La conciliazione benedettina tra l’umile lavoro domestico e l’alta cultura

di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
6.

Dalla proposta di esperienze dei giovani e dei loro genitori presso la scuola di San Benedetto si potrebbe incominciare ad intuire che una vita dedicata al buon ordinamento della domus, secondo l’insegnamento del santo di Norcia, per quanto essa richieda di mettere al primo posto l’impegno nella pratica delle virtù morali e nell’autodonazione quotiana per il bene di tutti, non implica affatto una mortificazione dell’attività intellettuale e culturale.
Ma vediamo di chiarire meglio questo punto.
Già al suo tempo osservava il Förster, di fronte al nascente movimento per l’emancipazione della donna, che il tanto disprezzato lavoro domestico, se non fosse praticato soltanto come una spiacevole necessità, ma invece come una scuola di autoeducazione alla vittoria sul proprio egoismo e sulla propria indolenza e pigrizia e come un insostituibile esercizio del dominio dello spirito e della volontà sulla fiacchezza delle nostre membra, costituirebbe la base di ogni vera cultura. Ed egli aggiungeva che, proprio perché assai più dell’uomo sono impegnate in questa formidabile scuola di autoeducazione, le donne mostrano di essere molto più capaci di sopportare il dolore, di affrontare difficili situazioni e di portare aiuto e consolazione ai sofferenti. Infatti lo stesso impegno quotidiano a piegare le loro membra ad ogni più umile servizio conferisce loro il potere di trasfondere la propria forza spirituale in ogni gesto, in ogni espressione del viso e in ogni inflessione della voce.
San Benedetto avrebbe certamente condiviso queste osservazioni. Egli, infatti, vuole che i suoi monaci – maschi! – progrediscano nei meriti e nella virtù praticando i più modesti lavori domestici, cioè proprio quei lavori che la scuola del mondo disprezza e delega alle “incolte” massaie, mentre essa si dedica alla “nobile” missione di arricchire di nozioni scientifiche i loro figli, togliendo loro, però, l’opportunità di acquisire la preziosa virtù dell’autodonazione nella vita di tutti i giorni.
Scrive San Benedetto:
«I fratelli si servano l’un l’altro, sicché nessuno sia dispensato dall’ufficio della cucina, se non perché infermo ovvero occupato in affare di grande utilità, giacché con ciò si guadagna una maggiore ricompensa e un maggior merito di carità » (Regola, cap. 35).
Il santo non dice che bisogna fare certi lavori perché sono necessari e deve esserci pure qualcuno che li faccia, ma perché essi sono lavori nobili e preziosi, che ci ottengono ricompense celesti e aumento di carità. Perché, dunque, tornando dalle giornate in monastero, non proviamo ad applicare queste regola anche alle nostre famiglie?
Ma il lavoro domestico, oltre a perfezionarci nella virtù, ha anche il vantaggio, come si è accennato, di rafforzare il dominio dello spirito sulle membra, e perciò di rendere le nostre membra più duttili e più abili a qualsiasi lavoro. Dunque il lavoro domestico risulta essere il primo indispensabile gradino verso il lavoro artistico! Infatti tra ripulire e ordinare una stanza e decorarla la differenza è più di grado che di sostanza. E forse l’attuale decadenza delle arti belle trova la sua prima causa proprio nell’abbandono del lavoro domestico. Quello che una volta uomini e donne imparavano nella cucina materna o nella bottega paterna, nessuna accademia potrà mai insegnarlo!
Già questo fatto dimostra che la scuola di San Benedetto, lungi dal mortificare l’attività culturale, le fornisce una solida base perché essa possa esplicarsi nelle più svariate direzioni, per arricchire, per prima cosa, la vita della comunità e poi l’intera società.
È chiaro che la cultura che risulterà da questa scuola avrà dei particolari caratteri di concretezza che la distingueranno da quella, troppo spesso astratta e teorica, che esce dalla scuola del mondo.
Ma vediamo di approfondire questo punto.
I monaci hanno, come primo dovere, quello di «cantare le lodi del Signore». Infatti l’Antico e il Nuovo Testamento concordano nel raccomandare caldamente e insistentemente la celebrazione, con il canto, delle opere dei Dio. «Loderò il Signore per tutta la mia vita, finché vivo canterò inni al mio Dio» (Salmi 145, 2). «Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli» (Salmi 88, 2). «Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi!» (Salmi 83, 5). « La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali» (Col 3, 16).
Come dimostra l’esortazione di San Paolo, riportata per ultima, cantare le lodi del Signore compete a tutti i fedeli, e non soltanto ai monaci. E notiamo che l’apostolo non si rivolge a un singolo, bensì alla comunità dei fedeli e li invita a cantare insieme.
La ragione di questo invito sta nel fatto che la Parola di Dio, perché «dimori tra noi abbondantemente» e dia, così, una luce divina alle nostre menti, alle nostre azioni e alle nostre giornate, deve ispirarci come un poema che viene dal cielo, e ciò si può ottenere soprattutto animandola con il canto. « La mia lingua canti le tue parole!» (Salmi 118, 172).
Ma come bisogna cantare? Male e senza approfondire il senso di ciò che si canta? No, certamente! «Cantate al Signore un canto nuovo, suonate la cetra con arte e acclamate» (Salmi 32, 3). È ovvio che, se il canto deve commuovere il cuore, deve essere fatto bene! E come si potrebbe entrare in sintonia con la Parola che viene dal cielo se non se ne approfondisse il senso? Dunque lo studio del canto e della Bibbia devono andare di pari passo, e questo non per fare dei concerti in teatro, né per fare lezioni di esegesi nelle facoltà di teologia, ma semplicemente per mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo nella vita familiare di tutti i giorni. Così la cultura esce dalle accademie per rientrare, come è giusto, nelle nostre case, da cui una diffusa trascuratezza l’aveva esiliata, lasciando un vuoto che ben altra “cultura” e ben altra musica si sono affrettate a riempire!
E quello che si è detto della musica vale per molte altre cose. Architettura, arte figurativa, decorazione, poesia, letteratura, non dovrebbero, prima che nelle accademie, fiorire nelle nostre case? San Benedetto raccomanda che in monastero si leggano soltanto libri conformi alla retta fede. Quanta produzione scadente, o anche scandalosa, abbiamo, invece, ammesso nelle nostre dimore, una volta perduta ogni educazione alla decenza e al buon gusto! Dunque, se la donna in carriera vuole brillare per la sua cultura nelle aule dell’università, l’architetta della domus, invece, dopo aver fatto un’adeguata pulizia, farà fiorire una cultura molto più viva in ogni angolo della sua casa!
Mamma mia! Architettura, musica, Sacra Scrittura, arte figurativa, poesia, letteratura… Che programma immenso per una povera casalinga! E come potrà realizzarlo?! Chi le insegnarà tutte queste cose e chi l’aiuterà a metterle in pratica?
Chi? San Benedetto, naturalmente! Ma, come vedremo presto, si aspetta da voi un’ampia collaborazione!

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