«La civiltà dell’amore» e le tensioni dei nostri giorni

Platone insegnava che le ombre che si vedono sul fondo della caverna sono soltanto indizi di una realtà non visibile a chi le volta le spalle, e Aristotele osservava che agli occhi dei pipistrelli la luce del sole, essendo troppo forte, appare come tenebra.
Usciamo, dunque, dalla caverna e purifichiamo il nostro sguardo: allora vedremo che dietro le ombre delle polemiche attuali vi sono realtà infinitamente più grandi.
Il fatto che Dio «maschio e femmina li creò» (Gn 1, 27) e che l’uomo, dopo aver cercato qualcosa che desse un senso alla sua vita per tutto il creato, infine, posando lo sguardo sulla donna, esclamasse rapito: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa!» (Gn 2, 23), non è qualcosa di accessorio, ma ha una portata illimitata, che riverbera il mistero del creato e dell’Increato, dell’umano e del divino: «Questo mistero è grande!» (Ef 5, 32).
Dio è colui che crea, senza dubbio; ma più ancora egli è colui che genera! Secondo la dottrina del Padri, ripresa anche da San Tommaso d’Aquino, la generazione del Verbo divino nel seno del Padre, nel gaudio dello Spirito Santo, è come un fiume che scorre nell’alveo della divinità. Questo fiume, per l’eccesso del suo impeto d’amore, trabocca al di fuori dell’infinita vita divina causando una realtà nuova: il mondo creato. Dunque la creazione è quasi un prolungamento finito della generazione infinita del Verbo divino.
Ora la creazione aspira a somigliare il più possibile al suo modello divino. Vorrebbe anzi assimilarsi ad esso: come potrebbe, altrimenti, raggiungere il colmo della felicità? E come potrebbe cantare degnamente la gloria di Dio infinito se restasse racchiusa nella sua finitezza, per quanto immensa essa possa essere? Dunque nella creazione appare come una scala ascendente, nella quale gli esseri creati sempre più si assomigliano al Padre che genera il Figlio nell’amore dello Spirito Santo. La creazione, cioè vuole sempre meno essere “creazione”, causalità materiale, incosciente, inferiore, e sempre più vuole essere “generazione”, causalità spirituale, cosciente, superiore.
Così al di sopra del mondo inorganico minerale sorge un mondo organico vegetale, e al di sopra del mondo vegetale sorge un mondo sensibile animale, e al di sopra del mondo animale sorge il mondo della coscienza: il mondo umano! E qual è l’opera più alta dell’uomo? Il lavoro? No! Il lavoro assomiglia troppo alla creazione. L’opera più alta dell’uomo è la generazione della vita umana! Essa assomiglia alla generazione del Verbo divino! La generazione della vita umana è creazione? Sì… e no! Essa è “procreazione”! Essa non è, infatti, causalità materiale, né soltanto causalità organica e sensibile: essa è una causalità specialissima, una causalità a cui partecipa, insieme alla vita organica, la vita superiore dello spirito, la coscienza e l’amore, ovvero l’amore irradiato dalla luce della coscienza. «Luce intellettual piena d’amore» dice Dante cantando la vita divina. Ma non si potrebbe dire lo stesso della causa più vera e profonda della generazione umana: «Luce intellettual piena d’amore»?
Come, dunque, la creazione del mondo è solo una pallida immagine della generazione del Verbo, così il lavoro umano non è che una pallida immagine della generazione della vita umana. Il lavoro, perciò, dovrebbe essere al servizio della generazione e della via generata, e non viceversa. Ma qui ci è suggerito un pensiero nuovo: come il lavoro è al servizio della generazione e della vita, così la creazione del mondo dovrebbe essere al servizio della generazione del Verbo di Dio! Che cosa significa questo?
«Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura;
poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili (…) Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Cl 1, 15-16).
La creazione non solo rispecchia colui che è «generato prima di ogni creatura», perché «egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui» (Cl 1, 17), ma tutte le cose sono state create «in vista di lui»!
Cosa vuol dire questo? Se tutte le cose sussistono nel Verbo di Dio, maggiormente sussistono in lui quelle che più gli assomigliano, quelle cioè che più perfettamente imitano la generazione del Verbo di Dio nella «luce intellettual piena d’amore». E come maggiormente gli assomigliano, così aspirano ad assomigliargli sempre di più! In qual modo? Certamente diffondendo la vita umana in tutto il creato: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra», e conferendo un senso spirituale a tutte le opere di Dio: «soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra» (Gn 1, 28). Ma basta questo? No, certamente! Occorre che da una donna che abbia la più alta perfezione della bellezza e dell’amore muliebre nasca un uomo che abbia, non solo la più alta perfezione della dignità spirituale virile, ma che sia lo stesso Verbo di Dio fatto uomo: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14).
Da ciò appare in tutto lo splendore della sua verità il mistero che si cela, fin dall’origine del mondo, nella creazione dell’uomo e della donna e del loro amore fecondo: «Questo mistero è grande»!
Ma sappiamo bene, e non solo per fede ma, aimé, anche per tragica esperienza, che questo meraviglioso poema è attraversato da una sanguinosa tragedia. La vita umana, che dovrebbe essere “procreata”, cioè sostanzialmente causata da un atto di amore cosciente e soltanto secondariamente da un atto organico, appare invece causata sostanzialmente da un atto organico e soltanto secondariamente da un atto di amore cosciente. E a causa di ciò la generazione della vita e la vita generata non sono lo scopo essenziale dell’uomo e il lavoro dell’uomo non è al servizio della vita: no! L’uomo si pone altri scopi e li considera superiori all’amore e alla vita, e quest’ultima è posta al servizio del lavoro, non viceversa, come dovrebbe essere: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese (…) Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere» (Es 1, 9-10.16).
Come si spiega questo disordine, se non con una misteriosa colpa che ha inquinato fin dall’origina la generazione della vita e che si perpetua con la generazione stessa, tanto più quanto maggiormante questa si allontana dalla causalità spirituale, amorosa e cosciente, e regredisce verso la causalità esclusivamente organica – e oggi addirittura meccanica?
Ma Cristo, nascendo uomo tra gli uomini per rendere la creazione perfettamente simile al suo modello, la generazione divina, nello stesso tempo è venuto anche a sanare questo disordine. E come, se non ristabilendo la generazione della vita umana nella sua dignità di “procreazione”, di miracolosa effusione della «luce intellettual piena d’amore» dei figli e delle figlie di Dio?
Per far questo egli doveva per prima cosa riaffermare, al di sopra di ogni abuso, la dignità sublime della donna e della sua fecondità, che sola dà alla vita dell’uomo il suo vero senso e gli apre la via luminosa verso l’amore e l’imitazione del suo Creatore e Padre. E quindi all’amore e alla vita da esso generata doveva ricondurre tutta l’opera dell’uomo sulla terra: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35).
E come ottenere questo, se non umiliando l’orgoglio dell’uomo e sottomettendo al servizio e all’amore della generazione e della vita la sua ansia di guadagnare il pane, di affermarsi, di possedere, godere e dominare? Contro queste tre tentazioni Cristo sconfisse il diavolo nel deserto, e infine umiliò fino in fondo l’orgoglio dell’uomo sulla croce perché potesse, dal suo fianco, dar vita ad una nuova Eva.
Così, «come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5, 25-27), allo stesso modo i mariti devono amare le loro mogli (cf Ef 5, 25): segno splendente sull’orizzonte del mondo rinnovato del rapporto nuovo che d’ora in poi deve instaurarsi tra l’uomo e la donna: non più la generazione essenzialmente organica e l’esclusione dell’amore prima dal rapporto privato e poi dalla vita pubblica, ma la generazione dei figli di Dio nella «luce intellettual piena d’amore» per la costruzione di una società nuova: la «civiltà dell’amore». E in questa civiltà e a protezione di essa vi sarà necessariamente chi vive l’amore nella sua essenzialità spirituale, ad esclusione di ogni realizzazione organica, perché è nello spirito, e ancor più nello Spirito Santo, che esso ha la sua sorgente e la sua dimora.
Ma se la consumazione dell’onda di luce divina che, attraverso Cristo e Maria, ha irraggiato la vita dell’uomo e della donna sarà la «civiltà dell’amore», la consumazione di quel peccato che ha inaridito la generazione della vita, facendola regredire verso la causalità incosciente, che cosa sarà se non la «civiltà dell’odio»?
E non tendono a questo, anche se spesso senza saperlo e volerlo, quanti vorrebbero affogare l’amore spirituale e cosciente nell’estasi carnale, annullare nell’indifferenza il rapporto tra l’uomo e la donna, ridurre la generazione della vita a un fatto meccanico, negare il valore altissimo dell’amore verginale e della devozione a Maria, annebbiare, estendendolo, come fatto indifferente, alla donna, il senso profondo del sacerdozio, quale atto dell’uomo che sacrifica la propria prevaricazione e della donna che da questo sacrificio rinasce purificata ai piedi della croce?

di Don Massimo Lapponi

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