La carità e la solidarietà sociale nella vita familiare

(inedito)

Il discorso che vorrei fare potrebbe incominciare da un’esperienza personale: un’esperienza in se stessa negativa, ma che forse è servita per farmi meglio comprendere il problema che vogliamo affrontare.
Nei pochi anni che sono stato superiore, anche per il fatto di essere allora molto giovane e inesperto del mondo, e per di più cresciuto nell’ambito di una comunità monastica, ho fatto gravissimi errori, tra l’altro proprio nell’esercizio della carità. Penso che si tratti di errori diffusissimi, e che perciò valga la pena di parlarne un po’.
Il primo errore dipendeva dalla mancanza di coscienza che la carità, come la giustizia, devono essere esercitate per prima cosa verso i membri della propria famiglia. Questo non mi era affatto chiaro, come penso non sia chiaro a molte persone. Gli stessi esempi che ci vengono proposti, sia nella catechesi tradizionale, sia in moderni filmati su santi ed eroi della carità, ci aiutano in questo errore.
Non è, infatti, vero che i modelli generalmente proposti ci presentano persone impegnate principalmente, se non esclusivamente, ad affrontare emergenze sociali di miseria o di infermità o di altre necessità esterne alla comunità o alla famiglia di cui si fa parte, mentre non si fa parola di quanto si opera per la sussistenza di esse? Questi esempi sembrano quasi suggerire che l’opera spesa a beneficio della comunità di cui si fa parte sia indifferente, se non addirittura “egoistica”. Non mancano i casi in cui si loda chi sottrae i beni di famiglia a beneficio dei poveri, magari anche con metodi poco corretti. Che ciò, nella vita dei santi, a volte possa essere giustificato e lodevole, non toglie il fatto che si tratta di eccezioni, mentre la regola vuole che la carità e la giustizia rispettino per prima cosa i diritti di chi vive con noi.
Mosso dalle migliori intenzioni, mi è capitato di intervenire, sia con denaro, sia con l’impegno del mio tempo e della mia autorità, a favore di persone e di situazioni, che poi per lo più si sono rivelate ingannevoli, a grave scapito degli interessi, anche vitali, della mia comunità. Sul piano finanziario, ovviamente senza volerlo, mi sono messo a rischio di portare la comunità sul lastrico, fino a mettere in pericolo la sua stessa sopravvivenza. Non parlo poi del pericolo di trascurare la vita interna della comunità e di suscitare motivati dissapori.
Anche da suddito è facile cadere in abusi analoghi. Può accadere, infatti, che, allo scopo di aiutare persone esterne, si faccia uso, senza il permesso, di beni della comunità, ovvero del proprio tempo e delle proprie disponibilità, con il rischio di creare danni e malumori nella propria casa.
Evidentemente questa è una carità mal gestita. Eppure sono certo che questi abusi sono molto diffusi anche nelle famiglie.
In questa situazione di “carità mal gestita”, nulla di strano che mi sia avvenuto di intervenire a favore dell’una o dell’altra persona o lasciandomi ingannare da impostori, o operando in modo sbagliato.
Chi ha esperienza – e io allora non ne avevo – sa bene che disagiati veri o finti spessissimo sono disonesti e capaci di tutto. Personalmente mi sono trovato ad aiutare persone in una situazione realmente molto disagiata. Ma non ho avuto l’avvedutezza di capire che la persona principalmente responsabile di detta situazione era bugiarda, ladra e tutto il resto. Ciò ha causato un dispendio di energie e di mezzi di cui quella persona si è approfittata, senza realmente collaborare per un miglioramento della sua situazione – anche se, grazie al cielo, qualche cosa di buono alla fine si è riusciti ad ottenere. Inoltre tutta la vicenda mi ha portato a trascurare in molte cose la comunità e i suoi interessi, e alla fine mi ha irretito in una situazione di prestiti – per di più gestiti irregolarmente – per la quale, a causa della mia ingenuità e inesperienza, ho creato un grave danno alla comunità.
Vi sono stati anche episodi minori, ma sempre gravi, in cui, proprio per il desiderio di imitare la carità dei santi, ho dato offerte a persone immeritevoli, accorgendomi solo troppo tardi che ne avevano fatto un pessimo uso.
Racconto questi fatti spiacevoli, perché penso che cose analoghe siano molto frequenti, e perché rifletterci sopra può essere molto istruttivo.
Un ultimo errore, se pure non ha avuto poi seguito, è stato di volermi impegnare a favore di un’opera sociale, senz’altro meritoria, che però mi avrebbe distratto e sottratto in larga misura dai doveri verso la mia comunità e dagli impegni propri della vita monastica, con evidenti danni al benessere interno e alla serena convivenza.
Quest’ultima tentazione è comune nei monasteri, perché spesso i claustrali dubitano dell’utilità della propria vita e sognano di fare meglio impegnandosi in altre forme di attività, più visibilmente “sociali”. Può accadere anche nelle famiglie che i giovani, o anche gli altri, siano insoddisfatti della vita di famiglia, perché la ritengono socialmente sterile, e si impegnino in opere di solidarietà all’esterno di essa, senza però saper contemperare gli impegni esterni coni doveri verso i propri cari, e finendo così per danneggiare gravemente la vita domestica.
Evidentemente anche questa è una carità mal gestita.
Quanto detto finora può essere molto utile per stabilire alcuni principi molto semplici, ma che, per la loro stessa semplicità, finiscono per essere facilmente disattesi.
Per prima cosa bisogna mettere bene in chiaro che il primo dovere di giustizia e di carità deve essere esercitato a favore della famiglia o della comunità in cui si vive.
Non è scritto da nessuna parte che i precetti «dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i senza tetto, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti» ovvero «consolare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare le persone moleste, pregare per i vivi e i morti» escludano i membri della propria famiglia o della propria comunità!
Un superiore, o una madre di famiglia, che, per aiutare i disagiati esterni, trascurino i propri conviventi non mi sembra che osservino rettamente i precetti della carità e della giustizia!
Ma, si dirà, la propria famiglia sta bene, mentre fuori ci sono tanti gravissimi problemi, e concentrarsi sul benessere domestico significa diventare insensibili ai mali della società!
Su questo punto penso che bisogni correggere molte storture.
Curare la propria famiglia non significa affatto crearsi un giardino chiuso di benessere e far crescere i propri figli nella mollezza, nell’eccesso e nello spreco. Penso che su questo ci sia molto da riformare nelle abitudini più diffuse.
Proprio l’esercizio della giustizia e della carità verso i propri figli dovrebbe implicare il dovere di farli crescere nel vero spirito cristiano. Ciò significa che i senso profondo dei tre voti della vita consacrata dovrebbe risplendere anche nelle famiglie.
La povertà per i non consacrati e i loro figli significa che essi devono imparare a gioire delle cose semplici ed essenziali, e perciò rifiutare tutto il godimento strabocchevole offerto dalla moderna industria del divertimento e dello spreco.
La castità significa qualche cosa di simile: rifiutare di porre la propria felicità nei piaceri smodati e senza limiti e freni, e invece saper gustare la felicità della sobrietà in tutte le cose, dalle quale sgorga l’amore sincero e generoso. Questo amore, tra l’altro, ci insegna ad apprezzare anche le persone che non hanno attrattive piacevoli e a sopportare e a perdonare i modi poco garbati di tante persone, in casa e fuori casa.
L’obbedienza significa mettere a disposizione le proprie forze e il proprio tempo per servire alle necessità degli atri, in primo luogo di chi vive con noi e a sua volta ci serve in tantissime cose.
Purtroppo, invece, sembra che la maggior parte dei genitori pensino che curare i propri figli significhi riempirli di giocattoli, di dolci e di tutte le soddisfazioni offerte dalla moderna industria, senza badare minimamente all’effetto che ciò avrà sul loro carattere. Nel clima che così si crea in famiglia, è impensabile parlare di castità, e chi è cresciuto nella mollezza e nell’egoismo, come potrà avere il senso dell’obbedienza e della disponibilità per gli altri?
A questo punto arriva il catechista a dire che bisogna aiutare i poveri. Allora il giovanetto, o se ne infischia, ovvero incomincia ad accusare la propria famiglia di essere egoista e, nel migliore dei casi, si mette a fare un po’ di volontariato per qualche opera di bene, senza però migliorare il proprio comportamento in casa.
Se invece si correggessero queste storture, i genitori sarebbero veri educatori del carattere cristiano dei loro figli, insegnando loro lo spirito della povertà, castità e obbedienza, come si è detto prima, e il catechista per prima cosa farebbe rilevare che la carità si esercita non approfittando dei propri cari, ma condividendo con loro il peso della gestione di una casa nella sobrietà e nella gioia della carità reciproca.
Mi sembra ovvio che un giovanetto che sia stato così abituato allo spirito di povertà, di sobrietà e di servizio, sarà poi ben disposto ad impegnarsi anche fuori casa, senza per questo disprezzare la sua famiglia o trascurare i doveri versoi propri cari. E, anzi, la cosa più ovvia e opportuna è che l’attività caritativa rientri negli impegni comuni di tutta la famiglia, in modo, tra l’altro, da non creare conflitti di doveri per nessuno.
Qui però dobbiamo affrontare il secondo punto: come fare il bene al prossimo disagiato senza cadere nell’errore di farsi imbrogliare o di sprecare tempo e risorse senza reale efficacia?
Su questo punto è necessaria la guida di persone già esperte.
Lascio, per il momento, la risposta in sospeso, invitando a riflettere sull’esperienza negativa che ho riassunto all’inizio.
Mi preme però dire qualche cosa sull’ultimo degli errori personali che ho richiamato.
Partiamo dal principio che non vi può essere alcuna attività caritativa esterna che non abbia alle spalle una ben regolata vita interna. Per questo ritengo fuorvianti quei filmati che mostrano soltanto operatori di carità intenti a dar da mangiare ai poveri o a soccorrere gli infermi e non mostrano mai chi dà da mangiare agli operatori stessi, li cura nelle infermità e nella vecchiaia, lava i loro panni e amministra i beni di vario genere, materiali e spirituali, di cui essi hanno bisogno per la loro opera.
Questa “carità interna” in un certo senso è più importante di quella esterna: nel senso, cioè, che è da essa che scaturiscono tutte le ricchezze, materiali e spirituali, che poi si riverseranno sui disagiati. Per questo quasi tutte le famiglie e molte comunità religiose non hanno come primario e diretto scopo l’attività esterna, ma quella interna. Ciò non significa affatto che esse non abbiano una funzione sociale: all’opposto, la loro funzione sociale è preziosa e indispensabile, anche a beneficio di quelle comunità che, invece, si propongono scopi più direttamente sociali e affrontano problemi particolari, quali la povertà o l’infermità.
Ho parato di “problemi particolari”, perché vi è a monte un “problema globale”, ed è quello della “vita buona”. Qual è la “vita buona” dalla quale nascono la buona volontà di aiutare e le forze per farlo? E qual è la “vita buona” alla quale avviare, come a modello e scopo, la “vita cattiva” di chi soffre per indigenza, infermità o vizio?
Questa “vita buona” è necessariamente una vita comunitaria, ed essa va curata, promossa, salvata, e poi diffusa con tutte le industrie della carità.
Vi sono comunità religiose, o anche famiglie speciali, che hanno o sentono la missione di diffondere la “vita buina”, affrontando vari ostacoli particolari che rovinano società intere: povertà, infermità, ignoranza, vizio. Ma la maggioranza delle famiglie e molte comunità religiose hanno invece la missione primaria di custodire e sviluppare nel suo insieme la vita buona, attraverso l’osservanza dei voti o del loro spirito. Queste famiglie o comunità non si sottraggono, ovviamente, all’impegno caritativo l’esterno, ma la loro prima missione è rivolta all’interno, un interno, però, che ha la massima rilevanza per la società esterna. E’, infatti, il buon ordine della vita buona comunitaria a fornire alla società, in tutte le sue funzioni, i suoi migliori elementi e a prevenire i mali del vizio, dello spreco, della povertà e dell’infermità causati dall’umana incoscienza, mentre, nello stesso tempo, le ricchezze custodite e sviluppate dalla “carità interna” saranno la più vasta riserva di salvezza per i disagiati e per chi si occupa di loro.
Questo ci aiuta anche ad affrontare il problema che avevamo lasciato in sospeso: come esercitare la carità esterna senza farsi ingannare dalle apparenze e senza sprecare forze e tempo in modo inefficace e dannoso.
Quanto abbiamo detto ci aiuta a capire che ciò che va promosso, in ogni caso, è la “vita buona”, di là dalla soluzione di problemi immediati o di un doveroso sollievo apportato ad una situazione di emergenza. Dunque non ha senso dare soldi senza sapere l’uso che ne verrà fatto, ovvero prestare la propria autorità e raccomandazione a persone che ne faranno un uso scorretto.
Bisognerà, piuttosto, studiare bene persone e situazioni e, nel limite del possibile, intervenire per correggere abitudini e comportamenti lesivi e autolesivi, offrendo l’esempio e il modello della “vita buona” propria e della propria famiglia.
Non entrerò ora nel dettaglio dalle varie forme di attività caritativa esterna e del modo in cui famiglie normali e comunità religiose non finalizzate direttamente a scopi sociali particolari possano efficacemente contribuire ad esse senza venir meno né alla cura, né alla stima per la propria vita e per la propria missione primaria, che è rivolta a custodire e a sviluppare la “vita buona”, in forma comunitaria, a beneficio diretto o indiretto della società e della Chiesa.
Mi sono limitato ad esporre quei principi che ritengo necessari a correggere quelli che mi sembrano errori ampiamente diffusi nella pratica della vita familiare e nel più diffuso modo di intendere la carità e la solidarietà sociale.

di Don Massimo Lapponi

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