esso alcuni caratteri e non altri. Più numerosi sono i caratteri comuni, più prossima è l’analogia, e viceversa. In questa prospettiva, l’analogia più vicina sarebbe l’adozione tradizionale di minori da parte di due coniugi, uomo e donna – e, senza mancare di riguardo, potremmo legittimamente parlare di “famiglia con analogia B”. A questa prima analogia ne seguirebbero altre, via via più remote dal primo analogato: due donne con un figlio generato da una di loro; due uomini con un figlio generato da uno di loro; due uomini o due donne con un figlio non generato da uno di loro, ma acquisito nell’uno o nell’altro modo; e possiamo senz’altro aggiungere – date le tendenze già diffuse – tre o più persone dell’uno e dell’altro sesso con minori a vario titolo loro affidati, ovvero anche singoli con minori loro affidati.
Applicando i termini di “famiglia” e di “filiazione” in modo analogico a questi vari casi, si avrebbero famiglie di serie A, B, C, D etc. Al limite si potrebbe arrivare a un punto in cui l’analogia lascerebbe il posto all’equivocità.
Ma penso che possiamo assolutamente escludere questo senso analogico dalle intenzioni dei giudici. Infatti essi scrivono con tutta chiarezza che «si tratta di una vera e propria famiglia e di un rapporto di filiazione in piena regola», il che non si vede come potrebbe conciliarsi con una lettura analogica dei termini usati. Del resto, dato che questo tipo di sentenze giuridiche vogliono superare soprattutto la “discriminazione”, è ovvio che ciò si scontrerebbe in modo palese con la catalogazione delle famiglie in serie A, B, C, D etc.
È vero che la tendenza è di parlare di “famiglie” e non di “famiglia”, ma se questo uso sottolinea la pluralità, lo fa soltanto per conferire ad ogni diverso caso la stessa dignità, e quindi non pregiudica minimamente l’uso non analogico dei termini implicati.
Escluso, dunque, il senso analogico, non rimane che una possibilità. Sembra, infatti, certo che i giudici, in questa sentenza, abbiano inteso i termini “famiglia” e “filiazione” in senso rigorosamente univoco. E lo stesso recentemente hanno fatto i comuni di Torino e di Roma attribuendo i diritti di genitorialità a coppie di due uomini e di due donne.

MB: È proprio questo uno dei punti che mi lasciano perplessa e che mi hanno spinto a chiedere il parere di un esperto di filosofia – e dovrei ora dire di logica. La distinzione che lei ha fatto tra univocità, analogia e equivocità getta molta luce sulla questione, e di questo le sono grata. Ma mi rimane ancora un dubbio: come è possibile attribuire definizioni con un senso rigorosamente univoco a realtà così palesemente diverse che, come lei giustamente osservava, gli stessi interessati parlano spesso non di “famiglia”, ma di “famiglie”?

DM: Credo che questo sia il punto fondamentale di tutta la questione. Per poter attribuire a casi diversi tra loro dei termini intesi in senso univoco vi è solo modo, e tra poco lo spiegherò. Ma prima devo sottolineare il fatto che i giudici hanno fatto questa necessaria operazione senza dichiararlo esplicitamente. Se, infatti, avessero fatto tutto in modo chiaro ed esplicito, la cosa avrebbe suscitato scandalo e indignazione, mentre operando il passaggio concettuale che ora dirò in modo “surrettizio”, cioè quasi si trattasse di un accessorio scontato, sottratto ad ogni discussione, la cosa è passata inosservata. Tuttavia è passata, e ne sono derivate le necessarie conseguenze.
Veniamo al dunque: l’unico modo per attribuire a casi diversi un concetto univoco è di ridurre il concetto ad un “minimo comune multiplo” che risponda ai soli caratteri condivisi da tutti i casi contemplati, ad esclusione di quasiasi altro carattere. Così il concetto di “famiglia” per essere univoco deve essere spogliato da tutti i caratteri naturali, biologici e culturali da cui è originariamente derivato e ridotto ai soli caratteri artificiosamente ad esso attribuiti dall’autorità giuridica per poterlo adattare ai diversi casi. E lo stesso si deve dire del concetto di “filiazione”.
In questa operazione surrettizia, necessariamente, per essere «in piena regola», la famiglia e la filiazione definiranno soltanto la convivenza, riconosciuta giuridicamente, di più persone, ad esclusione di quei caratteri di rapporto biologico generativo che si riscontra soltanto in quella che una volta si chiamava la “famiglia naturale”.
Ne consegue necessariamente – anche se ciò non viene detto esplicitamente – che la paternità, la maternità, la filiazione naturali non sono comprese nei concetti giuridici relativi alla famiglia e, non essendo riconosciute, non sono neanche tutelate.
In ogni controversia giuridica che potrebbe sorgere, i legami psico-biologici naturali non avranno cittadinanza. Né la madre che “affitta” il suo utero, né la figlia o il figlio che rivendica il proprio legame con i generanti biologici, né la separata che rivendica il suo rapporto naturale con la prole possono far valere giuridicamente i loro legami psico-biologici, perché essi sono stati esclusi da ogni tutela con l’univocità dei concetti, ridotti, come si è detto, ad un “minimo comune multiplo”.

MB: Quello che lei dice è tanto illuminante quanto terribilmente inquietante! Se effettivamente si accoglieranno questi termini univoci con tutto il loro rigore logico, si avrebbe una vera corruzione del diritto, con delle conseguenze devastanti!

DM: Ma queste conseguenze già si vedono, non solo all’estero, dove sono ormai da tempo ampiamente diffuse, ma anche in Italia. Il fatto che in alcuni comuni e in alcune scuole sia stata vietata la festa della mamma e del papà per non offendere i diritti di coppie omosessuali, dimostra che il principio dell’univocità porta già i suoi effetti. Infatti, solo se dal concetto di “genitore” è stato escluso ogni riferimento alla paternità e maternità psico-biologica appare logico e conseguente che dalla festa della genitorialità si escluda ogni riferimento alle figure del padre e della madre. Ma quando avvengono questi episodi inquietanti, non essendo state chiarite alla luce del sole le sostanziali premesse, non si riesce a comprenderne il senso, e perciò non si trova la via giusta per dissiparli.
E questo ci porta all’origine stessa del problema. Perché non si vuole più parlare di “padre” e “madre” come realtà naturali, se non perché si accetta la premessa tacita che i ruoli dell’uomo e della donna nella famiglia naturale sono “stereotipi e pregiudizi” da “decostruire”? È la stessa logica riduttiva per la quale la funzione materna della donna è stata definita un “concetto antropologico”.
Da un punto di vista storico, è stato all’origine il femminismo a gettare un’ombra di disprezzo sulla maternità, che è propria della donna, al fine di ottenere l’“uguaglianza dei generi”. In seguito, quando si è voluto creare ed estendere artificialmente il concetto di “omofobia”, è stato necessario presentare come “non naturale” la condizione bio-psichica maschile e femminile, perché altrimenti la condizione omosessuale non sarebbe apparsa come “naturale”.
Infatti, solo se la condizione psichica omosessuale è perfettamente naturale si può parlare di “omofobia” non soltanto in riferimento ad episodi di bullismo, ma anche in riferimento alla semplice opinione che l’omosessualità non sia naturale. Ma se l’omosessualità è naturale, necessariamente non lo è la condizione bio-psichica maschile e femminile, almeno nel senso in cui si intende tradizionalmente il termine “naturale”.
Se, dunque, la maternità psico-biologica, in quanto “degradante”, non qualifica più la donna e se i concetti bio-psichici di “uomo” e di “donna” non sono dati naturali, ma soltanto costruzioni culturali artificiose da decostruire, secondo gli stessi principi con cui è stato creato il concetto di “omofobia” possiamo affermare che siamo ora palesemente in presenza di manifestazioni di “androfobia” e “gibecofobia”, da prendere in senso rigoroso, diffuse a livello planetario. E sarebbe urgente – a mio parere – rilevare questa diffusione, ovviamente non esplicita e perciò più insidiosa, ormai anche in campo giuridico.

MB: Mi sembra di capire e di dover consentire con lei. Ma potrebbe spiegare meglio questo punto cruciale?

DM: Di androfobia e ginecofobia si può parlare a livello di costume o di cultura. Ma ora si è fatto un passo ulteriore, che cambia sostanzialmente la situazione. Mi sembra, infatti, di poter dire che l’androfobia e la ginecofobia sono entrate, o stanno entrando, ormai nella legilazione, e quindi nella politica e sopratutto nel diritto – spesso, anzi, è dal diritto che poi passano nella politica. Sentenze simili a quella di cui abbiamo parlato, come anche diposizioni come quelle recentemente adotatte dai comuni di Torino e di Roma di trascrizioni, “contra legem”, di caratteri di filiazione, ovviamente intesi in senso univoco, a “famiglie” omosessuali, dimostrano che il dado è stato tratto e che l’androfobia e la ginecofobia sono ormai entrate, surrettiziamente, nel diritto.
Non è più, dunque, soltanto una questione filosofica, culturale o pedagogica: ormai sono i giuristi che devono ricondurre i problemi alla loro origine concettuale pregiuridica e mettere i responsabili di fronte all’obbligo di chiarire il senso, da loro non esplicitato, di certe sentenze cruciali. Solo da questo chiarimento, e dall’impugnazione che necessariamente ne deve derivare, si potrà ricondurre il diritto dal suo stato di confusione e di corruzione al suo ruolo naturale di garante dei veri diritti umani.

MB: Quello che lei dice è veramente illuminante e stimolante. Se dovessimo organizzare un convegno giuridico finalizzato a mettere in piena luce e a rendere di pubblico dominio questioni così inquietanti e attuali, pensa che potrebbe partecipare anche lei, nella sua qualità non propriamente giuridica? Dalla luce che hanno apportato le sue riflessioni, penso che la sua partrecipazione sarebbe utilissima.

DM: Dati i miei impegni e la mia frequente residenza all’estero non lo posso promettere, ma ad ogni modo non lo escludo.